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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1916 (8)

ULTIMI 4 MESI DEL 1916 - RELAZIONE COMANDO - I DISCORSI POLITICI

LE OPERAZIONI DI GUERRA NEGLI ULTIMI QUATTRO MESI DEL 1916 - LA LOTTA NELLA ZONA DEL PASUBIO E NELLA ZONA DEL MEDIO AVISIO - LE TRE "SPALLATE"" SUL CARSO - L E OPERAZIONI SECONDARIE - LA GUERRA AEREA - IL BILANCIO DELLA GUERRA ALLA FINE DEL 1916 - L'OPERA DI PROPAGANDA DEL GOVERNO - I DISCORSI DI PAOLO BOSELLI A NAPOLI E A MILANO - DISCORSI DELL'ON. BISSOLATI A ROMA E A CREMONA - DISCORSI DEL SENATORE RUFFINI A TORINO
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L'entrata a Gorizia

LA GUERRA NEL QUADRIMESTRE 1916
LA LOTTA NELLA ZONA DEL PASUBIO E NELL'AVISIO
LE OTTIMISTICHE "TRE SPALLATE" DI CADORNA SUL CARSO

Come abbiamo letto nella precedente puntata, le vicende belliche dopo l'arresto della Strafxpedition nell'Alto Vicentino (in giugno), proseguirono con la già programmata (in primavera) offensiva sull'Isonzo, che i politici volevano e Cadorna mise in atto. Il 9 agosto le truppe entrarono a Gorizia. Sembrò un successo (costato però 21.630 morti e 52.940 feriti); invece sei giorni dopo (il 16 agosto) Cadorna fu costretto a sospendere l'offensiva di fronte all'energica resistenza dell'esercito austriaco. Motivo di quest'arresto: gli italiani, trovarono nei pressi di Gorizia una nuova formidabile linea di difesa, e dietro questa gli austriaci si erano portati dopo aver abbandonato la testa di ponte sul lato destro dell'Isonzo.
Dopo Gorizia -una conquista che non aveva dato risultati militari adeguati- e dopo la sospensione dell'offensiva, per non deludere le aspettative dei politici, sempre a sollecitare un risultato rilevante da mettere davanti agli alleati, CADORNA senza prendersi altro tempo, sferrerà (molti generali affermeranno: con troppa inefficienza e poca strategia) una dietro l'altra, dal 14 settembre al 4 novembre altre tre battaglie sull'Isonzo (la 7a, 8a, 9a) ottimisticamente indicate come le "tre spallate" da dare agli austriaci. Purtroppo, nonostante le gravi perdite di altri 37.000 morti e 88.000 feriti, i "tre urti" contro delle postazioni limitate, otterranno scarsi risultati a livello strategico e di conseguenza anche su quelli politici. Dopo questi insuccessi, le operazioni belliche sul fronte italiano saranno interrotte sino al maggio del 1917; ma quando saranno riprese, senza quell'intervento massiccio dell'intesa, sempre sollecitato da Cadorna, anche la 10a offensiva da lui scatenata terminerà con risultati modesti rispetto alle sue e altrui speranze.

Avevamo lasciato con la Relazione Riassuntiva del Comando Supremo Italiano, di fine agosto (il 27), le operazioni belliche che si erano svolte fino a quel momento, con qualche lacuna proprio su Gorizia (le notizie di questo fronte si fermavano al 15 agosto).
La successiva relazione, che narra le vicende degli ultimi quattro mesi del 1916, fu
diramata il 30 dicembre dal Comando Supremo.

Prima di fare noi la cronaca di altri fatti, su questa relazione-compendio ci appoggiamo, riportandola integralmente:

"Le principali operazioni di guerra, svolte dal nostro esercito nel periodo di tempo considerato possono raggrupparsi in tre distinti scacchieri:
A) nella zona del Pasubio; B) nella Val dell'Adige; C) nella barriera montuosa che sovrasta da sud-est al medio corso dell'Avisio; cioè il terreno collinoso a oriente di Gorizia e il Carso.

Caratteristica principale della nostra attività guerriera in questo periodo: l'iniziativa nelle operazioni, che, sottratta al nemico nel periodo del passato giugno, all'epoca della controffensiva italiana nel Trentino, respinta nell'agosto con la conquista della piazza di Gorizia e del sistema difensivo carsico a occidente del vallone, fu poi da noi sempre mantenuta e validamente affermata con poderose azioni offensive. Alle quali presiedette un'unica corrente direttiva strategica: estendere grazie a successivi colpi di crescente violenza la nostra occupazione lungo il tratto più meridionale del fronte Giulia e persistere nella vigorosa pressione sul fronte Tridentino. L'avversario, per contro, si mantenne, nel campo strategico, in quella condotta strettamente passiva, che, fatta eccezione per il fortunoso periodo dell'offensiva nel Trentino, ha invariabilmente seguito dall'inizio della guerra.

Nel campo tattico tentò invece con frequenti e vigorosi contrattacchi di riprenderci le posizioni che andavamo di volta in volta conquistando e di contrastarci ogni ulteriore progresso.

Tra la Vallarsa e la Valle di Terragnolo si erge maestoso il gruppo del Pasubio-Col Santo, limitato quasi tutt'intorno da un profondo solco segnato dal corso dei due Leno e dalle depressioni di Fiaro delle Fugazze e della Borcola, che conducono rispettivamente alle Valli di Leogra e di Posina. Da tale avvallamento perimetrale, che quasi lo fascia, il gruppo si eleva sino all'altezza media di 1900 metri con pendio generalmente aspro e boscoso, che diviene assai ripido e roccioso nel tratto che dal fondo di Vallarsa sale al ciglione di Menerle, tra Sogi e Lora. I Valloni che incidono tale pendio, anch'essi stretti, ripidi e accidentati, non favoriscono gli accessi alla sommità del massiccio. Questo ha l'aspetto di un vasto altopiano, di cui la superficie, coperta di pascoli, è attraversata da varie linee di alture, che si raggruppano intorno alla dorsale Pasubio-Roite.

L'offensiva della passata primavera aveva dato all'Austria il possesso di gran parte del massiccio sino alla linea del monte Spil, Monte Corno, Monte Testo, ciglione di Menerle, Alpe di Cosmagnon, Cisterna di Sette Croci, Sogli Bianchi. Il nemico vi aveva rapidamente creato un saldo assetto difensivo. Una prima linea quasi continua e sinuosa di trinceramenti, chiusi sovente a ridotte, collegava i punti sopra nominati, interrotta solo in corrispondenza dei salti di roccia a picco sostituita qui da appostamenti per mitragliatrici.
La linea era recinta da più ordini di reticolati, profondi talvolta sino a 50 metri. Numerosi camminamenti conducevano a ricoveri sul tergo, prevalentemente scavati in roccia. Con speciale cura era stata organizzata sulla dorsale Pasubio-Roite, la difesa del cosiddetto Dente del Pasubio, sommità rocciosa che si erge a 2200 metri, poco a nord dell'altezza di pari quota 2200 da noi posseduta. Un secondo sistema difensivo, meno sviluppato, si delineava infine più a nord, lungo la cresta di Roite-Buse di Bisorte.
Le operazioni offensive, da noi compiute in questa zona e nelle quali furono impegnate le truppe della 44a divisione di fanteria, erano state preparate con cura, raccogliendo mezzi adeguati, studiandone l'impiego più proficuo, provvedendo l'impervia zona di strade intagliate nella roccia sino alle posizioni più difficili, assicurando con comunicazioni telefoniche l'azione del Comando e i concentramenti delle artiglierie. Primi obiettivi: sfondare la linea nemica, nel tratto fra Sogi e la quota 2059 e conquistare l'ampia zona del Cosmagnon sino a contatto della seconda linea.

