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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1921 (1)

SCISSIONE NEL PSI - NASCE IL PARTITO COMUNISTA ITALIANO


Antonio Gramsci

Dal 15 al 21 gennaio 1921, a Livorno si svolge il XVII congresso nazionale del PSI. La corrente massimalista dei comunisti puri guidata da ANTONIO GRAMSCI, UMBERTO TERRACINI, EGIDIO GENNARI, NICOLA BOMBACCI e AMEDEO BORDIGA si distacca dalla corrente riformista guidata da FILIPPO TURATI con CLAUDIO TREVES, GIUSEPPE MODIGLIANI, CAMILLO PRAMPOLINI e da quella massimalista dei comunisti unitari guidata da GIACINTO MENOTTI SERRATI E LAZZARI. La prima abbandona il congresso e continua gli incontri in un'altra sede.

I Socialisti proseguono nei lavori e a fine congresso eleggono una propria direzione del PSI che è però quasi tutta composta da massimalisti. L'uscita dei comunisti aveva fatto sperare prima Giolitti e, unendosi a lui anche Mussolini, per cooptarli in un governo di coalizione comprendenti anche i liberali e i popolari, col quale presentarsi alle elezioni. Quelli di Gioliti si dimostrarono calcoli errati, perchè la scissione comunista ha indebolito il partito socialista, senza tuttavia cambiarne la tendenza. Saranno infatti i massimalisti a rimanere padroni del partito.

Il PSI aveva al suo interno due anime: quella riformista, favorevole ad una collaborazione con il governo, capeggiata da Filippo TURATI, e quella massimalista, favorevole alla rivoluzione sociale, anche violenta, capitanata da uomini come FERRI o LABRIOLA.
Giolitti considerava ovviamente quale suo interlocutore naturale il Turati, nel quale vedeva l’uomo "ad hoc" con cui sarebbe stato possibile instaurare un rapporto di collaborazione. Ma questo rapporto tra i due non sarebbe mai potuto sfociare in qualcosa di veramente concreto a causa della chiusura in cui si vennero a trovare fra le loro ali estreme.

A Livorno cos'era accaduto? La crisi delle istituzioni e la violenza politica si trovarono al centro del dibattito, ma senza che se ne cogliesse l'effettiva portata.
Le due correnti si rivelarono miopi, e si avviarono verso la rottura invece di concorrere nel cercare insieme delle soluzioni. Furono cioè incapaci in questo periodo (anche Mussolini aveva i suoi problemi con i "ras" di cui aveva perso il controllo) di cogliere l'occasione. NENNI dirà in seguito " ...era l'ora più propizia per un invito ad abolire il passato..... era per i socialisti l'ora in cui si decideva la loro sorte....persero la grande occasione!". E persero perfino il contatto con le masse (lo dirà come vedremo più avanti, lo stesso Gramsci).

I movimenti sindacali ed i partiti di ispirazione marxista avevano tratto nuova linfa vitale dall’insegnamento della rivoluzione. Si faceva sempre più strada l’idea che la concreta instaurazione di un nuovo ordine sociale potesse realmente darsi, e non rimanere solo confinata nelle speranze del proletariato o nei discorsi utopistici di qualche intellettuale. Tutto ciò però, portò con sé anche lacerazioni nell’ambito della Sinistra e fu la causa di tragici errori ed estremizzazioni controproducenti.
Durante il cosiddetto "biennio rosso" abbiamo assistito a una ventata di sindacalismo rivoluzionario che come unico risultato ha fatto ingenerare fobie esagerate nella borghesia, anche in quella più aperta alle riforme sociali, e di provocare la scissione con una corrente apertamente schierata su posizioni filo-bolsceviche.

Inoltre, moltissimo si è detto e scritto sul rapporto tra questa corrente (che va a creare il PCI) e Mosca. Si trattava certamente di una forte dipendenza nelle scelte politiche di fondo oltre che, come pare ormai storicamente accettato, anche di un certo legame finanziario.
(vedi "PROCESSO AI COMUNISTI IT." del 1923 col "manifesto" stampato a Mosca)

Con il nuovo atteggiamento rivoluzionario del PSI, il partito non era più disponibile per accordi politici del tipo giolittiano. Buona parte dei dirigenti si associarono alla Terza Internazionale. E ricordiamo qui, che l'anno prima, 1920, il PSI mandò a Mosca una delegazione di alto livello in occasione del secondo congresso, e SERRATI, direttore dell'Avanti ! fu eletto al comitato esecutivo del Comintern.

