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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1925 (01)

GENNAIO 1925 (un gennaio "caldo" per Mussolini)



IL "CLIMA" PRIMA DEL DISCORSO DEL 3 GENNAIO - IL DISCORSO -
LETTERA AI PREFETTI


GENNAIO 1 - In un clima di preoccupazioni Pio XI apre l'Anno Santo. Ma preoccupate sono anche le autorità italiane desiderose di mostrare ai pellegrini che sarebbero arrivati da ogni parte del mondo, che l'Italia è un Paese bene ordinato, con il fascismo e Mussolini al potere in grado di governare senza difficoltà, nonostante la "tempesta" che era in corso. Tuttavia le autorità ecclesiastiche erano decise a non contribuire a creare imbarazzi. Don Sturzo era partito per l'esilio; il Papa non aveva voluto ricevere la vedova di Giacomo Matteotti ("
per non prestarsi a una manovra che molto probabilmente suggerita dal partito socialista, che mira ad opporre il Santo Padre al Fascismo"); ma soprattutto perchè da qualche tempo sono iniziate trattative segrete per una Conciliazione Stato-Chiesa. La Chiesa evita di assumere posizioni polemiche nei confronti del Fascismo nel momento più acuto della crisi (delitto Matteottti, forze democratiche che rifiutano di sedere ai banchi di Montecitorio ecc.) e a sua volta Mussolini fa capire a oltre Tevere di apprezzare tanta prudenza e benevolenza.
Un passo in tal senso lo aveva fatto pochi mesi prima a Vicenza; quando il 23 settembre, nell'inaugurare un monumento nella città berica, entrò in chiesa accanto al vescovo e con lui rimase in raccoglimento in ginocchio davanti all'altare della Madonna. L"
Eretico" della "Lima" sapeva di aver stupito i suoi seguaci con un atto che per lui era fuori del comune. Con ancora accanto il vescovo, si affrettò subito a fornire una spiegazione sbalordendo i presenti: "Bisogna rispettare leggi e tradizioni. Se poco fa mi sono accostato e inginocchiato dinanzi all'altare, non l'ho fatto per endere omaggio superficiale alle religione dello Stato. L'ho fatto per intimo convincimento, perchè penso che un popolo non può diventare grande e potente, conscio dei propri destini, se non si accosta alla religione e non la considera come elemento essenziale".
Più che una "conversione", per Mussolini quella "genuflessione" costituiva un elemento importante per iniziare delle trattative per poi giungere quanto prima al successo di quegli accordi che prenderanno il nome di "Patti Lateranensi". Infatti, una delle prime decisioni seguite al fatidico discorso del giorno 3, fu la nomina di una commissione per la riforma della legislazione ecclesiastica italiana.

GENNAIO 1 - Nel clima di attesa per il discorso di Mussolini alla Camera, in tutta Italia sono sequestrati i principali giornali d’opposizione e perquisite le abitazioni di numerosi uomini politici.
Scrive De Felice, "Il 31 dicembre tutti i piani di Mussolini sembrarono non solo sconvolti, ma sul punto di naufragare nel modo piú clamoroso: nel giro di poche ore l'iniziativa politica e la stessa direzione del fascismo sembrarono sul punto di sfuggirgli dalle mano e di essere assunte dal fascismo intransigente.
Ma a questo punto è necessario fare un passo indietro nella nostra narrazione.
I vecchi squadristi - lo abbiamo già accennato - avevano in molto casi reagito alla crisi aperta dal delitto Matteotti con un senso di mal repressa esasperazione e avevano seguito le prime fasi della politica di Mussolini per fronteggiarla con un preoccupato malcontento. La « costituzionalizzazione » della Milizia, la nomina a ministro dell'Interno del nazionalista Federzoni, gli inviti alla calma e al rispetto della legge, l'arresto e il deferimento all'autorità giudiziaria di alcuno fascisti che si erano macchiati di gravi reati erano stato in genere interpretati da esso come altrettante prove di debolezza. Le relazioni mensili sulla situazione politica del comando generale della MVSN contengono numeroso accenni in questo senso. In quella del 10 luglio si leggono notazioni come queste:
"La situazione politica [nel Lazio] nei riguardi del PNF ha indubbiamente subito una considerevole scossa. I partiti avversi imbaldanziti hanno assunto atteggiamenti provocanti al massimo grado. Il contegno passivo dei fascisti, ossequienti agli ordini ricevuti, ha diffuso nei sovversivi la convinzione della loro impotenza. La situazione è grave in quanto i migliori nostri elementi potrebbero dimenticare la disciplina accettata e scattare... In parecchie località [della Basilicata e delle Puglie] i Segretari politici dei fasci vorrebbero che la Milizia ubbidisse ai loro ordini. Essi ritengono che le risposte negative al riguardo siano dovute ad ostruzionismo mentre si dovrebbero valutare con maggiore comprensione i compiti affidati ai due organismi".

