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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1920 (2)

LA GRAVE SITUAZIONE GENERALE - RITORNA GIOLITTI - FIUME (fine)

IL 1920 LA GRAVE SITUAZIONE INTERNA - NUOVO MINISTERO NITTI - RITORNA GIOLITTI AL POTERE - OCCUPAZIONE DELLE FABBRICHE - SANGUINOSE VIOLENZE - L’ECCIDIO DI PALAZZO D'ACCURSIO - LA POLITICA ESTERA - IL TRATTATO DI RAPALLO - IL RITIRO DALL'ALBANIA - IL NATALE FIUMANO - D'ANNUNZIO: "L'ITALIA SONO IO"!

vedi qui l'integrale TRATTATO DI RAPALLO
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(Ma dopo aver preso le briciole a Versailles e con Fiume ancora in gioco, molti imprenditori italiani fanno ottimi affari con la Francia. Firmano accordi per le forniture di materie prime dalle colonie francesi.
vedi "UNE MISSION EN ITALIE" un rapporto originale al Ministero degli affari esteri)


L’anno precedente - il 1919- l’abbiamo chiuso quando NITTI, dopo le consultazioni elettorali del 16 novembre, nel costituire il nuovo governo, non avendo una maggioranza parlamentare (dei raggruppamenti di destra e di sinistra, ed era la prima volta dall’unificazione risorgimentale), inizia a reggersi con l’appoggio dei Popolari (forti di 100 seggi ottenuti alle elezioni). Ma i rapporti con i cattolici si fecero subito difficili; questi gli hanno sì votato la fiducia, ma hanno avvertito che il loro consenso è un “voto di attesa”. Infatti, pretendono da parte del governo l’accettazione di una serie di punti del loro programma: una politica estera di pacificazione e di riconoscimento delle autonomie nazionali; una politica interna rispettosa delle libertà individuali; una riforma tributaria che aumenti la progressività delle imposte; e il voto politico alle donne.
Sono tutti punti che Nitti non s’impegna a discutere, e tanto meno a varare una riforma simile, salvo eventualmente quella tributaria di cui lui è un esperto.

Lasciamo la pura cronaca, e riportiamo…. i fatti presentati alcuni anni dopo, nella “Pubblicazione Nazionale Ufficiale” edita nella ricorrenza del “Decennale della Vittoria”, “sotto l’augusto Patronato di S.M. il Re e con l’alto assenso di S.E. il capo del Governo; Anno 1928”. Il libro fu il best-seller dell’anno; un testo introdotto ufficialmente nelle scuole di ogni grado. Quindi, questo leggevano gli italiani e i giovani delle nuove leve del Fascismo nel 1928 e negli anni successivi.
Nel riportarlo integralmente vogliamo essere fedeli agli scritti dei tempi!
(non interpretiamo, ma riportiamo)

Così iniziava questa “Relazione”:

“Il 1920 - Già all’inizio dell’anno, lo Stato è impotente, non sa reagire agli attacchi sistematici dei bolscevichi italiani, permette che si facciano continue vittime tra i soldati, i carabinieri e la forza pubblica e lascia che impunemente siano maltrattati gli ufficiali dell’Esercito.
Nel gennaio del 1920 noi troviamo in diversi centri d' Italia, come a Firenze e più tardi nell'aprile a Bologna, la costituzione con proclamazione in forma ufficiale della Repubblica Comunista Italiana, durante le quali giornate, nel Bolognese, non si permette agli autoveicoli e ai liberi cittadini di circolare senza il lasciapassare dell’On. Bucco.
Scioperi in grande stile che paralizzano ogni comunicazione vengono organizzati dai ferrovieri e postelegrafonici. Sono sostituiti nobilmente dagli studenti, dagli universitari e dagli ingegneri. Continui giornalieri assalti alle caserme dei carabinieri avvengono a Modena, ad Ancona, a Firenze e nuovi sabotaggi ai treni, alle strade ferrate con scoppio di tubi di gelatina.
Le condizioni d'Italia quindi sono gravi; il nostro prestigio all'estero è zero. Manifestazioni anti italiane si svolgono a Spalato ed in altri centri. Il Parlamento italiano convalida l'elezione del disertore Misiano e sangue fascista si versa nella terra di Brescia col massacro del fascista Dallini. I Fasci di combattimento continuano la loro propaganda e portano aiuto ai bimbi fiumani ed alla causa dalmata. E nel febbraio il Consiglio Nazionale Fascista impegna la battaglia contro ogni compromesso per Fiume. Il Fascismo è aiutato dai partiti Nazionali, dagli ex combattenti, dai liberali e dai nazionalisti. Nella Liguria, a Sampierdarena, a Sestri Ponente, sciopero dei metallurgici, perchè il 231° Regg. Fanteria voleva sbarcare nel porto di Genova.
Anche gli operai dell’Ilva a Napoli sono in sciopero e nascono conflitti fra cattolici e socialisti a MontebelIuna; 60.000 contadini lasciano il lavoro nella terra di Bologna e di Ferrara.
Nel marzo altre giornate di follia bolscevica con l'aggressione vile al corteo dei combattenti a Siena, con l'occupazione delle tenute a Ravenna, e delle officine Miani e Silvestri a Napoli e con le dimostrazioni violente a Bari per il rilascio di volgari delinquenti arrestati dalla forza pubblica.
Due voci forti e coraggiose (Coda e Sarrocchi) insorgono al Parlamento Italiano e rispondono al Capo del Governo On. Nitti, affermando la necessità di un'azione energica da parte del Governo contro gli scioperanti e salutando le vittime del dovere. Altri scioperi e gravi conflitti troviamo a Decima, a Minervino Murge, a Bari, a Novara, nella Lomellina e nuovo sangue di militi del dovere e di martiri fascisti bagna le strade d'Italia.
Nuovi Fasci sorgono ad Alessandria, in Istria, a Pola, a Padova, nel Piemonte e nella Toscana ed in altre parti, dove pochi fedeli, disposti a tutto, si riuniscono in gruppi per reagire al delittuoso caos provocato dai bolscevichi.
Giornata rivoluzionaria completa il primo maggio: bombe e conflitti a Imola, a Napoli, a Torino, a Pola, a Firenze, a Padova, a Monfalcone, in Carnia, ad Iglesias.
L'amministrazione socialista di Verona nel maggio porta al culmine la sua nefasta azione antitaliana col rifiuto delle Croci di guerra che vengono rimandate al Comando di armata, mentre il Governo di Nitti ordina il 24 maggio a Roma di sparare contro gli studenti universitari che gridavano “viva il Re”, “viva I' Italia” e di procedere all'arresto veramente indimenticabile dei dalmati e dei fiumani residenti a Roma.
Nel maggio a Milano si tiene l'Adunata Nazionale dei Fasci nella quale si gettano le prime linee di un programma politico che formerà i “Postulati teorici e pratici del Fascismo”.


