ANNO 1941

Questa pagina è di GIOVANNI ARUTA

"L'operazione Blu"  (parte seconda)

Se l'esercito tedesco si era trovato in difficoltà di fronte all'inaspettata apparizione sui campi di battaglia dei formidabili carri armati T34 e KV a maggior ragione appariva pateticamente insufficiente l'equipaggiamento delle circa 50 divisioni fornite dai suoi alleati alla Germania per contribuire alla "crociata contro il bolscevismo" lanciata da Hitler. A dire il vero molti soldati italiani, ungheresi, slovacchi, rumeni, non avevano accolto con grande entusiasmo l'idea di combattere contro l'esercito sovietico. Nel diario del caporale Isvan Balogh, in servizio nella prima brigata motorizzata dell'esercito ungherese partita il 18 giugno 1942 da Budapest, si legge che al momento della partenza "alla volta della terra insanguinata di Russia" vi era "gente in silenzio ed il triste suono delle trombe". Cinque giorni più tardi il treno sul quale viaggiava il caporale Balogh era passato attraverso delle zone dove si erano svolti aspri combattimenti nell'inverno precedente. Sul diario egli scriveva. "dappertutto vi erano carri russi in pezzi. Li guardavamo e tremavamo all'idea di questo inferno rosso che si muoveva contro l'Ungheria. Grazie a Dio erano stati fermati". Il primo luglio successivo, ad Ivanovka, il suo reparto fu per la prima volta in prima linea. Questa fu la descrizione dei luoghi fatta dal Balogh: "Dappertutto si vedono i resti di veicoli tedeschi bruciati. Forse stanno cominciando a perdere la loro fortuna militare?" si chiedeva con inquietudine e sgomento il caporale ungherere.

Mussolini, dal suo canto, all'inizio dell'invasione aveva subito offerto all'alleato un contributo italiano.

 A dire il vero il Duce era rimasto un po' offeso dal fatto che Hitler gli avesse celato accuratamente l'intenzione di invadere la Russia fino al 21 giugno 1941, quando gli aveva scritto una lunga lettera proprio alla vigilia dell'attacco. IL Duce nutriva una mal celata invidia per le fortune belliche del suo "collega" tedesco ed era irritato per questa aperta dimostrazione di sfiducia fattagli dal suo alleato (era infatti di tutta evidenza che i tedeschi non avevano rivelato nulla a lui circa i loro piani per il timore che fossero svelati al nemico,) ma si affrettò a dichiarare di essere certo che la Germania avrebbe rapidamente sconfitto la Russia sovietica anche se ai suoi intimi disse che "gli faceva piacere se Hitler ci avesse rimesso qualche penna". Mussolini non immaginava che da questa avventura il suo potente alleato ne sarebbe uscito completamente spennato.  Egli affermò comunque di voler essere al fianco del suo alleato e dette ordine di preparare un corpo di spedizione.

"Furher la Vostra decisione di prendere alla gola la Russia ha trovato in Italia una adesione entusiastica specie fra i vecchi elementi  del Partito, che avrebbero accettato, ma molto a malincuore, una diversa soluzione del problema.(Invece l'invasione della Russia era stata accolta con disappunto sia dalla corrente di sinistra che aveva sperato una alleanza fra le tre dittature totalitarie, e sia da Ciano che aveva imbastito con Mosca una trattativa sulle questioni balcaniche, poi naufragata per veto di Berlino. Ndr.). In una guerra che assume questo carattere, l'Italia non può rimanere assente. Vi ringrazio quindi, Fuhrer, di aver accolto la partecipazione di forze terrestri e aeree italiane nel numero e per il settore che gli Stati Maggiori stabiliranno. (...) 
Desidero dirvi:  a) per quanto concerne lo sviluppo delle operazioni, Vi prego, Fuhrer, di comunicami quanto credete necessario che io sappia, così come è avvenuto per la recente campagna balcanica; b) ringraziarVi per i recenti accordi di carattere economico, che mi permettono di superare talune difficoltà e intensificare la produzione bellica; c) annunciarVi che il raccolto del 1941 è superiore a quello dell'anno passato. Non comunicherò la cifra al popolo, per non suscitare illusioni e rallentamenti nella disciplina dei consumi: d) la "Stimmung" del popolo italiano è ottima, come, Fuhrer, saprete anche da altre fonti. Soprattutto il popolo italiano è consapevolmente deciso a marciare sino in fondo col popolo tedesco e a sostenete tutti i sacrifici necessari per il conseguimento della vittoria."
(Mussolini a Hitler, il 22 giugno 1941- Lettere & Documenti di M. e H.  Kink Features Syndacate, 1946. Nell'edizione italiana della Rizzoli del giugno 1946, n. doc. 45)

