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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1917 (17)

LA ORGOGLIOSA RESISTENZA - IL NUOVO SCENARIO - IL PIAVE

IL NUOVO SCENARIO - LO SCHIERAMENTO DEGLI OPPOSTI ESERCITI - L'OFFENSIVA NEMICA DEL NOVEMBRE-DICEMBRE DALL'ALTOPIANO DI ASIAGO AL MARE - L'EROICA RESISTENZA DELLE TRUPPE ITALIANE - VICENDE DELLA LOTTA - ENTRATA IN LINEA DEGLI INGLESI E DEI FRANCESI - RICONOSCIMENTI DEL NEMICO - L'OPERA DELL'AVIAZIONE E DELLA MARINA
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(vedi qui la cartina delle operazioni sul fronte)

I ponti fatti saltare sul Piave

IL NUOVO SCENARIO

Von BELOW, sferrata l'offensiva il giorno 24 ottobre, convergendo su Caporetto lungo le due direttrici di Tolmino e di Plezzo, oltre che aver messo in rotta la maggior parte del IV corpo d'armata e scompaginato la XIX divisione, aveva poi, il 2-3 novembre, sfondato pure la linea del Tagliamento, e avanzando ancora, il 7 novembre si era portato sulla nuova linea di difesa italiana sul Piave, e dalla riva sinistra, il tedesco minacciava di attraversarlo e sbarcare sulla riva destra per poi dilagare verso Treviso e la Pianura Padana.
A sostegno di quest'offensiva il maresciallo CONRAD dal Trentino doveva riprendere la marcia attraverso gli Altopiani di Asiago, per poi scendere su Vicenza o Bassano (come si era tentato di fare nella Strafexpedition, rimasta interrotta nell'estate del 1916) e invadere la Pianura.
BELOW si proponeva così di forzare il passaggio del Piave, avanzando da ponente e da levante. Attese tre giorni, poi il 9-10 novembre, fidandosi più su cedimenti di dissoluzione dell'esercito italiano che non sull'abilità organizzativa del suo esercito (numerosi mezzi di trasporto persero contatto con i reparti, che nel brevissimo tempo di due settimane erano avanzati di circa 150 chilometri all'interno del Veneto) iniziò la sua ottimistica seconda fase.

Fra le imprevidenze gravissime di Below, quando arrivò al Piave, ci fu quella di non avere subito a disposizione i genieri e quindi il materiale necessario alla sostituzione od al riattamento dei ponti fatti immediatamente saltare dagli italiani in ritirata. Guadare il fiume a novembre, mese delle piogge, era impossibile. E -senza attardarsi ad attendere il materiale da ponte- tentare come tentarono molte volte - ad attraversarlo con improvvisati natanti, era, oltre che difficile, pericoloso, si esponevano troppo e ben presto finivano sforacchiati e gli occupanti finire tra i flutti.
Fecero di tutto per conquistare Zenson; là il fiume ha un gomito che forma l'ansa divenuta famosa: un triangolo di terra, col vertice a levante, rotto da siepi e fossati, coperto da una vegetazione fittissima che impedisce la vista. Senza preoccuparsi a costruirli, gli austro-tedeschi fecero degli micidiali "nidi" naturali difensivi ad ogni passo, piazzandovi le loro mitragliatrici diaboliche, ben celate. Poi con delle passerelle sfruttando le varie isolette tentavano di attraversarlo.


Fu quell'ansa -stante l'insufficienza di mezzi balistici- motivo di serie preoccupazioni per gli Italiani; si astennero dal tentarne la conquista, ma trincerarono quel tratto alla destra del fiume con una salda barriera umana, dove sarebbe stato un vero suicidio sbarcarvi.
Il primo tentativo, fu stroncato da un "LEONE", ONIDA (l'episodio lo abbiamo riportato nella precedente puntata); due parole che messe insieme ricordano il mitico eroe spartano delle Temopili: Leonida.

Dunque, il 10 novembre, all'inizio del nuovo attacco di Below, il fronte nuovo presidiato dall'esercito italiano, si snodava senza soluzioni di continuità in zone montane dallo Stelvio a Pederobba e in zone collinari e pianeggianti da Pederobba alla foce del Piave.
Nascente dalle pendici meridionali del Peralba, il lungo fiume - che da questa data per un anno intero segnò la nuova frontiera- scorre, dapprima ingrossato dai tributi di un bacino vastissimo, da nord-est a sud-ovest. Poi, tra Vas e Quero, piega ad angolo retto, defluendo quindi da nord-ovest a sud-est.
A Pederobba il fiume ha, per così dire, la sua prima foce. Là il Piave sbocca nel piano, perdendo la velocità causata dalle forti pendenze per assumere il lento andare proprio delle correnti che vanno al mare lungo un terreno dolcemente inclinato.
Considerato fra il Peralba e la foce, il Piave ci presenta un tipico andamento a squadra, col vertice alla stretta di Quero.
Passato il fiume e fatti saltare i ponti, l'esercito italiano venne a schierarsi lungo la riva destra, fra Pederobba e l'Adriatico.
I resti della IV, della II, della II Armata e del Corpo carnico si trovavano così dietro ad una barriera d'acqua il cui valore difensivo varia secondo le caratteristiche particolari ai singoli tratti in cui è suddiviso il corso inferiore del Piave.

Da Pederobba a Nervosa, il Piave -che lambisce al piede le colline asolane ed il Montello - ha la sua massima larghezza: 2500 metri. Contenute da rive scoscese alte una decina di metri, le acque rapide del fiume - profonde, per solito, intorno ad un metro- non consentono il guado.
Più oltre, da Nervesa a Ponte di Piave, per 23 chilometri del suo corso, il fiume -largo da 200 a 2300 metri- presenta un andamento capriccioso. Le sue acque si dividono e si suddividono in un fascio di rami serpeggianti che recingono arcipelaghi di isolette e d'isolotti arenosi e sabbiosi, coperti di cespugli ed anche di alberi, tra cui le cosiddette Grave di Papadopoli. Specie durante le magre estive, non è difficile trovare, in questo tratto del fiume, guadi più o meno frequenti ed agevoli. Qui le sponde sono alte da due a tre metri, a volte rivestite di pietra, a volte mascherate dalla vegetazione o mutevoli secondo i capricci delle piene.
Più a valle, cioè dal Ponte a San Donà, il Piave si restringe fino ad una larghezza variabile dai 100 ai 200 metri, scorrendo fra golene contenute dagli argini maestri larghi ed alti da 6 a 8 metri che sembrano costruiti apposta per servire da spalti.
Nel suo ultimo tratto, da San Donà alla foce, il Piave è un canale dalle acque azzurre pressoché immobili durante l'alta marea, tracciato in mezzo alle paludi dove la terra e il mare, confusi e sminuzzati, si compenetrano a vicenda.

A differenza degli Italiani gli Austro-Tedeschi giunsero alla riva sinistra del Piave inebriati dalla rapida marcia veramente trionfale, ordinatissimi e arricchiti di nuovi mezzi balistici abbandonati dai fuggiaschi. Ma non tutte le bocche di fuoco che passarono in dotazione al nemico disponevano di uomini in grado di usarle.
Purtroppo il guaio era che gli Italiani quelle artiglierie le avevano perse (3152 cannoni, 1732 bombarde) né giunsero dalle retrovie in soccorso a rimpiazzarle sulla riva destra, perché sia la linea del Tagliamento sia la linea del Piave erano entrambe fino a pochi giorni prima esse stesse delle retrovie, finite in mano al nemico.
Tuttavia alla data del 10 novembre, l'esercito italiano aveva schierato su questo nuovo fronte le seguenti forze: dallo Stelvio al Brenta il III Corpo d'Armata (gen. CAMERANA), che giungeva al Garda, e la I Armata (gen. PECORI-GIRALDI), dal Brenta a Nervesa la IV Armata (gen. ROBILANT) e da Nervesa al mare la III Armata (com. Duca d'Aosta).
A tergo stava una massa di circa 300 mila uomini, composta dal XII Corpo d'Armata e di quella parte della II Armata che aveva conservato maggior consistenza organica.