Questa situazione si era particolarmente aggravata a metà settembre, in seguito alla uccisione di Casalini. In parecchie località (Veneto, Emilia, Toscana, Lazio soprattutto) una delle conseguenze piú significative era stata la ricostituzione delle vecchie squadre. Contro di esse il 6 ottobre era intervenuto Federzoní con due telegrammi ai prefetti, nei quali veniva ordinato lo « scioglimento immediato di qualsiasi formazione squadristica di qualsiasi specie » e veniva comunicato, riservatamente, che in questo senso si erano pronunciate anche le supreme gerarchie fasciste. Questi provvedimenti avevano però, piú che placato, esasperato i vecchi fascisti (
Chi pecora si fa... avrebbe intitolato l'8 novembre un proprio articolo « Battaglie fasciste ») e dato consistenza al loro malcontento. Tra l'altro questo aveva preso a personalizzarsi e a prendere di mira alcuni ministri fascisti ritenuti troppo liberali (in dicembre « L'impero » sarebbe arrivato a parlare di De Stefani e di Oviglio come « ministri liberali truccati da fascisti »), in particolare Oviglio e Federzoni. Il discorso legalitario del primo al congresso forense di Torino (16 settembre) aveva già suscitato qualche perplessità; il suo atteggiamento nel « caso Regazzi » (un piccolo ras locale accusato di gravi reati) tramutò queste perplessità in vera e propria avversione e questa finì per trovare ufficialmente espressione anche su alcuni giornali piú estremisti. Più complessa e politicamente significativa era stata l'avversione contro Federzoni, destinata tra l'altro a continuare e a svilupparsi anche dopo il 3 gennaio. Per gli estremisti il ministro dell'Interno non solo era troppo liberale, ma era anche e soprattutto un uomo infido, che lavorava per scalzare Mussolini e raccogliere l'eredità del potere. Già il 17 settembre, uno dei capi del fascismo toscano, T. Tamburini, non aveva fatto mistero con M. Bianchi di questa sua convinzione.
"Se il Duce - gli aveva scritto - vuole essere ancora quello che è stato fino al delitto Matteotti dovrà ben mandare a carte 48 qualche lavativo della collaborazione e riprendere i vecchi fascisti. Noi vogliamo a tutti i costi che il Ministero dell'Interno sia nelle mani di un fascista e non di uno che mina il terreno al Duce".
Nel
Diario di Salandra (dopo il resoconto fattoglia da Sarocchi e da Casati della riunione del Consiglio dei ministri del 30 dicembre si legge: "Casati è risoluto. Si sente in lui il disgusto per il contegno di Mussolini nel Consiglio di oggi. Ha finito pregandomi di dargli presto il modo di uscire di pena. Casati ha riconosciuta l'angustia di mente dei costituzionali milanesi che non vedono oltre il Municipio di Milano e taluni interessi industriali. Ho fatto notare a Sarrocchi che la rovina della Destra sarà completa se legherà tuttora la sua sorte a quella di Mussolini, la cui bancarotta è inevitabile»."
( Renzo De Felice, "Mussolini il fascista, 1 vol, pag. 704-5).

Altri numerosi gruppi facevano capo all'"Impero", giornale che fin da novembre si era posto sul terreno dell'esaltazione dell'estremismo. Poi c'era "Il Piccolo", che il 27-28 dicembre riporta la notizia che Michelino Bianchi va dicendo nei corridoi di Montecitorio che "il Duce ha tradito tutti". Oltre a Farinacci che era il primo nel cartello degli estremisti (con l'articolo su "Cremona Nuova" del 24 dicembre "Il fascismo non può perdersi in discussioni elettorali"). Fanno tutti a gara a dare un "alto là" a Mussolini. Un vero e proprio ammonimento fu quello di C. Suckert, con l'articolo "Il fascismo contro Mussolini", precisando che il suo mandato politico veniva solo dalle "province fasciste", e perciò egli doveva fare la politica che queste si attendevano da lui; e lanciò il motto fascista "o con noi o contro di noi". Vale la pena di riportare l'intero articolo:

"Il punto di vista della gran massa dei fascisti delle Provincie è questo, da qualche tempo: non è l'on. Mussolini che ha portato i fascisti alla... Presidenza del Consiglio, ma sono i fascisti che hanno portato lui al potere. L'on. Mussolini, piú che ricevere l'incarico dalla Corona, ha avuto il mandato dalle Province fasciste. Mandato rivoluzionario. Tanto l'on. Mussolini, quanto il piú umile fascista, sono egualmente figli e servi della stessa rivoluzione. Di qui il dovere assoluto dell'on. Mussolini di attuare la volontà rivoluzionaria del popolo. I fascisti delle Province non ammettono deviazioni a questo assoluto dovere: o l'on. Mussolini attua la loro volontà rivoluzionaria, o rassegna, sia pure momentaneamente, il mandato rivoluzionario affidatogli.
Non è consentito sottrarsi alla logica di certi dilemmi. Anche se, come in tal caso, il dilemma è piú cornuto dei soliti. Sarebbe tragico e ridicolo che l'on. Mussolini, dopo aver accettato in proprio la tremenda responsabilità di compiere una rivoluzione, di risolvere il secolare problema rivoluzionario italiano, si prendesse l'arbitrio di capovolgere a danno dei suoi la situazione politica determinata dalla prima fase insurrezionale, fase vittoriosa, di attuare una politica antirivoluzionaria e di preparare la strada al ritorno e alla vendetta dei vecchi uomini e dei vecchi partiti, nemici giurati e implacabili del fascismo.
Di fronte alla politica di vendetta partigiana che il Governo si è assunto il compito ingrato di attuare per conto e a beneficio degli avversari del Fascismo, le Provínce fasciste non vogliono intender ragioni: o con noi o contro di noi. È chiaro che se le vendette partigiane degli antifascisti dovessero seguitare a sfogarsi col consenso e con l'aiuto del Governo, la gran massa dei fascisti non tarderebbe a orientarsi in modo diverso, in un supremo tentativo di risolvere finalmente quel problema rivoluzionario italiano che essa ha coscienza di aver assunto in proprio in piena legittimità.
Poiché, o il movimento fascista non è una rivoluzione, e allora è tempo di finirla con la retorica giacobina ed è giusto che a poco a poco, salvo alcune posizioni personali di privilegio, tutto ritorni ad essere quel che era prima dell'ottobre 1922; oppure il Fascismo è una rivoluzione in atto, e allora è indispensabile che la rivoluzione sia compiuta sino in fondo, senza riguardi per nessuno, neppure per chi, fascista o antifascista che sia, si credesse in diritto di farla finire in galera". E concludeva con questo ammonimento: «o tutti in galera, o nessuno ».

Insomma, Mussolini non credesse di potersi salvare sacrificando i fascisti; questi non avrebbero fatto da capri espiatori.


