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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1918 (1)

ARMISTIZIO RUSSO - I 14 PUNTI DI WILSON - LA JUGOSLAVIA

L'ARMISTIZIO DI BREST-LITOWSKI E LE TRATTATIVE DI PACE TRA GLI IMPERI CENTRALI E LA RUSSIA - LA PACE SECONDO LLOYD GEORGE - U.S.A. I 14 PUNTI DI WILSON - IL MOVIMENTO JUGOSLAVO O I SUOI FAUTORI ITALIANI - LE CONVERSAZIONI E GLI ACCORDI ITALO-JUGOSLAVI DI LONDRA - L'ON. ORLANDO A LONDRA E A PARIGI - IL CONSIGLIO SUPERIORE DI GUERRA - LA COMMISSIONE D'INCHIESTA SUL ROVESCIO DI CAPORETTO - LA POLITICA ITALIANA VERSO LE NAZIONALITÀ OPPRESSE DALL'AUSTRIA NELLE DICHIARAZIONI ALLA CAMERA DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO - DICHIARAZIONI DELL'ON. SONNINO - "MONTE GRAPPA, TU SEI LA MIA PATRIA " - ENERGICA POLITICA INTERNA - IL CONGRESSO CAPITOLINO DELLE NAZIONALITÀ OPPRESSE DAGLI AUSTRO-MAGIARI - IL PATTO DI ROMA
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L'ARMISTIZIO DI BREST-LITOWSKI E LE TRATTATIVE DI PACE TRA GL'IMPERI CENTRALI E LA RUSSIA

II 22 dicembre del 1917, a Brest-Litowski, dov'era il quartier generale del principe LEOPOLDO di Baviera, comandante degli eserciti tedeschi al fronte orientale, si erano riuniti i rappresentanti della Germania, dell'Austria, della Turchia, della Bulgaria e della Russia per iniziarvi, durando l'armistizio, trattative di pace.
I rappresentanti bolscevichi, JOFFE e KAMENEV, si erano dichiarati pronti alla pace, purché questa ratificata senza contribuzioni e annessioni, sulla base del diritto dei popoli ad una libera autodeterminazione, ed il 26, avendo i rappresentanti degli Imperi centrali accettato di trattare sulle basi proposte, si era compilato un formale strumento, concedendo dieci giorni alle altre potenze belligeranti per aderire alle proposte russe e partecipare ai negoziati.
Due giorni dopo, questi erano stati troncati avendo i delegati tedeschi dichiarato di rinunciare soltanto alle annessioni effettuate con la forza.

Quasi a precisare quali fossero i loro punti di vista riguardo alla pace e a giustificare la mancata adesione delle Potenze aderenti all'Intesa alle trattative di Brest-Litowski, nella prima decade di gennaio LLOYD GEORGE e il presidente WILSON fecero delle dichiarazioni importantissime.
Lloyd George, parlando, il 5 gennaio ai delegati sindacali (Trade Unions) affermò che l'Inghilterra era pronta a far la pace, purché fossero accettate le condizioni seguenti: a) completa restaurazione politica, territoriale ed economica del Belgio, indennizzato al possibile dei danni patiti; b) restaurazione della Serbia e del Montenegro; c) restituzione dei territori occupati in Francia, nella Romania e riparazione delle ingiustizie in questi paesi commesse.
Fra questi ultimi Paesi c'era l'Italia, e Lloyd Gorge propose la "soddisfazione delle legittime rivendicazioni degli italiani che vogliono essere uniti ai loro fratelli di lingua e di stirpe".


Riguardo alla Russia disse: "Saremo fieri di combattere fino alla fine a lato della nuova democrazia russa; ma se gli attuali governanti della Russia agiscono indipendentemente dai loro Alleati, ci sarà impossibile intervenire ed impedire la catastrofe di cui il loro Paese sarà certamente vittima".

(Ndr. - Uno di questi Paesi che Lenin considerava già alleati e quindi parte della grande Unione dei Paesi Socialisti, era l'Ucraina, che però nei giorni della rivoluzione, aveva dichiarato la propria indipendenza, e lottava contro il nascente bolscevismo per non essere annessa a quella confederazione di Stati Russi tanto auspicata da Lenin - L'Ucraina dovrà lottare per oltre tre anni, poi (1921) l'intervento dell'Armata Rossa la riportò nell'ambito dell'URSS quale Repubblica federata, e fece così svanire il sogno indipendentista che gli Ucraini coltivavano fin dal 1793, quando la politica degli zar -in seguito alla spartizione della Polonia- la Russia imperiale ottenne questo territorio e vi esercitò con durezza una russificazione, che invece di stroncare rafforzò il sentimento nazionale e le tendenze separatiste. Come del resto in Polonia).

Riguardo all'Austria, pur non sostenendone lo smembramento, Lloyd George disse di ritenere che, senza un'autonomia democratica effettiva per coloro che la reclamavano da tanto tempo, era impossibile sperare di eliminare le cause di disordini fra le varie nazionalità dell'Impero che minacciavano la pace generale dell'Europa. Perciò, considerava come essenziale, la soddisfazione delle legittime rivendicazioni oltre che degli ucraini, dei sudditi austriaci di stirpe italiana e rumena e come necessità urgente la formazione di una Polonia unita e indipendente. Riteneva inoltre che l'Arabia, l'Armenia, la Mesopotamia, la Siria, e la Palestina avessero diritto ad un'esistenza separata e chiedeva l'internazionalizzazione e la neutralizzazione del passaggio dal Mar Nero al Mediterraneo.

LA PACE SECONDO LLOYD GEORGE

LLOYD GEORGE terminava il suo discorso esponendo gli scopi della guerra:
"Combattiamo per una pace equa e durevole e riteniamo che tre condizioni debbano essere adempiute prima di ottenere una pace permanente:
1) la santità dei trattati deve essere reintegrata;
2) l'assestamento territoriale deve essere basato sul diritto delle nazioni a decidere della loro sorte e sul consenso dei governati:
3) dobbiamo cercare di creare un'organizzazione internazionale, la quale consenta di limitare l'onere degli armamenti e di diminuire le probabilità di guerra".

I 14 PUNTI DI WILSON

Pochi giorni dopo, intervenne poi il presidente degli Stati Uniti, THOMAS WOODROW WILSON. L'8 gennaio al Congresso, in uno dei suoi messaggi, enunciò e condensò in 14 punti -rimasti famosi- il programma della pace mondiale.