Nel frattempo il Governo, che tiene nel medesimo conto i fascisti ed i bolscevichi e, per evitare conflitti fra ufficiali e sovversivi, invia delle circolari ai Comandi concedendo agli ufficiali il permesso di vestirsi in borghese, il Governo seguita a svalorizzare la vittoria permettendo l'occupazione delle fabbriche e obbedendo agli ordini emessi dai capi bolscevichi alla Camera italiana con le grida “Via da Vallona ! Via da Fiume!”.

Per tre giornate i bolscevichi sono padroni assoluti di Viareggio e di Livorno e altre giornate sanguinarie scoppiano nell’Istria, a Palermo, a Bari, a Piombino che culminano con le rivolte a Trieste, ad Ancona, degli arditi in combutta con i socialisti. Anarchia completa nel servizio ferroviario e lo Stato non interviene e lascia che il verbo di vita e di morte esca dalle Camere del lavoro, lascia che si bruci il Tricolore e che si maltrattino e si disprezzino i mutilati ed i combattenti della santa guerra.

Sono queste le condizioni dell’Italia nel dopo guerra immediato.
Ma il Fascismo di fronte a tale impotenza dello Stato per primo insorge nell'Alta Italia, nelle terre redente, nella patria di S. Giusto, a Trieste ed a Pola. Qui i fascisti dopo l'assassinio del comandante Gulli e del motorista Rossi a Spalato e dopo l'uccisione di un milite del dovere a Pola danno il primo assalto al Balkan, covo social comunista croato di Trieste e distruggono la prima Camera del lavoro.
La rivolta anarchica scoppia violenta nelle Marche e nella Romagna mentre si effettuano in tutta l’Italia davanti alla più fredda indifferenza governativa, scioperi, occupazioni, distruzioni ed aggressioni. Ma altri episodi gravi seminano di sangue la turbolentissima e bolscevica toscana culminanti con l'assalto alle caserme dei Carabinieri ad Acquaviva, col ferimento di militi del dovere a Monterongriffoli, con l'assassinio di religiosi ad Abbadia S. Salvadore durante una processione e col massacro a Firenze del Commissario in servizio di pubblica sicurezza; mentre altro sangue fascista bagna nel settembre la terra di Cremona con le uccisioni di Priori e Podestà e con la vigliacca uccisione a Torino dei fascisti e nazionalisti Scimula e Sonzini.
In questo fosco periodo di assassini scoppia a Bologna il dramma di Palazzo d'Accurzio che si ripete poi il 20 dicembre a Ferrara con l'uccisione di tre universitari. Gli eccidi commuovono profondamente l'opinione pubblica italiana ed il popolo sano chiede da ogni parte aiuto ai Fasci di combattimento.
Anche la situazione generale politica degli altri Stati contribuisce alla sbornia bolscevica. La Germania, l'Austria e l'Ungheria sono in rivoluzione. In Ungheria e in Baviera infuria il terrore bolscevico.
La situazione di Fiume si era fatta intanto giorno per giorno più grave. Da una parte il bolscevismo italiano dava addosso a D'Annunzio ed ai legionari, dall'altra il Governo bloccava Fiume con le armi e con la fame. Il comandante D'Annunzio per risolvere la questione fiumana costituiva la “Reggenza del Carnaro” basandosi sull'esistente “Corpus sepuratum”.
Lo scoglio di S. Marco veniva occupato dai legionari e così Veglia ed Arbe. Il Governo del “boia labbrone di Dronero” (come lo chiama D’Annunzio - Ndr.), approfittando delle giornate del S. Natale, dopo avere ordinato lo stato d'assedio a Trieste ed a Pola ed avere incarcerato i capi del Fascismo della Venezia Giulia, a Trieste, a Milano, a Pola, e negli altri centri principali, ordinava il massacro: le cinque giornate che rimarranno per sempre l'infamia più grande e più vergognosa del Governo demoliberale italiano”
.

Questa è la relazione dei fatti presentata –come detto sopra - successivamente nella “Pubblicazione Nazionale Ufficiale” edita nella ricorrenza del “Decennale della Vittoria”, “sotto l’augusto Patronato di S.M. il Re e con l’alto assenso di S.E. il capo del Governo, Mussolini”. Anno 1928) Il libro, ripetiamo, fu il best-seller dell’anno; testo introdotto ufficialmente nelle scuole di ogni grado. Quindi, questo leggevano i giovani delle nuove leve del Fascismo nel 1928 e negli anni successivi.

Qui invece, i fatti li narriamo, prendendoli da alcune pagine storiche scritte dal Paolo Giudice, in “Storia d’Italia”, e dai vari giornali dell’epoca, che abbracciano l’intero anno 1920.