L’influenza del Comintern (ovvero la III Internazionale) sulla fisionomia del nuovo partito
si farà sentire, tanto da averne determinato a lungo la linea politica. La stessa nascita dei partiti comunisti (P.C.I., P.C.F. e P.C.E) del resto, è stata frutto della III Internazionale, che, con le celebri 21 condizioni, ha provocato tra il 1920-21 le scissioni dai partiti socialisti, rimasti invece legati alla II Internazionale.
Il collegamento del P.C. con Mosca sarà sempre più accentuato dalle particolari vicende politiche nazionali, come il fascismo in Italia, una situazioni questa che obbligherà alla clandestinità i partiti comunisti e condurrà a Mosca molti dei loro leader. In questo modo i quadri dirigenti del P.C.I. e del P.C.E. nel corso di più di venti anni, si sono formati quasi interamente all’ombra del Cremlino.

Ma non è che a Mosca tutto stava procedendo per il meglio. I leninisti dal 1919 per rendere sempre più profonda la divisione tra i lavoratori, denunciando l'ala riformista del socialismo come incapace di far crollare il mondo capitalistico, che non è riformabile e deve essere sostituito dal governo dei proletari. Insomma per i comunisti, i socialdemocratici diventarono nemici dichiarati, il vero ostacolo alla rivoluzione.
Fu per questo che Lenin e i capi bolscevichi decisero di mettere fine alla II Internazionale socialista, per rompere definitivamente col socialismo riformista, accusato di collusione con la borghesia capitalista.
La III Internazionale, a cui pure avevano aderito i socialisti, diventa lo strumento di imposizione del comunismo., per cui vengono estromessi quei partiti dei lavoratori che non vogliono adottare la struttura leninista.
In questo modo l'Internazionale si è trasformata in una rigida struttura dirigistica, governata dal PCUS, che è già stato capace, ma solo in Russia, di realizzare la rivoluzione proletaria.
Infatti, in Germania, a causa della gravissima crisi successiva alla sconfitta, i comunisti (gli spartachisti di Rosa Luxemburg) avevano dato vita ad una situazione prerivoluzionaria, tanto che i bolscevichi pensarono che proprio lì, nella patria di Marx e Engels, sarebbe iniziata la marcia trionfale del proletariato contro il capitale. Ma proprio il governo socialdemocratico si incaricò di sopprimere violentemente, nella "settimana di sangue" del gennaio 1919, il movimento rivoluzionario. E anche in Austria nel 1919 fallì l'insurrezione comunista.

Il sogno della rivoluzione mondiale è stato accantonato e, soprattutto con Stalin (la malattia e poi la morte di Lenin, accresce i suoi poteri) non si pensa più a esportare un modello che ha già fallito ovunque fuori dei confini della Russia. A questo punto, lo stato sovietico si racchiude in se stesso, lo slancio più che rivoluzionario è più solo quello di creare una macchina organizzativa ferreamente diretta dal PCUS, con una rapida centralizzazione del potere, che si accentra tutto nelle mani dei massimi dirigenti del partito. Stalin è convinto, e crede che sia possibile costruire una potenza socialista indipendente dal resto del mondo. Solo Trockij è convinto che non sia possibile portare un paese così arretrato ad una competizione vincente contro il capitalismo. Ma come sappiamo è Stalin a vincere la partita.
Eppure nello stesso periodo (e successivamente), ma anche a causa della gravissima crisi economica che colpisce il capitalismo italiano, la Russia conosce un grande successo d'opinione, i capi del PCUS ammirati, e sono molti gli intellettuali italiani che fanno il rituale viaggio a Mosca per vedere i "miracoli" della trasformazione socialista, e al ritorno riferire agli operai in sciopero.

