ANNO 1936 (provvisorio)
(seconda parte- anno 1936)

Corriere a carbonella Autoarchia - Corriere stufa, a carbonella

l'ubriacatura, il delirio di potenza, il consenso

Sul silenzio degli altri Stati, in primo piano Francia, Inghilterra e USA, salvo i bagni di retorica nazionalista e i tanti atteggiamenti pieni di sdegno, ma poi seguiti da nessuna iniziativa, questi silenzi saranno incomprensibili per gli storici degli altri Paesi, e imbarazzanti per gli storici degli stessi tre Paesi nel raccontare come andarono le cose.

In Italia invece i silenzi di molti intellettuali, affiancati da altrettanti molti autorevoli personaggi della cultura, esaltano le gesta, mettendo la testa sotto la sabbia. Proprio loro che sono i  più informati, i più acuti d'intelligenza, i "maestri" e i "professori" del tempo, non sono capaci di prevedere e di vedere la situazione. Furono più dannosi questi ultimi molto di più di coloro che fornivano i mezzi, la complicità e le connivenze nel modo come abbiamo avanti accennato. Se il doppio gioco é comprensibile tra le nazioni, di diversa cultura, lingua, tradizioni e con i soliti atavici conti da regolare, non è per nulla comprensibile il doppio gioco che sta nascendo invece nel Paese Italia.

Va bene "l'ubriacatura virile e guerriera degli adolescenti" (ma questo lo diranno solo dopo - paradossalmente i "padri", e sono proprio loro che hanno educato i figli), ma c'era anche l'ubriacatura di chi aveva l'autorità intellettuale, la guida morale e spirituale. C'era Marconi, Gentile, Prampolini, Soffici, Papini, Ungaretti, Pirandello, Mascagni, D'Annunzio, Prezzolini, Sironi, Malaparte, Vittorini e mille altri, e in prima fila, il Re e il Papa. Se tutti costoro plaudivano e avevano in mano le Leggi e l'Etica, che cosa potevano fare gli altri miserabili ignoranti che erano costretti a ubbidire?

Sono quelle dei grandi personaggi,  tutte voci che giungono nelle orecchie dei giovani e che contribuiscono a formare il carattere virile e guerriero, e i ragazzi così frastornati, da Chiesa, Corte e Intelligenze, "marciano". Solo dopo si ritroveranno abbandonati nel '43-'45 sul Don, in Africa, a Cefalonia, in Germania, e non migliore sorte toccò a coloro che in Patria credettero di fare il loro dovere fino in fondo,  come gli avevano insegnato i "maestri",  gli "adulti", che subito l'8 settembre fecero il voltafaccia e bollarono i "loro allievi" (i  loro stessi "figli") "infami fascisti" e gli diedero la caccia; e questi a  braccare loro. Senza voler fare apologia al fascismo, avevano quasi ragione più questi ultimi, perchè questo gli avevano insegnato i loro "padri", le migliori istituzioni e i migliori intellettuali; e quello che gli avevano insegnato loro lo fecero". Per venti anni il nemico era uno solo, gli "stramaledetti inglesi"; come potevano cambiare improvvisamente "programma", girando la monopola?

Questi cattivi "maestri", questi "intellettuali" si giustificarono e dissero poi di essere stati costretti, al silenzio. Eppure proprio Vittorini aveva scritto "Che cos'è l'intellettualismo? Pensare solo con la propria mente!!"

Anche da quello (ormai) sparuto gruppo di antifascisti riparati all'estero non è che giunsero migliori progetti e indicazioni costruttive; da Parigi comunisti e socialisti il 6 aprile erano stati chiari, auspicavano che l'avventura bellica africana finisse in una "disfatta" (e non meno iattura augurarono all'"avventura"  del '40).
Cioè sperare che una parte dei propri figli del proprio Paese soccombessero, cioè augurare una disfatta e senza far nulla per impedirlo ma facendo solo chiacchiere; e questo non accade nemmeno dentro i territori dove abitano e vivono gli sciacalli, altro che coscienza dell'unità d'Italia, si ripiombava al medioevo, alle lotte dei Comuni, e ancora molto più indietro, ma di molto, quando non era ancora presente l'autocoscienza; che significa immedesimarsi nell'altro.