1° Convenzioni di pace palesi, apertamente concluse e in base alle quali non vi saranno accordi internazionali segreti di alcuna specie, ma la diplomazia agirà sempre palesamento e in vista di tutti.
2° Libertà assoluta della navigazione sui mari all'infuori delle acque territoriali, tanto in tempo di pace quanto in tempo di guerra salvo per i mari che potessero essere chiusi in tutto o in parte mediante un'azione internazionale in vista dell'esecuzione degli accordi internazionali.
3° Soppressione per quanto sarà possibile di tutte le barriere economiche e creazione di condizioni commerciali eguali fra tutte le nazioni che consentiranno alla pace e si associeranno per mantenerla.
4° Garanzie convenienti date e prese che gli armamenti nazionali saranno ridotti all'estremo limite compatibile con la sicurezza del Paese.
5° Libera sistemazione, con spirito largo e assolutamente imparziale, di tutte le rivendicazioni coloniali basate sulla stretta osservanza del principio che, nel determinare tutte le questioni di sovranità, gli interessi delle popolazioni interessate dovranno avere un peso eguale a quello delle domande eque del Governo il cui titolo dovrà essere conosciuto
6° Sgombero di tutti i territori russi e soluzione di tutte le questioni concernenti la Russia che assicuri la migliore e più libera cooperazione delle altre nazioni per dare alla Russia il modo di determinare, senza essere ostacolata né turbata, l'indipendenza del proprio sviluppo politico e della propria politica nazionale, per assicurarle una sincera accoglienza nella Società delle Libere Nazioni con istituzioni di sua scelta, e più che un'accoglienza ogni aiuto di cui abbia bisogno e che desideri. Il trattamento fatto alla Russia dalle nazioni sue sorelle durante i mesi avvenire sarà la pietra di paragone della loro buona volontà e della loro comprensione dei suoi bisogni, astrazione fatta dai loro interessi e dalla loro intelligenza e simpatia disinteressata.
7° Quanto al Belgio, il mondo intero sarà d'accordo che esso dev'essere sgombrato e restaurato senza alcun tentativo di limitare la sovranità di cui gode nel concerto delle altre nazioni libere. Nessun altro atto servirà quanto questo a ristabilire la fiducia tra le Nazioni sulle leggi che esse stesse hanno stabilito e fissato per regolare le loro reciproche relazioni. Senza questo atto salutare, tutta la struttura e la validità di tutte le leggi internazionali sarebbero per sempre indebolite.
8° Tutto il territorio francese dovrà essere liberato e le regioni invase dovranno essere restaurate. Il torto fatto alla Francia dalla Prussia nel 1871 per quanto riguarda l'Alsazia-Lorena e che ha turbato la pace del mondo per quasi cinquant'anni, dovrà essere riparato affinché la pace possa ancora una volta essere garantita nell'interesse di tutti.
9° La sistemazione delle frontiere dell'Italia dovrà essere effettuata secondo le linee di nazionalità chiaramente riconoscibili.
10° Ai popoli dell'Austria-Ungheria, il cui posto desideriamo veder tutelato e garantito fra le Nazioni, si dovrà dare più largamente occasione per uno sviluppo autonomo.
11° La Romania, la Serbia, il Montenegro dovranno essere sgombrati e i territori occupati dovranno essere restituiti. Alla Serbia dovrà accordarsi un libero e sicuro accesso al mare. Le relazioni fra i vari Stati Balcanici dovranno essere fissate amichevolmente secondo i consigli delle Potenze e in conformità a linee di nazionalità stabilite storicamente. Saranno fornite a questi Stati Balcanici garanzie di indipendenza politica ed economica e per l'integrità dei loro territori.
12° Una sicura sovranità sarà garantita alle parti turche dell'Impero ottomano attuale; ma le altre nazionalità che si trovano in questo momento sotto la dominazione turca dovranno avere garantita un'indubbia sicurezza di esistenza ed il modo di svilupparsi senza ostacoli, autonomamente. I Dardanelli dovranno essere aperti permanentemente e costituire un passaggio libero per le navi e per il commercio di tutti sulla base di garanzie internazionali.
13° Dovrà essere stabilito uno Stato polacco indipendente che dovrà comprendere i territori abitati incontestabilmente da popolazioni polacche, alle quali si dovrà assicurare un libero e sicuro accesso al mare e la cui indipendenza politica ed economica, al pari dell'integrità territoriale, dovrà essere garantita con accordi internazionali.
14° Un'Associazione Generale delle Nazioni dovrà essere formata in base a convenzioni speciali, allo scopo di fornire mutue garanzie di indipendenza politica e di integrità territoriale ai grandi come ai piccoli Stati.

Il messaggio di Wilson, specie per quel che riguardava l'Italia (punto 9), ebbe una cattiva accoglienza dal Governo e dalla stampa italiana, esclusi naturalmente i giornali socialisti, e suscitò molte polemiche. Coloro che accolsero con molto favore i punti wilsoniani, nono, decimo e undecimo furono i serbi-slavi soggetti all'Austria, tutti sognanti l'indipendenza e la formazione di un regno tutto slavo (jugoslavo).

IL MOVIMENTO JUGOSLAVO E I SUOI FAUTORI IN ITALIA
LE CONVERSAZIONI E GLI ACCORDI ITALO-JUGOSLAVI DI LONDRA
L'ON. ORLANDO A LONDRA E A PARIGI

Il messaggio del Presidente degli Stati Uniti fece guadagnare molti punti proprio alla causa jugoslava, la quale aveva moltissimi difensori in America, in Inghilterra e in Francia. Anche in Italia avvocati della causa jugoslava non mancavano: fra questi i non pochi che erano contrari al mantenimento dell'Impero austro-ungarico; i repubblicani, che avevano approvato il patto di Corfù; tutti coloro che facevano politica sentimentale e consideravano i croati e gli sloveni, vittime, al pari degli Italiani irredenti, del tirannico giogo asburgico, e meritevoli, al pari dei fratelli italiani, d'indipendenza, e non pensavano che alcuni croati e sloveni erano i nemici proprio degli Italiani.

Alcuni di questi "avvocati" della causa jugoslava sostenevano inoltre che l'Italia doveva servirsi degli slavi austriaci per la nostra stessa guerra, come avevamo intenzione di servirsi dei prigionieri cecoslovacchi, che Cadorna, con la cooperazione del principe Pietro Lanza di Scalca e del generale Piccione, che poi li comandò, aveva cominciato ad organizzare.
Ma se non pochi erano gli slavofili in Italia, moltissimi, anzi i più, erano quelli che diffidavano dello slavismo meridionale. Allo scopo di togliere queste diffidenze, ma col segreto fine di favorire la causa jugoslava, molto si era adoperato nel dicembre del 1917 WICKHAM STEAD, direttore della politica estera del "Times", sotto il cui auspicio erano avvenute a Londra conversazioni tra Jugoslavi e Italiani e più particolarmente tra il croato TRUMBIC, già feroce persecutore degli Italiani di Dalmazia (il perché, vedi nota più avanti), e GUGLIELMO EMANUEL, corrispondente del "Corriere della Sera", e il generale MOLA.