Di contro stavano gli Austro-Tedeschi: dallo Stelvio alla Valsugana il gruppo di CONRAD costituito dalla X e XI Armata, forte di 17 divisioni; dalla Valsugana a Tezze (sud di Ponte della Priula) la XIV Armata-mista austro-germanica di BELOW, composta dei Gruppi Krauss, Stein, Hofacker e Scotti, e forte di 19 divisioni; da Tezze al mare, lungo il Piave, la I la II Armata del BOROEVIC, forte anch'esse di 19 divisioni. In complesso 55 divisioni austro-germaniche perfettamente equipaggiate, dotate di 4500 pezzi d'artiglieria e baldanzose per i successi riportati, fronteggiavano, su una linea di 350 chilometri, non certo all'Italia favorevoli e con appena 29 divisioni.

Contro la linea italiana dall'altopiano d'Asiago al mare che solo in parte era sistemata a difesa, il nemico iniziò l'11 novembre una violenta offensiva che durò fino alla fine dell'anno con due soste di pochi giorni. Con questa offensiva gli austro-tedeschi si proponevano di conquistare gli sbocchi delle valli alpine nella pianura e di estendere la loro occupazione della riva destra del Piave; ma trovarono una resistenza che non si aspettavano, e fin dai primi tentativi compresero che la loro facile avanzata, effetto dello sfondamento di Caporetto e del ripiegamento italiano, era purtroppo finita.
La "sorprendente" resistenza degli "sconfitti", esasperava l'ira del nemico che si vedeva precluso il passo giusto quando gli arrideva la speranza di un'altra avanzata rapida, pressoché incontrastata.

Dopo la disfatta questo il primo rassicurante bollettino di guerra del 12 novembre:

"Il giorno 11 novembre sull'altopiano d'Asiago, il nemico ha iniziato nel pomeriggio l'attacco delle nostre linee nel tratto Gallio, Monte Longara, quota 1674 di Meletta di Gallio. L'azione avversaria fallì completamente sotto il nostro fuoco di artiglieria e di fucileria; all'estremità nord del fronte d'attacco, dove si ebbe un'accanita lotta della nostra fanteria, che riuscì perfino a contrattaccare, catturando qualche prigioniero.
Sul restante fronte montano, in azioni di contatto con avanguardie avversarie, le nostre truppe più avanzate resistettero ovunque validamente".

Il bollettino del 13 novembre: "Sull'altopiano di Asiago, la notte del 11-12, il nemico, con rinnovate e maggiori forze, ritentò l'attacco sul fronte Gallio Monte Longara-Melette di Gallio. Dopo aspra lotta, l'avversario in un definitivo contrattacco, fu respinto con gravissime perdite. Si distinsero per la grande bravura, validamente sostenuti dalle artiglierie di tutti i calibri, il 9° reggimento di fanteria (Brigata "Regina") e il battaglione alpini "Verona".
Nel pomeriggio del 12, intensi movimenti nemici, a preparazione di un nuovo attacco, furono efficacemente battuti dalle nostre artiglierie e fermate. Presso Canove (ovest di Asiago), il XVI Reparto di Assalto attaccò un reparto nemico catturandolo e liberando alcuni nostri militari fatti prigionieri in azioni precedenti.
Dal Brenta al Basso Piave, le armate nemiche, la cui avanzata nei giorni scorsi è stata trattenuta soltanto da azioni di retroguardie e arrestata da interruzioni stradali, ponti fatti saltare, ecc. sono venute via via occupando il terreno da noi sgombrato e si trovano ormai a contatto con le nostre linee di schieramento. A monte di S. Donà di Piave, all'alba di ieri, nuclei nemici, mediante barconi, riuscirono a passare sulla destra del fiume a Zenson per costituirvi una testa di ponte. Prontamente circondati dai nostri, furono cantrattaccati e respinti verso l'argine sinistro del fiume".

Bollettino del 14 novembre: "All'alba del 13, il nemico, dopo breve ma intensa azione di artiglieria, tentò un violento colpo di mano contro le nostre posizioni dal Lago di Ledro al Garda. L'attacco fallì per la valida resistenza opposta dai nostri che obbligarono il nemico a ritirarsi. Sull'altopiano di Asiago, nella notte del 13, le truppe occupanti le posizioni avanzate di Monte Longara, dopo aver respinto un quarto e più formidabile attacco nemico, furono ritirate sulle retrostanti linee di resistenza. Nel pomeriggio dello stesso 13, l'avversario dalle alture a sud di Gallio puntò sul Monte Sisemol, ma fu respinto.
Dalla regione di Asiago alla Valsugana, nostri posti avanzati hanno sostenuto vivaci combattimenti col nemico proveniente dal fronte Piana di Marcesina-Monte della Forcellona-Monte Lisser.
Tra il Brenta e il Piave il nemico occupa la linea Tezze-Lamon-Fonzaso-Arten-Feltre. In lotte parziali, nostri nuclei di copertura a Tezze ed agli ex forti di Cima di Campo e di Cima di Lan hanno opposto valida difesa.
Lungo il Piave, l'attività combattiva è andata aumentando: le opposte artiglierie svilupparono intensa azione di fuoco; tentativi nemici di passare il fiume tra Quero e Fener, a S. Donà di Piave e a Intestadura furono sventati con gravi perdite per l'avversario; si combatté vivacemente alle Grave di Papadopoli e a Zenson, dove la nostra controffensiva è continuata, ma non è riuscita a far sloggiare completamente l'avversario.
A Grisolera nuclei nemici poterono infiltrarsi nella zona paludosa tra Piave e Vecchio Piave, dove però sono contenuti".

Bollettino del 15 novembre: "Nella notte, prima dell'alba del 14, il nemico attaccò il tratto Sisemol-Meletta Davanti, ma fu respinto; il mattino portò l'attacco più a nord, sul tratto Meletta-Davanti-Monte Fior-Monte Castelgomberto; respinto, rinnovò l'attacco la sera con maggiori forze e violenza, ma fu nuovamente respinto. Colonne che avanzavano a ventaglio dal Lisser verso il fronte Frisoni-Confluenza del Cismon nel Brenta furono arrestate dal nostro fuoco di artiglieria. Fra Cismon e Piave le nostre truppe. avanzate trattennero il nemico attaccante.
A Monte Roncon un suo attacco fu respinto, un altro sferrato in direzione. della stretta di Quero ebbe pari sorte: una da Monte Tomatico i nostri ripiegarono, dopo buona resistenza, nelle posizioni retrostanti. Nella pianura, tutti i tentativi nemici di passare il Piave furono sventati; i reparti che avevano già attraversato il fiume nei giorni precedenti furono rinserrati sempre più nell'ansa di Zenson e nel tratto fra Piave e Piave vecchio, dove furono contrattaccati dalle nostre fanterie e battuti dalle nostre batterie coadiuvate dalle artiglierie di marina, che inoltre respinsero cinque siluranti nemiche presentatesi dinnanzi a Cortellazzo".

Bollettino del 16 novembre: "Il giorno 15, gli attacchi nemici dall'altopiano di Asiago al Piave si fecero più intensi e più violenti; ma i nostri, sostenuti dall'artiglieria, resisterono ovunque con grande bravura e contrattaccarono con coraggio, infliggendo al nemico perdite e catturandogli prigionieri. Tutte le posizioni attaccate rimasero in nostro possesso. Si distinsero per il loro valore, alla Meletta Davanti e al Monte Fior, le truppe della brigata "Regina" (9° e 10°) e a Monte Tondarecar il battaglione alpini "Monte Marmolada", che respinse tre attacchi consecutivi. Agli sbarramenti di San Marino in Val Brenta reparti avversari furono ricacciati con gravi perdite; al Monte Prassolan il reparto ripiegato da Monte Roncone, ricevuti rinforzi, contrattaccò e respinse l'avversario che lo aveva premuto nel ripiegamento; al Monte Cornella la brigata "Como", con tenacia e mirabile slancio, resisté vittoriosamente al formidabile sforzo dal pomeriggio alla mezzanotte".

