HOME PAGE
CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1927 (01)

I RAPPORTI DEL RE CON MUSSOLINI IN QUESTO PERIODO
(che estendiamo fino al 1936-38)


La Corona, fin dalla Marcia su Roma, non si era messa in gioco; né Vittorio Emanuele III volle correre dei rischi quando ci fu la crisi dell'Aventino dopo il delitto Matteotti avvenuto sette mesi prima. Tutti si aspettavano -come disse Carlo Sforza (leader dell'opposizione)- che il re, valendosi dello Statuto albertino, avrebbe designato un nuovo premier. Ma si sbagliavano. A tutti quelli che lo interrogavano in proposito il re diceva che stava aspettando un pretesto costituzionale per intervenire. Ma intanto nicchiava.

Il sovrano in quello stesso anno (7 giugno 1925) celebrò tranquillamente il suo venticinquesimo di regno e archiviò tutto. Non volle neppure leggere il rapporto di Rossi. Dal 1922 al 1943, 21 anni di diarchia, durante i quali Vittorio Emanuele III, avalla di tutto, perfino le leggi razziali. Nè si ribellò in altre due occasioni.
La prima: quando la legge fascista del prossimo anno, elimina anche l'ultimo simulacro di opposizione parlamentare; e fu Giolitti a pronunziare, col requiem della libertà, quello per la monarchia: "La legge che affida la scelta dei deputati al gran consiglio dei fascisti, segna il decisivo distacco del regime fascista da quello retto dallo Statuto".
La seconda: quando il 9 dicembre, è resa pubblica la legge che fa del Gran Consiglio del Fascismo "l'organo supremo che coordina e integra tutte le attività del regime sorto dalla rivoluzione dell'ottobre 1922" che ha il potere su ogni questione importante: anche su quelle aventi carattere costituzionale, ivi compresa la successione al trono (i maligni dissero che era "una pistola puntata contro il principe ereditario").

E il Re su questa legge che si arroga il diritto di mettere il naso anche nelle sue cose, che fa? fa la solita faccia musona, borbotta con ilsolito imcomprensibile dialetto piemontese, incassa e tace. Eppure riceve molte lettere di denunce anonime e sa che non riscuote molte simpatie tra le camice nere; anzi ci sono delle vere e proprie ostilità. Fino al punto che il prossimo anno inaugurando la Fiera di Milano in un attentato rischia di lasciarci la pelle. E altrettanto il figlio Umberto quando l'anno dopo a Bruxelles un colpo di pistola turba il suo fidanzamento con Maria Josè.

A dirci qualcosa su questi rapporti non idilliaci del fascismo e monarchia, di Mussolini e Vittorio Emanuele, è Alberto Consiglio, autore di un'interessante biografia "Vittorio Emanuele III, il Re silenzioso" pubblicata nel 1950 a puntate sulla rivista "Oggi", poi riunite in un volume della Rizzoli..
Nel farne una sintesi, abbracceremo un intero dodicennio (1925-36 e fino alle soglie del '39).

All'inizio di questo primo periodo, la dittatura che si instaurò dopo il discorso del 3 gennaio del '25, in verità presentava alcuni vantaggi. Anche se la decadenza del regime parlamentare si risolveva in lungaggini burocratiche per il cittadino comune, il meccanismo degli affari ne risultava facilitato e accelerato. La borghesia, la finanza, i grandi proprietari terrieri, fecero buon viso, e molti di loro fecero la coda per tesserarsi. E così molti intellettuali, se volevano campare del loro lavoro.
Ma dopo quel discorso, Mussolini non ebbe vita facile con l'opposizione, e la ebbe ancor più difficile all'interno del suo stesso partito con gli intransigenti. Così difficile che durante il semestre aventiniano soffrì di una grave ulcera al duodeno (il 15 febbraio, ricomparirà in pubblico soltanto il 23 marzo). Un'altra ricaduta la ebbe poi nel 1931. In entrambi i casi, negli ambienti a lui vicini, alcuni zelanti si preoccuparono. Si cominciò a mormorare che, nella migliore delle ipotesi egli avrebbe dovuto ritirarsi per un certo tempo dalla politica attiva. Si pensava ad un triumvirato Farinacci-De Bono-Balbo, o a qualcosa di simile. Farinacci era stato nominato tre giorni prima, il 12 febbraio, segretario generale del partito. Vi rimase fino al 30 marzo del '26, quando Mussolini lo liquidò malamente e lo rimandò a Cremona senza nemmeno un incarico.