Siamo nel 1936, di questi "soggetti", a parte alcuni esempi fulgidi e coerenti, ma in ogni caso estranei da anni alla realtà del Paese, l'Italia inizia allevarseli come serpi nel proprio seno, fino al 1943; poi arrivati al momento fatidico, quello che aspettavano da anni, restano tutti paralizzati, nessuno ha un progetto d'azione, nessuno prende un'iniziativa; a Roma il 10 settembre del '43 con due eserciti di stranieri in casa a fronteggiarsi e con i capi di quello italiano in fuga, invece di coagularsi, padri e figli unirsi, organizzarsi, si scappa, chi a casa, chi nelle montagne, e chi (sovrani e alte gerarchie militari) a Brindisi, dimenticandosi che fuori dai confini c'erano oltre due milioni di italiani, da quel momento scaraventati dentro una micidiale trappola senza scampo.

Unica iniziativa che alcuni riuscirono a prendere fu quella di regolare i conti personali, nel proprio rione, nel proprio villaggio, nella propria città, per i torti subiti; spesso anche alla cieca, scatenando umane reazioni. Pochi, pochissimi furono quelli che contribuirono veramente ad eliminare il nemico (a questo ci pensarono gli anglo-americani, dopo aver imposto il diktac della resa senza condizioni), molti erano impegnati ad eliminare i propri sgraditi concittadini e i più giovani…quelli che loro (i padri) avevano allevato e che adesso li bollavano di essere "dei fanatici".

Di tedeschi, secondo fonti germaniche, ne furono uccisi un migliaio, di fascisti (italiani) gli italiani ne uccisero 40-50 mila. Anche dopo due mesi che era finita la guerra. Come la strage nelle carceri di Schio.

"Da fonti alleate:  "Londra 7 aprile 1945 - Secondo un rapporto sull'attività dei patrioti italiani nell'Italia settentrionale diramato oggi dal ministero britannico delle informazioni, i membri attivi delle formazioni partigiane assommano a più di 200.000. Il rapporto riferisce che le perdite nemiche in seguito alle operazioni dei patrioti ammontavano al dicembre scorso a 2.418 uccisi e 1580 prigionieri, mentre fra le armi catturate erano 24 mortai e 106 mitragliatrici. Fra gli atti di sabotaggio si contano 39 ponti fatti saltare. (Comunic. Ansa del 7 aprile 1945, ore 16.30)

Molti, opportunisticamente, retrodatarono la militanza nell'antifascismo, fecero trasformismo e ingrossarono le file di quei pochi che invece avevano un passato coerente ed esemplare, quei pochi che avevano subìto il carcere nell'esprimere la loro opposizione, ma che non seppero resistere di accettare nelle loro file anche soggetti che non avevano nessuna dignità, né come "esseri umani" e tanto meno possedevano la dignità della propria Patria.

Giorgio Amendola onestamente scriverà "Tornammo nel '43 e prendemmo contatto con una realtà scarsamente conosciuta…..alcuni tornarono con degli schemi che non avevano subìto alcune variazioni…a Roma nel '43 il partito non aveva una linea per una lotta armata…non l'aveva ancora neppure elaborata".
Molti pensarono che era l'occasione buona per fare la rivoluzione bolscevica, dimenticandosi che l'Italia aveva firmato una "resa senza considizioni", e ignorando che a Yalta i giochi erano ormai stati fatti. Cioè la Russia non avrebbe mosso un dito (come fece in Grecia).

 Ma ritorniamo al 1936, alle esaltazioni, al cuore gonfio per gli eroismi raccontati dai cinegiornali, dalla radio e dalla stampa, torniamo alla data della conquista dell'impero, con l'orgoglio alle stelle. "Per lungo tempo offesi ed umiliati, gli emigranti italiani all'estero, guardarono al fascismo con ammirazione e gratitudine. Per la prima volta sembrava alla maggioranza di loro che l'Italia fosse temuta e rispettata" non scrive uno di parte, ma sempre GIORGIO AMENDOLA, in Storia del PCI, pag. 252. - "Ora sono più quelli che rientrano in Italia che quelli che ne escono" scriveva LUSSU su Giustizia e Libertà.

