IL DOPOGUERRA
* conseguenze economiche
* conseguenze sociali
* conseguenze culturali


E QUEI FASCISMI PICCOLI PICCOLI
CHE POI INTOSSICARONO L'EUROPA

 

CONSEGUENZE ECONOMICHE
dopo la Prima Guerra Mondiale

Dappertutto, tranne che negli Stati Uniti, l’economia era sconvolta: gli impianti produttivi erano completamente distrutti l’agricoltura era stata privata delle sue migliori forze lavorative i beni di necessità scarseggiavano soprattutto nelle grandi città i prezzi aumentavano mentre i salari erano bloccati per legge e c’era il problema della riconversione industriale dalla produzione bellica a quella civile.

VEDI IL DRAMMA DEL VENETO

Dalla guerra l’Europa uscì in condizioni di grande instabilità politica ed economica. Le trasformazioni provocate dalla guerra , le gravi perdite di vite umane e di beni materiali avevano sconvolto non solo le potenze vinte ma anche quelle vincitrici. La Germania era prostrata: le dure condizioni di pace che le erano state imposte avevano favorito una grave crisi economica, alimentando anche un forte desiderio di rivincita.
( vedi i vari altri link inerenti - come quello su Hitler, oppure i singoli anni)

Anche la Francia, l’Inghilterra e l’Italia erano in una situazione di grande debolezza economica e pesantemente indebitate con gli Stati Uniti, i quali erano ormai la principale potenza economica del mondo.

Per alcuni anni l’economia dei paesi europei fu in seria difficoltà; la produzione era inferiore alla domanda, i prezzi aumentavano, il potere d’acquisto dei salari diminuiva, mentre cresceva il numero dei disoccupati: le industrie infatti, come anche le campagne, non erano in grado di assorbire tutta la manodopera costituita da coloro che erano tornati dal fronte.

Le gravi difficoltà economiche erano accentuate dal fatto che le industrie erano state trasformate in impianti in grado di produrre quasi esclusivamente materiale bellico; dopo la guerra fu perciò necessario riconvertire gli impianti per la produzione civile. Ciò tuttavia richiedeva tempo ed investimenti: per questo, alla fine della guerra, parecchie industrie fallirono, mentre altre riuscirono gradualmente a riconvertire la loro produzione. La difficile situazione portò a un aumento delle tensioni sociali: scioperi e agitazioni si verificarono un po’ dappertutto in Europa. Aumentarono i partiti dei lavoratori e le organizzazioni sindacali che a volte provocarono dei veri e propri tentativi di rivoluzione contro i governi.

Gli Stati Uniti erano i veri vincitori della guerra e in poco tempo diventarono la maggior potenza mondiale. Grazie al calo produttivo dell’Europa, i commerci statunitensi prosperarono in tutti i mercati mondiali; le esportazioni di prodotti industriali ed agricoli aumentarono notevolmente e ciò favorì un clima di fiducioso ottimismo in tutto il paese.

CONSEGUENZE SOCIALI

Al termine della guerra, ai quasi 10 milioni di vittime cadute sui campi di battaglia, ai militari, ai prigionieri, si aggiunsero i devastanti effetti delle malattie epidemiche, conseguenza delle privazioni alimentari e igieniche imposte dal conflitto tanto ai combattenti, quanto alla popolazione civile. Tra il 1918 e il 1920 si diffuse anche oltre i confini europei l’epidemia di "spagnola".

Durante la guerra la grande borghesia e gli affaristi avevano accumulato grandi ricchezze e ora si inaspriva l’avversione delle masse popolari nei confronti di queste classi e delle forze politiche, le cui riforme non avevano portato buon frutto.
(per l'Italia, vedi
Biografia di Mussolini, e i vari singoli anni )

La guerra aveva determinato profondi mutamenti nella società. Innanzitutto aveva sottolineato il decisivo contributo femminile alla vita del paese nei settori più diversi: dalla produzione industriale all’assistenza sanitaria, dall’insegnamento all’impiego nella pubblica amministrazione e nella guida di migliaia di ditte agricole e artigianali.

