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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1918 (4)

L'ATTACCO AUSTRIACO - LA DISFATTA - LE GIUSTIFICAZIONI

L'ESERCITO AUSTRIACO IN CAMPO - PRIMO GIORNO, PRIMA COCENTE SCONFITTA - LA DISPERAZIONE DI BOROEVIC - LA "GENIALITA' ISTINTIVA" DEGLI ITALIANI - LE GIUSTIFICAZIONI DEI GENERALI AUSTRIACI SULLA LORO DISFATTA.
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Il Piave gli austro-ungarici lo avevano passato,
ma ora lo hanno alle spalle senza ponti per i rifornimenti, nè per la ritirata.

L'ESERCITO AUSTRIACO SCHIERATO

Nell'imminenza dello sforzo grandioso contro i Grigioverdi, le 60 Divisioni austro-magiare schierate fra lo Stelvio e l'Adriatico erano divise in due formidabili masse di manovra: un Gruppo agli ordini del feldmaresciallo CONRAD, un altro comandato da BOROEVIC.

Il Gruppo CONRAD, forte di 37 Divisioni, contava:
l'Armata del generale KROBATIN (X), con 8 Divisioni in linea e 2 di riserva, trincerata fra lo Stelvio e l'Astico;
l'Armata del generale SCHEUSCHEUSTEUL (XI), con 15 Divisioni in linea e 8 di riserva, trincerati dall'Astico a Fener. Inoltre 4 divisioni in riserva di gruppo

Il Gruppo BOROEVIC, forte di 23 divisioni, contava:
l'Armata dell'Arciduca Giuseppe (VI), con 4 divisioni in linea e 2 di riserva, trincerata da Femer ai ponti della Priula:
l'Armata del generale WURM (V), con 11 Divisioni in linea e 4 di riserva, trincerata dai ponti della Priula alla foce del Piave;
una Riserva di Gruppo formata da 2 Divisioni, una delle quali nelle retrovie della VI Armata, l'altra nelle retrovie della V.
La disposizione stessa delle forze ci conferma che il Comando Supremo di Baden intendeva esercitare lungo tutto il fronte un'estesissima pressione molto uniforme.
Le truppe del generale KROBATIN erano destinate al diversivo nel settore delle Giudicarie voluto da Von ARZ.
Esclusa la X Armata (8 divisioni + 2 di Riserva) estranea alla battaglia vera e propria per la sua dislocazione, rimaneva a CONRAD una massa di manovra di 27 divisioni, 4 delle quali alle sue dipendenze.
Mentre per lo sbriciolamento del fronte fluviale, BOROEVIC disponeva di 23 Divisioni, 2 delle quali in riserva di Gruppo.
Considerate le difficoltà rispettive dovute alla natura diversa dei teatri d'operazione (uno in zona montuosa, l'altro in zona pianeggiante) i due condottieri austriaci disponevano di forze uguali. Von ARZ aveva fatto davvero il possibile e l'impossibile per non dimostrare preferenze verso l'uno o l'altro fra i suoi sottoposti, divisi dalla rivalità più acre.

Tuttavia a parte questa anomalia (ma che fu poi fatale), da quando l'Italia si era inserita nella storia del mondo, mai un esercito così numeroso ed agguerrito era sceso a minacciarla. E mai prima c'erano state per gli Austriaci tante motivazioni come in questa invasione: la fame, l'ansia, il tormento di un grande Impero sull'orlo di una crisi.. Era un popolo immenso di armati, acceso da un odio mortale, trepido di speranze cupide, bramoso di bottino, certo di vittoria, deciso a portare in Italia rovina, morte, lutti senza nome e senza numero.

Ma, ritorniamo all'anomalia: nella condotta tenuta dagli alti Comandi austriaci durante la battaglia del Piave (che leggeremo nelle prossime puntate), persiste tuttavia un mistero destinato, probabilmente, a rimanere per sempre insoluto.
Come vedremo, le truppe del generale SCHEUSCHEUSTEUL fin dal primo giorno della battaglia gigantesca, rotte e dissanguate dalla imprevista tenacia degli italiani, avevano perduto ogni capacità aggressiva. Iniziata il 15 giugno, il 16, erano già passate alla difensiva, il 18 erano in ogni luogo presi da una grave crisi di sfiducia e quindi, a partire da questa data, il loro compito diviene soltanto passivo. Bastarono tre giorni per capire che non solo la battaglia ma la guerra non era facile vincerla.

