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CRONOLOGIA

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< vedi stesso periodo "RIASSUNTI STORIA D'ITALIA"

ANNO 1922

L'AVVENTO DEL FASCISMO: DAL PARLAMENTO ALLA MARCIA SU ROMA
( CON UN'AMPIA DOCUMENTAZIONE PARLAMENTARE )

 SECONDA PARTE  -  TERZA PARTE  -  QUARTA PARTE  -  QUINTA PARTE - SESTA PARTE  
LA MARCIA SU ROMA - ESERCITO E FASCISMO -   IL CINEMA "l'arma più forte dello Stato" 
IL RIBELLE DINO GRANDI  -
LA SCUOLA "GENTILIANA"  - 
IN EUROPA COMPARE HITLER

PREMESSA: 

 1) 1922 - 1925 - questa prima fase può essere definita, da un punto di vista istituzionale, come pseudo-parlamentare: le istituzioni tipiche del periodo statutario continuano a sopravvivere ma perdevano sempre più le loro funzioni ed il loro ruolo di baluardo della democrazia (piuttosto vaga, anarcoide o apatica; deficienze che erano dentro tutti i partiti)
Vennero così gettate le basi per una repentina evoluzione del fascismo in "REGIME"; basti pensare alla legge “Acerbo”, la nuova legge elettorale che prevedeva l’acquisizione dei 2/3 dei seggi alla lista che avesse ottenuto il 25% dei voti validi, o fatto ancora più clamoroso, l’assassinio del deputato socialista Matteotti che in parlamento aveva osato denunciare le irregolarità della consultazione del 1924.

REGIME - Il Lessico Universale Italiano il sostantivo regime lo indica come un governo "monarchico, assoluto, dittatoriale" e "per estensione" anche  "democratico". Mentre lo Zingarelli "forma di governo, sistema politico" e spregiativamente per atonomasia, come "governo autoritario, dittatoriale".
Mentre nella Nuova Enciclopedia Italiana, di Boccardo, della Utet, scrive che regime "in genere significa sistema di condotta e di governo". Del resto già Toqueville lo indicava come un complesso di norme, relazioni e comportamenti che abbracciavano sia lo stato che la società civile.
Quello di Mussolini è quest'ultimo, aggiungendovi disciplina; con le buone o con le cattive. "Gli uomini devono essere guidati, da soli non sono capaci di andare da nessuna parte. Anche Napoleone mi ha deluso, si fidò troppo degli uomini!"
Mussolini lo interpretò nel senso medico, "mettere a regime", come dare una ripugnante medicina per guarire dentro la società mali molto seri; cioè purgare quegli italiani ribelli. Qualcuno lo prese proprio alla lettera quando iniziò a dare l'olio di ricino. Poi Farinacci la formalizzò questa "disciplina", quando iniziò a intitolare il suo giornale non più Cremona Nuova, ma Il Regime fascista, che divenne così una dottrina. Mentre Starace il "regime" lo trasformò nel "vangelo", con i suoi riti, celebrazioni, il decalogo e i precetti. 
Una disciplina imposta anche da una "Milizia volontaria per la sicurezza nazionale" la cui istituzione (attenzione!) fu creata con un regio decreto (il n. 31) del 14 gennaio 1923. Un corpo armato regolare composto metà da squadristi di partito e metà statale. Durante la crisi Matteotti, le sue funzioni (di guardia armata) furono sanzionate con un giuramento di fedeltà al Re e non davanti a Mussolini.
Camillo Pellizzi giustamente scriverà "Non si è trattato di una milizia che giurava al Re, ma del Re che riceveva e accettava il giuramento" (A. Aquarone 1965).
E la MILIZIA fu una delle principali istituzioni del "regime". Nella memoria collettiva, la violenza illegale è rimasta impressa in modo vivo e aspro nella successiva opera di repressione assolutamente  legale, cioè esercitata da organi statali che si considerarono legittimi depositari del monopolio della forza coercitiva; con tutta una serie di misure nel quadro di un perfezionamento di uno stato di polizia, che non è ancora uno stato autoritario e tanto meno  totalitario, ma che ne costituisce il necessario ingrediente sia dell'uno che dell'altro. (Certamente fin dall'inizio decisamente stato autoritario, visto che questo iniziò quasi subito; basti ricordare che il 15 luglio del 1923, un altro regio decreto (il n. 3288) firmato sempre dal Re, prendeva provvedimenti contro la libertà di stampa. Che il Re perfezionò con un altro decreto ancora più duro, il 31 dicembre 1925 (n. 2307), e nel 1926 (legge n. 108 del gennaio) contro i fuoriusciti (privazione della cittadinanza, confisca dei beni, ecc) infine l'istituzione del tribunale speciale per la difesa dello stato (25 novembre 1926, n.2008) prima ancora del codice Rocco del 1930.
L'instaurarsi del governo Mussolini ricordiamo non costituì un colpo di Stato,
poiché il Re non dichiarò lo stato d'assedio e fu sempre il Re ad affidare l'incarico di formare il governo. Con il suo appoggio (e le sue firme sui regi decreti -salvo dire che non sapeva cosa firmava, il giudizio negativo sarebbe ancora peggio) si forma un regime autoritario, anche se  non totalitario come, ad esempio, il nazismo, poiché permette la sopravvivenza di altre istituzioni ed organismi e soprattutto per venti anni la monarchia sabauda e una Chiesa di Stato (anzi l'ex anticlericale Mussolini vi si appoggia)
. 

