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CRONOLOGIA

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NON PER PARTITO PRESO O PER ATTRIBUIRE TORTI O RAGIONI  MA PERCHE' E' GIUSTO CERCARE DI CAPIRE

LA LIBERTA' DI STAMPA
MUSSOLINI AL POTERE, anni Venti.
Il bavaglio alla stampa fu una delle prime operazioni fatte
dal Duce per chiudere occhi e orecchi agli italiani.

"In un regime totalitario, come dev'essere necessariamente un regime sorto da una rivoluzione trionfante, la stampa è un elemento di questo regime, una forza al servizio di questo regime. In un regime unitario, la stampa non può essere estranea a questa unità"
(Mussolini - Discorso ai giornalisti a Palazzo Chigi, il 10 Ottobre 1928 - VI, 249).


“La stampa più libera del mondo intero
è la stampa italiana. Il giornalismo italiano
è LIBERO perché serve soltanto una causa e un regime;
è LIBERO perché nell'ambito delle leggi del Regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione”.
(Mussolini - ib - VI, 250 ).

"La libertà. Ma che cos'è questa libertà? Esiste la libertà? In fondo, è una categoria filosofio-morale.
Ci sono le libertà: la libertà non è mai esistita.

(M. - discorso al Parlamento - 15 luglio 1923, - III, 196)

"Il concetto assoluto di libertà è arbitrario.
Nella realtà non esiste"

(M. - discorso al Cova di Milano - 4 ottobre 1924 - IV, 291)

"Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano."
(M. - Da "Dottrina del fascismo" e S.e D., vol. VIII, pag 79-80)

L'aggettivo di sovrano applicato al popolo è una tragica burla.
Il popolo tutto al più, delega, ma non può certo esercitare sovranità alcuna.

(M. - Preludio al Machiavelli, in Gerarchia dell'aprile 1924. S.e.D., vol. IV, pag.109)

"Quando mancasse il consenso, c'è la forza. Per tutti i provvedimenti anche i più duri che il Governo prenderà , metteremo i cittadini davanti a questo dilemma: o accettarli per alto spirito di patriottismo o subirli".
(M - Disc. Risposta al Ministero delle Finanze, 7 marzo 1923 - S. e D., vol III, pag 82

"Voi sapete che io non adoro la nuova divinità: la massa. E' una creazione della democrazia e del socialismo. Soltanto perchè sono molti debbono avere ragione?. Niente affatto. Si verifica spesso l'opposto, cioè che il numero è contrario alla ragione.
(M. - Intervista rilasciata a Ludwig, 1928, pag 197)

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QUI L'INTERO ORDINAMENTO DELLO STATO FASCISTA > >
(dal libro delle scuole superiori dell'anno 1936)
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Il 12 NOVEMBRE 1925 (a 10 mesi dal famoso discorso di Mussolini del 3 gennaio con la tanto attesa risposta al delitto Matteotti e quando nei giorni precedenti ci fu lo scontro di una democrazia , con i giornali superstiti di sinistra, altri liberali e persino quelli filo-fascisti - che con tanto coraggio fecero marcia indietro - che s'interrogarono e avanzarono dubbi sul fascismo, come fecero il Corriere della Sera, il Giornale d'Italia, Il Popolo (e pagheranno poi successivamente cara questa presa di posizione) gli industriali firmano con il governo fascista un patto: s'inquadrano, accettano di definirsi fascisti, prendono la tessera del partito e in cambio ricevono una poltrona nel Gran Consiglio del Fascismo, dove si decidono le produzioni, gli interventi, i programmi economici. Si va verso le corporazioni, dove gli interessi diventano per il momento reciproci, basterebbe leggere i giornali di quel tempo.

I giornali !....I giornali! I "liberi" giornali !!!!
Quando si hanno in mano i mezzi d'informazione il consenso è assicurato e il cerchio si chiude. Il governo sostiene i mezzi d'informazione e questi sostengono il governo. Sono i giornali, ormai (sic!) inequivocabilmente liberi di servire solo il fascismo.
Quelli non allineati, o vengono chiusi, o si cambiano i direttori, o sono costretti a cedere le proprietà, che vanno ai "grandi borghesi" (opportunisticamente) allineati.
Tutto questo permette a Mussolini di iniziare vari progetti a beneficio dell'agricoltura, delle opere pubbliche, e a dare INCENTIVI alla grande industria privata. Ovviamente sempre sotto il suo controllo.
Gli incentivi? E' lui - - a decidere chi ne può beneficiare e chi no. I primi -con foto e biografia, finiranno nel famoso volume del 1928 "La mia nazione operante" - "i miei 2000 fervidi assertori" del fascismo (che sono poi:
maturi nobili, principi, conti e marchesi, i più noti industriali e banchieri italiani, apprezzati notabili, professionisti, famosi intellettuali, giornalisti, artisti, scrittori. ecc.) che riportiamo interamente digitalizzate in queste pagine di "Cronologia".)

E quegli incentivi? Chi ne seppe poi qualcosa? vedi "LA GRANDE ABBUFFATA" >>

DOPO IL PATTO, IL BAVAGLIO ALLA STAMPA HA INIZIO

29 SETTEMBRE 1925 - Si inizia con La Stampa di Torino: fuori il direttore e fuori il proprietario FRASSATI, le sue quote vanno alla Fiat di AGNELLI, che non vuole certo perdere col fascismo le future commesse militari, nè le sovvenzioni.
28 NOVEMBRE - segue il Corriere della Sera: fuori il direttore co-proprietario ALBERTINI, le sue quote vanno ai CRESPI.
26 DICEMBRE - tocca al Mattino di Napoli, fuori SCARFOGLIO mentre la proprietà la prende in mano un gruppo finanziario diventato -nell'occasione- subito "fascista".

E per completare l'opera:

Il 31 DICEMBRE 1925, dopo la mezzanotte, entra in vigore la rigorosa Legge sulla Stampa. Dove la voce principale oltre ai libri, sono principalmente i giornali. Questi possono essere diretti, scritti, stampati solo se hanno un responsabile e come tale è riconosciuto dal prefetto, quindi dal governo. Tutti gli altri sono quindi considerati illegali e dalle ore 00.00 del 1926 i soggetti fuorilegge commettono non solo un reato amministrativo, ma anche penale, con l'arresto immediato e la chiusura della tipografia.

L'effetto si fa subito sentire, dal primo gennaio 1926 non escono sul territorio nazionale 58 giornali, 149 periodici, e migliaia e migliaia di opuscoli, manifesti, libri e altro. In ogni tipografia un esemplare di quanto stampato, di qualsiasi genere, prima di essere distribuito, deve essere depositato in tribunale e occorre l'autorizzazione di un magistrato.

Dirà poi Mussolini:
"Il giornalismo italiano è libero perchè serve soltanto una causa e un Regime; è libero perché, nell'ambito delle leggi del Regime, può esercitare, e le esercita, funzioni di controllo, di critica, di propulsione"
(da "Il giornalismo come missione", discorso ai giornalisti - Palazzo Chigi - 10 ottobre 1928 - S. e D., vol. VI, p. 250)

Il 12 GENNAIO, un decreto disciplina severamente l'apertura d'ogni circolo, e vieta ad ogni dipendente pubblico di far parte di qualsiasi tipo d'associazione. Sarà esteso poi, ai magistrati, ai docenti universitari e perfino alle associazioni combattenti, quelli che gli avevano dato non poco appoggio nella fondazione dei fasci, ma che stanno sempre più ostentando una posizione d'indipendenza nei suoi confronti.

