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ANNO 1942

Germania: "L'OPERAZIONE BLU" di HITLER 1a parte, pagina sotto - segue la 2a, 3a, 4a, 5a, parte
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La pagina storica (e anacronistica) dell'anno - 3 Luglio 1942

il  "GRAVE" DISCORSO
 DI NATALE DI PIO XII (alla seconda pagina cronologica)

 

Iniziamo con un riepilogo degli avvenimenti in Russia dalla fine  1941 al 1942

VERSO STALINGRADO - L'offensiva tedesca del 1942 sul fronte orientale 
L'ultima impresa fallimentare di Hitler.
"L'OPERAZIONE BLU" (prima parte)

Questa pagina è di GIOVANNI ARUTA

Il 1941 era stato un anno denso di avvenimenti per la Germania nazista: nei primi mesi di quell'anno aveva ancora come unico nemico la Gran Bretagna la cui posizione appariva senza speranze di fronte alla forza del Reich tedesco. Ma, la decisione di Hitler di invadere la Russia prima e poi di dichiarare guerra agli Stati Uniti - per solidarietà al Giappone dopo l'attacco di dicembre a Pearl Harbour malgrado la Germania non fosse tenuta a farlo a norma del patto tripartito in quanto il suo alleato) aveva fatto scendere in campo contro la Germania due nazioni con immense risorse umane, materiali ed economiche.
 Era soprattutto il fronte russo a preoccupare le gerarchie naziste: dopo le fulminee avanzate dell'estate e dell'autunno precedente, con il sopraggiungere dell'inverno, vi era stato un pesante contrattacco russo che, unito ai rigori di quella stagione, aveva sottoposto la Wermacht ad una prova terribile (aggravata dal fatto che la macchina militare tedesca non era attrezzata per una campagna invernale). Così non solo era stata respinta l' ultima disperata offensiva tedesca volta a conquistare Mosca ma, ciò che era più grave, i Russi, quando si convinsero 
(vedi la storia del "giapponesino a Mosca") che il Giappone non li avrebbe attaccati ad est, avevano trasferito sul fronte occidentale numerose divisioni composte da soldati siberiani, abituate a combattere nel freddo e nella neve, che scagliate contro il sottile fronte tedesco per poco non avevano portato le armate naziste ad una grave, quanto inaspettata, catastrofe.

 Il fallimento dell'ambiziosa offensiva nazista  a fine 1941 era ormai evidente al mondo intero e Hitler, che per la prima volta dall'inizio della guerra vedeva fermate le sua armate, aveva iniziato a litigare con i suoi generali: il primo che aveva dovuto dare le dimissioni era stato il feldmaresciallo von Rundstedt, comandante del gruppo di armate che operava nel tratto meridionale del fronte, colpevole, dopo aver conquistato Rostov, di aver chiesto di abbandonarla autorizzando così la prima ritirata di un reparto tedesco dall'inizio della guerra (dirà poi Guderian " I nostri guai iniziarono a Rostov, fu il nostro menagramo"). Poi era stata la volta di von Bock, comandante del gruppo di armate che presidiava il fronte centrale, dimessosi per motivi di salute.
 Quando era apparso chiaro che la campagna militare che doveva portare alla conquista della Russia in pochi mesi era fallita, Hitler destituì anche von Brauchitsch, capo di stato maggiore dell'esercito, il 19 dicembre 1941. Chi resistette più a lungo fu il responsabile del gruppo di armate nord, von Leeb, che comunque chiese, ed ottenne, di essere esonerato dal comando agli inizi del 1942. 
La parte finale del 1941 ed i primi mesi del 1942 furono un calvario per le armate naziste impegnate sul fronte orientale, costrette ad indietreggiare da continui attacchi russi (che però non conseguirono successi strategicamente rilevanti) e, quando, nel mese di marzo, vi fu il disgelo e con esso arrivò la stagione del fango che impediva fino a maggio le attività belliche, l'indebolita Wermacht potè finalmente giovarsi di un periodo di relativa tregua. 

