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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1917 (4)

PROPOSTE DI WILSON - GLI AUSTRO-TEDESCHI DICONO "NI"

LA NOTA TEDESCA - NOTE AI PAESI NEUTRALI - NOTA DEL GIAPPONE A FAVORE USA
SINGOLARE INTERVENTO DEI SOCIALISTI ALLA NOTA DI WILSON
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Mentre alla nota (vista nella precedente puntata) del Presidente degli Stati Uniti WILSON, giungeva la risposta degli Alleati, la Germania e l'Austria-Ungheria indirizzavano separatamente una nota ai Governi delle Potenze neutrali.
Quella tedesca era concepita nei seguenti termini:

"Il Governo imperiale ha ricevuto per mezzo del Governo degli Stati Uniti, della Spagna e della Svizzera la risposta dei suoi avversari alla nota del 12 dicembre in cui la Germania, d'accordo con i suoi Alleati, proponeva d'entrare in trattative di pace.
Gli avversari respingono la proposta con la motivazione che essa è priva di sincerità e di serietà. La forma di cui rivestono le loro comunicazioni esclude che si risponda loro. Ma il Governo Imperiale ci tiene ad esporre ai Governi delle Potenze neutrali i suoi criteri sulla situazione di fatto. Le potenze Centrali non hanno alcun motivo alla discussione sulle origini della guerra. La storia giudicherà a chi ne spetti l'enorme colpa; il suo verdetto non potrà non tener conto della politica di accerchiamento dell'Inghilterra, della politica di rivincita della Francia, delle mire russe su Costantinopoli, delle agitazioni della Serbia, dell'assassinio di Serajevo, della mobilitazione generale russa che significava la guerra con la Germania.
La Germania e i suoi Alleati, che dovettero prendere le armi per la difesa della libertà e dell'esistenza, considerano raggiunto questo loro scopo. Per contro le Potenze nemiche si sono allontanate sempre più dalla realizzazione dei loro piani, che secondo le dichiarazioni dei loro uomini di Stato responsabili, mirano tra l'altro alla conquista dell'Alsazia-Lorena e di parecchie province prussiane, all'umiliazione e alla diminuzione della Monarchia austro-ungarica, alla spartizione della Turchia, alla mutilazione della Bulgaria.

"In vista di tali scopi di guerra, produce un'impressione sorprendente la domanda di espiazioni, restituzioni e garanzie in bocca al nemico. Gli avversari chiamano manovra di guerra la proposta di pace delle quattro Potenze alleate. La Germania e i suoi Alleati devono protestare con tutta l'energia contro il fatto che i loro motivi apertamente esposti sono falsati in tal modo. La loro convinzione era che una pace giusta e accettabile da tutti i belligeranti sia possibile e che possa essere raggiunta con uno scambio diretto di vedute e che perciò non si dovesse assumere la responsabilità di un ulteriore spargimento di sangue. Essersi dichiarati pronti senza riserve a comunicare le loro proposte di pace al momento di entrare nelle trattative, contraddice ad ogni dubbio sulla loro sincerità.

" Gli avversari, nelle cui mani stava l'esaminare il contenuto della profferta, non tentarono tale esame né fecero controproposte; invece dichiararono impossibile la pace fino a che non sia garantita la riparazione dei diritti e delle libertà offese, il riconoscimento del principio delle nazionalità e della libera esistenza dei piccoli Stati. Quella sincerità che gli avversari negano alla proposta delle quattro Potenze non potrà essere ammessa dal mondo per queste domande, se si pensa al destino del popolo irlandese, alla distruzione della libertà e dell'indipendenza della repubblica boera, all'assoggettamento dell'Africa settentrionale da parte dell'Inghilterra, della Francia e dell'Italia, all'oppressione dei popoli stranieri da parte della Russia e infine alle violenze sulla Grecia che è senza esempio nella storia.

" E anche il muovere lagnanze sulle supposte violazioni di diritto da parte delle quattro Potenze alleate non spetta a quelle Potenze che dal principio della guerra calpestano il diritto ed hanno stracciato i trattati. L'Inghilterra, fin dalle prime settimane di guerra, si sciolse dalla dichiarazione di Londra, il cui contenuto era stato riconosciuto dai suoi delegati come valido, e violò poi gravemente anche le dichiarazioni di Parigi cosicché a causa delle sue misure arbitrarie subentrò per la guerra di mare una condizione di assenza di ogni diritto. La guerra per mettere alla fame la Germania e la pressione esercitata sui neutrali nell'interesse dell'Inghilterra stanno in stridente contrasto con le norme di diritto e con i dettami dell'umanità.
Egualmente contrario al diritto delle genti e ai principi di civiltà è l'impiego di truppe di colore in Europa, e aver portata la guerra in Africa violando i trattati esistenti e distruggendo il prestigio della razza bianca in quel continente. L'inumano trattamento dei prigionieri specialmente in Africa e in Russia, la deportazione delle popolazioni civili dall'Alsazia-Lorena, dalla Galizia, dalla Bucovina, dalla Prussia orientale sono nuove prove del come l'avversario rispetti i diritti della civiltà.