Altri provvedimenti nei riguardi della Borsa, dove il 26 febbraio, la nomina dei singoli agenti è subordinata all'approvazione del governo. Inoltre gli acquisti si fanno con un minimo del 25% in contanti, che provoca un generale ribasso azionario, rialzo dei cambi, svalutazione della lira.

Nello stesso giorno sono chiusi 95 circoli, 25 organizzazioni "sovversive sospette", 120 gruppi e associazioni "anticostituzionali", 150 esercizi pubblici considerati "ritrovi", arrestati 111 "sovversivi", eseguite 655 perquisizioni domiciliari.
Controllate tutte le 611 reti telefoniche, i 4433 posti pubblici, spulciati uno ad uno i 145.797 abbonati (chi sono, cosa fanno, a quale partito politico appartengono).

Si sciolgono tutte le sedi di riunione d'operai ed è creato un unico organismo sotto il diretto e totale controllo del partito fascista, il Dopolavoro, OND.

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Ottenere il consenso, ovvero organizzare il consenso, è uno dei più importanti imperativi che ogni dittatore deve porsi. Mussolini, che prima di diventare capo del governo e duce del fascismo, era (oltre che attento lettore di Le Bon "Psicologie delle folle" - vedi >) - un abile ed esperto giornalista capì che le radici del suo potere, la forza dello stato fascista risiedevano anche in una concreta limitazione della libertà di stampa. Suggerire i pensieri alle masse, fornire loro un'immagine studiata, patinata, filtrata e positivamente modellata della realtà diventa subito un compito primario affidato ai gerarchi fascisti e imposto ai direttori dei quotidiani.

Incuriosisce sapere che ogni notizia di cronaca nera viene limitata fino all’eliminazione , nell’intento di offrire un’immagine “pulita” del Paese, Una società nuova che si pone come obiettivo finale la rifondazione e purificazione di una realtà sociale considerata corrotta e decadente nonchè priva di valori, confeziona la sua immagine esteriore e costruisce con cura il suo volto ufficiale.

"Improntare il giornale a ottimismo, fiducia e sicurezza nell'avvenire" questa diventa la prima delle regole di un decalogo il cui fine era convincere gli italiani che la loro vita era migliorata e assumeva, solo adesso, un senso compiuto.
Assumono spazio e importanza le sezioni non politiche del giornale: si sviluppano in particolare le rubriche di intrattenimento, di evasione (moda, varietà, cinema) e lo sport.

Merito esplicito di questa rinascita era unicamente attribuibile alla nuova stella guida: Mussolini.
Va da sé che proprio per diffondere e radicare questa credenza, una buonissima parte degli articoli pubblicati era dedicata alla descrizione e all'elogio mieloso e di sapore agiografico del duce. In breve tempo, tutta l'attività delle redazioni era sottoposta a stretto controllo ed ogni settore della cronaca, della politica estera, di quella interna soggiaceva a regole precise che una volta seguite portavano alla realizzazione del perfetto quotidiano fascista.
Sebbene il duce cominci fin da subito la sua campagna per il controllo dei quotidiani - e presto ne vedremo l'iter attraverso le tappe più importanti, una seria e codificata gestione dall'alto della stampa, così come anche della cultura più in generale - dovrà aspettare per essere realizzata. Fondamentale sarà l'esempio guida della Germania. Costruendo in pochi anni una dittatura fortissima, Hitler (
altro assiduo lettore di Le Bon ) si pone con forza come la guida della Germania, un potere forte in grado di dominare l'Europa scardinando ogni equilibrio preesistente.
Mussolini, che al contrario, pur volendo comprendere tutto all'interno dello stato fascista aveva fatto l'errore, poi fatale, di lasciare che la corona e la chiesa continuassero ad avere degli spazi incontrollati, guarda al collega tedesco con ammirazione e ne mette in pratica alcune realizzazioni.


Il Ministero per la Cultura Popolare, creato nel 1937 e poi subito chiamato Min-cul-pop, viene realizzato a imitazione di quello nazista per la propaganda e nasce come estensione del precedente Dicastero per la Stampa e la Propaganda, proponendo una notevole valorizzazione del giornalismo, inteso da ora come
mezzo per educare il popolo.
Viene istituito a tal proposito l' Albo Professionale dei Giornalisti al quale potevano essere iscritti solo giornalisti allineati, gli unici a poter esercitare la professione; segue subito dopo l’istituzione delle prime scuole di formazione per giornalisti; infine la Federazione della stampa, che aveva alcune volte manifestato la propria contrarietà al regime, viene sostituito da un sindacato fascista.

Questo nuovo compito di cui viene investita la stampa svela il tentativo di creare e codificare una cultura propria del fascismo che trova ispirazione nel popolo e ad esso si dedica e rivolge.
Una tale pianificazione arriva al culmine della crescita del regime dal 1936, durante il suo momento di maggiore espansione e di maggiore apprezzamento da parte dell'opinione pubblica (non si dimentichi che era appena avvenuta la conquista dell'Etiopia - che aveva creato L'Impero!).
Negli anni precedenti invece, manca un progetto preciso, anche se, come si è già detto, Mussolini segue con particolare interesse e apprensione le vicende legate alla gestione della stampa intervenendo (con le famose veline - le cosiddette sue personali note di servizio diramate ai giornali dal Ministero della Cultura Popolare) addirittura perfino nelle questioni di poco interesse.

Il periodo che va dalla Marcia su Roma, 28 ottobre 1922, fino al discorso barricadero del 3 gennaio 1925
(la tanto attesa risposta al Delitto Matteotti e infine la data del 24 dicembre, quando una "sua" legge ad personam, attribuisce a Mussolini non più la carica di Presidente del consiglio ma quella nuovissima di Capo del Governo, dove ha la facoltà di nominare o revocare i ministri, quindi emanare norme giuridiche senza l'approvazione delle Camere) con il quale gli storici decretano l'inizio della dittatura, è denso di avvenimenti importantissimi che coinvolgono e interessano direttamente la storia del giornalismo italiano.

Durante questo triennio, i giornali quotidiani più importanti definiscono la loro linea di condotta nei confronti del fascismo, che mostra chiaramente il volto della sua natura violenta e liberticida. Al termine di questo confronto chi avrà mostrato di sapersi adattare alle nuove regole sopravviverà mentre tutti gli altri saranno invece costretti a cedere il passo. L'atteggiamento tenuto dalla dirigenza del "Corriere della sera" è emblematico. Analizzandolo si scoprono e si comprendono appieno i motivi delle scelte di una classe, quella liberale, che negli anni cruciali dell'ancoraggio del fascismo si lascia convincere che proprio il partito di Mussolini sia ciò che serve all'Italia.

Vediamo però brevemente, prima di parlare del "Corriere", i passaggi cruciali, gli interventi che Mussolini pone in essere per imbavagliare e alla fine azzittire la fondamentale voce della stampa.
L'intenzione di arrivare a una concreta limitazione della libertà di stampa appare con sufficiente chiarezza già nel novembre 1922. Ad un mese dalla conquista del potere, il "Popolo d'Italia", diretto dal fratello Arnaldo, pubblica tre articoli che affrontano il problema a) della gerenza dei giornali, b) quello del sequestro, e in ultimo c) la questione della censura.
Le critiche al governo fascista e soprattutto quelle rivolte a Mussolini sono il "male" da estirpare dall'Italia con il rigore di una rigorosa censura.
Questo "male" ("notizie tendensiose") viene etichettato come "
campagna eversiva", "cospirazione", "di remare contro il bene comune", ossia contro il governo e contro il capo del Governo, che come tale la volontà del popolo fascista ha espresso.