Dal fronte poi i soldati tornavano con una mentalità diversa, modificata dall’esperienza vissuta nella "città militare", dal confronto tra tradizioni e costumi diversi, dalla consuetudine alla discussione e alla solidarietà con gli altri compagni, dalla speranza ad una maggiore giustizia sociale.

Del tutto al di fuori delle previsioni dei governi e dei diplomatici dell’anteguerra, queste grandi masse di cittadini irruppero sulla scena politica. Dopo essere stati inquadrati per tre, quattro anni nei reparti e nelle trincee, essi erano ora ben decisi a far sentire la loro voce nelle scelte politiche fondamentali.

CLASSE SOCIALE

TENDENZA POLITICA

Operai dell’industria, braccianti agricoli e salariati.

Partiti socialisti e formazioni anarchiche.

Ceti intermedi: piccoli proprietari o piccoli borghesi.

Associazioni che rivendicavano il superamento dei tradizionali ordinamenti istituzionali.

Grandi proprietari industriali e agrari, antica aristocrazia, gerarchie militari, quadri superiori delle burocrazie statali.

Area della conservazione.

CONSEGUENZE CULTURALI

Lo stile di vita americano si impose come un modello trionfante di benessere e di progresso e influenzò notevolmente anche la società europea, che ne adottò molte di mode ed abitudini: il ballo del charleston, la musica jazz, il whisky diventarono per la gioventù europea i simboli della modernità.

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QUEI FASCISMI PICCOLI PICCOLI
CHE POI INTOSSICARONO L'EUROPA

Un fenomeno favorito da un trattato di pace che decise confini insensati,
da situazioni economiche disastrose e da democrazie deboli

di PAOLO DEOTTO

Martedì 9 ottobre 1934: a Marsiglia è in visita ufficiale Alessandro I Karagjeorgjevic, monarca pressoché assoluto del regno di Jugoslavia. Nell'auto di rappresentanza siede al suo fianco il ministro degli esteri francese Louis Barthou. Dalla folla che assiste al passaggio del corteo, si staccano alcuni uomini che, estratte le rivoltelle, fanno fuoco sull'auto che trasporta il re, uccidendo sia lui che il ministro francese. Gli attentatori appartengono al partito separatista croato degli "ustascia" di Ante Pavelic, in lotta contro la politica panserba di Alessandro I.

Questo appena descritto non è che uno dei mille episodi di violenza e di convulsione politica che riempirono le cronache dell'Europa tra le due guerre. L'Europa che usciva dalla sconfitta degli imperi centrali, che avrebbe dovuto avviarsi verso un avvenire di pace e di democrazia, vide invece fiorire i regimi totalitari, diversi dei quali, nati come reazioni a violenze ed ingiustizie, divenirono a loro volta, fatalmente, forieri di violenze ed ingiustizie.

Il re di Jugoslavia, caduto sotto i colpi dei terroristi croati, era l'uomo che nel 1929 aveva abolito le garanzie costituzionali e instaurato un regime autoritario.
D'altra parte il monarca si era anche trovato a dover fare i conti con una realtà tutt'altro che pacifica, in cui i contrasti tra le tre etnie principali (serbi, croati e sloveni) sfociavano spesso in episodi gravissimi non solo sulle piazze, ma anche negli stessi organi istituzionali: l'anno precedente, il 20 giugno, in pieno Parlamento, un deputato serbo aveva sparato contro il ministro croato Radic (inserito nel governo a guida serba proprio per stemperare le mire indipendentistiche croate) uccidendo lui e altri due deputati croati.

Quali furono le cause del dilagare di tante dittature minori? E' quanto vorremmo cercare di capire insieme, esaminando un fenomeno che fu davvero imponente. Gli anni 30 videro al potere regimi più o meno apertamente totalitari in Austria, Ungheria, Polonia, Bulgaria, Jugoslavia, Grecia, Romania, Estonia e Lettonia. Furono le due grandi dittature "centrali", nazismo e fascismo, che generarono figli e figliastri? O le dittature "minori" ebbero comunque una loro genesi autonoma? Parlavamo di anni 30. Torniamo indietro, di una diecina d'anni.