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“ Il 1920 fu uno degli anni più duri del dopo guerra italiano. Sotto il governo Nitti che, privo di dignità, barcamenava tra socialisti e popolari, l'Italia andava verso la rovina. Gli scioperi si moltiplicavano: scioperavano i tranvieri, gl'impiegati dei telefoni, gli stovigliai, gli spazzini, i ricevitori postali, i parrucchieri, i postelegrafonici, i ferrovieri, i tessili, gli impiegati delle aziende librarie, editoriali e grafiche, i metallurgici, gli elettricisti, i pasticcieri, i fornai, i muratori, i cappellai, i lavoratori d’albergo e mensa, gli agrari, gli zolfatari, i vetturini, i tipografi ecc.

La grande ondata delle rivendicazioni sociali in Italia non accennano a diminuire, ed è impressionante l'aumento del costo della vita.

Fissandolo a 100 nel 1913, il costo della vita era già salito a 365,8 nel 1919, ma ha compiuto un drammatico balzo a 624,4 in questo 1920. Il 100% in un anno! L'oro era a 3,49 lire al grammo nel 1913, lo scorso anno 1919 a 5,82, schizza quest'anno a 14,05 (240% in un anno). Con una guerra "vinta" dicono i politici che l'hanno voluta.

Aumenta il debito pubblico, il disavanzo della bilancia è enorme, e l'industria nel tardare a riconvertirsi, dopo i grandi profitti della guerra, non solo non ha potuto riassorbire i milioni di ex combattenti tornati dal fronte, ma sta lasciando a casa perfino quelli che erano stati impiegati nel processo produttivo bellico. La Fiat e l'Ansaldo impiegavano prima della guerra 5000 operai, ma negli ultimi giorni di guerra erano saliti a 50.000 ognuna. Ora, ovviamente, sono entrambe in crisi.
Ma non è il solo settore in gravi difficoltà, anche nelle campagne la crisi tocca alcune fasi critiche. Se dal 1901 al 1913 gli scioperi contavano una media annua di 100.000 lavoratori agricoli, lo scorso anno sono stati 500.000 e quest' anno toccheranno il 1.000.000.

L'amarissimo paradosso, quello che indignava gli ex 5.000.000 di reduci “a spasso”, era che il denaro ricavato dal maggior prelievo fiscale (che stava mandando in crisi tutta l'economia, facendo salire i prezzi) serviva buona parte solo per pagare gli interessi dei Buoni del Tesoro (90 miliardi che erano stati emessi per finanziare la guerra) posseduti da chi la guerra non l'aveva fatta, e che ora costoro con il paese dissanguato ci guadagnava pure! (non si parlava ancora della crisi della Banca di Sconto).

Quella di sopra fu una realistica analisi di De Ambris che allarmò ancora di più: affermava che "...lo Stato tassando in quello sciagurato modo come stava facendo, causava la paralisi della produzione e gli investimenti, facendo salire l'inflazione e la disoccupazione". Inoltre essendo il debito troppo grande, "non lo avrebbe mai annullato questo debito". Occorrevano decine di anni (i debiti contratti con le nazioni che avevano fatto vincere l'Italia, andavano fino al 1988). Tanto valeva allora correre il “rischio” di fare una rivoluzione, anche se era un’oscura "avventura"; ma non c'erano altri sbocchi in questo quadro confuso, contraddittorio e piuttosto drammatico.

De Ambris era sempre stato per il sindacalismo rivoluzionario, ma si corregge, e a chi gli rimprovera di volere una “guerra civile”, precisa cosa intendeva per "rischio" e "avventura". "Non una rivoluzione di tipo bolscevica, ma un realistico programma che prevede l'espropriazione parziale solo del capitale speculativo e non quello direttamente investito nella produzione; se fatta sconsideratamente questa espropriazione potrebbe distruggere il sistema". De Ambris per attuare questo programma richiama ed invita - negando ai partiti politici ogni funzione positiva nella lotta di classe - all'unione di tutte le forze di sinistra, sindacalisti, anarchici e repubblicani.
Ma sempre sindacalismo di sinistra rivoluzionario era il suo. Infatti, lo predica anche a Mussolini, perché lo crede ancora di sinistra, mentre il fondatore dei Fasci, pur prendendo molte sue idee, ha gia preso le distanze da lui e le ha prese anche da D’Annunzio che di idee ne ha delle altre e alcune -come vedremo in fondo pagina - Mussolini ben presto le fa sue.

Il "corporativismo", cui accenna De Ambris a Mussolini non gli dispiace affatto. E nemmeno “l’espropriazione”; già il 12 maggio 1919, su “Il Popolo d’Italia”, n.128, questo termine Mussolini l’aveva usato, ma modificandolo; “L’amico De Ambris la chiama “espropriazione parziale”, noi “imposta straordinaria”. La differenza è nelle parole soltanto…. “Espropriazione”: abbiamo detto e la ripetiamo. Se le classe dirigenti non intendono la necessità di austoespropriarsi per ricondurre il bilancio a condizioni normali, bisogna che si attendano di essere espropriate totalmente dal bolscevismo. E’ un dilemma dal quale non è possibile uscire.
Ma è certo che l'espropriazione quale noi la intendiamo non può essere una espropriazione fatta a caso, che colpisca indistintamente tutti i capitali, produttivi e improduttivi, perché allora si arriverebbe a disseccare i cespiti della produzione a il rimedio riuscirebbe forse peggiore del male. Noi ci troviamo in questo d'accordo col presidente della Confederazione Industriale Italiana, quando afferma che le esigenze del bilancio nazionale "debbono essere soddisfatte di preferenza a spese della ricchezza statica, anziché della ricchezza dinamica ", della ricchezza cioè che non produce anziché dalla ricchezza che produce. Non siamo invece più d'accordo col presidente stesso quando mostra di credere cha basti l'applicazione di nuove tasse in base a questo criterio per ristabilire un sano equilibrio economico.
Lo ripetiamo ancora una volta: per raggiungere questo scopo è necessario procedere ad una oculata ed intelligente ma coraggiosa e vasta espropriazione parziale, equivalente presso a poco alla totalità dal debito pubblico. In conclusione quella che noi vediamo come ineluttabile è una vera e propria rivoluzione, che non ha i caratteri caotici e puramente distruttivi del bolscevismo, in quanto tiene prima di tutto conto delle esigenze economiche e della realtà sociale, ma radicale e profonda quanto può esserlo una rivoluzione che intenda la convenienza di demolire l'edificio sociale in tutte le sue parti disadatte alle occorrenze dei tempi nuovi, conservando appena quel tanto che si dimostra veramente indispensabile.