Bollettino del 17 novembre: "Il giorno 16, da Asiago al mare il nemico, non badando a perdite, rinnovò gli attacchi alle nostre posizioni montane e fece diversi tentativi di forzare nella pianura il Piave. Le nostre truppe con pari tenacia opposero al nemico, di molto superiore come numero, una valida difesa e lo contrattaccarono con mirabile slancio. Si combatté dal Monte Fior a Castelgomberto, dallo sbarramento di San Marino al Monte Prassolan e a nord di Quero, lungo la linea Rocca-Cisa?Monte Cornella?fondo valle Piave.
Nel piano, tra Salettuol e Sant' Andrea di Barbarana, l'avversario sforzò all'alba il passaggio del fiume: sotto la protezione di violentissimo fuoco di artiglieria le sue truppe passarono sulla destra a Follina e a Fagarè. Le prime furono annientate dalla nostra artiglieria e da un fulmineo contrattacco della brigata "Lecce" (265° e 266°); i superstiti ? oltre 300 con 10 ufficiali ?fatti prigionieri. Contro di quelle, molto più numerose, passate alla seconda località fu rivolta l'azione decisiva e poderosa della 54a divisione, le cui truppe, brigata "Novara" (153° e 154°) e 3° bersaglieri (17° e 18°) gareggiarono in bravura. Alla fine della giornata restavano sul terreno numerosi cadaveri di nemici; erano condotti prigionieri circa 600 soldati e 20 ufficiali, e i rimanenti, addossati all'argine del fiume furono battuti dalle artiglierie, che ne ostacolavano il ritorno sull'altra sponda. Nell'ansa di Zenson il nemico fu contenuto in zona sempre più ristretta".

Bollettino del 18 novembre: "Nella notte del 17 il nemico, volendo forzare la linea Sisemol Castelgomberto, attaccò in direzione di Monte Zomo per ben quattro volte e con grande violenza, ma fu sempre nettamente respinto dalla brigata "Liguria" (157° e 158°). Più a nord, in direzione di Casera Meletta- Davanti, nostri reparti del 127° Fanteria (brigata "Perugia") riconquistarono alcuni elementi avanzati perduti nei giorni scorsi.
Tra Brenta e Piave la pressione avversaria ci costrinse ad abbandonare qualche posizione con ordinato ripiegamento, dopo accanita resistenza e brillanti contrattacchi.
Lungo il Piave, con una travolgente avanzata, riparti del 268° fanteria (brigata "Caserta") in unione ad elementi di altri corpi hanno completamente sgombrato dal nemico la zona di Fagarè. Il 13° fanteria (brigata "Pinerolo"), respinto sanguinosamente un attacco tentato dai nemici rinserrati a Zenson li ha ricacciati sempre più dentro nell'ansa del fiume. Tentativi di passaggio eseguiti in altre località, furono immediatamente sventati".

Bollettino riassuntivo di quattro giorni del 22 novembre: "Il 18 violenti concentramenti di fuoco nemico sulla nostra linea Tondarecar-Monte Badenecche. Nostre parziali riprese offensive rioccuparono elementi avanzati di trincee e fecero diversi prigionieri. A sud di Quero, l'avversario attaccò le nostre posizioni del Monte Tomba e del Monfenera. Queste ultime, tenute dai resti dei sei Reparti d'Assalto della II Armata, furono teatro di lotte sanguinose in cui il nemico ebbe sempre la peggio. Il piano il nemico non riuscì a rinnovare alcuni tentativi di passaggio del Piave per la vigilanza delle nostre truppe, tra le quali, per il valore dimostrato nei giorni precedenti, il Comando Supremo menzionava i battaglioni bersaglieri 64°, 68° e 69°, il XXI Reparto d'Assalto e reparti delle brigate "Granatieri" (1° e 2°) e "Catania" (145° e 146°).

"Eccellente prova fornirono in questi giorni le reclute della classe 1899 (i diciottenni) alle quali il Comando Supremo rivolse il seguente encomio: "I giovani soldati della classe 1899 hanno avuto il battesimo del fuoco. Il loro contegno è stato magnifico e sul fiume che in questo momento sbarra al nemico le vie della Patria, in un superbo contrattacco, unito il loro ardente entusiasmo all'esperienza dei compagni più anziani, hanno trionfato. Alcuni battaglioni austriaci che avevano osato varcare il Piave sono stati annientati: 1200 prigionieri catturati, alcuni cannoni presi dal nemico sono stati riconquistati e riportati sulle posizioni che i corpi degli artiglieri, eroicamente caduti in una disperata difesa, segnavano ancora. In quest'ora, suprema di dovere e di onore nella quale le armate con fede salda e cuore sicuro arginano sul fiume e sui monti l'ira nemica, facendo echeggiare quel grido "viva l'Italia" che è sempre stato squillo di vittoria, io voglio che l'esercito sappia che i nostri giovani fratelli della classe 1899 hanno mostrato d'essere degni del retaggio di gloria che su loro discende".
Durò per tutta la giornata del 19 la lotta sanguinosa iniziata il 18 sulla linea Monte Tomba?Monfenera e condotta dal nemico con due scelte divisioni, una germanica dei Jagér della Guardia, forte di 12 divisioni, l'altra austriaca, la 50a, forte di 16 battaglioni. Fronteggiarono da parte nostra un urto così formidabile la brigata "Basilicata", un battaglione del 60° fanteria, un battaglione di alpini, il 3° bersaglieri e quattro batterie. Quattro volte, dopo violentissima preparazione di fuoco, il nemico andò all'assalto ma fu sempre ricacciato. Nei nostri irresistibili contrattacchi furono generosamente impiegate le "Fiamme Nere" del colonnello BASSI che riconfermarono sul Monfenera la loro fama di insuperabili assaltatori.
Nel pomeriggio del 20 il nemico attaccò violentemente Monte Pertica per tre volte, ma fu respinto con gravi perdite. Il 21 l'avversario sferrò parecchi attacchi tra Brenta e Piave; fu respinto alla baionetta allo sbarramento di San Martino, dove lasciò nelle nostre mani prigionieri e mitragliatrici; ed al Monte Pertica, dove inutilmente attaccò per ben tre volte. Fu nettamente arrestato dal fuoco di artiglieria al Monfenera; raggiunse alcuni elementi staccati della nostra linea avanzata sul Ronte Fontana Secca.
Nelle prime ore della notte sul 22, sull'altopiano d'Asiago masse nemiche attaccarono violentemente le nostre posizioni di Casera Meletta-Davanti; ma le nostre truppe, con eroica resistenza e pronto contrattacco, le ricacciarono nelle posizioni di partenza".

Bollettino del 23 novembre: "Il giorno 22 sull'altopiano di Asiago, il nemico, puntando da nord sul fronte Monte Tondarecar?Monte Badenecche, e ad ovest su quel di Monte Castelgomberto?Casera Meletta Davanti, tentò l'attacco avvolgente del caposaldo delle Melette. L'azione, preceduta da largo getto di granate a gas lacrimogeni, fu condotta con estrema violenza da ingenti forze sempre rinnovate con altri uomini e appoggiate da intenso fuoco di artiglieria. I nostri reparti della I Armata, con una coraggiosa resistenza e continui contrattacchi riuscirono a tenere saldamente tutte le posizioni e a respingere l'avversario con perdite gravissime, catturandogli 9 ufficiali e 181 uomini di truppa.
Tra Brenta e Piave, con violentissimo tiro di artiglieria, seguito dall'avanzata di dense ondate di fanteria, il nemico, all'alba, rinnovò l'attacco. La lotta diventò aspra e si protrasse l'intera giornata. Molte posizioni furono più volte perdute e subito riprese dalle truppe della IV Armata che gareggiarono tutte in aggressività e bravura. Sul far della notte gli ultimi contrattacchi arrestavano definitivamente l'avversario, al quale, anche da questa parte, la giornata di ieri è costata perdite ingenti".