DUE RIGHE SU ANTONIO GRAMSCI


Antonio Gramsci nasce ad Ales in provincia di Cagliari il 23 gennaio 1891 da Francesco e Giuseppina Marcias. L'infanzia la trascorre in Sardegna. La famiglia Gramsci si trasferisce presto a Sorgono, in provincia di Nuoro. In questo periodo Antonio cade dalle braccia di una domestica, incidente che sarà poi messo in rapporto con la sua malformazione fisica. 
Antonio frequenta le scuole elementari a Ghilarza. Per le precarie condizioni economiche della famiglia e le difficili condizioni di salute, quella di Gramsci non fu certo un'infanzia felice. Così l'ha raccontata lui stesso in una delle sue famose "Lettere dal carcere": "Ho incominciato a lavorare da quando avevo undici anni, guadagnando ben nove lire al mese (ciò che del resto significava un chilo di pane al giorno) per dieci ore lavorative al giorno compresa la mattina della domenica e me la passavo a smuovere registri che pesavano più di me e molte notti piangevo di nascosto perché mi doleva tutto il corpo. Ho conosciuto quasi sempre solo l'aspetto più brutale della vita e me la sono sempre cavata, bene o male"

Nel 1905 Antonio frequenta le ultime tre classi ginnasiali a S. Lussurgiu. Comincia a leggere la stampa socialista che il fratello maggiore Gennaro gli invia da Torino dove si trovava per il servizio di leva. Alla fine del ginnasio si trasferisce al liceo Dettori di Cagliari. Vive col fratello Gennaro, contabile alla fabbrica del ghiaccio, cassiere della Camera del lavoro e poi segretario della sezione socialista.

A questo periodo si possono far risalire anche le prime letture di Marx. Durante le vacanze svolge lavori di contabilità e dà lezioni private. Tre anni dopo ottiene la licenza liceale. Vinta una borsa di studio, si iscrive alla facoltà di lettere dell'Università di Torino. Nei primi mesi di vita studentesca vive isolato e in gravi difficoltà materiali. Si interessa agli studi di glottologia e svolge ricerche sul dialetto sardo. E' in questo periodo che entra in contatto con il socialista ANGELO TASCA e con PALMIRO TOGLIATTI con il quale svolge una ricerca sulla struttura sociale della Sardegna.
Le precarie condizioni di salute rendono difficoltoso lo studio. Riesce però a stabilire i primi contatti col movimento socialista torinese. E' probabile, ma non è accertato, che nell'autunno del 1913 si sia iscritto alla sezione socialista di Torino. Sicuramente ha cominciato in questi anni a collaborare al "Grido del popolo" e ha aderito ad un pubblico appello contro la politica protezionistica. 

Nel 1915 giunge al termine la sua carriera universitaria, dopo aver frequentato il corso di filosofia teoretica di A. Pastore e aver dato l'esame di letteratura italiana. Da quel momento abbandona l'Università. Riprende invece la collaborazione al "Grido del popolo" e nel dicembre del 1915 entra a far parte della redazione torinese dell' "Avanti!". L'impegno politico e giornalistico aumenta di anno in anno. Sul giornale socialista firma una rubrica di costume, "Sotto la mole", mentre si cimenta anche come cronista teatrale. Nel frattempo tiene conferenze nei circoli operai torinesi su Romain Rolland, sulla Comune di Parigi, sulla Rivoluzione francese, su Marx.

Nel settembre del 1917 diventa segretario della commissione esecutiva provvisoria della sezione socialista di Torino e diventa direttore de "Il grido del popolo". Il 5 dicembre esce il primo numero dell'edizione torinese dell' "Avanti!". Redattore capo è Ottavio Pastore.

Nell'edizione milanese dell'Avanti, del 24 novembre 1917, e subito dopo la pubblicazione clandestina in Italia dell'opuscolo di Lenin (che riportiamo integralmente digitalizzato QUI ) quindi a rivoluzione avvenuta, Gramsci pubblica un articolo "La rivoluzione contro il "Capitale" (di Marx).

E' piuttosto singolare. Non facciamo nessun commento. Lasciamo al lettore fare le proprie considerazioni.

""La rivoluzione dei bolscevichi si è definitivamente innestata nella rivoluzione generale del popolo russo. I massimalisti che erano stati fino a due mesi fa il fermento necessario perché gli avvenimenti non stagnassero, perché la corsa verso il futuro non si fermasse, dando luogo ad una forma definitiva di assestamento - che sarebbe stato un assestamento borghese, - si sono impadroniti del potere hanno stabilito la loro dittatura, e stanno elaborando le forme socialiste in cui la rivoluzione dovrà finalmente adagiarsi per continuare e svilupparsi armonicamente [...] partendo dalle grandi conquiste realizzate ormai.