Il 31 dicembre , lo stesso Suckert tornava alla carica con l'articolo:
"Tutti debbono obbedire, anche Mussolini, al monito del fascismo integrale" enunciando i « nove punti » del fascismo integrale:
1 ) Continuare in rivoluzione, con la creazione di nuovi istituti, l'insurrezione vittoriosa dell'ottobre 1922;
2) La responsabilità degli atti di Partito, e di questi soltanto, deve essere assunta non solamente dagli squadristi delle province, uniche vittime della normalizzazione, ma da tutto il Partito in solido, capi e gregari, poiché il concetto di gerarchia del comando e dell'obbedienza deve essere mantenuta tanto nella buona, quanto nella cattiva fortuna;
3) Deve essere sempre negata qualunque solidarietà del Partito a chi, per faziosità o per ragioni d'interesse personale, ha offeso le leggi morali e civili, non solo del Fascismo, ma di tutto il popolo italiano;
4) Il Fascismo non deve e non può esso solo far le spese della normalizzazione, abbandonando alle pretese degli oppositori il suo patrimonio ideale e le norme fondamentali del suo programma politico e sociale, ma deve opporsi con qualunque mezzo a prostituire il suo patrimonio ideale e il suo programma alle mutevoli e contingenti necessità parlamentari tanto del Governo quanto delle vecchie classi parlamentari, le quali uniche si avvantaggerebbero di una tale prostituzione dei principi fondamentali del Fascismo;
5) Coloro che in due anni di permanenza alle alte cariche del Partito, o alle sottocariche ministeriali e burocratiche, non hanno saputo far nulla per attuare i presupposti della rivoluzione fascista, ingannando e tradendo il Fascismo e il Paese, e preoccupandosi soltanto di creare le proprie fortune personali, politiche e finanziarie, senza tener conto degli interessi del Fascismo e del Paese, debbono essere rovesciati subito, prima che la campagna scandalistica delle opposizioni si giovi della loro personale indegnità e insufficienza per tentare di menomare la dignità del Fascismo; .
6) Il Sindacalismo fascista deve essere liberato senza indugio della « insindacabile autorità » di certi capi, che sotto la maschera della disciplina e del bluff personale, esercitano da troppo tempo il contrabbando di qualche interesse proprio o di gruppo, a tutto danno dei legittimi interessi delle classi operaie e del prestigio del Fascismo;
7) Tutti coloro che esercitano a Roma nelle alte cariche del Partito, e nelle sottocariche ministeriali e burocratiche, il potere ad essi consegnato dal Fascismo rivoluzionario delle province, debbono render conto al Fascismo, in ogni momento e occasione, di ciascun atto e di ciascuna fortuna, politica e finanziaria personale, e attenersi sempre alla piú diritta e rigida norma di vita pubblica e privata;
8) Gli interessi parlamentari del Fascismo non debbono mai prevalere sui suoi principi ideali e programmatici, fondamentalmente antiparlamentari;
9) La maggioranza del 6 aprile non deve rappresentare in Parlamento l'ultimo termine di arrivo e di esaurimento di una insurrezione vittoriosa delle province, ma la prima tappa della rivoluzione provinciale fascista verso la definitiva conquista dello Stato liberale per giungere alla creazione dello Stato Nazionale unitario".

"Questa - concludeva Suckert - è la volontà delle province, questo è quanto chiede per ora fermamente a Voi, On. Mussolini, il generoso e puro Fascismo delle province. Chiunque si mettesse contro questa volontà cadrebbe. L'ora della sincerità è suonata. Essa segna la fine di tutti coloro che, per interesse o per imbecillità o per spirito di tradimento, tentano con tutti i mezzi di perpetuare gli equivoci. A Voi spetta, On. Mussolini, troncare gli indugi e rovesciare chi ha tradito fino ad oggi la rivoluzione fascista, se non volete che le provincie inizino per proprio conto il vero ciclo rivoluzionario che darà la giustizia e la pace al popolo italiano".
.
"Dopo questo duplice avvertimento, il 31 dicembre gli intransigenti passarono all'azione diretta. Mentre Farinacci su «Cremona nuova» ribadiva la propria fede fascista (« Noi non siamo sospetti. La nostra fedeltà è stata duramente provata, perciò potremo dire anche al Duce che il fascismo non approva la politica rinunciataria di questi due ultimi anni») e « L'impero » usciva con un articolo, "Rivoluzione non criminalità", nel quale si affermava che la «rivoluzion» aveva i suoi diritti e non la si poteva giudicare alla stregua del codice penale e che Mussolini «fa di tutto per portarsi sul terreno della non-rivoluzione », sicché tra i fascisti «ormai le accuse sono precise, le speranze arroganti» ed essi reclamavano che egli agisse da «capo della rivoluzione fascista», un gruppo di consoli della Milizia guidato da Aldo Tarabella e da Enzo Galbiati si recarono a Palazzo Chigi da Mussolini.. L'incontro fu drammatico. 0 Mussolini abbandonava la sua politica incerta e possibilista, o i consoli l'avrebbero sconfessato con un atto clamoroso: essi si sentivano solidali con tutti i fascisti in carcere, si sarebbero pertanto consegnati tutti insieme alla giustizia; e allora si sarebbe visto come avrebbe reagito il fascismo. Mussolini, disfatto, cercò di tergiversare e di ammansire i consoli, questi però lo accusarono per bocca di Tarabella di volersi disfare della Milizia e del partito, sicché alla fine dovette cedere e assicurò i consoli che il 3 gennaio, alla Camera avrebbe messo a tacere le opposizioni.(ib. De Felice (*) )
Il giro di vite sulla stampa, strettto improvvisamente da Federzoni, fu sicuramente un ordine di Mussolini per far finire la gazzarra che da alcuni mesi si era creata nella stampa. Federzoni per mesi era rimasto inattivo. Molti sapevano che lui lavorava per la successione e aveva tutto l'interesse che i peggiori giornali screditassero il fascismo e diffamassero Mussolini. Un pamphlet antinazionalista (sinistra fascista) uscito pochi mesi prima, puntava il dito sull'"uomo senza scrupoli che stava lavorando per scalzare Mussolini".

GENNAIO 3 - Dichiarazioni di Mussolini alla Camera (che abbiamo già ampiamente accennate e commentate nei precedenti capitoli - e che comunque riportiamo interamente qui sotto). Il presidente del Consiglio in un questo duro discorso si assume "la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto" nel corso del suo periodo di governo e in particolare nella seconda metà del 1924. Giudica l'Aventino un "risveglio sovversivo". Rivendica gli sforzi compiuti in funzione di una effettiva "normalizzazione" e per reprimere ogni illegalità, compresa quello fascista. Si dichiara pronto a ricorrere alla forza, e minaccia di scatenare quei gruppi del fascismo che premono per superare la situazione attraverso una definitiva eliminazione delle opposizioni. Assicura che nelle quarantotto ore successive la situazione sarà chiarita.
Al termine dell'intervento la seduta della Camera è sospesa. Si dimettono i ministri liberali Alessandro Casati (Istruzione) Gino Sartocchi (Lavori Pubblici) e i fascisti Aldo Oviglio (Giustizia) e Alberto De Stefani (di quest'ultimo non accettate), per manifestare il loro disaccordo con la presa di posizione di Mussolini. I tre ministri vengono sostituiti il 6 gennaio da Rocco, Giuriati e Fedele.