" Alla fine della loro nota del 30 dicembre, gli avversari ricordano la speciale situazione del Belgio. II Governo Imperiale non può riconoscere che il Governo Belga abbia sempre osservato i doveri impostigli dalla neutralità. Già prima della guerra, il Belgio, sotto l'influenza dell'Inghilterra, si era assoggettato militarmente all'Inghilterra e alla Francia e con ciò aveva agito contrariamente allo spirito di quei trattati che dovevano assicurargli l'indipendenza e la neutralità. Due volte il Governo Imperiale dichiarò al Governo belga che esso non entrava nel Belgio da nemico e pensava di risparmiargli gli orrori della guerra. Gli offerse, per questo caso, di garantire pienamente lo stato di possesso e l'indipendenza del regno e di riparare a tutti i danni cagionati dal passaggio delle truppe tedesche.
È noto che il Regio Governo Britannico nel 1887 era deciso a non opporsi all'acquisto del diritto di passaggio attraverso il Belgio sotto quelle condizioni: Il Governo belga respinse le ripetute offerte del Governo Imperiale. Su di esso e su quelle Potenze che lo indussero a tale contegno ricade là responsabilità del destino che ha colpito il Belgio. Le accuse sulla condotta della guerra in Belgio e sulle misure colà prese nell'interesse della sicurezza militare furono ripetutamente respinte come false dal Governo Imperiale; ed esso protesta nuovamente ed energicamente contro queste calunnie.

" La Germania e i suoi Alleati hanno fatto l'onesto tentativo di porre fine alla guerra e avviare un accordo tra i belligeranti. Il Governo Imperiale costata che dipendeva soltanto dalla decisione dei suoi avversari se la via della pace dovesse essere presa o no. I Governi nemici hanno rifiutato di prenderla. Ricade su di essi l'intera responsabilità del proseguimento dello spargimento di sangue. Le quattro Potenze alleate proseguono la lotta con tranquilla sicurezza fidando nel loro buon diritto finché sia raggiunta una vittoria che garantisca ai loro popoli l'onore, l'esistenza, la possibilità di sviluppo, e doni a tutti gli Stati d'Europa il beneficio di lavorare in comune alla soluzione del grande problema di civiltà con rispetto reciproco e con eguaglianza di diritto".

Dopo queste note non si poteva più parlar di pace, finiva il periodo dei tentativi, più o meno sinceri, di intavolar trattative e se ne iniziava un altro di polemiche.

Mentre GUGLIELMO II, sdegnato, rivolgeva al suo popolo un vibrante proclama in cui assicurava che Dio avrebbe dato alle quattro Potenze alleate "la piena vittoria, sulla nemica avidità di potenza e rabbia di distruzione" e il Re LUIGI di BAVIERA plaudiva all'imperatore e dichiarava di voler proseguire la lotta, imposta agli Imperi Centrali, per forzare i nemici a quella pace che essi negavano, il ministro tedesco degli esteri ZIMMERMANN accordava al corrispondente dell'"Associated Presse" un'intervista, in cui diceva di considerare la risposta degli Alleati al Presidente Wilson come la chiusura della porta della pace; l'Agenzia "Reuter" commentava con una nota ufficiosa le note degli Imperi Centrali ai Paesi neutrali; il ministro degli esteri britannico BALFOUR inviava al Governo degli Stati Uniti, per mezzo dell'Ambasciatore a Washington, alcune osservazioni esplicative intorno alla nota degli Alleati; BRIAND faceva alla Camera francese recise dichiarazioni circa la risposta al Wilson e lo ZAR indirizzava al nuovo presidente dei ministri, principe di GALITZIN, un rescritto in cui fra, l'altro diceva: "In completa solidarietà con i nostri fedeli Alleati, non ammettendo il pensiero della conclusione della pace prima della vittoria definitiva, credo fermamente che il popolo russo, sopportando con abnegazione il peso della guerra, compirà il suo dovere fino alla fine senza arrestarsi dinnanzi ad alcun sacrificio".

La risposta dei due gruppi belligeranti alla sua nota, se al presidente WILSON dispiacque non lo dissuase dall'intromettersi, sebbene non richiesto, fra i contendenti.