Gli successe Augusto Turati, ma anche lui iniziò una serie di discorsi, nei quali batteva l'accento sull'enorme lavoro che gravava sulle spalle del duce. Prima uno e poi l'altro cominciavano insomma a preparare l'opinione pubblica. Essi non amavano, e non potevano amare, la dittatura personale di Mussolini; li abbiamo visti agire sconsideratamente (in prima fila Farinacci) alla vigilia del famoso discorso del 3 gennaio, ma anche dopo; insofferenze che misero in guardia Mussolini.

Questi nuovi fermenti svegliarono un piccolo gruppo di oppositori che, in previsione del prossimo ritiro del dittatore e del crollo del regime, cominciarono a far propaganda per chiamare a raccolta le forze dell'ordine, specialmente quelle cattoliche e monarchiche, allo scopo di impedire che della caduta del fascismo approfittasse il comunismo. Ma guarito si svegliò anche Mussolini, che spazzò via gli insidiatori fascisti e i congiurati rassisti e molti altri che gli volevano "fare le scarpe". All'interno del Partito non si sporcò nemmeno le mani, le epurazioni le fece quasi tutte lo zelante Farinacci (nel solo fascio di Roma furono espulse 7.000 persone, circa 100.000 nel resto d'Italia); ma poi venne anche il turno del ras di Cremona che fu costretto a tornarsene a casa senza nemmeno un lavoro. Caduta la "voce" dura del rassismo provinciale, molti che guardavano a lui come il proprio paladino, caduto lui in disgrazia, essendo la maggior parte "mezze tacche", misero giudizio e accettarono di vivacchiare nelle varie associazioni, pur tenendo latenti i bollenti spiriti e i rancori. Iniziarono insomma a covare per essere pronti alla prima occasione. Una lunga ipocrita attesa. Poi tentarano nel '39 e concretizzarono nel 25 luglio '43: Monarca, gerarchi, generali e perfino parenti prossimi).

Questi episodi -degli insidiatori- vanno messi in relazione con quello del prossimo anno (12 aprile 1928) quando misteriosi attentatori fecero scoppiare un ordigno infernale destinato al re, mentre andava ad inaugurare la Fiera Campionaria di Milano. Il re -provvidenziale fu una manciata di secondi di ritardo- rimase incolume, ma le vittime furono numerose (20 morti e 40 feriti). La polizia fascista tentò invano di attribuire la responsabilità dell'attentato a gruppi antifascisti. In realtà, opinione diffusa è che l'azione fu preparata e attuata dai vecchi squadristi del fascio milanese che volevano accellerare la dipartita del Sovrano e chiudere per sempre con la monarchia e forse cambiare il corso del fascismo, che con Mussolini -questa era l'accusa- "stava imborghesendo".
Questi fermenti rivelano l'insofferenza delle alte gerarchie fasciste per la dittatura personale di Mussolini, e l'attentato del 1928 contiene una indicazione precisa: i vecchi squadristi vedevano nel re un ostacolo alla instaurazione di un vero regime rivoluzionario, che ormai un Mussolini moderato e opportunista aveva abbandonato da tempo. In crescita era invece il "mussolinismo" e non più il fascismo. Nel marzo del '31, Mussolini fece sospendere perfino le iscrizioni al PNF. Il successore di Turati, Giuriati, nel 1931-32 continuò l'epurazione che colpì circa 120.000 iscritti. Molti squadristi pur contrariati rimasero ugualmente nel PNF, ma quando ormai il Partito non era più l'avanguardia del fascismo, ma un'altra cosa, una nuova forma, più estesa di "massoneria" basata sul clientelismo. Starci dentro era ormai, come venne interpretato scherzosamente PNF, "Per Necessità Familiari".

Croce aveva avuto ragione: il movimento "fascistico" non era capace di promuovere istituzioni nuove. Al disotto delle apparenze, Mussolini non saprà fare altro che mantenere per vent'anni un regime strettamente personale, i cui limiti erano segnati dai confini della sua personalità, che pur molto forte non era però molto vasta; prova ne sia che al suo "Rubicone" si ritrovò solo. Egli giocava, l'apparato del partito contro l'apparato dello Stato, e viceversa; la milizia contro l'esercito, e viceversa. Egli fu, volta a volta, socialista o liberale di destra, reazionario o rivoluzionario, cleríco-moderato o anti clericale, proletario o capitalista, borghese o antiborghese. Cominciò in ghette e camicia nera, indossò la finanziera e il cilindro, l'abito di tela e il berretto dello yacht-man, gli stivaloni del cavallerizzo o dello sciatore, la tuta del minatore o del pilota, la camicia dell'agricoltore e la marsina, e finì a Dongo con addosso un pastrano tedesco mentre attorno si creava il vuoto assoluto.
In realtà, sotto il suo regime, gli italiani si acconciarono rapidamente per fare, nella misura del coraggio, dell'abilità e dell'onestà di ognuno, il comodo proprio. I più furbi, i più spregiudicati, si avvidero ben presto che, adempiuta una lunga serie di formali atti di "ossequio", di "devozione", di "dedizione", si poteva poi spadroneggiare allegramente nei vari "reami" di provincia.
Di questo andazzo, Mussolini si accorse troppo tardi, e negli ultimi scritti, fu profondamente amareggiato; soprattutto quando arrivò per lui il 25 luglio; pallido chiese "ma i centoquarantamila fedelissimi, fuori, cosa fanno?", nulla eccellenza -gli fu risposto- molti gerarchi sono riparati all'estero, e molti si sono già messi a disposizione di Badoglio".
Ma forse lo aveva già messo in conto. Un giorno parlando di Napoleone disse che da lui non aveva preso nulla, semmai una sola cosa aveva imparato dal grande Corso: "Mi ha distrutto tutte le illusioni che mi sarei potuto fare sopra la fedeltà degli uomini".