Fu proprio quest'ultimo che inferse il primo colpo al trattato di Londra, esprimendo il parere che doveva essere riveduto; accettò la massima di assegnare all'Italia le sole terre adriatiche con popolazione prevalentemente italiana, affermò che l'Italia voleva nell'Adriatico sicurezza e non dominio e si mostrò propenso a rinunce non lievi in Dalmazia purché compensate da acquisti in Istria.
Delle conversazioni fu steso un verbale, in cui, premesso che occorreva cooperare per lo smembramento dell'Impero austro-ungarico, si concordava: a) revisione dei trattati; b) diritto dei popoli a determinare la propria sorte secondo il principio di nazionalità; c) interesse comune di Italiani e Jugoslavi alla sicurezza dell'Adriatico e ad evitarvi l'intromissione di terzi. II generale Mola comunicò il verbale al Comando Supremo, EMANUEL al sottosegretario della Propaganda, on. GALLENGA, di cui era fiduciario, e TRUMBIC alla legazione serba di Londra che lo inoltrò al Foreing Office.

Le conversazioni di Londra, conosciute in Italia, provocarono discussioni, polemiche e proposte, sostenendo i più dei nazionalisti e liberali un programma massimo di rivendicazioni italiane in Adriatico, plaudendo alcuni liberali e nazionalisti, i repubblicani, i radicali e i riformisti all'intesa con Jugoslavi e Greci, consigliando i giolittiani e i cattolici ad attenersi al patto di Londra del 1915.
Si giunse perfino a costituire un comitato italo-jugoslavo, al quale aderirono deputati e pubblicisti, che aveva lo scopo di far trionfare i principi di massima concordati nelle conversazioni londinesi.
(Questi paladini non sapevano né immaginavano cosa poi sarebbe accaduto all'Italia a Versailles).

Quasi a reagire contro le correnti jugoslavofile, il 12 gennaio del 1918, si riuniva a Roma una numerosa assemblea della "Trento e Trieste", presieduta dall'on. DI CESARÒ, nella quale fu approvato all'unanimità un ordine del giorno, in cui, premesso il diritto dell'Italia sul Trentino con l'Alto Adige, sul Friuli Orientale, sull'Istria con Trieste o Fiume e sulla Dalmazia, si chiedeva che "l'Associazione Nazionale Trento e Trieste", in armonia con le istituzioni sorelle, che "intensificasse la propaganda per combattere con ogni mezzo in Italia e fuori, tutte quelle correnti occulte e palesi che tendevano a sminuire e a falsificare l'essenza di quei nostri diritti ai quali il miglior sangue di nostra gente, versato per la comune crociata antigermanica, aveva dato la sua solenne consacrazione".

NOTA - Qui dobbiamo fare questa nota. Gli interventisti democratici dovettero digerire un boccone molto amaro, facendo riprendere ai giolittiani e ai socialisti i loro attacchi contro la guerra.
Era accaduto alla fine del 1917 (e girava proprio in questi primi giorni di gennaio), con la presa del potere in Russia dei Bolscevichi, che questi (fautori dell'antimilitarismo su tutta Europa e di "guerra alle guerre") pubblicarono il Trattato di Londra, che fino a quel momento era rimasto segreto, e rivelarono che l'Italia non combatteva soltanto per Trento e Trieste, ma anche, tra l'altro, per la Dalmazia settentrionale e per il Tirolo Meridionale (o Alto Adige). E queste aeree non erano abitate da italiani irredenti, che fin dall'inizio delle ostilità questa era la ragione principale, se non unica; ed infatti, non si era parlato mai in nessuna occasione di queste due regioni.
Bissolati e i suoi colleghi inorridirono apprendendo, dopo tre anni di guerra, che l'Italia combatteva per le ragioni sbagliate ("con mire imperialistiche"). La stessa reazione la ebbero molti liberali, tra cui ALBERTINI il direttore del "Corriere della Sera".
Gli interventisti democratici, dopo quella piattaforma presentata da Wilson, a quei "diritti d'indipendenza delle nazioni" si arrampicarono, dandosi da fare per far proclamare a destra e a manca i diritti d'indipendenza nazionale alle nazioni oppresse dall'Austria-Ungheria (Polonia, Cecoslovacchia, Romania e… Jugoslavia), anche se SONNINO una Jugoslavia forte davanti alle coste italiane non lo desiderava affatto. Tuttavia ORLANDO (forse equivocando) incoraggiò tutti quei discorsi sulle "nazionalità", anche perché la guerra non era finita, né vinta, e quindi contro l'Austria erano questi discorsi una buona arma propagandistica per vincere la guerra. L'incoraggiamento fu dato fino al punto che poi a Roma fu organizzato - lo leggeremo più avanti- un "Congresso delle Nazioni oppresse"
I risultati -con le chiacchiere italiane- furono più favorevoli agli altri "stati oppressi" che non all'Italia; che perse di vista per quasi tutto il 1918 i suoi obiettivi bellici; infatti, questi, quando si arriverà il giorno dell'armistizio del 4 novembre erano ancora indefiniti; e fu poi Wilson, come vedremo ad imporre le sue "linee", anche se in ritardo (e s'infuriò) e quando ormai gli Italiani erano al Brennero (anzi a Innsbruck) e a Fiume (altro territorio di cui era stata fatta menzione nei trattati di Londra solo vagamente, forse mai più pensando che a fine guerra ci sarebbe stata la disintegrazione dell'impero asburgico. Anzi Fiume era stata vagamente ceduta alla Croazia).

Nella seconda metà di gennaio, dopo essere stato a Parigi, l'on. ORLANDO andò col Commissario degli Approvvigionamenti, on. CRESPI, a Londra per discutere e prendere accordi su questioni politiche, economiche, navali ed alimentari che si collegavano con la condotta della guerra. II 26 l'on. Orlando ebbe un colloquio con ANTE TRUMBIC; incontro consigliato e preparato da LLOYD GEORGE, il quale cercò di persuadere il presidente italiano del Consiglio che l'Italia aveva interesse di aiutare la costituzione di un grande regno jugoslavo e che pertanto occorreva non trincerarsi dietro al patto di Londra. Simili consigli, insieme con CLEMENCEAU, Lloyd George diede a Orlando e a Sonnino a Versailles in occasione della riunione del Comitato interalleato di guerra, che tenne le sue sedute dal 30 gennaio al 2 febbraio, ma, grazie alla fermezza di Sonnino, il Comitato interalleato dovette mantenere, seppur provvisoriamente, intatte le stipulazioni di Londra, alle quali non sarebbero state apportate modifiche senza il consenso del Governo italiano.