Bollettino del 26 novembre: "Il giorno 23, poderose puntate avversarie sul fronte montano dall'altopiano di Asiago al Piave, largamente preparate da tiro di artiglieria e tenacemente eseguite, fallirono tutte.
Nuclei che tentavano di passare il Piave in barca furono rovesciati nel fiume a cannonate. Il 24 sull'altopiano d'Asiago, le tenaci truppe della I Armata, che da dieci giorni senza aver ceduto un palmo di terreno lottavano per la difesa del caposaldo delle Melette, respinsero parecchi attacchi nemici e contrattaccarono vittoriosamente.
Il 25, masse avversarie, sostenute da formidabile fuoco di artiglieria, ritentarono l'attacco delle nostre posizioni fra Brenta e Piave. Alla nostra sinistra, lo sforzo nemico, diretto sulla zona di Monte Pertica, fu prontamente infranto e ad ogni nuovo tentativo corrispose preciso e micidiale il nostro contrattacco.
A Tasson il battaglione alpino "Monte Rosa" decimò gli assalitori. Al centro, dove la pressione avversaria fu più energica, rifulse il valore della 56a divisione: le colonne avversarie, che da nord-ovest e da nord puntavano con ostinato accanimento su Monte Casonet, Collo dell'Orso, Monte Solarolo e Monte Spinoncia, furono falciate dal fuoco, poi ripetutamente affrontate con furiosi contrattacchi e definitivamente respinte. Più di 200 prigionieri restarono in mano dei nostri. Alla destra l'attacco nemico si manifestò dalle pendici orientali del Monfenera. Le ondate d'assalto, arrestate dapprima con fuoco d'artiglieria, vennero poi più volte contrattaccate e respinte dai nostri bravi alpini. Furono fatte alcune diecine di prigionieri".

Bollettino del 27 novembre: "Nel pomeriggio del 26, il nemico, dopo aver battuta con furioso bombardamento la nostra posizione di Col della Berretta, ad est della Val di Brenta, vi lanciò contro con attacco in massa le fanterie di un'intera divisione. La lotta si svolse accanitissima e i difensori, isolati da un violentissimo fuoco d'interdizione, avrebbero forse dovuto finire col soccombere al numero e alla violenza degli attaccanti, se i loro rincalzi, fieri siciliani della vecchia e gloriosa brigata "Aosta" (5° e 6° reggimento fanteria), reparti del 94° fanteria (brigata "Messina") e del battaglione alpini "Val Brenta" non fossero accorsi tempestivamente. Attraversata di slancio la zona mortale, le nostre brave truppe piombarono con impeto irresistibile sull'avversario e, travolgendolo, lo obbligarono a ritirarsi con gravissime perdite e lasciando molti prigionieri".

Fra le truppe austriache attaccanti vi erano quelle famose della III divisione Edelweiss, considerata come una delle migliori dell'esercito austro-ungarico; la 22a composta di truppe sceltissime; il ben noto speciale corpo alpino Alpenkorps bavarese; e la Jager Division, orgoglio del Comando Supremo Imperiale. Queste truppe, come le altre, giungevano sul campo senza avere subito perdite. E a loro non mancava nulla.
Di materiale bellico era ben provvisti, e l'avevano accresciuto lunga la via dell'avanzata fortunatissima. Altrettanto (ma solo nelle prime settimane) in viveri, quelli propri e, con i numerosi magazzini italiani caduti in loro possesso in Friuli, non difettavano di certo in alimenti e generi di conforto, nuotavano letteralmente nell'abbondanza. Troppa, perché molti soldati - nello stallo di alcuni giorni- si diedero alle orge, consumando laghi di vino e montagne di commestibili, finché perfino dentro le truppe scelte abbondarono i crapuloni. Ai quadrupedi davano da mangiare alimenti umani invece che fieno.
(Non è una fonte denigratoria italiana, ma dell'Austriaco MITTEREGER, quando rivolgendosi agli uomini del suo esercito con un "pro-memoria" accusò alcuni reparti di un "...ripugnante contegno tenuto durante l'avanzata dell'autunno 1917; ubriacandosi con le botti sfondate e le cantine allagate, calpestando raccolti, sgozzando buoi e maiali per utilizzarne solo qualche parte, depositi, magazzini, botteghe svaligiate, fabbriche distrutte, mangiare e bere in abbondanza o per aver dato agli stessi animali grano invece che fieno, ecc. ecc. Grano, farina e pane che il prossimo luglio non avremo noi come rifornimento alle nostre spalle...ecc. ecc."- - Il resto del comunicato lo leggeremo nel capitolo "La battaglia del Piave: preparativi".

La battaglia ebbe dunque una sosta di quasi una settimana di esaltata baldoria, durante la quale però le (poche) artiglierie italiane eseguirono concentramenti di fuoco nella Conca di Primolano, in Val di Nos, sulle pendici settentrionali del Monte Pertica, in Val di Seron; mentre quelle (in abbondanza) avversarie bombardarono le posizioni italiane delle Melette, del Monte Tomba, del Monfenera, del Pasubio e della linea Sisemol-Castelgomberto. Malgrado ciò, ammassamenti di truppe nemiche furono colpite e disperse; pattuglie avversarie messe in fuga; un ponte di barche gettato dal nemico sul Piave fu distrutto a cannonate; tentativi di attacchi al Monfenera, al Tondarecar, in Val Daone e ad est di Monte Badenecche furono stroncati sul nascere.
Ma il 4 dicembre il nemico, sull'altopiano d'Asiago…
...questo riportava il bollettino del 5 dicembre: "Dopo avere reso formidabile lo schieramento delle artiglierie e accresciute le forze duramente provate nei precedenti combattimenti, ripresero gli attacchi contro le nostre posizioni. Preceduto da un tiro iniziato nella notte e continuato violentissimo per molte ore, accompagnato da poderose raffiche di interdizione, le masse nemiche eseguirono un doppio attacco contro il nostro caposaldo delle Melette. Il primo, da nordovest, dopo vari tentativi di avanzata arrestato dal nostri tiri di sbarramento, si infranse definitivamente nel pomeriggio sul tratto Monte Sisemol-pendici sud-occidentali di Meletta di Gallio; con violenti corpo a corpo, gli assalitori furono decisamente respinti con gravi perdite lasciandoci anche qualche centinaio di prigionieri. Il secondo, da nord-est, fu sferrato con maggiori forze e tenacia tra Monte Tondarecar e il Monte Badenecche. Qui, dopo lotta accanitissima, prolungatasi fino alle prime ore del 5, l'occupazione di alcune trincee, riuscita dall'avversario, ci consigliò a ritirare qualche tratto più avanzato della nostra linea.
A Zenson, sul Piave, essendosi notato maggior movimento, una nostra compagnia d'assalto, felicemente appoggiata dall'artiglieria, che distrusse cinque passerelle costruite in quel punto dal nemico, attaccò l'avversario nella strategica ansa, infliggendogli perdite e riportando alcune diecine di prigionieri e mitragliatrici".