Alle ore 7 del giorno 9 ottobre, le nostre artiglierie e bombarde aprivano il fuoco. Nel pomeriggio le fanterie avanzavano all'assalto e riuscivano in un primo sbalzo ad espugnare le trincee di quota 2043 e a progredire verso le alture di quota1985 Panettone; mentre il battaglione alpini "Monte Berico", superate, con l'aiuto di scale sotto il fuoco nemico, le pareti a picco del Dente del Pasubio, poteva dopo furioso corpo a corpo porre un saldo piede nella parte meridionale di detta altura. Durante la notte anche le trincee di quota 1985-Panettone furono completamente conquistati e ricacciati violenti contrattacchi nemici verso Lora e sul Dente del Pasubio.

Il 10, dopo adeguata preparazione di fuoco, fu conquistato tutto i1 terreno fra quota 2043 e Sogi, grazie al concorso di arditi nuclei del 71° fanteria, che con scale e corde riuscivano a superare le inaccessibili rocce del ciglione di Menerle. Il giorno 11, nonostante il violento fuoco delle artiglierie avversarie, le nostre truppe mantennero e rafforzarono saldamente il terreno conquistato, respingendo un attacco verso Monte Corno. Nella notte del 12, con nuovo vigoroso sbalzo raggiunsero le falde del Roite e dell'altura di Caserma difensiva.
Dopo qualche giorno di sosta, allo scopo di riordinare i reparti e rafforzare le posizioni raggiunte, il 17 ottobre con attacco di sorpresa le nostre truppe ampliavano l'occupazione del Dente del Pasubio. Subito il nemico concentrava in questa direzione tutti i propri sforzi. Bombardamenti d'artiglieria di estrema violenza, attacchi incessanti con colonne sempre più forti di truppe scelte e fresche, fatte affluire rapidamente con autocarri; non lasciò nulla di intentato per riprendere il possesso completo della posizione.

Così durante le giornate del 18 e 19 non meno di nove attacchi e contrattacchi si svolsero con alterna vicenda sulla contrastata altura. Vi fu un momento nel quale le nostre fanterie poterono conquistare tutto il Dente, la selletta antistante e anche il cucuzzolo a nord di essa; ma gli incessanti concentramenti di fuoco di numerose artiglierie nemiche d'ogni calibro su posizioni che non si aveva tempo di rafforzare, la scarsità di comunicazioni col tergo, rappresentate da un solo e stretto sentiero, e la conseguente difficoltà nei rifornimenti consigliarono infine a sgombrare la posizione del Dente.

Un periodo di violente intemperie (iniziarono alle ore 11 del 20 ottobre, e durarono fino alla successiva primavera, con abbondanti nevicate) che paralizzarono l'azione delle artiglierie, e mettevano a dura prova la resistenza delle nostre truppe, obbligò a sospendere le operazioni. Risultato di esse: la conquista di tutta la vasta zona dell'Alpe di Cosmagnon, il possesso della quale dava sicurezza alla nostra occupazione in Vallarsa e maggiore spazio e libertà di movimento a quella del Pasubio.
Le perdite subite dal nemico furono assai gravi, soprattutto per i tiri aggiustati delle nostre artiglierie che riuscirono più volte a sorprendere l'avversario in formazioni dense. Prendemmo 873 prigionieri, di cui 30 ufficiali, 8 cannoni, 6 mitragliatrici, alcuni lanciabombe e lanciafiamme e ricco bottino di fucili e munizioni. Nelle difficili operazioni, fanti di ogni specialità, e artiglieri gareggiarono in valore e tenacia; prezioso ausilio di informazioni diedero i nostri arditi aviatori"


(NOTA: Su "La Grande guerra sul Pasubio", di Enrico Acerbi, si cita testualmente che, "Le perdite sono notevolissime; tra il 9 ed il 20 ottobre ben 4370 italiani e 3492 austriaci sono costretti ad abbandonare le operazioni" - Ndr).

"Di singolare importanza, per l'altitudine dei terreno in cui si svolsero e per l'importanza degli obiettivi che minacciavano, furono le operazioni condotte dalle truppe della valorosa 56a divisione in zona montuosa, su quella erta barriera che s'interpone fra le Valli di Travignolo e di Fiemme, a nord, le testate del Cismon e del Vanoi, a sud. Questa aspra catena di rocce dolomitiche sorge dal fondo delle valli boscose come un'imponente muraglia dalla cresta fantasticamente dentellata a guglie, a picchi, a profonde e strette intaccature, dette forcelle, che rappresentano i soli valichi del rilievo, tutti di altitudine superiore ai 2000 metri. Il suo versante settentrionale scende in Val Travignolo a costoni degradanti, fatti di boschi; quello meridionale precipita invece sull'alto bacino del Vanoi-Cismon con erti canaloni e con nude falde di materiale detritico, che con incessante opera i geli e i venti staccano dall'alto e le acque e le valanghe trasportano in basso.
Tutti gli accessi che da sud conducono alle forcelle, tranne la rotabile del Passo di Rolle e la sussidiaria mulattiera del Passo del Colbricon, non sono che difficili sentieri che s'insinuano attraverso cumuli di rocce e si inerpicano sul mutevole ammasso detritico.

Già nel luglio ed agosto avevamo qui occupato la Cavallazza e gli adiacenti Passi di Rolle e di Colbricon, alla testata del Cismon; l'altura di quota 2354, a sud di Cima Cece; il Cauriol, alla testata del Vausi. Le operazioni autunnali mirarono ad allacciare tali occupazioni mediante la conquista di punti intermedi che accrescevano il nostro dominio sulla sottostante Valle dell'Avisio e sulla importante strada delle Dolomiti che percorre il fondo.

Nella giornata del 25 settembre, mentre nostri nuclei svolgevano azioni dimostrative verso le cime di Busa Alta, Collorotondo e Valmaggiore, il battaglione alpini Monte Rosa, scalate le ripide rocce a nord-est del Cauriol, dopo quattro accaniti assalti si impadroniva di una forte posizione in cresta a 2318 metri di altitudine. Il successivo giorno 16, il possesso della posizione fu ancora ampliato. Caddero nelle nostre mani 146 prigionieri fra i quali 4 ufficiali, con 6 mitragliatrici, armi e munizioni.
Respinti violenti attacchi, che il nemico con evidente scopo diversivo tentava nella zona di Colbricon, in Valle di Travignolo, il 17 fu da noi occupata l'altura di quota 2094, a sud est della Forcella di Caldose, alla testata di Valle Fossernica (Vanoi). Il 23 reparti alpini dei battaglioni "Feltre" e "Monte Rosa" presero d'assalto l'importante vetta del Gardinal, che si erge a 2354 metri a nord-est del Cauriol. Tenace la resistenza del presidio nemico, che fu circondato e sopraffatto; i pochi superstiti presi prigionieri. L'artiglieria avversaria iniziò allora un intenso bombardamento della posizione che durò sino il giorno 28, quando rilevanti forze tentarono l'attacco delle nostre linee più avanzate a nord del Gardinal, verso Busa Alta; ma furono nettamente respinte.