L'inanità dei grandi sforzi compiuti all'inizio, era bastato a persuadere il vecchio CONRAD dell'impossibilità pratica di scendere al piano ad affiancare BOROEVIC che si trovava nella stessa sua situazione. Avesse anche potuto ritentare la prova, il Feldmaresciallo canuto sarebbe riuscito soltanto a far massacrare senza esito nuovi battaglioni e ad acutizzare il malcontento provocato dalle crudeli ecatombe del giorno 15 ("Quando mi comunicarono e seppi la verità che su in Tirolo, Conrad era stato sconfitto, rimasi come fulminato" scriverà all'Imperatore, BOROEVIC attestato sul Piave - (L'intera sua lettera la leggeremo in fondo)

Il rifiuto opposto dall'antico capo di Stato Maggiore dell'esercito degli Asburgo è logico, allo stesso modo come la sua inattività (mentre la lotta infuriava sulla destra del Piave) non fu che la conseguenza ineluttabile delle circostanze per lui sfortunate. Ma, pur logorate le sue prime linee, Conrad disponeva ancora delle riserve arretrate, tuttora efficienti. Ma non sarebbero bastate ad impegnare una seconda battaglia fra l'Astico ed il Piave. Anche se a sua discolpa non c'era da temere in una vasta e subitanea controffensiva italiana che rendesse necessario il loro impiego immediato. I Grigioverdi, infatti, prima di accingersi a imprese importanti lungo il fronte montano, dovevano provvedere ad un compito non proprio facile: contenere e ricacciare i battaglioni dell'arciduca Giuseppe e del generale Wurm.

Tuttavia, come mai CONRAD non pensò a mettere le truppe fresche di cui disponeva a disposizione di BOROEVIC in difficoltà?
E' ben vero che le comunicazioni fra gli Altipiani ed il Medio Piave per gli Austriaci non erano né rapide né facili. Ma quando pensiamo che persistettero nei loro propri attacchi fino al 22 giugno e solo verso la mezzanotte del 23 incominciarono a ritirarsi, l'insufficienza del tempo ci apparirà subito fuori causa. Avevano a disposizione otto giorni per portare aiuto a Boroevic!
Come mai, d'altra parte, Von ARZ non intervenne a sollecitare il trasporto delle riserve di CONRAD sul Piave?
A questi interrogativi non è possibile rispondere se non per via d'ipotesi, ché nessuno fra gli interessati ha poi creduto opportuno di far luce su questo punto (salvo la lettera citata sopra di Boroevic, che anche se di parte, essendoci molto rancore verso i suoi, sembra abbastanza sincera).

Il Comando Supremo di Baden era sceso in campo pieno di speranza, fiducioso di vincere contando sul ripetersi di quei fenomeni di sfacelo morale che avevano reso di gran lunga più feconda del previsto la vittoria sull'Alto Isonzo. Così CARLO I ed i suoi consiglieri continuarono forse a sperare in un successo favorevole di BOROEVIC, o nel crollo improvviso della resistenza italiana per effetto di stanchezza e d'indisciplina, pur dopo il fallimento della prima offensiva fra l'Astico e il Piave. Lo schieramento italiano era tale, cioè piuttosto carente, che la conquista austriaca del Montello e l'avanzata oltre Montebelluna, avrebbe costretto gli italiani a sgomberare il Grappa a prescindere dalle sorti della lotta su quel caposaldo. Così CONRAD avrebbe potuto ricominciare la marcia non appena i battaglioni di BOROEVIC si fossero avviati a Castelfranco.
Non è arbitrario supporre che le truppe ancora valide di cui disponeva il vecchio Feldmaresciallo siano state lasciate ai suoi ordini per rinnovare l'impeto sul fronte montano non appena la VI e la IV Armata italiana si fossero sentite in pericolo alle spalle.