2) 1925 - 1929 -
E in questa seconda fase che il fascismo si trasformò definitivamente in un regime autoritario. Il punto di svolta fu rappresentato dal discorso che Mussolini tenne in parlamento il 3 gennaio 1925, nel corso del quale rivendicò la responsabilità morale e politica del delitto Matteotti ed il diritto-dovere di condurre il Paese con i metodi della repressione per eliminare le "teste calde", anche quelle dentro il suo partito. Nei giorni successivi (dopo il giuramento ricordato sopra) l’applicazione pratica di questi intendimenti non si fece attendere. I circoli politici reazionari al governo vennero chiusi, i giornali di opposizione imbavagliati, molti rappresentanti delle opposizioni incarcerati.

Nel dicembre del ‘25 fu anche approvata la legge che poneva formalmente fine al governo parlamentare, con la previsione, da un lato, della cessazione di ogni rapporto fiduciario e responsabilità politica del governo nei confronti delle Camere, e dall’altro, della completa subordinazione del Parlamento all’attività direttiva del Governo. 
E’ invece del gennaio del ‘26 la legge sul potere normativo del Governo, che consentiva all’Esecutivo una amplissima possibilità di avvalersi di strumenti come i decreti-legge, le leggi delegate o i regolamenti governativi. 
Vi fu poi una legge dell’aprile del ‘26 che riservò ai soli sindacati fascisti la competenza a stipulare contratti collettivi obbligatori per un’intera categoria di lavoratori. Questi ed altri provvedimenti testimoniano di come sia stata chiara e irrefrenabile l’evoluzione verso un sistema autoritario che poi avrebbe fatto scuola anche per altri Paesi come la Germania nazista, la Spagna franchista ed il Portogallo di Salazar.

 3) Dal 1930 inizia poi la fase di consolidamento del regime e soprattutto della sua personalizzazione nella figura del Duce. Mussolini spesso riservava a se stesso, oltre alla carica di capo del Governo e di Duce del Fascismo, anche alcuni Ministeri chiave, e il Re sempre pronto ad avallare qualsiasi sua decisione. Va infatti sfatata l’idea che il fascismo sia consistito in un regime dittatoriale che vessava una popolazione anelante la democrazia, la libertà e la difesa del Diritto.

La realtà è che la grande maggioranza del popolo italiano del ventennio era consenziente o, per lo meno, non contraria al tentativo di risolvere gli endemici problemi nazionali con la scorciatoia del totalitarismo.

RICAPITOLIAMO E ANTICIPIAMO dall'inizio alla fine questo percorso globale: La situazione politica ed economica dell’Italia nel primo dopoguerra era caratterizzata da una forte insoddisfazione diffusa e generalizzata; gli operai erano delusi dalle politiche dei sindacati e dei socialisti, gli imprenditori dai liberali ed i reduci della guerra da uno Stato che accusavano di averli dimenticati. Il principale beneficiario di tale situazione fu, fin dal 1919, il movimento fascista guidato da Benito Mussolini che si strutturerà in partito solo nel 1921. Dopo essere entrato in Parlamento grazie all’accordo coi liberali, nel 1922 Mussolini ordinò ai suoi seguaci di attuare la famosa “marcia su Roma”, a seguito della quale il Re Vittorio Emanuele III, attuando uno stravolgimento delle norme costituzionali vigenti, lo incaricò di formare il nuovo governo, che fu di coalizione con i popolari ed i liberali moderati, a cui si opposero le sinistre ed alcuni liberaldemocratici come Francesco Saverio Nitti e Giovanni Amendola. 