Nei primi giorni del successivo ottobre, mentre in questa zona si rafforzavano le posizioni raggiunte e se ne miglioravano gli accessi, una nuova nostra offensiva si manifestava più a nord-est, nelle valli di Travignolo e di San Pellegrino, affluenti dell'Alto Avisio. Già nel luglio avevamo conquistata nel massiccio del Colbricon la vetta più orientale di quota 2604. Il 2 ottobre, arditi nuclei del 20° bersaglieri (3° reggimento) scalavano sotto il fuoco nemico le ripide pareti rocciose della seconda cima del Colbricon e se ne impadronivano. Nella notte l'avversario tentava la riscossa e, dopo intensa preparazione delle artiglierie, attaccava, più volte tutte le nostre posizioni sul versante meridionale di Valle di Travignolo. Fu nettamente respinto ovunque e con perdite gravi
sulle pendici settentrionali del Colbricon, i nostri lo contrattaccarono ed inseguirono con la baionetta alle reni, riuscendo così a guadagnar nuovo terreno.
Nella notte del 4 ottobre ed il giorno successivo, dopo azioni diversive contro le alture a nord del Travignolo, il nemico lanciava nella zona del Colbricon nuovi insistenti contrattacchi, infrantisi sempre contro la salda resistenza delle nostre truppe. Infine il giorno 5, in Valle di San Pellegrino, una nostra colonna con improvvisa irruzione conquistava d'assalto forti trinceramenti nemici sulle pendici di cima di Costabella, prendendovi 108 prigionieri, un cannone da montagna e 6 mitragliatrici.

Richiamata così verso nord-est l'attenzione dell'avversario il giorno 6 ottobre, ricominciavano i nostri attacchi alla testa del torrente Vanoi. Qui il battaglione alpini "Monte Rosa" assaliva e conquistava la vetta 2456, nel massiccio di Busa Alta, potentemente fortificata. Il reparto nemico che la presidiava, costrettovi anche dall'asprezza del terreno che rendeva difficile ritirarsi, oppose un'accanita resistenza, ma alla fine restò in gran parte distrutto. La nuova importante conquista, ci fu col consueto accanimento contesa dall'avversario, che nella notte del 7, nella giornata successiva e nella notte dell'8 con singolare tenacia riprese gli attacchi, intermezzandoli con concentramenti di fuoco di inaudita violenza, ed estendendoli sino alla zona del Gardinal. Ma i nostri saldi Alpini ressero virilmente agli effetti del terribile fuoco del nemico e ricacciarono ogni volta con impeto le ondate di assalto. Solo sulla Busa Alta piccoli nuclei riuscirono per un momento ad irrompere all'ala destra delle nostre posizioni. Accorsi i rincalzi, con un nostro poderoso urto appoggiato da tiri precisi e fulminei delle artiglierie, era ricacciato l'avversario giù per i burroni di Val di Sadole infliggendogli fierissime perdite.

Il nemico, che aveva a mano a mano radunato nella zona dell'Avisio ingenti forze accertate in 33 battaglioni di truppe scelte da montagna, tentò allora, nuove diversioni. E nella giornata del 9, dopo un attacco dimostrativo sulle pendici di Cima di Bocche, riusciva ad occuparvi nuove trincee, ma fu subito sloggiato da un nostro vigoroso ritorno offensivo. Nella speranza di avere così distratta la nostra attenzione, richiamandola verso Valle di Travignolo, la sera del 10 ingenti forze nemiche col concorso di numerosa e possente artiglieria ripetevano con tenace insistenza furiosi assalti contro la nostra posizione di Busa Alta. Bersaglieri ed alpini, gareggiando in valore, spensero ogni volta l'impeto del nemico, indi lo contrattaccarono alla baionetta, infliggendogli perdite gravissime oltre a 37 prigionieri.
A metà, ottobre iniziò un lungo periodo di intemperie con abbondanti nevicate e temperature molto rigide; motivo per cui si chiudevano le operazioni anche in questo scacchiere.

Ma il campo principale della guerra fu, nel periodo considerato, il fronte Giulia. Qui la vittoriosa nostra offensiva dell'agosto ci aveva dato il giorno 9, oltre all'occupazione della piazza di Gorizia e del sistema difensivo carsico ad ovest del Vallone, il possesso delle pendici occidentali delle alture che da Monte San Michele al Frigido (Vippacco) si ergono ad oriente della città di Gorizia. Sul Carso, passato il Vallone, avevamo posto un saldo piede sulle alture di Al Bosco (Nad Logem), di Oppacchiasella, del Colle Nero (Crni Hrib) e di Monte Grasso (Debeli), arrestandoci contro la prima delle linee di difesa nemica ad oriente del Vallone.

Tale linea da San Grado di Merna, ove si allacciava alle difese austriache a settentrione del Frigido, si dirigeva con andamento generale meridiano verso sud; passava ad un chilometro circa ad ovest di Loquizza, poi ad est di Oppacchiasella, rasentava le case di Novavilla per indi risalire sulle pendici occidentali delle alture di quota 208 nord e sud e di quota 144, sino alle paludi del Deserto (Lisert). Le trincee scavate in gran parte nella roccia alla profondità di metri 1.80, erano protette da parapetti di sacchi a terra, blindati con scudi metallici e recinte da profondi ordini di reticolati, abilmente dissimulati in modo da sfuggire all'osservazione. A tergo numerose caverne erano state scavate nella roccia per il ricovero delle truppe durante il nostro fuoco di artiglieria.
Contro questa linea si effettuò verso la metà di settembre (14-16) il primo nostro attacco (7a battaglia dell'Isonzo) preceduto da fuoco intenso e rovinoso di artiglierie e di bombarde, che infuriò per più giorni su ampia e profonda zona colpendo ed annientando ogni cosa; dalle lontane caverne da dove tuonavano nascoste le bocche da fuoco nemiche, agli osservatori blindati, dai quali era regolato il tiro delle artiglierie, ai profondi e muniti ricoveri entro i quali comandi e truppe avevano cercato riparo durante la tempesta di fuoco, agli estesi reticolati, che avrebbero dovuto arrestare l'impeto delle nostre fanterie, nel pomeriggio del 14 settembre, accertati da ardite pattuglie gli effetti distruttori del fuoco di preparazione, le nostre truppe sotto una pioggia torrenziale furono lanciate all'assalto.

Ad est di Gorizia l'azione si limitò ad attacchi dimostrativi per impegnare l'avversario ed impedirgli spostamenti di forze. Sul Carso invece le truppe dell'XI Corpo d'Armata, cui era affidato il difficile compito di avanzare lungo il margine settentrionale dell'altopiano, ottenevano subito notevoli successi, conquistando la zona di quota 265, ad occidente di Cima Grande (Veliki Hribach). Più a sud, in un primo slancio le nostre fanterie occuparono Novavilla e l'altura di quota 208 nord; ma violenti concentramenti di fuoco delle artiglierie nemiche obbligarono poi a sgombrare tali posizioni.
Il successivo giorno 15, prendevamo d'assalto a nord la forte altura di San Grado di Merna, mentre al centro e a destra riuscivamo a superare in più punti le linee nemiche verso Loquizza e ad est di Oppacchiasella. Il 16 altri nostri violenti attacchi ci davano il possesso del terreno ad est di Oppacchiasella, sino a quota 201, dell'importante altura di quota 208 sud e della linea di cresta dell'altura di quota 144.