In che modo e in che misura i re influì su Mussolini? Noi abbiamo ragione di ritenere che, per tutto il periodo di cui si tratta egli fu il principale e insuperabile ostacolo che impedì a Mussolini di spingere alle estreme conseguenze la sua politica personale. Due uomini, praticamente soli, perché sapevano di non poter contare su coloro che si dicevano fedeli, si sorvegliavano attentamente. Ognuno attendeva il proprio momento
Che cosa attendeva il re? Che la stella di Mussolini tramontasse. Non si poteva promuovere la sua caduta con mezzi aperti e diretti in un momento in cui appariva circondato dal plauso del mondo anticomunista, e in cui la situazione economica non presentava aspetti veramente disastrosi, anzi, tuttaltro. Bisognava evitare che la caduta determinasse un incremento delle forze socialcomuniste e così gravi conseguenze economico-sociali, da formare un quadro politico peggiore di quello fascista: la responsabilità di questo peggioramento sarebbe ricaduta sulla corona. E questa sarebbe ruzzolata a terra.

Intanto, bisognava rallentare l'espansione del suo potere personale. Mussolini istituisce, sì, la carica di "capo del governo"; ma è sempre il sovrano che lo nomina e lo congeda. Il decreto col quale si accettano le dimissioni del capo del governo dovrà però essere controfirmato dal suo successore: si tenga presente questo particolare (pensando al 25 luglio 1943).
Il gran consiglio del fascismo diventa organo costituzionale e prepara la lista dei successori alla carica di capo del governo; tuttavia, questa lista non sarà vincolante per la corona. Alcuni dei componenti del gran consiglio erano membri di diritto: potevano, quindi, sfuggire al controllo personale del dittatore. Infine, la Camera dei deputati, dopo l'adozione del sistema maggioritario col premio, aveva nel '28, partorita una nuova riforma di carattere plebiscitario: cioè, presentazione di un'unica lista di quattrocento candidati scelti dal governo (da Mussolini) e solo nel caso che non si raccogliesse la maggioranza dei voti, si sarebbe proceduto ad un rinnovamento delle elezioni col sistema proporzionale. Ma il plebiscito che si svolse il 24 marzo del '29, a pochi giorni (11 febbraio) dalla provvidenziale firma dei patti lateranensi, Mussolini ottenne un amplissimo riconoscimento popolare, dando così il via alla prima vera Camera del regime.

A quel punto che cosa attendeva Mussolini? Che il tempo consolidasse il suo potere, che la fortuna gli offrisse qualche successo così clamoroso, da porre il suo prestigio al di sopra di quello del re, che Vittorio Emanuele morisse. Intanto, egli procedeva con cautela, osservando un certo rispetto delle forme e girando intorno alle prerogative sovrane. In politica estera, egli seguiva una via maestra senza ombre: l'amicizia inglese, costante, immutabile (egli sapeva che il re credeva nella lealtà britannica); rapporti acri e tempestosi con la Francia (egli sapeva che Il re non amava la Francia), energica e combattiva politica antiedesca, (egli sapeva che il re odiava la Germania) e generosità per I'Austria (verso la quale il re aveva sempre manifestato simpatia).