Nel 1924 alcuni  fascisti (che M. chiamò "teste calde") uccisero l’onorevole socialista Giacomo Matteotti che aveva denunciato i brogli commessi dagli uomini del Duce (così si faceva già chiamare Mussolini) nelle precedenti consultazioni elettorali. Ciò provocò la crisi del governo di coalizione ed il ritiro delle opposizioni dal Parlamento (Aventino); a quel punto Mussolini sciolse tutte le opposizioni ed attuò provvedimenti eccezionali che stroncarono ogni dissenso facendo delle vittime illustri tra le quali si ricordano A. Gramsci, don A. Minzoni, P. Gobetti e G. Amendola.
Era nato il regime.
In campo economico si ebbe una politica “corporativa” che pose fine alla libera concorrenza tra le parti sociali sottomettendo gli interessi dei più deboli a quelli dei più forti. Gli anni ’30 segnarono il consolidamento del regime e l’inizio dell’esperienza coloniale in Africa a cui seguì la costituzione dell’Impero.
Sempre in politica estera si assistette all’alleanza organica con la Germania (Asse Roma-Berlino, Patto d’Acciaio, ecc.) che furono alla base dell’entrata nel II conflitto mondiale nel 1940 da parte dell’Italia mussoliniana. I rovesci militari portarono alla destituzione del Duce da parte del Re nel 1943. Il nuovo Capo del Governo fu il Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio che, firmato l’8 settembre 1943 l’armistizio con gli anglo-americani, dichiarò guerra alla Germania. Le truppe tedesche invasero il Nord Italia dove si formò una Repubblica fantoccio retta da Mussolini per conto dei suoi alleati nazisti che furono artefici di atti di inaudita violenza.
Mussolini ed il fascismo caddero definitivamente il 25 aprile 1945 quando, ad opera dei partigiani e degli alleati, l’intera penisola fu liberata e si giunse ad un regime democratico e repubblicano che aveva il difficile e poco invidiabile compito di far dimenticare il fascismo responsabile di tre guerre (Africa orientale, Spagna, Seconda Guerra Mondiale), di milioni di morti e della soppressione delle libertà per oltre un ventennio.
Un ruolo importante nella lotta al nazismo lo diedero i vari movimenti della Resistenza che si ponevano l’obiettivo di liberare i rispettivi Paesi e, nel caso dell’Italia e della Germania, nazioni responsabili della guerra, i movimenti partigiani rappresentarono una pagina di riscatto nazionale che servì ad allontanare il ricordo degli anni bui della dittatura ed a porre le basi di un nuovo e democratico sviluppo politico e sociale.

TORNIAMO ALL'ANNO 1922

E' l'anno dove già al suo inizio si avvertono gli ultimi rantoli di quello Stato liberale borghese nato con l'Unita' d'Italia il 27 gennaio 1861.
Da allora non vi erano stati profondi cambiamenti nonostante  il suffragio universale esteso  nel 1919 a 10.235.874 di cittadini  aventi diritti al voto per eleggere nuovi deputati in grado di essere attenti alle mutazioni della società che erano in corso da alcuni anni, e innanzitutto dopo la fine della guerra.

Alla prima elezione di quel suffragio del 1861 vi avevano partecipato solo 239.583 cittadini, lo 0,9 % dell'intera popolazione italiana (e non saranno molto diverse le altre votazioni fino al 1870). Non certo delle elezione democratiche visto che 1 cittadino aveva deciso la sorte di 107 altri cittadini. Inoltre era stato escluso l' intero meridione bollato di "brigantaggio". (Alcuni - soprattutto a Napoli- avevano avuto il torto di voler difendere ad ogni costo il proprio sovrano - i Borboni-  (del resto i soldati e gli ufficiali a lui avevano giurato fedeltà - cos'altro dovevano fare? Un 8 settembre '43?) mentre altri - in Sicilia- avevano sperato in una indipendenza dell'isola - Garibaldi a Palermo  aveva a loro promesso "un legittimo costituzionale governo siciliano".

Votazioni 1861 dunque di censo; cittadini onorabili, borghesi, che avevano dato con 350 deputati su 443, l'appoggio al Conte di Cavour. Lui il propugnatore di una politica liberistica ma tutta piemontese, che aveva (non proprio) spinto GIUSEPPE GARIBALDI alla "rivoluzione" nazionale. Utilizzandolo con grande opportunismo raccolse poi i frutti e lo invitò a lasciare alla monarchia sabauda il compito "di concludere" con Vittorio Emanuele II. Al sabaudo, Cavour gli assicurava, con la prima legge votata dal Parlamento (per acclamazione) il 14 marzo, il titolo di Re d'Italia a lui e i suoi discendenti. 
Non era stato un titolo concesso "per provvidenza divina e per voto della nazione", perché tale formula fu scritta, ma poi fu subito cancellata. Con la Chiesa si voleva dare un taglio, e con il passato anche con le "formule" e per quanto riguardava il voto della Nazione si evitò di citarla, vista che quel voto era stato dato da una piccolissima minoranza. Del resto le altre regioni avevano sì votato con il plebiscito richiesto, ma erano convinte di andare incontro a una propria autonomia, non a una "annessione". Che in sostanza li poneva sotto un vero e proprio dominio sotto le istituzioni sabaude. (la lapide posta a Venezia, dice "..unione al regno d'Italia SOTTO il governo monarchico sabaudo" (vedi foto lapide nel 1866)