WILSON PARLA AL SENATO AMERICANO

Il 22 gennaio lesse al Senato degli Stati Uniti un "messaggio", in cui, accennando alla sua nota del 18 dicembre e delle risposte ricevute, cosi continuava:

"E' inconcepibile che il popolo degli Stati Uniti non debba esplicare un'azione in questo grande avvenimento. La partecipazione ad un tale servigio sarà l'occasione che cerca esso stesso in virtù degli stessi principi e degli scopi della sua costituzione e della politica del suo Governo, che il Paese ha sempre approvato. Spetta al popolo americano ed alle altre Nazioni del mondo di esporre le condizioni alle quali vuol sentirsi libero di render il servigio stesso. E questo è nientemeno che il seguente: aggiungere la sua autorità e il suo potere alla autorità e alla forza delle altre Nazioni per garantire la pace e la giustizia del mondo.
"Una tale soluzione non potrebbe ora essere lungamente differita. E' giusto che, prima di agire, il Governo formuli francamente le condizioni alle quali si sentirebbe di far approvare al nostro popolo la sua formale e solenne adesione alla lega per la pace. Sono qui per cercare di esporre tali condizioni. Anzitutto occorre metter fine alla guerra attuale. Ma dobbiamo dire per riguardo all'umanità e per quanto si riferisce alla nostra partecipazione alle garanzie della pace futura, che ci sono grandi divergenze circa il modo con cui la guerra deve finire e circa le condizioni alle quali la pace deve essere conclusa. I trattati e gli accordi che debbono condurre alla pace devono comprendere condizioni le quali creano una pace che sarà approvata dall'umanità, e non soltanto una pace che serva agli interessi generali ed agli scopi immediati degli Stati impegnati.

"Noi non avremo voce per determinare quali saranno tali condizioni, ma avremo, se sono certo, una voce per determinare se saranno durevoli o no. In virtù delle garanzie di una convenzione universale ...., la convenzione per una pace operativa, che non comprenda il popolo del nuovo mondo, non può essere sufficiente ad assicurare l'avvenire contro la guerra, e non di meno non vi è che una specie di pace che i popoli dell'America potrebbero garantire. Gli elementi della pace debbono essere elementi che assicurino la fiducia, che soddisfacciano ai principi dei Governi americani, elementi compatibili con la fede e con le convenzioni politiche che i popoli dell'America adottarono una volta per sempre ed intrapresero a difendere.
"Non voglio dire con ciò che un Governo americano metterebbe ostacoli alle condizioni di pace se i Governi attualmente in guerra le accettassero, né che cercherebbe di sconvolgerle quando fossero stabilite in una maniera qualsiasi. Io non ammetto che una cosa, ed è che le sole condizioni di pace non soddisferanno neppure gli stessi belligeranti. I soli accordi non possono assicurare la pace: sarà assolutamente necessario che sia creata una forza che garantisca la permanenza dell'accordo, una forza talmente superiore a quella di qualsiasi alleanza finora formata o progettata, che non uno Stato, ma neanche una combinazione probabile di Stati possa affrontarla o resisterle.

"Perché la pace futura sia duratura occorre che sia assicurata da una forza superiore, organizzata dall'umanità. La questione da cui dipendono la pace e la politica futura del mondo è questa: la guerra attuale è una lotta per una pace giusta e assicurata o soltanto per un nuovo equilibrio fra gli Stati? Se non fosse che una lotta per un nuovo equilibrio fra gli Stati, chi garantirà, chi può garantire 1a stabilità del nuovo accordo? Soltanto una "Europa tranquilla" può essere una "Europa stabile".
Deve esserci non un equilibrio di Stati, ma una comunità di Stati; non debbono esservi rivalità organizzate, ma una pace comune organizzata. Fortunatamente abbiamo ricevute assicurazioni molto esplicite su questo punto .... Ma riteniamo che tali assicurazioni non possono essere egualmente chiare per tutti e non possono essere le stesse dalle due sponde.

"Penso che sarebbe utile che io tentassi di esporvi come noi comprendiamo che debbano essere:
importano anzitutto che vi dovrebbe essere una pace senza vittoria .... Una vittoria significherebbe una pace imposta a colui che perde e le condizioni del vincitore imposte al vinto. Essa sarebbe accettata con umiliazione a prezzo di insopportabili sacrifici e lascerebbe un rancore ed un amaro ricordo sui quali riposerebbero le condizioni della pace.... La sola pace che può durare è quella fra eguali, la sola pace i cui principi sono l'eguaglianza e la partecipazione comune al beneficio comune. Un giusto stato di spirito e un giusto sentimento tra le Nazioni sono altrettanto necessari per una pace duratura quanto la giusta soluzione di vessate questioni territoriali o di razza o di nazionalità.