Ma dove il re voleva avviarlo? Non certo verso una caduta clamorosa. Mussolini chiedeva un successo trionfale: celebrasse pure il trionfo, pensava il re, ma ne approfittasse per restaurare la normalità costituzionale. In fondo all'animo di Mussolini, però, c'era troppo bolscevismo: egli non poteva sinceramente perseguire un fine di restaurazione borghese. Infatti, creò attive solidarietà all'estero: il suo danaro e i suoi agenti non furono estranei al primo sorgere del nazismo. Egli infatti si era illuso di poter esercitare la propria influenza su un fascismo tedesco. A Venezia, nel suo primo incontro con Hitler, vide subito quale forza si preparasse dietro quell'uomo dall'aspetto così modesto. Vide, soprattutto, che l'espansione della Germania nazista verso il sud e l'assorbimento dell'Austria in quel momento, avrebbero inferto un colpo mortale al fascismo. Con energia sbarrò la strada ad Hitler e prese l'iniziativa di quella politica: di collaborazione e di sicurezza che venne chiamata "di Stresa".

In questa sede, si procurò le adesioni e i consensi necessari per l'impresa. etiopica. Quelli francesi di Laval, furono più espliciti. Quelli Inglesi, rimasero sì nel vago, ma non è che gli legarono le mani.
Mussolini aveva bisogno di un successo militare, per sentirsi veramente sicuro. Riconquistata la Libia, scelse come obiettivo l'Etiopia. La scelta fu fatta con notevole abilità. Non era certo sopito il ricordo dell'umiliante disfatta di Adua. L'impresa, inoltre, sarebbe stata popolare nell'Italia meridionale e insulare, e avrebbe offerto vasti sbocchi al nostro lavoro e alla nostra produzione.

C'era da scatenare un putiferio diplomatico. Ma in definitiva, le grandi potenze, che non muovevano un dito contro la Germania inadempiente, avrebbero mosso guerra all'Italia per difendete l'Etiopia? Si trattava, dunque, di condurre l'impresa con energia e con rapidità. La situazione non era molto diversa da quella che Giolitti affrontò e risolse tra il 1911 e il 1912. Di veramente nuovo, c'era la Società delle Nazioni, e dal Lago di Lemano, infatti, si levò un clamore che invase e assordò il mondo per quasi un anno. Ma era tutto fumo negli occhi, e che partorì solo le Sanzioni economiche (fra l'altro, da applicare con criteri di gradualità, e con nessuna limitazione nelle forniture di carbone, petrolio e acciaio).

Le sanzioni furono un errore psicologico. In sostanza, esse si risolsero in una burletta. Nessuno le prese sul serio. I Paesi che le avevano più energicamente propugnate, furono quelli che fecero con l'Italia fascista i più cospicui affari. Ma le sanzioni (non mancò una scaltra regia vittimistica) impressionarono fortemente Il popolo italiano, che vide in esse un tentativo di soffocamenito: esse giovarono immensemente al consolidamento della dittatura mussoliniana e il riavvicinamento tra Italia fascista e Germania nazista, che un mese dopo uscita dalla Società delle Nazioni non era più tenuta a partecipare alle sanzioni contro l'Italia.
In quale clima si svolgesse l'impresa etiopica, si può vedere nel messaggio di solidarietà che V. E. Orlando indirizzò a Mussolini. E quali fossero le mire di Mussolini, si può vedere nel messaggio che D'Annunzio gli inviò e che si intitolava "Al Capo d'Italia". Tutti i titoli e i nomignoli che gli davano, o che egli si faceva dare, tendevano a ribadire il concetto che lui, solo lui, fosse il capo supremo della "nazione". Anzi dell'"Impero, rinato sui colli fatali di Roma", con un re gongolante, e di certo non dispiaciuto di diventare "Imperatore".

In un Paese che attribuisce notevole importanza alle apparenze, tra un uomo sanguigno come Mussolini, ammalato di una morbosa vanità, e un uomo come Vittorio Emanuele, ammalato di una non meno morbosa ritrosia, era il primo che aveva il gioco più facile.

Tuttavia se qualcuno ci desse la prova che Vittorio Emanuele non fu contrario all'impresa etiopica, nella speranza (come già detto) che il trionfo avrebbe saziato il dittatore, predisponendolo ad una politica di pacificazione, non ci stupiremmo affatto.
Noi non abbiamo documenti, né testimonianze veramente attendibili sui rapporti tra il re e Mussolini in questo dodicennio. Però tutte le manifestazioni regali ebbero, in questo periodo, un aspetto di particolare solennità. Delle altre figliole, Mafalda, sposò il principe il principe Filippo d'Assia e Giovanna, re Boris di Bulgaria. Le nozze di Umberto con Maria José del Belgio vennero celebrate a Roma con grandissimo fasto e con quel concorso di sovrani e di principi che non si era avuto alle nozze del principe di Napoli con Elena del Montenegro.