La rivoluzione dei bolscevichi è materiata di ideologie più che di fatti. (Perciò, in fondo poco ci importa sapere più di quanto sappiamo.) Essa è la rivoluzione contro il Capitale di Carlo Marx. Il Capitale di Marx era, in Russia, il libro dei borghesi, più che dei proletari. Era la dimostrazione critica della fatale necessità che in Russia si formasse una borghesia, si iniziasse un'era capitalistica, si instaurasse una civiltà di tipo occidentale, prima che i proletariato potesse neppure pensare alla sua riscossa, alle sue rivendicazioni di classe, alla sua rivoluzione. I fatti hanno superato le ideologie. I fatti hanno fatto scoppiare gli schemi critici entro i quali la storia della Russia avrebbe dovuto svolgersi secondo i canoni del materialismo storico. I bolscevichi rinnegano Carlo Marx, affermano con la testimonianza dell'azione esplicata, delle conquiste realizzate, che i canoni del materialismo storico non sono così ferrei come si potrebbe pensare e si è pensato.

Eppure c'è una fatalità anche in questi avvenimenti, e se i bolscevichi rinnegano alcune affermazioni del Capitale, non ne rinnegano il pensiero immanente, vivificatore. Essi non sono «marxisti», ecco tutto; non hanno compilato sulle opere del Maestro una dottrina esteriore, di affermazioni dogmatiche e indiscutibili. Vivono il pensiero marxista, quello che non muore mai, che è la continuazione del pensiero idealistico italiano e tedesco, e che in Marx si era contaminato di incrostazioni positivistiche e naturalistiche. E questo pensiero pone sempre come massimo fattore di storia non i fatti economici, bruti, ma l'uomo, ma le società degli uomini, degli uomini che si accostano fra di loro, si intendono fra di loro, sviluppano attraverso questi contatti (civiltà) una volontà sociale, collettiva, e comprendono i fatti economici, e li giudicano, e li adeguano alla loro volontà, finché questa diventa la motrice dell'economia, la plasmatrice della realtà oggettiva, che vive, e si muove, e acquista carattere di materia tellurica in ebollizione, ohe può essere incanalata dove alla volontà piace, come alla volontà piace. [...]

La predicazione socialista ha messo il popolo russo a contatto con le esperienze degli altri proletariati. La predicazione socialista fa vivere drammaticamente in un istante la storia del proletariato, le sue lotte contro il capitalismo, la lunga serie degli sforzi che deve fare per emanciparsi idealmente dai vincoli del servilismo che lo rendevano abietto, per diventare coscienza nuova, testimonio attuale di un mondo da venire. La predicazione socialista ha creato la volontà sociale del popolo russo. Perché dovrebbe egli aspettare che la storia dell'Inghilterra si rinnovi in Russia, che in Russia si formi una borghesia, che la lotta di classe sia suscitata, perché nasca la coscienza di classe e avvenga finalmente la catastrofe del mondo capitalistico?

Il popolo russo è passato attraverso queste esperienze col pensiero, e sia pure col pensiero di una minoranza. Ha superato queste esperienze. Se ne serve per affermarsi ora, come si servirà delle esperienze capitalistiche occidentali per mettersi in breve tempo all'altezza di produzione del mondo occidentale. [...]. Il proletariato russo, educato socialisticamente, incomincerà la sua storia dallo stadio massimo di produzione cui è arrivata l'Inghilterra d'oggi, perché dovendo incominciare, incomincerà dal già perfetto altrove, e da questo perfetto riceverà l'impulso a raggiungere quella maturità economica che secondo Marx è condizione necessaria del collettivismo. I rivoluzionari creeranno essi stessi le condizioni necessarie per la realizzazione completa e piena del loro ideale. Le creeranno in meno tempo di quanto avrebbe fatto il capitalismo.

Le critiche che i socialisti hanno fatto al sistema borghese, per mettere in evidenza le imperfezioni, le dispersioni di ricchezza, serviranno ai rivoluzionari per far meglio, per evitare quelle dispersioni, per non cadere in quelle deficienze. Sarà in principio il collettivismo della miseria, della sofferenza. Ma le stesse condizioni di miseria e di sofferenza sarebbero ereditate da un sistema borghese. Il capitalismo non potrebbe subito fare in Russia più di quanto potrà fare il collettivismo. Farebbe oggi molto meno, perché avrebbe subito di contro un proletariato scontento, frenetico, incapace ormai di sopportare per altri anni i dolori e le amarezze che il disagio economico porterebbe. Anche da un punto di vista assoluto, umano, il socialismo immediato ha in Russia la sua giustificazione. La sofferenza che terrà dietro alla pace potrà essere solo sopportata in quanto i proletari sentiranno che sta nella loro volontà, nella loro tenacia al lavoro di sopprimerla nel minor tempo possibile.
Si ha l'impressione che i massimalisti siano stati in questo momento la espressione spontanea, biologicamente necessaria, perché l'umanità russa non cada nello sfacelo più orribile, perché l'umanità russa, assorbendosi nel lavoro gigantesco, autonomo, della propria rigenerazione, possa sentir meno gli stimoli del lupo affamato e la Russia non diventi un carnaio enorme di belve che si sbranano a vicenda".