"L'uguaglianza degli Stati sulla quale la pace deve essere fondata perché sia duratura deve poggiare sull'eguaglianza di diritto. Le garanzie scambievoli non debbono né riconoscere né implicare una differenza fra grandi e piccoli Stati, fra quelli che sono potenti e quelli che sono deboli. Occorre che il diritto sia basato sulla forza comune e non sulla forza individuale degli Stati dalla cui unione la pace dipenderà. Non potrebbe naturalmente esservi eguaglianza di territori e di risorse di alcun altro genere. L'eguaglianza non potrebbe essere nemmeno ottenuta nello sviluppo ordinario, pacifico, legittimo degli stessi popoli. Ma nessuno chiede né attende qualche cosa di più dell'eguaglianza dei diritti. Vi è però qualche cosa di più grave ancora che la stessa eguaglianza, dei diritti fra le Nazioni organizzate. Nessuna pace può durare che non riconosca e non accetti il principio che i Governi traggono il loro potere dal consenso di coloro che sono governati e che non esiste il minimo diritto di far passare di mano in mano, da potentato a potentato, i piccoli, come se essi costituissero un patrimonio .... Ogni pace che non riconosca e non accetti questo principio sarà inevitabilmente distrutta. Essa non riposerà sulle inclinazioni e sulle convinzioni dell'umanità, e gli spiriti agitati delle popolazioni lotteranno sottilmente e costantemente contro di essa con l'approvazione di tutto il mondo. II mondo vivere in pace solo se la sua vita è stabile, e non vi può essere stabilità dove vi è desiderio di ribellione, ma dove vi è tranquillità di spirito e sentimento di giustizia, di libertà, di diritto.

"D'altra parte, per quanto è possibile, a ciascuno dei grandi popoli, che lottano attualmente per il pieno sviluppo delle loro risorse e della loro potenza, dovrebbe essere assicurato uno sbocco verso le grandi vie del mare. Là dove questo risultato non può essere ottenuto con la cessione di territorio, non vi è dubbio che debba essere raggiunto con la neutralizzazione e con diritti di passaggio sotto le garanzie generali che assicureranno la pace stessa. Con un giusto Comitato di controllo, nessuna Nazione deve essere privata del libero accesso alle vie aperte del commercio mondiale e le strade del mare debbono essere libere in diritto e in fatto al tempo stesso.
La libertà dei mari è una condizione sine qua non di pace, di eguaglianza e di cooperazione. Non vi è dubbio che una nuova revisione un po' più radicale di molte regole della pratica internazionale sinora stabilita, sia necessaria
per rendere i mari realmente d'uso del genere umano, ma il motivo del cambiamento deve convincere e obbligare; altrimenti non vi può essere fiducia e sicurezza nelle relazioni fra i popoli, mezzo essenziale per il progresso, per la pace e per il loro sviluppo. Deve essere difficile definire ed assicurare la libertà dei mari se i Governi del mondo deliberano di arrivare ad un accordo a tale proposito? È questo un problema il quale si ricollega da vicino alle limitazione degli armamenti navali e alla cooperazione delle marine del mondo per mantenere la libertà e la sicurezza dei mari.

"La questione della limitazione degli armamenti navali apre la questione, più complessa e forse più difficile, della limitazione degli eserciti e di tutti i preparativi militari. Considerate le difficoltà e la delicatezza di tali questioni, è opportuno affrontarle con la maggiore benevolenza e risolverle con uno spirito di reale conciliazione, se la pace deve essere conclusa. Non si potrebbe pervenire alla pace se non si facessero concessioni né sacrifici; non potrebbe esistere un sentimento di sicurezza e di eguaglianza fra le nazioni se i grandi armamenti coi quali si cerca sempre una superiorità, dovessero ormai sussistere.
Gli uomini di Stato nel mondo devono elaborare piani per la pace e le Nazioni devono regolare la politica in conformità di questi piani, come alcuni progettarono la guerra e si prepararono a rivalità e a lotte spietate. La questione degli armamenti, sia per terra sia per mare, è una questione pratica, la quale si ricollega strettamente ed immediatamente con i destini delle Nazioni e dell'umanità.