Possiamo, però, intuire la natura dei rapporti tra i due uomini, sia tenendo presente la personalità di Vittorio Emanuele III quale si è manifestata prima del 1925, sia da un documento posteriore al 1936: il "
Diario" di Galeazzo Ciano. Le annotazioni che il genero di Mussolini, prima ministro della stampa e propaganda e poi ministro degli esteri, andava prendendo quasi quotidianamente nei suoi quaderni, sono un prezioso materiale di studio. Il nome del re vi ritorna continuamente, non solo a proposito delle udienze per la firma, ma negli sfoghi che, ogni tanto, Mussolini faceva al genero.
Da una lettura attenta di questo Diario risulta che i rapporti tra il re e il duce erano perennemente tesi. Lungi dall'essere una piccola creatura debole e innocua, trincerata dietro la grande figura del dittatore, il sovrano è un uomo franco e aggressivo che non tralascia occasione per dire a Mussolini il fatto suo, per enunciare il suo pensiero, per chiarire e ribadire il suo dissenso. Un vero brontolone.
Dobbiamo prestar fede al Diario di Ciano? Noi crediamo di sì. Che questo Diario, nella stesura che conosciamo, non fosse destinato alla pubblicazione, è evidente: la figura dell'autore vi appare in tutta la sua realtà e in tutta la sua limitatezza. Egli comincia, nel 1937, come una fedele ed entusiastica creatura del duce: la vita di questo giovane non ha altra luce, non ha altra ispirazione se non il "genio" del suocero e maestro, al quale deve tutto. A poco a poco egli si lascia conquistare dall'ambiente signorile e snobistico di Palazzo Chigi. Si sente soprattutto "diplomatico", cioè partecipe di una casta chiusa, che ha le sue leggi, i suoi costumi, il suo gergo e diciamo anche la sua esclusiva mondanità. Dopo qualche anno di permanenza al ministero degli esteri, Ciano comincia ad essere conteso tra due mondi: quello di Mussolini, che è il mondo dell'avventura, e quello del re, che è il mondo della tradizione e della conservazione. Il primo di questi due mondi è affascinato dal mito della potenza germanica, che appare come una colossale forza di rottura destinata a frantumare la società borghese. Il secondo sente con tutto il suo istinto che l'occidente è l'ultimo baluardo della civiltà alla quale gli italiani, per tradizione e per costume, appartengono. Ciano non poteva rimanere lungamente in bilico tra i due mondi. Con una consapevolezza molto limitata, egli fu, a Salisburgo e dopo, il portavoce della politica del re.
Scontri seri tra Mussolini e il re si ebbero a proposito del viaggio di Hitler in Italia. La visita di Hitler fu oggetto di lunghi e minuziosi preparativi. Hitler aveva fatto sapere, a mezzo di Rudolf Hess, che non voleva soggiornare nel Quirinale. E' la prima dichiarazione di antipatia del Fuhrer per il re d'Italia: i nazisti avevano potuto vedere negli archivi che duro e provato antitedesco fosse Vittorio Emanuele III; essi si fideranno solo di Mussolini, e dimostreranno con questo di conoscere tutta la inconsistenza del suo carattere; non si fideranno del re, e con questo gli faranno onore. Ma Hitler era il capo dello Stato: la visita doveva essere fatta al capo dello Stato italiano, cioè al re, che avrebbe dovuto restituirgliela.
Mussolini disse che non amava quel "doppione" di visita. Aggiunse testualmente:
"Questa è un'occasione nella quale la monarchia si rivela una soprastruttura inutile". Fu in questa circostanza che il re raccomandò a Ciano per la prima volta di guardarsi dai tedeschi: "Nel passato Berlino è sempre stata la cancelleria più infida".

Una delle conseguenze del viaggio di Mussolini in Germania (dove fu accolto trionfalmente, e Hitler furbescamente si fece piccolo piccolo) fu il "passo romano", che era una scimmiottatura del "passo dell'oca". Il re protestò, e Mussolini disse al genero:
"Non ho colpa io se il re è fisicamente una mezza cartuccia. E naturale che lui non potrà fare il passo romano senza essere ridicolo".
Ma il sovrano coglieva ogni occasione per seminare nell'animo di Ciano l'odio per i tedeschi. Il 5 marzo 1938 il ministro degli esteri è invitato a colazione a corte e il re gli "
parla male di Berlino" e gli raccomanda di "diffidare dei tedeschi che, a suo avviso, mancano sempre di lealtà e sono mentitori costanti".

