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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1919 (3)

NITTI - D'ANNUNZIO, LA MARCIA DI RONCHI, FIUME

(vedi anche "L'IMPRESA DI FIUME" )

e "I LEGIONARI PER ZARA ITALIANA"


Il Gabinetto NITTI al suo esordio (23 giugno) non ebbe un'accoglienza molto lusinghiera; il presidente del Consiglio anzi fu aspramente criticato dai nazionalisti e specie da GABRIELE D'ANNUNZIO dopo i conflitti verificatisi a Roma nel comizio degli ex-combattenti, svoltosi cinque giorni dopo, il 28 giugno. Furono queste le prime difficoltà incontrate dallo statista lucano, difficoltà che furono accresciute dal terremoto che arrecò gravi danni nella Toscana e nella Romagna, dagli incidenti provocati a Fiume nei primi di luglio (il 6) dai soldati francesi che determinarono un'inchiesta interalleata (che finirà per imporre all'Italia una notevole riduzione del contingente militare di stanza a Fiume) e dal movimento (ma fu spontaneo, e non politico) contro il caroviveri, che provocò saccheggi di negozi e conflitti vari e impose un momentaneo ribasso del 50 per cento sui generi di prima necessità.

Negli stessi giorni le tensioni aumentarono, quando da Parigi gli Alleati (che fanno di tutto per essere i nuovi nemici dell'Italia) inviano a Roma un memorandum del ministro degli esteri inglese ARTHUR JAMES BALFOUR, che intima all'Italia di "…non compiere atti volti a stabilire la sovranità italiana su Fiume" e chiede inoltre "il ritiro delle truppe alleate dalle coste dell'Asia Minore".

Con l'inizio di luglio, tornano le ondate di scioperi contro il costo della vita. Per questo e altro anche se sono privi di una direzione politica ben precisa - e si esaurisce in pochi giorni) tuttavia in molti casi, e in diverse città, l'agitazione assume caratteri insurrezionali e sono accompagnati da tumulti di piazza con saccheggi di negozi.
Proprio per la spontaneità dei tumulti, il Partito socialista è colto di sorpresa dagli eventi e anche il sindacato della CGdL mantiene una posizione prudente, né di sostegno, né d'aperta sconfessione.

Il 6 luglio - con gli Alleati, l'Italia è a questo punto: - che a Fiume come accennato sopra avvengono scontri fra militari francesi e italiani (dopo dalle memorie di un protagonista, vedremo la banale causa) questi ultimi però sostenuti da consistenti gruppi della popolazione civile. Negli scontri 9 francesi muoiono e altri 11 sono feriti. Si apre un inchiesta interalleata, ma il risultato fu quello di fare sloggiare il contingente di soldati italiani da Fiume.

Con quest'inizio di luglio, il 9, NITTI espose alla Camera il programma del Governo, da lui stesso riassunto in questi quattro punti fondamentali: 1° Condurre a termine le trattative riguardante la pace, difendendo con sincera fede il programma di aspirazioni; 2° comporre più rapidamente possibile il passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace, abolendo tutto ciò che la guerra rese necessario, e che la pace rende superfluo e anche dannoso; 3° rendere meno aspre le condizioni di esistenza del popolo e fare una vigorosa politica di prezzi, senza di cui non è possibile garantire efficacemente la pace sociale; 4° preparare con rapidità gli ordinamenti economici e finanziari che la nuova situazione rende necessari.
Il 12 luglio NITTI ottiene la fiducia con 257 voti a favore e 11 contrari.

Nitti si pone come continuatore della politica giolittiana d'anteguerra (nella prossima puntata inquadrerenmo meglio questa sua posizione).
Per rivolgere maggiore attenzione ai problemi di ordine pubblico che il paese attende, turbato dalle varie correnti di sinistra e in contrapposizione di destra, e per dare impulso alla smobilitazione dell'esercito, Nitti si avvale (paradossalmente) del "Consiglio", della collaborazione del capo e del vicecapo di stato maggiore, generale Amando Diaz e Pietro Badoglio. Saranno infatti soppressi vari comandi, fra cui lo stesso comando supremo e quello della III armata, particolarmente influenzata dall'ideologia nazionalista (per forza era nazionalista, era quella che si era di più impegnata!).

Il male invece di essere curato, lo si nascondeva dietro il paravento della smobilitazione. Così i militari dimessi -messi a spasso- andarono ad infoltire proprio i movimenti nazionalisti che si volevano stroncare, e alcuni, i più arrabbiati, a ingrossare le file del Fascio dei Combattenti di Mussolini.
Nitti non lo disse, ma si comportò come BELA LINDER, ministro della guerra che diceva agli ufficiali ungheresi raccolti nella piazza del Parlamento: "Non abbiamo più bisogno dell'esercito! Non voglio più vedere soldati", o come quel "Commissario del Popolo" POGANY che dichiarava: "Il Consiglio dei soldati non può avere che un solo scopo: sopprimere definitivamente l'esercito".
L'Italia non era un paese militarista, ma a quei cinque milioni di reduci la cosa proprio non garbava, e quelli ancora dentro nell'esercito, ancora di meno. Dove avrebbero sbarcato il lunario?

Inoltre per attuare un programma di risanamento, ci voleva maggior fiducia nell'avvenire della nazione di quella che Nitti aveva, maggior patriottismo e maggiore energia in chi governava. Occorreva insomma dominare la situazione, che peggiorava invece di giorno in giorno e che non poteva esser dominata dalla nuova milizia governativa, istituita da Nitti con il nome di Guardia Regia, che era un corpo di polizia destinato a fronteggiare le agitazioni e i tumulti popolari. Efficace -ma repressivo strumento- di fronte al grande sviluppo delle organizzazioni sindacali e degli scioperi.
Inoltre cosa ci si poteva aspettare? Nella storia tutte le repressioni sono poi immancabilmente sfociate in rivoluzioni. In Italia, dal 1820 al 1848, sovversivi erano tutti quelli che poi andarono sui libri di storia come eroi e patrioti o guidarono i nuovi governi risorgimentali. Nel 1922 si ripetè la cosa; e nel 1945, pure!

Ma gli scioperi continuavano e i saccheggi pure, il frutto dei quali era immagazzinato nelle camere del lavoro. Continuavano le devastazioni, i conflitti con numerosi morti e feriti, gli arresti, le occupazioni da parte di ex-combattenti di terreni in Sicilia e nell'Italia centrale e meridionale; ma continuava anche a svilupparsi il Fascismo e crescevano di giorno in giorno in ogni parte d'Italia i fasci di combattimento che entravano in lizza, e con i giornali di battaglia eccitavano le folle.
Fra i provvedimenti di smobilitazione che dovevano essere di pacificazione, BADOGLIO nega l'appoggio dello stato maggiore alla cospirazione che si sta organizzando per l'annessione di Fiume all'Italia.
Fra gli organizzatori di questa impresa (con il reclutamento di un piccolo esercito di volontari) l'ingegnere triestino SINIGAGLIA, il veneziano GIURIATI, irredentista e presidente dell'Associazione Trento e Trieste, il capitano VENTURI.

Nel mese di agosto la situazione migliorò anche perché l'attenzione degli Italiani fu rivolta all'opera che la delegazione italiana svolgeva a Parigi, all'inchiesta sugli incidenti avvenuti a Fiume tra francesi e cittadini (per lo sgarbo a una donna) e alla relazione della Commissione d'inchiesta su Caporetto, la quale addossava la responsabilità del rovescio ai generali Cadorna, Capello e Porro e, al Ministero Boselli. La pubblicazione della relazione suscitò molte polemiche, a difesa o con infinite accuse. I socialisti si scagliarono contro il generale Andrea Graziani, accusandolo di crudeltà e di ferocia, ma in sua difesa sorsero gli arditi, i quali avevano da alcuni mesi fondato a Milano un loro organo settimanale, "L'Ardito" che, affiancandosi al "Popolo d'Italia", conduceva una campagna vigorosa contro i nemici della nazione, di qualsiasi colore essi fossero.
In seguito ai risultati dell'inchiesta, previa deliberazione del Consiglio dei Ministri, furono collocati a riposo anticipato i tenenti generali Cadorna, Porro, Capello e Cavaciocchi, mentre a riposo per anzianità di servizio e iscritti nella riserva i tenenti generali Montuori e Buongiovanni e il brigadiere generale Boccacci insieme con altri ufficiali superiori. Ma nello stesso giorno (2 settembre) in cui il Bollettino militare pubblicava questi provvedimenti, Nitti amnistiava i disertori, e anche i renitenti (circa 600.000 uomini) purché non passati al nemico e non rimasti assenti più di sei mesi, commutando in condanna condizionale le pene da infliggersi ai rei di diserzione di durata superiore, sostituendo all'ergastolo la reclusione militare per 10 anni e riducendo a 5 anni della stessa pena tutte le altre.
Un provvedimento aspramente criticato da fascisti e nazionalisti. Forse non era il momento adatto per fare questo processo. Ma anche qui, i politici dimostrarono una cecità infinita, vivevano fuori dalla realtà, nessuno prima di agire in un certo modo, tastava il polso al Paese. E più che pessimi dottori erano degli ottimi becchini (e in certi casi di se stessi).

Contro "Cagoia" (il nomignolo dato in segno di disprezzo da D'Annunzio a Nitti) il poeta condusse a Roma la lotta più serrata, chiamando a raccolta dalle colonne dell'"Idea Nazionale", tutti "gli uomini di buona volontà". Si pensò pure di organizzare un'insurrezione armata, di fare un colpo di mano, disperato, di entrare con le armi nel Palazzo Braschi. Un comizio tenuto all'Augusteo in sostegno delle rivendicazioni di Fiume doveva essere il segnale della rivolta. La defezioni di alcuni rese inattuabile il risoluto progetto; i poliziotti di Nitti si gettarono selvaggiamente sui combattenti, sui volontari e mutilati di guerra, su cittadini che uscivano dal comizio: alcuni mutilati in stampelle furono travolti dalle zampe dei cavalli della nuova Regia Guardia o percossi col calcio del fucile dai poliziotti.
Sembrava tutto perduto…..(ma non era così, vedi più avanti, la "Marcia di Ronchi").