"Ho parlato senza riserbo di importanti argomenti e nel modo più esplicito, perché mi è parso necessario, se vi è in qualche parte del mondo un ardente desiderio di pace, di levare una voce ed un'opinione libera. Forse sono la sola persona di alta autorità fra tutti i popoli che abbia la libertà di parlare senza alcun riserbo. Io parlo a titolo personale e nondimeno parlo anche, naturalmente, come capo responsabile di un Grande Governo e sono certo di avere detto ciò che il popolo degli Stati Uniti desidera di dire.
Posso aggiungere che spero e credo di parlare in realtà per i liberali e per gli amici dell'umanità di tutte le Nazioni. Amo credere di parlare per la massa silenziosa dell'umanità, per coloro che ebbero occasione di esprimere i loro lamenti circa la morte e la rovina che videro abbattersi sulle persone e sui focolari che avevano più cari. Ed esprimendo la speranza che il popolo ed il Governo degli Stati Uniti metteranno d'accordo le altre Nazioni civili del mondo per garantire la stabilità della pace sulle basi che ho esposte, parlo con maggiore audacia e fiducia, perché è chiaro, per ogni uomo che pensa, che non vi è in questa premessa alcuna violazione delle nostre tradizioni e della nostra politica nazionale, ma vi è piuttosto la realizzazione di tutte le nostre idee, di tutti i nostri sforzi.

" Propongo, dunque, che le Nazioni con un solo accordo adottino come dottrina mondiale la dottrina di Monroe, cioè che nessuna nazione debba cercare di estendere la sua politica su qualsiasi altra Nazione o su qualsiasi altro popolo, ma che si debba lasciare a ciascun popolo la libertà di determinare la sua propria politica, la sua propria maniera di svilupparsi senza che sia impedito, senza che sia minacciato dai piccoli come dai grandi e potenti popoli. Propongo che tutti gli Stati evitino ormai di stabilire reti di alleanze che li metterebbero in una competizione di potenza, li prenderebbero in un nodo di intrighi e di rivalità egoistiche e turberebbero i loro affari con influenze provenienti dall'estero.
Non vi deve essere il groviglio delle alleanze nel concerto delle forze. Quando tutto il mondo si unisce per agire nello stesso senso e allo stesso scopo, tutto il mondo agisce nell'interesse comune, ed è libero di vivere la sua vita sotto la protezione comune. Propongo il Governo per consenso dei Governati; quella libertà dei mari che, in successive conferenze internazionali, i rappresentanti degli Stati Uniti hanno sostenuto con l'eloquenza di coloro che sono i convinti discepoli della libertà; e quella moderazione degli armamenti che fa degli eserciti o delle flotte una forza semplicemente per il mantenimento dell'ordine e non uno strumento d'aggressione o di violenza egoistica.

" Sono questi i principi americani, è questa la politica americana e non possiamo non seguirli. Essi sono anche i principi di una politica di genti previdenti di ogni parte del mondo, di tutte le Nazioni moderne, di tutte le comunità illuminate.
Sono i principi dell'umanità, e questi debbono prevalere".

La disputa diplomatica sulle profferte di pace ebbe un'eco nel Landtag prussiano dove il 17 gennaio, inaugurando la seduta d'apertura, il presidente pronunciò violente parole nei riguardi dell'Intesa e riscosse le approvazioni dell'assemblea quando disse:
"Bisogna combattere finché gli altri preghino per ottenere la pace". Il ministro delle finanze, LENTZE, presentando il bilancio affermò che la Germania avrebbe tenuto duro fino alla vittoria: "La nostra sicurezza e la nostra fiducia rimangono salde come rocce. Dal primo all'ultimo siamo penetrati da questa convinzione: non saremo vinti e ci rimarrà la vittoria".

Il 25 gennaio, alla Camera Ungherese, rispondendo ad un'interrogazione, il presidente del Consiglio, TISZA, detto che il governo austro-ungarico salutava con simpatia ogni tentativo di ricondurre la pace, affermato che lo scopo dell'Intesa era quello della spartizione della Monarchia asburgica e dell'Impero ottomano, sostenuto che tutta l'opinione pubblica ungherese teneva in onore il principio di nazionalità e che in territorio dove razze e nazionalità, vivono mescolate, è impossibile che ogni razza formi uno Stato nazionale, terminò dichiarando: "Noi, fedeli alla nostra tradizionale politica estera ed all'atteggiamento assunto nella nostra azione per la pace, siamo pronti, insieme all'Impero Centrale a fare quanto possibile per assicurare ai popoli europei una pace durevole".
Anche nel Parlamento giapponese le questioni della guerra e della pace diedero occasione a dichiarazioni del Governo. Il ministro degli Esteri disse che il Giappone faceva tutti gli sforzi per collaborare alla finale vittoria degli Alleati, che aveva aderito alle deliberazioni della Conferenza economica di Parigi, che la guerra aveva dimostrato l'incrollabile saldezza e gli indiscutibili benefici dell'alleanza con l'Inghilterra e degli accordi con la Russia, e dichiarò infine che le relazioni del Giappone con le potenze neutrali, compresi gli Stati Uniti, erano cordialissime.