Nel corso del 1923, (oltre quelle del '21 e '22 documentate in un libro da Giacomo Matteotti - vedi >> oltre le foto delle distruzioni > > ) la violenza delle squadre fasciste si abbatte nuovamente sui giornali dell'opposizione al governo o che fanno critiche non gradite al "manovratore".
Questo agire smentisce l'abbandono di certi metodi illegali e del ricorso alla forza, sistemi che proprio Mussolini aveva promesso sarebbero stati abbandonati una volta conquistato il potere.
Il 12 luglio di quello stesso anno un regio decreto, (ma Mussolini ne sospende l'entrata in vigore solo per usarlo come minaccia incombente) stabilisce che: il gerente dei quotidiani sia il direttore o uno dei principali redattori e non più un uomo di paglia. La stessa legge attribuisce inoltre ai prefetti - a chi osa parlare fuori dal coro - la facoltà di diffidare il gerente e di dichiararlo decaduto dal suo incarico. Un decreto molto forte dunque che avrebbe reso facile l'intervento repressivo soprattutto perchè i casi per i quali esso era contemplato erano numerosissimi.

Questo primo colpo di mano genera una vera reazione solamente da parte del "Corriere della sera" e de "La Stampa". I due maggiori quotidiani italiani denunciano la legge, ma la loro voce rimane isolata e la possibilità che una protesta corale possa smuovere le acque quanto meno per fare chiarezza sulle intenzioni di Mussolini, sfuma senza possibilità di appello.
Nei mesi successivi, il duce continua la sua campagna di occupazione della stampa. Dopo avere messo, con il decreto legge del 12 luglio del '23, una spada di Damocle sulla testa dei Direttori dei quotidiani, segue la strada dell'intervento diretto. Un'operazione orchestrata da Arnaldo Mussolini porta al passaggio delle consegne alla direzione del "Secolo", del "Giornale d'Italia" e della "Tribuna".

Oltre ad occupare i giornali che già godono di un credito presso l'opinione pubblica, il fascismo allunga i suoi tentacoli anche con la creazione di nuove testate. Nella capitale escono, sempre nel '23, due giornali oltranzisti: "L'Impero" diretto dallo squadrista e avventuriero Mario Carli, e "Il Tevere" fondato da un giornalista, Telesio Interlandi, che in seguito non farà mistero dei suoi sentimenti antisemiti.
(pubblicherà in seguito la rivista "La difesa della Razza" >>)

Anche la stampa cattolica deve piegarsi a subire le azioni repressive. Nell'aprile '23, don Sturzo fonda il quotidiano "Il Popolo" organo del partito, ma le scelte ormai chiare della dirigenza ecclesiastica lo obbligano a dimettersi non solo dal giornale ma anche dalla direzione del partito che ha fondato; dalla gerarchia d'Oltretevere è "invitato" a farsi da parte e a lasciare l'Italia.
Nel panorama della stampa che si pone contro il fascismo, o per lo meno che assume un'atteggiamento critico, la novità più importante è la nascita de "L'Unità". Il quotidiano del partito comunista esce a Milano il 12 febbraio 1924
(il PCI era nato al congresso di Livorno nel gennaio 1921).

Meno di 4 mesi dopo, l'uccisione del leader socialista, Giacomo Matteotti, assassinato dai fascisti apre un panorama nuovissimmo oltre che drammatico. Tutti coloro che avevano sperato in una normalizzazione del fascismo, che avevano cioé creduto che ogni pratica violenta sarebbe presto finita con la conquista piena del potere, sono costretti a prendere atto che la tanto sperata aggregazione tra la nuova classe dirigente fascista e la vecchia classe liberale è pura utopia.

La stessa cosa accade nelle redazioni dei quotidiani: l'assassinio di Matteotti delinea una situazione molto chiara che non ha più niente a che vedere con l'atmosfera di attesa e sospensione che aveva caratterizzato il periodo precedente. I giornali liberali ma anche la maggior parte delle altre testate reagisce al delitto chiedendo le dimissioni di Mussolini e del governo. L'opinione pubblica partecipa intensamente. Lo dimostra il notevole incremento delle vendite dei quotidiani. Come il "Corriere della sera" che supera le 800.000 copie quando la vendita normale era di 450.000.

E proprio il Corriere di Albertini del 30 dicembre, (interpretando lo sgomento generale e il disagio dei liberali di destra scriveva: "la cosa più saggia che può fare Mussolini è di dare le dimissioni... si dimetta e si ponga a disposizione dell'autorità giudiziaria". (gli costerà poi il posto)

Mussolini non si lascia certo intimorire da questa levata e giudica che sia venuto il momento di rendere attivo il decreto legge del luglio '23, reso oltretutto più severo di quanto fosse nella sua prima versione attraverso l'estensione del potere dei prefetti. Viene infatti data loro la libera facoltà di sequestrare immediatamente i giornali senza prima diffidarli.

Comincia da allora una battaglia caratterizzata dalla forte protesta dei giornali e dalla simbolica, ma poco efficace Secessione dell'Aventino. I partiti politici che partecipano a questa astensione dai lavori parlamentari ne fanno una questione morale che si affida ad un tanto sperato quanto improbabile intervento riparatore della corona.
Gli aventiniani avevano stampato perfino un manifesto prendendo delle posizioni morali contro il fascismo. Ma non solo servì proprio a nulla, perché nessun giornale con le nuove disposizioni sulla stampa di Mussolini era disposto a pubblicare quello che loro avevano scritto, ma provocò l'ira di Mussolini che si sentì sollecitato nelle sue mire dittatoriali proprio da questa forma di protesta scelta dai partiti dell'opposizione.

La rottura di ogni indugio che decretò la fine di questo stato di attesa, fu anticipato (il giorno dopo) da un provvedimento del 31 dicembre '24 con il quale si ordinava il sequestro dei giornali dell'opposizione e fu completato con il discorso del 3 gennaio 1925.

Scocciato dalla drammatica situazione creatasi dopo l'assassinio del leader socialista, Mussolini disse in quel famoso 3 gennaio: "Ebbene, dichiaro qui al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere! Quando due elementi sono in lotta e sono irreducibili, la soluzione è la forza…"
Così Mussolini annunciava l'instaurazione della dittatura.

Nel corso del '25 (date ricordate all'inizio) una serie di misure liberticide avrebbero imbavagliato definitivamente la stampa fino all'emanazione della legge del 31 dicembre che istituisce la figura del direttore responsabile e l'albo dei giornalisti (corporazione che è tutt'ora in vigore).
Nel '26 si arriva poi alla definitiva chiusura di tutti i giornali all'opposizione, allo scioglimento coatto dei partiti politici che decadono insieme ai deputati aventiniani. È il 5 novembre!! comincia il regime mussoliniano e la dittatura.