Una settimana dopo, e precisamente il 10 settembre, veniva firmato a Saint-Germain il trattato di pace con l'Austria. Con esso l'Italia portava -questa volta ufficialmente- i suoi confini alla catena delle alpi, chiudendo dentro di essa il Trentino e l'Alto Adige, Gradisca e Gorizia e Trieste con un territorio non molto esteso; ma non Fiume.
Si regolavano le norme per la cittadinanza, si riconosceva all'Italia senza pagamento di indennità il possesso del Palazzo Venezia; si riconosceva a vantaggio delle amministrazioni pubbliche dei territori cedenti il diritto al rimborso delle spese sostenute durante la guerra per conto della Monarchia; si annullavano tutte le sentenze pronunziate dopo il 4 agosto 1914 per crimini e delitti politici a carico dei vecchi e dei nuovi cittadini italiani; si acquistavano i diritti austriaci sul cavo Trieste-Corfù e su tutti i cavi e parti di cavi colleganti i territori italiani; venivano restituiti dall'Austria gli atti, documenti, oggetti di antichità e d'arte, materiale scientifico e bibliografico esportati dai territori invasi. Oltre alle riparazioni, ecc. che spettavano, l'Italia avrebbe riscosso per suo conto imposte, diritti e tasse d'ogni natura esigibili sui territori trasferiti e non ricuperati entro il 3 novembre 1918. Infine l'Austria rinunciava in favore dell'Italia tutti i diritti e titoli sui territori dell'antica monarchia austro-ungarica, riconosciuti come facenti parte dell'Italia da tutti i trattati conclusi per regolare gli affari attuali.

Il Trattato di Saint-Germain lasciava in sospeso i confini verso il Regno serbo-croato-sloveno e non risolveva la sorte di Fiume che il Trattato di Londra aveva assegnato alla Croazia, ora parte del regno suddetto. Ma al problema fiumano che la diplomazia non era riuscito a risolvere, gli fu presto trovato la soluzione con un gesto d' audacia compiuto da GABRIELE D'ANNUNZIO.
La spavalda impresa fu preparata dal poeta e da sette ufficiali di un battaglione del 2° Granatieri, da qualche tempo di guarnigione a Fiume e dal 25 agosto mandato a Ronchi, e validamente aiutata da alcuni ufficiali arditi.

LA MARCIA DI RONCHI

Qui ci affidiamo alle memorie (in nostro possesso) di EUGENIO COSELCHI, pubblicate sull'opera "Decennale", nel X anniversario della Vittoria a Vittorio Veneto. Pubblicazione Nazionale, edita sotto il patronato di S.M. il Re e con l'alto assenso del Capo del Governo Mussolini", Vallecchi Ed., anno 1928.

"Dopo il fallito tentativo a Roma. Sembrava tutto perduto…. Ma D'Annunzio aveva mantenuto intatta la sua implacabile decisione. A Roma in una sala del suo appartamento al Grand Hotel continuavano, quasi ogni giorno Antonio Grossich, Tommaso Antonimi, Nino Venturi, e il sottoscritto.
Si decise di intensificare la preparazione all'impresa, alla quale avrebbero dovuto concorrere soltanto dei reparti di volontari, liberi da ogni legame con l'Esercito regolare. L'organizzazione per gli arruolamenti era regionale e segreta. Il Comandante nominò dei fiduciari per ogni regione. A me fu affidata la Toscana: ebbi perquisizioni e interrogatori dalla polizia, ma riuscii a farla franca come tutti gli altri camerati. I volontari affluivano numerosissimi ed entusiasti, ma mancavano i mezzi finanziarî adeguati, e la preparazione logistica presentava gravi difficoltà. La marcia liberatrice era stata stabilita, di massima, per la fine di novembre. Ma improvvise circostanze sopravvennero ad affrettarla, e dettero agli avvenimenti uno svolgimento impensato e diverso.

Il 17 novembre 1918, dopo la breve caotica occupazione jugoslava, i Granatieri di Sardegna, al Comando del brigadiere generale Paolo Anfessi entrarono a Fiume. Erano le prime truppe italiane che i Fiumani vedevano nella loro Città, dopo tante ansie, e dopo tante vicende. Ad esse andò naturalmente tutta l'esultanza e tutta la passione accumulatasi dopo una sì lunga attesa; e d'altra parte, nell'animo dei Granatieri, quei sentimenti si ripercossero, creando un vincolo indissolubile. Durante un periodo di dieci mesi, che furono mesi di continue lotte e di continue incertezze per la sorte dell'italianissima terra, i Granatieri e i Fiumani rafforzarono sempre più la loro fraternità.
Ma venne la triste ora del distacco.
È bene ricordare a questo punto, che i granatieri non erano purtroppo le sole truppe alleate che si trovavano a Fiume. L'alto consesso di Parigi, con la supina acquiescenza dei nostri rappresentanti, volle che Fiume fosse presidiata anche da reparti francesi, inglesi, e americani. Nè mancavano, con i francesi, per rappresentare degnamente la causa della civiltà, anche le nere truppe annamite.

Ora accadde che nel luglio 1919 scoppiò a Fiume un grave tumulto. Già da qualche tempo i soldati francesi manifestavano apertamente le loro simpatie per i croati e non cessavano purtroppo dallo spalleggiarli in ogni modo contro i Fiumani. Un triste giorno, alcuni soldati francesi avvinazzati strapparono dal petto di una fanciulla una coccarda dai colori italiani. La fanciulla gridò contro l'onta patita: alle sue grida accorsero, in sua difesa, soldati nostri e cittadini; e in difesa dei Francesi si lanciarono i negri mercenari. Dai bastoni si passò alle baionette, dalle baionette alle rivoltelle, dalle rivoltelle alle bombe a mano. L'ingiuria fu rintuzzata nel sangue. Episodio questo dolorosissimo, lotta tristemente fratricida, interamente provocata dagli altri.
Ma per quanto nessuna colpa potesse attribuirsi al presidio italiano, i risultati della commissione d'inchiesta interalleata, della quale faceva parte il generale italiano di ROBILANT, furono (naturalmente !) a noi contrari. La legione fiumana fu sciolta e fu deciso di assottigliare il nostro contingente. Innanzi tutto fu deliberato l'allontanamento dei granatieri, colpevoli di amare troppo i Fiumani, e di esserne troppo riamati.

Venne l'ordine della partenza per la mezzanotte del 24 agosto. E l'ordine provocò l'indignazione di tutti i granatieri che non volevano partire come colpevoli o come fuggiaschi. Per intercessione del Consiglio Nazionale, il generale GRAZIOLI che comandava allora le truppe interalleate, decise che i granatieri sarebbero partiti l'indomani, alla luce del sole.
La mattina del 25, fino dall'alba, tutto il popolo di Fiume si era riversato sulle vie. Grandi cartelli erano stati affissi con queste diciture: "Granatieri di Sardegna, non ci abbandonate - Granatieri di Sardegna, ricordatevi di noi". La folla è così folta, preme così strettamente i soldati, che in breve questi non possono più marciare. Cento e cento mani si levano, cento e cento mani stringono quelle dei partenti, si aggrappano ai loro abiti, trattengono disperatamente per le redini i muli e i cavalli. Il 2° battaglione riesce a passare a stento ma ne rimangono bloccati i cariaggi. Il primo battaglione che seguiva il secondo, soffocato, stretto dalla marea di popolo, non può proseguire. Sopraggiunge il generale ANFOSSI che ordina e prega di lasciar proseguire la colonna. Invano. Soltanto dopo un'ora, il popolo si convince a lasciare libero uno stretto passaggio attraverso il quale il Battaglione comincia a sfilare.

Ad un tratto alcune donne stendono in terra una grande bandiera tricolore. "Non partite ! non ci abbandonato! - si grida da ogni parte - Voi non potete calpestare la nostra bandiera!"-Le truppe si fermano. Quello che non poté la forza appassionata di tante braccia può la santa Idealità, la forza spirituale della bandiera. I soldati non osano dì porre il piede sul simbolo sacro. Quei reduci gloriosi del Carso e di Monte Cengio, arsi e percossi dalle battaglie più dure e più micidiali, tremano e piangono. Ma gli ordini incalzano, i capi esortano a proseguire in nome del dovere e della disciplina; i volti angosciati si ergono e si contraggono in uno sforzo supremo, e i fanti passano calpestando la bandiera, straziati come se dovessero colpire il corpo delicato e palpitante della madre; ma non senza gettarvi sopra, a piene mani, i fiori e i lauri che l'amore del popolo fiumano aveva loro donati.
Il primo Battaglione, uscito da Fiume così, dopo avere partecipato a tanto strazio unanime e profondo, ebbe l'ordine di fermarsi a Ronchi.
Ronchi è un piccolo villaggio della regione carsica da dove del 1882 Guglielmo Oberdan partì per compiere il suo gesto propiziatore.

Alla partenza da Fiume, si assicurava che i granatieri sarebbero rientrati a Roma, ma "Cagoia" temeva troppo che portassero nel Paese la fiamma della fede fiumana, e perciò li aveva destinati a Postumia, a disposizione del generale PENNELLA. Questa notizia aumentò l'irritazione degli ufficiali e dei soldati. D'altra parte giungevano da Fiume notizie sempre più allarmanti
dopo la partenza dei granatieri, altri reparti italiani, furono allontanati. Nell'animo di taluni ufficiali tra i più risoluti si faceva sempre più strada la necessità di affrettare l'evento.
Il 31 agosto i tenenti FRASSETTO, RUSCONI, CIATTI, BRICHETTI e ADAMI si radunarono a Ronchi in una rozza stanzetta che altro ornamento non aveva se non le bandiere di Fiume e d'Italia, e si giurarono così alla nobilissima causa: "In nome di tutti i morti, per l'unità d'Italia, giuro d'essere fedele alla causa santa di Fiume, non permetterò mai con tutti i mezzi che si neghi a Fiume l'annessione completa e incondizionata all'Italia. Giuro di essere fedele al motto: "ITALIA O MORTE!".