E da questo punto di vista, cha mentre guardiamo coraggiosamente l'evento impostoci dalla guerra, noi ci sentiamo pervasi dal dubbio che le classi dirigenti - le quali hanno dimostrato e dimostrano una così scarsa comprensione della incombente fatalità storica - siano capaci di intendere la necessità assoluta dei gravi sacrifici necessari per salvarsi a per salvare, con se stesse, la civiltà. Ma ciò non deve impedirci di esporre con tutta la franchezza possibile il nostro parere, anche se ci avvenga di passare per dei bolscevichi appena mascherati presso i conservatori ciechi e volontariamente ignari nel loro chiuso egoismo; e per dei conservatori presso i bolscevichi ossessionati dalla visione di uno sconvolgimento generale e suggestionati da quel che avviene nell'Oriente europeo.
In un prossimo articolo diremo dunque quale carattere e quale estensione dovrebbe avara l'espropriazione che noi riteniamo indispensabile, per ricondurre alla norma l'economia del mondo e per non disseccare le fonti stesse della produzione, alimentandole anzi di nuove e più ricche linfe in modo da assicurare a tutti i produttori una vita più degna e più umana.
Nell'attesa di questo secondo articolo che conterrà le necessarie “precisazioni”, ci limitiamo a constatare che anche attorno a questo postulato le idee camminano, s'incontrano e finiranno per trionfare. MUSSOLINI
(Il Popolo d’Italia, n. 128, 12 maggio 1919).

Mussolini dopo aver visto il fallimento dei rivoluzionari russi leninisti che hanno dimostrato al mondo intero di non essere capaci di governare, dirà che hanno fallito e sono nel caos “…perché non basta essere in tanti, ma si deve essere preparati"…. "I calli alle mani non bastano per dimostrare che uno sia capace di reggere uno Stato"…."Una rivoluzione la si fa in ventiquattro ore, ma in ventiquattro ore non si rovescia l'economia di una nazione".

E in parte Mussolini ha ragione, perchè in Russia Lenin è stato costretto a rimettere ai loro posti i funzionari zaristi. Davanti al disastro economico, ha già preso -attirandosi critiche- decisioni energiche, per permettere un minimo di stabilità. I comitati operai dimostratisi incapaci sono stati subito sostituiti (anche con la forza, come a Kronstadt il prossimo anno) da direttori con poteri assoluti. E tutto questo ha comportato una rapida centralizzazione del potere nelle mani dei massimi dirigenti del partito bolscevico; che non è immune al suo interno di elementi altrettanto incapaci; dovuto al fatto che spuntano fuori personaggi più autoritari degli stessi Lenin e Trotskij: come Stalin.
Lenin, si misurò con i limiti e le contraddizioni della sua stessa metodologia politica, aggravati e messi in risalto dall’isolamento internazionale e dalle difficoltà economiche. Ma il suo guaio più grosso è che ha creato i presupposti per l’autoritarismo e la centralità del partito, e Stalin approfittando della sua malattia, proprio con questo autoritarismo lo isola dal resto del partito. Lenin presto gravemente malato (di emiplegia) sarà del tutto esautorato, morirà nel '24. Nel suo testamento politico aveva criticato Stalin mettendo in guardia il partito dai pericoli della burocrazia e dell’autoritarismo dell’apparato. Ma questo testamento non arrivò mai al partito e non venne reso noto per molto anni.
Mentre Trotskij (anche lui propenso a qualche liberalizzazione) resisterà, ma verrà anche lui emarginato ed infine espulso dall' Urss come "nemico del popolo". Una frase ad effetto che otterrà sempre il consenso “popolare” nelle repressioni staliniane.

Mussolini taglierà netto i legami con De Ambris, e con D’Annunzio, lui che già da un pezzo li ha già tagliati con la sinistra rivoluzionaria. Lui svolta risolutamente a destra (anche se non vuole che si dica che lui è di destra) e attacca duramente il socialismo. Chiede ed esige (questa è la grande svolta!) ai lavoratori gli stessi sacrifici richiesti agli industriali, in nome della nazione: "Se per gli interessi nazionali bisogna lottare contro il socialismo e se occorre sostenere i proprietari terrieri e i produttori per non causare lo sfascio della società in una rivoluzione o in una guerra civile, allora il fascismo si schiererà con la borghesia". Per la borghesia -vecchia o nuova- sentire queste frasi furono iniezioni di “latte e miele”.

Il 4 giugno, il Consiglio dei Ministri, ammonito dallo SCHANZER, alzò con decreto legge il cosidetto prezzo politico del pane, promettendo ai più bisognosi indennità che si doveva ricavare da una tassa speciale sui ricchi. I socialisti, schieratisi contro il Gabinetto, lo minacciarono d'impedire la comunicazione alla Camera del decreto legge, con l'ostruzionismo e con i tumulti. Il Ministero Nitti, non trovando sostegni alla Camera, il giorno 9 giugno, revocato il decreto legge del 4, presentò le dimissioni. A nulla erano serviti, né il rimpasto del 14 marzo né il nuovo ministero dell’ 11 maggio.