( Pubblicato sull' Avanti!», ediz, milanese, 24 novembre 1917)

In redazione all'Avanti torinese, oltre allo stesso Gramsci, Togliatti, Leonetti e Leo Galetto. L'impegno politico di Gramsci si fa sempre più importante. Nell'aprile del 1919 svolge un'efficace propaganda socialista tra i soldati della Brigata Sassari inviati a Torino con compiti di ordine pubblico. 

Gramsci con Tasca, Terracini e Togliatti decide di dar vita alla rassegna settimanale di cultura socialista "Ordine nuovo". Il primo numero esce il 1° maggio. Si definiscono "comunisti" in polemica con la direzione del PSI e sono in collegamento con le lotte del proletariato di fabbrica della città; a dare l'orientamento teorico della rivista è Antonio Gramsci.

Il settimanale appoggerà in pieno la battaglia della Fiom torinese a favore del principio della costituzione dei consigli di fabbrica attraverso l'elezione dei commissari di reparto pubblicando "Il programma dei commissari di reparto". La sezione socialista torinese nomina una commissione di studio sui consigli diretta da Togliatti e il congresso straordinario della Camera del lavoro di Torino approva una mozione favorevole ai consigli di fabbrica. Il problema è discusso dalle varie correnti socialiste. L'anno seguente Gramsci e Togliatti vengono entrambi rieletti nella commissione esecutiva torinese del Psi. 

Ma la spaccatura dalla quale nascerà il Partito Comunista è alle porte. Il 27 marzo del 1920 "Ordine nuovo" pubblica il manifesto:
"Per il congresso dei consigli di fabbrica. Agli operai e contadini di tutta Italia"

Il 28 marzo gli industriali torinesi proclamano la serrata. Il 13 aprile viene proclamato lo sciopero generale che il 24 si esaurisce con la sostanziale vittoria degli industriali e i socialisti fanno una magra figura. Il 23-28 giugno il congresso della Camera del lavoro di Torino approva la relazione di Tasca sui consigli di fabbrica e nei mesi successivi si sviluppa lo scontro tra Gramsci e Tasca sulla funzione e l'autonomia dei consigli. In settembre Gramsci partecipa al movimento per l'occupazione delle fabbriche e si reca anche a Milano. In ottobre si adopera per la fusione dei diversi gruppi (astensionista, comunista elezionista e di "educazione comunista" della sezione torinese del Psi e in novembre partecipa al congresso di Imola durante il quale si costituisce ufficialmente la frazione comunista del Psi. Esce l'ultimo numero del settimanale "Ordine nuovo". L'edizione torinese de l'"Avanti!" ne assume la testata e la direzione del nuovo quotidiano "l'Ordine nuovo", organo dei comunisti torinesi, è affidata proprio a Gramsci.
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Siamo dunque al 1921, anno della nascita del Partito Comunista. Al XVII Congresso del Partito Socialista a Livorno i delegati della frazione comunista si appartano e deliberano la costituzione del Partito comunista d'Italia- Sezione della III Internazionale

All'inizio del congresso ci fu l'incontro tra il gruppo della rivista torinese "Ordine nuovo" (Antonio Gramsci, Umberto Terracini, Angelo Tasca, Palmiro Togliatti, ecc.) e la corrente ex astensionista guidata dal dirigente napoletano Amadeo Bordiga.
Il gruppo dirigente massimalista del PSI (come hanno fatto a Mosca) era deciso ad espellere dal partito l'ala riformista, secondo le direttive impartite dall'Internazionale durante il II congresso del 23 luglio-6 agosto 1920; e qualora non possibile, uscire dal PSI e fondare (ma la frazione comunista era già nata a Imola) un nuovo partito: il Partito Comunista d'Italia (PCdI).
Sono dunque tentativi più o meno espliciti o sotterranei di ricavarsi uno spazio di autonomia decisionale e di elaborazione ideologica originaria (ma che nella stessa Russia è decisamente mutata, più che Marxismo, impera il Leninismo, e morto Lenin, quasi subito lo Stalinismo).