L'occasione per agire si presentava favorevole. L'animo dei soldati, esasperato dai ricordi lasciati nella Città dolorante, udiva nei silenzi notturni sempre più imperiosa ed arcana, la voce dei morti. Lì intorno si ergevano allineate sulla squallida terra file di rozze, innumerevoli croci; e di sotto le zolle rosse, come se fossero inzuppate di sangue, sembrava uscissero delle voci accorate e dolenti: "Compagni, noi non siamo qui ad imputridire per sempre, perché il nostro sacrificio sia calpestato ed irriso ! Difendete ancora la Patria per la quale abbiamo dato la vita! Salvate la vittoria che abbiamo conquistata con tanto dolore !"
Bastava un Capo, perché la risoluzione irrompesse infrenabile.
E il Capo, non poteva non essere, se non colui che della fede adriatica, e dei diritti di Fiume era stato l'apostolo e il difensore implacabile, e che in segreto, da qualche tempo preparava l'impresa di libertà: GABRIELE D'ANNUNZIO. Uno dei sette ufficiali giuratisi a Ronchi, il tenente GIANDJAQUET, andò a parlargli a Venezia e lo trovò entusiasta. La possibilità di servirsi di un reparto di truppa già armato, addestrato, ardentissimo, e relativamente prossimo a Fiume, facilitava la soluzione. I reparti di volontari, che andavano lentamente, ma ordinatamente organizzandosi in Italia, avrebbero potuto ingrossare più tardi il primo nucleo d'occupazione. Occorreva però che almeno la Legione fiumana fosse pronta a dare man forte alla colonna dei liberatori, e che tutto il popolo di Fiume insorgesse. I sette ebbero contatti frequenti col Capitano HOST-VENTURI comandante della Legione Fiumana, con ANTONIO GROSSICH, Presidente del Consiglio Nazionale, e col PODESTÀ RICCARDO GIGANTE.

D'ANNUNZIO dette il suo assenso pieno, risoluto, definitivo, fissando per l'impresa la notte dall'11 al 12 settembre in memoria della beffa di Buccari. I volontari fiumani erano pronti : Host-Venturi aveva dato tutte le disposizioni, mentre il capitano CONIGHI della legione fiumana, aveva già assicurato il concorso dei volontari triestini che ad un'ora stabilita avrebbero dovuto unirsi sulla strada di Opcina, al battaglione dei granatieri. E l'azione si rendeva omai indifferibile, anche perché reparti di polizia inglese dovevano occupare Fiume al più presto. L' 11 settembre alle ore 14, Gabriele d'Annunzio su una lancia dell'Ammiragliato, lasciò la Casa Rossa a Venezia ove abitava per recarsi a S. Giuliano ove lo attendeva l'automobile. Egli era arso tuttora da una fortissima febbre che da qualche giorno lo teneva a letto, indebolito e dolorante: ma lo spirito fervido e pronto aveva vinto la materia e la volontà eroica aveva superato il destino.
Prima di partire, egli dette il primo annunzio al grande compagno - BENITO MUSSOLINI - che rimaneva al suo posto di combattimento del "Popolo d'Italia" per sostenere la stessa battaglia con lo stesso intrepido cuore. E gli scrisse cosi:
"Mio caro compagno, Il dado è tratto. Parto ora. Domattina renderò Fiume con le armi. Il Dio d'Italia ci assista. Mi levo dal letto febbricitante. Ma non è possibile differire. Anche una volta lo spirito domerà la carne miserabile.
Riassumete l'articolo che pubblicherà la Gazzetta del Popolo e date intera la fine.
E sostenete la Causa vigorosamente, durante il conflitto. Vi abbraccio. - 11 Settembre 1919. - GABRIELE D'ANNUNZIO".

Senza incidenti il Comandante giunse a Ronchi la sera poco dopo le 18. Il suo alloggio è una povera cameretta nella casa di un operaio: non vi è che un lettino di ferro, e su di esso il Condottiero si adagia per riposare, mentre i suoi fedeli ufficiali stanno preparando i soldati del battaglione. Condizione indispensabile, perché l'occupazione di Fiume riuscisse con quella fulminea prontezza che le circostanze esigevano, erano i mezzi di trasporto adeguati, per condurre rapidamente tutto il reparto. A tale scopo, erano già stati presi dei contatti con il capitano SALOMONE comandante l'autoparco di Palmanova. Alla richiesta di fornire i quaranta camion che occorrevano per il trasporto del battaglione a Fiume, il capitano Salomone, facendo presente la gravissima reponsabilità che pesava su di lui, oppose dapprima un rifiuto, ma poi accondiscese quando gli fu promesso che si sarebbe trasmesso un falso fonogramma al comando dell'autoparco di Palmanova, a firma del maggiore SERSALE comandante dell'autoparco di Trieste dal quale dipendeva quello di Palmanova. Su tale assicurazione i congiurati vivevano tranquilli e attendevano con piena fiducia l'arrivo degli autocarri per l'una di notte.
Ma l'una passò, passò l'una e mezza, passarono le due, e i camion non giungevano. Intanto il Comandante si era alzato, nonostante che la febbre fosse divenuta più alta e si era recato al Municipio ove era stato improvvisato una specie di quartiere generale, e qui attendeva con ansietà l'arrivo dei mezzi di trasporto. Pallido, scosso dai brividi del male, con le braccia appoggiate a un rozzo tavolino illuminato da un mozzicone fumoso di candela, mentre i suoi occhi ardevano per la sofferenza e per l'impazienza, non si stancava di chiedere " I carri, i carri ! cercatemi, portatemi i carri !".

Poi, ad un tratto, si alzò risolutamente e comunicò che se non fosse potuto andare a Fiume con il battaglione vi sarebbe andato ugualmente, con quelli ufficiali che avessero potuto trovar posto nella sua automobile. A Fiume si sarebbe messo a capo di un'insurrezione popolare, pronto a servire la causa con un sacrificio disperato, e a gettare il suo corpo sanguinante tra Fiume e l'iniquità del mondo.
Ma intanto quattro ufficiali sono balzati in un automobile filando a vertiginosa rapidità verso Palmanova. Sono tra essi il capitano MIANI, triestino, medaglia d'oro, che sulla Bainsizza aveva da solo con la sua mitragliatrice tenuto testa a un contrattacco di austriaci che lo stavano accerchiando in gran forze, e che si era bruciato le mani sull'arma arroventata dai colpi, e il tenente aviatore GUIDO KELLER dagli strani occhi lampeggianti, dal pizzo ispido e dai capelli selvaggi, curioso tipo di audacissimo soldato e di poeta stravagante, quello stesso che poi, volando su Montecitorio, vi gettò quel tale .... intimo oggetto, a sommo dispregio del Parlamento "incagoiato".

I quattro giungono a Palmanova, cercano di SALOMONE. Egli era a crogiolarsi nel letto, dormendo in pace sul suo tradimento. Dopo aver tagliato tutte le linee telefoniche e telegrafiche che facevano capo al comando dell'autoparco essi irrompono nella camera. II dormiente si scuote di soprassalto. Gli arditi lo circondano e gli ricordano l'impegno: l'altro balbetta delle scuse puerili, ma insiste nel rifiuto. Che fare? Nei momenti decisivi è sempre la santa violenza quella che scioglie i nodi. Il Capitano Miani, con quel suo sguardo fiero, tagliente e implacabile che già aveva diretto senza esitazione la sua mitragliatrice contro le orde degli austriaci, punta la sua rivoltella alla tempia del molle Salomone, lo persuade immediatamente, lo obbliga a vestirsi in pochi minuti, e a dare disposizioni affinché tutti gli autocarri disponibili partano subito per Ronchi.
Come descrivere l'attesa dei rimasti presso le dirupate case del villaggio? Occorrerebbe il ritmo della più alta poesia.
Nella serenità della notte brillavano vive le stelle sembrava che il tremito dei mille astri del cielo accompagnasse il respiro di quei generosi che tacevano assorti. Tutte le anime, tutte le orecchie, erano tese e vibranti, tutti gli occhi erano fissi in fondo alla strada dove il bianco riflesso si perdeva nell'oscurità. E certo a quell'ora sorgeva da tutti i cuori, anche dei più rozzi e dei più semplici fanti, un'ardente preghiera al Dio della Patria perché tante angosce non fossero vane, perché tante speranze non fossero troncate; una preghiera che saliva direttamente, nel silenzio infinito, all'infinita immensità.
Ed ecco, d un tratto, giungere di lontano un rumore, prima fioco, poi più distinto: è un rombo di un motore, è un sobbalzo di ruote .... Gli autocarri! giungono gli autocarri! Ansie, timori, preoccupazione dileguano e i veicoli si colmano rapidamente di granatieri che lasciano ogni ingombro curandosi solo di portare il fucile e le cartucce.

L'automobile di D'Annunzio si muove, la colonna degli autocarri la segue .... Si va verso Fiume, comincia la nuova storia. Nessun grido, nessuna voce: l'ordine è di non fiatare finché si attraversa la zona degli accampamenti della Brigata. Le tendine degli autocarri sono distese impedendo la vista dei soldati. Tutto va bene. La Provvidenza vigila sulle sorti della Patria. La marcia procede regolare e rapida .... È giorno, il sole si alza in un magnifico cielo: nuvoli di polvere si sollevano dalla lunga teoria; e colla luce mattutina irrompe in frenabile anche la gioia della giovinezza, l'esultanza per la vittoria che sta per essere afferrata. Si alzano canti, alalà festosi a Fiume e all'Italia mentre appare d un tratto il tremolio sfavillante dell'Adriatico. In breve si giunge nel cuore dell'Istria, a Castelnuovo. Quattro autoblindate sono sulla piazza del paese; dovrebbero sbarrare la via alla colonna. Gli ufficiali si avvicinano in gruppo all'automobile del Comandante; un breve colloquio, un alalà per Fiume italiana, gridato da tutto il gruppo, e le autoblindate, che avevano le loro mitragliatrici minacciosamente rivolte contro gli autocarri si dirigono anch'esse verso Fiume, si uniscono ai liberatori.