Non dobbiamo dimenticare che la Monarchia, presa alla gola dalla fame e dallo sfacelo interno, giocava il tutto per tutto. Spostando le riserve di CONRAD dalle Alpi al Piave, il Comando Supremo austriaco avrebbe dovuto rinunciare ad una branca della tenaglia (scendendo su Brescia o sul Vicentino), che si pensava di chiudere per sempre sopra la fossa immensa delle piccole fortune militari fatte nell'inverno dagli italiani. Ma né l'imperatore inetto, né il suo Capo di Stato Maggiore, debole quanto lui, erano uomini da accettare virilmente, una rinuncia tempestiva. Questo e quello si lasciarono abbacinare fino all'ultimo dal miraggio della vittoria grandiosa tanto da potersi dire risolutiva per cui avevano impegnato la battaglia gigantesca.
Da parte sua, CONRAD - specie dopo la umiliante sconfitta del primo giorno - non pensava minimamente a facilitare l'eventuale trionfo del suo rivale. L'antico ed aspro antagonismo fra i due alti condottieri austriaci impegnati contro l'Italia fece sentire una volta ancora le sue funeste conseguenze sul succedersi degli avvenimenti, a tutto svantaggio delle armi della Monarchia.
Già il secondo giorno, il 17 giugno, gli austriaci di Boroevic si trovarono tormentati nel crudele dilemma: o progredire o ripassare il Piave e mettersi sulla difensiva; tentarono la prima ma furono poi costretti alla seconda. Ma questo non era una tragedia; capita a tutti sferrando il primo colpo.
Il segreto di tante vittorie, per chi conduce una battaglia -iniziata con un attacco ma poi costretto ad una difensiva- consiste nell'impiego tempestivo ed opportuno delle riserve, da scagliare al momento più conveniente nei settori più minacciati.
Ma né VON ARZ, né CONRAD, né BOROEVIC, si decisero - dopo tre giorni di ecatombe inconcludenti - a ritornare sui propri passi, e il secondo senza aiutare il terzo con le riserve a disposizione. Ognuno, sperava in una "sua" vittoria che era impossibile; Boroevic impiegò gli uomini logori e stanchi dopo già tre giorni di battaglie, spingendoli al macello per tentare di sfondare la siepe di ferro italiana che li tratteneva a breve distanza dal fiume, in condizioni insostenibili; né poteva pretendere dalle truppe più di ciò che gli uomini possono compiere!
La "grande offensiva" sfuggiva di mano agli alti Comandi Austriaci, e l'accurato "volumetto" che indicava l'applicazione del piano A e B non valeva più nulla; perché A e B davano per scontato un'offensiva "solo vincente".

Quanto a caos non è che stavano meglio gli italiani. Nei primi tre giorni si erano sfasciati Corpi, Compagnie, Brigate, Reggimenti, Reparti. Spesso soldati privi dei propri ufficiali si raccoglievano intorno ad ufficiali di altri reparti, e di un'altra arma. Ufficiali raccoglievano i dispersi, poi si mettevano alla loro testa. Nella moltitudine immensa, si creavano gruppi che non conservavano più nulla dell'ordinamento primitivo. Compagini occasionali abbandonate a se stesse, ma che però sollecitate dalla propria volontà aggressiva, organizzava la sua battaglia senza attendere disposizioni, affidandosi all'intuizione.
E questa fu la "grande differenza"; si affrontavano due popoli con una mentalità diversa; gli austriaci alla ben nota "macchina burocratica asburgica", mentre gli italiani alla "genialità istintiva", alla capacità di trarre partito da se stessi e dalle circostanze; dunque l'iniziativa dei combattenti acquistava un valore decisivo. Il valore individuale e l'abnegazione collettiva, sostituivano l'attitudine alla disciplina cieca, all'azione impersonale; all'italiano non erano necessarie le statiche e bizantine disposizioni come quelle riportate al punto A o B (come, quando e dove agire).
Tutto dipese da questi fattori; forse chi scrisse quella frase, che concludeva una disposizione del Comando Italiano, non si era nemmeno lui reso conto che aveva dato la migliore disposizione che un generale potesse dare e che fu su i campi di battaglia applicato alla lettera: " nella gravità dell'ora non possono esservi distinzione di Armi e di compiti". Fu così che si videro zappatori uniti agli artiglieri, genieri uniti ai mitraglieri, o centralinisti accanto a chi usava il cannone o le bombarde. Tenentini a fare i generali, o caporali "a naso" a inventarsi degli attacchi decisivi o a difendere una postazione con "i denti".
Ad un ufficiale che dubitava della resistenza di un gruppetto e che portava l'ordine dello Stato Maggiore di smobilitare da quella postazione, un tenentino che comandava quel gruppetto rispose "no, non ci ritiriamo, e vada a dire al suo generale che qui in nemico non passa".
E non era il solo; spesso senza alcun collegamento, in certe postazioni, tutto variava, tutto si dissolveva, ma poi tutto si ricomponeva e si ripartiva in una ridda di dialetti; gli "'nduma" (andiamo) piemontesi s'incrociavano con lo "'jamme" napoletano, ma tutti si capivano con lo sguardo e il cipiglio nel dirlo.
Tutto questo -soprattutto dopo aver visto la rotta di Caporetto- non era stato previsto dagli Austriaci né al punto A, né al punto B. Di modo che gli italiani fecero un paradossale prodigio: che gli austriaci "incalzavano" con poderose armi e il "prontuario" della strategia in mano, e gli italiani vincevano quasi a mani nude e con un caporale ad impartire ordini.
"Non ci sono aerei? Usiamo i colombi!" (vedi più avanti).