Violenti piogge e vento e le necessità di rafforzare le posizioni raggiunte imposero una sosta nell'azione. Nel complesso prendemmo 4104 prigionieri, dei quali 111 ufficiali, con un ricco bottino di armi, munizioni e di materiali vario.
II rimanente periodo del mese di settembre e la prima decade di ottobre furono dedicati al rafforzamento e miglioramento delle posizioni raggiunte, agli spostamenti delle artiglierie, allo studio delle nuove posizioni nemiche. Anche l'avversario lavorò alacremente a rafforzarsi e infittire le proprie difese e tentò pure con numerosi e frequenti contrattacchi di riprendere alcuni capisaldi perduti, respinto ogni volta con gravissime perdite.
Il mattino del 10 ottobre fu iniziata una nostra nuova azione offensiva (8° battaglia dell'Isonzo). Vi parteciparono alcune unità della II Armata, con l'intento di allargare la nostra occupazione sulle alture ad oriente della Vertoibizza, nella zona di Gorizia, e le truppe della III Armata, che dovevano completare l'assalto della linea nemica sul Carso, parzialmente conquistata con gli attacchi del settembre.

Ad Oriente di Gorizia, dopo adeguata preparazione delle artiglierie, le nostre truppe s'impadronivano il giorno 10 dell'altura di quota 95, a sud-est di San Pietro, e ponevano piede sul costone di Sober. Nelle giornate dell'11 e del 12 violenti contrattacchi nemici furono respinti dalle fanterie della brigata Treviso (115° e 116° reggimento) e del 7° reggimento (brigata Cuneo), con perdite per l'avversario tanto gravi che sul fronte di un solo battaglione furono accertati 400 cadaveri nemici. Il giorno 13, la nostra occupazione fu estesa a tutto il costone del Sober.
Sul Carso, la preparazione di artiglierie e bombarde durò tutto il pomeriggio del 9 e la mattina del 10 ottobre, estesa all'intera linea nemica, già in parte intaccata dalla nostra offensiva del settembre, ma di cui il nemico aveva alacremente completato e migliorato l'assetto. Novavilla era stata in particolar modo munita e costituiva una vera cittadella, irta di mitragliatrici. Erano anche state potentemente accresciute le difese dell'altura di quota 208 nord.

Nel pomeriggio del 10 ottobre, accertati gli effetti efficaci del nostro fuoco delle artiglierie e bombarde, le fanterie della III Armata assalivano e conquistavano tutta la linea nemica nel tratto di fronte tra il Frigido e la quota 208 sud: Novavilla e le alture attorno alla quota 208 furono conquistate dopo lotta particolarmente accanita. Più a sud, nostri reparti riuscivano a spingersi sino alle prime case di Jamiano; ma, sottoposti a intensi concentramenti di fuoco delle artiglierie avversarie, dovettero poi ripiegare.
Nella giornata dell'11 l'attività delle artiglierie fu ostacolata al mattino da fitta nebbia. Con truppe fresche il nemico lanciò ripetuti contrattacchi; mantenemmo tutte le posizioni conquistate il giorno prima e compiemmo nuovi progressi sulla strada di Castagnevizza. Il 12, con vigoroso balzo le nostre truppe, partendo dal tratto di linea nemica conquistato fra il Frigido e la quota 208 sud, occupavano tutto il terreno antistante sino alla seconda delle linee nemiche ad oriente del Vallone, raggiungendo le falde occidentali del Monte Pecinka e le prime case di Loquizza e di Boscomalo (Rudi Log). Nel complesso dell'azione prendemmo 8219 prigionieri, dei quali 254 ufficiali; 31 lanciabombe, 46 mitragliatrici, 5000 fucili, 2000 casse di bombe, 82 casse di cartucce e ricco bottino di materiali vario da guerra. Dichiarazioni unanimi di prigionieri affermarono le gravi perdite subite dalle unità nemiche, talune delle quali furono quasi distrutte.

Un nuovo periodo di persistenti intemperie venne a rallentare l'alacre preparazione per un'ulteriore offensiva. Tuttavia le nostre truppe vi attesero con grande attività, mentre con piccoli sbalzi di sorpresa riuscirono avanzando in più punti a rettificare le nostre linee.
Più volte, nel corso della terza decade di ottobre, iniziò il fuoco di preparazione delle artiglierie; pioggia e nebbia ne impedirono però la prosecuzione. L'avversario intanto rafforzava in fretta le proprie linee e chiamava nuove truppe, come svelava l'intenso movimento di treni nelle stazioni di Opcina, Nabresina e Dottogliano.
Il giorno 31 ottobre, migliorate le condizioni atmosferiche, una nuova offensiva (9a battaglia dell'Isonzo) fu iniziata nella zona ad Oriente di Gorizia e sul Carso, con la consueta preparazione di fuoco d'artiglierie e bombarde, mantenuto vivo tutta la notte seguente e maggiormente intensificato nel mattino del 1° novembre. Accertata l'apertura di larghi squarci nelle linee nemiche, alle ore 11 le fanterie furono mandate all'assalto. Nella zona collinosa ad oriente di Gorizia, nonostante l'accanita resistenza dell'avversario e le gravi difficoltà del terreno, impaludato dalle recenti piogge - sul fronte della bassa Vertoibizza le nostre fanterie avanzarono sotto il fuoco nemico affondando sino alla cintola - furono presi d'assalto estesi trinceramenti lungo le pendici occidentali del Tivoli e di San Marco e sulle alture ad est di Sober.

Sul Carso, le truppe della III Armata avevano per obiettivo la seconda delle linee costruite dal nemico nella zona ad oriente del Vallone e a nord della strada Novavilla-Selo. Tale linea passava ad 800 metri ad occidente della vetta di Cima Grande (VelikiHribach) e scendeva in direzione meridiana sino a Lucatic. Di qui si allacciava, a sud di quota 208, al tratto di prima linea tuttora in possesso dell'avversario. Nella zona più importante, però, e cioè in corrispondenza dell'aspro ciglione settentrionale del Carso, gli Austriaci avevano costituito una doppia linea; ossia a distanza di 500 a 800 metri da quella principale correva una serie di formidabili trinceramenti, chiamati dagli Austriaci "Reserverstellung", di cui i capisaldi erano Cima Grande (Veliki-Hribach) e il Pecinka.
Iniziato l'attacco con le fanterie dell'XI Corpo d'Armata espugnarono le ripide e boscose alture di Cima Grande e di Monte Pecinka e conquistarono tutto il terreno sino alle alture di quota 376 e 308 ed al quadrivio di quota 202 sulla strada di Oppacchiasella e Castagnevizza. A mezzodì di tale strada, la linea nemica fu in più punti superata e mantenute le conquiste fatte contro gli insistenti ritorni offensivi dell'avversario, specialmente grazie al valore delle fanterie della brigata "Cremona" (21° e 22° reggimento).

Il giorno 2, mentre sulle posizioni ad oriente di Gorizia si resisteva con successo ai ripetuti ritorni controffensivi dell'avversario, sul Carso le fanterie della 4a e 45a divisione (brigata Spezia: 125° e 126° reggimento; brigata Barletta: 137° e 138° reggimento; brigata Toscana: 77° e 78° reggimento; brigata Lombardia: 73° e 74° reggimento; brigata Trapani, 143° e 144° reggimento) e i bersaglieri della 1a brigata (6° e 12° reggimento) con rinnovata energia conquistavano l'intero fronte che dal Monte Faiti per l'altura di quota 319 va alla quota 229 sulla strada di Castagnevizza, circa 700 metri ad ovest di questa località. Più a sud furono mantenuti i progressi fatti il giorno precedente, nonostante gli intensi bombardamenti nemici.
Infine nella giornata del 3 novembre, nella zona ad oriente di Gorizia l'azione si limitò ad intenso duello delle artiglierie, mentre sul ciglione settentrionale del Carso le truppe della 49° divisione assalirono le forti alture del Vucognacco (Volkovniak), di quota 123 e di quota 126. Più a sud con un vigoroso balzo di più di un chilometro fu raggiunta la quota 291 e spinta l'occupazione sulla strada di Oppacchiasella sino a 200 metri da Castagnevizza. Verso quota 208 sud folte masse nemiche lanciarono un violento contrattacco; ma furono arrestate e disperse dai tiri concentrati delle nostre artiglierie.