La corsa continua: s'incontrano altri gruppi di ufficiali e soldati dei bersaglieri e di cavalleria che si accompagnano ai granatieri, acclamando. In prossimità di Fiume frotte di volontari accorsi da Trieste e di cittadini muniti di armi di ogni specie, fucili da caccia, vecchie pistole, pugnali di tutte le fogge, vengono incontro: reparti di tutte le fiamme: gialle, nere, verdi, - finanzieri, arditi, alpini - ingrossano il torrente che sta per straripare, che sembra portare in sé tutti i germi e tutti i virgulti della rinnovata giovinezza italiana. E le canzoni della guerra salgono da tutte le bocche in un ritmo che è pieno di nostalgia e di passione, di slancio, di tenerezza e di fierezza. L'inno del Piave, prima sussurrato, poi gridato da tante gole riarse dalla polvere, ma accese da una passione sovrumana, sembra riportare nei cuori, confondere nelle anime il rumorio sacro delle acque.
Ad un tratto un'automobile viene incontro a quella di D'Annunzio. Ne discende il generale PITTALUGA nuovo comandante del Presidio interalleato di Fiume. Gabriele d'Annunzio fa fermare la macchina.
Siamo ormai alle porte di Fiume. Una solida sbarra di legno attraversa la strada: al di là di quell'ostacolo la via s'insinua tra le prime case della Città sospirata.
Il generale Pittaluga domanda a d'Annunzio dove è diretto.
- A Fiume ! - risponde. .
- È impossibile che Ella prosegua. Le ordino di retrocedere.
- Non ricevo ordini da alcuno, se non dalla Patria, e la Patria esige che noi passiamo.
- La Patria si rovina così; non si salva.
- Lei rovinerà l'Italia, se si opporrà al raggiungimento dei suoi giusti confini, se si farà complice di una politica infame.
Il generale Pittaluga domanda a D'Annunzio quali intenzioni ha per il passaggio.
- Nemmeno un colpo di fucile - risponde il Comandante. Ho impartito quest'ordine, e non tireremo se ci lascerete il passo libero.
- Anch'io ho dato ordini precisi. Io debbo impedirle, con qualunque mezzo, che si compia un atto che potrà avere gravissime conseguenze per il Paese.
- Ho compreso. Lei ha l'ordine di sparare. Ma faccia prima fuoco su me. - E additando il segno della medaglia d'oro al valore e il distintivo di mutilato, D'Annunzio soggiunge fieramente: - Qui, qui faccia mirare!
Il generale Pittaluga non ha più la forza di ribattere è commosso da tanta fede appassionata, da un cosi alto spirito di sacrificio. "Non io -risponde - farò spargere sangue italiano". E si ritira.
La colonna prosegue la marcia: giunge allo sbarramento. Una delle autoblindate si spinge a tutta velocità contro l'ostacolo: un urto, uno scroscio, la barra vola in frantumi, i cardini sono scossi e troncati.
Come rievocare quell'attimo se non con le parole stesse del Comandante?
"Riudiamo dentro di noi lo schianto della barra all'urto risoluto. E a noi vale più di qualunque musica. E a noi risuona più chiaro che un colpo di gong; a noi rimbomba più forte che il battente di una porta di bronzo scardinata dal cozzo dell'ariete.
Quattro potenze avevano concorso a squadrare quella barra per arrestare la marcia di un migliaio di folli Italiani: Italia Francia Inghilterra America!
"È vietato l'ingresso alle persone non addette all' Intesa" - C' era là, scritto, il solito divieto degli appaltatori.
Gli fu opposto il motto popolano che rimase trapunto per sempre nei nostri gagliardetti.
Al motto tennero bordone il rombo del motore e il riso della giovinezza. Al comando rispose l'azione più rapidamente che al lampo non succeda il tuono.
Detto fatto.
La barra si spezzò; volò in schegge e faville".

Sono le undici. L'automobile del Comandante fila da Cantrida verso il cuore della Città, imbocca il viale, giunge ai giardini.
La popolazione, che fin dall'alba, frenava a stento la sua impazienza, la sua ansia ineffabile, erompe in acclamazioni deliranti. Le grida di esultanza salgono al cielo, l'entusiasmo non conosce più limiti. Ci si abbraccia, si canta, si piange di gioia. Gabriele d'Annunzio quasi scompare sotto una pioggia di fiori e di lauri: la sua automobile diviene una piramide vivente: soldati, cittadini, vi si aggrappano da ogni parte, urlando, piangendo, stringendosi attorno al Condottiero, che è baciato in volto e sulle mani, da mille bocche. Il Poeta è come immerso in una vivente corona. Alle autoblindate, agli autocarri dei granatieri, si aggiungono cannoni, mitragliatrici; corrono reparti della Brigata Sesia, galoppano squadroni di cavalleggeri che, mandati a contenere la marcia, rientrano scortando il Comandante e salutandolo con le sciabole e le lance abbassate, in un turbine di alalà ! Il selciato della via scompare sotto il lauro gettato d'ogni parte, che impregna l'aria dell'acre odore del trionfo.
E d'ogni parte s'inneggia a Fiume e al suo Liberatore. Una selva di bandiere tricolori sfolgora sotto il sole radioso, come in un immenso arco di gloria, mentre la campana civica suona a festa; e certamente la sua eco si ripercuote in tutti i cimiteri del Carso, in tutti i cimiteri del Grappa, in tutti i cimiteri del Piave e dell'Isonzo.

Quanti erano i Legionari?
Nella notte di Ronchi il numero non ebbe alcun valore; la forza e la volontà erano ispirate e sorrette da tutte le vibranti e misteriose potenze dell'Infinito.
Il 12 settembre 1919 le truppe che marciavano dietro il Comandante non potevano numerarsi. Non erano mille, né diecimila, né centomila: non erano cavalieri, né bersaglieri, né artiglieri, né arditi; erano i cittadini, i poeti, i martiri, gli artigiani armati e possenti dell'Italia militante e trionfante, i difensori e gli operai della sua grandezza e della sua prosperità balzati dal profondo di ogni tempo: dalle Legioni di Roma vittoriose sul mondo, dalle libere mura delle repubbliche comunali, dalle navi veleggianti attraverso gli oceani per diffondere la sapienza e la ricchezza del pensiero e del lavoro italiano, dalle carceri e dai patiboli santificati dal sangue dei martiri caduti sotto l'oppressione straniera, dai verdi campi delle nostre battaglie luminose di Goito e Solferino, dai gioghi delle Alpi riconquistate, dalle melmose trincee, dalle orride pietre del Carso.
Intanto invano il Comando interalleato si affrettava ad impartire ordini categorici perché un'altra squadriglia d'autoblindate provvedesse a fermare l'Italia giovine e ardita, nella sua marcia trionfale verso la città derelitta: invano erano chiesti rinforzi, invano si usavano tutti i mezzi persuasivi e tutte le belle parole affinché i soldati d'Italia rifacessero il cammino percorso.

Alle ore 18 del 12 settembre tutta Fiume, sempre vibrante di in, indescrivibile entusiasmo, si riversò in Piazza Roma per udire la parola del salvatore. Tutto il vasto spazio era letteralmente gremito di popolo: nei vani delle finestre prospicienti e sulle terrazze tutte pavesate di bandiere tricolori e sui cancelli, ovunque erano grappoli umani.
Tutta la Via XXX Ottobre era una scia ondeggiante di popolo.

Quando Gabriele D'Annunzio, alle 18,20 appare al balcone del Palazzo, un grido poderoso erompe dalla folla, seguito da un silenzio religioso non appena il Poeta fa cenno di parlare. E' stanco, è febbricitante, è sofferente, ma la sua fibra è inesauribile, ma la sua fede non conosce requie.
Con voce chiara e squillante, scandendo le parole che s'imprimono nei cuori come lame d'acciaio, cosi comincia la sua orazione
"Italiani di Fiume! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile è una sola cosa pura: Fiume! è una sola verità: Fiume; è un solo amore: Fiume !
Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo "ad un mare di abiezione"
In questo pellegrinaggio d'amore io sono venuto a sciogliere il voto promesso nel maggio scorso al popolo di Roma. Allora la vasta bandiera del Timavo, la bandiera che aveva coperto il corpo del Fante dei fanti, fu spiegata dalla ringhiera del Campidoglio e poiché il lembo rosso giunse a bagnarsi nella tazza della fontana sottostante, "essa fu battezzata dall'acqua Capitolina".

E tutto il popolo gridò al presagio.
Poi vi gettai una lunga banda di crespo nero perché la bandiera restasse abbrunata finché Fiume non fosse "nostra"; ma il vento la investì e la sollevò come se volesse distogliere il lutto. E tutto il popolo gridò nuovamente al presagio.
Oggi io vi mostro questa bandiera che io dovevo consegnare a Trieste.
Ma prima di portarla a Trieste essa doveva venire a Fiume per essere riconsacrata dalla vostra fede.

Così dicendo il Poeta spiega la bandiera, mentre la folla applaude freneticamente.
Poi, col più alto accento lirico d'Annunzio prosegue invocando a testimoni l'Inghilterra di Milton, la Francia di Victor Hugo, l'America di Lincoln e di Walt Whitman. E infine Egli chiede al popolo di Fiume se riconferma il plebiscito del Consiglio Nazionale del 30 ottobre.
A questo punto la folla prorompe in un grido che pare un singulto. In esso è tutto il suo amore, in esso è tutta la sua tenace volontà di vincere o morire.
Sembra che il monosillabo urlato da tante bocche giunga nelle più alte purità del cielo, mentre una confusione di tricolori, piccoli e grandi si agita verso la spiegata immensa bandiera dei Fanti.
"Dopo quest'atto di rinnovata volontà - prosegue il Poeta - dichiaro : IO SOLDATO, IO VOLONTARIO, IO MUTILATO DI GUERRA, SENTO DI INTERPRETARE LA VOLONTI DI TUTTO IL SANO POPOLO D'ITALIA PROCLAMANDO L'ANNESSIONE DI FIUME ALLA PATRIA".