IL CONSIGLIO SUPERIORE DI GUERRA

Il 4 febbraio l'Agenzia Stefani pubblicò il seguente comunicato sulle decisioni del Consiglio Supremo di guerra:

"Il Consiglio ha esaminato con la più gran cura le recenti dichiarazioni del Cancelliere tedesco e del ministro degli Affari Esteri d'Austria Ungheria. Gli è stato impossibile non trovarvi nulla che si avvicinasse alle condizioni moderate formulate da tutti i Governi Alleati. Questa convinzione non ha potuto essere che rafforzata dall'impressione che produce il contrasto tra i pretesi fini idealisti, in vista dei quali le Potenze Centrali hanno iniziato i negoziati di Brest-Litowski, ed i piani di conquista e di spogliazione oggi rivelati. In questa condizione il Consiglio Superiore di Guerra ha ritenuto che suo solo dovere immediato fosse di assicurare la continuazione, con estrema energia e con la più stretta e più efficace cooperazione, dello sforzo militare degli Alleati.
Questo sforzo dovrà essere continuato finché non si sia determinato nei governi e nei popoli nemici un mutamento di disposizioni atte a dare la speranza di una pace conclusa su basi che non implichino l'abbandono, dinanzi ad un militarismo aggressivo ed impenitente, di tutti i principi che gli alleati sono risoluti a far trionfare: principi di libertà, di giustizia e di rispetto per il diritto delle nazioni. Le risoluzioni prese dal Consiglio Superiore di Guerra per dar seguito a questa conclusione hanno abbracciato non soltanto la condotta generale degli Affari militari degli Alleati sui vari teatri della guerra, ma più particolarmente il più stretto e più efficace coordinamento, sotto il controllo del Consiglio, di tutti gli sforzi delle Potenze unite nella lotta contro gli Imperi Centrali.
Le attribuzioni del Consiglio stesso sono state estese e i principi di unità, di politica e di azione, posti a Rapallo nel mese di novembre, sono stati svolti in una forma concreta e pratica. Su tutte queste questioni s'è ottenuta una comune intesa, dopo la più profonda discussione della politica da seguire e delle misure di attuazione. L'accordo completo si è così stabilito, tanto fra i Governi quanto fra i capi militari in tutti i sensi necessari perché le risoluzioni concordi possano avere il loro pieno effetto. Di qui per tutto un tranquillo sentimento di forza indefettibile per la ferma fiducia nell'unanime accordo non soltanto sulle disposizioni e sui mezzi, ma anzitutto sulle vedute: una coalizione in piena luce di coscienze e di volontà, che non mira ad altro scopo che la difesa dei popoli civili contro la più brutale impresa di aggressione mondiale, e oppone alle violenze del nemico il tranquillo dominio delle più alte energie, incessantemente rinnovellate. I grandi soldati delle nostre democrazie hanno segnato il loro posto nella storia con lo splendore di eroiche virtù per le quali non vi è più misura, mentre la nobile resistenza delle popolazioni virili nelle terribili prove di ogni giorno attesta, in modo non meno alto del magnifico slancio delle nostre armi, quale vittoria morale, la vittoria militare dell'Intesa, liberatrice avrà la gloria di consacrare".


LA COMMISSIONE D'INCHIESTA SUL ROVESCIO DI CAPORETTO

Circa una settimana dopo la chiusura del Consiglio Superiore di guerra, il generale CADORNA lasciava la Francia e il suo posto, dove veniva sostituito dal generale GIARDINO. Il ritiro del Cadorna dal Consiglio Superiore di guerra era effetto di un decreto reale del 17 gennaio con il quale era stata istituita una Commissione d'inchiesta per indagare e riferire sulle cause e le eventuali responsabilità degli avvenimenti che avevano determinato la sconfitta a Caporetto e il ripiegamento dell'esercito al Piave, nonché sul modo come il ripiegamento stesso era avvenuto. La commissione era presieduta dal generale, d'esercito CARLO CANEVA, senatore del Regno, ed era composta dai senatori NAPOLEONE CANEVARO, viceammiraglio e PAOLO EMILIO BENSA, dal deputato prof. ALESSANDRO STOPPATO, dal tenente generale OTTAVIO RAGNI e dall'avvocato generale militare ANTONIO TOMMASI. Dietro deliberazione del Consiglio dei Ministri in data dell'8 febbraio venivano messi a disposizione del Ministero della Guerra, senza però diminuzione del loro grado e della loro autorità e allo scopo soltanto di fornire alla Commissione d'inchiesta tutti gli elementi di fatto che potessero occorrerle, i generali CADORNA, PORRO e CAPELLO.
(di questo "processo" parleremo ancora, molto più avanti)

LA POLITICA ITALIANA VERSO LE NAZIONALITA OPPRESSE DALL'AUSTRIA
NELLE DICHIARAZIONI ALLA CAMERA
DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO

Il 12 febbraio si riaprì la Camera e l'on. ORLANDO parlò del convegno di Versailles e sugli accordi per proseguire la guerra. Ribadì quali erano i fini della guerra per l'Italia e poiché all'estero si era diffusa la convinzione che gli italiani avessero mire imperialiste, cosa che era di gran danno in quel momento in cui più intensa si faceva la propaganda jugoslava e molto credito stava acquistando presso gli stessi alleati dell'Italia la causa di cui era paladino TRUMBIC, volle smentire le accuse d'imperialismo rivolte contro l'Italia.
"Io proclamo -egli disse- qui, al cospetto del Parlamento d'Italia, che nessuno al mondo può considerare con simpatia maggiore della nostra le aspirazioni delle varie nazionalità, che gemono tuttora sotto l'oppressione di razze dominatrici. Se la loro causa, se incontra larghi consensi e desta meritato interessamento presso l'opinione pubblica d'ogni Paese civile e libero, trova in Italia - per la storica nostra comunanza di dolore e di speranze - cuori non meno fervidi e solidali; qui in Italia, dove i sentimenti di giustizia si sommano con i ricordi sempre cocenti di quanto noi soffrimmo, di quanto i fratelli nostri ancora soffriranno. Né certo può dirsi che noi ci limitiamo semplicemente a seguire con simpatia verbale e con ammirazione platonica lo sforzo delle nazionalità oppresse, che aspirano alla liberazione, se da circa tre anni, con sacrifici inauditi e col sangue di mille e mille fratelli e figli nostri, conduciamo una guerra la quale, se fu decisa e viene tuttavia sostenuta in difesa del diritto della nostra gente e della nostra esistenza, è pur sempre guerra contro un comune nemico. Ed è comune e forse decisivo interesse che si sia dissipato l'inesplicabile e doloroso equivoco che si è potuto formare sui nostri scopi di guerra. Noi li abbiamo qui una volta ancora - e per noi e per tutti - limpidamente e lealmente affermati nello spirito che intimamente li determina, come esclusivamente diretti ad assicurare l'integrità e la difesa nazionale contro una minaccia secolare ed implacabile di uno Stato nemico".