Nell'alto comando tedesco iniziarono a fare i conti delle perdite subite: il loro totale complessivo ascendeva, nel marzo del 1942, a quasi 1.100.000 effettivi tra morti, feriti e dispersi. Era dunque la prima volta, dall'inizio della guerra, che una campagna militare causava perdite rilevanti alla Wermacht. Ma ciò che spaventava maggiormente le gerarchie naziste era la forza del loro nemico: i russi avevano sofferto la perdita di diversi milioni di uomini e di una quantità immensa di materiale, ma, nonostante ciò, masse di soldati e di carri armati continuavano ad contrapporsi allo stremato esercito nazista.

 L'armata rossa sembrava essere un'idra che si rigenerava in continuazione. Per questo motivo molti generali tedeschi erano convinti che la Germania non avesse le risorse per intraprendere una nuova grande offensiva e, pertanto, ritenevano più utile l'adozione di una strategia difensiva, previa creazione di una linea fortificata che li ponesse ai riparo degli attacchi russi. Queste idee non avevano però fatto i conti con quanto pensava Hitler, nella cui mente invece si affacciava l'idea di infliggere un altro colpo a quel terribile nemico che lui pensava essere molto indebolito. Il Signore della guerra nazista credeva che con un ultimo grande sforzo fosse ancora possibile riportare quella vittoria decisiva che era sfuggita l'anno precedente.

Il dittatore nazista era determinato ad intraprendere una grande offensiva estiva sul fronte orientale anche perché aveva compreso che l'entrata in guerra degli Stati Uniti d'America aveva radicalmente cambiato gli equilibri strategici. Era infatti evidente che l'apparato industriale statunitense, non appena si fosse dispiegato in tutta la sua potenza, avrebbe alterato il rapporto delle forze in campo a tutto svantaggio dell'Asse Germania - Italia - Giappone. Ad Hitler appariva dunque più che mai necessario infliggere un colpo mortale al colosso russo per eliminarlo dallo scenario bellico. Soltanto in questo modo la Germania avrebbe potuto concentrare le sue risorse ad occidente per parare la nuova, potente ed inevitabile minaccia portata dalla superpotenza americana. Nella mente di Hitler era ancora ben presente la circostanza che nella guerra precedente (da lui combattuta personalmente come semplice caporale) era stato proprio l'intervento statunitense a far pendere la bilancia a sfavore dell'impero germanico ed era perciò determinato a fare di tutto affinché questa volta ciò non si verificasse. Inoltre egli non nascondeva il pericolo che, in un futuro forse non molto lontano, gli anglo - americani potessero rifornire l'Unione Sovietica delle armi e dei mezzi di cui aveva bisogno per permetterle di opporsi con maggiore efficacia alle armate del Terzo Reich. 

Questi timori furono confermati quando il presidente americano Roosevelt estese all'Unione Sovietica i benefici della legge "Affitti e Prestiti". Erano però necessari alcuni mesi prima che l'apparato industriale americano potesse girare a pieno regime, occorreva infatti convertire le loro fabbriche ad una produzione militare, e pertanto il dittatore nazista aveva davanti a sé un certo periodo di tempo che intendeva sfruttare nel miglior modo possibile per chiudere la partita. Egli naturalmente sperava che il Giappone, alleato della Germania, tenesse impegnata in Pacifico la superpotenza americana con un'intensità tale da non permetterle di inviare truppe e mezzi in Europa ma questa era una speranza, un auspicio, non una certezza. 