Una profonda commozione s'impadronisce della folla che inneggia in un delirio di applausi all'Italia ed al suo interprete fedele. Moltissimi piangono. Il Poeta si ritira consegnando la bandiera di Giovanni Randaccio al Presidente del Consiglio Nazionale che la bacia devotamente.
Il popolo intona gli inni della redenzione mentre tutti si affollano intorno al Poeta per baciarlo e per acclamarlo; è preso da commozione profonda, non sa come sottrarsi alle manifestazioni calorose, ed agli abbracci di tutti i cittadini.
Finalmente riesce ad aprirsi un varco e si ritira nelle sale del Comando.
La sera stessa il Comandante costituiva il suo ufficio affidando l'incarico di Capo del suo Gabinetto a GIOVANNI GIURIATI allora Presidente della Trento-Trieste, oggi Ministro del Governo Fascista, tempra coraggiosa, adamantina e nobilissima di volontario, e di mutilato di guerra.
Come D'ANNUNZIO aveva dato a BENITO MUSSOLINI la prima notizia della partenza per l'audace avventura, cosi a Lui dette subito quella della vittoria raggiunta.
Il 16 settembre cosi gli scriveva, tra l'altro:

"Mio caro Mussolini, Io ho rischiato tutto, ho dato tutto, ho avuto tutto. Sono padrone di Fiume, del territorio, di una parte della linea di armistizio, delle navi e dei soldati che non vogliono obbedire se non a me. Non c' è nulla da fare contro di me.
Ho Fiume, tengo Fiume finché vivo, inoppugnabilmente; lottiamo d'attimo in attimo con un'energia che fa di quest'impresa la più bella; dopo la dipartita dei mille.
Io ho tutti soldati qui, tutti soldati in uniforme, di tutte le armi.
È un'impresa di regolari. Dobbiamo far tutto con la nostra povertà…".

E Mussolini, per quanto combattesse in Italia, durissimamente, a capo di una minoranza risoluta, ma circondata d'ogni parte dalla marea bolscevica, mise tutta la sua azione a servizio della Causa fiumana. Apri sul "Popolo d'Italia" una sottoscrizione, raccolse i primi fondi, venne incontro ai nostri primi bisogni, ci dette il primo aiuto essenziale, il primo respiro indispensabile. E affiancò animosamente la nostra azione. Noi avemmo in Lui e nei Fasci di combattimento, che si andavano allora formando tra molte difficoltà, gli unici alleati.
La mattina dell'11 ottobre Mussolini giunse a Fiume a bordo di uno Sva pilotato dal tenente CARLO LOMBARDI della 74a squadriglia da caccia, che si era alzato in volo dal campo d'aviazione di Novi Ligure. Conferì a lungo col Comandante e riparti l'indomani con lo stesso velivolo, festeggiato dai Legionari, ai quali aveva recato il conforto della sua ferma e risoluta assistenza.
Il giorno precedente la venuta di Mussolini, Fiume aveva avuto il suo primo lutto, il suo primo olocausto. Due aviatori, ALDO BINI e GIOVANNI ZEPPEGNO, erano precipitati dal velivolo in fiamme. Benito Mussolini volle visitare le salme. Io lo accompagnavo. Nella stanza mortuaria esse giacevano straziate, irriconoscibili, arse. Egli le contemplò in silenzio, non disse una parola, rimase a guardarle assorto, in un raccoglimento profondo.

Ad un tratto Egli rivolse verso di me il suo occhio umido, ma sicuro. E nel guardarlo io sentii che gli avrei un giorno consacrato la vita per la causa della Patria, così come la offrivo continuamente e devotamente, attimo per attimo, al Liberatore di Fiume.
Durante tutto il giorno della Santa Entrata, e fino a notte alta continuò l'affluire, incessante, senza tregua, delle truppe liberatrici. Ecco i mirabili arditi, le leggendarie fiamme nere dell' VIII Reparto d'assalto, al completo, alcune compagnie del 220 Reparto, il primo battaglione del 22° Fanteria (Brigata Sesia) al completo. Ecco i baldi ciclisti dell' 8° Reggimento Bersaglieri ansanti ma sorridenti nelle loro belle uniformi impolverate; ecco un Battaglione del 73° Reggimento Fanteria (Brigata Lombardia) e poi l'artiglieria (una batteria del 7° Reggimento da montagna). Un rombo di motori dall'alto del cielo purissimo: è la squadriglia Serenissima, la gloriosa schiera delle ali italiche che il Comandante guidò a tante imprese leggendarie. I velivoli lasciano cadere questo messaggio: "A Gabriele d'Annunzio: la vostra ala vi segue ovunque. La 38a squadriglia".

Erano ancorati nel porto di Fiume due M.A.S. di quelle squadriglie famose che avevano per motto augurale "Memento audere sempre", e alle quali appartenevano quelli che servirono a Rizzo e a Paolucci per colpire a morte due delle più potenti corazzate austriache. L'equipaggio sceso a terra fraternizzò subito con la popolazione e con i soldati. Vi era anche il cacciatorpediniere "Nullo": quando fu dato il segnale della partenza, l'equipaggio in massa abbandonò la nave e in tenuta di fatica (parecchi marinai erano scalzi e senza berretto) scese in un baleno a terra al grido di "Viva Fiume Italiana !" Dopo essersi dichiarati solidali con il comandante D'Annunzio i marinai promisero di obbedire a lui solo, non chiesero che di salvare la Città italiana. Così era costituito il primo nucleo della Marina fiumana, che andò a poco a poco ingrossando, con altre unità.
Il 12 settembre segnò, naturalmente la fine del Comando interalleato. Gli Uffici pubblici furono occupati dalle truppe legionarie in nome d'Italia: le bandiere alleate issate sul Palazzo del Comando, furono abbassate con gli onori militari, e solo il bel tricolore italiano rimase a sventolare sul cielo, e innanzi al mare della Patria. Alle ore 6 del 14 settembre i distaccamenti francese e inglese, che si erano ritirati nelle loro caserme o sulle navi, lasciarono definitivamente la Città.
La notizia della fulminea occupazione di Fiume commosse profondamente quella parte della Nazione che non era corrotta dall'uomo innominabile. Tutta la miglior gente d'Italia applaudì il gesto magnifico e si mise a disposizione del Poeta. Invano Cagoia, dal suo mollume impotente, piagnucolando e inginocchiandosi innanzi agli Alleati, aizzava le plebi ignoranti contro i "disertori" e gli "ammutinati" di Ronchi.
La casta politica che insudiciava da cinquant'anni l'Italia, che non era capace "se non di amministrare le proprie turpitudini, pur di godersi il suo potere impotente", era già condannata a morte.
La gioventù era insorta, la Poesia fatta azione, l'Ideale fatto arma avevano avuta ragione della senilità e della vigliaccheria, e la nuova Italia, recuperata la sua coscienza, la sua dignità, la sua fede, aveva iniziata la marcia infaticabile verso l'avvenire.
L'atto di Gabriele d'Annunzio è pertanto così grande e perfetto nella sua espressione di universale bellezza che supera i limiti di una contesa di territorio e a tutti s'impone con l'eloquenza della sua forza spirituale.
Quando nella pura luce di quel mattino di settembre, la barra di Cantrida volò in turbini di schegge, non furono soltanto disciolte per sempre le catene del servaggio fiumano, ma crollò tutto il vecchio mondo affarista delle oppressioni e delle viltà, e balzò, armata e pura, l'Idea della santa forza purificatrice e redentrice, che ebbe poi nel Littorio trionfante, la sua definitiva consacrazione.

Come rievocare, in tutte le loro fasi drammatiche, ardenti, complesse, tutte le vicende della gesta fiumana dalla trionfale liberazione alle fosche giornate del "Natale di sangue"?
Quanti ricordi incancellabili;
Per oltre un anno, a Fiume, lottammo e patimmo da soli, resistemmo da soli, abbandonati e rinnegati. La Città fu trattata come cosa di baratto e di ricatto, e i difensori furono trattati come avventurieri. Ma non mai cessammo di sentirci vittoriosi, non mai sentimmo vacillare il nostro orgoglio di combattenti, fedelissimi al Retaggio dei Morti.
E mantenemmo integra la nostra sfida.
Resistemmo contro tutte le minacce, le blandizie e tutte le insidie. Nel dicembre del 1919, Cagoia era riuscito con arte subdola e corruzioni d'ogni genere, a suscitare la divisione e le discordie fra i legionari e ad avvelenare d'inganni i cittadini illudendoli che i diritti di Fiume sarebbero stati rispettati purché D'Annunzio e i legionari uscissero dalla Città (quanti, anche in ottima fede, l'avevano creduto !). Ma il Comandante non s' illuse: solo, con noi pochi che gli eravamo più vicini, sostenne sempre la resistenza a ogni costo. Ma fu superata anche la triste ora di questo dissenso e ritrovammo tutti la concordia nel sacrificio: e tutti rimanemmo al nostro posto, impassibili. Vennero poi defezioni e tradimenti di qualche capo e di qualche reparto; l'insidia bolscevica con il secondo sciopero generale, aizzato dalla croataglia di Trieste, che serviva, sotto la maschera rossa del socialismo, gl'interessi dello straniero; e poi la difesa accanita contro la conferenza di San Remo, che non poté concludere, come avrebbe voluto Cagoia, colla cessione di metà dell' Istria e del Nevoso, perché Fiume non aveva abboccato all'inganno del dicembre e i legionari armati facevano tuttora la buona guardia.