IL DISCORSO DEL 3 GENNAIO
(dagli Atti del Parlamento italiano, tornata del 3 gennaio 1925)

"Signori! Il discorso che sto per pronunziare dinanzi a voi forse non potrà essere, a rigor di termini, classificato come un discorso parlamentare. Può darsi che alla fine qualcuno di voi trovi che questo discorso si riallaccia, sia pure attraverso il varco del tempo trascorso, a quello che io pronunciai in questa stessa Aula il 16 novembre. Un discorso di siffatto genere può condurre, ma può anche non condurre ad un voto politico.
Si sappia ad ogni modo che io non cerco questo voto politico. Non lo desidero: ne ho avuti troppi.
L'articolo 47 dello Statuto dice: "La Camera dei deputati ha il diritto di accusare i ministri del re e di tradurli dinanzi all'Alta corte di giustizia". Domando formalmente se in questa Camera, o fuori di questa Camera, c'è qualcuno che si voglia valere dell'articolo 47.
Il mio discorso sarà quindi chiarissimo e tale da determinare una chiarificazione assoluta.
Voi intendete che dopo aver lungamente camminato insieme con dei compagni di viaggio, ai quali del resto andrebbe sempre la nostra gratitudine per quello che hanno fatto, è necessaria una sosta per vedere se la stessa strada con gli stessi compagni può essere ancora percorsa nell'avvenire.

Sono io, o signori, che levo in quest'Aula l'accusa contro me stesso. Si è detto che io avrei fondato una Ceka. Dove? Quando? In qual modo? Nessuno potrebbe dirlo!
Veramente c'è stata una Ceka in Russia, che ha giustiziato, senza processo, dalle centocinquanta alle centosessantamila persone, secondo statistiche quasi ufficiali. C'è stata una Ceka in Russia, che ha esercitato il terrore sistematicamente su tutta la classe borghese e sui membri singoli della borghesia. Una Ceka, che diceva di essere la rossa spada della rivoluzione.
Ma la Ceka italiana non è mai esistita.
Nessuno mi ha negato fino ad oggi queste tre qualità: una discreta intelligenza, molto coraggio e un sovrano disprezzo del vile denaro.
Se io avessi fondato una Ceka, l'avrei fondata seguendo i criteri che ho sempre posto a presidio di quella violenza che non può essere espulsa dalla storia. Ho sempre detto, e qui lo ricordano quelli che mi hanno seguito in questi cinque anni di dura battaglia, che la violenza, per essere risolutiva, deve essere chirurgica, intelligente, cavalleresca.

Ora i gesti di questa sedicente Ceka sono stati sempre inintelligenti, incomposti, stupidi.
Ma potete proprio pensare che nel giorno successivo a quello del Santo Natale, giorno nel quale tutti gli spiriti sono portati alle immagini pietose e buone, io potessi ordinare un'aggressione alle 10 del mattino in via Francesco Crispi, a Roma, dopo il mio discorso di Monterotondo, che è stato forse il discorso piú pacificatore che io abbia pronunziato in due anni di Governo? (Approvazioni)
Risparmiatemi di pensarmi cosí cretino. E avrei ordito con la stessa intelligenza le aggressioni minori di Misuri e di Forni? Voi ricordate certamente il discorso del 7 giugno. Vi è forse facile ritornare a quella settimana di accese passioni politiche, quando in questa Aula la minoranza e la maggioranza si scontravano quotidianamente, tantoché qualcuno disperava di riuscire a stabilire i termini necessari di una convivenza politica e civile fra le due opposte parti della Camera.

Discorsi irritanti da una parte e dall'altra. Finalmente, il 6 giugno, l'onorevole Delcroix squarciò, col suo discorso lirico, pieno di vita e forte di passione, l'atmosfera carica, temporalesca. All'indomani, io pronuncio un discorso che rischiara totalmente l'atmosfera. Dico alle opposizioni: riconosco il vostro diritto ideale ed anche il vostro diritto contingente; voi potete sorpassare il fascismo come esperienza storica; voi potete mettere sul terreno della critica immediata tutti i provvedimenti del Governo fascista.
Ricordo e ho ancora ai miei occhi la visione di questa parte della Camera, dove tutti intenti sentivano che in quel momento avevo detto profonde parole di vita e avevo stabilito i termini di quella necessaria convivenza senza la quale non è possibile assemblea politica di sorta.

E come potevo, dopo un successo, e lasciatemelo dire senza falsi pudori e ridicole modestie, dopo un successo cosí clamoroso, che tutta la Camera ha ammesso, comprese le opposizioni, per cui la Camera si aperse il mercoledí successivo in un'atmosfera idilliaca, da salotto quasi, come potevo pensare, senza essere colpito da morbosa follia, non dico solo di far commettere un delitto, ma nemmeno il piú tenue, il piú ridicolo sfregio a quell'avversario che io stimavo perché aveva una certa crànerie, un certo coraggio, che rassomigliavano qualche volta al mio coraggio e alla mia ostinatezza nel sostenere le tesi?
Che cosa dovevo fare? Dei cervellini di grillo pretendevano da me in quella occasione gesti di cinismo, che io non sentivo di fare perché repugnavano al profondo della mia coscienza. Oppure dei gesti di forza? Di quale forza? Contro chi? Per quale scopo?