Il giorno 4 novembre, con piccole operazioni offensive nella zona tra Oppacchiasella e Castagnevizza, portammo le nostre linee circa 3000 metri a mezzodì della strada, fronte a sud. Indi l'offensiva fu nuovamente sospesa. Nel complesso dell'azione prendemmo 8982 prigionieri, dei quali 259 ufficiali, 24 pezzi, di cui 13 di medio calibro, 9 lanciabombe 62 mitragliatrici, alcune migliaia di fucili, grandi quantità di munizioni, e di strumenti da zappatore, e di materiali vario di ogni specie.
Nuove intemperie di eccezionale violenza e che (la relazione è del 30 dicembre - Ndr) tuttora perdurano in tutto il teatro di guerra vennero a turbare ancora più gravemente che per il passato le condizioni di vita, delle nostre truppe e ad impedire lo sviluppo di operazioni in grande stile. L'inizio del secondo inverno di guerra poneva a dura prova la mirabile resistenza dei nostri soldati. Nella zona montuosa caddero in grandissima quantità le nevi, in non pochi punti, l'altezza dello strato di neve raggiunse, in altri lo superò, anche i 4 metri.

Il predominio di venti umidi e caldi fu causa di frequenti rovinose valanghe e di slittamenti di estesi campi nevosi; donde interruzioni nelle comunicazioni e dolorose quanto inevitabili perdite di vite umane. Tuttavia l'opera di salvataggio, già organizzata sulla esperienza del precedente anno (furono i due più rigidi e nevosi inverni degli ultimi 60 anni- Ndr) e diretta dalle maggiori autorità militari, recatesi sul posto nei momenti più gravi, valse a risparmiare maggiori danni e ad evitare gravi crisi.
Nella zona bassa, piogge quasi incessanti provocarono piene di fiumi, allagamenti e frane. Il suolo invaso dalle acque si rese, in più punti impraticabile e obbligò sovente i nostri soldati a vigilare sulle linee di difesa immersi nel fango. Fu dunque in tutto il tratto delle operazioni una vera battaglia contro l'avversa natura, che, dura tuttora ostinata. Ma ovunque la forza degli elementi minacci o per disavventura colpisca, le nostre brave truppe, combattono ed operano con la ben nota tenacia, con la paziente forza, di popolo temprato ai colpi dell'avversa fortuna, abituato a far risorgere dalle più grandi rovine sempre la fervida ed operosa vita.

Ancora una volta, il Paese guardava con ammirato e trepido cuore ai suoi soldati, che sotto la tormenta e le incessanti piogge, sulla corona delle Alpi giganti, sul Carso tormentato e in lontane terre d'oltre mare tenevano saldi gli animi nell'aspra lotta contro la cieca furia degli elementi non meno che nelle precedenti vittoriose offensive contro il nemico.
Nei rari intervalli di sosta delle intemperie, si svolsero per iniziativa nostra o del nemico, piccole azioni tattiche dirette da parte dell'avversario a riconquistare talune delle posizioni perdute e da parte nostra ad ampliare e rettificare il fronte raggiunto. Più importanti fra i contrattacchi tentati dal nemico furono quelli che con accanita insistenza esso diresse nelle giornate dal 14 al 17 novembre nella zona ad oriente di Gorizia contro le nostre posizioni sulle pendici nord-ovest dall'altura di San Marco, accompagnandoli con bombardamenti di estrema violenza. Ma, nonostante ogni sforzo, riuscì solo ad occupare qualche elemento di trincea più avanzata. Altro attacco nella zona ad oriente della Vertoibizza, contro le nostre posizioni di quota 102, fu nettamente respinto il 17.
Sul Carso, con frequenti piccoli sbalzi, ampliammo la nostra occupazione specialmente nel settore a nord della strada da Oppacchiasella a Castagnevizza, dove il 10 novembre avanzammo di circa 700 metri da quota 291 a quota 309. Sul margine settentrionale dell'altopiano fu invece l'avversario che riuscì, nella notte del 19, a conquistare un nostro trinceramento sull'altura di quota 126.

Lungo tutto il rimanente esteso ed aspro fronte, con piccole ed ardite operazioni le nostre truppe affrontarono ripetutamente i duri cimenti della guerra di montagna e riportarono notevoli successi. Così nella zona di Valle d'Adige fu conquistato il 26 di ottobre il villaggio di Sano, a sud del Rio Cameras, mantenuto poi contro insistenti attacchi nemici. Nella valle del Posina (Astico) il 12 settembre con ardita scalata fu occupato un certo torrione che si eleva a 1004 metri tra Laghi e Tovo e il 26 successivo fu conquistata una posizione avanzata verso la cima del Sief, che invano l'avversario tentò poi di ritoglierci con successivi violenti attacchi. Nell'alto Boite, allargammo e migliorammo la nostra occupazione nel gruppo delle Tofane, di Lagazuoi e di Fanis, tanto importante per la sicurezza della vicina strada delle Dolomiti. Sulla dorsale delle Alpi Carniche, tra Monte Coglians e Pizzo Collina (alto But), il 1° di ottobre fu conquistato un torrione fortemente presidiato dal nemico. Nella Conca di Plezzo non riuscì invece, il 16 settembre, una nostra irruzione contro la vetta del Rombon, per le gravi difficoltà del terreno e per le poderose difese ivi accumulate dal nemico.
Anche l'avversario tentò in più parti piccole operazioni offensive contro di noi. In Valle d'Astico, riuscito vano ogni sforzo per riconquistare la vetta del Cimone, all'alba del 23 esso vi fece brillare una poderosa mina, che costrinse i nostri a sgombrare la posizione, mantenendola però sotto il tiro d'interdizione delle nostre artiglierie. In Val Sugana, tra il 15 e il 22 settembre, respingemmo insistenti attacchi contro le nostre posizioni tra le vallette di Coalba e Maora e a est del torrente Maso. Nell'alto But, la sera del 7 novembre, dopo intensa preparazione delle artiglierie contro il fronte del Pal Piccolo e Pal Grande, il nemico attaccava quelle nostre posizioni dirigendo i suoi maggiori sforzi contro la vetta dello Chanot, a nord del Pal Piccolo. Fu ricacciato con numerose perdite.