E il Comandante? A noi, che avemmo la ventura e l'onore di essere a fianco di Gabriele d'Annunzio durante tutto il sublime travaglio dell'epica impresa, a noi che fummo testimoni quotidiani dell'opera sua infaticata, della sua passione, del suo ardimento, a noi che potevamo essergli compagni nella morte, sia consentito di esprimere tutta la nostra ammirazione per Lui che difese il diritto della vittoria, oppose la luce dell' Ideale alle macchinazioni insidiose dei cupidi finanzieri internazionali, sollevò la bandiera della ribellione contro la tirannia e l'ingiustizia, e combatté contro un mondo di nemici d'ogni Nazione, accecati dall'avida bramosia del traffico ingordo. E all'intrigo dei politicanti e dei mestieranti, al nodo, che sembrava infrangibile e inestricabile, di tanti interessi e di tante ambizioni, oppose la lama bene affilata e ben salda del suo pugnale di Caposile; a un popolo eroico e tenace nell'offrire, per una suprema passione, le sofferenze di ogni giorno, a un popolo inesauribile nell'ardore e nell'offerta per la più alta speranza, Egli dette tutta l'anima sua, la sua risolutezza, il suo genio e il suo cuore.
Nell'oscuramento di tutte le forze ideali, solamente a Fiume rimase accesala bellezza eroica d'Italia: Fiume divenne la Rocca del consumato amore. Sul culmine della passione eroica, issammo la bandiera della Patria,e la tenemmo alta davanti alla Nazione, davanti a due Continenti: la issammo al vertice della volontà umana di patire, di lottare, di resistere.

Se l'ombra della viltà amareggiava la Patria, è anche vero che si propagò nella Patria, contro a quest'ombra, la luce della Città olocausta. Gli Eroi vennero da ogni parte a respirarvi l'alimento stesso della loro anima. I feriti, i mutilati, i ciechi, accorsero per offrire l'ultimo loro bene. Accorsero i volontari trentini seguendo il comandamento del loro Capo, Cesare Battisti, che dell'aureola del suo martirio irradiava il loro cammino; accorsero i volontari triestini e istriani seguendo il tacito comandamento di Nazario Sauro, di Egidio Grego, di Ernesto Gramaticopulo.
Ma "ogni insurrezione é uno sforzo di espressione, uno sforzo di creazione". L'impresa di Ronchi non doveva abbattere soltanto una barriera ingiusta, non doveva soltanto salvare una Città italiana dalla cupidigia straniera, ma doveva creare una nuova forma di vita, doveva esprimere un nuovo atteggiamento del genio latino.

I colloqui fra il Comandante e il suo popolo che discuteva e deliberava sulla libertà del rinnovato Arengo, la difesa degli operai, la coordinazione armoniosa e fraterna fra tutti i produttori, volti all'unico scopo di preservare quel lembo d'Italia dalla cupidigia della plutocrazia internazionale, rivelavano, più che l'espressione esteriore di un sentimento, tutta una nuova dottrina. E appunto, risalendo dalle manifestazioni esteriori, ai principi che le ispiravano, e studiando queste espressioni di vita, e fissandole in leggi dettate dall'esperienza quotidiana, il Comandante di Fiume tracciò il nuovo ordinamento per la Reggenza italiana del Carnaro. II parlamentarismo, la cui vana verbosità si é rilevata impotente a risolvere i grandi problemi sociali, e che non rappresenta per nulla la volontà di tutto il popolo, fu superato e distrutto dalla Carta del Carnaro che instaurava il governo del lavoro, proclamava il lavoro unico titolo legittimo di dominio su qualsiasi mezzo di produzione e di scambio, affermava che lo Stato non poteva riconoscere la proprietà individuale se non come la più utile delle funzioni sociali; e ampliando, innalzando e sostenendo sopra ogni altro diritto, i diritti dei produttori, affidava il destino del popolo alle corporazioni organizzate di tutti i lavoratori del pensiero e del braccio, e innestava le più moderne dottrine all'immortali espressioni delle nostre antiche libertà Comunali, armonizzandole con la giustizia e con la bellezza latina.

Come quest'idea si sia formata nell'animo del Comandante appare chiaro dalle parole che Lui indirizzò, in uno dei suoi appassionati dialoghi con la moltitudine, a tutti i suoi Legionari adunati alcuni giorni prima della proclamazione della Reggenza. Pochi le ricordano, perché furono frettolosamente trascritte nella concitazione dell'ora.
"Molto prima della notte di Ronchi, prima della notte di Buccari, Fiume mi appariva come una città di vita, come una rocca spirituale, come una patria dell'anima.
Avevo detto: Se beato è quel discepolo che avanza il maestro, più beata è quella figlia che avanza la madre. Ora Fiume è l'esempio d'Italia: è l'onore della nostra coscienza, l'onore della grande coscienza latina che sola nei secoli formò e oggi forma i veri uomini liberi.
Fin da allora le riconoscevo un alto officio, le assegnavo nel mio pensiero un grande compito.
Pensavo: Chi se la può immaginare oggi mattone e pietra, mucchio di case e di fondachi sopra un golfo? Chi può cianciare d'un porto franco? Di una strada ferrata di San Pietro? d'un distretto liburnico? Di un capitanato di Volosca?

Certo, siamo qui per una contesa di territorio; ma anche siamo qui per una causa più vasta, per una causa più largamente umana: per la causa dell'anima, per la causa dell' immortalità.
Ci siamo levati soli contro un mostro minaccioso e insaziabile.
Ci siamo levati soli "contro il mondo folle e vile" secondo la prima parola della ringhiera, secondo la parola del 12 settembre.
Ci siamo levati soli contro l'immenso potere costituito e munito, dei ladri, degli usurai e dei falsari.
Osate di instaurare qui, in questi quattro palmi di terra, in questo triangolo rozzo, i modi dello spirito nuovo, le forme della vita nuova, gli ordinamenti della giustizia e della libertà secondo l'inspirazione del passato e secondo la divinazione del futuro; osate di scolpire qui, coi ferri stessi del vostro lavoro, un'immagine dell'Italia bella da opporre a quella che su l'altra sponda par divenuta la baldracca stracca dei bertoni elettivi; osate di cancellare qui ogni segno di servitù morale e sociale, voi che credete di avere assolto il vostro compito tagliando una delle due teste all'aquila bicipite e lasciando intatta quella sua carcassa tra di tacchino croato e di corbaccio ungarico; liberate, dopo tanta pazienza, il vostro giovane vigore, inventate la vostra virtù, afferrate il vostro destino, gettate al rigattiere il sigillo di Maria Teresa e figurate il vostro con la vostra impronta. Di subito, non sarete più una mummia di "corpo separato"; sarete una nazione vivente, una grande nazione vivente, una grande forza umana operante e militante".

Le tavole del Carnaro sono state veramente un atto di vita. Né importa se poco dopo la proclamazione della nuova Legge la fiamma della Città eroica che l'aveva espressa dal suo italianissimo seno, parve spegnersi nella violenza e nel sangue.
Ricorderò io gli episodi delle tragiche giornate del Natale 1920? Un brivido mi scuote al pensarvi. Quel brivido che non ho mai provato nella putredine micidiale di Zagòra, nei ripetuti assalti della Bainsizza, nelle tempeste di neve e di fuoco del Pasubio, mi assalì in quelle giornate di disperazione, nelle quali la morte si presentava come il minor male, di fronte al disgusto, all'orrore dell'attacco fratricida, spietato, inesorabile, di fronte allo spettacolo miserevole dei fratelli traviati, aizzati con ogni astuzia, con ogni calunnia, e lanciati dopo abbondanti distribuzioni di acquavite, ciechi e furibondi, alla strage dei loro compagni di trincea, quasi tutti fregiati di medaglie al valore, di mutilazioni e di ferite!
Ricorderò l'ora del premeditato assassinio, quando l'ala della strage sfiorò il comandante, ed io pure ne udii il rombo vicino alla mia fronte?...

Sento ancora la testa scossa dallo scoppio lacerante del proiettile, rivedo il capo del Comandante arrossato di sangue, e risento la sua voce gridarmi, mentre io volevo salvarlo dal pericolo di nuovi colpi: "Lasciami morire, voglio rimanere al mio posto !..."
Non voglio pensare più all'epilogo atroce. Nel decennale della Vittoria non v'è posto che per i luminosi ricordi, per le visioni eroiche, per la concorda armoniosa di ogni sentimento e di ogni memoria.
Ma una visione non posso cancellare, e non voglio perché essa è piena di dolcezza, di purezza di santità. Rivedo il Cimitero di Fiume, sull'altura di Cosàla, quel Cimitero che è incavato come una dolina del Carso, rivedo tutte le bare dei morti, dell'una e dell'altra parte, ricoperte dalla grande bandiera del Timàvo, dalla bandiera di Giovanni Randaccio, dalla bandiera dei fanti. I sopravvissuti fanno cerchio in ginocchio: taluno è bendato per le ferite ancora fresche. Il comandante pallido, con gli occhi reclinati, con la bocca piegata per uno spasimo interno, è anch' Egli in ginocchio. Il cielo è grigio: non si ode che il rumor lieve della pioggia che cade fina e lenta, che sembra pungere in un tormento inesorabile tutte le anime.

Quella vasta bandiera, distesa su tutte le bare allineate sembrava allora un sudario, sembrava il coperchio di una tomba che non dovesse sollevarsi mai più, che serrasse ogni speranza, per sempre. Chi distingueva il rosso e il verde in quella bandiera? Era un solo panno grigio, un solo emblema di un lutto irreparabile e smisurato.
Che altro ci restava allora, se non pregare? Che altro potevamo chiedere ai morti se non di chiamarci con loro ?
Ma Dio che ci voleva salvi, ci ha reso finalmente la gioia della vita, ci ha ridato l'impeto della giovinezza, ha risollevato la nostra fronte dal pianto, ha riacceso la fiamma dalla fredda cenere. E siamo balzati in piedi gridando: Credo! -, alzando ancora centuplicato il nostro orgoglio, ritrovando la forza della nostra fede, riconciliandoci e purificandoci nella grandezza della Patria, che risollevata dal fermo braccio del Duce, marcia, con Lui, verso il più potente avvenire.
Ed ecco che quella bandiera non è più un sudario, ecco che la brezza del Carnaro dantesco l' ha investita in pieno, come un respiro che si desti dopo un lungo sonno.
E noi già la vediamo spiegarsi e sollevarsi lungo tutto l'Adriatico, e portare fino alle rupi del Dinara, con la promessa dei morti, il riflesso animatore della sua immortalità. EUGENIO COSELSCHI."