Bollettino del 6 dicembre: "All'alba del giorno 5, la battaglia si riaccese violenta. Profittando dei vantaggi conseguiti il giorno precedente fra il Monte Tondarecar e il Monte Badenecche, il nemico respinse a fondo l'azione per far cadere da tergo il formidabile bastione Monte Castelgomberto-Meletta di Gallio, che aveva dovuto rinunciare ad attaccare frontalmente. Si è combattuto accanitamente l'intera giornata dalle pendici sud di Monte Castelgomberto al costone di Foza. A1 poderoso sforzo avversario, esercitato con schiacciante superiorità numerica, ma nella direzione per noi più vantaggiosa, le truppe che difendevano il caposaldo delle Melette opposero ostinata resistenza in numerosi contrattacchi, cedendo il terreno a palmo a palmo soltanto quando, predisposta dai nostri la retrostante linea di difesa, fu dato l'ordine di ripiegarvi. Sul Monte Fior e Monte Castelgomberto alcuni reparti di alpini rimasti isolati hanno preferito all'incerto ripiegamento il glorioso sacrificio di un'eroica difesa ad oltranza. Un forte tentativo di superare il nostro sbarramento di fondo Val Brenta, fu sanguinosamente respinto".

Finalmente il 5 dicembre, le truppe francesi inviate in Italia davano il cambio alle truppe italiane nella zona del Monte Tomba e queste andavano in trincea. Le prime non erano molte, e non venivano davvero a salvare l'Italia come spavaldamente dicevano, perché fu tutto merito dei soldati e dei reparti, che sopra abbiamo menzionato, l'avere resistito eroicamente sugli altipiani e sul Piave arrestando definitivamente l'avanzata nemica; tuttavia quelle francesi erano le benvenute anche perché rappresentavano la prova della solidarietà degli Alleati che si manifestava pure con la presenza al fronte di truppe inglesi.
Alle truppe alleate, il giorno stesso che entravano in linea accanto alle italiane, il generale DIAZ porgeva il saluto dell'esercito italiano con quest'ordine del giorno:
"Ufficiali e soldati d'Italia ! In nome vostro io porgo il saluto delle armi italiane agli Alleati di Francia e d'Inghilterra prontamente (non proprio ! - Ndr) accorsi tra noi, e oggi entrati in linea al nostro fianco. Già nel passato, in salda fratellanza d'armi e con loro, noi abbiamo combattuto e vinto per gli ideali supremi della giustizia e del diritto. Ancora una volta noi affrontiamo decisi l'avvenire che ci porterà alla vittoria accanto al magnifico esercito che l'inflessibile volontà del popolo inglese ha saputo creare, ed alle forti armate francesi che sanno la gloria secolare di mille battaglie. Ufficiali e soldati di Francia! Ufficiali e soldati d'Inghilterra! Oggi che le vicende della lotta, affratellandoci nella fusione del sangue versato, rendono la nostra unione più intima, io vi do con animo grato il benvenuto e con fede, convinta rinnovo l'augurio del comune trionfo".

Bollettino del 7 dicembre: "La battaglia sull'Altopiano di Asiago continuò il giorno 6 dicembre, e nel pomeriggio… dopo violentissima preparazione di fuoco, estesa dal nord della valle dei Ronchi al Monte Kaberlaba, l'avversario tentò con grandi forze lo sfondamento della nostra linea a sud di Gallio. Il tentativo nemico fallì per la bravura delle nostre truppe che, affrontato l'avversario al Monte Sisemol e impegnatolo in strenua lotta durata dodici ore, diedero tempo ai reparti retrostanti di saldare regolarmente le difese anche da quella parte. Dopo sei tentativi, respinti dai nostri contrattacchi, il nemico, decimato, dovette arrestare sul Sisemol la propria avanzata".

Bollettino del 10 dicembre: "L'azione delle fanterie sostò nei giorni 7 e 8, ma non cessò quella dell'artiglieria. Il 9, all'alba, ad est di Capo Sile, l'avversario, di sorpresa e con azione in massa, riuscì a giungere su alcune trincee di osservazione da noi tenute sulla sinistra di Piave Vecchio e all' Agenzia Zuliani, impadronendosene dopo lotta a corpo a corpo, sostenuta dal nostro piccolo e valoroso presidio. Nelle prime ore della notte successiva, mediante contrattacco, riconquistammo completamente la posizione, sgominando gli occupanti, 35 dei quali furono tratti prigionieri. Numerosi rincalzi nemici, prontamente accorsi, furono attaccati violentemente e messi in fuga con gravi perdite. Nella brillante operazione si distinse particolarmente il 3° battaglione del 226° reggimento fanteria (brigata "Arezzo").

Bollettini del 12 e 13 dicembre: "Nel pomeriggio del 10 il nemico tentò di rioccupare la nostra posizione di Agenzia Zuliani: fu sanguinosamente respinto. L'11, numerose truppe austriache attaccarono le nostre posizioni in regione del Colle della Berretta e, mentre altri reparti puntavano sul Colle dell'Orso, grosse unità assalivano da est il Monte Spinoncia e le difese di Valle Calcino (a nord di Quero). La lotta continuò l'intera giornata e l'avversario condusse l'azione con estremo vigore, facendola appoggiare da numerose artiglierie di ogni calibro. Le nostre batterie rallentarono l'impeto nemico; le fanterie sostennero l'urto validamente; qualche posizione si è dovuta abbandonare in un primo tempo per effetto del tiro di distruzione, ma fu rioccupata quasi per intero con successivi contrattacchi. Verso sera, per la tenace resistenza delle nostre truppe e per le gravissime perdite subite, il nemico riduceva la propria azione al fuoco di artiglieria che nella notte diventava normale.
Il giorno 12 la battaglia si riaccese. Nella mattinata, in regione di Colle della Berretta, un nostro contrattacco ci ridiede il possesso di gran parte delle trincee non riuscite a rioccupare il giorno precedente; catturammo un ufficiale e 58 soldati. In Valle Calcino, due violenti attacchi nemici furono respinti. Sul mezzogiorno, l'avversario riprese gli attacchi in forze ad oriente del Brenta: l'azione durò accanita l'intero pomeriggio nei valloni che dalle pendici nord di Colle Caprile, di Colle della Berretta e di Monte Asolone scendono al Brenta. A notte, a causa delle gravi perdite subite, l'avversario desisteva dall'azione. Qualche prigioniero restò nelle nostre mani. Verso le ore 15, in Valle Calcino, un nuovo e più forte attacco s'infrangeva contro le nostre difese".

Bollettini del 14 e 15 dicembre: "All'alba del 13, terza giornata della rinnovata lotta tra il Brenta e il Piave, l'avversario dopo aver concentrato per parecchie ore il fuoco delle sue batterie sulle nostre posizioni in regione Col Caprile-Col della Berretta, le assalì violentemente. Trovata intatta e salda la nostra resistenza, sospese l'attacco delle fanterie e, pur mantenendone forte la pressione, riprese il tiro di artiglieria che durò l'intera giornata. Fu efficacemente controbattuto dalle nostre batterie che, insieme agli aeroplani da bombardamento, trovarono buon bersaglio nei grossi ammassamenti di truppe nemiche sostanti nei valloni a nord delle nostre linee. Nelle prime ore del mattino, nutrite raffiche di fuoco seguite da violento tiro di distruzione hanno investito le nostre posizioni del saliente di Monte Solarolo che alle 11.30 sono state impetuosamente attaccate con azione avvolgente da ovest e da nord-est. Forti ondate di attacco, mutatesi talvolta in dense masse, furono lanciate contro il Col d' Oro, il Monte Solarolo e la testata di Val Calcino; intensa azione di fuoco fu diretta sulle Poste di Salton. Con magnifico contegno e strenua resistenza, spinta fino al combattimento a corpo a corpo e alla lotta a colpi di granate a mano, le nostre fanterie splendidamente coadiuvate da batterie nostre e francesi, mantennero le posizioni e respinsero l'avversario. A notte, allorché il combattimento diminuì di intensità, un insignificante e brevissimo tratto di terreno, sgombrato a passo a passo dai valorosi difensori, rappresentava per il nemico l'unico compenso agli immensi sacrifici di sangue della giornata".