Ma come fu possibile questa cocente sconfitta degli Austriaci (ormai già segnata dopo i primi tre giorni) dopo avere preparato un poderoso esercito per quella che doveva essere la "grande offensiva" che avrebbe definitivamente messo in ginocchio l'Italia?
La risposta ci viene proprio da uno dei protagonisti.
Mentre la tragica partita non era ancora chiusa, anzi era all'inizio del disastro, cioè il 29 giugno, BOROEVIC von BOJNA inviava ad un amico intimissimo: Francesco von Bolgar, una lunga lettera, di tale importanza ai fini della ricostruzione della verità storica, da ben meritare qui la pubblicazione integrale. (vedi più avanti)

Noi qui ci siamo dilungati fino al disastro austriaco, mentre dobbiamo ritornare all'inizio di questa "grande offensiva"; cioè quando sugli Altipiani e lungo la destra del Piave, i Grigioverdi si preparavano con fervore non meno intenso degli Austriaci a quella che doveva essere la "grande difesa" per sbarrare il passo allo "straniero".
Fervore, ma anche genialità tutta italiana. E, fra i tanti ci basta menzionare questo episodio di pochi giorni prima dell'offensiva.
Verso la fine di maggio, il colonnello SMANIOTTO fondava un'associazione di "volontari della morte" cui venne dato un nome glorioso: "La Giovane Italia". E al pari di quella mazziniana agiva nel segreto più assoluto.
Nella notte del 29 e 30 maggio (lo abbiamo ricordato sopra, l'esercito austriaco era già tutto schierato, ma rinviò tre volte la data d'inizio dell'offensiva) dal campo di Marcon, decollava un Voisin. Se un osservatore fosse stato presente, sarebbe rimasto stupefatto nel vedere cosa caricava questo aereo, pilotato dal capitano GELMETTI, con a bordo due Bersaglieri in borghese, vestiti da contadini: il tenente CAMILLO DE CARLO e il soldato BOTTECCHIA, tutti nativi dei luoghi calpestati dai nemici.
Ma era il carico che era molto singolare; tante gabbie di volatili abituati a volare di notte e di giorno ovunque con le proprie ali; erano piccioni viaggiatori.
Dopo una pericolosa trasvolata notturna, sorvolarono il Piave, e con un'altra azione pericolosa, il pilota atterrò in un conosciuto prato, lontano ma pur sempre nei pressi dei campi di Aviano, dove prima lui operava ma ora in mano agli austriaci, con le piste bene illuminate per l'atterraggio dei loro sparvieri dopo le loro scorrerie notturni notturne.
Il pilota scaricò i due avventurosi e il curioso carico, poi mentre lui decollava per ritornare alla base, i due attraversando campi e fossi con le gabbie in mano, superarono il Colle di Savarone, a Polcenigo guadarono la Livenza ed infine giunsero a Fregona, nella fattoria di De Carlo che v'incontrò il suo anziano mezzadro che la gestiva. Trovato un nascondiglio sicuro, i due si mobilitarono per raccogliere notizie utilizzando vecchi, donne e bambini, sguinzagliati nei dintorni, e dove inosservati e senza destare sospetto raccoglievano e annotavano personalmente o da amici, notizie sugli assembramenti nelle linee e nelle retrovie predisposte dal nemico. Poi nella notte, di quando in quando, un piccione lasciava la gabbia per tornare alla colombaia lontana dall'altra parte del Piave, portandosi dietro un foglietto arrotolato, denso di calligrafia minuta, con tutte le informazioni inestimabili per l'Ufficio Informazioni di Abano.
Lo stratagemma funzionò così bene che altri simili singolari carichi furono ripetuti in varie zone.
Quando il 15 giugno gli austriaci iniziarono la "grande offensiva", ad Abano aveva già fatto la cartina dove il nemico aveva predisposto le truppe, l'artiglieria, la logistica, e in quale punto si preparava a sferrare l'attacco.