Questo era lo scenario che dette origine all'"Operazione Blu", la grande offensiva tedesca ad oriente dell'estate del 1942. Il piano, del quale le direttive generali furono fissate da Hitler in persona e che fu poi perfezionato dagli strateghi dell'alto comando della "Wermacht", partiva dal presupposto che l'esercito tedesco, indebolito dalla sanguinosa campagna dell'anno precedente, non avesse le risorse per attaccare sull'intero fronte. Pertanto il dittatore nazista decise di concentrare i suoi sforzi nel settore meridionale. Si trattava di lanciare una grande offensiva che, in un primo tempo, si sarebbe sviluppata con una rapida puntata nella parte più settentrionale del fronte sud, in direzione di Voronez. Successivamente le divisioni corazzate tedesche avrebbero effettuato una rapida conversione verso sud per intrappolare le armate sovietiche nell'ansa del fiune Don. Dopo questa operazione di accerchiamento, alla quale doveva essere riservata la massima cura in quanto occorreva impedire al nemico di ritirarsi all'interno dell'immensità del territorio russo, le armate tedesche avrebbero investito Stalingrado (alla quale nel piano originario non era attribuita grande importanza), e poi, raggiunto il Volga, si sarebbe dato inizio alla seconda fase dell'operazione: la conquista del Caucaso e dei preziosi giacimenti di petrolio di Maikop, Grozny e Baku. 

Questo obiettivo era considerato fondamentale da Hitler il quale, per convincere i suoi generali della bontà del suo piano, disse: "Se non prendo Maikop e Baku, con i loro pozzi di petrolio, sarò costretto a porre termine a questa guerra". Questa seconda fase doveva essere preceduta da un'importante azione preliminare: la conquista della Crimea e soprattutto della piazzaforte di Sebastopoli, per la quale era stata destinata un'armata dotata di speciali cannoni a grandissimo potenziale, necessari a distruggere le imponenti fortificazioni realizzate dai russi. 
Per il comando di questa difficile e delicata operazione era stato designato uno dei più capaci militari del terzo reich: il feldmaresciallo Von Manstein. Il Furher aveva previsto che dopo la conquista di Sebastopoli un'altra branca della tenaglia sarebbe partita per conquistare Rostov, ed unirsi alle forze che scendevano da nord per conquistare il Caucaso. 

Nella fertile mente di Hitler, qualora le operazioni fossero state coronate dal successo, già si affacciavano idee per nuove avanzate: dal Caucaso egli pensava di passare rapidamente attraverso l'Iran e l'Iraq, all'epoca colonie britanniche, e lanciare le sue colonne corazzate in due direzioni: la prima avrebbe potuto dirigersi verso sud - ovest andando incontro all'Afrika Korps di Rommel (il quale a sua volta era in procinto di lanciarsi all'offensiva sul fronte libico); la seconda doveva procedere verso sud est, e, ripetendo l'impresa riuscita in passato soltanto ad Alessandro Magno, raggiungere l'India dove si sarebbe incontrata con le truppe dell'alleato giapponese. Questo grandioso piano aveva come corollario un'offensiva, con scopi molto più limitati, da lanciare nel settore settentrionale del fronte che avrebbe dovuto portare alla caduta di Leningrado, al conseguente ricongiungimento con le forze dell'alleato finlandese. Ciò allo scopo di togliere agli anglo americani una delle vie attraverso le quali avrebbero potuto rifornire i russi.

Quando Hitler espose i suoi piani ai generali che comandavano le sue armate sul fronte orientale questi ultimi rimasero perplessi e dimostrarono un velato scetticismo. Alcuni, come abbiamo detto, ritenevano che l'esercito tedesco non avesse le risorse per intraprendere un'offensiva su larga scala e pertanto erano dell'opinione che l'unica strategia possibile fosse quella basata sulla difensiva-offensiva, attendendo gli attacchi del Russi ai quali rispondere con contrattacchi su scala locale. Era la strategia già adottata nella prima guerra mondiale e si era rivelata vincente per la Germania. Essi sostennero che questa tattica avrebbe logorato i Russi permettendo alla Wermacht di risparmiare risorse preziose. Altri generali, tra i quali Guderian, ritenevano che l'esercito tedesco dovesse attaccare nella parte centrale per prendere Mosca: era infatti necessario che l'esercito tedesco si ponesse degli obiettivi realistici senza disperdersi nell'immensità del territorio sovietico, dove, a causa della sua inferiorità numerica e per il logorio causato dalle estenuanti avanzate, si sarebbe trovato esposto all'inevitabile contro-offensiva invernale sovietica, soprattutto qualora non avesse raggiunto tutti i suoi obiettivi strategici. 