"Nella giornata del 14 la battaglia fra Brenta e Piave continuò accanita. La lotta delle artiglierie, che nella notte si era ripetuta ad intervalli, all'alba fu ripresa e continuò ininterrotta. Nelle prime ore del pomeriggio l'avversario lanciò all'attacco le sua masse di fanteria in regione di Col della Berretta. Per quanto una nostra controffensiva locale di alleggerimento, riuscita a raggiungere due volte la cima di Monte Pertica, avesse richiamato numerose forze nemiche da quella parte, l'urto avversario si abbatté violentissimo sul Col Caprile e sul versante sud del Col della Berretta: fu sostenuto dai nostri e nettamente respinto con un contrattacco, con gravi perdite per il nemico. L'avversario, che non aveva mai rallentato l'intenso bombardamento dei rovesci delle nostre posizioni, rifatta la preparazione di artiglieria e rinnovate le forze, verso sera ripeteva l'attacco, riuscendo a raggiungere Col Caprile. Le nostre truppe si affermavano su posizioni di poco retrostanti. Poi la notte arrestava il combattimento.
Alla testata del saliente del Monte Solarolo l'avversario attaccò in forze alle 12,30, appoggiato da un'azione secondaria diretta sul Col dell'Orso e sostenuto da grandi spiegamenti di fuoco d'artiglieria avviluppante la nostra linea. Fu respinto con contrattacco, che gli inflisse gravi perdite; riattaccò alle ore 16 con truppe fresche, ma un nuovo contrattacco lo obbligò a indietreggiare e a sospendere per la giornata le azioni di fanteria. Il contegno delle nostre truppe della IV Armata nella lotta che da quattro giorni si svolge aspra e cruenta fra Brenta e Piave è pari alla grandezza dell'ora. Nella resistenza opposta al nemico al saliente del Monte Solarolo si distinsero i reparti della brigata "Ravenna" (37° e 38°), "Umbria" (53° e 54°), "Campania" (135° e 136°) e del terzo raggruppamento alpini. Fra questi meritano l'onore di speciale menzione il 2° battaglione del 38° fanteria, il 3° battaglione del 53° fanteria, il battaglione alpini "Monte Pavone" e il battaglione alpini "Val Maira", che sul fondo di Val Calcino, sbarrando la via al nemico, con glorioso sacrificio ha affermato ancora una volta l'eroico motto "Di qui non si passa", insegna e vanto degli Alpini nostri".

Bollettino del 17 dicembre: "Tra Brenta e Piave, nella giornata del 15, solo al Col della Berretta vi fu azione delle fanterie, avendo il nemico sferrato un attacco al Col della Berretta, prontamente ricacciato da un nostro contrattacco. Il 16, invece, la lotta, si riaccese violenta. Ad una nostra puntata controffensiva in direzione di Col Caprile, l'avversario contrappose forze preponderanti che obbligarono la colonna d'attacco a sospendere l'avanzata e ad appoggiarsi sulla retrostante linea di difesa, dove la lotta durò accanita parecchie ore. Verso mezzogiorno nuovi rincalzi con grande slancio ristabilirono la situazione in nostro favore, e il nemico, contrattaccato fu costretto a ripiegare sulle sue posizioni di partenza. Nelle prime ore del pomeriggio l'avversario sferrò un attacco in fondo Val Brenta,
protetti da un forte bombardamento, da grossi riparti in formazione serrata; da San Martino avanzarono per la rotabile contro i nostri sbarramenti. Furono arrestati dal pronto ed efficace concentramento di fuoco delle nostre batterie e dovettero retrocedere in disordine".

Bollettini del 18 e 19 dicembre: "Nella giornata del 17, settima battaglia fra Brenta e Piave, l'avversario concentrò quasi esclusivamente i suoi sforzi sul saliente di Monte Solarolo. Alle 11, dopo molte ore di fuoco violentissimo, esteso dal Colle, dell'Orso alle porte di Salton, colonne di fanteria di nord-est e da nord si lanciarono all'attacco delle nostre posizioni. Le prime, che avanzarono dalle pendici sud orientali di Monte Spinoncia, colpite in pieno dalle nostre artiglierie e da efficacissimi concentramenti di fuoco di batterie francesi, dovettero arrestarsi e cedere prima di essere giunte a contatto della nostra linea. Le seconde, costituite da un'intera divisione di cacciatori germanici, precedute da reparti d'assalto, puntarono direttamente e decisamente su Monte Solarolo e sul versante nord della testata di Val Calcino. Le nostre truppe opposero tenacissima resistenza e l'avversario, dopo lotta accanita, decimato dal fuoco e spossato dai nostri contrattacchi, su costretta a sospendere l'azione e rientrare nelle sue linee".

"
Il 18 dicembre, con una sanguinosa azione durata l'intera giornata, il nemico, alternando violenti bombardamenti a forti attacchi di fanterie, tentò dal Col Caprile al Monte Pertica di spingere al sud la propria linea. Solo alla sua sinistra, dove per altro un centinaio di prigionieri restarono nelle nostre mani, l'avversario riuscì a conseguire e a conservare vantaggi nella zona del monte Asolone. Sulla destra, invece, specie per la mirabile resistenza spiegata ad ovest di Osteria del Lepre del 24° fanteria (brigata "Pesaro"), gli sforzi nemici riuscirono vani. Tentativi di passaggio del Vecchio Piave, fra Ca' Gradenigo e Cava Zuccherina, diedero luogo a vivaci combattimenti locali, ai quali concorsero largamente mezzi natanti Della Regia Marina".

Bollettino del 21 dicembre: "Sempre fra Brenta e Piave, dopo lungo bombardamento, nel pomeriggio del 19 il nemico attaccò sul fronte Tasson-Colle dell'Orso, ma fu prontamente ributtato con gravi perdite. Respinto pure fu più tardi un reparto avversario che tentò di assalire la quota 1601 del Monte Solarolo. Piccoli attacchi, tutti respinti, si ebbero in Val Concei, e a sud di Sasso Rosso; parecchi tentativi nemici di passare il Piave furono sventati e a Cortellazzo i marinai respinsero il nemico che aveva attaccato la testa di ponte.
II 20, sull'Asolone, le nostre truppe con tenace avanzata, accanitamente contrastata dall'avversario, riuscirono a togliere al nemico buona parte dei vantaggi da lui conseguiti nella giornata del 18. Sulle posizioni strappategli l'avversario concentrò vivissimo fuoco senza riuscire a scuotere la nostra resistenza. Un forte tentativo di contrattacco, pronunciatosi dal Monte Pertica, fu immediatamente arrestato. Nella. riconquista dell'Asolone si distinsero i reparti del 7° fanteria, la 283a compagnia del battaglione "Pallanza", i battaglioni alpini "Val Varaita" e "Val Pellice".

Bollettino del 25 dicembre (Natale): "Nella regione dell'Asolone nostri nuclei di Arditi mantennero il 21, desta l'attività combattiva, realizzando qualche progresso. Due attacchi nemici furono respinti. Il 22 intensa attività di pattuglie sul fronte montano ed azione di artiglierie al piano. II 23, dopo accurata e intensa preparazione di artiglieria cominciata la sera precedente il nemico attaccò a fondo il settore orientale dell'Altopiano di Asiago, concentrando l'azione sul tratto Buso-Monte. Valbella. In corrispondenza di quest'ultima località l'avversario riuscì a superare le nostre difese sconvolte dall'artiglieria, ma, dovette arrestarsi contro le posizioni retrostanti, donde i nostri cominciarono a sferrare furiosi contrattacchi. Nella notte sul 23, a sud di Gradenigo, sul Piave Vecchio, reparti del 17° reggimento bersaglieri con attacco di sorpresa ricacciarono sulla sinistra del fiume quei forti nuclei nemici che, passati sulla destra, tentavano disperatamente di mantenere la loro posizione.
II 24, sull'altopiano di Asiago, la battaglia ebbe una violenta ripresa. I contrattacchi intrapresi dalle nostre truppe, nonostante le difficoltà del terreno e la temperatura rigidissima, parecchie ore prima dell'alba, sono riusciti ad arrestare il nemico ed hanno riportato il combattimento sulle posizioni da noi sgombrate il giorno precedente. L'avversario difese il terreno conquistato con grande tenacia, contrapponendo contrattacco a contrattacco e concentrando sul davanti del suo fronte un formidabile fuoco di numerosissime batterie. Nelle vicende della lotta accanita alcune batterie e molte mitragliatrici, che avevano dovuto essere abbandonate nelle linee sconvolte furono ricuperate. Una colonna nemica, che da Bertigo avanzava sulle alture ad ovest di Malga Costalunga, fu annientata dal fuoco; un battaglione riuscì a strappare al nemico e a tenere per qualche tempo la vetta di Monte Valbella, mentre altri reparti risalite le pendici del Col del Rosso, impegnavano duramente in una lotta corpo a corpo l'avversario sotto la vetta. del monte.
Durante l'azione, centinaia di nostri cannoni fulminarono senza tregua le truppe avversarie, disperdendo gli ammassamenti a tergo della linea ed arrestando l'avanzata dei rincalzi".