Quando io penso a questi signori, mi ricordo degli strateghi che durante la guerra, mentre noi mangiavamo in trincea, facevano la strategia con gli spillini sulla carta geografica. Ma quando poi si tratta di casi al concreto, al posto di comando e di responsabilità si vedono le cose sotto un altro raggio e sotto un aspetto diverso.
Eppure non mi erano mancate occasioni di dare prova della mia energia. Non sono ancora stato inferiore agli eventi. Ho liquidato in dodici ore una rivolta di Guardie regie, ho liquidato in pochi giorni una insidiosa sedizione, in quarantott'ore ho condotto una divisione di fanteria e mezza flotta a Corfú. Questi gesti di energia, e quest'ultimo, che stupiva persino uno dei piú grandi generali di una nazione amica, stanno a dimostrare che non è l'energia che fa difetto al mio spirito.
Pena di morte? Ma qui si scherza, signori. Prima di tutto, bisognerà introdurla nel Codice penale, la pena di morte; e poi, comunque, la pena di morte non può essere la rappresaglia di un Governo. Deve essere applicata dopo un giudizio regolare, anzi regolarissimo, quando si tratta della vita di un cittadino!
Fu alla fine di quel mese, di quel mese che è segnato profondamente nella mia vita, che io dissi:
"Voglio che ci sia la pace per il popolo italiano"; e volevo stabilire la normalità della vita politica. Ma come si è risposto a questo mio principio? Prima di tutto, con la secessione dell'Aventino, secessione anticostituzionale, nettamente rivoluzionaria. Poi con una campagna giornalistica durata nei mesi di giugno, luglio, agosto, campagna immonda e miserabile che ci ha disonorato per tre mesi. Le piú fantastiche, le piú raccapriccianti, le piú macabre menzogne sono state affermate diffusamente su tutti i giornali! C'era veramente un accesso di necrofilia! Si facevano inquisizioni anche di quel che succede sotto terra: si inventava, si sapeva di mentire, ma si mentiva.
E io sono stato tranquillo, calmo, in mezzo a questa bufera, che sarà ricordata da coloro che verranno dopo di noi con un senso di intima vergogna.
E intanto c'è un risultato di questa campagna! Il giorno 11 settembre qualcuno vuol vendicare l'ucciso e spara su uno dei nostri migliori, che morì povero. Aveva sessanta lire in tasca.
Tuttavia io continuo nel mio sforzo di normalizzazione e di normalità. Reprimo l'illegalismo.
Non è menzogna. Non è menzogna il fatto che nelle carceri ci sono ancor oggi centinaia di fascisti! Non è menzogna il fatto che si sia riaperto il Parlamento regolarmente alla data fissata e si siano discussi non meno regolarmente tutti i bilanci, non è menzogna il giuramento della Milizia, e non è menzogna la nomina di generali per tutti i comandi di Zona. Finalmente viene dinanzi a noi una questione che ci appassionava: la domanda di autorizzazione a procedere con le conseguenti dimissioni dell'onorevole Giunta.
La Camera scatta; io comprendo il senso di questa rivolta; pure, dopo quarantott'ore, io piego ancora una volta, giovandomi del mio prestigio, del mio ascendente, piego questa Assemblea riottosa e riluttante e dico: siano accettate le dimissioni. Si accettano. Non basta ancora; compio un ultimo gesto normalizzatore: il progetto della riforma elettorale.
A tutto questo, come si risponde? Si risponde con una accentuazione della campagna. Si dice: il fascismo è un'orda di barbari accampati nella nazione; è un movimento di banditi e di predoni! Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia. ) Ma poi, o signori, quali farfalle andiamo a cercare sotto l'arco di Tito? Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.
Se le frasi piú o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventú italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!
Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi. In questi ultimi giorni non solo i fascisti, ma molti cittadini si domandavano: c'è un Governo? Ci sono degli uomini o ci sono dei fantocci? Questi uomini hanno una dignità come uomini? E ne hanno una anche come Governo? Io ho voluto deliberatamente che le cose giungessero a quel determinato punto estremo, e, ricco della mia esperienza di vita, in questi sei mesi ho saggiato il Partito; e, come per sentire la tempra di certi metalli bisogna battere con un martelletto, cosí ho sentito la tempra di certi uomini, ho visto che cosa valgono e per quali motivi a un certo momento, quando il vento è infido, scantonano per la tangente.
Ho saggiato me stesso, e guardate che io non avrei fatto ricorso a quelle misure se non fossero andati in gioco gli interessi della nazione. Ma un popolo non rispetta un Governo che si lascia vilipendere! Il popolo vuole specchiata la sua dignità nella dignità del Governo, e il popolo, prima ancora che lo dicessi io, ha detto: Basta! La misura è colma!
Ed era colma perché? Perché la spedizione dell'Aventino ha sfondo repubblicano! Questa sedizione dell'Aventino ha avuto delle conseguenze perché oggi in Italia, chi è fascista, rischia ancora la vita! E nei soli due mesi di novembre e dicembre undici fascisti sono caduti uccisi, uno dei quali ha avuto la testa spiaccicata fino ad essere ridotta un'ostia sanguinosa, e un altro, un vecchio di settantatré anni, è stato ucciso e gettato da un muraglione. Poi tre incendi si sono avuti in un mese, incendi misteriosi, incendi nelle Ferrovie e negli stessi magazzini a Roma, a Parma e a Firenze. Poi un risveglio sovversivo su tutta la linea, che vi documento, perché è necessario di documentare, attraverso i giornali, i giornali di ieri e di oggi: un caposquadra della Milizia ferito gravemente da sovversivi a Genzano; un tentativo di assalto alla sede del Fascio a Tarquinia; un fascista ferito da sovversivi a Verona; un milite della Milizia ferito in provincia di Cremona; fascisti feriti da sovversivi a Forlí; imboscata comunista a San Giorgio di Pesaro; sovversivi che cantano Bandiera rossa e aggrediscono i fascisti a Monzambano.
Nei soli tre giorni di questo gennaio 1925, e in una sola zona, sono avvenuti incidenti a Mestre, Pionca, Vallombra: cinquanta sovversivi armati di fucili scorrazzano in paese cantando Bandiera rossa e fanno esplodere petardi; a Venezia, il milite Pascai Mario aggredito e ferito; a Cavaso di Treviso, un altro fascista è ferito; a Crespano, la caserma dei carabinieri invasa da una ventina di donne scalmanate; un capomanipolo aggredito e gettato in acqua a Favara di Venezia; fascisti aggrediti da sovversivi a Mestre; a Padova, altri fascisti aggrediti da sovversivi.
Richiamo su ciò la vostra attenzione, perché questo è un sintomo: il diretto 192 preso a sassate da sovversivi con rotture di vetri; a Moduno di Livenza, un capomanipolo assalito e percosso.
Voi vedete da questa situazione che la sedizione dell'Aventino ha avuto profonde ripercussioni in tutto il paese. Allora viene il momento in cui si dice basta! Quando due elementi sono in lotta e sono irriducibili, la soluzione è la forza.
Non c'è stata mai altra soluzione nella storia e non ce ne sarà mai. Ora io oso dire che il problema sarà risolto. Il fascismo, Governo e Partito, sono in piena efficienza. Signori!
Vi siete fatte delle illusioni! Voi avete creduto che il fascismo fosse finito perché io lo comprimevo, che fosse morto perché io lo castigavo e poi avevo anche la crudeltà di dirlo. Ma se io mettessi la centesima parte dell'energia che ho messo a comprimerlo, a scatenarlo, voi vedreste allora. Non ci sarà bisogno di questo, perché il Governo è abbastanza forte per stroncare in pieno definitivamente la sedizione dell'Aventino.
L'Italia, o signori, vuole la pace, vuole la tranquillità, vuole la calma laboriosa. Noi, questa tranquillità, questa calma laboriosa gliela daremo con l'amore, se è possibile, e con la forza, se sarà necessario.
Voi state certi che nelle quarantott'ore successive a questo mio discorso, la situazione sarà chiarita su tutta l'area.
Tutti sappiamo che ciò che ho in animo non è capriccio di persona, non è libidine di Governo, non è passione ignobile, ma è soltanto amore sconfinato e possente per la patria".