Negli ambienti militari italiani vi furono molte perplessità, infatti fino a quel momento l'Italia aveva accumulato diversi insuccessi (campagna di Grecia, distruzione dell'armata di Graziani in Libia, perdita dell'Impero) e non appariva cosa saggia disperdere ulteriormente le scarse forze a disposizione. Però Mussolini, "che aveva sempre ragione", fu irremovibile, e, pertanto, fu dato l'ordine di preparare alcune divisioni per la Russia.
Inaspettatamente la risposta di Hitler a questa offerta fu molto fredda e quasi sprezzante: egli scrisse una lettera a Mussolini (il 30 giugno, ib. doc. n.46)
in cui consigliava al suo alleato di concentrare le sue forze nel Mediterraneo per tenere a bada gli Inglesi, permettendo così alla Germania di liquidare il colosso russo. Il dittatore nazista evidenziava inoltre la difficoltà della lotta, affermava che "i russi hanno messo in campo un carro armato da 52 tonnellate", e, pur senza affermarlo esplicitamente, riteneva del tutto inadeguato l'equipaggiamento in dotazione alle forze italiane. 
Hitler evidentemente parlava così perchè era sicuro di riportare un successo di poche settimane (8) ma nelle sue parole non può disconoscersi una sostanziale verità e del buon senso. Queste doti però mancavano del tutto a Mussolini che, dopo molte insistenze, riuscì a convincere i tedeschi ad accettare l'invio di un piccolo contingente italiano e nacque così il Corpo di Spedizione Italiano in Russia (C.S.I.R.) composto da tre divisioni (la "Torino", la "Pasubio" e da una divisione celere di bersaglieri). Partiti il 26 giugno 1941 con al comando il generale Zingales, durante il trasferimento si ammala. Il 13 luglio lo sostituisce e prende il comando il generale GIOVANNI MESSE. (vi rimarrà fino al 9 luglio 1942 )
(Messe, era nato a Brindisi nel 1883. Arruolatosi all'età di 19 anni, nl 1941 aveva percorso tutti i gradi dell'esercito italiano. Presente alla guerra di Libia, poi alla Grande guerra, nel 1923 era stato promosso aiutante di campo del Re. Nel 1927 promosso colonnello comandante del 9° reggimento bersaglieri, resse il presidio di Zara. Nel 1935 nominato generale di brigata. Nel 1938 generale di divisione. Nel 1940 costituito il Corpo d'armata Speciale  in Grecia, fu promosso generale di Corpo d'Armata.) 

 Entrato in azione nell'estate del 1941, Messe partecipò ad alcune vicende belliche svoltesi nella parte meridionale del fronte, ben figurando. Apparve però chiaro che le truppe italiane non erano per nulla attrezzate a sostenere quello scontro di titani e pertanto, nei primi mesi del 1942 il generale Messe suggerì di ritirare i reparti inviati che, tutto sommato, in quel primo anno di guerra si erano ben comportati. Nei suoi rapporti egli metteva in evidenza con grande efficacia e precisione le carenze dell'equipaggiamento delle truppe italiane e ne traeva la giusta conclusione che era consigliabile un saggio disimpegno da quella lotta nella quale, dopo tutto, la presenza di qualche divisione italiana non poteva certamente mutare gli equilibri in campo. Nel frattempo era però radicalmente mutato l'approccio dei tedeschi nei confronti dei loro alleati: le gravi perdite subite dalla "Wermacht" nel primo anno della campagna di Russia avevano indotto l'entourage nazista a riconsiderare la possibilità di avvalersi dell'apporto di alcune decine di divisioni che potevano essere fornite dai loro paesi satelliti. Pur trattandosi di truppe che essi consideravano "di serie B" potevano comunque essere utili per mantenere dei tratti di quel lunghissimo fronte che stava logorando in maniera insopportabile la "Wermacht". 