Attivissima fu nel periodo considerato la guerra aerea, limitata da parte nostra ad obiettivi militari con assoluto e costante rispetto degli usi di guerra e delle leggi di umanità e di civiltà. Vi parteciparono anche i dirigibili, che con audaci incursioni notturne bombardarono: impianti ferroviari sulla linea Duino-Trieste (9 settembre) le stazioni di Dottogliano e Scotto sul Carso (25 settembre); colonne nemiche in marcia da Comeno a Castagnevizza (27 settembre).
Tra le operazioni più notevoli dei nostri arditi aviatori meritano di essere ricordati gli attacchi alle linee e agli impianti ferroviari esistenti in Rifenberga, nella Valle Branizza (30 novembre) e sull'altipiano del Carso in Comeno (15 settembre); Scotto e Dottogliano (17 settembre, 31 ottobre, 3 dicembre); Nabresina (3 e 31 ottobre); le incursioni sul campo di aviazione nemico in Prosecco (14 novembre e 6 dicembre); i bombardamenti dell'arsenale del Lloyd e della vicina stazione di idrovolanti in Trieste ( 13 settembre, 14 novembre, 3 e 6 dicembre).
Da parte del nemico la guerra aerea fu, come di consueto contro i centri abitati della pianura veneta e della costiera adriatica. Gli efficaci provvedimenti difensivi da noi adottati valsero spesso ad impedire, sempre ad attenuare, gli effetti della incivile furia nemica. Se ebbero però a deplorare danni e vittime fra la popolazione inerme a San Giorgio di Nogaro, il 14 settembre; a Grigno (Val Sugana il 25; a Staranzano, il 3 di ottobre; a Cervignano, il 9; ad Adria, il 22; a Pieris, il 10 di novembre; a Belluno, il 2.

L'11 dello stesso mese una squadriglia di idrovolanti austriaci bombardava Padova, provocando un vero eccidio in un edificio ove si erano ricoverate un centinaio di persone; nefando delitto che destò raccapriccio e proteste in tutto il mondo civile. Altre vittime e danni si ebbero a Canale San Bovo, il 13 novembre; ad Aquileia, il 14; a Moggio Udinese, il 15 e poi di nuovo nella zona di Aquileia, il 6 dicembre.
Tale attività diede vita a numerosi combattimenti aerei nei quali furono abbattuti 13 velivoli nemici. Noi ne perdemmo solo 4, mantenendo così un'assoluta superiorità sull'aviazione nemica.

Guardando all'anno che volge alla sua fine, l'esercito italiano trae motivo di legittimo compiacimento ed orgoglio dall'entità degli sforzi durati, delle difficoltà vinte, delle vittorie conseguite. Compiuto nell'inverno del 1915-16 lo sviluppo della propria potenza militare, grazie al mirabile lavoro di riorganizzazione e di produzione cui con fede e tenacia partecipava l'intera Nazione, ai primi disgeli primaverili esso sosteneva in Trentino la potente offensiva austriaca, da lungo tempo preparata e alla quale il nemico con insolente albagia dava il carattere di spedizione punitiva per il nostro Paese.

Ma dopo i primi successi dovuti alla preponderanza di mezzi raccolti soprattutto in artiglierie la meditata invasione fu nettamente arrestata e il nemico contrattaccato e costretto a ripiegare in fretta nei monti, dopo avere lasciato sulle balze alpine il fiore del proprio esercito e sperperato armi e munizioni in una fallace impresa di cui scontava poi presto e duramente il fio sui campi della Galizia.
Né il nostro esercito restava in stallo dopo il mirabile sforzo; ma mentre ancora manteneva vigorosa la pressione sul fronte tridentino, allo scopo di guadagnarvi migliori posizioni e di distrarre il nemico sulle nostre intenzioni, concentrati con rapida manovra poderosi mezzi sul fronte Giulio, vi sferrava nei primi di agosto quell'offensiva che determinava in soli due giorni la caduta della fortissima piazza di Gorizia e del formidabile sistema difensivo carsico ad occidente del Vallone.
Doberdò, San Michele, Sabotino, nomi evocanti sanguinose lotte e stragi, cessavano di essere per l'esercito austro-ungarico simbolo di resistenza, vantata insuperabile e divenivano emblemi di vittorie italiche. La baldanzosa affermazione nemica di avere inesorabilmente arrestata la nostra invasione sul fronte da esso scelto e voluto, crollava d'un tratto.

Da quel giorno la nostra avanzata sul Carso si svolgeva costante, irresistibile, se pur interrotta da soste, indispensabili nella guerra odierna a preparare con i mezzi meccanici quell'azione distruttiva senza la quale l'urto di fanterie, pur valorosissime come le nostre, conduce a vani sacrifici di preziose vite umane.
Dei nostri costanti e pieni successi sul fronte Giulia attestano i 42.000 prigionieri, 60 cannoni, 200 mitragliatrici e il ricco bottino di materiali da guerra catturati dall'agosto al dicembre.
Nel tempo stesso in tutto il rimanente teatro delle operazioni, il più aspro, elevato ed impervio tra quelli europei, le infaticabili nostre truppe coglievano nuovi allori lottando contro le forze congiurate del nemico e della natura con un ardore e una tenacia che destavano stupore ed ammirazione negli stranieri convenuti al nostro fronte, per valutare da vicino il mirabile sforzo delle nostre truppe e la vasta opera di organizzazione compiuta.

All'anno che sorge guarda perciò il nostro esercito con serenità e fermezza. Sorretto da unanime consenso della Nazione, da assidue amorevoli cure di Governo e di popolo, da salda fiducia in sé e nella giustizia della causa che difende, augure e guida l'amato Sovrano che dal primo giorno della guerra con rara costanza ne divise le sorti e la vita aspra e perigliosa, esso attende con indefessa alacrità a rinnovare le proprie energie che lo porteranno a compiere gli immancabili destini della nostra gente.
Il 1916 finiva con un bilancio di guerra favorevole all'Italia. Noi avevamo catturato circa 45.000 prigionieri, ci eravamo impadroniti di numerose armi di ogni specie e d'ingente materiale ed avevamo conquistato più di 3000 chilometri quadrati di territorio con 132 comuni che prima della guerra contavano circa 260.000 abitanti. Inoltre avevamo conseguito un grande vantaggio accorciando di quasi 200 chilometri la linea di confine.
Gli sforzi del nostro esercito erano sostenuti mirabilmente dalla Nazione che, nella produzione bellica, aveva fatto notevolissimi progressi.
Lavoravano, infatti, per la guerra 66 stabilimenti militari con 21.645 operai e 12.474 operaie; 932 stabilimenti ausiliari con 344.702 operai e 55.273 operaie. Di questi stabilimenti, ai quali se ne aggiungevano altri 1181 minori destinati alla fabbrica di proiettili, con 30.260 operai e 4597 operaie, 91 producevano materiali metallici, 480 artiglierie, aeroplani, automobili, proiettili, bombe, cartucce, ecc., 352 fabbricavano esplosivi e prodotti chimici. In complesso, alimentavano la guerra 2179 stabilimenti con 468.940 operai, di cui 72.324 donne".

Terminava così la lunga relazione delle operazioni belliche degli ultimi 4 mesi del 1916.
Noi torniamo di nuovo all'inizio di questi quattro mesi....

L'OPERA DI PROPAGANDA DEL GOVERNO
I DISCORSI DI PAOLO BOSELLI A NAPOLI E A MILANO
DISCORSI DELL'ON. BISSOLATI A ROMA E A CREMONA
DISCORSO DEL SENATORE RUFFINI A TORINO

Mentre al fronte, come abbiamo appena letto, in questi ultimi quattro mesi si combatteva, gli uomini del Governo erano infaticabili nella loro opera di propaganda. BOSELLI, instancabile sebbene ottantenne, visitava la zona delle operazioni e faceva sovente udire la sua voce calda e appassionata in varie città d'Italia. Il 27 settembre, a Napoli, dove si era recato a visitare le organizzazioni di resistenza civile e gl'impianti industriali di guerra, pronunciava un discorso in cui, fra le altre cose, diceva:
"Non bastano le vittorie delle battaglie. La guerra può essere ancora aspra; può essere ancora lunga; per vincerla noi dobbiamo fare si che nel Paese si mantenga sempre ardente e sicura e alta l'idea della giustizia della nostra guerra. Se così non fosse, ammirabile pur sempre sarebbe il valore dei nostri combattenti, ma non sarebbe sicura la compattezza, della Nazione sino al giorno della vittoria.
Perciò fatevi tutti, come foste sinora, perseguitori continui dell'idea generatrice, fomentatrice, giustificatrice, sostenitrice della guerra dell'Italia, che è la guerra della civiltà.
Non è soltanto cingendo di allori la fronte dei combattenti che noi possiamo pagare ad essi il nostro sacro debito di riconoscenza, sebbene pensando, come voi appunto fate, alle loro famiglie"
.