GENNAIO 4 - I Prefetti ricevono disposizioni per richiamare alla più ferrea disciplina i dirigenti del Partito fascista. Viene diramato l'ordine di proibire lo svolgimento di qualsiasi pubblica manifestazione. Deve, inoltre, essere assunta
"ogni cura nell'adozione delle misure atte a garantire il mantenimento dell'ordine pubblico". Il massimo controllo deve essere esercitato su circoli, ritrovi, organizzazioni, gruppi in qualche modo "sospetti dal punto di vista politico". Sono date indicazioni per giungere fino allo scioglimento di tutte le formazioni che possono essere considerate sovversive. Ogni tentativo di resistenza deve essere represso. Alla riunione del governo del 6 gennaio il ministro dell'interno Luigi Federzoni, presenterà subito un primo bilancio degli effetti di queste disposizioni: sono stati chiusi o sciolti 95 circoli e ritrovi sospetti, 150 esercizi pubblici, 25 organizzazioni "sovversive", 120 gruppi dell'associazione combattentistica antifascista Italia libera; 111 "sovversivi" sono stati arrestati; si sono effettuate 655 perquisizioni domiciliari.

LA LETTERA AI PREFETTI

Sulle direttive impartite ai prefetti in questi primi giorni di gennaio, Mussolini il 5 gennaio 1927, ci tornerà sopra e sarà ancora più chiaro con un suo scritto apparso su "Il Popolo d'Italia":


CIRCOLARE AI PREFETTI - "Nella mia prima circolare diramata immediatamente dopo la mia assunzione del ministero dell'Interno, e durante i colloqui con ognuno di voi, ho precisato le fondamentali direttive dell'azione dei prefetti nelle provincie. Oggi, che il numero delle province è aumentato (100 - Ndr.) e la situazione generale politica è assolutamente tranquilla, voglio fissare piú specialmente le norme alle quali il prefetto deve ispirare quotidianamente il delicato ed importante esercizio del suo potere. Il prefetto, lo riaffermo solennemente, è la piú alta autorità dello Stato nella provincia. Egli è il rappresentante diretto del potere esecutivo centrale. Tutti i cittadini, ed in primo luogo quelli che hanno il grande privilegio ed il massimo onore di militare nel fascismo, devono rispetto ed obbedienza al piú alto rappresentante politico del regime fascista e devono subordinatamente collaborare con lui, per rendergli piú facile il compito.
Là dove necessita, il prefetto deve eccitare e armonizzare l'attività del Partito nelle sue varie manifestazioni. Ma resti ben chiaro per tutti, che l'autorità non può essere condotta a "mezzadria", né sono tollerabili slittamenti di autorità o di responsabilità. L'autorità è una ed unitaria. Se cosí non sia, si ricade in piena disorganizzazione e disintegrazione dello Stato: si distrugge, cioè, uno dei dati basilari della dottrina fascista; si rinnega uno dei maggiori motivi di trionfo dell'azione fascista, che lottò, appunto, per dare consistenza, autorità, prestigio, forza allo Stato, per fare lo Stato uno e intangibile, come è e deve essere lo Stato fascista. Il Partito e le sue gerarchie, dalle piú alte alle minori, non sono, a rivoluzione compiuta, che uno strumento consapevole della volontà dello Stato, tanto al centro quanto alla periferia.

Il prefetto deve porre la massima diligenza nella difesa del regime contro tutti coloro che tendano ad insidiarlo o ad indebolirlo. Ogni paritetico agnosticismo in materia è deleterio. L'iniziativa alacre ed intelligente della lotta contro i nemici irriducibili del regime, deve essere dei prefetti. Alacre, ho detto, ma anche intelligente, perché talora non conviene di elevare alla dignità di un magari sperato e sollecitato martirio degli innocui o degli sciocchi. Le nuove leggi di Pubblica Sicurezza, unitamente al complesso degli altri provvedimenti per la difesa dello Stato, permettono ai prefetti di agire con l'inflessibilità necessaria nella eventualità, che appare ogni giorno piú remota, di una ripresa antifascista. Ma ora che lo Stato è armato di tutti i suoi mezzi di prevenzione e di repressione, vi sono dei "residui" che devono sparire. Parlo dello "squadrismo", che nel 1927 è semplicemente anacronistico, sporadico, ma che tuttavia tumultuariamente ricompare nei momenti di pubblica eccitazione. Cosí l'illegalismo deve finire. Non solo quello che esplode nelle piccole meschine prepotenze locali, che danneggiano anch'esse il regime e seminano inutili, nonché pericolosi rancori, ma anche l'altro, che si sferra dopo gravi avvenimenti.

Ora bisogna ben mettersi in mente che qualunque cosa accada o mi accada, l'epoca delle rappresaglie, delle devastazioni, delle violenze, è finita; e soprattutto qualunque cosa accada o mi accada, i prefetti dovranno impedire con ogni mezzo, dico ogni mezzo, anche il semplice delinearsi di manifestazioni contro sedi di rappresentanze straniere. I rapporti tra i popoli sono troppo delicati e possono avere tali sviluppi, che è assolutamente intollerabile che essi siano alla mercé di dimostrazioni irresponsabili o di agenti provocatori in cerca del fatto irreparabile. Chiunque dei prefetti non agirà in tal senso, sarà considerato come un servo imbelle o traditore del regime fascista, e come tale lo punirò.