A fondamento del programma del PCd'I stavano l'ipotesi del carattere rivoluzionario della situazione italiana e l'idea che all'avvio della rivoluzione mancasse soltanto una guida. Il PCd'I doveva essere un partito di classe costituito da "rivoluzionari puri" in grado di porsi a capo delle masse: lo strumento per giungere alla conquista del potere politico (come in Russia).

Pochi giorni dopo, disertato il Congresso socialista, nasceva il nuovo partito. Per garantire la necessaria compattezza, fu adottata un'organizzazione centralizzata e rigidamente disciplinata, caratterizzata dalla stretta dipendenza delle federazioni provinciali dall'esecutivo nazionale: venivano così scongiurati i pericoli connessi al pluralismo e all'eccessivo dibattito interno, considerati i difetti principali che avevano condotto alla crisi del PSI. Alle rigide norme di reclutamento si accompagnarono le epurazioni di iscritti (circa 700 furono espulsi nel corso del 1921) in disaccordo con le direttive del comitato centrale (composto, tra gli altri, da Bordiga, Gramsci, Terracini, Nicola Bombacci e Anselmo Marabini) a cui era affidato ogni potere decisionale.
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Come abbiamo fatto per il Partito Popolare, lasciando parlare uno dei fondatori, così facciamo per il PCI, affidandoci agli scritti di GIORGIO AMENDOLA, autore di "Storia del Partito Comunista Italiano", 1921-1943, Editori Riuniti, Roma, 1978).

E citiamo anche le parole di Antonio Gramsci, scritte all'indomani del sacrificio di Matteotti:
con un giudizio storico preciso (e chiudevano i risultati di una esperienza storica) rivelerà la "...contraddizione interna, che viziava dalle fondamenta la concezione politica e storica dei primi capi della riscossa degli operai e dei contadini d'Italia, che condannava l'azione loro a un insuccesso reagico, pauroso, Il risvegliare alla vita civile, alle rivendicazioni economiche e alla lotta politica le decine e centinaia di migliaia di contadini e operai è cosa vana, se non si conclude con la indicazione dei mezzi e delle vie per cui le forze risvegliate delle masse lavoratrici potranno giungere a una concreat affermazione di sè. A questa conclusione, i pionieri del movimento di riscossa dei lavoratori italiani non seppero giungere. L'azione loro, mentre faceva crollare i cardini di un sistema economico, non prevedeva la creazione di un diverso sistema, nel quale i limiti del primo fossero per sempre superati e abbattuti. Iniziava una serie di conquiste e non pensava alla difesa di esse, dava ad una classe coscienza di sè e dei propri destini, e non le dava, le organizzazioni di combattimento senza le quali questi destini non si potranno mai realizzare. POneva le premesse di una rivoluzione e non creava un movimento rivoluzionario. Scuoteva le basi di uno Stato, e credeva di poter eludere la creazione di uno Stato nuovo".

Mentre Amendola scriveva:

«Nel resoconto stenografico del XVII congresso nazionale del Partito Socialista Italiano (Livorno - 15-21 gennaio 1921) la parola "fascismo" ricorre soltanto una decina di volte. I riformisti pensavano che l'ondata di violenza fosse un fenomeno passeggero, uno strascico della guerra, in parte una reazione agli eccessi rossi del 1919 e del 1920. Turati indicava, è vero, il pericolo di una reazione, che egli vedeva come una ripetizione del '98, come intervento dell'esercito e dell'apparato statale. Perciò bisognava aiutare Giolitti a ristabilire l'ordine. Turati non vedeva che era proprio Giolitti, in quel momento, a stimolare e coprire lo squadrismo fascista, nella speranza di poterlo utilizzare. Per i massimalisti le violenze fasciste erano le convulsioni di una società capitalistica ormai moribonda, le manifestazioni di una crisi del sistema destinata a continuare ad aggravarsi, a diventare permanente. In ogni modo l'intensificarsi della reazione richiedeva il mantenimento dell'unità del partito socialista, dove i riformisti potevano essere utili per una difesa delle libertà.