Periodo che nel frattempo gli scioperi avevano dato luogo a comizi clamorosi, a dimostrazioni, a conflitti con la forza pubblica, con i crumiri e con i volontari dei pubblici servizi; ad assalti di caserme e municipi, a violenze, a ferimenti, ad uccisioni, ad attentati ai treni e alle strade ferrate; a proclamazioni di repubblichette effimere e di “soviet” con emissione di francobolli e di monete, ad occupazioni di fabbriche e di terre, e lancio di bombe e di tubi di gelatina.
Il 12 maggio il Ministero Nitti, in cui nel marzo era entrato LUZZATTI, essendo stato battuto alla Camera in tema di politica interna con 193 voti contro 112, si dimise; il Re tentò di formarne uno con il cattolico MEDA, che però rifiutò non essendoci una maggioranza solida intorno ai Popolari. Il Sovrano tentò anche con BONOMI, che a sua volta non trovò nessuna intesa con i cattolici. Non restava che affidarne la formazione nuovamente a Nitti (il 3°) che lo costituì il 21 maggio includendovi due popolari.

Ma il terzo Ministero Nitti si insediò il 24 maggio sotto cattivi auspici: a Milano si svolgeva il 2° Congresso Nazionale dei Fasci Italiani di Combattimento; a Roma le guardie regie, non provocate, spararono contro un corteo di studenti, seminando di morti e feriti la via; il giorno dopo, su ordine di Nitti, venivano tratti in arresto tutti i Dalmati e i Fiumani, uomini e donne, presenti in Roma. Gli arresti, provocarono indignazione e proteste in ogni parte d' Italia.

Il 9 giugno – come già detto sopra- Nitti si dimise. GIOLITTI, incaricato dal Re di costituire il nuovo Gabinetto, lo compone il 16 giugno con elementi di tutti i partiti costituzionali.
Il Presidente tiene per sé gli Interni; per i liberaldemocratici FRANCESCO TEDESCO va alle finanze, LUIGI ROSSI alle colonie, CAMILLO PEANO ai lavori pubblici e GIOVANNI RAINERI alle terre liberate; per i radicali LUIGI FERA assume la giustizia, GIULIO ALESSIO l'industria e commercio, ROSARIO PASQUALINO VASSALLO le poste e telegrafi; indipendenti sono CARLO SFORZA agli esteri, l'ammiraglio GIOVANNI SECHI alla marina, BENEDETTO CROCE all'istruzione; per i socialriformisti ARTURO LABRIOLA va al lavoro e previdenza sociale (ministero istituito da Nitti poco prima della sua caduta) e IVANOE BONOMI alla guerra; i popolari FILIPPO MEDA e GIUSEPPE MICHELI vanno rispettivamente al tesoro e all'agricoltura.
I popolari accettano di partecipare al governo, in quanto Giolitti si è impegnato a istituire l'esame di Stato nelle scuole secondarie e a riorganizzare il Consiglio superiore del lavoro, garantendo la parità di diritti alle varie organizzazioni sindacali; inoltre i Popolari acconsentono al principio giolittiano della nominatività dei titoli, cui erano prima contrari.
(Mussolini quando andrà al governo alla fine del 22, suo primo pensiero fu quello di abrogare la legge sulla nominatività dei titoli, che tra una lungaggine e l'altra - temendo chissà cosa- i timorosi politici non l'avevano mai applicata. Erano terrorizzati di perdere voti da tutti quei borghesi che avevano obbligazioni, che con la nominatività sarebbero andati così alla gogna.

A collaborare, come abbiamo appena letto sopra – Giolitti chiamò anche un socialista indipendente e due popolari. Il mutamento del Gabinetto però non fece migliorare la situazione, interna, perché Giolitti non era più quell'uomo che affrontava decisamente le questioni e le risolveva con risolutezza, oppure lasciava che agisse il tempo e gli angoli si smussassero da soli senza violenza. All’occupazione della Fiat, a chi gli chiedeva di intervenire, rispose beffardo: “d’accordo, domani farò bombardare la Fiat”.
Ma i tempi non erano più propizi a tali sistemi di governo: gli anarchici lanciavano bombe al Cova a Milano ed ergevano le barricate a Piombino, dove assalivano la caserma dei carabinieri; ad Ancona, il 26 giugno, facevano ammutinare l’11° bersaglieri, s'impadronivano della caserma Villarey, della caserma Ninchi, del forte Savio e di alcuni edifici del quartiere Archi, assalivano la prefettura e solo dopo due giorni venivano sloggiati con le forze dell’ordine; altri gravi moti anarchici avvenivano a Jesi, a Pesaro, a Rimini, a Forlì, a Cesena, a Porto Civitanova, a Terni, a Macerata, a Tolentino, a Chiaravalle, a Brindisi.
Né gli scioperi e i conflitti con la forza pubblica accennavano a diminuire. Cresceva il numero degli attentati, a Torino si dava la caccia agli ufficiali, ad Abbadia S. Salvatore si uccidevano e ferivano dei religiosi, a Firenze si assassinava un commissario di pubblica sicurezza, altrove si trucidavano carabinieri e guardie regie; ed erano occupate fabbriche e cantieri in tutta Italia dai lavoratori; non sempre guidati dai sindacati, che anzi iniziano a essere sempre meno ascoltati.

LA QUESTIONE DI FIUME

Se triste era la situazione interna non lieta era la situazione all'estero. La questione di Fiume era lontana dall'essere risolta; neppure i colloqui diretti tra diplomatici italiani e jugoslavi erano stati coronati da successo. Si erano, nel maggio, incontrati a Pallanza, SCIALOJA, TRUMBIC e PASIC, ma le trattative non avevano avuto esito felice, perché i plenipotenziari jugoslavi accordavano sì all’Italia la città di Fiume, ma volevano che il territorio, la ferrovia, Sussak, porto Baros, le isole, tutta la Dalmazia Zara autonoma amministrativamente fossero assegnati al Regno serbo croato sloveno e che l’Italia rinunciasse al mandato sull'Albania, mentre Scialoja, pronto a rinunziare a questo mandato, voleva che si desse all’Italia Fiume e il “Corpus separatum” con l’isola di Cherso, e che Zara fosse città libera.