E, con l'intento di giustificare la guerra, il ministro aggiungeva:

"Io penso che l'Italia doveva fare la guerra che combattiamo .... Per l'Italia questa guerra è un dovere nazionale. Ma, se altre regioni italiche più prossime agli antichi dominatori, di cui hanno conosciuto la tristezza e l'oppressione, dettero necessariamente l'impeto per la liberazione, noi italiani delle regioni marinare, poiché anch' io sono nato in riva al mare e al mare ho rivolto tutte le ideali aspirazioni della mia vita, dobbiamo tenere per fermo che, se l'Italia non fosse scesa in guerra, tristi giorni per l'avvenire dell'Italia nostra e specialmente per le nostre città marittime sarebbero sorti nella storia ventura delle Nazioni europee ed in particolare nella storia futura del nostro Paese.
Voi qui siete in tale situazione, che non è possibile che non si senta il sospiro dell'Italia verso l'Oriente, che non si senta il sospiro dell'Italia verso i nuovi destini, verso più luminose fortune, che non si senta l'impulso di stringere la nostra, con altre civiltà. Ebbene se l'Italia non fosse scesa in guerra, che cosa sarebbe avvenuto di tutto questo radioso avvenire delle città nostre marinaresche, se le altre potenze avessero deciso dei destini futuri del mondo senza di noi, senza che la forza delle nostre armi, la virtù dei nostri sacrifici, la purità della nostra coscienza e la santità della nostra causa ci avessero dato il diritto di parlare in mezzo a loro nel gran giorno in cui sarà fatta ragione?".

Un discorso politico pronunciò pure il ministro BISSOLATI a Roma,
il 2 ottobre, commemorando Enrico Toti.

Domandandosi perché quel giovane popolano, al quale "sorrideva la vita, che aveva guadagnata la condizione dell'esistenza tranquilla e serena, fosse preso da una furia di martirio, da uno spasimo d'immolazione; perché quest'uomo, che aveva già dato alla Società, nella lotta per il lavoro, una parte di se stesso, avesse sentito ancora il bisogno d'offrire alla Patria, in un momento di crisi storica tutta la sua vita", l'oratore rispondeva: "Perché, o cittadini, egli ha inteso che, a certe ore dell'umanità, l'umanità esige che si siano obliati gl'interessi, che siano obliati i sentimenti individuali. Egli ha inteso che l'umanità non sarà degna di questo nome, finché non sia sicura la vita, finché non sia sicuro lo sviluppo a tutte quante le stirpi, a tutte quante le genti che la compongono. Ed egli, Toti, credeva, come credevate voi, come credevamo noi, credeva che i popoli, finalmente, si sarebbero data vicendevolmente la mano per conquistarsi le giustizie del lavoro. Ma mentre noi questo credevamo, mentre voi credevate questo, o lavoratori, e lo credevamo noi, partito d'avanguardia sociale, un'orda di rapinatori, sbucati dalle foreste del settentrione, si abbatté sul mondo civile per farne il suo bottino. E allora fu che l'Italia sentì il dovere d'intervenire nella lotta, a difesa propria, a difesa della civiltà, a difesa della Patria di tutti i popoli liberi; e allora essa ritrovò in se medesima le antiche virtù romane per opporle ai barbari nuovi, ed essa, l'Italia, ha dissuggellato le tombe in cui giacevano i martiri del Risorgimento, e li ha reincarnati, e li ha gettati contro la forza austriaca. Questo intese Toti, nella sua grande, semplice anima; questo, nella sua grande, semplice anima, intende il popolo di Roma, intende il popolo d'Italia".

BISSOLATI concludeva poi il suo discorso con queste parole:

"Quando saranno passati questi anni di lotta, quando non ci ricorderemo più che mentre qui ancora si discuteva, nelle piazze e in certi ambienti politici, sulla convenienza o meno della guerra, gli eroi alla frontiera sorgevano a centinaia e si offrivano a centinaia i Toti sulle trincee; quando avremo conquistato il diritto della civiltà, il diritto del lavoro pacifico, industre, verranno le madri, conducendo per mano i loro figliuoli, li porteranno a queste lapidi dove è scritto il nome di Battisti, dove è scritto il nome di Toti e diranno: "Figliuoli, se noi oggi possiamo godere la sicurezza del vivere civile, noi lo dobbiamo a costoro che hanno data la loro anima, hanno data la loro vita. Inginocchiatevi e ringraziate". Ma oggi, popolo d'Italia, oggi la pace è lontana. Oggi ancora è dura, è aspra la lotta nel cui braciere ardente Enrico Toti gettò la sua vita, e perciò il popolo non può perdersi a vagheggiare gli idilli lontani. Deve guardare la realtà vicina, e non ha modo di esaltare gli eroi e i martiri del suo sangue se non promettendo a se stesso, come diceva il martire Battisti, di essere in questi giorni, occorrendo, sempre alla frontiera col braccio e col cuore".

L'8 ottobre, acclamato, parlò alla Scala di Milano il presidente BOSELLI. Si disse "commosso alla visione della Patria cinta di nuova gloria, risorta a nuova grandezza d'italiana virtù"; esaltò Milano che aveva dato la prima voce per la guerra liberatrice; affermò che la guerra sarebbe condotta fino alla vittoria completa; esortò a lasciare le piccole e le grandi divisioni dei partiti poiché ispiratore e unificatore del popolo italiano tra il partito della Patria; disse che la guerra era il proseguimento delle Cinque Giornate; elogiò l'organizzazione milanese per l'assistenza civile; accennò alla grande attività dell'industria italiana di guerra e alla relazione esistente tra lo sforzo bellico e la finanza nazionale, e seppe, nel suo applaudito discorso, inserire alcuni punti programmatici del Governo, affermando:
"I nostri combattenti non ci recheranno solamente la vittoria; ci recheranno pure nuove correnti di pensiero e di volontà che saranno correnti rinnovatrici per il Paese stesso. Vi pensi il Paese. II Governo da parte sua non le dimentica. Esso sa quello che si deve pensare e provvedere per le sorti del lavoro nazionale; egli sa che l'Italia, la quale nella guerra dà un nuovo suggello alla sua unità, deve trovare nei reggimenti locali, regionali, provinciali, comunali, una nuova espressione di libertà e di autonomia. Il Governo sa che la scuola deve esser rinvigorita e assumere atteggiamenti più favorevoli al progresso industriale del nostro Paese. Il Governo sa che non solo ha degli obblighi che adempirà verso gli orfani degli estinti che sono della Patria, verso i combattenti alle cui sorti la patria deve provvedere, verso i mutilati e gli invalidi ai quali si deve offrire una nuova vita. Ma il Governo sa che deve anche provvedere alle condizioni troppo dimenticate dei contadini italiani, i quali, o signori, mentre io parlo e voi mi applaudite, combattono e muoiono. E il Governo sa che gioverà pensare con provvide istituzioni la pace sociale sia veramente costituita e il proclamarla non sia monopolio di alcun partito, ma sia concorde volere di tutto il popolo italiano".