Prima di narrare le vicende tutte italiane, volendo rimanere nel tema della condotta degli Austriaci, e i motivi della loro grave disfatta, accenniamo in antemprima, mentre la tragica partita non era ancora chiusa, anzi era appena all'inizio del disastro, cioè il 29 giugno, BOROEVIC von BOJNA inviava ad un amico intimissimo, Francesco von Bolgar, una lunga lettera, che sopra abbiamo già detto- è di tale importanza ai fini della ricostruzione della verità storica, da ben meritare qui la pubblicazione integrale.

La missiva, è uno sfogo di un animo cupo, di un condottiero esacerbato dalla sorte avversa.

"Caro amico, sotto la sensazione vivace degli eventi, desidero confidarti la pura verità, che oltre a te è nota soltanto a Windischgraetz. Questi, per ordine superiore è venuto a trovarmi. Dunque:
L'offensiva contro l'Italia, voluta per ragioni politiche, fu ordinata per il 20 maggio. Quando venne stabilita questa data, capii che a Baden, nonostante i miei innumerevoli rapporti, non si aveva la più pallida idea dello stato dell'esercito. Per l'assoluta mancanza di rifornimenti, esso, dai primi di febbraio, era talmente affamato, che la gente, cadeva a terra per il semplice fatto di mettersi in marcia. Anche l'arciduca Giuseppe ebbe a udire da parte dei soldati ungheresi lagnanze per la fame. I cavalli erano scheletriti, le artiglierie assolutamente immobilizzate; la situazione si presentava desolante. Tutto ciò fu, numerosissime volte, esposto da me nei rapporti, mentre chiedevo che s'inviassero immediatamente rifornimenti, vettovagliandoci per quattro settimane, affinchè tornassero in efficienza le truppe. Identica era la situazione nel Tirolo. Ma i rifornimenti giunsero soltanto l'8 giugno, quindi solo una settimana prima dell'offensiva che era stata stabilita poi per il 15 giugno

"L'assalto principale era previsto dal Tirolo e precisamente contro le Divisioni francesi e inglesi. Quando lo seppi, mi vi opposi con tutte le mie forze. Rischiai il mio posto, scrivendo: - "Non si vorra prendere, il toro per le corna?". Ma tutto fu invano. Infine si giunse ad un compromesso meschino, e cioè la massa principale venne assegnata al Tirolo, ma si ordinò contemporaneamente l'offensiva sul Piave, da, iniziarsi il 15 giugno. Proposi un rinvio di tre giorni. Conrad mi rispose di non poter ritardare; quindi la data rimase stabilita per il 15.

"E' significativo il fatto che il 14 giugno diventai una parte del Comando Supremo. Questo si venne a scomporre in quattro frammenti: uno era il mio, uno era a Baden, uno a Belluno con Waldstetten, uno nel treno imperiale del Tirolo con Arz; Sua Maestà stava presso il telefono nel suo treno.