Nel gennaio del 1919 alcuni distinti signori si radunavano a Parigi: erano i rappresentanti dei paesi vincitori, riuniti nella conferenza di pace, che dovevano rimettere ordine in Europa per assicurare alle popolazioni un futuro di pace, prosperità, libertà e democrazia. Quelle popolazioni che avrebbero avuto anche diritto a un po' di tranquillità, considerando che quattro anni di follia avevano visto scontrarsi sui campi di battaglia oltre 64 milioni di uomini. 8 milioni e mezzo erano morti, e a questi andavano aggiunti un paio di milioni di "dispersi". Oltre 21 milioni erano stati i feriti, e un terzo di questi avrebbe sempre portato su di sè le mutilazioni. Infine più di cinque milioni di uomini avevano conosciuto la prigionia, e molti di loro erano ancora in attesa di potersi ricongiungere alle proprie famiglie.

E in questa macabra contabilità abbiamo accomunato vincitori e vinti, perché quando passa la morte si cancellano finalmente le divisioni che lacerano gli uomini e resta solo spazio per il dolore e per la riflessione sull'inutilità della guerra. E' molto raro trovare nella storia guerre che risolvano problemi. Ciò può accadere in genere solo con l'annullamento fisico totale del popolo avversario. Ma, per quanta buona volontà gli uomini mettano nell'ammazzarsi, ciò in genere difficile da realizzare.

L'ERRORE FONDAMENTALE - E così le guerre fatalmente generano nuovi problemi, tanto più acuti se accade, come accadde, che i vincitori si riuniscano per dettare le condizioni, senza tenere in alcun conto le ragioni dei vinti. Questo atteggiamento, sostanzialmente punitivo, fu senza dubbio l'errore fondamentale dei paesi vincitori della Grande Guerra. Un errore che avrebbe portato con sè una pesantissima serie di conseguenze.

Nella conferenza di pace le decisioni effettive furono prese da un comitato ristretto delle potenze maggiori: Gran Bretagna, Francia, Italia e Stati Uniti. Le nazioni sconfitte non furono ammesse alla conferenza. Attribuendo la responsabilità principale della guerra alla Germania, ad essa furono imposte condizioni onerosissime con il trattato di Versailles, sottoscritto il 28 giugno 1919.

E' interessante, per cogliere il clima in cui si svolse la conferenza, notare che la cerimonia si svolse, per espressa volontà francese, nello stesso salone in cui nel 1871, al termine della guerra franco-prussiana, era stata proclamata la nascita del Reich germanico. Con questo trattato rinacque come stato indipendente la Polonia, con annessioni territoriali a spese della Germania, e con la creazione di quel "corridoio" di Danzica che si sarebbe rivelato, anni dopo, uno dei più bei regali fatti ad Hitler.
Fu anche espressamente vietato ai Tedeschi residenti nei territori, già asburgici, dei Sudeti e dell'Austria, il ricongiungimento politico con la Germania.

Il 10 settembre di quell'anno il trattato di Saint-Germain-en-Laye, oltre a creare la "piccola Austria" come stato indipendente, impose la riunione della Boemia e della Moravia con la regione dei Sudeti, così da formare uno stato cecoslovacco e stabilì l'unione di Slovenia, Bosnia, Croazia e Montenegro alla Serbia, costituendo il nuovo stato della Jugoslavia. Il 27 novembre del 19 il trattato di Neuilly impose pesanti cessioni territoriali alla Bulgaria, che perse così ogni accesso al mare. Infine il trattato del Trianon, firmato il 4 giugno del 20, obbligò l'Ungheria a cedere territori a Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania, col risultato che circa tre milioni di magiari si trovarono inseriti, come minoranze etniche, negli stati confinanti.