Il 15 ottobre, il ministro dell'Istruzione senatore Francesco RUFFINI parlò a Torino, inaugurandovi il Congresso regionale piemontese della "Società magistrale Nicolò Tommaseo". L'oratore riscosse applausi calorosi, quando delineò la figura del Tommaseo, del patriota, che "nato in terra allora ed anche ora straniera, là sull'altra sponda insidiata e pur nostra dell'Adriatico, abbandonò la casa, la famiglia e la città nativa per andare verso la Patria dei suoi ideali, del suo sogno e dell'anima sua, memore soltanto delle antiche sue italiche origini, tutto conquistato da un rapimento di italianità"; applausi quando disse: "Oggi, dopo cinquant'anni, non possiamo non immaginare l'anima del grande dalmata, dall'altra sponda, non ancora conquistata, gridare ancora agli italiani, agli educatori italiani: Educare vale liberare !", e applausi quando affermò essere la guerra nostra guerra creatrice "perché gioverà a creare una coscienza della nostra nazione più intima, più consapevole, più salda e più fiera" e proclamò la fede nei destini vittoriosi del nostro Paese e la necessità che un legame superiore unisse tutti in una religione comune: la religione della Patria".

Grande risonanza ebbe il discorso polemico che l'on. BISSOLATI pronunziò il 29 ottobre a Cremona, commemorandovi CESARE BATTISTI:
"E' fissando gli occhi nei nostri martiri - egli disse - che noi dobbiamo trovare la forza per proseguire la dura aspra lotta che oggi si combatte, per indurre al silenzio le suggestioni dell'egoismo individuale, per respingere gli attacchi che tentarono sorprendere la nostra coscienza e tagliare nervi alla nostra azione. Vengono gli attacchi anche da coloro, è doloroso costatarlo, che parlano in nome di un ideale umanitario, quello stesso a cui noi consacrammo gran parte della nostra vita. Dicono costoro che l'Italia non doveva gettarsi nella guerra, ma starsene tranquilla e beata a contemplare, quasi ciò fosse possibile, l'oceano in tempesta, dal lido sicuro, perché le moltitudini, che hanno per vessillo l'"internazionale" e non hanno per patria che l'umanità mescolandosi a lotte armate a lotte nazionali, vanno contro i propri interessi, vanno contro i propri ideali. Ebbene, la risposta a costoro è semplice e pronta. L'uomo, l'Italiano che in questa lotta di Nazioni toccò i culmini più alti del sacrificio e li toccò consapevolmente, volontariamente, deliberatamente, quest'uomo, Cesare Battisti, "era socialista"!. Socialista egli era di pensiero, di sentimento, di azione. Uomo di studi severi, di questi egli alimentava un suo sentimento che si espandeva e si concretava nell'azione; tuttavia egli come uomo politico e come tribuno, diede tutta l'opera sua ardente e indefessa - sia che partecipasse al Parlamento di Vienna o scrivesse il giornale di propaganda o parlasse nei comizi dei suoi umili villaggi alpini - a creare fra i lavoratori della sua gente quel senso di classe che è stimolo di progressi civili; ma egli sentiva che le ascensioni di classe, lungi dall'essere fine a se stesse e dall'esaurirsi nella soddisfazione dei bisogni materiali, esprimono lo sforzo di queste classi a conquistarsi un'anima, a conquistarsi la coscienza della propria personalità etnica, la coscienza dei propri doveri di fronte all'umanità, la coscienza del proprio ufficio nella storia".

Dopo aver ricordato Bissolati un altro eroe, anche lui assertore del socialismo, CARLO PISACANE, parlato della condotta dei socialisti tedeschi, spiegati i motivi per cui non pochi socialisti italiani avevano voluto la guerra, esaltato il gesto di Cesare Battisti, il quale aveva compreso che "per salvare la nostra gente tridentina e adriatica, per salvare la nostra vita autonoma di Nazione, per salvare il nostro avvenire, bisognava salvare la libertà e la civiltà d'Europa e, malgrado l'offerta del suo Trentino fattaci dal nemico, era corso fra il popolo italiano per spingerlo alla guerra", e dopo avere, infine, stigmatizzato tutti coloro che serbavano rancore al Battisti per la sua volontaria immolazione, Bissolati concluse dicendo che "...la guerra doveva continuare fino a che non fossero redente le nostre terre, ricostituito il Belgio, rifatta la Serbia, restituita intera a se stessa la Francia, liberati i rumeni dal giogo magiaro e posto nell'impossibilità di ripetere l'attacco chi aveva attentato alla pace del mondo: Noi non vogliamo, e sarebbe stoltezza, attentare a nostra volta all'esistenza e indipendenza del popolo germanico. Esso è una realtà che non si sopprime e che non sarebbe utile alla civiltà fosse soppressa e mutilata. Al contrario noi vogliamo liberarla dalle sue micidiali ebbrezze e dal dominio di coloro che lo hanno inebriato per farsene strumento ai loro delittuosi disegni. Noi vogliamo sperare che il giorno in cui i nostri colpi faranno vacillare il militarismo prussiano, la voce di Liebeknecht, oggi soffocata nel carcere, diventerà la voce di tutto il popolo tedesco. Ma a questo militarismo barbarico che fu il nido dell'orrenda congiura contro la pace bisogna spezzare l' arma nel pugno.

Quest' arma è l'impero austro-ungarico. Finché esiste quella compagine mostruosa, quello Stato che è la negazione e la compressione di tutte le nazionalità che non siano la tedesca e la magiara, la Germania imperiale potrà sempre allungare su di essa la mano per farsene arma e valersi della sua enorme potenza per tornare alla riscossa. Bisogna che il mostro dalle molte teste sia ucciso e dal suo corpo bisogna che balzino vive tutte le stirpi che stanno dolorosamente compresse nella sua artificiosa unità. Fin quando questa meta non sarà raggiunta, parlare di pace è la peggiore insidia alla pace. Chi parla di pace in questo momento non vuole la pace, ma vuole l'armistizio a favore della Germania e dell'Austria (*). Non per questo Cesare Battisti gettava fra l'Italia e l'Austria la sua vita fiorente. Egli volle che il suo corpo penzolasse dal laccio per scavare tra Italia ed Austria una voragine che non potrà essere colmata. Perché si possono, col passare dei lustri, perdonare a vicenda i fiumi di sangue sparsi in aperta battaglia; ma non si potrà mai perdonare l'oltraggio codardo che l'Austria ci ha lanciato adoperando il carnefice contro soldati italiani. No, noi non perdoniamo, noi non perdoneremo neppure quando gli alpini nostri entreranno a Trento e a San Giusto sventolerà il tricolore. Non perdonare vuol dire combattere finché lo Stato austriaco sia disciolto e scomparso dalla vita d'Europa".

(*) Nel successivo capitolo parleremo proprio di queste trattative di pace avviate dai governi tedesco, austroungarico, bulgaro e turco con una nota ai governi dell'Intesa…..

… Le vaghe trattative di pace a fine dicembre 1916 > > >

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
TREVES - La guerra d'Italia nel 1915-1918 - Treves. Milano 1932
A. TOSTI - La guerra Italo-Austriaca, sommario storico, Alpes 1925
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

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