Mussolini si sentì lusingato dalle richieste tedesche, finalmente poteva recitare la parte dell'alleato che correva in soccorso della Germania (fino a quel momento era avvenuto sempre il contrario) e pertanto accolse con entusiasmo l'idea di aumentare gli effettivi italiani impegnati in Russia. Egli era ancora sicuro della vittoria ed ai generali che si mostravano scettici disse che "al tavolo della pace conterà molto di più un'intera armata italiana in Russia che le tre divisioni del C.S.I.R.
Ciano annoterà  "il Duce ha intenzione di inviare venti divisioni. Una netta avversione del Re facendomi presente lo sforzo troppo grande rispetto alle possibilità dell'esercito italiano". (Diari di Ciano. op. cit.)
Della stessa opinione di non inviare altre truppe è Messe (Diari di Messe, 5 puntate su Oggi, febbrario-giugno 1950) "che sul posto sto sperimentando cosa significa  non avere automezzi, carri armati pesanti, le difficoltà approvvigionamenti specialmente benzina. Perfino il Capo di Stato Maggiore tedesco Keitel (in un primo momento - Ndr.) non desidera altre truppe italiane in queste condizioni perchè non può colmare le nostre gravi insufficienze".
  
Non così il Capo di Stato Maggiore italiano Cavallero, che per compiacere Mussolini è invece favorevole. Mussolini accetta di ridurle a 15 il numero di divisioni, ma poi davanti all'evidenza  si rassegna ad approntarne 7.
Venne così formata un'armata (la 8a ) che venne denominata ARM.I.R. (ARMata Italiana in Russia). 
Che risulta così composta da dieci divisioni: le tre del C.S.I.R., alle quali venivano aggiunte altre tre di fanteria ("Ravenna, "Cosseria" e "Sforzesca"), tre divisioni alpine ("Iulia", "Tridentina" e "Cuneense"), e, da ultima, la divisione "Vicenza", composta da elementi territoriali da tenere come riserva o da utilizzare contro i partigiani. Completavano l'organico due formazioni di camice nere, qualche battaglione di alpini indipendente, alcuni reparti di cavalleria. Si cercò di migliorare l'equipaggiamento ma, apparve subito evidente che ben poco si poteva fare. I mezzi di trasporto erano insufficienti (nonostante le imponenti requisizioni fatte in danno di privati).
Cavallero risolse il problema del trasporto "non dando camion alla truppa, ma portando la marcia quotidiana da 18 a 40 chilometri al giorno".
I tedeschi che si aspettavano di vedere "truppe autotrasportate", protestarono presso Mussolini, che rispose tranquillamente che "autotrasportabile" non significa necessariamente andare con i camion, ma muoversi a piedi."

 L'artiglieria anticarro era del tutto inadeguata e praticamente non vi erano carri armati. Infatti in quel momento la piccola produzione di carri armati italiani era totalmente assorbita dal fronte libico. Inoltre il carro armato medio italiano in quel momento in produzione (quindi non ancora pronto), modello M 14/41, da 14 tonnellate, con un cannone da 47 millimetri lungo 32 calibri, nulla avrebbe potuto contro i potenti T 34 e KV. L'unico mezzo in grado di tenere il campo senza essere letteralmente schiacciato dai colossi russi era il cannone semovente armato con un pezzo da 75 millimetri lungo 18 calibri ma la sua produzione annua era di pochissimi esemplari nessuno dei quali poteva essere distolto dalle sabbie della Libia. Pertanto all'armata italiana vennero assegnati soltanto una cinquantina di carri armati leggeri modello L 6 da 7 tonnellate con un cannoncino da 20 millimetri. Naturalmente si 
trattava di un mezzo utilizzabile soltanto a scopo esplorante o, al massimo, per la lotta contro i partigiani. 

Se del tutto inesistente era la dotazione di carri armati (in uno scenario dove questo tipo di arma era fondamentale), non migliore era la situazione delle artiglierie anticarro che si basavano praticamente soltanto sul cannone da 47 millimetri già montato sul carro armato M 14. Come avevano avuto modo di constatare con sgomento i soldati del C.S.I.R. nell'anno precedente, i suoi proiettili non riuscivano minimamente a scalfire le massicce corazze dei carri russi T 34 e KV contro le quali letteralmente rimbalzavano. Era possibile fermarli soltanto con un colpo fortunato, scagliato a brevissima distanza, che colpisse un cingolo o qualche altro punto particolarmente debole di quei mostri d'acciaio. Pertanto l'equipaggiamento anticarro delle divisioni italiane appariva tragicamente inadeguato e, unitamente alla circostanza che non vi erano disponibili carri armati, di fatto rendeva le divisioni italiane incapaci di fronteggiare un massiccio attacco sovietico condotto scagliando masse di carri armati. Inoltre, non avendo gli italiani in dotazione il formidabile pezzo antiaereo tedesco da 88 millimetri, l'unica soluzione era di utilizzare l'artiglieria campale o quella pesante campale che, però, ovviamente, era disponibile in un numero di pezzi molto limitato. 