MINORANZE ETNICHE FRUSTRATE - Tutti questi diktat ebbero come risultato l'ingresso di cospicue minoranze etniche tedesche, ucraine e magiare in stati nazionali diversi. Nei territori ex-russi sul Baltico si formarono gli stati indipendenti di Finlandia, Estonia, Lettonia e Lituania. Intorno al nuovo regime comunista russo fu creato una sorta di "cordone sanitario" di Stati-cuscinetto, in funzione di contenimento della spinta rivoluzionaria. Ci scusiamo con il lettore per questa elencazione forse un po' noiosa; ma necessaria, per capire come l'Europa "ricominciò" nel 1919, e in quale clima: i trattati di pace della conferenza parigina posero le basi di infiniti malcontenti, diedero spazio a revanscismi mai completamente sopiti, in un'Europa che comunque (e questo problema riguardava anche le nazioni vincitrici) usciva stremata economicamente dalla guerra.

Non solo: l'imposizione alla Germania (e, seppure in misura minore, all'Ungheria) di un debito di guerra esorbitante fu la causa principale di un'inflazione che travolse i risparmi di migliaia di famiglie, creando una massa di persone che all'umiliazione della sconfitta aggiunse la difficoltà a soddisfare i più elementari bisogni quotidiani.
Su queste premesse, tutt'altro che buone, si innescò anche, agli inizi degli anni 30, il riflesso in Europa della crisi americana che, dal crollo della borsa di Wall Street, portò con sé un'ondata di fallimenti, a livello mondiale, di industrie e di istituzioni finanziarie. Etnie divise, o riunite a forza; miseria; umiliazioni.

I nuovi stati sorti dalla conferenza di Parigi si trovarono a fare i conti con questo cocktail esplosivo, mentre aleggiavano anche confusamente messaggi e speranze di riscatto rivoluzionario per le classi più umili. In apertura parlavamo dell'attentato in cui perse la vita il re di Jugoslavia: questo stato, creato a tavolino, resta forse l'esempio migliore di come non si possa imporre un'identità nazionale tra popoli diversi per cultura, tradizione, religione.

La Serbia, regno indipendente dal 1882, quando si era resa autonoma dall'Impero Ottomano, aspirava ad una posizione di guida delle popolazioni slave meridionali. La Croazia a sua volta, animata da un forte sentimento nazionale, aveva raggiunto nel 1868 una parziale autonomia dall'Ungheria, alla quale era stata per secoli assoggettata, nè accettava di trovarsi in una posizione subordinata rispetto alla Serbia.

IL PROBLEMA DEI BALCANI - La Slovenia non aveva alle spalle una storia di autonomia, essendo stata, fino al 1918, parte integrante dell'Austria. In compenso la sua capitale, Lubiana, era uno dei più vivaci centri artistici-letterari d'Europa. I contrasti tra le nazioni/regioni si manifestarono quasi subito, avendo come protagonisti il partito radicale serbo di Pasic e il partito contadino croato di Radic.
Il colpo di stato di Alessandro I venne accettato come minor male da buona parte della popolazione, stanca di disordini e attentati.

La morte di Alessandro I non cambiò sostanzialmente nulla, perché il successore, principe Paolo, proseguì una politica autoritaria e di oppressione delle componenti etniche non serbe, che sarebbe continuata fino al crollo militare della Jugoslavia (1941) e alla creazione dell'effimero stato indipendente croato di Ante Pavelic, che a sua volta instaurò una dittatura, ferocemente anti-serba, che seguì poi le sorti della caduta del fascismo, suo sponsor principale
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In Austria il 12 novembre 1918 l'assemblea nazionale proclamò la nascita della repubblica democratica. Ma praticamente da subito il nuovo stato si dimostrò fragile. Il contrasto tra la popolazione viennese, moderna, borghese e industriale e il mondo contadino delle zone circostanti, si tradusse in un polarità politica tra il partito socialdemocratico, forte nella capitale, e il partito conservatore dei cristiano-sociali, che affondava le sue radici nelle campagne. I primi ebbero la meglio nelle elezioni dell'assemblea costituente, ma in seguito la guida del governo passò in mano ai conservatori.