Nel luglio i croati uccidevano il capitano di corvetta TOMMASO GALLI e il motorista ROSSI suscitando uno scoppio d'indignazione nei fascisti triestini, i quali, due giorni dopo, il 13, assalivano l’Hotel Balkan, covo di mestatori slavi, e lo davano alle fiamme. Nonostante questi fatti, nello stesso mese di luglio, a Spa furono riprese le trattative italojugoslave. Abboccamenti ebbero luogo tra TRUMBIC e il conte CARLO SFORZA, che insisteva affinché nella linea del confine fosse incluso il monte Nevoso, ma i negoziati non pervennero a nessuna conclusione.
Intanto, un fierissimo colpo veniva dato al prestigio italiano in Albania, dove tanti denari e tanto sangue l’Italia aveva sparso e dove, negando i socialisti che si mandassero rinforzi per spegnere la ribellione che vi era scoppiata, il Governo Italiano li ascoltò e abbandonò al loro destino le truppe italiane di guarnigione; che tuttavia – vi erano quattro Reparti d'Assalto di forza al comando del generale PIACENTINI seppero difendere eroicamente Valona e svolgere talvolta delle vittoriose azioni offensive.
A rendere completa l'onta, nel luglio fu mandato da Giolitti in Albania il barone ALIOTTI che con il governo albanese concordò l'abbandono di Valona, il riconoscimento del possesso italiano di Saseno e la protezione diplomatica italiana dell’indipendenza albanese.
Alla Camera Giolitti, il 27 giugno, aveva affermato che il governo era favorevole all'indipendenza dell'Albania ma non intendeva inviare altre truppe nella zona. Però dichiarava che, "...per la sua collocazione geografica, Valona poteva costituire un pericolo, se occupata da una potenza nemica, e quindi non poteva essere del tutto abbandonata dall'esercito italiano, fino a che l'Albania con un governo non si fosse solidamente costituita". Piacentini insomma doveva fare tutto da solo.

Intanto, benché gravissima, la situazione interna non lasciava disperare. L'occupazione delle fabbriche aveva fatto temere che fosse imminente una rivoluzione rossa; ma la rivoluzione, a cui effettivamente le organizzazioni sovversive avevano pensato, per mancanza di coraggio non si fece (Nenni che abbiamo già letto nelle precedenti pagine, ne ha spiegato i motivi).
Tuttavia ci fu il superamento della crisi: la situazione sarebbe durata ancor grave, ma prima o dopo sarebbe venuta la vittoria dei partiti dell'ordine. Questi non vedevano altra salvezza che nell'azione fascista e, molti, pur senza esporsi, la sostenevano. La sostenevano la nuova borghesia, timorosa delle conseguenze di una vittoria rossa, e l’appoggiava il capitalismo, desideroso di salvare i propri interessi.
Il fascismo, impegnato a fondo nella lotta, accettava gli aiuti, ma faceva chiaramente comprendere che avrebbe usato la tattica degli Orazi contro i Curiazi.

Continuavano, anzi si accentuavano le violenze dei sovversivi; ma cresceva anche il numero dei fasci e le reazioni degli squadristi si facevano più frequenti; a Milano gli arditi facevano una crudele beffa a Serrati tagliandogli la barba; a metà luglio la cittadinanza romana assaliva le vetture tranviarie togliendo le bandierine rosse che vi erano state poste; a Venezia arditi e fascisti scioglievano una dimostrazione rossa; a metà settembre venivano distrutti gli uffici e la tipografia del Proletario e la Casa del Popolo a Pola; a metà ottobre erano devastati gli uffici e la tipografia del “Lavoratore” a Trieste e la Camera del Lavoro a Fiume e veniva occupato dagli squadristi fiorentini il municipio rosso di Montespertoli; le elezioni amministrative segnavano nei più grandi centri urbani il trionfo delle forze nazionali; il 4 novembre dimostrazioni combattentistiche avvenivano in molte città d' Italia e una grandiosa ci fu a Roma, dove erano convenute tutte le bandiere dei reggimenti. Poi ci fu il 21 novembre e il 20 dicembre l'assassinio dell'avv. GIULIO GIORDAN, della minoranza nazionale, nella sala consiliare di Palazzo d'Accursio a Bologna e l'eccidio di alcuni fascisti sotto il castello estense di Ferrara; due province, fino allora dominate dai rossi; queste due date segnavano l’inizio della rimonta fascista.

Altro sangue intanto stava per arrossare le vie d'una città: Fiume. II 12 novembre, dal conte Sforza e dai ministri Giolitti e Bonomi per l’Italia e da Vesuic, Trumbie e Stoianovic per la Jugoslavia, firmarono a S. Margherita (Rapallo) un trattato con il quale si definiva la frontiera italo jugoslava, che dal monte Pec, per il monte Jalovez, le pendici nord orientali del monte Mosick e del monte Porzen, quelle occidentali del monte Blegos, le pendici orientali del monte Bevk, gli abitali di Hotedrazica, Zelse, Cabranska e il Griza, doveva giungere al margine settentrionale dell'abitato di Rubesi, presso Castua.