Il 14, alle ore 18, mi si chiese ancora per telefono:
"Che cosa, si fa domani?
Risposi:
"Si passa all'offensiva, com'è stato prescritto dal Comando Supremo".
Mi si replicò:
"Bene! Agisca secondo il proprio giudizio, ma sotto la sua responsabilità!".

"A mezzogiorno [del 15 giugno] venni a sapere che all' XI Armata in Tirolo tutto andava bene e che le prime linee [della VI della IV Armata italiana] erano travolte. Alle undici di sera Sua Maestà mi chiamò al telefono, e con voce sensibilmente commossa mi disse:
"Il Tirolo è stato sconfitto; le truppe hanno perduto tutto ciò che avevano guadagnato e sono state respinte sulle posizioni di partenza".

"Rimasi come fulminato. Mi scongiurarono di resistere. Risposi che avremmo fatto tutto il possibile. Contemporaneamente telegrafai al Comando Supremo chiedendo notizie esatte. Non ebbi alcuna risposta. Soltanto il giorno dopo [16 giugno] seppi la verità sulla XI Armata. Nel medesimo tempo cominciavano ad apparire davanti a me i rincalzi del nemico, i quali il 14 si trovavano ancora presso Verona; erano stati trasportati in linea per mezzo di autocarri. L'avversario diveniva, così, più fonte di me.
"Si trattava ora di prendere una nuova risoluzione, poichè se non mi si facilitava con l'azione del Tirolo, una mia avanzata ulteriore si prospettava pazzesca e ci avrebbe condotti alla catastrofe. Senza chiederne il permesso, ordinai di tenere a qualunque prezzo le teste di ponte che fino ad allora avevamo conquistate, perchè speravo che si abbandonasse immediatamente, cioè il 17, il progetto della offensiva dal Tirolo e che mi si mandassero le Divisioni divenute ora inutili su quel fronte, oppure che le stesse riprendessero l'assalto onde evitare che gli italiani disimpegnandosi da quel fronte convergessero su di me (ed è quello che stavano già facendo).
Di queste mie vedute mandai rapporto al Comando Supremo, facendo rilevare come si dovesse prendere senz'altro una risoluzione nei riguardi delle mie varie proposte. -Non venne alcuna risposta. Continuai a combattere.

"Per rendere più facili i contatti; ritornai il 18 a Udine. Così, ricevetti l'ordine di recarmi presso Sua Maestà, nel treno imperiale, a Spilimbergo. Vi giunsi il 19 ed in un colloquio di un'ora e mezza esposi a quattr'occhi al Sovrano la situazione. Parlai con tutta franchezza di quel che era avvenuto e illustrai un piano d'operazioni che venne accettato. Quando chiesi vettovaglie e munizioni, von Arz mi disse che avrei avuto ogni chiarimento, da un Colonnello, nel pomeriggio, a Udine.
Dunque, non si sapeva ancora nulla! Nel frattempo, Diaz aveva già trasportato sul mio fronte le truppe dal Tirolo, sicchè mi trovai con 17 mie Divisioni contro 30 nemiche. Sollecitai una risoluzione. Invano. Il Colonnello mi disse che a causa della mancanza di munizioni saremmo stati ridotti entro otto giorni a 49 tiri quotidiani per ogni bocca da fuoco. Inoltre, il colonnello Zeynek, del Quartier Generale di Baden, mi riferì che sarebbe stato possibile soltanto fino al 25 giugno fornire di vettovaglie le Armate.
Quindi: impossibilità di battersi. Costernazione generale!