Come si diceva sopra è interessante focalizzare questa parte della storia d'Italia ...
(scritte da ILARIA TREMOLADA)

... attraverso l'esempio dell'atteggiamento tenuto dal quotidiano allora più venduto: il "Corriere della sera". Perchè possa illuminare e diventare specchio per comprendere gli avvenimenti così complessi - degli anni che dopo la prima Guerra mondiale portano il paese a cadere nella rete del fascismo - tutta la situazione deve essere osservata a partire dai primissimi mesi del 1919. Il punto di arrivo sarà il 24 dicembre del 1925, l'inizio della dittatura a viso aperto e la fine delle illusioni liberali.
(Abbiamo già ricordato sopra il 24 dicembre del 25, quando una "sua" legge, attribuiva a Mussolini non più la carica di Presidente del consiglio ma quella di Capo del Governo, con la facoltà di nominare o revocare i ministri, quindi emanare norme giuridiche con dei decreti senza l'approvazione delle Camere)

 


Dal 1900 il Corriere è diretto da Luigi Albertini (nell'immagine). Quest'ultimo, insieme al fratello, acquista poprio in quegli anni, una quota della società che gestisce il giornale e diventa direttore responsabile della redazione di via Solferino. Di personalità imponente e spiccata, Luigi che ricopre la massima carica dall'età di 29 anni, fa del suo giornale una tribuna dalla quale affermare una precisa e concreta linea politica. Imposta in quegli anni, con il suo lavoro, la fama di autorevolezza che poi il giornale saprà conservare fino a noi.
(vedi la "Storia del Corriere della Sera" dalla nascita, fino a Paolo Mieli > > )

Oltre ad essere un sapiente direttore Albertini si qualifica fin da subito come un politico sopraffino, come una voce autorevole nel panorama così complesso dell'Italia postbellica. Anna Kuliscioff lo indica come il vero capo di una certa opposizione che si era rivolta contro l'onnipotente Giolitti. Aveva un temperamento aristocratico, energico, un carattere difficile, intransigente, nettamente introverso, ma all'occorenza si animava e sapeva vibrare.
Era un conservatore nel senso classico del termine e anche questo contribuiva a rendere ancora più evidenti le differenze tra lui e i suoi avversari: Mussolini e Giolitti. Del primo gli mancava la vena popolaresca, plebea, la capacità di stabilire un immediato contatto con le folle. "Del secondo gli era estranea invece "l'abilità manipolatrice" che egli, a detta del frattello Alberto, mai avrebbe potuto avere per via della sua rigidezza e intransigenza che mal si sarebbero sposate con la pratica di governo. Si dedicò invece a ciò che meglio sapeva fare: dirigire l'attività giornalistica.
Nella redazione del Corriere "cresceva il numero dei redattori, e la redazione vibrante e silenziosa, funzionava a gran velocità e con ricerca scrupolosa della precisione. Tutto era controllato: rapidità delle dettature, esattezza delle copie e delle revisioni. Il palazzo del Corriere in via Solferino si presentava come un efficientissimo e lucido ministero. Fu così che dunque nacque dentro e fuori l'Italia il "mito" del corriere e del suo prestigioso direttore."


Concause della nascita di questo mito furono anche le particolari abitudini di quest'uomo: non faceva mai pubblicità alla sua persona, pochissimi furono gli articoli con la sua firma, ebbe pochissimi incontri con i redattori anche perchè spesso entrava da una porta secondaria di via Moscova. Agli occhi dei dipendenti del giornale era quindi una figura avvolta dal mistero, ma questo non sminuisce il ruolo importantissimo che ebbe. A quell'epoca essere alla direzione di un quotidiano come il Corriere significava piuttosto qualcosa di più che qualcosa di meno che essere a capo di una corrente politica e Albertini seppe far sentire tutto il valore di questo peso. Fu il più significativo rappresentante dell'antigiolittismo. Osteggiò il grande statista in ogni modo e gli si oppose anche attraverso il suo impegno attivo per spingere l'Italia a partecipare ad una Guerra, la prima, che egli vedeva come il giusto correttivo, come il mezzo con il quale spazzare via ogni residuo di una corrotta quanto malata pratica di governo che aveva fiaccata, a sua detta, il morale dell'intero paese.

È quindi immaginabile la delusione che lo colse quando scoprì che l'avere eliminato Giolitti non poteva significare l'avere risolto tutti i problemi del paese. Infatti dopo l'abbandono del piemontese nessun altro uomo politico fu in grado di esprimere altrettanta capacità. I governi di Boselli, Orlando, Bonomi e Facta furono semplicemente inesistenti. La politica italiana non aveva perso ancora quei caratteri di clientelismo e corruzione che aveva acquisito nell'epoca giolittiana e non avrebbe avuto modo di purificarsi se non dopo il fascismo. La delusione che Albertini provava nei confronti della politica italiana non potè che aumentare dopo le elezioni del 1919 quando la Camera risultò essere composta da una maggioranza di popolari e socialisti. A questo punto, il direttore del Corriere nemico tanto dei neri quanto dei bianchi, dei giolittiani e dei popolari si trovò in un isolamento che favorirà più tardi l'avvicinamento al fascismo. Nella costruzione di questa posizione così indipendente egli non fu però completamente solo.

La borghesia Milanese e lombarda che leggeva il Corriere fu l'unico gruppo, se così si può definire, con il quale Albertini cercò di stabilire un legame. Il quotidiano di via Solferino rappresentò i Crespi, che erano co-proprietari del giornale, i Pirelli e i De Angeli, proprietari, questi ultimi, di un vero impero industriale. È anche a questi intrecci che bisogna guardare per riuscire a capire come maturò l'atteggiamento del Corriere nei confronti del fascismo. Dopo le elezioni del 1919 che portarono il democratico Francesco Saverio Nitti alla guida del governo, Albertini condannò apertamente l'azione squadristica dei fasci di combattimento che erano nati a Milano pochi mesi prima, e che avevano già mostrato la loro natura violenta.

Proprio questo giudizio aveva impedito al direttore del Corriere di sottoscrivere una lista che avrebbe compreso anche I fascisti. Mussolini e Albertini si conoscevano da tempo. Erano stati avversari fin dal 1914, quando il futuro duce guidava l"Avanti". Dopo la Guerra ciò che li divise fu da subito il diverso atteggiamento nei confronti delle riparazioni belliche. Mussolini assunse una posizione nazionalista mentre Albertini si schierò con coloro che dispregiativamente vennero chiamati "rinunciatari".

In seguito il punto di maggiore distanza tra i due uomini coincide con il momento di maggiore vicinanza tra lo stesso Albertini e il leader socialista Filippo Turati. Tra 1919 e 1920, come in molti paesi europei, così anche in Italia la situazione di difficoltà legata alla Guerra fu causa di una forte agitazione sociale che vide protagoniste le classi operaie. Il malcontento era salito alle stelle sfociando nell'occupazione delle fabbriche, settembre 1920. La strategia di Giolitti, chiamato al governo per sostituire l'incapace Nitti, consisteva nel ridimensionare le spinte rivoluzionarie dell'operaiato accogliendone le richieste di riforma e, sembra superfluo dirlo, non piacque ad Albertini che invece agì in modo indipendente.
Il direttore del Corriere andò direttamente da Turati e gli disse. "Prendete il Governo. Vi prometto che il mio giornale vi sosterrà. Noi abbiamo bisogno di uscire da questo marasma, di sentirre qualcuno al timone, sia anche il partito socialista. Prendete il Governo."

Al di là del suo reale valore legato alla scarsa possibilità di realizzazione, il proposito di Albertini delineava una fortissima sfiducia nei confronti delle forze politiche che tradizionalmente governavano l'Italia. Poco dopo però, una volta conclusosi l'episodio dell'occupazione delle fabbriche la situazione andò normalizzandosi e i partiti borghesi ripresero quota affermando con vigore le loro liste alle elezioni del novembre '20.
Fu però una vittoria che si era macchiata della presenza nelle stesse liste del partito fascista. In preda alla disperazione alimentata dalla paura che i socialisti prendessero il potere, che non era però meno forte della paura che l'Italia potesse essere soffocata ancora una volta dalle manovre giolittiane, paura che spingeva Albertini a correre da Turati, il direttore del Corriere accettava l'ingresso della compagine fascista all'interno di una lista comune (listone - lista di unità nazionale) che avrebbe dovuto permettere la creazione di una forte coalizione pur non accettandone quei caratteri violenti che dall'autunno-inverno del '20 erano diventati i connotati del partito di Mussolini.