Mentre l'on. Orlando parlava, da vari settori della Camera si gridò: "Fuori il patto di Londra !" Quel patto -come accennato sopra- era stato di recente pubblicato dal Governo russo e poiché nulla vi si trovava che potesse far pensare a mire imperialistiche dell'Italia, gli onorevoli Orlando e Sonnino diedero incarico all'on. BEVIONE di leggerne il testo. Il giorno seguente, il 13, Bevione lo lesse, e, commentando, affermò che "…noi, chiedendo quelle terre che col patto di Londra ci erano state concesse, ci eravamo mantenuti entro i limiti di nazionalità e di sicurezza", e sostenne che "dati i sacrifici da noi sostenuti e i benefici che gli alleati avrebbero ricavato dalla vittoria, avevamo il diritto, di chiedere altri compensi".
(di tutta questa storia, e di ciò che disse Bevione, vedi "Il Patto di Londra" )

DICHIARAZIONI DELL'ON. SONNINO
"MONTE GRAPPA, TU SEI LA MIA PATRIA"
ENERGICA POLITICA INTERNA

Il 23 febbraio, prima che si chiudesse la sezione invernale della Camera, l'on. SONNINO ritenne necessario di parlare ancora delle aspirazioni italiane per tagliar corto alle dicerie ed alle insinuazioni:

"Una campagna subdola ha tentato insinuare che le aspirazioni italiane fossero ispirate a concetti d'imperialismo, di antidemocraticismo, di antinazionalismo ecc. Nulla di vero in tutto ciò. Tali insinuazioni hanno potuto talora attecchire solamente in grazia della poca conoscenza delle reali condizioni di fatto. Le nostre rivendicazioni di fronte all'Austria-Ungheria rispondono al doppio concetto etnico e della legitima sicurezza per terra e per mare. Le ragioni etniche sono evidenti per se stesse e consacrate dall'indomita anima italiana delle terre irredente; e le nostre legittime ragioni di sicurezza per terra e per mare sono ugualmente evidenti. Laddove si tratti di popolazioni a carattere misto un'equa delimitazione si può ottenere solamente mediante mutue concessioni e reciprochi sacrifici, sotto pena di creare uno stato di cose foriero di futuri conflitti. A questo concetto sono ispirate le rivendicazioni italiane, le quali, secondo la nostra convinzione, sono atte ad assicurare nell'avvenire quella fiduciosa collaborazione nel campo politico ed economico che è interesse vitale dell'Italia e delle nazionalità jugoslave di instaurare su basi incrollabili.

"Noi aspiriamo soltanto a quel minimo di sicurezza dei confini militari che è condizione imprescindibile di libertà e d'indipendenza politica, rendendo insieme possibile il normale disarmo e il pacifico svolgimento delle nostre risorse ed attività, senza la continua, assillante preoccupazione delle altrui prepotenze o sorprese. Non chiediamo alcuna situazione privilegiata per l'offensiva verso chicchessia, ma semplicemente le condizioni indispensabili per la nostra ragionevole incolumità. Quanto al Mediterraneo orientale non posso che ripetere il già detto altra volta. Non perseguiamo fini imperialistici e vogliamo di fronte ad eventuali ingrandimenti altrui come risultato della guerra, che sia mantenuto l'equilibrio delle forze, perché un'Italia menomata nella sua situazione di Potenza mediterranea sarebbe fatalmente avviata alla sua decadenza politica nel concerto delle potenze; perché ne sarebbero compromessi per lungo volgere di anni i suoi vitali interessi economici ed emigratori; perché ne sarebbe fiaccata quell'espansione commerciale all'estero che sarà condizione necessaria ed indispensabile a riparare i danni della gravosa guerra presente. Circa l'Albania, noi ne secondiamo l'indipendenza, in conformità dei principi generali di rispetto delle nazionalità e di autodecisione dei popoli che informano le nostre alleanze e per il trionfo dei quali, insieme alle nazioni libere del mondo, combattiamo quest'aspra guerra.

"Ma le sorti dell'Albania esigono uno speciale interessamento dell'Italia, in quanto esse sono interamente connesse non meno del diretto e sicuro nostro possesso di Valona e del suo territorio, con l'assetto generale dell'Adriatico, che è per l'Italia questione vitale. E pertanto, nei riguardi dell'Albania, l'Italia non ha altre mire che di difesa contro ogni prevedibile ingerenza o insidia di terze Potenze".


Sempre nella seduta del 23 parlò anche l'on. ORLANDO, il quale, rispondendo alle osservazioni dei vari oratori, intrattenne la camera sulla politica interna con speciale riguardo alla censura e a quella che i socialisti chiamavano "politica reazionaria". Dopo aver polemizzato con i socialisti, il presidente del Consiglio disse: "La Camera non può chiudere meglio questa discussione che ascoltando una voce che viene dal fronte. È una comunicazione ricavata dell'interrogatorio di un sottufficiale austriaco, presentatosi volontariamente alle nostre linee. Dice questa voce dal fronte: - La popolazione di Fonzaso, su quel di Belluno, composta in gran parte di donne e di bambini, vive ritirata in silenzio, mantenendo un contegno dignitoso e fiero di fronte agli Austriaci. Si legge la tristezza nel volto di ogni italiano; ogni giorno le chiese sono affollate di devoti. Succede spesso di vedere per le strade delle donne che, incontrandosi si mettono a piangere. I ragazzi cantano una canzone con il ritornello "Monte Grappa, tu sei la mia Patria": la canzone è proibita dalle autorità. Dal campanile sono state tolte le campane; è stato uno spettacolo doloroso, perché le campane furono fatte precipitare dal campanile e andarono in pezzi sotto gli occhi della popolazione. Qualcuno, piangendo, ha raccolto i pezzetti di bronzo, e li tiene come una reliquia sacra. I rottami furono subito caricati in autocarri e avviati a Primolano. Si parla molto fra gli abitanti del Paese di una controffensiva italiana per ricacciare gli Austriaci. - Sia questa parola di fede che ci viene dai nostri fratelli oppressi la degna conclusione di questa discussione".

Molto commossa la Camera fece un'entusiastica e lunga ovazione. L'on. Orlando fu abbracciato dai ministri e circa 300 deputati si riversarono presso il banco del Governo per stringer la mano al presidente del Consiglio, mentre dai banchi e dalle tribune si gridava "Viva l'Italia ! Viva la vittoria !"
Dopo le dichiarazioni di voto fra cui notevoli quelle del generale DI GIORGIO e dell'on. TURATI, il quale disse: "se non abbiamo avuto fede nella guerra e se questa non l'abbiamo voluta, ciò non toglie che il Grappa sia anche per noi la nostra Patria"; fu votata la fiducia al Governo su un ordine del giorno dell'on. DI SANT'ONOFRIO con 340 voti favorevoli e 44 contrari.
La vittoria di Orlando oltre che al desiderio di rivincita e ai propositi di resistenza e al nuovo spirito del Paese di fronte alla guerra, era dovuta al mutato sistema di Governo, diventato, per incitamento degli interventisti e ispirazione dell'esempio di Clemenceau, abbastanza energico. Solo con questo nuovo sistema si erano potuti, infatti, compiere atti di energia: si erano arrestati alcuni ex-deputati, complici del Caillaux; si erano tratte in arresto non poche persone, che occupavano anche posti elevati, accusate d'intesa col nemico, erano stati intentati processi contro disfattisti e traditori, alcuni dei quali erano stati condannati a morte, si era arrestato COSTANTINO LAZZARI e con lui NICOLA BOMBACCI; ed erano state prese severe misure contro gli accaparratori.