"Né diversa era, in fondo, la posizione dei comunisti, che vedevano nel moltiplicarsi delle violenze una manifestazione di decomposizione del regime capitalistico, un fatto organico e non eccezionale della dittatura della borghesia (le violenze ci sono sempre state!), l'espressione di un processo che doveva concludersi, attraverso scontri, sconfitte, vittorie, in un alternarsi di aspri e contrastanti momenti di lotta, nella presa del potere da parte del proletariato. Ma questa poteva realizzarsi soltanto se il partito rivoluzionario fosse pronto ad intervenire e ad utilizzare le situazioni favorevoli, obiettivamente maturate. Quindi non occorreva sopravvalutare il significato delle violenze reazionarie, anche per non concedere alibi ai riformisti.

Sfuggiva a tutti, ai riformisti, ai massimalisti ed ai comunisti, il carattere originale del fenomeno, questa combinazione di violenza repressiva dello Stato e di violenza aggressiva di gruppi armati di parte, e la capacità della reazione di trovare, attraverso nuove forme di lotta e di organizzazione, una sua base di massa anche negli strati popolari. Che la situazione potesse sboccare in una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa era la solitaria intuizione di Gramsci, ma restava una posizione individuale, non diventava visione strategica e linea politica di tutto il movimento. E, a differenza di Turati, Gramsci vedeva nella vittoria della rivoluzione il solo mezzo per respingere un attacco della reazione".

(sulla spirale della violenza vedi "Inchieste dulle violenze fasciste,
440 pagine presentate da GIACOMO MATTEOTTI)


"Il fatto è che in quel momento non esistevano in Italia le condizioni per una vittoria della rivoluzione proletaria. La tesi prevalente tra i comunisti era quella dell'ipotesi socialdemocratica: la borghesia, dopo avere utilizzato nell'aspro scontro di classe la violenza fascista per arrestare la rivoluzione proletaria, ricorrerà alla socialdemocrazia per associarla, secondo l'esperienza tedesca, alla direzione dello Stato capitalistico. I delegati comunisti al congresso di Livorno non si facevano illusioni. Sapevano di andare incontro a tempi duri, di ferro e di fuoco. Ma, ecco l'essenziale, non si sentivano vinti. Sconfitto era stato il PSI. La disfatta era, dunque, alle loro spalle; davanti a loro c'era un periodo difficile di lotte e la certezza di una vittoria... È una avanguardia tenace, combattiva, intelligente. Sono militanti che vogliono dedicare la loro esistenza alla causa rivoluzionaria, è una leva inesauribile di "rivoluzionari professionali", come si cominciava a dire, dopo le prime letture di Lenin. "Campagna lunga", si dicevano con fierezza. Erano tutti giovani, anche i più anziani non avevano passato i trent'anni. Non faceva, dunque, paura una prospettiva lunga. C'era in essi la collera e la rabbia per l'occasione che si credeva aver perduto, una grande fede nella capacità di riscossa della classe operaia, la certezza nella causa della rivoluzione proletaria internazionale e nella funzione della Russia sovietica.

"Veniva dall'oriente rosso una grande luce che illuminava le coscienze. Era sorto il primo Stato socialista, che dimostrava con i fatti come si combatte per difendere la rivoluzione. Ma bisognava tagliare col passato, spezzare ogni legame con il partito socialista, costruire una organizzazione nuova. Le parole d'ordine unitarie lanciate dall'Internazionale comunista erano accolte, perciò, con diffidenza, perché l'esperienza aveva dimostrato come l'unità formale tra tendenze contrastanti fosse motivo di paralisi per tutto il movimento. V'era, dunque, un forte elemento di settarismo e di estremismo negli orientamenti dei militanti comunisti, e ciò spiega l'influenza di Bordiga che, in quella prima fase di vita del partito, esprimeva più compiutamente i sentimenti dei militanti comunisti. La bontà di una scelta viene dimostrata dai fatti che essa provoca, non dalle motivazioni che l'hanno accompagnata.

"Quella leva di comunisti fondatori del partito fornirà, dopo il travaglio politico ed ideale degli anni di formazione del partito, i militanti clandestini, i condannati del Tribunale speciale, i volontari di Spagna, i combattenti garibaldini della Resistenza, i fondatori della repubblica, gli organizzatori del movimento di massa nell'Italia repubblicana. Essi assicureranno al partito - fatto nuovo nella storia politica italiana - una continuità durata più di 50 anni, ed affermata sempre consapevolmente pur nel mutare delle situazioni politiche; una continuità di direzione politica e di azione organizzativa e, soprattutto, di uomini. Sono presenti, ancora oggi, nel Comitato centrale uomini che parteciparono alla fondazione del partito, o vissero quelle prime esperienze: Terracini, Longo, Camilla Ravera, Colombi, Roasio, Vidali. I combattenti comunisti del 1921, nella massima parte, dimostreranno di essere capaci di apprendere dall'esperienza e di arrivare, dalle iniziali posizioni schematiche e settarie, ad una più matura visione della realtà italiana, con le sue contraddizioni e le sue possibilità di trasformazione rivoluzionaria. Se Bordiga aveva espresso le ragioni della separazione. Gramsci e poi Togliatti promuoveranno lo studio collettivo della realtà italiana, perché la conoscenza fosse la base dell'azione. - Giorgio Amendola".