Albertini, sempre preoccupato del rispetto della legalità e sempre ancorato alla sua formazione liberale che gli imponeva il rifiuto di ogni violenza in politica, accettava di legittimare un movimento così irrazionale come il fascismo solo nella convinzione fatale che fosse un fenomeno incomposto ed immaturo, ricco di energie ma facilmente controllabile. Fino alla vigilia del discorso del 3 gennaio 1925 di cui si è parlato sopra, questa sarebbe stato l'assunto guida della maggior parte dei rappresentanti della classe liberale italiana che poi sarebbero stati travolti e perseguitati da Mussolini.
Albertini si sarebbe accorto, prima di quella data, del grande errore che aveva fatto appoggiando, anche se con intento strumentale, il fascismo.
All'inizio però il Corriere seguì la tendenza di giustificare le azioni delle squadre considerandole il frutto di una coscienza nazionale esasperata. Soltanto a partire dalla primavera del '21 si cominciò a mostrare un disagio che veniva dal fatto di non credere più così facile il controllo di questo movimento. In quei tempi però la paura di una conquista rossa era ancora molto forte e indirizzava le scelte tolleranti dei dirigenti della vecchia borghesia lombarda che spinti dal miraggio di intravedere anche un'anima ragionevole sotto a quella fanatica e settaria che il fascismo aveva fino ad ora mostrato, appoggiarono l'ingresso di Mussolini in una lista di coalizione.

Il Corriere supportò la lista di unità nazionale con uno slogan: "la lista non si commenta: si vota", lasciando trasparire con ciò un certo malcontento che animava anche lo stesso direttore Albertini.
Questa insoddisfazione venne fuori in tutto il suo spessore dopo lo scrutinio. Quando fu chiaro che Mussolini aveva stravinto ottenendo ben 28.240 voti contro i 18.191 del secondo eletto, il giornale di via Solferino non celò più il suo malcontento. I fascisti da parte loro capirono che Albertini non era un amico anche se la posizione del maggiore quotidiano era lungi dall'essere definita e univoca. Infatti, il giornale pur condannando le violenze squadriste si preoccupava di non mettere sullo stesso piano fascisti e socialisti e di precisare che gli ultimi era in ogni caso ritenuti più pericolosi e più minacciosi.

Si era lontani dalla totale giustificazione della violenza intesa come mezzo di restaurazione, ma non si era ancora alla condanna totale.
Nei mesi successivi e fino al giugno '22 la situazione fu di stallo. L'anno della Marcia su Roma si era aperto in sordina e solo i mesi centrali avrebbero svelato una certa tensione. A febbraio era avvenuto il cambio della guardia: Bonomi veniva sostituito da uno sbiadito Facta che avrebbe condotto l'ultimo atto dell'Italia liberale. Le violenze squadriste erano numericamente aumentate e sebbene il Corriere ne condannasse ogni manifestazione ci teneva a precisare che il pericolo di queste azioni risiedeva nel fatto che esse costringevano lo stato ad un grande sforzo di controllo che lasciava i socialisti incustoditi e liberi di agire.
Tuttavia i moniti che furono lanciati dalle colonne del Corriere furono anche più duri che in passato. Tutto ciò creava un atteggiamento abbastanza complesso che forse è meglio precisare. Il quotidiano Milanese condannava la violenza in senso assoluto ma la giustificava come strumento per pacificare l'Italia e per dare ad essa un governo forte in grado di preservarla dal pericolo socialista.

L'episodio nel quale meglio si potè vedere l'ambiguità della linea del Corriere fu l'occupazione di Palazzo Marino avvenuta il 3 agosto 1922 ad opera delle forze fasciste. Il commento a quell'episodio segna la maggiore caduta di stile del quotidiano di via Solferino che non potè condannare un'azione portata ai danni di una giunta socialista, Caldara-Filippetti, da sempre osteggiata dalla borghesia Milanese e dal Corriere. Quindi ogni responsabilità venne attribuita ai socialisti, mentre ci si preparava a sostenere ancora più vivamente il partito di Mussolini, che proprio in quei mesi del '22 acquista anche presso l'opinione pubblica un grande credito. La vecchia classe liberale si era ormai convinta della giustezza di un governo capeggiato da Mussolini e ne chiedeva a gran voce la realizzazione. Lo stesso Albertini fece un'esplicita richiesta in tale senso in un famoso discorso pronunciato alla Camera.

Tutti coloro che sostennero una tale azione agivano nella convinzione che una volta legalizzato il partito fascista non avrebbe avuto più motivo di usare i metodi violenti e avrebbe invece applicato la sua forza e la sua energia all'amministrazione dello stato. Questa convinzione non abbandonò via Solferino neanche nelle ore precedenti la Marcia su Roma.
La redazione non capì che Mussolini stava pensando ad un colpo di mano in grande stile che niente avrebbe conservato della precedente organizzazione statale. Del resto non si volle dare neppure ascolto alle dicerie che trapelavano in certi ambienti e che avvertivano dell'imminente azione fascista. Il 29 ottobre i fascisti impedirono l'uscita del quotidiano Milanese che di fronte alla patente violazione della legalità preferì tenere un atteggiamento di attesa che lasciava, però ancora un piccolo spazio alle speranze di normalizzazione che continuarono ad animare Albertini. In definitiva il Corriere si comportò adesso così come si era comportato durante i mesi successivi alla fondazione del movimento. L'ostilità verso Mussolini e i gerarchi fascisti coesisteva con la critica ai loro metodi ma anche con la speranza di utilizzare ciò che di buono sembrava esserci in questo partito.

Una posizione più definita, meno ambigua avrebbe dovuto attendere l'emanazione del minaccioso decreto legge del 17 luglio '23, di cui si è parlato sopra. Quel giorno Albertini protestò pubblicamente contro le nuove disposizioni sulla stampa annunciando che il suo giornale si sarebbe astenuto da qualsiasi commento "piuttosto che dipendere dall'incognita di controlli paralizzanti e sottostare all'ansia e al tormento di minacce umilianti e incostituzionali."
In questo modo il Corriere usciva in parte dalla scena e riusciva a frenare un'aperta polemica coi fascisti che da mesi era diventata insostenibile e aveva raggiunto livelli di forte pericolosità. Fino al luglio '24 il giornale di Albertini evitò qualsiasi commento e riaprì le sue colonne alla politica interna solo all'indomani dell'assassinio Matteotti.

Le prime reazioni furono di sgomento e di angoscia. Il Corriere chiese apertamente la fine del regime mentre come era per tradizione continuava a sperare in una normalizzazione tanto improbabile quanto improvvisa. Questa doppiezza lasciò il posto ad un atteggiamento di chiara contrarietà e di vivo disappunto solo nell'autunno del '24. In quei mesi Albertini rivisitò tutte le sue convinzioni politiche ripudiando alcuni dei suoi atteggiamenti maggiormente antiproletari e più conservatori. Stabilì rapporti sempre più stretti con i leader di democrazia liberale e di democrazia socialista, soprattutto Turati e Amendola.

Sebbene si possa veramente parlare di un avvicinamento di Albertini al socialismo non bisogna dimenticare che esso comportò solo la caduta di alcuni e di non di tutti i pregiudizi che il direttore del Corriere aveva nei confronti della classe operaia. Comunque a parte ciò dopo l'assassinio del leader socialista, Albertini cominciò a definire in modo più univoco il suo atteggiamento nei confronti del fascismo. La posizione complessa che era stata assunta negli anni passati adesso lasciava il posto alla condanna aperta. (che però presto pagherà cara)
Il 31 dicembre 1924, tutti I quotidiani all'opposizione furono posti sotto sequestro, compreso (!) il Corriere. Mancavano pochi giorni al discorso (del 3 gennaio 1925) di Mussolini e sicuramente il sequestro intendeva preparare l'atmosfera. In quegli ultimi giorni di dicembre il Corriere scelse il silenzio (un rumoroso silenzio) come propria linea di condotta. Era un modo estremo di esprimere la propria linea di opposizione. Se non ci si poteva esprimere chiaramente allora tanto valeva fare silenzio. Dopo continui pretestuosi sequestri e ripetute azioni di diffida da parte dei prefetti locali, la proprietà del Corriere che era in buona parte della famiglia Crespi chiese (sic!) ai fratelli Albertini di lasciare la società e la direzione del quotidiano. Era l'epilogo.