A queste obiezioni Hitler rispose ribadendo con forza la bontà del suo piano. Egli disse che era evidente che Stalin si aspettasse la ripresa dell'avanzata su Mosca e tutte le informazioni raccolte riferivano che le migliori armate russe erano poste a difesa di Mosca. Pertanto, avanzando nella parte meridionale, e soprattutto iniziando l'offensiva con la conquista di Voronez (che poteva anche essere interpretata come una mossa preliminare ad un'offensiva verso Mosca partendo da sud) avrebbe sorpreso i Russi attaccandoli in un settore dove non se lo aspettavano. Attaccando nella parte centrale del fronte, al contrario, si sarebbe incontrata una resistenza molto più forte e pertanto le perdite sarebbero state molto maggiori e la riuscita del piano molto dubbia. Inoltre Hitler pose con forza l'accento sugli aspetti economici della guerra: i territori che egli intendeva strappare all'Unione Sovietica erano ricchi di minerali (e non solo, l'Ucraina era considerata il "granaio" dell'Unione Sovietica) e di petrolio. Da essi la Germania avrebbe tratto le risorse necessarie a continuare la guerra (che con l'ingresso degli Stati Uniti da europea era ormai diventata mondiale) e, nello stesso tempo, avrebbe indebolito l'Unione Sovietica in modo decisivo privandola dei materiali necessari (in primo luogo del petrolio) per continuare la guerra. 

Inoltre Hitler fece notare che, se pur era vero che la Wermacth inizialmente avrebbe dovuto dispiegarsi su un fronte molto vasto, al termine dell'avanzata si sarebbe attestata su una linea, leggermente superiore all'attuale, che andava da Voronez ad Astrakan, alla foce del Volga, passando per Stalingrado. Il Volga diveniva così il pilastro del fronte meridionale tedesco in Russia al riparo del quale la "Wermacht" avrebbe potuto respingere ogni contrattacco russo. Ciò però per Hitler era una eventualità remota in quanto egli riteneva ormai l'armata rossa incapace di intraprendere nuove offensive dopo le perdite terrificanti che aveva subito l'anno precedente.
I generali tedeschi posero al Furher dei problemi tattici: l'anno precedente avevano scoperto con grande sorpresa che i russi non solo avevano molti più carri armati dei loro ( e ne producevano in numero decisamente superiore a quelli prodotti dalla Germania), ma i mezzi utilizzati dai sovietici, contro ogni aspettativa, si erano anche rivelati superiori a quelli tedeschi sotto molti aspetti. 

In questa sede dobbiamo premettere che la Germania, quando aveva attaccato la Russia, aveva rinnovato il suo parco di mezzi corazzati. Il modello Mark I, da sole sei tonnellate e con due mitragliatrici, rivelatosi decisamente insufficiente già durante la campagna di Francia, era stato quasi del tutto eliminato. Il modello Mark II, da 12 tonnellate, armato con un cannoncino da 20 millimetri, era ormai utilizzato soltanto come mezzo leggero ed esplorante. Il carro armato medio Mark III, da 20 tonnellate, che all'epoca costituiva la spina dorsale delle divisioni corazzate tedesche, era stato distribuito in una variante migliorata, armata con un cannone da 50 millimetri lungo 42 calibri e ciò perchè il vecchio cannone da 37 millimetri lungo 45 calibri si era rivelato inefficace già in Francia contro alcuni carri armati francesi quali lo "Char B1 bis" ed il "Somua", e soprattutto contro i corazzatissimi carri armati inglesi da accompagnamento della fanteria modello "Matilda". I generali tedeschi pensavano che, con il nuovo cannone da 50 millimetri, il Mark III non avrebbe avuto problemi con i carri armati russi. Ma l'arma sulla quale essi contavano per marcare una decisa superiorità di armamento sui russi era data dalla nuova versione del carro armato pesante Mark IV, da 24 tonnellate, la F2, la quale era stata dotata di un nuovo tipo di cannone, da 75 millimetri, lungo 43 calibri, in grado di lanciare proiettili da alto potenziale perforante. Tale cannone aveva sostituito la vecchia versione lunga soli 24 calibri che non si era rivelata idonea a perforare corazza molto spesse a causa della bassa velocità iniziale del proiettile. 