Quelle di sopra sono la testimonianza di un protagonista di quell'"avventura". E proprio perché protagonista ne rispettiamo la sua fedele cronaca senza togliere e aggiungere nulla.
Non possiamo però con un certo distacco, accennare all'"avventura di Fiume" da un altro punto di vista. Quella di Martin Clark (In "Storia dell'Italia Contemporanea", Bompiani, già RCS, 1999) sarà e sembra più o meno obiettiva, tuttavia - sotto l'aspetto politico - é un'altra versione dei fatti che è d'obbligo riferire.

"A settembre GABRIELE D'ANNUNZIO acconsenti a guidare un colpo di militare organizzato da alcuni alti ufficiali dell'esercito, da importanti nazionalisti e da due industriali. Marciò su Fiume con 2.000 "legionari", per lo più disertori o ammutinati dell'esercito. Il Comandante sarebbe rimasto a Fiume per quindici mesi, continuando, a urlare il suo disprezzo verso Cagoja e anche verso il suo successore, Giolitti. Fiume divenne il simbolo del fervore patriottico e delle vitalità giovanile. Futuristi, ex militari, nazionalisti, sindacalisti anarchici e avventurieri vi si precipitarono da tutta Italia. Scorrazzarono in lungo e in largo in cappa e spada (letteralmente), molestando i cittadini, e divertendosi un mondo. Il regime era una festa permanente, tutta processioni e cerimonie, danze e slogan. L'idea dannunziana della democrazia era simile a quella che, più tardi, sarebbe stata di Mussolini: lunghi discorsi retorici fatti da un balcone verso le folle estasiate, che gratificano l'oratore con le loro acclamazioni.

D'Annunzio inventò, inoltre, molti degli altri tratti folcloristici che il successivo regime fascista avrebbe fatti propri, tra cui le milizie, il saluto romano, l'olio di ricino per i dissidenti, e persino l'insensato urlo "Eia eia alalà". Ma l'impresa di Fiume non fu soltanto una specie di opera comica, né un "maggio 1968" della Destra. Il Comandante emetteva proclami "urbi et orbi". Fondò la Lega di Fiume, una, specie di "anti-Società delle Nazioni" per i popoli oppressi, e all'interno della città proclamò una Costituzione rivoluzionaria, scritta in gran parte dal suo amico sindacalista Alceste De Ambris. Vi si proclamava che Fiume era uno "Stato di produttori". Chiunque volesse farne parte doveva essere membro di una delle dieci "gilde", o "corporazioni" che guidavano l'economia. La camera alta del parlamento sarebbe stata eletta all'interno di queste corporazioni.

All'inizio il governo italiano non poté farci molto. Nitti non poteva espellere D'Annunzio con la forza, poiché l'invasione" era molto popolare in Italia. L'esercito di stanza nella Venezia Giulia aveva chiaramente aiutato d'Annunzio a preparare il colpo, e di certo si sarebbe rifiutato di muovergli contro. Sicché Nitti non trovò di meglio che ignorare d'Annunzio, sebbene questi non fosse un uomo facile da ignorare. Giolitti, che successe a Nitti come presidente del Consiglio alla metà del 1920, fu più efficace. Cominciò a negoziare direttamente con gli jugoslavi, e nel novembre 1920 le due nazioni giunsero a un accordo. Il trattato di Rapallo dichiarò Fiume città libera. L'Italia manteneva Trieste e l'Istria. In Dalmazia, Zara e quattro isole sarebbero andate all'Italia, ma il resto sarebbe rimasto alla Iugoslavia. Il trattato di Rapallo ricevette una buona accoglienza dagli italiani, forse perché ormai si erano stufati di D'Annunzio. Anche nella stessa Fiume molti seguaci di d'Annunzio, pensarono che il trattato fosse accettabile, dato che teneva Fiume lontano dalle mani degli jugoslavi. Il giorno di Natale del 1920, Giolitti compì l'ultimo passo, e mandò la marina militare a sloggiare i legionari. D'Annunzio si arrese quasi immediatamente. Il regime del Comandante era terminato.

Eppure Fiume fu un episodio molto importante, o piuttosto un simbolo importante. D'Annunzio aveva tenuto la città, sfidando apertamente il governo italiano e l'opinione pubblica internazionale per più di un anno. Aveva provato la debolezza dello Stato italiano, e l'inaffidabilità delle forze armate. Era anche stato il pioniere di un nuovo stile di "politica di massa", che in seguito sarebbe stato adottato da molti demagoghi, in Italia e all'estero. E sebbene il modo in cui cadde - il "Natale di sangue", in cui le navi italiane bombardarono la città - ne danneggiò il prestigio come eroe e capo militare, bollò una volta di più Giolitti come antipatriottico e fratricida. D'Annunzio aveva collaborato a convincere molti italiani che erano stati derubati: e aveva mostrato che con l'audacia e l'attivismo potevano riconquistare ciò che era andato perduto. Le ferite di Fiume e della Dalmazia fornirono slogan di tutti i tipi ai gruppi patriottici più militanti, e mantennero vivo lo spirito dell'interventismo anche negli anni del dopoguerra".

Riprendiamo brevemente e in sintesi la cronaca -questa giornalistica - dell'"Avventura di Fiume" (della sua conclusione ne parleremo ancora nel 1920). Alle ore 11 del 12 settembre, la colonna dei liberatori entrava in Fiume. Alle ore 18 il poeta rivolgeva alla cittadinanza un forte discorso, che terminava così: "Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d'Italia proclamando l'annessione di Fiume".

Fra i primi, oltre i granatieri di Ronchi, entrarono in Fiume l' VIII Reparto d'assalto, alcune compagnie del XXII e una del XIII Reparto d'assalto, un battaglione del 202° fanteria, il 5° squadrone del Piemonte Reale e le autoblindate dei tenerti Benagli e Ranci. Seguirono, poi, la 28a compagnia del Genio, la 7a batteria da montagna e ancora altri arditi, altri fanti delle brigate Sesia e Lombardia, bersaglieri dell' 8° ciclisti, una batteria da 149 del 28° Gruppo. Anche dal mare e dal cielo giunsero compagni al Comandante: alcuni mas della squadriglia Rizzo e la squadriglia Serenissima che aveva volato su Vienna.
Il 13 settembre comparve sul Popolo d'Italia un significativo articolo di Benito Mussolini sull' impresa fiumana: "Su la città del Quarnaro si era in questi 10 mesi di snervante attesa concentrata l'attenzione universale e la fama dell' uomo che vi è entrato ieri a sciogliere col gesto intrepido il nodo gordiano dei plutocrati occidentali ha varcato i confini d'Italia e d'Europa. Dopo 10 mesi, firmata la pace con l'Austria, bisognava dare la pace all'Italia anche sull'Adriatico e poiché, mercanti d' Occidente non si decidevano a concludere e trascinavano la cosa all'infinito, il gesto della violenza era necessario. Non sappiamo quale sia il pensiero del governo. dell'on. Nitti: quel che possiamo affermare è che con D'Annunzio andranno, se sarà necessario, decine di migliaia di volontari, tutta la migliore giovinezza d'Italia ....".

Come e cosa pensasse Nitti non era un mistero. Saputo dell'occupazione di Fiume durante una seduta alla Camera, aveva esclamato: "Siamo alla fame, e con questi atti si vuole affrettarla!". Poi aveva cercato in tutti i modi di stroncare la grande avventura fiumana minacciando i soldati che avevano seguito il poeta o invitando, al Parlamento, contadini e operai a muoversi ai danni dei promotori e fautori dell'impresa. Era la guerra civile che Nitti desiderava, ma una guerra non avrebbero saputo farla che gli uomini che l'avevano per quattro anni veramente combattuta, e l'anima di questi uomini, i migliori figli d'Italia, era a Fiume, come (ancora) scriveva il 15 Benito Mussolini: "Gli uomini, oggi, sono a Fiume, non a Roma. La capitale d'Italia è sul Quarnaro, non sul Tevere. Là è il nostro governo, al quale d'ora innanzi obbediremo. Quello di Nitti, l'uomo nefasto, è finito".

Il tristo discorso del presidente del Consiglio, pronunziato alla Camera in cui si biasimava l'impresa dannunziana provocò vivaci proteste nel paese e le dichiarazioni nittiane furono energicamente confutate dal poeta in discorsi e in proclami, che inasprirono maggiormente Nitti, il quale, temendo complicazioni internazionali, fece bloccare Fiume.
Ma in Italia si pensava all'eroica città con una sottoscrizione nazionale aperta dal giornale di Mussolini, il "Popolo d'Italia"; d'altro canto provvedevano gli stessi legionari a trovare provviste: un treno carico di viveri destinato a Vienna fu da Trieste dirottato a Fiume, dove giunsero enormi quantità di viveri, armi, munizioni ed anche denari dalla via del mare con i piroscafi Venezia, Presidente, Trapani, Taranto, Baro Feyervary, Cogne e Persia catturati da fiumani.

Cercò il Governo una soluzione pacifica, mandando a parlamentare con i volontari il generale BADOGLIO e l'ammiraglio CAGNI, ma quelle missioni non ebbero fortuna. Allora fu convocato un Consiglio della Corona, che il 25 settembre si radunò due volte; ma il parere che diede fu di non usare la forza contro D'Annunzio. Quello stesso giorno si riunì il Consiglio dei Ministri che, esaminata l'opportunità di una pronta convocazione dei comizi elettorali, decise di non rinviare l'apertura della Camera fissata per il 27 settembre. Il 28 la Camera, pur riaffermando l'italianità di Fiume, accordava con 298 voti contro 148 la fiducia all'on. Nitti, il quale, il giorno dopo, faceva sciogliere la Camera e fissare le elezioni per il 16 novembre e la convocazione della nuova Camera (25a legislatura) per il 10 dicembre.