Il 28 novembre Luigi Albertini lasciava, insieme al fratello Alberto, il quotidiano che dirigeva dal 1900 e che aveva reso grande. Nell'articolo di commiato si legge:
"il momento per me è troppo solenne perchè sia tentato di turbarlo con note polemiche. Voglio cioè abbandonare queste colonne elevandomi sopra le vicende che me le sottraggono. Voglio dire che non ho mai odiato alcuno, ma ho sentito, ho amato intensamente la mia fede, e l'ho servita a costo di ogni maggior dolore. Quanti giorni d'impopolarità ho conosciuto! Infine quest'ultima battaglia, combattuta in nome delle stesse idealità, degli stessi principi liberali a cui ho sempre ispirato la mia azione così nella politica interna, come nella politica estera e nell'economica, convinto come sono che tutte le libertà sono solidali fra loro.
Essa mi costa oggi il maggior sacrificio, quello del "Corriere", a cui avevo consacrato intera la mia esistenza, che in venticinque anni, assieme a mio fratello e a tanti eminenti collaboratori - ai quali va un pensiero di gratitudine infinita, come va al personale tutto di redazione, di amministrazione e di tipografia - avevo portato a non commune altezza . A tale immenso sacrificio vado incontro col cuore gonfio d'amarezza, ma a testa alta. Perdo un bene che mi era supremamente caro, ma serbo intatto un patrimonio spirituale che mi é ancora più caro, e salvo la mia dignità e la mia coscienza."


Forse senza bisogno di ulteriore commento, queste righe esprimono da sole tutta la profonda partecipazione di un uomo che visse profondamente il suo complesso rapporto con l'Italia che transitava dall' epoca liberale alla dittatura mussoliniana.
ILARIA TREMOLADA

BIBLIOGRAFIA
* Corriere della sera (1919-1943) di Piero Melograni, Cappelli editore
* Storia di cento anno di vita italiana visti attraverso il Corriere della sera, di Denis Mack Smith, Rizzoli, Milano, 1978
* Storia del giornalismo italiano, di Paolo Murialdi, Il Mulino, Bologna, 1996
* La stampa italiana nell'età fascista, di N. Tranfaglia, P. Murialdi, M. Legnani, Laterza, Bari, 1980
* Storia dell'Italia moderna, il fascismo e le sue guerre, di Giorgio Candeloro, Feltrinelli, Milano, 1998
* L'organizzazione dello stato totalitario, di Alberto Aquarone, Einaudi, Torino, 1995

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direttore di http://www.storiain.net

(vedi la "Storia del Corriere della Sera" dalla nascita, fino a Paolo Mieli > > )

Le Bon "Le Bon "Psicologie delle folle" > >

Mussolini: "La mia nazione operante" - "i miei 2000 fervidi assertori"

 

MA POI... SERVI' QUESTO "STATO FORTE" ?

Non per giustificare, ma per cercare di capire i fatti.
Come in tutte le società, arriva il momento in cui la gente non ne può più e di colpo si ribella. Tutta l'impalcatura dello "Stato Forte" che in un ventennio si era costruito con il pesante apparato corporativo, antisindacale, puntellato con la Miliza, col Tribunale Speciale, con la censura della stampa, e con i (falsi) "2000 fervidi assertori del fascismo" (vedi) della "Nazione Operante", il 25 luglio bastò un titolo sul giornale e tutto crollava fragorosamente.
Fu un giorno in cui milioni di Italiani poterono intendere per diretta esperienza che la forza interiore di uno Stato non si misura con gli articoli di leggi liberticide, nè con l'imponenza di un apparato repressivo, nè con gli 8 milioni di baionette, nè con la milizia dei 150.000 di "provata fede", bensì e solo con il consenso attivo del popolo.

Quando venne il 25 luglio - vale la pena di ricordare - in difesa di Mussolini non si levò un solo uomo. Poche ore dopo il proclama di Badoglio, il regime fu messo fuori legge e nessuno reagì, anzi molti gerarchi si misero subito a disposizione di Badoglio e del Re.
Mussolini agli arresti, volle informarsi che cosa era accaduto nelle strade e nelle piazze del Paese dopo il suo arresto. L'interlocutore imbarazzato gli rispose "Nulla!". E Lui "ma... ma e quelli della mia Milizia?" (
i 150.000 di provata fede, la divisione M. I Moschettieri del Duce. accampati allo stadio Mussolini, pronti a menar le mani se Pollastrini, il capo dello squadrismo romano rompeva gli indugi con un cenno, non si mossero, anzi Pollastrini si sentì minacciato, e preferì consegnarsi alla polizia, farsi mettere in cella, per sfuggire ad un eventuale linciaggio o all'ira di alcuni gruppetti che giravano in città intenzionati a fare i "giustizieri".). L'interlocutore ancora di più imbarazzato gli rispose: "Sì anche quelli, se la sono squagliata e tutti i loro capi stanno mandando i telegrammi al Re e a Badoglio".

Badoglio nel riceverli ne approfittò subito. Sul Messaggero del 27 luglio comparve un trafiletto:

Anche Scorza (il vecchio squadrista asceso qualche mese prima quasi d'improvviso alla segreteria del Partito) temendo di essere arrestato, chiede di essere lasciato in libertà per poter fare opera di pacificazione dentro i fascisti, temendo rivolte di piazza degli ex squadristi. (Ingenua la sua convinzione che il partito e le organizzazioni fasciste avrebbero avuto la capacità di difendere il regime).
Scorza in poche ore (mentre in tutta Italia si gridava in ogni angolo
"E' caduto il Duce", "Hanno liquidato Mussolini!" e si abbattevano i busti del Duce e i suoi ritratti volavano da migliaia di finestre) si rende conto che non c è niente da pacificare perchè pare che non ci siano più fascisti in italia. Nessuna reazione. E così anche lui si adegua e si mette a disposizione del nuovo governo.
E i Prefetti tutti nominati dal fascismo e di "provata fede"? Diedere un superlavoro alle Poste e Telegrafi. Partirono da ogni parte d'Italia una montagna di telegrammi con più o meno sempre lo stesso contenuto: "Mi metto a disposizione del Capo del Governo Badoglio e riconfermo la mia assoluta fedeltà al Re".
Ma la cosa più sconvolgente è che cominciò la caccia al fascista, invitando tutti alla delazione (definito un "provvedimento di alta moralità").

Mussolini che era stato un buon giornalista oltre che direttore di un giornale, sapeva quanto è importante la stampa. In una intervista a un giornale inglese che gli chiedeva quanto fosse lui potente in Italia, la sua risposta fu premonitrice: "Io potente? Basta un titolo su un giornale e ti ritrovi nella polvere".
Andò anche peggio. Finì appeso con un gancio da macellaio in un distributore di benzina. E tutti coloro che lì a Milano pochi giorni prima lo avevano acclamato, erano lì a Piazzale Loreto a battere le mani.