IL SINGOLARE INTERVENTO DEI SOCIALISTI

In Italia il messaggio di WILSON al Senato americano, provocava la seguente mozione del Partito Socialista Ufficiale, presentata sul finire del gennaio dagli onorevoli MAZZONI, MERLONI, MODIGLIANI, MUSATTI, PRAMPOLINI, TREVES e TURATI:

"La Camera, constatato che il Messaggio del Presidente Wilson al Senato degli Stati Uniti, in esplicazione della precedente sua Nota - con la quale esortava gli Stati belligeranti, chiariti i fini essenziali da essi rispettivamente propostisi, a discutere preliminari di una pace ragionevole e vantaggiosa per tutti - precisa in modo definitivo i principi fondamentali, in base ai quali le trattative dovrebbero essere condotte, affermando nettamente come debbano essere posti fuori discussione l'eguale diritto di tutti i popoli, piccoli e grandi, a disporre liberamente di se stessi, l'indipendenza di tutte le Nazioni nella spontanea, e più vasta cooperazione ai fini della civiltà, la comune libertà dei mari, la neutralizzazione degli accessi e dei punti di convergenza delle stirpi, e proponendo, come garanzie contro future aggressioni, la riduzione degli armamenti alle semplici necessità della polizia interna ed internazionale, l'organizzazione di una forza superiore che risolva con equità i conflitti internazionali e una Lega degli Stati, che ne faccia rispettare i verdetti;
-- ritenuto che tali principii non potrebbero essere disconosciuti da nessuno Stato costituito sui fondamenti di una sana e moderna democrazia, e che la loro attuazione segnera, con la cessazione della guerra presente, l'allontanamento delle cagioni più imminenti di altre guerre nell'avvenire, il ristabilito impero dell'umanità e della ragione nei rapporti internazionali, l'assicurata prosperità di tutte le Nazioni e la salvezza dell'Europa; considerando che la forte e nobile iniziativa del rappresentante la grande Repubblica americana, mentre riflette realisticamente gl'interessi e il pensiero propri di una borghesia che ha raggiunto il fastigio della propria evoluzione di classe, di fronte alle anacronistiche velleità delle sopravvenienze feudali e militaresrhe che intorbidano tuttora la vita degli antichi regimi, e in opposizione al brigantaggio sopraffatto o che si cela nei vari e contrastanti imperialismi, risponde al tempo stesso agli imperiosi ammonimenti che scaturiscono dalla impotenza, ogni giorno più evidente, della violenza armata, a comunque risolvere le contese che determinarono la guerra;
-- che, di conseguenza, tale iniziativa trasporta i principii così eloquentemente proclamati, dalle sfere dell'idealismo filosofico ed umanitario sul terreno saldo di una realtà storica, cui sarebbe vano e stolto tentare di contendere a lungo l'immancabile trionfo; - fiduciosa, infine, che nessuno degli Stati alleati dell'Intesa vorrà assumere su di sè la tremenda responsabilità di ostacolare il successo della proposta americana, salutata dalle concordi speranze e dai voti dei popoli, che il prolungarsi delle guerra condurrebbe al rinnegamento e alla distruzione della propria civiltà o del proprio benessere;
-- riconosce nell'intervento del Presidente degli Stati Uniti un atto di sapiente interpretazione delle supreme leggi del determinisrno storico, in rapporto alle esigenze impellenti dell'ora che volge, non meno che alle condizioni necessarie di un civile svolgimento della convivenza sociale nella presente fase dell'economia e della storia del inondo;
-- e invita il Governo nazionale ad accogliere per conto proprio le proposte, e ad agire risolutamente sui governi alleati affinché, per quanto da essi dipende, le proposte stesse possano tradursi in breve termine nel dominio della realtà irrevocabile".

Ma, mentre i socialisti ufficiali italiani presentavano la loro mozione per la pace, l'inasprimento della guerra si decideva in Germania, dove il Governo e le autorità supreme dell'Esercito e della Marina furono concordi nello stabilire che si togliesse ogni limitazione all'uso e all'azione dei sommergibili.
Di questa decisione fu fatto consapevole il Governo degli Stati Uniti il 31 gennaio del 1917 con una nota in cui, fra l'altro, era detto:
"Il tentativo di pace dei quattro Alleati, è naufragato di fronte alla brama di conquista degli avversari che vogliono dettare la pace. Sotto l'insegna del principio di nazionalità essi hanno rivelato lo scopo della guerra: di smembrare e di disonorare la Germania, l'Austria-Ungheria, la Turchia e la Bulgaria.
Al desiderio di conciliazione contrappongono la volontà d'annientamento; vogliono la lotta all'estremo. Sorge così una nuova situazione che costringe la Germania a nuove decisioni. Da due anni e mezzo l'Inghilterra abusa della sua potenza navale nel criminoso tentativo di costringere la Germania ad arrendersi per fame. Con dispregio brutale del diritto internazionale, il gruppo di Potenze guidato dall'Inghilterra non soltanto impedisce il legittimo commercio dei suoi avversari, ma, con una pressione senza riguardi, costringe anche gli Stati neutrali a rinunciare a qualsiasi traffico onorevole ad essa non gradito od a limitare il commercio secondo le sue arbitrarie prescrizioni.