Un discorso a parte merita il corpo d'armata alpino: si trattava di reparti scelti, composti da personale addestratissimo e dotati di un equipaggiamento studiato per la guerra sulle cime montuose delle Alpi,(muli da utilizzare come trasporti, artiglieria composta in massima parte da obici a tiro curvo etc. etc.). Gli alpini erano sicuri che sarebbero stati mandati a combattere sulle cime del Caucaso, ma, successivamente, giunti sul fronte, con grande stupore e delusione scoprirono di essere stati destinati ad operare nella piatta pianura del Don. In questo caso la contraddizione era ancora più palese: quelle truppe avevano una dotazione di artiglieria formata da obici, cioè da artiglierie dotate di cannoni a canna corta per effettuare il tiro curvo. Questo tipo di equipaggiamento, indispensabile per la guerra in montagna (i cannoni a canna corta inoltre erano più leggeri così da poter essere trascinati più facilmente sulle vette) era però del tutto inadatto ad operare in un teatro di guerra pianeggiante dove sarebbero stare necessarie delle artiglierie a canna lunga per dare ai proiettili maggiore possibilità di perforare le corazze dei carri armati russi. 

Mussolini ignorò queste elementari considerazioni (o fece finta di ignorarle) e così un'armata italiana, al comando della quale fu posto il generale ITALO GARIBOLDI (in un primo momento si era pensato a UMBERTO di Savoia), si trovò, nel giugno-luglio del 1942, impegnata in questa lotta titanica.
Messe all'arrivo di Gariboldi, piuttosto irritato, chiede e ottiene di rientrare in Italia, e non passerà nemmeno le consegne al suo successore.

 Non occorreva l'intelligenza di un Tiresia per capire che queste truppe, malgrado il coraggio, la capacità di adattamento e lo spirito di abnegazione tipici del soldato italiano, si sarebbero trovate in grave difficoltà in caso di un massiccio attacco sovietico lanciato con grande spiegamento di carri armati. L'unica possibilità di resistere era data dalla possibilità di ottenere il tempestivo intervento di divisioni corazzate tedesche che potessero supplire alle deficienze italiane di carri armati e di artiglierie anticarro opponendosi ai mezzi russi. Lo stato maggiore della "Wermacht" aveva inoltre dato assicurazione agli italiani che i Russi erano finiti e che non avevano le capacità di sferrare offensive su larga scala, ma, al massimo, attacchi locali. Era stata inoltre data la garanzia che qualora le truppe italiane si fossero trovate in difficoltà sarebbero state immediatamente soccorse dai reparti corazzati germanici. Però, sulla base di quanto accaduto nell'inverno precedente era inevitabile porsi un inquietante interrogativo: sarebbero stati i tedeschi in grado di rispettare questi impegni? E che cosa  sarebbe accaduto se si fosse verificata per la "Wermacht" una grave crisi come era già avvenuto nell'inverno precedente? 

Per ora, comunque, lo stato maggiore tedesco era deciso a passare all'offensiva. Era giunto il momento di dare inizio alla grandiosa "Operazione Blu" con la quale Hilter contava di liquidare definitivamente la partita che stava giocando contro il più coriaceo dei suoi nemici: l'Unione Sovietica del suo ex alleato Stalin. Inaspettatamente, però, fu quest'ultimo a precedere il suo avversario ed a lanciare un'offensiva che colse impreparati i tedeschi. Fu questo un campanello d'allarme che smentiva completamente quanti, con troppo facile ottimismo, (Hitler era il primo) affermavano che i Russi erano allo stremo. La partita tra i due dittatori era dunque ancora tutta da giocare.

E in Italia? Ecco cosa scriveva il Popolo d'Italia in questi giorni:
"L'Armata Rossa ha il coraggio della testardaggine. Non ha nessuna possibilità di guerra di manovra, di controffensiva, oltre che di resistenza al nemico. E' come un animale, capace anche di fare breccia nelle linee dell'attaccamento, ma che poi si arresta disorientato come un toro davanti allo straccio del torero"
Questo Il Popolo, e così gli altri giornali, ma  Mussolini, forse presago di sventure,  sta già cambiando atteggiamento. Manda Ciano a Gorliz, al quartier generale di Hitler, nella Foresta Nera, per esporre le sue idee circa la guerra in Russia. Una pace del tipo Brest-Litovsk del 1917.
(ma ne riparleremo e leggeremo la lettera di M. più avanti)

la TERZA  parte dell' Operazione Blu" > > 

continua