Tutto ciò accadeva in uno stato che faceva fatica ad trovare una propria autonoma identità e dove sempre più vive si facevano le spinte alla riunificazione con la Germania. I conflitti sociali, causati in buona parte anche dalle nuove povertà indotte dalla crisi economica della Germania, che restava il principale partner commerciale, travagliarono la vita dei governi di Seipel e Ramek e culminarono nella sommossa socialista di Vienna (15 luglio del 27), repressa energicamente dal prefetto di polizia Schober. Questi divenne a sua volta capo del governo nel 29, avviando una riforma costituzionale che fece dell'Austria uno stato accentratore e autoritario.

NASCE IL NAZISMO AUSTRIACO - Il successore di Schober, Dolfuss, si trovò a dover fronteggiare una nuova insurrezione socialista a Vienna (12-15 febbraio 1934) e il sorgere di un partito nazista austriaco, che apertamente operava per l'annessione alla Germania. Dolfuss impose un nuovo giro di vite autoritario, con un'ulteriore riforma costituzionale, rivolta a costituire uno stato nazionale cristiano a partito unico. Venne ucciso dai nazisti in un fallito tentativo di putsch il 25 luglio del 34. Il suo successore, Schuschnig, proseguì la sua politica in una situazione sempre più precaria che precipitò il 12 marzo del 38, quando le truppe tedesche entrarono in Austria, realizzando l'Anschluss (riunificazione), ufficialmente richiesta dal ministro dell'interno, nazista, imposto al governo da Hitler.

In Ungheria venne proclamata nel novembre del 1918 la repubblica popolare, in cui emerse la figura del comunista Bela Kun, rientrato in patria dalla Russia proprio allo scopo di fondare il partito comunista ungherese. Il governo da lui presieduto si apprestava a dare il via ad una serie di riforme (nazionalizzazioni, consigli operai, eliminazione delle scuole religiose ecc.) sull'esempio del modello sovietico. L'esperimento durò poco: il 3 agosto del 1919 l'ammiraglio Miclos Horthy, con l'appoggio delle truppe rumene e cecoslovacche, e d'intesa con Francia e Inghilterra, assunse il potere in qualità di "reggente" per l'imperatore Carlo d'Asburgo.

L'Ungheria tornava ad essere formalmente una monarchia, che peraltro non vide mai un re sul trono, perché la reggenza di Horthy durò fino alla fine della seconda guerra mondiale. Questi, dovendo fare i conti con una mai del tutto sopita opposizione interna di sinistra, affidò dapprima la guida del governo al conte Bethlen, che impostò una politica di stampo nettamente conservatore. Ma la vera svolta autoritaria si ebbe nel 1932, col regime del generale Gyula Gombos, sotto il quale si accrebbe l'influenza del movimento delle "croci ferrate", antisemita, di ispirazione nazista, fondato nel 35 da Ferenc Szalasi.

L'UNGHERIA NELL'ORBITA DI HITLER - D'altra parte il tenace revisionismo magiaro, teso a recuperare i territori già ungheresi ceduti col trattato del Trianon, portarono il reggente Horthy ad una politica sempre più avventurosa, a tentativi di impossibili equilibri internazionali, che altro non fecero che spingerlo sempre più verso la Germania nazista, che ne appoggiava le rivendicazioni. Alleanza fatale: l'Ungheria seguì le sorti della Germania in guerra, e nel marzo del 44 fu da questa occupata militarmente.
Horthy, che sul finire del conflitto aveva cercato invano una pace separata con i sovietici, fu internato in Baviera da Hitler con l'accusa di tradimento.
Dopo tanti anni di convulsioni e di lotte, all'Ungheria sconfitta nella seconda guerra mondiale fu imposto il ritorno alle frontiere del Trianon.

In Polonia la politica tra le due guerre fu strettamente condizionata al tentativo di far fronte ai due nemici "tradizionali": tedeschi e russi. Ricostituita nel 1918 come stato indipendente, la Polonia guidata dal maresciallo Pilsudsky e successivamente dal generale Rydz-Smigly, si diede dal 1926 un regime solo formalmente parlamentare, ma nel quale i poteri erano accentrati di fatto nell'esecutivo, che cercò, con una politica autoritaria, conservatrice e nazionalistica, di controllare i sommovimenti interni, in buona parte di ispirazione nazista e comunista.