"Il popolo americano conosce gli sforzi fatti per indurre l'Inghilterra e i suoi Alleati a ritornare al diritto internazionale e al rispetto della libertà dei mari. Il Governo inglese persiste nella guerra di affamare la Germania, e ciò non colpisce la forza militare del nemico, ma impone alle donne, ai bambini, ai malati e ai vecchi di sopportare, per amor patrio, privazioni pericolose per l'energia del popolo. Così la cupidigia di dominio inglese accumula, a cuore freddo, i dolori del mondo, incurante d'ogni legge d'umanità, incurante delle proteste dei neutrali gravemente danneggiati, incurante persino del muto anelito alla pace dei popoli dei suoi Alleati. Ogni giorno di continuazione della terribile lotta reca nuove devastazioni, nuove miserie e nuove morti. Ma se n'abbreviamo la fine conserverà la vita di migliaia di valorosi combattenti delle due parti e sarà un beneficio per l'umanità tormentata. Il Governo Imperiale non potrebbe assumere la responsabilità dinnanzi al popolo tedesco e dinnanzi alla storia di lasciare intentato qualsiasi mezzo per affrettare la fine della guerra.

"Con il signor Presidente degli Stati Uniti, la Germania aveva sperato di raggiungere questo scopo mediante negoziati. Poiché gli avversari hanno risposto al tentativo d'accordo con un'intimazione di lotta più aspra, il Governo Imperiale, se vuol servire nel vero senso l'umanità, e non commettere una colpa contro il suo popolo, deve ormai continuare la lotta nuovamente impostagli per l'esistenza con il pieno impiego delle sue armi. Esso deve pertanto, lasciar cadere anche la limitazione impostasi sinora nell'impiego dei suoi mezzi di una lotta sul mare. Confidando che il popolo americano e il suo Governo si renderanno conto dei motivi di questa decisione e della sua necessità, il Governo Imperiale spera che gli Stati Uniti giudicheranno la nuova situazione dall'alta torre dell'imparzialità e coopereranno anche da parte loro ad impedire altre miserie ed evitabili sacrifici di vite umane".

Unito alla Nota vi era un "memorandum", il quale diceva che, dal l° febbraio, nelle zone sbarrate intorno alla Gran Bretagna, alla Francia, all'Italia, e nel Mediterraneo orientale ogni traffico marittimo sarebbe stato combattuto con tutte le armi. Delimitate le zone sbarrate, il memoriale ricordava che i piroscafi delle Potenze neutrali entrandovi lo farebbero a loro rischio.
Quei vapori che si trovavano in viaggio per i porti sbarrati dovevano essere avvertiti subito; quelli che si trovavano nella zona sbarrata dovevano uscirne prima del 5 febbraio.
Il traffico dei piroscafi americani regolari con passeggeri poteva continuare purché avesse Falmouth come punto di destinazione e nell'andare e venire toccassero Scilly e un punto a 50 gradi di latitudine nord e 20 di longitudine ovest dove non si porranno mine. I piroscafi dovevano essere dipinti a strisce e battere la loro bandiera. Ogni settimana un naviglio potrebbe recarsi a Falmouth e uno partirne. Il Governo americano doveva garantire che i navigli non avrebbero operato nel contrabbando. Note conformi furono trasmesse contemporaneamente agli altri Governi neutrali.

La decisione tedesca d'intensificare la guerra con i sommergibili non poteva lasciare indifferenti gli Stati Uniti. Il 3 febbraio, in un messaggio al Congresso, il presidente WILSON annunciò che aveva rotto le relazioni diplomatiche con la Germania, richiamato l'ambasciatore americano da Berlino e licenziato quello tedesco a Washington.
Wilson aggiungeva che "ůse navi e vite americane dovessero subire offesa dai sottomarini tedeschi, in contravvenzione sconsiderata degli accordi giusti e ragionevoli del diritto delle genti e degli evidenti comandamenti dell'umanità", lui sarebbe tornato dinnanzi al Congresso per chiedere che gli fosse data l'autorità per impiegare tutti i mezzi necessari a proteggere i marinai e i cittadini americani "durante i loro viaggi legittimi e pacifici in alto mare".