"Dissi ad Arz che così non si fa la guerra e lo supplicai di suggerire in alto luogo di recarsi immediatamente a Vienna, dove io avrei convocato telegraficamente i Ministri, e là si sarebbe parlato chiaramente e impartito ordini precisi. Von. Arz acconsenti, ma non ebbe il coraggio d'inoltrare egli stesso la proposta. Così, questa venne presentata da me e Sua Maestà, telegraficamente, e diedi ordine a Windischgraetz di raggiungermi a Udine; ma costui non riuscì di incontrarsi con me se non dopo 36 ore! E ancora una volta non fu presa nessuna decisione!
Nella notte del 22 giugno - erano trascorsi quattro giorni preziosi, le Divisioni nemiche erano salite a 33, io avevo subito gravi perdite - pensai che cosa avrebbe potuto risultar da tutto ciò e interrogai alle 7 [antimeridiane del 22 giugno] per telefono quelli del treno imperiale, per sapere se Sua Maestà vi si trovasse ancora. Mi risposero ch'egli era a Vittorio. Telefonai a Vittorio, ma lì non si sapeva nulla del Sovrano. Ritelefonai al treno di Corte, e solo allora mi si rispose
"Sua Maestà è ancora qui".
Allora telegrafai:
"L'operazione fallita dell'XI Armata ed i suoi progressi a tutt'oggi mediocri, che si spiegano con l'insufficiente nutrimento che è scarseggiato per lunghi mesi, lascia apparire disperata la continuazione dell'offensiva in direzione di Treviso. Siccome l'avversario diventa sempre più forte mentre io m'indebolisco sempre più, ed avendo io alle spalle della linea di combattimento il fiume insidioso, il minimo incidente può travolgere il mio gruppo di Armate in una catastrofe. E' giunta l'ora di prendere una decisione. Avendo la Monarchia adempiuto, di fronte all'alleata, ai suoi doveri, nel modo più leale, e non essendo ammissibile che l'Austria si esponga al pericolo di trovarsi disarmata ed esautorata, propongo di ritirare il mio gruppo di Armate sulla riva sinistra del Piave, riservandoci di passare più tardi, eventualmente, di nuovo all'offensiva".

"Su questa mia proposta, la stessa sera alle ore 7, dunque solo 12 ore più tardi, venne l'ordine che io evacuassi la riva destra del Piave. Tale sgombero si svolse inosservato dal nemico.

"Non il Piave, dunque, ha la colpa degli eventi, ma la leggerezza e la superficialità di coloro che stavano al Comando Supremo dell'esercito. Nessun vero uomo aveva, intorno a, sè, in quei giorni, Sua Maestà. Non essendo egli assistito dall'esperienza di nessuno, noi ci avviamo verso un triste futuro. Windischgraetz e Rokovszky non ignorano nulla di tutto ciò.
Io non me ne occuperò più e sono stanco d'ogni cosa sino alla sazietà".

Fin qui, la lunga missiva del condottiero vinto. Qualcuno anche Alberto Lombroso - ha giudicato la lettera di Boroevic, linda da ogni intendimento autodifensivo, un documento "sicuramente sincero", di fronte al quale c'è forse poco da aggiungere, e si può benissimo rinunciare ad ogni ulteriore precisazione.

E notiamo anche noi che Boroevic, smentendo i bugiardi comunicati ufficiali del Comando Supremo di Baden, rinunciava ad attribuire la sconfitta clamorosa ai capricci del Piave.
Il regime del fiume era abbastanza noto agli Austriaci come agli Italiani. La menzogna messa in giro dalla stampa viennese non poteva non avere...le gambe corte, quando le vicende si seppero dal racconto dei reduci, nessuno dei quali si era accorto dell'ipotetica piena "disastrosa" supervalutata nei bollettini delle proprie truppe per giustificare la tardiva ritirata e la disfatta.

Boroevic, si giustifica però ponendo in primo piano fra le cause della disfatta la denutrizione delle proprie truppe. Ma ci sembra una fittizia autodifesa, ciò che dice era ben vero, ma solo in parte, perché i prigionieri austriaci catturati dagli italiani si presentavano in condizioni fisiche abbastanza soddifacenti.

Forse, anzichè la causa, la fame fu (successivamente) la conseguenza della disfatta austriaca. Dopo che la grande massa era stata inchiodata a breve distanza dal fiume, le corvèe della sussistenza non riuscivano più ad attraversare ponti e passerelle distrutte e implacabilmente tempestate dalle artiglierie italiane, e i poveri austriaci conobbero giorni e giorni di digiuno,e la sofferenza fisica atroce si assommava alle sofferenze morali logoranti.
I gruppetti isolati, stremati, si lasciavano facilmente catturare dagli italiani, così quando li portavano al campo una pagnotta di pane e una gavetta di brodaglia pure la trovavano; ci si buttavano come lupi affamati e chi era un buon osservatore poteva fare i conti da quanti giorni non mangiavano, ma anche fare i conti quanto avrebbero resistito in quelle condizioni.