Nel settembre del 1939 i due nemici storici, Russia e Germania, si coalizzarono e si spartirono lo stato polacco. In Albania, paese poverissimo ed arretrato, in cui non esisteva alcuna tradizione parlamentare e la cui indipendenza era stata riaffermata nel 1920, più che di lotta politica si poteva parlare di lotta tra clan rivali. Tra questi emerse nel 24 quello guidato da Zogu, appoggiato dalla Jugoslavia. Zogu nel 28 proclamò la nascita del Regno di Albania, attribuendosene la corona con l'appoggio del governo italiano. Spinto da Francia e Inghilterra, Re Zogu cercò in seguito di svincolarsi dalla sempre più pesante tutela italiana: la risposta del governo di Mussolini fu l'occupazione militare dell'Albania (settembre 39), la deposizione del Re e l'attribuzione della corona d'Albania a Vittorio Emanuele III.

In Grecia il periodo fra le due guerre fu dominato dalla figura del generale Ioannis Metaxas, grande sostenitore della restaurazione monarchica, che avvenne nel 35. Ministro della Guerra nel governo presieduto da Konstantinos Demertzis, gli succedette nel 36 nella carica di Primo Ministro, instaurando un regime totalitario, assumendo direttamente diversi dicasteri e facendosi nominare (luglio 38) primo ministro a vita.
DUE DUCI IN GUERRA FRA LORO - Mostrò energia e abilità nella guerra contro l'Italia e fino alla sua morte, avvenuta il 15 gennaio del 1941, godette di vasta popolarità, perché seppe far leva sull'orgoglio nazionale greco, ferito prima dalle infelici vicende militari con la Turchia (1922), poi dall'ultimatum di Mussolini (1940).

In BULGARIA, mutilata dal trattato di Neuilly, la situazione politica restò per diversi anni molto agitata, dominata dalla presenza di due forti partiti: il comunista e il partito dei contadini. Il tentativo del leader di quest'ultimo, e capo del governo, Aleksander Stamboljski di attuare una seria riforma agraria, anche nell'intento di togliere argomenti alla propaganda comunista, fu stroncato da un colpo di stato militare, che instaurò un regime conservatore, mantenuto poi dai numerosi e deboli governi borghesi che si susseguirono e fecero sempre più ricorso a misure repressive contro gli oppositori e i separatisti macedoni, senza peraltro mai riuscire a riportare l'ordine nel paese.
Nel 1934 il Re Boris III, con un nuovo colpo di stato militare, instaurò una dittatura personale, che durò fino all'infausta avventura militare a fianco delle potenze dell'Asse. La Romania ebbe convulse vicende politiche determinate in buona parte da motivi opposti a quelli di altre nazioni. Infatti, se paesi come l'Ungheria o la Bulgaria potevano lamentare legittimamente le mutilazioni territoriali imposte dalla conferenza di Parigi, la Romania, che aveva beneficiato di annessioni, si trovò a dover far fronte alle tensioni sempre più forti tra la maggioranza rumena e le forti minoranze (circa il 30% della popolazione) rappresentate da magiari, russi e dagli ebrei, da sempre oggetto di una politica di segregazione ed oppressione. Inoltre le gravi difficoltà economiche del primo dopoguerra, complicate da questioni dinastiche (re Carol II, dopo aver rinunciato al trono a favore del figlio Michele, divenuto re con un consiglio di reggenza, nel 1930, tornato in patria, volle riprendersi la corona), causarono continue crisi di governo.