Bollettino riassuntivo del 31 dicembre: "Neppure nella giornata di Natale si arrestò la battaglia, che, sull'altopiano di Asiago, si riaccese all'alba. II nemico concentrò il suo sforzo fra Col del Rosso e la Val Frenzela, ma, contenuto frontalmente non riuscì ad oltrepassare il caseggiato di Sasso. Più volte le nostre truppe da Costalunga e Monte Melago rinnovarono gli attacchi su Col del Rosso e sul Valbella. Nell'azione di questi giorni si distinsero il 78° fanteria (brigata "Toscana") e il 5° bersaglieri.
Azioni di pattuglie sui monti e di artiglierie nella pianura nei giorni 26, 27, 28 e 29. Il 30, nel settore di Monte Tomba, dopo accurata preparazione di artiglieria, cominciata il giorno precedente e intensificata nelle prime ore del pomeriggio, aiutati da gruppi francesi i nostri assaltarono con magnifico slancio le posizioni nemiche tra Osteria di Monfenera, e Naranzine. Travolta l'accanita resistenza nemica, i valorosi si affermarono saldamente sulle posizioni conquistate, oltre ad aver catturato 44 ufficiali, 1348 uomini di truppa, 60 mitragliatrici, 7 cannoni, parecchi cannoni a tiro rapido da trincea e abbondante materiale di guerra".

L'anno 1917 come abbiamo visto si chiuse con un sorprendente ed incredibile successo tutto italiano, che stupì il mondo; quell'esercito che pochi giorni prima, sui giornali di tutta Europa era stato descritto "straccione", "disorganizzato", "codardo", "disfatto", "annientato", non solo era tornato a battersi ma stava mettendo in difficoltà l'esercito di due Imperi che al Tagliamento imbaldanziti dal facile successo, già gridava "A Milano! A Milano!". Forse convinti di trovarsi ancora nel 1848!
E dobbiamo dire che meravigliò anche i due alleati dell'Italia; che non avendo fiducia, ritardarono di impegnare in prima linea quelle truppe che già avevano fatto entrare in Italia.
Del resto alcuni generali perdendo la testa si erano comportati militaresticamente da imbelli caporali, mentre alcuni caporali e tenentini erano diventati dei generali di un esercito sì militare, ma militare popolaresco, con la rabbia in corpo e anche con una certa dignità.

Gli italiani non si risparmiarono nemmeno l'ultimo giorno dell'anno! Nella solita Zenson (Piave), in seguito a una energica pressione nemica, iniziata il giorno 27 e proseguita senza interruzione, la notte del 31 un'abile azione combinata di fuoco e di reparti, inflisse agli attaccanti delle perdite gravissime e lo costrinse ad abbandonare la testa di ponte, così tenacemente difesa, e a ripassare sulla sinistra del fiume.
Il nuovo anno trovava il nemico inchiodato nelle sue posizioni, logoro dall'immane sforzo sostenuto, incapace (dopo i 150 chilometri fatti di corsa) di fare un solo passo avanti oltre le difese italiane, deluso per l'insuccesso riportato dopo un mese e mezzo di poderosa lotta con la quale sperava di travolgere facilmente dal settentrione le linee montane, e da oriente, passato il grande fiume, poter dilagare nelle province venete. E oltre la delusione, iniziarono a mancare i rifornimenti, creando così nelle sue file per la prima volta una crisi di sfiducia. Anche a Vienna, molti generali si giocarono il prestigio. Nel fare la critica spietata, indirettamente molti austriaci paradossalmente tifano per l'Italia; e dei tedeschi, di Below e compagni erano proprio delusi.

L'abbiamo già citata questa frase, ma qui ci sta bene ripeterla: "Pareva quasi impossibile - scrisse poi l'austriaco SCHWARTE (delle alte gerarchie militari austriache) in "Der gosse Krieg" - che un esercito il quale usciva da una immane catastrofe come quella di Caporetto avesse potuto riprendersi così rapidamente".

E in quei giorni la "Neue Freie Presse" di Vienna scriveva: "L'esercito italiano è in piedi. I vuoti sono stati colmati; specialmente l'artiglieria è stata ricostituita. Non si possono negare ai soldati italiani grandi elogi per il loro spirito e la loro resistenza agli attacchi".
Più preziosa d'ogni altra la constatazione dell'insuccesso austro-tedesco è quella fatta dal maresciallo HINDENBURG nelle sue "Memorie": "Il nostro tentativo d'impadronirci delle Alpi veneziane che dominano per un gran tratto la pianura italiana e di fare, così crollare la difesa nemica sul Piave fallì. Io mi dovetti convincere che le nostre forze non bastavano per il raggiungimento di tale compito. L'operazione era giunta ad un punto morto. La più tenace volontà dei comandanti che erano sul posto e delle loro truppe dovette, davanti a questa realtà, lasciar cadere le armi".

L'AVIAZIONE ITALIANA

Non soltanto l'esercito italiano si era rapidamente ripreso, ma anche l'aviazione, cui durante il ripiegamento erano venuti a mancare numerosi apparecchi (140), dopo l'arretramento al Piave, e tutti i campi situati nella zona occupata dal nemico. Nonostante le circostanze avverse e le dolorose perdite subite, il noto coraggio dei magnifici aviatori italiani non si era mai smentito. Si erano prodigati e sacrificati durante la ritirata e nei primi giorni della resistenza al Piave e sugli altipiani, avevano scritto pagine gloriose nella storia della loro arma.
Dal 22 ottobre al 23 novembre non meno di cinquanta aeroplani austriaci e germanici furono abbattuti. Diciannove precipitarono, il più delle volte in fiamme, dentro le linee italiane, degli altri fu accertata sempre la caduta nelle linee avversarie, e spesso nelle immediate vicinanze. Oltre a questi, certamente altri apparecchi nemici furono abbattuti e costretti ad atterrare nei numerosissimi combattimenti sostenuti nei primi giorni dell'offensiva nemica, ma di questi, essendo venuti meno i mezzi aerei d'ossservazione, non si volle tener conto.
Nei combattimenti il cui esito fu accertato, il maggiore BARACCA ottenne la 28a vittoria, il tenente colonnello PICCIO la 17a, il capitano RUFFO di Calabria la 16a, il tenente RANZA la 9a, il tenente PARVIS la 7a, il sergente POLI la 6a. Le perdite furono assai più lievi delle nemiche: 18 apparecchi italiani non ritornarono ai loro campi, tre precipitarono nelle nostre linee, tre osservatori uccisi durante il volo furono riportati alla base dai piloti.
Nell'ultima settimana di novembre furono 10 gli aeroplani nemici abbattuti; una trentina quelli che il nemico perse nel mese di dicembre; mese che aumento la sua fama BARACCA, che il 2 dicembre riportò la 30a vittoria.
Degni di menzione gli altri implacabili "cacciatori": PICCIO, PARVIS, RUFFO, POLI, NOVELLI, COSTANTINI, CERRUTI, ANCILLOTTO, LOMBARDI, MAGISTRINI, SAMBONET, NICELLI, FANTI, MARCHI, DE FILIPPO, RANZA, RIZZOTTO, ALLASIA, MASIERO, SCARONI, CHIRI, RENNELLA, LEONARDI, SORRENTINO, KELLER, FUCINI, BAZZI, AVON, DONATI, CONTARDINI, CARABELLI, COBRUNA, DEGLI ESPOSTI, OLIVERO, ALLEGRE, COMANDONI, IMOLESI, CIOTTI, GIANNOTTO, VULCANO, NANNINI.