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In "I Comunisti nella storia d'Italia" , presentato da G.C.Pajetta, Ernesto Ragionieri nella presentazione scrive fra l'altro "....Mussolini fu soltanto un episodio del socialismo italiano. Tuttavia la sua improvvisa fortuna, la sua rapida ascesa alla direzione dell'Avanti! e la sua comparsa da dominatore al congresso di Ancona (1914), resta forse l'indice più clamoroso della crisi del socialismo italiano, la dimostrazione più sconcertante della gravità della sua condizione...... La sua rapida fortuna nel partito socialista tra il 1912 e il 1914 non si può spiegare soltanto con quella energia che tanti intellettuali furono pronti a riconoscergli. Si spiega soltanto tenendo presente la disarticolazione organizzativa nella quale il partito era piombato, l'esiguità delle risposte fornite, da parte del nuovo gruppo di sinistra che voleva dar vita ad una nuova politica socialista partendo dai "massimi principi", ai gravi problemi posti dell'acutizzarsi della situazione interna e internazionale, il divorzio tra politica e cultura che non era tra i prezzi minori pagati dal socialismo italiano per una lunga politica subalterna. Il faticoso assestamento di una direzione "massimalista" alla testa del Partito socialista italiano negli anni dello sfaldamento del blocco di potere giolittiano, delle prime elezione a suffragio pressochè universale, fino alla "settimana rossa" e allo scoppio della prima guerra mondiale proverà largamente l'esistenza di una carica "sovversiva", garanzia sicura contro i cedimenti e gli scivolamenti, ma mostrerà al tempo stesso l'incapacità di usare questa forza per un fine coerente di trasformazione della società italiana"

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Dunque, il Partito Socialista si scisse, e da quel momento in Italia ci fu un vero partito comunista, settario, che guardava solo più a Mosca. Questo appoggio al bolscevismo, il suo appoggio agli scioperi e alle occupazioni delle fabbriche spaventò le classi medie, spingendole ancora più a distanza da un regime liberale che sembrava incapace di gestire la sovversione imminente.
Questo partito era troppo piccolo per costituire una vera minaccia, ma la sola sua esistenza costituiva una formidabile arma di propaganda per i fascisti. Agli slogan risposero con altri slogan.
E alla fine anche molti oppositori al fascismo finirono per dare una mano a Mussolini.
Basti pensare alle province "rosse" della Pianura padana, della Toscana e dell'Emilia-Romagna, che si trasformarono in poche settimane, e da territori di una delle più potenti unioni sindacali che erano, divennero delle roccaforti dello squadrismo fascista.


Insomma ci fu una reazione generale ai... "Bagliori di Comunismo..."

Questo era il titolo di un libro dato tempestivamente alle stampe in quei giorni dopo la nascita del PCI; lo scrisse ITALO CARACCIOLO, ripercorrendo la storia del Comunismo in Europa, nel 1500.

Avendo una fonte inesauribile di testi antichi e moderni scomparsi dalla circolazione e dalle biblioteche, l'autore di "Cronologia", ha scovato a questa fonte una preziosissima copia del volume; e vale la pena -per chi ne ha voglia- di leggerlo interamente.

nella prossima pagina ne elencheremo i capitoli > > >

 

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
GIAN CARLO PAJETTA- RAGIONIERI - I comunisti nella storia d'Italia, 2 vol.
CONTEMPORANEA - Cento anni di giornali italiani
GIORGIO AMENDOLA, "Storia del PCI - 1921-1943", Ed.i Riuniti, Roma, 1978
LELIO BASSO, Socialismo e rivoluzione, Feltrinelli, 1980
TRANFAGLIA-FIRPO - Storia dell'Età contemporanea- Garzanti
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - (5 vol.) Nerbini 1930
+ AUTORI VARI DALLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  

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