IN ROMANIA UN RE DITTATORE - In una situazione di disordine, si rafforzava progressivamente il movimento delle "Guardie di Ferro", fondato nel 1926 da Corneliu Codreanu, che si poneva a difesa delle tradizioni etnico culturali della popolazione rumena, isola latina nel mondo slavo.
Re Carol II nel 1938 riuscì a far votare una nuova costituzione, che instaurava la sua dittatura personale e del partito unico, denominato "Fronte della rinascita nazionale". Contro le Guardie di Ferro fu attuata una vera politica di sterminio, sopprimendo anche il loro leader, e causando la vendetta del movimento, che assassinò il primo ministro Calinescu. Dopo un vano tentativo di mantenere la Romania neutrale, re Carol II dovette piegarsi alla sottomissione all'Asse, di cui seguì le disastrose sorti.

Anche in ESTONIA, nel 1933, e in LITUANIA, nell'anno successivo, sorsero regimi dittatoriali; la FINLANDIA fu retta da governi di chiara impostazioni conservatrice.
Mentre buona parte dell'Europa era scossa da tutti questi sommovimenti che abbiamo sommariamente esposto, nella penisola iberica il PORTOGALLO, dopo lunghi anni di disordini e di crisi economica, si affidava ad Antonio de Oliveira Salazar, grigio professore di economia politica, chiamato al governo nel 1928 quale ministro delle finanze, che divenne primo ministro nel 1932, e iniziò la costruzione di uno stato di tipo autoritario, conservatore e corporativo, che sopravvisse per quarant'anni.

In SPAGNA la sanguinosa guerra civile (1936-1939) vide l'affermarsi della Falange del generale Francisco Franco, che condusse il suo paese in un regime totalitario prima e poi in un'indolore passaggio alla monarchia costituzionale. Conclusa questa veloce carrellata, ci sembrano opportune alcune riflessioni. Si è parlato spesso tra gli storici (o tra i presunti tali) di "esportazione" del fascismo in Europa; ma quale dei vari regimi che abbiamo esaminato può essere definito come "fascista"? Anzi tutto bisogna intendersi sui termini: il fascismo fu un'esperienza peculiare, estremamente legata alla figura carismatica di Mussolini e con caratteristiche di partecipazione popolare attiva abbastanza uniche, che vennero meno solo dopo la sciagurata scelta del 10 giugno del 1940, quando il Duce gettò l'Italia nella tragedia della Seconda guerra mondiale.

I CAMPI MINATI DI VERSAILLES - Parliamo piuttosto di regimi totalitari; e in questo senso si può senza dubbio affermare che l'Italia fu presa come "esempio" di una modalità di soluzione funzionale, ma antidemocratica, dei problemi interni. D'altra parte la scarsa fiducia nelle democrazie nasceva anche dall'incapacità delle stesse a far fronte agli enormi problemi del primo dopoguerra. Ma questi problemi da dove nacquero? Non è nostro compito fornire delle verità: non abbiamo questa ambizione. Al più saremmo soddisfatti di fornire ai nostri lettori materia di riflessione e di approfondimento. E in tale ottica ci sentiamo di affermare che i partecipanti alla conferenza di Parigi crearono una serie di campi minati, salvo poi stupirsi o scandalizzarsi se chi camminava sulle mine saltava per aria. Infatti, a fianco di paesi che giunsero alla dittatura per proprie vicende interne (Grecia, Portogallo) o per assoluta mancanza di tradizioni democratiche (Albania), abbiamo visto che per diversi altri paesi le modifiche di frontiere, la creazione di unioni effimere e forzose, la mancanza di sensibilità verso tradizioni secolari, furono fonti di disordini e travagli che non potevano che sfociare in soluzioni autoritarie.

E qui ci siamo soffermati solo a parlare delle dittature "minori". Ma non scordiamoci che gli statisti del 1919, decidendo che la Germania, già sconfitta sul campo di battaglia, andava anche punita, umiliata, mutilata e immiserita, fornirono argomenti ineccepibili per la "irresistibile ascesa" di un dittatore paranoico che aveva promesso alla Germania la redenzione, la potenza e il primato sul mondo. L'una e l'altra materia gli furono fornite in abbondanza. Il suo nome era ADOLFO HITLER.


di PAOLO DEOTTO

Ringrazio per l'articolo
(offerto a Cronologia)
il direttore di


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