( vedi qui l'integrale TRATTATO DI RAPALLO )

Veniva assegnata all’Italia Zara coi comuni censuari (frazioni) di Borgo Erizzo, Corno e Boccagnazzo e parte della frazione di Diclo e sotto la sovranità italiana venivano inoltre posto le isole di Cherso e Lussin con le isole minori e gli scogli compresi nei rispettivi distretti giudiziari, nonché le isole minori e gli scogli compresi nei confini amministrativi della provincia d'Istria e le isole di Lagosta e Pelagosa con gli isolotti adiacenti.
Infine veniva costituito, libera ed indipendente, lo stato di Fiume, formato dal “Corpus separatum” e da un tratto di territorio istriano. Una nota segreta assegnava alla Jugoslavia Porto Baros, il Delta e luoghi connessi.
Il trattato fu accolto in Italia molto freddamente; e ovviamente con ostilità lo accolse Fiume, dove D'Annunzio l’8 settembre aveva istituito la Reggenza italiana del Carnaro, dettandone gli statuti. (la “Carta del Carnaro”, un progetto costituzionale, che aveva un vago disegno corporativo, una ibrida simbiosi tra destra e sinistra. Fu letta la sera del 30 agosto al teatro Felice di Fiume. D’Annunzio negli ultimi tempi era stato molto influenzato da De Ambris, dell’ala sinistra del movimento fiumano, che cercò pure di stabilire qualche contatto con la sinistra italiana; ma i socialisti rifiutarono sempre ogni accordo. Di conseguenza, D’Annunzio oltre non avere i socialisti, perse molti seguaci nazionalisti che non solo guardavano a destra ma erano dei fanatici antisocialisti che iniziavano a correre e a riunirsi nei fasci di Mussolini.

Il Governo della Reggenza, lo stesso 12 novembre, diramò un comunicato dichiarando di non poter riconoscere ai delegati convenuti a Rapallo il diritto di determinare il territorio e i confini dello Stato fiumano senza avere ammesso i delegati della Reggenza, aggiungendo di ritenere non accettabili e non attuabili le illegali deliberazioni, e facendo osservare che Fiume aveva votato l'annessione all’Italia, che rivendicava il diritto di decidere delle sue sorti e si proponeva di continuare la lotta fino al compimento del suo voto legittimo, affermando che il confine geografico d'Italia nella regione orientale del Carnaro doveva essere esteso allo spartiacque delle AlpiGiulie prolungato dal massiccio del Nevoso fino al Bitoraj e dal Bitoraj verso il mare fino allo scoglio di S. Marco e che italiane dovevano essere le isole di antica tradizione veneta come Veglia ed Arbe, e infine dichiarando “di non riconoscere né oggi né mai qualsiasi accordo fra gli Stati appena concluso in pregiudizio di quel pegno che non può essere ritolto al vincitore dal vinto né essere negato all'aspettativa dei morti senza pace”.

Il 13 novembre dai legionari furono occupate le isole di Arbe e Veglia e la zona settentrionale del “Corpus separatum” fino al monte Luban.
Il Comitato Centrale dei Fasci di Combattimento giudicò il Trattato di Rapallo sufficiente ed accettabile per il confine orientale, insufficiente per Fiume, deficiente ed inaccettabile per la Dalmazia e dichiarò che i Fasci s'impegnavano “di agitare il problema fondamentale di una Dalmazia italiana, una ed integra da Zara a Cattaro, davanti alla coscienza nazionale”. Ma erano parole di circostanza.
Infatti, per “Il Popolo d’Italia” e quindi per Mussolini, sembra che Fiume avesse fatto il suo tempo e sul trattato di Rapallo si dichiarava “…soddisfatto di questa soluzione, migliore di tutte quelle precedentemente progettate”, poi diede un contentino a D’Annunzio per averla difesa, si affrettò a dire che “se Fiume è libera il merito è dell’Italia, e che per forza di cose sarà italiana”, infine quando D’annunzio sarà cacciato, sempre su “Il Popolo” altro premio di consolazione “…sul governo di Roma ricade il sangue versato”. Alcuni nazionalisti dentro i Fasci gli rimproverano di aver abbandonato il Poeta, ma Mussolini se la cavò anche qui: “Il fascismo per amor di patria può anche condannare un’impresa che nel suo intimo approva”.

Il 18 novembre, il generale Caviglia, comandante le truppe italiane della Venezia Giulia, diede comunicazione a D'Annunzio del Trattato di Rapallo, il cui testo fu consegnato il 20. Qualche giorno dopo, fiduciari degli onorevoli Bonomi e Sforza si recarono a Fiume per trovare un componimento della situazione e ne ripartirono il 26 portandosi dietro alcune proposte di D'Annunzio; ma prima che questi ricevesse la risposta, il generale Caviglia, cui dal Governo italiano era stato affidato l’ingrato incarico di fare eseguire il Trattato di Rapallo, il 30 novembre ingiunse al Comando della Reggenza di ritirare i legionari dalle isole di Arbe e di Veglia e dagli altri territori occupati fuori dei limiti dello Stato di Fiume e nello stesso giorno l'ammiraglio SIMONETTI, comandante le forze navali dell'Alto Adriatico, ordinò il blocco di Fiume.

Il 1° dicembre giungevano nelle acque del Carnaro le corazzate “Andrea Doria” e Vittorio Emanuele, l’incrociatore Riboty o otto cacciatorpediniere. Il comandante della squadra ingiungeva alla Dante Alighieri di lasciare il porto; ma l'uscita non era possibile avendo in precedenza D'Annunzio fatto ancorare la “Cortellazzo” attraverso l'imboccatura del porto. Vi era di più: il 7 dicembre il cacciatorpediniere “Bronzetti" e la torpediniera “68 P. N.”, che facevano parte della divisione navale di blocco, facevano causa comune con i fiumani imitati due giorni dopo dal cacciatorpediniere “Espero”.
Il 20 dicembre il generale Caviglia intimava al Comando della Reggenza di fare sgombrare entro le ore 18 del 21 le isole di Arbe e Veglia e i territori non assegnati allo Stato di Fiume, di lasciare uscire le RR. Navi che si trovavano nel porto e di consegnare le stesse e le autoblindate, infine di sciogliere ed allontanare le forze armate non costituite da cittadini fiumani.
In risposta a questa intimazione D'Annunzio proclamava lo stato di guerra in tutto il territorio della Reggenza. Poi lanciò un accorato appello agli italiani per invocarne la solidarietà; che rimase del tutto inascoltato, cadde nell’indifferenza. Fu l’inizio della fine.