In seguito a denuncia dell'on. PIROLINI, il 25 febbraio furono arrestati a Milano il comm. FRANCESCO GNOCCHI e il conte PRIMO BONACOSSA del Consiglio d'amministrazione della Società Filatura Cascami di Seta, imputata di commercio con i sudditi nemici, e il 1° marzo furono tratti in arresto altri membri della società medesima, quali i commendatori FELTRINELLI, CERESA, BRAIDA e l'ingegner DUBINI, cui più tardi seguirono in varie città della Lombardia, del Piemonte e della Liguria altri arresti.

Mentre il Governo provvedeva alla resistenza militare e civile, richiamando i riformati, rivedibili dopo il 31 ottobre, revocando le dispense e gli esoneri per i nati dopo il 1892, ordinando la revisione degli ufficiali inabili, espellendo o internando i sudditi nemici, requisendo ville e alberghi appartenenti a Tedeschi, proibendo l'aumento delle pigioni, la fabbricazione e la vendita dei dolciumi, disciplinando il prezzo delle pubblicazioni periodiche, stabilendo il prezzo del petrolio e dello zucchero, aumentando quello dei fiammiferi e dei tabacchi; introducendo la tessera di macinazione, applicando la tassa di bollo sui biglietti d'ingresso agli spettacoli pubblici, approvando la mobilitazione agraria, aumentando gli stipendi agli impiegati dello Stato, dando indennità e premi ai ferrovieri, mentre s'intensificava per opera dei mutilati e degli interventisti la propaganda per la resistenza e quella per il quinto prestito nazionale, che nella prima settimana di marzo raggiungeva la cifra di 6 miliardi, continuava il lavoro per giungere ad un'intesa fra Italiani e Slavi.

Nei primi di marzo una conferenza a Londra veniva, dai giornali annunciata tra la "British Italian League" e le società "Anglo-Serba", "Anglo-Ellenica" ed "Anglo-Rumena"; e a questo proposito il "Manchester Guardian" faceva osservare che i malintesi fra l'Italia e gli Slavi meridionali erano per il passato stati fomentati dalle eccessive pretese degli imperialisti e dei nazionalisti italiani e slavi e che gli interessi dei due popoli si potevano facilmente favorire col leale riconoscimento e il giusto rispetto dei diritti di nazionalità da una parte e le urgenti necessità di difesa dall'altra.

Al Senato, nella seduta del 3 marzo, il sen. MAGGIORINO FERRARIS in un discorso accennò fra le altre cose alla questione dei rapporti dell'Italia con le nazionalità oppresse della monarchia austro-ungarica, questione sulla quale richiamò l'attenzione del Governo, ricordando le simpatie che l'Italia aveva sempre avute per quei popoli e ponendo in rilievo l'opportunità di collaborare con essi per il raggiungimento dei fini comuni.
Dei rapporti nostri con gli Slavi, piú diffusamente si occupò nella stessa seduta, l'ex-ministro senatore FEANCESCO RUFFINI. Disse che "il dissolversi della Russia come potenza politica aveva fatto sì che gli Slavi meridionali guardassero non più alla Russia, ma all'Italia.
Gli avvenimenti russi avevano operato una chiarimento d'ntenti e di aspirazioni; i due gruppi slavi, dei quali l'uno mirava all'autonomia o al trialismo in seno alla monarchia absburgica e l'altro, alla costituzione di uno Stato jugoslavo indipendente, dopo lo sfacelo russo e il riconoscimento da parte degli Imperi centrali di nuovi gruppi etnici, pretendevano un trattamento uguale e il riconoscimento della loro indipendenza e perciò si prospettavano non più tesi imperialistiche, ma principi di nazionalità che bisognava prendere in seria considerazione".
Disse inoltre Ruffini che "...se non potevamo più proporci in modo diretto lo smembramento dell'Austria, dovevamo intensificare però i nostri rapporti con gli Slavi della Monarchia. E questi rapporti dovevano esser posti nettamente innanzi ai poteri politici ed all'opinione pubblica degli Stati Uniti, che al momento di trattare sarebbero stati gli arbitri della pace".

Il giorno 4 marzo, l'on. ORLANDO, rispondendo al sen. RUFFINI, disse che il rimuovere l'equivoco che si era formato tra le aspirazioni italiane e i sentimenti degli Slavi adriatici costituiva un intento che l'Italia si proponeva di raggiungere. "L'Italia - aggiunse - persegue il fine essenziale di avere confini difendibili e di tutelare le imprescrittibili ragioni della gente italiana; è quindi evidente quanto importi al duplice scopo che al confine stia un popolo sinceramente unito all'Italia. L'astuzia dell'Austria ha scatenato le passioni etniche delle razze oppresse; sembra perciò naturale e necessaria per noi una politica opposta".

IL CONGRESSO CAPITOLINO DELLE NAZIONALITA'
OPPRESSE DAGLI AUSTROMAGIARI
IL PATTO DI ROMA

Qualche giorno dopo si costituiva a Roma un Comitato in favore dei rapporti italo-jugoslavi, di cui facevano parte i senatori RUFFINI e SCIALOJA, gli onorevoli BARZILAI, ARCÀ e TORRE, i pubblicisti BORGESE, AMENDOLA e MERAVIGLIA e i capi della "Dante Alighieri" e della "Trento e Trieste", e dal comitato stesso veniva mandato a Londra, per incontrarsi con TRUMBIC e con i principali rappresentanti delle nazionalità oppresse dall'Austria e prendere accordi per una conferenza da tenersi a Roma.
TORRE e TRUMBIC si accordarono sui punti seguenti:

1° Ciascuno dei popoli che aspirano a costituire la propria nazionalità e la propria unità di Stato o a completarla ha diritto imprescindibile alla sua piena indipendenza politica ed economica.
2° Ciascuno di questi popoli riconosce nella Monarchia austro-ungarica l'ostacolo fondamentale per affermare le sue aspirazioni e suoi diritti.
3° Questi popoli s'impegnano quindi ad aiutarsi l'un l'altro nella lotta contro l'oppressore comune per la liberazione totale; in modo da raggiungere la loro completa unità nazionale in uno Stato unito e libero. I rappresentanti del popolo italiano e del popolo jugoslavo convengono in particolare che:
4° quanto ai rapporti fra la nazione italiana e la nazione dei Serbi, Croati e Slavogeni, conosciuta anche con il nome di "nazione jugoslava", i rappresentanti dei due popoli riconoscono che l'unità e l'indipendenza della nazione jugoslava è di un interesse vitale per l'Italia, come il compimento dell'unità nazionale italiana è d'un interesse vitale per la nazione jugoslava. I rappresentanti dei due popoli s'impegnano perciò ad apportare tutti i loro sforzi nella guerra e nel momento della pace, onde questo fine delle due nazioni sia integralmente raggiunto.
5° Dichiarano che la liberazione dell'Adriatico e la sua difesa contro qualunque nemico presente e futuro sono di interesse vitale per i due popoli.
6° Si obbligano di regolare all'amicizia, equamente, nell'interesse delle buone e sincere relazioni future dei due popoli, le questioni territoriali pendenti sulla base del principio della nazionalità e del diritto dei popoli a disporre dei loro propri destini, e questo nel modo da non recar pregiudizio agli interessi vitali delle due nazioni, quali saranno definiti al momento della pace.
7° Ai gruppi di quei popoli che dovranno trovarsi inclusi nelle frontiere dell'altro, sarà riconosciuto e garantito il diritto di vedere rispettati la loro lingua, la loro cultura e i loro interessi morali ed economici."