Alla fine di quello stesso mese, Mussolini sferra un colpo alla monarchia. Pronuncia un discorso al Senato sull'ordinamento delle forze armate. Da poco egli ha dovuto subire
l'Anschluss, e vuol manifestare, almeno a parole, una certa energia. Impartisce, quindi, una lezione di strategia e annuncia che, in caso di conflitto, egli sarà "l'unico" comandante di tutte le forze armate. Il Senato, con azione predisposta, gli conferisce per acclamazione il titolo di primo maresciallo dell'impero. Naturalmente egli voleva, con questo, occupare di fatto il rango di capo della nazione. Fu Federzoni che si incaricò di ricordargli che nessuno poteva avere un grado militare superiore a quello del re. Il decreto che istituiva il nuovo grado portò, infatti, due nomi: quello di Vittorio Emanuele III e quello di Mussolini.
Ma la cosa non finì lì. Il re volle essere informato sulla legalità di quella iniziativa del Senato: il consiglio di Stato dette parere favorevole a Mussolini. Il 2 aprile il duce si sfogava in questi termini col genero: "Basta. Ne ho le scatole piene. Io lavoro e lui firma. Mi dispiace che quanto avete fatto mercoledì sia stato perfetto dal punto di vista legale". A queste parole, Ciano aggiunge di suo: "Ho risposto che potremo andare più in là alla prima occasione. Questa sarà certamente quando alla firma rispettabile del re si dovesse sostituire quella meno rispettabile del principe. Il duce ha annuito e, a mezza voce, ha detto: « Finita la Spagna ne riparleremo... ".

Era, dunque, evidente che nel viaggio in Germania che precedette la visita di Hitler in Italia, Mussolini doveva aver deciso di sbarazzarsi della monarchia. Ma questo proposito non era nato solo dall'invidia che in lui destava Hitler, capo supremo del suo popolo. Dev'essere stato proprio Hitler a incitarlo e a lusingarlo. I nazisti avevano compreso che un'Italia tutta di Mussolini sarebbe stato un più facile e docile dominio.
Ciano annota nel suo Diario che durante il soggiorno di Hitler a Roma, il re ai ricevimenti e alle sfilate era palese la sua insofferenza verso il tedesco. E che il "piccolo" Vittorio Emanuele Terzo, era proprio il "terzo" incomodo in mezzo ai due.
Goebbels, attraverso i saloni del Quirinale, aveva esortato indicando il trono: "Conservate quel mobile di velluto e d'oro. Ma metteteci sopra il Duce. Quello lì - indicava il re- è troppo piccolo".
E annota il genero ciò che gli disse il suocero nella stessa giornata:
"C'è voluta tutta la mia pazienza, con questa monarchia rimorchiata. Non ha mai fatto un gesto impegnativo verso il regime. Aspetto ancora perché il re ha settant'anni e spero che la natura mi aiuti".

C'era del resto già un piano per la liquidazione della monarchia. Morto il re, nessuno poteva opporsi alla legittima successione del principe di Piemonte. La legge sul gran consiglio, che molti citavano ad orecchio, prevedeva solo che il gran consiglio dovesse essere chiamato a decidere su tutti i casi di successione al trono sui quali erano competenti la Camera e il Senato. Cioè: morte del re senza eredi; incapacità del re a regnare; eventuale successione del principe ereditario. Ora, si attendeva la morte di Vittorio Emanuele III per eccepire un qualsiasi motivo di presunta incapacità del principe Umberto a regnare. A questo fine, si impartivano istruzioni per arginare e distruggere la crescente popolarità del bel principe di Piemonte, e si preparava a Palazzo Venezia un dossier che annotava vere o presunte accuse diffamanti nei suoi confronti.

Al FERRI CORTI

Se i rapporti tra il re e Mussolini sono così tesi negli anni Trenta, in un periodo in cui non solo il prestigio personale di Mussolini era immenso in Italia, ma cominciava ad essere fortissimo anche nel mondo, quali dovevano essere negli anni del periodo che va dal 1925 e il 1929, quando il re era meno vecchio, la posizione di Mussolini piuttosto debole, sia in Italia che all'estero, e ancora giovane e vigorosa la generazione che aveva fatto la guerra e che rimaneva sentimentalmente legata al sovrano?

Sia nel primo come nel secondo periodo, non era certamente Mussolini, gelosissimo del suo potere assoluto, l'uomo che poteva lasciarsi andare a confidenze sui suoi rapporti personali col re. Noi possiamo solo fare assegnamento sulla sua impulsività di romagnolo: in certi momenti, il dittatore non ne può più e sbotta. Scrive Ciano il 28 novembre: "Trovo il duce indignato col re. Per tre quattro volte, durante il colloquio di stamane, il re ha detto al duce che prova una "infinita pietà per gli ebrei". Ha citato il caso di persone perseguitate, e tra gli altri il generale Pugliese che, vecchio di ottant'anni e carico di medaglie e di ferite, deve rimanere senza domestici. Il duce ha detto che in Italia vi sono 20.000 persone con la schiena debole che si commuovono sulla sorte degli ebrei. Il re ha detto che è tra quelli. Poi il re ha parlato anche contro la Germania per la creazione della quarta divisione alpini. Il duce era molto violento nelle espressioni contro la monarchia. Medita sempre più il cambiamento del sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni. Ieri a Pesaro il comandante del presidio ha reagito contro il federale che aveva dato il saluto al duce e non quello al re".