Nel tardo pomeriggio del 24 dicembre cominciarono le operazioni dell'esercito regolare contro i legionari fiumani. Un attacco degli alpini articolato dalla parte di Cantrida fu respinto, mentre un tentativo d'interrompere in Valscurigue il collegamento dei legionari veniva frustrato.
Il giorno di Natale fu felice solo per le mitragliatrici e i cannoni, che vomitarono fuoco dal mare, in azioni o con pattugliamenti. All'alba dal 26 i regolari tornarono ad attaccare; ma alle 10 furono respinti da un violento contrattacco dei legionari che catturarono un cannone, due autoblinde e diverse mitragliatrici. Verso mezzogiorno l'”Andrea Doria” dal mare tirò alcuni colpi contro l'”Espero” e alle 15 iniziò il bombardamento contro la città, colpendo con un tiro bene aggiustato il Palazzo del Governo e il davanzale della stanza di D'Annunzio, che rimase leggermente ferito; e distrusse il ponte di Sussack.
Anche a Zara i regolari iniziavano le ostilità e il 26 i battaglioni Carnaro e Rismondo e la legione dalmata, dopo diverse ore di fuoco dovettero capitolare. Un tentativo dei legionari di Zara di occupare Sebenico dalla via di mare fallì.

La mattina del 27 le truppe regolari ripresero l'offensiva contro Fiume da Valscurigne al mare, ma furono contrattaccate dai legionari che catturarono altri cannoni ed altre autoblinde. Il 28, il sindaco fiumano GIGANTE e il capitano HOST VENTURI, recatisi ad Abbazia dal generale FERRARIO, ebbero la triste comunicazione che il giorno dopo sarebbe cominciato il bombardamento della città.
Per evitare lo scempio dell’infelice città D'Annunzio, il 29, rassegnò il potere nelle mani del Podestà e del Popolo e il 31 tra il generale Ferrario in nome di Caviglia e il podestà Gigante ed il capitano Host Venturi fu stipulato un accordo sulle basi seguenti:
Uscita dei legionari dalla città a cominciare dal 5 gennaio; evacuazione dal porto di Fiume di tutto il naviglio da guerra e commerciale irregolarmente trattenuto; sgombero delle isole di Veglia, Arbe e Scoglio di S. Marco.
La sera del 31 dicembre G. d'Annunzio scriveva l’”Alalà funebre”, pieno di amarezza e di sdegno per l'assassinio di Fiume: “Legionari, vegliate in armi, per l'ultima notte, sulla linea che abbiamo difesa e abbiamo tenuta. La notte è fosca; ma ciascuno di voi ha la fiamma nel pugno. Sulle cime che espugnammo nel tempo della prima guerra, i nostri morti tengono accesi i fuochi di ricordanza, con le loro ossa che non si consumano. Così stanotte i nostri morti accendono i fuochi dalla Casa degli Emigranti a Cosala, da Valscurigne al Macello, dal Belvedere al Calvario, con le loro ossa che non si consumano ....”.

Lo stesso 31 dicembre, la rappresentanza municipale di Fiume, riaffermando la volontà immutabile dei fiumari dell'annessione della loro città all’Italia, ratificava l’impegno preso da Gigante e da Host Venturi di subire di fronte alla brutale minaccia di distruzione della città, l'applicazione del Trattato di Rapallo, e di tributare a D'Annunzio e ai legionari la sua devota gratitudine e scioglieva il Comandante e i suoi soldati dal giuramento fatto alla causa fiumana.
Il 2 gennaio fu celebrato un solenne rito funebre al cimitero di Cosala e per l'ultima volta il Comandante passava in rivista le legioni. Qualche giorno dopo, il 12 e 13, assistette all’imbarco dei legionari e rimase in città quasi solo; poi il 18 fra la commozione di tutti i cittadini, Gabriele d'Annunzio lasciava Fiume, mentre Lenin da Mosca (che non è che aveva capito molto bene il ribelle) proclamava “D’Annunzio, l’unico vero rivoluzionario che ci sia in Italia” (la stessa cosa dirà poi di Mussolini, rimproverando i socialisti)
Il Poeta si ritirò sul Garda a Villa Cargnacco-Thode (una villa sequestrata a un tedesco - poi Vittoriale), ma si ebbe l’impressione che intendeva mettersi a capo del movimento nazionalista e con questo prendersi chissà quale rivincita su Fiume e su Mussolini che l'aveva abbandonato. Di lui -dopo averlo già rimproverato- indirettamente andava dicendo " Roma, alma Roma, ti darai tu a un beccaio?".


Un progetto simile fu poi realizzato; non da lui, ma da Mussolini.

...il 1921, l'anno fascista ....

ma prima dobbiamo soffermarci sul Partito Popolare di Don Sturzo > > >


Fonti, citazioni, testi, bibliografia
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (i 5 vol.) Nerbini 1930
CONTEMPORANEA - Cento anni di giornali italiani
STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini
PUBBLICAZIONE NAZIONALE UFFICIALE, Il Decennale d. Vittoria, Vallecchi, 1928
ALBERTO CONSIGLIO - V.E. III, il Re silenzioso. 11 puntate su Oggi, 1950
MUSSOLINI, Scritti Politici. Feltrinelli
RENZO DE FELICE, Mussolini il fascista, Einaudi, 1996
TAYLOR, Storia della Germania, Longanesi, 1980
PAOLO MONELLI, Mussolini piccolo borghese, Vallardi, 1983
ERIC HOBSBAWM, Il secolo breve, RCS, 1995

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