Accanto ai cacciatori, le squadriglie di ricognizione e di bombardamento portarono a termine imprese notevoli, in soli due mesi ci furono circa sessanta missioni-azioni di bombardamento, alle quali parteciparono oltre trecentocinquanta Caproni, gettando più di settanta tonnellate di esplosivo.

Una delle più grandi battaglie aeree fu quella combattuta il 26 dicembre nel cielo della già martoriata città di Treviso (vedi la cartina delle bombe cadute) , alla quale parteciparono squadriglie da caccia e artiglierie antiaeree inglesi ed italiane.
"Nella mattinata - comunicava un bollettino del Comando Supremo - 25 apparecchi nemici, favoriti dalla foschia, giunsero sopra un nostro campo d'aviazione ad occidente della città, iniziandone il bombardamento. Accolti dal fuoco violento delle batterie antiaeree ed attaccati impetuosamente dagli apparecchi del campo levatisi in caccia, dovettero ripiegare prima di aver compiuta l'operazione; 8 velivoli avversari, colpiti, precipitavano al suolo. Più tardi, verso le 12,30 una squadriglia nemica di 8 aeroplani ritentò la prova, ma fu affrontata già nel cielo di Montebelluna e costretta a ripiegare perdendo 3 aerei. Degli undici aeroplani nemici abbattuti, 8 sono andati dentro le nostre linee, 3 dentro quelle avversarie".

Come crudele rappresaglia e per sfogare la rabbia per la sconfitta patita nel cielo di Treviso e di Montebelluna, il nemico non seppe far meglio che portare le sue ali e le sue bombe su altre città indifese. La sera del 28 dicembre, aviatori nemici punirono ancora Treviso e Montebelluna, poi bombardarono Castelfranco e Padova. Nel centro di Padova, dove più densa è la popolazione e più ricchi e numerosi i monumenti, caddero otto bombe, uccidendo 13 persone e ferendone 60. Non soddisfatti, la barbara aggressione fu rinnovata su Padova la sera dopo, il 29, lanciando oltre venti bombe esplosive e incendiarie, uccidendo alcune persone e ferendone diverse e producendo danni rilevanti alle case private e ai monumenti. Danneggiati furono due ospedali e le chiese di San Martino e del Carmine.
La notte del 30 una terza incursione nuovamente su Padova, dove si ebbero alcuni feriti e gravi danni alle opere d'arte, quali il Duomo, la Basilica del Santo e il Museo Civico. L'ultima barbara impresa dell'aviazione nemica nel 1917 fu compiuta la notte del 31 dicembre: aviatori nemici attaccarono prima il campo di aviazione di Istrana con l'intenzione di mettere fuori uso gli aerei sul campo, poi proseguirono l'aggressione su centri abitati e indifesi bombardando Vicenza, Bassano, Castelfranco e ancora Treviso causando 13 morti e 44 feriti.

LA MARINA

Infaticabile la Marina, con le sue navi nei due mesi della "riscossa". Il 13 novembre alcuni tentativi d'infiltrazione nemica a valle di Revedoli (presso la foce del Piave) furono decisamente respinti da un battaglione di marinai; un reparto riuscì a circondare un gruppo di Arditi nemici che aveva oltrepassato la linea delle trincee, uccidendoli o facendoli prigionieri.
Il 14, cinque siluranti nemiche si presentarono davanti a Cortellazzo per cannoneggiare le linee italiane del basso Piave. Furono ricacciate dal fuoco delle batterie costiere di marina e contrattaccate da idrovolanti, i quali fecero ininterrotto e prezioso servizio di esplorazione, di regolazioni del tiro e di attacco ravvicinato delle truppe nemiche, bombardando anche ripetutamente i galleggianti con quali i nemici tentarono più volte di passare il Piave; ed infine sostenendo numerosi combattimenti aerei.
Il 16, insieme con apparecchi da caccia francesi, gli idrovolanti italiani attaccarono un gruppo di unità nemiche e numerosi aeroplani che le scortavano, colpendo con bombe incendiarie un cacciatorpediniere austriaco e abbattendo un velivolo. Il 18, due idrovolanti, con l'aiuto d'un apparecchio francese, diedero la caccia a tre aeroplani nemici in ricognizione e ne abbatterono uno. Il 19 un altro idrovolante fu attaccato da due apparecchi nemici e ne abbatté uno. Lo stesso giorno un cacciatorpediniere nemico fu attaccato da un idrovolante e colpito da una bomba; il 20 un altro apparecchio nemico, dopo un combattimento aereo fu obbligato a scendere oltre il Piave.
Il mattino del 28 novembre, 14 unità navali austriache attaccarono la costa italiana in alcuni punti fra Porto Corsini e Pesaro. Subito contrattaccati dai treni speciali armati, ripiegarono rapidamente sulla loro base, dove rientrarono, sfuggendo così a siluranti italiane dirette verso Pola, per tagliare loro la ritirata.

Brillante fu l'attività dei Mas (Motoscafi Anti-Sommergibili). Nel pomeriggio del 16 novembre le corazzate austriache Wien e Budapest, scortate da alcune siluranti, si presentarono dinanzi a Cortellazzo per bombardare, ad oltranza la batteria di cannoni navali da 152 che costituiva un caposaldo delle difese del Basso Piave. Due Mas, comandati dal capitano di fregata PINO COSTANZO e dal tenente di vascello BERARDINELLI, corsero all'attacco delle due corazzate e, nonostante l'intenso fuoco, giunti a poche centinaia di metri dalle due unità, lanciarono i siluri, non le colpirono ma le costrinsero a desistere dall'azione e a ritirarsi verso le loro basi. Ma era un "colpo gobbo" solo differito.

Infatti, tre settimane dopo, ad altri due Mas si deve un'azione per forzare il porto di Trieste e il siluramento della Wien, eseguito la notte sul 10 dicembre. I Mas 9 e 13, comandati dal siciliano RIZZO e appoggiati da un nucleo di unità leggere, protetto dalla nebbia si aprirono un varco attraverso gli sbarramenti che chiudevano l'accesso del porto tagliando alcuni cavi metallici, e individuate le corazzate Wien e Budapest lanciarono contro di esse quattro siluri. La Wien, colpita dai siluri del Mas 9, affondò subito. I due Mas poterono uscire dal porto, incolumi, attraverso lo stesso varco che si erano aperti.
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Ora prima di entrare nell'anno 1918, dove riprenderanno i combattimenti, dobbiamo ritornare ai fatti politici di questi ultimi due mesi del 1917.
Che non sono trascurabili. Quelli interni, e quelli esterni.
Che narreremo nei successive due lunghi riassunti.
Il primo comprende:

La defezione russa dopo la rivoluzione;
La conferenza interalleata di Parigi;
La dichiarazione di guerra degli Stati Uniti all'Austria;
I Fasci della difesa nazionale;
Ed infine, le sedute parlamentari italiane.

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Fonti, citazioni, testi, bibliografia
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
TREVES - La guerra d'Italia nel 1915-1918 - Treves. Milano 1932
A. TOSTI - La guerra Italo-Austriaca, sommario storico, Alpes 1925
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

+ AUTORI VARI DALLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

 

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