Ma, con grande stupore, sin dai primi giorni della campagna (il 30 giugno già Hitler scrive a Mussolini di averli incontrati) i generali tedeschi ricevettero dalle unità di prima linea rapporti allarmanti dai quali si evinceva che i Russi, insieme ai carri armati modello BT e T26 e T 28, stavano gettando in battaglia due modelli nuovi di carri dei quali il servizio segreto tedesco non era assolutamente a conoscenza: il T 34 ed i KV. 
vedi inizio invasione: 
OPERAZIONE BARBAROSSA - i T 34,  la "SORPRESA")

Il primo era un carro medio da 28 tonnellate, armato con un cannone da 76,2 millimetri, inizialmente lungo 30,5 calibri, poi con una versione migliore da 41,2 calibri. Questo mezzo, affermavano i primi invasori che li incontrarono, aveva prestazioni di velocità (era dotato di un motore di tipo aereonautico da 500 cavalli), e mobilità molto superiore ai carri armati tedeschi (grazie a dei cingoli molto spessi - e larghi, sulla neve o sui terreni melmosi ideali) ed era dotato di un'eccellente corazzatura con superfici ricurva che sfuggivano ai proiettili. Mentre il secondo era un autentico bestione da 52 tonnellate, con corazze frontali da 110 millimetri, assolutamente inattaccabili dai pezzi montati dai carri armati tedeschi, ad eccezione del Panzer IV F2, ma da breve distanza. L'apparire di questi colossi d'acciaio stava creando grossi problemi soprattutto ai reparti di fanteria le cui artiglierie controcarro, da 37 e 50 millimetri, non erano assolutamente in grado di fermare questi mastodonti d'acciaio.

Per fortuna i russi non sapevano utilizzare i carri armati, sbagliando li consideravano, come già avevano fatto i francesi, i "servi della fanteria" e gli "schiavi dell'artiglieria". Questa concezione superata, risultata già fatale all'esercito francese, causò all'inizio gravi perdite ai Russi, ma, come aveva annotato già ai primi di ottobre del 1941 Guderian, era inevitabile che prima o poi i sovietici avrebbero iniziato ad utilizzare i carri armati in modo simile ai tedeschi. Era pertanto prevedibile che in quel momento per la "Wermacht" si sarebbero creati dei seri, e forse insolubili problemi se l'industria tedesca non fosse riuscita a sfornare dei mezzi all'altezza della situazione. Intanto si doveva ricorrere ad un espediente già utlizzato con successo ad Arras il 23 maggio del 1940, e poi in Africa, contro i carri inglesi "Matilda": utilizzare in funzione anticarro i cannoni antiaerei da 88 millimetri lunghi 56 calibri. Quest'arma, che possiamo considerare il miglior "pezzo anticarro" di tutta la guerra, era in grado di perforare una corazza da 82 millimetri a 2.500 metri di distanza e venne soprannominata, giustamente, "il terrore dei carri armati". 