Né v'è bisogno di aggiungere che il prefetto deve sempre dire la verità al Governo, specialmente quando è ingrata. L'ordine pubblico non deve essere minimamente turbato. L'ordine pubblico tutelato e garantito significa il calmo, proficuo svolgimento di tutta l'attività della nazione. Date le forze politiche e militari di cui dispone il regime ed il crescente consenso del popolo, nonché l'inquadramento corporativo delle masse, l'ordine pubblico non è mai stato, durante questi cinque anni, né sarà mai turbato in seguito su vasta scala o in maniera pericolosa. Comunque, il prefetto fascista previene con la sua azione vigilante; previene, dirimendo le cause di ogni specie che possano turbare l'ordine pubblico. Una tempestiva prevenzione rende inutile una costosa e tardiva repressione. Ma, accanto all'ordine pubblico, che è, nella estrinsecazione immediata, un problema di polizia, il prefetto fascista si occupa della tutela dell'"ordine morale", cioè compie un'azione di conciliazione, di equilibrio, di pace, di giustizia, per cui l`ordine morale" fra i cittadini diventa il presupposto e la migliore garanzia dell'"ordine pubblico".
Coloro che spesso con rischio della vita applicano le leggi contro gli elementi antisociali - parlo dei reali carabinieri, delle camicie nere, degli agenti di Pubblica Sicurezza - meritano gran considerazione e rispetto.

Un regime totalitario e autoritario come quello fascista, deve porre la massima diligenza e lo scrupolo sino all'estremo per quanto concerne l'amministrazione del pubblico denaro. Piú volte dissi che il denaro del popolo è sacro. Occorre quindi che tutte le gestioni d'ordine amministrativo e finanziario, dai comuni ai sindacati, siano oggetto della piú vigilante attenzione e del piú assiduo controllo. Il prefetto fascista deve tenersi in continuo contatto coi podestà. Tutti coloro che amministrano pubblico denaro devono essere di specchiatissima probità. Soprattutto nell'Italia meridionale, il prefetto del regime fascista deve instaurare l'epoca dell'assoluta moralità amministrativa, spezzando risolutamente le sopravvivenze camorristiche ed elettoralistiche dei vecchi regimi. Similmente all'azione di controllo, secondo le leggi istituzionali del regime, il prefetto fascista deve procedere alle epurazioni che si rendano necessarie nella burocrazia minore, e indicare al Partito e alle organizzazioni responsabili del regime gli elementi nocivi.

Il prefetto fascista deve imporre che siano allontanati e banditi da qualunque organizzazione o forza del regime tutti gli affaristi, i profittatori, gli esibizionisti, i venditori di fumo, i pusillanimi, gli infetti di lue politicantista, i vanesi, i seminatori di pettegolezzi e di discordie, e tutti coloro che vivono senza una chiara e pubblica attività. L'Italia, a differenza di altri paesi, ha potuto salvaguardare nelle Associazioni dei reduci di guerra, l'incomparabile patrimonio morale della vittoria. Le madri e vedove dei caduti in guerra e fascisti, l'Associazione dei mutilati e invalidi, le medaglie d'oro, il Nastro azzurro, l'Associazione nazionale dei combattenti, quella dei volontari e altre minori, costituiscono un complesso di forze preziosissime per il regime. Esse apportano al regime il consenso disinteressato e sincero di milioni di italiani. Sono gli italiani che hanno lasciato in guerra centinaia di migliaia di morti gloriosi; sono gli italiani che hanno combattuto e sanguinato per quaranta mesi; sono gli italiani che portano nelle carni i segni del sacrificio e del dovere compiuto. I prefetti del regime fascista devono tenere nel massimo conto queste forze, sorreggendone le iniziative e circondandole di un alone di oprante simpatia.

Il prefetto fascista non è il prefetto dei tempi demoliberali. Allora, il prefetto era soprattutto un agente elettorale; ora che di elezioni non si parla piú, il prefetto cambia figura e stile: il prefetto deve prendere tutte le iniziative che tornino di decoro al regime, o ne aumentino la forza e il prestigio, tanto nell'ordine sociale, come in quello intellettuale. I problemi che assillano in un dato momento le popolazioni (case, caroviveri), devono essere affrontati dal prefetto. È il prefetto che deve vigilare perché le misure del Governo, d'ordine sociale o afferenti ai lavori pubblici, non subiscano intralci di natura locale. Col nuovo ordinamento amministrativo e corporativo, è al prefetto che deve fare capo tutta la vita della provincia, ed è dal prefetto che la vita della provincia deve ricevere impulso, coordinazione, direttive.

Il prefetto deve andare incontro ai bisogni e alle necessità del popolo anche quando non trovano modo di manifestarsi attraverso un Ente o un ordine del giorno. Egli deve scovare i bisogni inespressi e le troppe miserie ignorate, onde sia possibile bonificare moralmente e politicamente in profondo, e mostrare al popolo che lo Stato fascista non è uno Stato egoista, freddo, insensibile. Senza demagogie e servilismi, fare del bene alla gente che lo merita. Quest'opera di assistenza e simpatia deve particolarmente esplicarsi verso le nuove generazioni che vanno inquadrandosi, nei balilla e nelle avanguardie. Bisogna considerare questi adolescenti come la grande, splendente promessa dell'Italia fascista di domani.
Conclusione: queste sono le direttive. So che siete dei fedeli rappresentanti dello Stato fascista. Le applicherete dunque con intelligenza, con assiduità, con fede. - Mussolini."
"Con il discorso, seguito dalla circolare ai prefetti, la grave crisi era cosí tempestivamente composta. Vittorio Emanuele III, ben lieto di aver evitato una crisi per lui dalle imprevedibili soluzioni, dimenticò subito la sua stizza per non essere stato preventivamente informato da Mussolini delle sue intenzioni e firmò i relativi decreti, senza accorgersi che - come avrebbe scritto venti anni dopo Mussolini' - con quelle firme «la funzione della monarchia si illanguidiva».
"Da un punto di vista costituzionale il 3 gennaio non costituí per il regime liberale italiano una rottura vera e propria; il « regime fascista » sarebbe nato sul piano costituzionale solo tra il dicembre 1925 e il gennaio 1926 e si sarebbe perfezionato alla fine del 1926. Da un punto di vista politico il 3 gennaio fu però il momento di vera rottura: completò la prima fase del fascismo al governo, aperta dalla « marcia su Roma », ed iniziò la seconda, che si sarebbe appunto conclusa costituzionalmente con il 1926 e politicamente col 1929. " (De Felice)