Dov'è invece meno credibile Boroevic, è quando afferma che l'"offensiva" fu determinata da motivi politici, mentre è molto più credibile che fu soprattutto dichiarata da gravi impellenti ragioni logistiche. L'Austria si riprometteva con una vittoria simile a Caporetto -con il bottino di quattro ricche province italiane invase e depredate- di alimentare con maggior larghezza soldati e cittadini.
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Anche il generale CONRAD tentò di avanzare una giustificazione. Ma rinunciò a prendere in mano la penna, cedendola al suo panegirista, il Novak, che però scrive sotto la suggestione e quasi sotto la dettatura del vecchio maresciallo, e la giustificazione è piuttosto puerile:
"Due ufficiali e tre nostri alpini sul fronte degli Altopiani erano passati agli Italiani; altri in altre parti del fronte. E avevano rivelato tutto. Nella notte dell'azione, in contrassalto era già pronto da un paio d'ore. Sott'ufficiali non risposero al loro compito. I comandanti non erano pronti tutti.
La Divisione d'Assalto più importante aveva realmente avvertito di non essere pronta, ma il suo comandante non aveva fatto giungere il dispaccio fino a Conrad. Il barone Conrad poneva ogni sua fiducia nell'artiglieria. Ma per la prima volta durante la guerra anche l'artiglieria fallì. Il miglior generale dell'artiglieria dell'esercito, cui si doveva gran parte il successo di una fila di battaglie sull'Isonzo, ordinò sì il fuoco, ma le munizioni fecero in gran parte cilecca. Le granate di gas non diedero gas, gli shrapnels non esplosero.
Ma ora tutto è palese. L'Interno della Monarchia dava l'assalto al fronte. Per la prima volta si marciava in spirito contro Conrad; e l'offensiva s'infranse".

Gli Autro-ungarici avevano compiuto preparativi grandiosi in tutta tranquillità, perfino il "vademecum della guerra" avevano stampato; poi avevano rimandato tre volte l'offensiva, eppure Conrad afferma che la disfatta è da attribuire all'impreparazione.
Con una offensiva così accuratamente preparata, che bastasse per mandarla a monte due ufficiali disertori è una scusa piuttosto puerile.
Non meno ingenua è quella frase che Vienna dava "l'assalto al fronte", cioè sabotando inviando al fronte munizioni che "fanno cilecca". L'industria bellica mica può prevedere dove vanno le munizioni; inoltre ne quelle sugli Altopiani né quelle del Piave non facevano affatto cilecca, ma seminarono la morte.
Eliminate le scuse, come le piene del Piave, esclusa la denutrizione, l'impreparazione e il tradimento, le ragioni della sconfitta quali erano?
Boroevic stesso lo dice: gli errori insiti nel disegno strategico dell'offensiva; il disorientamento provocato dalla mancanza di un condottiero supremo autorevole che dirigesse la battaglia, la confusione e la paralisi dovute al sovrapporsi delle competenze e all'ingerenza delle incompetenze. Quello che Boroevic non accenna è il suo antagonismo con Conrad.

Gli italiani, oltre che sfruttare ai fini del successo questi errori, che però da soli non bastano per vincere una guerra, sfruttarono anche le circostanze determinate da tali manchevolezze. E se gli Austriaci nell'attacco si erano battuti bene, gli Italiani nel respingerli si erano battuti meglio.

Ora andiamo nei particolari della "grande offensiva" sul fronte italiano

l'attacco austriaco , la Battaglia del Piave > > >

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
A.TAMARO - Il trattato do londra e le rivendicazioni italiane, Treves, 1918
TREVES - La guerra d'Italia nel 1915-1918 - Treves. Milano 1932
A. TOSTI - La guerra Italo-Austriaca, sommario storico, Alpes 1925
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

+ AUTORI VARI DALLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

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