Precedentemente, in una cerimonia sull'Altare della Patria, il sovrano aveva energicamente investito il capo del governo perché all'elevazione era stata suonata
Giovinezza e non la Marcia reale. Si era ai ferri corti. In realtà, Mussolini non ha che dei propositi e, di tanto in tanto, degli scatti di ribellione. E' evidente che qualche istruzione, a mezzo di Starace, è stata impartita ai federali più zelanti, nel senso di deprimere il prestigio del re e di esaltare quello del duce. Benché pochi se ne accorgano, il re lavora con estrema sottigliezza e con estrema cautela.
Agli inizi del 1939, il sovrano si sbarazza del ministro della real casa, Cora, e prega anzi Ciano di incaricarsi della ingrata, bisogna. Vittorio Emanuele ha messo gli occhi sul giovane ministro degli esteri. Costui è ancora tutto preso dal fascino di Mussolini: tuttavia, il vecchio re insiste. Egli cerca di sviluppare il senso critico nel giovane, e finirà per riuscirvi. Quasi in ogni udienza, gli parla male dei tedeschi, con un giudizio, con un aneddoto. Un giorno, mentre firmava i decreti, il re disse a Mussolini di aver ricevuto un suo parente, il principe Conrad di Baviera: "Sapete? -disse il maligno vecchietto - In Germania vi chiamano il
gauleiter d'Italia!". Chi ricorda la smisurata superbia del romagnolo, può immaginare l'effetto che avevano su di lui queste feroci frecciate.
Il sovrano aveva scelto come ministro della real casa il conte, poi duca, Acquarone. Chi era costui? Un ex ufficiale d'ordinanza del... maresciallo Badoglio. La scelta non era stata fatta a Caso. Il nuovo dignitario disse a Ciano che voleva "rinnovare" l'aria della Corte; ma che era necessario badare molto alla forma, perché se si toglieva la forma, non rimaneva un bel nulla". Era un modo molto sottile per far capire che la gara di preminenza tra il re e il duce doveva cessare. Le parole di Acquarone erano ammantate di una certa ipocrita umiltà.
Il 30 novembre del 1938 si ebbe la famosa seduta della Camera, in cui, dopo il discorso di Ciano sulle "naturali aspirazioni" dell'Italia, i consiglieri nazionali si erano levati in piedi gridando Nizza, Corsica, Tunisi, e via dicendo. Mussolini non voleva tanto. La dimostrazione era stata opera di Starace, e forse anche di Ciano. La stessa sera, il dittatore fece, in gran consiglio, un cicchetto ai suoi luogotenenti. Si può immaginare in che misura questo "rimprovero" dovesse rimaner segreto. Viceversa, il re, lagnandosi con Ciano della dimostrazione, disse che anche Mussolini l'aveva deplorata in gran consiglio. Una talpa quindi nel gran consiglio il re ce l'aveva.

Chi era che fin da quel 1938, così infausto per le grandi democrazie, già parteggiava per il re, in seno al supremo consesso fascista? Tre certamente si erano schierati per l'antigermanesimo del sovrano, ed erano Balbo, De Bono e Federzoni. Si possono aggiungere, a questi tre, Grandi e, per quel che poteva valere, De Vecchi. (Ricordiamo che il primo morì in un singolare incidente aereo, e che tutti gli altri votarono il 25 luglio '43 la destituzione di Mussolini)

Acquarone era molto attivo, specialmente in Senato. Nel mese di marzo, l'astuto prefetto di palazzo fa una mossa. Va da Ciano e gli comunica che il re vorrebbe fare "un gesto per il duce": un titolo nobiliare o la nomina a cancelliere dell'impero. La duplice offerta venne declinata. Ma come si accorda questo proposito, col tono acre ed aggressivo che il re continuava ad avere con Mussolini? Gli ambienti più vicini al dittatore pensarono che il sovrano volesse prevenire una "iniziativa" della Camera, o del Senato, del genere di quella del "maresciallato" dell'impero.
Forse si mirava ad un fine più sottile. Negli ambienti politici si era parlato del cancellierato, ma anche della presidenza del consiglio a Ciano. In questo modo si sarebbe raggiunta, sia pure nominalmente, una vera e propria divisione di poteri, tra genero e suocero. Mussolini era, ormai, già troppo compromesso col nazismo: sarebbe stato un grande vantaggio per gli antitedeschi (e quindi la corte) se la presidenza del consiglio fosse stata assunta da un giovane, facilmente influenzabile.
I nascosti disegni di Mussolini non erano ignoti al re. Lo si vede in una visita della principessa di Piemonte a Mussolini: Maria José, con una ben congegnata ingenuità, si precipitò a Palazzo Venezia, e domandò al dittatore che cosa significasse, quella legge, che il gran consiglio doveva pronunciarsi nelle questioni inerenti alla successione al trono.