La sua colpa? Fin dal '38-'39 di antifascisti in Italia ne erano rimasti molto pochi. Fascista era tutta l'Italia e soprattutto quelli che contavano (un Re, 6 Principi, 45 conti, 4 Duchi, 15 Marchesi, 18 nobili, 182 illustri professori, 182 famosi avvocati, 65 militari dell'alta gerarchia, 24 ministri e sottosegretari, 280 Commendatori e Cavalieri del Regno, 26 famosi giornalisti, 100 Senatori, 242 Deputati, 78 Medaglie d'Oro, i 64 federali provinciali, i 55 podestà e i 253 più importanti industriali d'Italia. (Qui tutti i nomi, le foto e la loro biografia)

Quindi la colpa grave di Mussolini non era quella di aver creato il fascismo ma quella di aver trascinato gli italiani in un sanguinoso conflitto. Una guerra che però tutti gli italiani volevano, fascisti e non fascisti. ( "L'Italia contribuirà con tutte le sue forze"! 
ed era il Corriere a scriverlo! Mentre Appelius una penna molto seguita scriveva "Ma perché mai allora ci siamo alleati a Hitler? chi aspira spara, e chi non spara, spira".

Erano tutti quelli citati sopra, gli stessi italiani che (con un Mussolini indeciso e non "belligerante") per un anno intero avevano sollecitato il Duce di entrare in guerra a fianco dell'alleato, e questo quando Hitler non aveva ancora scatenato il 10 maggio la sua guerra vittoriosa in Francia.

Nel giugno del '40, Mussolini con l'Italia circondata da tre lati dalle armate tedesche che cosa poteva altro fare? In Europa l'Italia era ormai SOLA! La Francia non esisteva più, l'Inghilterra si era barricata in casa, la Russia era alleata di Hitler. (fu quest'ultima una bella botta. Mussolini dovette ingoiare il rospo ("ma come! ho lottato una vita intera a combattere contro i comunisti e ora quello lì si allea proprio con i bolscevichi?"! che figuraccia in Italia, perfino imbarazzante, con i comunisti (come in Francia) a gioire.
In conclusione Mussolini temeva che schierandosi contro Hitler, l'esercito tedesco, conclusa la campagna vittoriosa sul suolo francese avrebbe attaccato l'Italia non solo da nord, cioé dal Passo del Brennero, da Passo Resia e da Tarvisio, ma era ovvio, ora anche da ovest, cioè dalla Francia, dove le armate giunte a Parigi non avevano altro da fare, se non andare a punire chi incautamente si era alleato con i nemici di Hitler. Mussolini l'avrebbe pagata cara, E da Hitler questo c'era proprio da aspettarselo.

Dopo il blitz alla Francia e la batosta data agli inglesi, Mussolini (e in Italia non solo lui) non ha più dubbi: Hitler ha spazzato via in 20 giorni quello che era considerato il più potente esercito del mondo, e  ha ricacciato oltre La Manica gli Inglesi, quelli che dovevano aiutarla. Hitler a giugno era ormai alle porte di Parigi, vista l' imminente capitolazione della Francia, quindi non si poteva più restare a guardare.

Tutti gli italiani in un baleno si trasformarono in interventisti. La sensazione diffusa in quei giorni in Italia, anche nei più scettici, era che la Germania "era ormai invincibile". Qualcuno accende un cero alla madonna (anche negli ambienti cattolici) nel ricordare che "l'Italia per fortuna é alleata di Hitler, altrimenti chissà come finiva anche per noi". Gli industriali che nei 284 giorni di non belligeranza si erano mantenuti tiepidi (stavano facendo del resto ottimi affari con le esportazioni e la borsa) dissero che era un errore perdere l'occasione di vincere la guerra accanto all'alleato tedesco. Bisognava subito "correre in aiuto ai vincitori" prima che diventasse troppo tardi.
"Ma perché mai allora ci siamo alleati a Hitler? chi aspira spara, e chi non spara, spira" Scriveva una penna molto seguita: Appelius.

Quelli sopra rispecchiano solo il tenore dei moderati, ma gli altri, i bellicisti, usavano toni molto più duri. I pacifisti, i neutralisti, gli inerti, erano senza mezzi termini bollati  "grandi idioti", dei "coglioni", dei "vili".
In conclusione, prima che Mussolini parli al balcone, l'italiano è già risucchiato a tal punto che cavalca tutte le irrazionalità.

Perfino il Re che fino a marzo  era antitedesco  e stava nel '39 perfino tramando un congiura per destituire Mussolini (pur essendo perplesso - ma questo lo dirà dopo! vedi "La congiura delle barbette" >) alla domanda di molti militari che si consultavano con lui, aveva una sola frase che girava negli ambienti come un ordine scritto "gli assenti hanno sempre torto".
E sarà lui, il Re, a firmare la dichiarazione di guerra. Mussolini - ricordiamolo - non ne aveva il potere.

10 Giugno 1940 - Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia toglie gli indugi; annuncia al popolo italiano che l'Italia ha dichiarato guerra alla Francia e alla Gran Bretagna, schierandosi a fianco di Hitler. Il "caporale" tedesco è quasi infastidito dalla notizia, perchè ha già annientato l'esercito francese, è quasi alle porte di Parigi e non ha nessuna intenzione di spartire il bottino con l'"indeciso" "esitante" e "debole" amico che vuole solo ora montare sul carro del vincitore.

In Italia tutta la stampa è piena di panegirici per Hitler. Di ammirazione per le "formidabili armate che marciano vittoriose in Francia".
E la Francia non era un Paese qualsiasi, un Andorra o un San Marino, ma era la Francia! Un'invasione della Francia e una sua capitolazione così in fretta non accadeva nemmeno al tempo dei Romani quando i Galli avevano come arma solo i bastoni!

Cosa strana (ma non molto, viste le sue mire) si schiera (fino a pochi giorni prima antitedesco) anche Ciano in questo inizio della guerra, e sarà ancora lui (per prendersi un po' di gloria) a sostenere e a volere (lui l'ideatore, e all'insaputa di Hitler) l'attacco all'Albania e alla Grecia.

In conclusione Mussolini teme che schierandosi contro Hitler, l'esercito tedesco, conclusa la campagna vittoriosa sul suolo francese avrebbe attaccato l'Italia non solo da nord, cioé dal Brennero, da Resia e da Tarvisio, ma ovviamente anche da ovest, cioè dalla Francia. Da Hitler questo c'era da aspettarselo. (del resto una inquietante affermazione proveniva da Praga, dove il nuovo sindaco tedesco parlando a una conferenza affermò che "nello spazio vitale della Germania figura l'intera pianura padana". Per non far nascere un incidente diplomatico, qualcuno disse che era ubriaco, ma intanto lo aveva detto.
Che questi timori fossero più che fondati, vi è un'altra testimonianza: a Dresda al termine di un banchetto ufficiale, presente il console italiano, un alto ufficiale affermò "La Germania, più ancora
dei nemici, deve temere gli amici che la tradiscono"; e il riferimento era molto chiaro, visto che gli amici fino a quel momento erano solo gli italiani (ricordando il 1914)

Inoltre se Mussolini non avesse pronunciato la parola "guerra" il 10 giugno, gli italiani non gli avrebbero certo perdonato di aver trascurato questa occasione, con Hitler già alle porte di Parigi.
Non è proprio da escludere che gli "acciaisti" Mussolini lo avrebbero destituito e preso il suo posto. E forse (se si fosse malaguratamente schierato con la Francia) lo avrebbero catturato e consegnato al cinico Hitler, che come minimo avrebbe fatto fucilare l'"amico" come traditore.