Questo accordo (del 7 marzo 1918) rimase segreto, ma i giornali inglesi ne diedero qualche accenno. Sir Arthur Evans, parlandone sul "Manchester Guardian", scrisse: "Quest'accordo è un preludio alla conferenza di Roma alla quale parteciperanno i rappresentanti delle altre nazionalità dell'Austria-Ungheria. Vienna dà già segni di allarme e vi sono ragioni per ritenere che, col pieno appoggio del Governo Italiano, assieme al quale si vorranno schierare gli altri Governi alleati, i popoli dell'Austria-Ungheria, mal sofferenti il giogo absburghese, si avvieranno verso il raggiungimento del loro ideale".

L'8 aprile, nella sala degli Orazi e Curiazi del Campidoglio, fu inaugurato il convegno delle nazionalità oppresse dall'Austria. Erano presenti:
per i CECOSLOVACCHI i signori Bènes, Gabrys, Hlavacek, Osuski, Papirnik, Stefanik e Sychrava;
per i RUMENI i signori Draghicesco, Lupu, Deluca, Màndresco e Mironesco; per i Polacchi i signori Loret, Modzelowski, Rozwadòwski, Seida, Skirmunt, Winiarski, Zalescki e Zamaxscki;
per gli IUGOSLAVI i signori: Trumbic, Bagnanin, Gazzari, Mestrovic, Petrovic, Stoianovic, Srskic, Trinajstic e Yambrisak;
per i SERBI i signori Costa Stoianovic, Nastas Petrovic, Aranghelevic, Georgevich, Venkitchevic, Agotonovic, Stanocovie, Atanazcovic, Baykii, Mikic, Pavlovic, Pera Povanovic e Yoksimovic;
per l'ITALIA i senatori Ruffini (presidente), Albertini, Della Torre, Volterra, i deputati Agnelli, Barzilai, Canepa, Di Cesarò, Di Scalea, Federzoni, Martini, Scialoja, Arcà, Tasca di Cutò, Torre (vicepresidente), e i pubblicisti Amendola (segretario), Mussolini, Forges-Davanzati, Giuriati, Borgese, Lazzarini, Lorenzoni, Mantica, Ojetti, Pantaleoni, Paternò, Prato, Prezzolini, Salvemini, Silva e Spada.

Numerose furono le adesioni, fra cui quelle del Bissolati, dell'Associazione politica fra gli Italiani irredenti, del Fascio parlamentare di difesa nazionale, della Dante Alighieri, del Comitato Italo-jugoslavo, del Comitato Italo-ceco, del Partito Repubblicano Italiano, della Democrazia indipendente jugoslava, della Democrazia sociale irredenta riunita a congresso a Milano, della Latina Gens, e dell'Unione fra le associazioni liberali costituzionali di Roma. Gli ufficiali cecoslovacchi, jugoslavi, romeni e polacchi del concentramento prigionieri di Cassino mandarono un caloroso telegramma, altri ne mandarono privati, pubblicisti ed uomini politici. Inoltre erano presenti Thomas e Franklin Buillon, rappresentanti dei Centri francesi pro nazioni oppresse, lo Stead per i centri inglesi e Nelson Gay per i centri americani.

Nella giornata del 10, il Convegno prese visione delle deliberazioni delle varie commissioni, che per la loro riservatezza e il loro carattere tecnico erano destinate a non essere rese pubbliche. Riguardavano tutta l'azione che doveva essere svolta nei Paesi alleati e nemici per realizzare le aspirazioni delle nazionalità e mantenere viva l'unione.
Quindi le nazionalità oppresse fecero sentile la loro voce per mezzo dei principali loro rappresentanti. Per i Rumeni parlarono il dott. Lupu e il ten. Draghiresco; per i Polacchi lo Zamarski; per i Cecoslovacchi il dott. Bènes; per gli Jugoslavi il dottor Trumbic, che, fra l'altro, disse:
"Noi siamo d'avviso che tutte le controversie tra i nostri due popoli, gli Italiani e gli Jugoslavi, dovranno essere risolte sulla base dei principi da noi determinati, nella convinzione che la risoluzione pratica delle stesse esorbiti oggi dalla nostra competenza e debba attendere il momento della sua saturazione. Oggi la preoccupazione massima di tutti sia quella di conseguire la vittoria sul comune nemico".
Parlarono inoltre il senatore Ruffini, l'on. Barzilai, Franklin Bouillon e Wickham Stead.

Dall'on. Torre fu fatta lettura della proclamazione premessa agli articoli formanti la base degli accordi stretti dalle nazionalità oppresse convenute a Roma:
"L'Austria-Ungheria ha avuto come scopo fondamentale della sua politica la divisione e i contrasti fra le nazionalità comprese nella Monarchia e soltanto così ha potuto reggersi il sistema politico per cui una minoranza di poco più di 20 milioni di tedesco-magiari governa ed assoggetta una maggioranza di oltre 30 milioni di slavi e latini. La Germania ha bisogno di questo sistema politico per potersi fare dell'Austria-Ungheria uno Stato secondo il suo programma imperialistico, e i tedeschi e magiari della Monarchia d'Asburgo sanno che, senza l'appoggio della Germania, mentre non avrebbero salvato nella guerra l'esistenza dello Stato che assicurerà il loro ingiusto dominio, non potrebbero resistere alla pressione della maggioranza. slava e latina aspirante ad emanciparsi e a costituirsi in libere unità nazionali e statali.
Soltanto l'accordo fra i popoli soggetti ed una forte azione comune possono creare una situazione nuova, che ricostituisca contro l'impero della violenza l'edificio del diritto, della libertà e della giustizia per le Nazioni. Questo accordo e quest'azione comune delle Nazioni costituiscono la volontà del Congresso. Come i popoli dell'Intesa, così le Nazioni oppresse sono sicure di difendere, non soltanto la propria causa, ma anche di rendere omaggio alla causa di tutti i popoli amici, neutrali e nemici, che sul rispetto delle nazionalità intendono fondare il diritto alla propria esistenza, al proprio sviluppo e alla propria influenza nel mondo.
L'intesa di Roma - che ha potuto compiersi oggi sulla base della preparazione lungamente elaborata a Parigi e a Londra: con solidarietà internazionale, che non deve morire e non morrà - non mira soltanto ad un accordo politico, ma ad un'associazione nello spirito e nell'opera, nella cultura e nei commerci, che oltre la guerra mantenga l'unione fra di noi ed alimenti con animo ed atti di reciproca fiducia, la fede comune di adempiere ad una missione di progresso e di civiltà umana. Essere uniti nella collaborazione, tenacemente uniti, costituirà la forza che dobbiamo contrapporre all'imperialismo oppressore. Le Nazioni vivono e trionfano se conservano coscienza dei loro fini e se la loro volontà è pari ai bisogni ed agli ideali che li giustificano".