Sembrava in questo 1936 che non ci fossero avvenimenti "annunziatori" di prossimi sconvolgimenti. Eppure fin d'ora l'euforia calerà, e lascerà il posto ai primi dubbi, al risveglio di una realtà. Abbiamo conquistato ma non abbiamo convinto; non siamo perdenti ma nemmeno vincitori. Abbiamo oltremare le Colonie ma già in questo anno 1936 ci stiamo avviando velocemente ad un bivio, quello del 1940, dove ci saranno due sole strade da percorrere e sono entrambe senza alcuna autonomia: o imboccare la strada della colonizzazione tedesca o quella anglo-americana, e in entrambe le strade, sul lasciapassare  c'è scritto: "Senza condizioni". Voler diventare l'Italia autonoma in entrambi i casi era molto difficile,  nessuna ridefinizione della collettività nazionale intorno al principio di responsabilità individuale e collettiva sulle scelte e su quello che poteva accadere in un caso o nell'altro.
 Anche perchè c'erano forti atavici contrasti regionali e ancora tanti  limiti mentali 
per questa desiderata autonomia nazionale; e che sono ancora oggi alla fine del secondo millennio non ancora superati.
Basti ricordare che dopo la guerra, al referendum, l'Italia si divisa in due. A una metà la Repubblica non era gradita, insisteva su una monarchia, proprio quella che era così compromessa e così colpevole da meritare una corte marziale.
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Comparazioni di questo periodo (anno 1936)  su 4 Stati. Molto indicativi per avere un'idea della demografia, la struttura dei trasporti, il benessere e tutta quella produzione indirizzata verso l'esportazione che può dare un'idea delle forze in campo che fra breve con questa palese forza impari si sfideranno e si affronteranno in Europa e  in Africa.

FRANCIA pop.- 41.884.000- ferrovie km 64.000, auto 1.700.000 export- 13.259 mil.

GERMANIA-----66.159.000--------------59.800---------1.720.000---------24.280 mil.

STATI UNITI--122.000.000----------------421.000-------22.000.000---------31.825 mil.

ITALIA---------42.621.000-----------------22.800--------222.000(!)----------5.231 mil.
(La Germania in un anno ha recuperato il 650% delle esportazioni, e continua l'ascesa)

""" Il 15 giugno 1936 e' la data di commercializzazione della popolare Fiat 500, progettata dall' ingegner Dante Giacosa (il celebre "papa'" di quasi tutte le Fiat uscite dal 1936 al 1971, scomparso nel marzo 1996) e subito ribattezzata "a furor di popolo" con il nomignolo affettuoso "TOPOLINO". Considerando il limitato numero di autovetture circolanti in Italia (222.000 nel 1936, 290.000 nel 1939) e lo scarso numero di automobili nuove immatricolate annualmente (21.000 unita' nel 1936, 38.000 due anni dopo) la Fiat 500 ha un forte successo commerciale: in tre anni ne vengono prodotte quasi centomila, cui vanno aggiunti i 20.000 esemplari prodotti su licenza da N.S.U. (Germania) e Simca (Francia). L'utilitaria Fiat ha un piccolo motore (569 cc.) che sviluppa 13 cavalli, sufficienti a imprimerle la velocita' di 85 km/h. L'abitacolo ospita 2 adulti, mentre nel piccolo vano posteriore trovano posto due bambini o qualche valigia. La Topolino viene lanciata a un prezzo di lire 8900,!
10 volte lo stipendio di un bancario. I consumi sono molto ridotti (6 litri di benzina ogni 100 km), mentre il bollo annuale e' di 275 lire. Grazie anche al successo della Topolino, nel 1937 la Fiat conquista il 7% del mercato europeo, con un fatturato di 50.000 per ogni singolo dipendente. La cifra e' analoga a quella delle maggiori case automobilistiche inglesi e francesi, che pero' avevano oneri assai superiori per salari e oneri sociali. Dal termine del conflitto e fino al 1955 (in particolare con l'arrivo della 500 C Belvedere) avra' un incremento di vendite ancora superiore: infatti, dal 1936 al 1955, saranno oltre 500.000 le Topolino prodotte. Nel 1955 scompare dai listini Fiat, sostituita dalla "600". 

Al salone dell'automobile di Parigi dell'ottobre 1936 la Lancia presenta la modernissima APRILIA, berlina con quattro porte e cinque posti. Equipaggiata con un brilante motore di 1350 cc. e caratterizzata da una carrozzeria aerodinamica a scocca portante, riesce a raggiungere i 125-130 km/h: all'epoca una velocita' elevatissima per un'automobile di quella cilindrata. Rivolta a una clientela elitaria e sportiva, l'Aprilia viene lanciata con un prezzo di 23.500 lire e si merita ben presto l'appellativo di "regina della strada". E' considerata il "canto del cigno" di Vincenzo Lancia, fondatore e proprietario della fabbrica omonima, scomparso improvvisamente nel febbraio 1937. Sul telaio dell'Aprilia i carrozzieri piu' celebri realizzano superbe fuoriserie, mentre dal 1939 la cilindrata sale a 1500 cc. Numerosi sono anche i successi nelle competizioni sportive. La sue vendite proseguono fino alla primavera 1950, quando viene sostituita dalla Lancia Aurelia. (By: Andrea Barbano) """

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