Tuttavia il discorso a molti intransigenti non era piaciuto, e a tornare alla carica troviamo ancora Sucket con l'articolo «Conquista dello stato» del 18 gennaio (Rivoluzione ed elezioni) che scrisse queste preoccupate parole:
"Di fronte alla nuova situazione creatasi all'improvviso e di sorpresa, l'On. Mussolini ha mostrato d'impugnare l'arma che le Province gli porgevano e di affermare ancora una volta, col suo discorso del 3 Gennaio, la volontà rivoluzionaria del Fascismo.
Ma qui sorge spontanea la domanda: il discorso del 3 Gennaio è stato un atto sincero di fede rivoluzionaria, o non piuttosto una mossa dell'abilissima tattica mussoliniana, una maschera rivoluzionaria gettata, per ingannare gli amici e gli avversari, sul viso della normalizzazione?
Poiché a noi sembra che il 3 Gennaio l'Onorevole Mussolini si sia trovato a dover risolvere d'urgenza questo problema: iniziare una nuova politica di vera ed effettiva normalizzazione (primo passo collegio uninominale, elezioni), mascherandola però, per sgomentare le opposizioni e tenere in freno i fascisti, con parole e con gesti rivoluzionari. Né avrebbe potuto agire altrimenti, poiché senza la maschera di Robespierre anche questo supremo tentativo normalizzatore sarebbe apparso debolezza e resipiscienza tanto ai fascisti quanto agli antifascisti, e gli uni se ne sarebbero valsi per pigliar coraggio e inferocire maggiormente contro il Fascismo e contro il Governo, gli altri per seguitare ad accusare il Governo di tradimento verso il Fascismo. È innegabile che la tattica, abilissima e magnificamente eseguita, dell'On. Mussolini, ha raggiunto il suo duplice scopo: gli aventiniani, di fronte al muso duro del Presidente, sono scesi nelle cloache a calafatare la navicella della loro paura, e i fascisti son tornati in Provincia a cantar meraviglie, in attesa della rivoluzione che non verrà.
Il Fascismo rivoluzionario è stato dunque, ancora una volta, preso al laccio della politica di normalizzazione del Governo. Ancora una volta l'On. Mussolini è riuscito a imporre al Fascismo la sua decisa volontà normalizzatrice. Il nostro criterio apparirà logico ed esatto a quanti conoscono la vera natura della tattica seguita dall'On. Mussolini. Poiché in realtà le misure di polizia (contro le quali abbiamo senza indugio alzato la nostra voce) attuate durante le famose quarantotto ore,
non erano rivolte, a parte le apparenze, contro le opposizioni, ma contro il Fascismo rivoluzionario"
Se l'On. Mussolini non avesse pronunciato il discorso del 3 gennaio e non avesse fatto credere soprattutto agli amici, con un gesto di grande audacia polemica, di aver preso la iniziativa di una nuova politica «integralmente fascista», ve lo avrebbero costretto, ma sul serio e non per tattica parlamentare, gli avvenimenti da molti di noi voluti e preparati. L'intuito mussoliniano ha questa volta salvato i fiancheggiatori e le forze morte dello stesso Fascismo da una singolare «defenestrazione». Cosí stando le cose, non abbiamo nessuna ragione per esimerci dal mostrarci grati all'On. Mussolini di aver in tal modo sbaragliato le opposizioni dell'Aventino. Ma convien dichiarare che la politica falsamente rivoluzionaria (e in realtà normalizzatrice) del Governo, ha dato un fiero colpo soprattutto al Fascismo rivoluzionario, legandogli le mani con dei provvedimenti soltanto in apparenza rivolti contro gli aventiniani, e in sostanza rivolti contro le minoranze fasciste « decise a tutto »...
Poiché non ci vuol molto a capire che la tattica normalizzatrice dell'on. Mussolini non può procedere per rivoluzione, ma necessariamente per reazione. E questo è il caso attuale.
Si verifica oggi, cioè, quello che noi abbiamo avvertito da tempo: il Fascismo è il capro espiatorio della normalizzazione, la quale non può attuarsi che a sue spese attraverso un processo inevitabile di reazione del Governo non già contro l'Aventino, ma contro esso Fascismo".


E a Suckert avrebbe fatto eco, sia pure dall'altra sponda del fascismo, «Critica fascista», ammonendo, non meno preoccupata:
"Sarebbe ora che il Partito Fascista si accorgesse che c'è in pieno sviluppo in Italia una cauta e pesante controrivoluzione liberale, la quale si serve del Fascismo e dell'Aventino per ristabilire quella normalità borghese in cui la nostra rivoluzione si annegherebbe senza possibilità di scampo... I segni e le prove che questa controrivoluzione è in atto sono evidenti e inconfutabili. Forse senza avvedercene, e certo senza una deliberata volontà di farlo, noi stiamo rafforzando tutti gli istituti pubblici che dovevamo distruggere, riconsegnandoli, dopo la cura ricostituente a cui li abbiamo sottoposti a spese del nostro lungo sacrificio di sangue e di pensiero, agli stessi uomini di quella vecchia classe dirigente contro cui la nostra giovinezza insorse, nauseata e sdegnata".
Insomma, i bottaiani di « Critica fascista », in questo acuti profeti, già intuivano che, all'atto pratico, il 3 gennaio rischiava di diventare la pietra tombale sulla «rivoluzione fascista».

"Ma il 3 gennaio fu una pietra tombale posta anche su altre forze politiche.
In primo luogo sulla parte piú attiva e dinamica dell'opposizione «non costituzionale».
Le disposizioni impartite il 3 gennaio sera da Federzoni ai prefetti le infersero un colpo gravissimo. Il 6 gennaio il ministro dell'Interno poteva già trarre in sede di Consiglio dei ministri un primo positivo bilancio. E i prefetti si avvalevano «senza esitazioni» dei poteri messi a loro disposizione". (*)

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
(*) RENZO DE FELICE "Mussolini il fascista"- Einaudi, 1966
CONTEMPORANEA - Cento anni di giornali italiani
PUBBLICAZIONE NAZIONALE UFFICIALE, (con l'assenzo del capo del governo), Vallecchi, 1928
MUSSOLINI, Diario della Volontà (1914-1922) - Quaderni Fascisti, Ed. Bemporad 1927
MUSSOLINI, Scritti Politici. Feltrinelli
MUSSOLINI, Scritti e Discorsi, La Fenice, 1983
A. PETACCO, Storia del Fascismo (6 vol.) Curcio
MARTIN CLARK, Storia dell'Italia contemporanea 1871-1999), Bompiani
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