Le risoluzioni votate all'unanimità nel Congresso furono le seguenti:

"I rappresentanti delle nazionalità soggette in tutto od in parte al dominio dell'Austria-Ungheria - italiani, polacchi, rumeni, cecoslovacchi, iugoslavi - sono convenuti nell'affermare i loro principi per l'azione comune nel seguente modo:
l° ciascuno di questi popoli proclama il suo diritto a costituire la propria nazionalità ed unità statale, a completarla ed a raggiungere la piena indipendenza politica ed economica;
2° Ciascuno di questi popoli riconosce nella Monarchia austro-ungarica lo strumento della dominazione germanica e l'ostacolo fondamentale alla realizzazione delle sue aspirazioni e dei suoi diritti;
3° L'Assemblea riconosce pertanto la necessità della lotta comune contro i comuni oppressori perché ciascun popolo consegua la totale liberazione e la completa unità nazionale nella libera unità statale. I rappresentanti del popolo italiano e del popolo jugoslavo convengono in particolare quanto segue:
1° Nei rapporti fra la Nazione italiana e la Nazione dei serbi, croati e sloveni - conosciuta anche sotto il nome di Nazione Jugoslava - i rappresentanti dei due popoli riconoscono che l'unità e l'indipendenza della Nazione jugoslava è interesse vitale dell'Italia, come il completamento dell'unità nazionale italiana è interesse vitale della Nazione jugoslava. E perciò i rappresentanti dei due popoli s'impegnano a svolgere tutta la loro opera affinché, durante la guerra e al momento della pace, queste finalità delle due Nazioni siano interamente raggiunte.
2° Affermano che la liberazione del Mare Adriatico e la sua difesa contro ogni presente ed eventuale nemico è un interesse vitale dei due popoli.
3° S'impegnano a risolvere amichevolmente, anche nell'interesse dei futuri e sinceri rapporti fra i due popoli, le singole controversie territoriali sulla base dei principi di nazionalità e del diritto dei popoli, di decidere della propria sorte e in modo da non ledere gli interessi vitali delle due Nazioni che saranno definiti al momento della pace.
4° Ai nuclei di un popolo che dovessero essere inclusi nei confini dell'altro sarà riconosciuto e garantito il diritto al rispetto della loro lingua, della loro cultura e dei loro interessi morali ed economici"

Come si vede, questi articoli riproducevano esattamente gli accordi presi a Londra tra il dott. Trumbic e l'on. Torre.
L'11 aprile l'on. ORLANDO ricevette le delegazioni che avevano partecipato al Congresso, che con il senatore RUFFINI gli presentarono le conclusioni della conferenza. Il presidente del Consiglio porse ai congressisti il "saluto fiducioso ed augurale del Governo italiano.....Interprete del pensiero e dell'anima di tutto il popolo", e per mostrare la spontaneità con cui aveva accolto i sentimenti e i propositi culminati nel Congresso, lesse le dichiarazioni fatte davanti al Parlamento il 12 febbraio e il 7 marzo. Gli jugoslavi furono dall'on. ORLANDO ricevuti a parte ed ebbero con lui un colloquio cordiale in cui si parló della convergenza delle aspirazioni italiane con quelle degli slavi del sud e della solidarietà del movimento per l'indipendenza e unità jugoslava con i fini della guerra dell'Italia e dell'Intesa.
Il TRUMBIC però della spontaneità e sincerità dei sentimenti dell'on. Orlando dubitava e non mancò di avvertire i suoi amici di diffidare. In verità, sincero era il presidente del Consiglio italiano e sinceri erano tutti coloro che si erano adoperati per raggiungere un'intesa con gli jugoslavi; sinceri, ma ingenui, perché i nemici nostri non erano soltanto i tedeschi, ma anche e forse di più, alcuni slavi che erano stati feroci nelle persecuzioni contro gl'italiani irredenti e che un solo scopo avevano nel promuovere intese con l'Italia: quello di annullare il patto di Londra e di rimuovere l'ostacolo più grande alla loro unità ed indipendenza; ostacolo costituito, secondo loro, dall'Italia.

Mentre tutto questo accadeva nelle aule della politica, mentre al fronte ben altre erano le preoccupazioni di anonimi uomini, con alcuni di loro che si trovarono all'improvviso a comandare degli sbandati o dei miseri resti di reparti rimasti senza superiori, e che, senza alcun piano operativo gli uni e gli altri si trovavano a dover mettere in gioco il proprio destino. Spesso estranei alle gerarchie di valori proprie dello stato-nazione e della guerra patriottica, ma tuttavia protagonisti di un profondo cambiamento di strutture relazionali e mentali; in un coinvolgimento emotivo che aveva infranto grandi barriere umane sociali.
Soldati semplici, sergenti, tenenti, capitani dentro il fango di una trincea improvvisata a fare, tutti insieme, una drammatica esperienza psicologica, esasperata, concentrata in pochi giorni e accelerata se volevano venirne fuori. Tale che, saranno proprio le esperienze di questi mesi -in un momento cruciale- a trovare le chiavi di volta di quel passaggio dalla società liberale classica, alla moderna società di massa. Per le classi subalterne (soldati operai, contadini, braccianti) e la classe media e piccola (sottufficiali e ufficiali) non c'era mai stato tra di loro in precedenza un incontro di una così grande mobilità geografica e sociale così dissomigliante, né una esperienza e uno sconvolgimento così grandi, né c'era mai stato -dall'anonimo tenentino all'oscuro fante- quel protagonismo eroico che abbiamo già visto dal 10 novembre a fine dicembre, e che vedremo nei prossimi mesi; e con davanti - non dimentichiamolo- il più grande e armato esercito del mondo: quello di due grandi imperi, scesi in Italia sì con 4-500.000 uomini, ma non ancora cambiati -e questa fu la loro rovina- nella sua struttura relazionale e mentale.
Se poi per i combattenti italiani di questo periodo ci fu l'identificazione del proprio destino con quello della nazione, in buona parte fu puramente incidentale.

Su queste nuove basi, e su questa profonda modificazione, per prepararsi a sostenere la nuova offensiva austro-tedesca, fu necessario per prima cosa riorganizzare l'esercito.

Ed è quello che leggeremo nel prossimo capitolo
con la ripresa delle ostilità > > >

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
A.TAMARO - Il trattato do londra e le rivendicazioni italiane, Treves, 1918
TREVES - La guerra d'Italia nel 1915-1918 - Treves. Milano 1932
A. TOSTI - La guerra Italo-Austriaca, sommario storico, Alpes 1925
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

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