Il Parlamento, quello del 1861, 1865, 1867 e 1870, viene espresso e formato con un voto del censo.  Formato da personaggi della grande borghesia agraria di ceto aristocratico con nobili natali e da una élite di notabili  o della casta militare, che subito si era riciclata (il trasformismo nacque in questi anni) nel nuovo ordine di cose, con una aristocrazia piuttosto apostata su religione e feudalesimo.
Infatti, fra i deputati eletti, 85 erano principi, duchi, marchesi, baroni, conti; 28 erano alti ufficiali dell'esercito regio; 52 medici, notai e professori, di cui nessuno apparentemente, nelle elezioni del 1870, si professò cattolico dopo il veto del Papa di non far partecipare i cattolici alla vita politica del "nuovo" Paese; la cui occupazione Pio IX considerava "ingiusta, violenta, nulla e invalida", un "sopruso". Si considero' prigioniero e scomunicò il re d'Italia e tutti coloro che avevano perpetrato l'usurpazione dello Stato Pontificio. Ribadì l'opposizione della Chiesa al liberalismo, e vietò con il suo no expedit, la partecipazione al voto, con il tassativo ordine "ne' eletti , ne' elettori" (dentro le formazioni cristiane).

Se dunque liberista fu da quel momento l'indirizzo della politica economica, rimaneva però sempre centralizzato il sistema politico amministrativo, conservatore, di stampo feudale, nobiliare, latifondista e militare, che si trascinò  buona parte fino a questo anno 1922, dove troviamo un'Italia profondamente cambiata, con svolte che stanno affermando di fatto  nuove linee di sviluppo economico, sociale e politico con la nuova borghesia capitalistica che, quasi nata e formatasi nell'età giolittiana (variegata, spesso di origine anche modesta) si era poi potenziata nel periodo della guerra e si trovava ora a mettere in gioco tutto il suo avvenire.

Insomma lo spettro che si aggirava era il socialismo, predicato da anni, che però ora non era più una teoria astratta com'era negli ultimi anni dell'Ottocento, o quella che nei primi anni del secolo aveva disordinatamente coagulato le masse, ma ora era divenuta una realtà, "aveva sfondato" con la Rivoluzione, e non in un piccolo paese, ma aveva spazzato via un Impero, quello Russo, che nell'immaginario collettivo popolare di questi tempi era come dire l'America di oggi, cioè la più grande e solida potenza mondiale; e in quanto a quella territoriale, nella considerazione di molti, rispetto ad altre nazioni,  la Russia dava l'impressione di non avere confini, che era immensa e che possedeva ricchezze enormi, non ancora sfruttate. Dagli Zar, l'Europa, e l'Italia prima e dopo le guerre d'Indipendenza, importavano molte derrate alimentari. Basti dire che nel periodo austro lombardo-veneto, a Milano come a Vienna si confezionava il pane con la farina del  grano dell'Ucraina, considerato il granaio del continente (ancora quando partirono gli italiani per la Russia nel 1942 Mussolini sbandierò l'idea che si andava alla conquista del "granaio d'Europa).

Il nuovo corso dato alla politica dal fascismo mussoliniano contribuì non poco ad allontanare queste paure, per molti erano vere angosce, raffigurate da spettri che si trascinava dietro  la vecchia borghesia (con quella mentalità ancora arcaica: la paura di perdere i possedimenti terrieri), e negli ultimi anni anche quella  nuova, quella industriale (che ha davanti a sé una paura: quella bolscevica, l'espropriazione delle fabbriche, dei mezzi di produzione). Quest'ultima categoria non ha ancora in mano il vecchio  potere liberal-feudale liberal-borghese pur sempre presente;  non ha la forza politica, non ha le masse, ma  ha (questo non lo dimentica ed è la nuova forza) il capitale, soldi contanti. Solo con questo può difendere i propri interessi; e può permettersi di pagare chi queste masse è capace di riunire e guidare con i mezzi che il nuovo capitalismo ritiene più appropriati (e che saranno proprio loro a indicare).  Era dunque una lotta per l'esistenza contro un nemico ancora indefinibile ma presente; o iniziare la lotta con altrettante forze in campo per opporsi (ma dove trovarle?), o perire; la scelta dunque non aveva altre alternative.

continua