Purtroppo, grande fu la delusione dei generali tedeschi quando seppero che il loro nuovo modello di carro armato pesante da 56 tonnellate armato con il cannone da 88, il mark VI "Tigre" non sarebbe stato operativo prima dell'autunno ed in pochissimi esemplari. Altra cattiva notizia giunse quando si seppe che il nuovo carro medio, il Mark V "Pantera, da 45 tonnellate ed armato con uno speciale cannone da 75 millimetri lungo ben 70 calibri progettato specificamente per l'impiego anticarro (che avrebbe dovuto sostituire il modello III che con il suo cannone da 50 millimetri si era rivelato incapace di competere con il T 34 russo), con prestazione di velocità e mobilità eccezionali, a causa di problemi insorti nella fase di progettazione non sarebbe stato disponibile prima del 1943. Tutto ciò che si riuscì a fare fu di migliorare le prestazioni dei modelli esistenti. Il Mark III venne prodotto nella versione "J" con corazzatura potenziata ed un nuovo cannone sempre del calibro di 50 millimetri, ma lungo 60 calibri, con un proiettile con maggiore velocità iniziale e pertanto dotato di maggior potere perforante (a mille metri era in grado di attraversare 59 millimetri di corazza contro i 48 della versione precedente). 

Il Mark IV venne invece potenziato con l'adozione di un cannone da 75 millimetri lungo 48 calibri e con una migliore corazzatura: fu questa la versione "G" che però venne distribuita in numero ridotto in quanto vi era scarsità di disponibilità di cannoni di quel tipo che erano richiesti anche dalla fanteria. La dotazione di mezzi fu inoltre migliorata mediante la distribuzione di numerosi cannoni semoventi nell'intento di aumentare il potenziale anticarro delle panzer divisionen. Queste ultime furono riunite in armate corazzate, e non in corpi di armata come nell'inverno precedente, in quanto dava ad Hitler la sensazione di avere una maggiore forza. In realtà, come osserva acutamente lo storico militare inglese Basil Liddell Hart nella sua "Storia Militare della Seconda Guerra Mondiale", tale soluzione paradossalmente diminuì il potenziale di rottura dell'esercito tedesco, in quanto le armate corazzate si rivelarono degli strumenti troppo complessi, ei la dotazione di carri armati era, in proporzione, troppo bassa rispetto alle fanterie motorizzate.

 Questa erronea riorganizzazione delle forze corazzate, unita alla minore esperienza delle nuove leve che avevano rimpiazzato i veterani morti nel primo anno della campagna di Russia, fu molto probabilmente una causa non secondaria del fallimento dell'offensiva ideata da Hitler. Quest'ultimo, per aumentare le truppe a sua disposizione in vista dell'offensiva, contrariamente a quanto aveva deciso all'inizio dell'invasione (quando confidava in una rapida vittoria) non aveva esitato a chiedere aiuto ai suoi alleati. Pertanto Romania, Ungheria ed Italia ricevettero pressanti richieste di inviare truppe per guarnire dei tratti di quel fronte sterminato. Così all'inizio della campagna militare una cinquantina di divisioni alleate erano schierate a fianco delle forze tedesche. A dire il vero i generali tedeschi erano molto scettici sull'efficienza bellica di questi rinforzi, del tutto privi di carri armati, assai carenti in fatto di mezzi di trasporto e di artiglieria anticarro, ma Hitler ribattè che ad essi sarebbero stati affidati compiti meramente difensivi per svolgere i quali erano sufficientemente attrezzate. Ciò nonostante il feldmaresciallo Von Rundstedt, in quel momento comandante delle forze di occupazione tedesche in Francia, affermò in modo sprezzante che si trattava "di un vero e proprio esercito da Società delle Nazioni". 
Ma, avendo parlato del contributo italiano, quella che Hitler e Mussolini definirono "la crociata contro il Bolscevismo", ci sembra doveroso soffermarci sugli eventi che portarono Mussolini ad inviare delle truppe in Russia ed in quali condizioni e con quali mezzi avrebbero dovuto battersi contro i Russi. Avrebbero forse gli italiani fatto la fine del vaso di coccio costretto a viaggiare tra i vasi di ferro? 

(By: GIOVANNI ARUTA)

la seconda parte dell' Operazione Blu" > > 

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