L'occupazione dannunziana di Fiume prima e lo scioglimento della Camera poi attenuarono l'eco di altri avvenimenti che in tempi normali sarebbero stati importantissimi: la cessione al demanio dello Stato di alcuni suoi palazzi e ville e all' Opera Nazionale Combattenti di diversi beni agrari fatta dal Sovrano, la cui lista civile fu ridotta di 3 milioni; gli scioperi dei risaiuoli, del personale dei teatri e dei metallurgici; il terremoto del Mugello; il processo dei cascami di seta; il conflitto fra gli agrari e i socialisti di Corneto Tarquinia; il congresso socialista di Bologna; le agitazioni agrarie di Riesi (Caltanissetta) e di Besenzone (Piacenza).
L' 8 ottobre ( il 16 novembre c'erano le elezioni politiche in Italia), Mussolini si recò a Fiume a bordo di uno Sva, conferì col Comandante e ripartì per via aerea festeggiato dai legionari. Il giorno dopo presenziava a Firenze al primo congresso nazionale dei Fasci Italiani di Combattimento e vi pronunziava un acceso discorso: "Noi fascisti - disse fra l'altro - non abbiamo dottrine precostituite; la nostra dottrina è il fatto. Noi aborriamo i sistemi dottrinali e filosofici perché la nostra mentalità ripugna da tutte le dottrine precostituite. Siamo gente che è pronta e risoluta man mano che si presentano i problemi economici, politici e sociali. Non abbiamo pregiudiziali monarchiche o repubblicane; quindi se oggi diciamo che la monarchia è assolutamente inferiore al suo compito storico, non lo diciamo in base al criterio di ritenere che una repubblica sarebbe migliore forma di governo, perché si è visto che nessun regime e perfetto ....".
Nel Congresso di Firenze i fascisti cercarono di "uscire dall' indistinto", come si espresse Mussolini, e pur conservando la loro volontà e qualità di antipartito, sentirono il bisogno di esporre alcuni punti del loro programma:

"1° Abolizione del Senato e sua sostituzione con un consiglio nazionale tecnico del lavoro intellettuale e materiale, dell' industria, del commercio e dell'agricoltura;
2° immediata riforma della burocrazia inspirata al concetto della diretta responsabilità degli impiegati dello Stato e al principio del decentramento;
3° riforma degli organismi scolastici inspirata alla necessità di dare alla scuola un carattere precipuamente e saldamente fattivo di coscienza nazionale e tale da essere al tempo stesso scuola di forza, di audacia e di eroismo individuale;
4° politica interna estera intesa a valorizzare la volontà dell'efficienza dell'Italia contro ogni imperialismo straniero e cioè una politica dinamica in contrasto con quella che tende a stabilire l'egemonia delle attuali potenze plutocratiche.

"Non vi è - continuava Musssolini- chi possa negare che un partito e un governo forti siano capaci di attuare tutte queste fondamentali riforme senza le quali è impossibile ed inutile parlare di ogni altra riforma nazionale. Soltanto quando sarà assolto questo compito sarà possibile volgere lo sguardo agli altri campi dell'attività del paese. Si presenta prima il problema della coltivazione della terra che dovrà essere regolato da leggi di facile applicazione. Esso è seguito e accompagnato da altri gravi problemi, quello della messa in valore di tutte le forze idrauliche, quello dello sfruttamento delle ricchezze minerarie e quello del più grande sviluppo delle costruzioni navali e della navigazione fluviale e dell'industria della pesca. Per i1 problema finanziario il Fascismo sostiene la necessità di una forte imposta straordinaria sul capitale con carattere progressivo che abbia la forma di una vera espropriazione parziale di tutte le ricchezze, nonché il sequestro di tutti i beni delle congregazioni religiose e delle mense vescovili, che costituiscono una grande passività di pochi e infine la revisione di tutti i contratti di fornitura di guerra e il sequestro dell' 85 % dei profitti relativi. Per il problema militare la Segreteria ritiene che esso possa essere risolto con 1' istituzione della nazione armata intesa al precipuo scopo della sola difesa dei suoi diritti e interessi determinati, dalla situazione di una politica estera quale è quella sopra accennata intesa a valorizzare la volontà e l'efficienza dell'Italia contro ogni imperialismo straniero e contro l'egemonia delle attuali potenze plutocratiche. Convocazione quindi di un'assemblea nazionale per la durata di tre anni di cui il primo compito sia quello di stabilire la forma di costituzione dello Stato".

Il Congresso infine prendeva posizione a favore di tutta la Dalmazia e di cui affermava l'italianità, e proclamava la necessità di resistere contro coloro che inutilmente l'avversavano.
Era cominciata intanto la campagna elettorale, che si svolse ovunque fra le violenze e i disordini, resi ancor più gravi dagli scioperi e dai tumulti che scoppiavano in varie città. Gravissime furono le violenze commesse dai socialisti a Noventa, a Frosinone, a Genova, a Gorla, a Fognano, a Roma, a Savona, a Milano, a Torino, a Oleggio, a Lucca, a Livorno, a Sanremo; altrettanto gravi le reazioni fasciste, che, come a Lodi, produssero conflitti sanguinosi. I partiti che avevano certezza di successo erano: il socialista e il popolare (clericale), protetto quest'ultimo dal Vaticano e capitanato da don STURZO; bolscevizzante nel Cremonese, dove MIGLIOLI faceva concorrenza ai più disperati comunisti, e in parecchie province fornito di "guardie bianche" non meno intemperanti delle guardie rosse.
Anche un partito di ex-combattenti, che qua e là ebbe l'appoggio di partiti costituzionali, entrò in lizza. Discorsi pronunziarono gli onorevoli BERCUINI, BISSOLATI, BOSELLI, GIOLITTI, RAIMONDO, SALANDRA, SONNINO.

NITTI espose il programma del Governo in una lettera diretta agli elettori della Basilicata, dove giunse a sostenere di "...avere difeso con grande attività da ogni insidia l'italianità di Fiume!"
Due giorni prima delle elezioni una nuova impresa fu compiuta da Gabriele D'Annunzio, il quale, il 14 novembre, si recava a Zara e guadagnava alla sua causa il governatore vice-ammiraglio MENRICO MILLO. Sull'impresa ne diede notizia al Governo lo stesso con il seguente telegramma: "Il Comandante D'Annunzio è arrivato a Zara con "Nullo", con la torpediniera 66 P.N., con il Mas 22 e con la nave "Cortellazzo", carica di un migliaio di armati. L' ho accolto e ho giurato di non lasciare partire un solo soldato italiano da tutto il territorio assegnato all' Italia dal Patto di Londra".

Le lezioni politiche avvennero il 16 novembre e non furono prive di disordini. Vi fece esperimento il sistema dello scrutino di lista e della proporzionale, votato quasi all'unanimità con la Riforma, nell'ultima sessione il 9 agosto e approvato alla Camera con 231 voti a favore e 83 contrari.
Riforma che ampliava di molto i collegi elettorali, a 54 (dei quali 42 corrispondenti a una sola provincia), e favorisce i partiti di massa che hanno una struttura organizzativa efficiente (cattolici e socialisti).
Ad elezioni avvenute, per la prima volta dopo l'unificazione nazionale i raggruppamenti della destra e della sinistra nati nel periodo risorgimentale non avranno la maggioranza parlamentare e il governo di Nitti dovrà reggersi sull'appoggio dei Popolari.

Le elezioni segnarono il trionfo dei socialisti (32,4%) e dei popolari (20,6%). I primi guadagnarono 156 seggi, i secondi 100. Le liste dei combattenti, che si presentarono in 18 collegi, otterranno l'elezione di 17 candidati. Liberali e democratici, che si presentarono in liste miste, scesero da 310 a 179 candidati eletti; i repubblicani da 17 a 9; i radicali da 73 a 38. I socialisti riformisti mantennero i 27 deputati precedenti.

Mentre i Fasci dei Combattenti di Mussolini che si presentarono a Milano (con candidato pure MARINETTI) raccolsero 4657 voti e non ottennero nessun seggio. LUIGI RIZZO fu eletto a Fiume, ma cadde a Messina; invece alcuni elettori di un collegio elessero un disertore, ALISIANO.
Il 1° dicembre, inaugurandosi alla Carnera la XXV Legislatura, all'entrata del Re il Gruppo socialista abbandonò l'aula inneggiando la "repubblica socialista". Incidenti, avvenuti più tardi, fuori all'uscita dal Parlamento -aggressioni ad opera dei nazionalisti- fecero proclamare lo sciopero generale a Roma, donde si estese a quasi tutte le altre città d'Italia con scontri violenti.
Dimostrazioni e conflitti gravissimi con morti e feriti ci furono a Roma, a Milano, a Torino, a Bologna, ad Alessandria e a Mantova, dove i sovversivi furono padroni per due giorni, causarono 20 morti e una cinquantina di feriti.
Impassibile, il 21 dicembre la Camera approvò la fiducia al Governo con 242 voti contro 216.

Siamo dunque arrivati alla fine dell'anno 1919.
Ma prima di abbandonarlo del tutto, vediamo la generale situazione politica interna, con un'altra analisi (quella di Mussolini alla fondazione dei Fasci la faremo dopo) di un autorevole autore, molto vicino al Re come consigliere, e che nel 1950, diede alle stampe una interessante biografia: "Vittorio Emanuele, un re silenzioso".

(vedi anche "L'IMPRESA DI FIUME" )

Da Nitti a Giolitti. La situazione italiana a fine 1919 > > >

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
Prof. PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
A.TAMARO - Il trattato do londra e le rivendicazioni italiane, Treves, 1918
TREVES - La guerra d'Italia nel 1915-1918 - Treves. Milano 1932
A. TOSTI - La guerra Italo-Austriaca, sommario storico, Alpes 1925
COMANDINI - L'Italia nei cento anni - Milano
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi

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