E la Stampa? Non un giornale, neppure clandestino il 10 giugno scrive di non intervenire. L'antifascismo da qualche anno é sporadico, né da segni di ripresa. Gli operai tutti (compresi le residue frange comuniste socialiste - abbiamo visto già in Francia cos'e' successo) anche se non proprio favorevoli alla guerra risentivano dell'atmosfera ("Hitler non si era alleato con i Russi? E allora???!!!") , anzi (gli operai) si illudevano di trarne benefici, di non doverla neppure combattere perché convinti che loro sarebbero rimasti a casa,  perchè addetti alla produzione. Inoltre tutti dicevano "al massimo quattro settimane e finisce tutto, e di sicuro non richiamano noi. Quelli che ci sono sotto le armi bastano e avanzano".
Ne' si levò nessuna voce di dissenso dalla parte degli intellettuali (quelli che detestavano il fascismo e quelli che lo lodavano esaltandolo, anche perchè lo usavano entrambi per vivacchiarci), avevano solo vaghe preoccupazioni.
PREZZOLINI che criticava l'ambiguo disimpegno degli italiani, affermava che "hanno il male intellettualistico", "che li porta a discutere su tutto ma non assumersi mai rischi e responsabilità e, in definitiva a non agire". Non di meno BERTO che di certo non era un "mistico" del fascismo "se non si volevano il fascismo e la guerra, bisognava pensarci prima. Ora ne siamo tutti più o meno responsabili, e starsene inerti a guardare gli avvenimenti è la cosa piu' vile che si possa fare".
MONTANELLI era già al Corriere, e stranamente proprio il Corriere sottotitolava l'11 giugno: "L'Italia contribuirà con tutte le sue forze"! 
Montanelli (che non era un semplice soldato ma un ufficiale) molti anni dopo invece scriverà:
"I più fecero come chi scrive, cioè nulla. Ci lasciammo portare dagli avvenimenti quasi dissolvendoci in essi, e senza contribuirvi nè in un senso nè nell'altro. Quelli di noi che vennero richiamati alle armi, cioè quasi tutti, non furono soldati traditori, ma nemmeno buoni soldati". "
L'Italia dell'Asse, 1a ediz. Rizzoli, 1981, pag 446). Poveri soldati, se gli ufficiali scrivevano queste cose, cosa allora ci si poteva aspettare da loro!

Realisticamente Mussolini pensò che se avesse fatto un patto con la Francia, fin dalle prime battute, sarebbe rimasto SOLO, come era rimasta sola la Polonia, capitolata in venti giorni (e non sbagliava nel dire SOLO!)
Dalla Maginot le 70 armate francesi non si sarebbero mai e poi mai mosse in suo soccorso, mentre le altre 15 francesi sulle Alpi unendosi agli italiani del tutto impreparati alle guerre-blitz, non avrebbero potuto di certo contenere in quel piccolissimo corridoio del Passo Brennero o a Tarvisio, le forze tedesche già tutte disimpegnate in Polonia; cioè 1.200.000 uomini, 18 corpi d'armata, 75 divisioni di fanteria, 3 da montagna, 5 leggere motorizzate, 5 corazzate, 4800 aerei ; già  tutte ammassate in Austria, a un ora di macchina da Passo Resia o dal Brennero e dove al di quà c'era tutto il Sud Tirolo mobilitato e in attesa dei "fratelli liberatori".

Dopo l'accogliente Alto Adige, per l'invasione della pianura padana, c'era solo il trascurabile ostacolo di Trento e Verona. Ma non eravamo più nel 1918, alla guerra sulle montagne, c'erano oltre il Brennero, 1670 bombardieri e 1313 caccia disponibili  a soli 60 minuti di volo, che avrebbero spazzato via in poche ore ogni resistenza e se era necessario raso al suolo anche le due città.
Se fu travolta la Francia in una settimana, pur ostentando grande potenza e sicurezza (siamo realisti) non vediamo proprio quale aiuto potevano dare i francesi all'Italia visto che non saranno capaci nemmeno in casa propria di impedire quell'invasione che si prese perfino beffa della stessa "invalicabile" Maginot.
Contare sull'Inghilterra? peggio ancora. Per difendere la Polonia gli inglesi  sacrificarono un solo uomo, poi lasciarono al proprio destino quel Paese. La loro guerra in appoggio alla Francia? durò 5 giorni. 338.226 inglesi sbarcarono in Francia il 20 maggio per aiutare (!?)  i francesi, poi inspiegabilmente intrappolati a Dunkerque se ne ritornarono sull'isola.

 

Quindi nel ricercare le motivazioni al consenso quasi unanime di questa oscillazione psicologica (e fra poco - a fine anno- ne vedremo subito delle altre in negativo) c'era il desiderio di una rivalutazione sociale di una intera nazione. Basta leggere i giornali dell'epoca, ogni settore, ma proprio tutti indistintamente, erano favorevoli all'intervento. E i pochi o i tanti (se c'erano) contrari non scrivevano di certo sui giornali - salvo quelli clandestini che nessuno leggeva - e che quindi non potevano influenzare un bel niente. Mentre chi li possedeva i giornali - o era dentro la numerosa schiera di pennivendoli - non solo incitava ma disprezzava chi solo osava pensare il contrario (e per essere contrari bisognava proprio aver fegato!).

Sappiamo come finì la drammatica avventura. Male!

Ma la stampa, e con essa i neo-partiti, finito un periodo ne iniziarono subito un altro. Libera stampa, liberi partiti? ma nemmeno per sogno.

Alla caduta del regime, il popolo fu restituito alla liberta? Alla democrazia?

Pura illusione....
il giorno dopo, la costituzione di qualsiasi partito politico è proibita !!


E' cambiato il guidatore, ma il "carrozzone" è sempre quello.
A salirci sopra furono pochi?
No, TUTTI.

E i tanto odiati comunisti? Partecipano attivamente alla compagine governativa e Togliatti nelle vesti di ministro della Giustizia si adopera strenuamente per disinnescare la polveriera della sovversione partigiana, capeggiata da quei gruppi che non avevano riconsegnato le armi pronti a intervenire per evitare l'avvento di una nuova dittatura.
E' proprio Togliatti, proprio lui, a concedere l'amnistia ai fascisti, a reinsediare nel loro ruolo tutti i magistrati che avevano collaborato con il fascismo e con la repubblica di Salò, ad abrogare le pene detentive per centinaia di anni ai partigiani rei di aver messo troppo zelo (!) nella caccia ai fascisti, ed è ancora lui a riconfermare i
rapporti con la Chiesa regolati dai Patti Lateranensi del '29, attraverso l'articolo 7 della Nuova Costituzione della Repubblica Italiana.

E il Popolo? Vale quanto disse lo stesso Mussolini nel famoso discorso dell'Ascensione, pronunciato nel Parlamento il 28 maggio 1927. ( - VI, 76):
"Se il popolo è organizzato, il popolo è uno Stato, altrimenti è una popolazione che sarà sempre alla mercè del primo gruppo di avventurieri interni o di qualsiasi orda di invasori che venga dall'estero".
Anche qui fu profetico: prima accogliemmo i tedeschi, poi gli americani, inglesi, ecc.

 

Concludiamo ritornando alla Stampa. Anche qui M. disse qualcosa di valido, che sembrò allora un'utopia.
"Occorre che la stampa sia vigile, pronta, modernamente attrezzata; con uomini che sappiano polemizzare con gli avversari, con uomini, soprattutto, che siano mossi, non da obbiettivi materiali, ma da fini ideali". (M. - 10 ottobre 1928 - VI, 255).

Utopia - guardando il panorama italiano di certa informazione - lo è anche oggi - anni 2000.

Il bello è, che ogni Legge di un Nuovo Governo afferma di difendere la "libertà" e la "libera espressione".


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