Inoltre il presidente dava per certo che i Governi neutrali avrebbero seguito l'esempio degli Stati Uniti; ma su questo s'ingannò. Salvo alcune repubbliche americane, gli altri neutrali si limitarono a protestare. Protestò la Spagna; protestò l'Olanda pur "rimanendo assolutamente fedele alla politica della stretta imparzialità" e non desistendo dalla decisione di "fare, resistenza armata chiunque violasse il suo territorio e la sua sovranità"; la Svizzera, data la sua particolare situazione geografica, non poté che protestare soltanto; protestarono la Norvegia, la Danimarca e la Svezia, formulando "tutte le riserve per le perdite di vite umane e i danni che potrebbero subire"; infine la Grecia formulò di fronte alla Germania riserve per i pericoli che potevano correre la bandiera propria in seguito alla minaccia dei sottomarini, ma date le condizioni particolari in cui, nonostante la sua neutralità, si trovava, non fu in grado di inserirsi e di agire con maggiore energia.

Il 26 febbraio il presidente Wilson, presentandosi al Congresso, chiese, dopo di avere esposta la situazione formatasi in seguito all'inasprimento della guerra dei sottomarini, i mezzi per attuare la "neutralità ma armata":
"Se noi vogliamo - egli disse - difendere i nostri diritti fondamentali come Nazione neutrale di fatto, e non soltanto a parole, sarebbe estremamente imprudente non essere pronti .... Noi dobbiamo difendere il nostro commercio e l'esistenza dei nostri cittadini nelle difficili circostanze attuali con discrezione, ma con decisione ferma e chiara .... Io non vi propongo la guerra e non ho in vista neppure alcuna misura che possa condurvi. Vi domando soltanto che mi accordate col vostro voto i mezzi e l'autorità necessari per tutelare i diritti del grande popolo che usufruisce della pace e desidera di conservare la pace e il pacifico esercizio dei diritti riconosciuti da tempi immemorabili da tutte le Nazioni civili".

Il 21 marzo, il presidente WILSON notificò ufficialmente a tutte le ambasciate e legazioni a Washington che le navi mercantili americane, per misura di sicurezza, sarebbero uscite armate e con scorta d'equipaggi da guerra. Il 2 aprile, dinnanzi al 65° Congresso convocato in seduta straordinaria, in uno storico messaggio Wilson disse, fra l'altro:
"Obbedendo senza esitazione a ciò che considero come mio dovere costituzionale, consiglio il Congresso a dichiarare che la recente azione del Governo Imperiale tedesco implica lo stato di guerra con il popolo degli Stati Uniti, ad accettare formalmente la condizione di belligerante che ci è imposta e a prendere misure immediate non soltanto per porre il Paese in stato di difesa completo, ma anche per impiegare le sue risorse così da costringere la Germania ad accettare le nostre condizioni per porre fine alla guerra. Lo stato di guerra implicherebbe una stretta collaborazione con gli altri Governi in guerra contro la Germania fornendo loro liberamente crediti finanziari, come pure la mobilitazione di tutte le risorse materiali del Paese per fornire materiale da guerra e servire gli altri bisogni delle Nazioni nel modo più abbondante, ma più economico ed efficace possibile. Implicherebbe pure l'equipaggiamento immediato completo della marina, specialmente con mezzi atti a combattere i sottomarini nemici, ed altresì l'aggiunta immediata alle forze dell'esercito di almeno 500.000 uomini che dovrebbero essere scelti, a mio avviso, sulla base del servizio militare universale, con l'autorizzazione dell'aumento di una forza eguale, se occorresse".

Il Senato americano il 4 aprile e la Camera dei rappresentanti il 5 votarono a grande maggioranza la mozione dichiarante l'esistenza dello stato di guerra tra gli Stati Uniti e la Germania. Il 6 aprile l'Austria-Ungheria ordinò al proprio ambasciatore a Washington di chiedere i passaporti; il 7 il presidente Wilson emanò il proclama con cui dichiarava l'esistenza dello stato di guerra.

Quel giorno stesso l'Italia contava un alleato di più, i cui soldati gli dovevano più tardi,
essere accanto nella lotta contro il suo nemico secolare.

Ma negli stessi giorni che l'Italia e l'Intesa guadagnavano un alleato, ne perdevano un altro.

... L' Intesa guadagna l'alleato USA ma perde l'alleato Russia > > >

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
TREVES - La guerra d'Italia nel 1915-1918 - Treves. Milano 1932
A. TOSTI - La guerra Italo-Austriaca, sommario storico, Alpes 1925
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

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