A questo punto è opportuno una domanda. Non quella solita: perchè il re non si è sbarazzato di Mussolini prima che avvenisse l'irreparabile? C'è un'altra domanda più ovvia, che non è stata ancora posta: perché Mussolini non si è sbarazzato del Re? Nessuno vorrà credere che il dittatore avrebbe incontrato grandi difficoltà a spazzare via la monarchia e quel che rimaneva del suo apparato. Mussolini a partire da questo 1927 inizia a conquistarsi un immenso prestigio all'estero. Il più potente e illustre partito conservatore del mondo, quello inglese, non aveva esitato ad allontanare dal governo Antonhy Eden, che l'opinione pubblica mondiale considerava come l'avversario personale di Mussolini.

La spinosa questione, posta da Alberto Consiglio, la riprenderemo nel 1940. Quando - poco prima dei grandi successi tedeschi e con l'Italia ancora neutrale - il Sovrano preparò il suo primo 25 luglio. Poi fallito per la impressionante travolgente invasione del Belgio e della Francia, e con quasi tutta l'Italia impaziente di unirsi a Hitler per montare sul carro del vincitore quasi alle porte di Parigi. "Perchè allora e per cosa ci siamo alleati con Hitler?" si chiedevano non solo gli "acciaisti" ma quasi tutti gli italiani. Bisognava subito "correre in aiuto dei vincitori" prima che diventasse troppo tardi. "Chi aspira spara, e chi non spara spira"
(era l'incitamento di Appelius). E così Berto: "starsene inerti a guardare gli avvenimenti č la cosa piu' vile che si possa fare".
Come reagirono gli italiani? Ce lo dice Montanelli "I piů fecero come chi scrive, cioč nulla. Ci lasciammo portare dagli avvenimenti quasi dissolvendoci in essi, e senza contribuirvi nč in un senso nč nell'altro. Quelli di noi che vennero richiamati alle armi, cioč quasi tutti, non furono soldati traditori, ma nemmeno buoni soldati". "L'Italia dell'Asse, 1a ediz. Rizzoli, 1981, pag 446).
Potevamo andare in guerra così? Ci andammo!!


Con Hitler quasi a Parigi, Mussolini ruppe allora gli indugi, Ciano cambiò subito registro (vedi il discorso) e il Re si racconta che girava negli alti comandi militari ripetendo una sola frase: "gli assenti hanno sempre torto".
E volle perfino strafare: a blitz tedesco concluso, in pompa magna cinse il collo del vanitoso Goering con il collare dell'Annunziata, trasformando il tedesco in un cugino dei Savoia!


Rimandiamo a quell'anno 1939 la lettura, e torniamo ai fatti cronologici di questo anno 1927.
Non prima di aver fatto (visto che iniziano i primi rapporti di Mussolini con Hitler)
di mettere a confronto i due regimi "Fascismo" e Nazismo".

IL FASCISMO IN ITALIA IL NAZISMO IN GERMANIA > > >

Fonti, citazioni, testi, bibliografia
RENZO DE FELICE "Mussolini il fascista"- Einaudi, 1966
CONTEMPORANEA - Cento anni di giornali italiani
MUSSOLINI, Scritti Politici. Feltrinelli
MUSSOLINI, Scritti e Discorsi, La Fenice, 1983
A. PETACCO, Storia del Fascismo (6 vol.) Curcio
MARTIN CLARK, Storia dell'Italia contemporanea 1871-1999), Bompiani

STORIA D'ITALIA Cronologica 1815-1990 -De Agostini

CRONOLOGIA UNIVERSALE, Utet
ALBERTO CONSIGLIO, Vitt.Emanuele III, il re silenzioso.
(Le 11 puntate sul settimanale "Oggi" del 1950; poi in vol. Rizzoli
GALEAZZO CIANO, Diario
+ AUTORI VARI DALLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE  


TABELLA RIASSUNTI

TABELLONE TEMATICO - HOME PAGE