ANNO 1942
Riepilogo anno - LUGLIO-DICEMBRE

NEL FRATTEMPO IN RUSSIA...E IN ITALIA

in fondo "il  "GRAVE" DISCORSO  DI NATALE DI PIO XII"

A partire dal 19 LUGLIO i sovietici hanno concentrato la loro resistenza sul Don a protezione di Stalingrado. Mentre i tedeschi proseguono l’avanzata su Rostov, scontrandosi con una forte resistenza sovietica. Il 22 luglio, il Gruppo di armate A apre l’offensiva finale contro Rostov-na-Donu. Il giorno dopo sono ormai alle porte di Rostov. Il 24 annientando grosse forze sovietiche conquistano Rostov e Novocerkask. Intanto, si fa sempre più accanita la resistenza sovietica a ovest di Stalingrado. La minaccia tedesca si fa sempre più seria. Tuttavia i russi mantengono le varie teste di ponte a ovest del Don.
Il 27 luglio la 6a armata di von Paulus sferra una poderosa offensiva per eliminare la testa di ponte sovietica di Kalac, a ovest di Stalingrado.
Il 28 la situazione per i russi è ormai molto critica, quasi disperata..
Tutti si rendono conto che i tedeschi stanno per invadere non solo Stalingrado ma anche il Kuban e il Caucaso. Con la caduta di Rostov, i russi sono presi dal panico, si propaga il terrore. I reparti si sono sbandati, ufficiali di ogni grado e uomini di truppa sono fucilati per diserzione. Tre giorni dopo, Stalin proclamerà: “Non più un passo indietro!”. Ci si ritirerà ancora, ma si sa che non vi è più molto spazio per farlo: se i tedeschi non saranno fermati a Stalingrado e alle pendici del Caucaso, la guerra sarà perduta. Dopo la caduta di Rostov, nell’Armata Rossa viene introdotta una disciplina di ferro: i disertori vengono passati per le armi sul posto. Perdono potere i commissari politici, lo riacquistano i militari professionisti; Stalin promette agli ufficiali nuovamente gli antichi galloni d'oro, ma anche per i cittadini istituisce decorazioni legati alle azioni patriottiche, riesumando gli Ordini dei "grandi antenati", degli Zar, quello di Kutzov (invasione Napoleonica), di Suvorov, di Aleksandr Nevskij, di Pietro il Grande.

Le armate tedesche determinate a raggiungere il Volga da ovest, costringono i russi a ripiegare.
Nel settore meridionale, il Gruppo di armate A (al quale è stata restituita la 1a armata corazzata) avanza a ventaglio a sud di Rostov, tagliando la ferrovia Novorossijsk-Stalingrado e occupando la città di Salsk; le avanguardie raggiungono il fiume Kuban. Nel settore del Gruppo di armate B, proseguono furiosi combattimenti nell’ansa del Don di fronte a Stalingrado, nel tentativo da parte tedesca di isolare i difensori. Nel settore centrale, i sovietici rinnovano i loro attacchi nella zona di Rzev.

Il 3 agosto il Gruppo di armate A tedesco avanza rapidamente nel Kuban, conquistando la città di Vorosilovsk (oggi Stavropol). Varcato il Don e stabilita una testa di ponte a Cimljanskaja, i tedeschi raggiungono Kotelnikovo, donde avanzeranno più lentamente fino al 18 agosto verso Stalingrado. I russi riescono tuttavia a tenere la regione a nord della grande ansa del Don e un certo numero di teste di ponte al di qua del fiume, come a Kleckaja, contrastando il passo al Gruppo di armate B. Nel settore centrale, i sovietici proseguono i loro attacchi nella zona di Riev.
Il Gruppo di armate A tedesco conquista una testa di ponte oltre il Kuban nella regione di Armavir-Nevinnomyssk, a breve distanza dalle pendici settentrionali del Caucaso e dai campi petroliferi di Majkop. Conquista anche la città di Kropotkin.
Tuttavia l’Armata Rossa prosegue coraggiosa anche se (sembra) inutile, la resistenza nella grande ansa del Don, e fa alcuni tentativi offensivi nel settore centrale.

IL 7-9 agosto la 6a armata tedesca di Von Paulus a seguito di una offensiva russa, viene a trovarsi in una situazione molto difficile, fino a diventare subito dopo critica, pur avanzando - come accennato sopra- verso Stalingrado.

Mentre il Gruppo di armate A conquista Majkop e Krasnodar, nel Caucaso. Ma alle pendici della catena, la resistenza sovietica si fa più vigorosa, favorita dal terreno.

Il 10 agosto si aggrava la minaccia tedesca su Stalingrado con l’eliminazione, da parte del Gruppo di armate B, della testa di ponte sovietica presso Kalac nell’ansa del Don.
Dissensi tra Hitler e Halder. Questi seguita a sostenere il carattere prioritario che deve avere la conquista di Mosca, mentre Hitler mira ai pozzi petroliferi del Caucaso temendo di restare senza carburante. L'errore è fatale, ed è quello di Hitler, un calcolo errato, irrazionale, tant’è vero che la Germania potrà combattere per altri due anni e mezzo senza i pozzi petroliferi del Caucaso.

Il 14 agosto, gran parte della 6a armata tedesca (von Paulus), con l’appoggio dell’armata corazzata del gen. Hoth, completa la conquista di tutta la regione compresa nell’ansa del Don (tranne piccole teste di ponte sovietiche a nord) e avanza su Stalingrado da sud, da ovest e da nord-ovest.
(VEDI IL RIEPILOGO OPERAZIONI TEDESCHE A INIZIO ANNO).
Noi qui le ricapitoliamo, riprendendole - più avanti - dal 19 agosto

NEL FRATTEMPO IN ITALIA

10 AGOSTO - Alcide DE GASPERI stabilisce un programma di un partito antifascista di ispirazione cristiana con l'obiettivo di prendere il posto occupato dalla dittatura fascista, visto che si avverte un crollo improvviso o a breve termine la fine del regime, e forse la destituzione dello stesso Mussolini. Va a formare quindi in ottobre a Milano (nasce nell'abitazione dei Falk) quella che sarà la futura Democrazia Cristiana. Uscirà poi dalla clandestinità il 25 Luglio del '43, affiggendo un milione di manifesti sui muri d'Italia con il suo programma,  invitando tutti i Cattolici a unirsi sotto questa bandiera: il simbolo dello scudo crociato.

Il 10 AGOSTO - Le stesse forze di sinistra si coagulano, pure loro in vista di un possibile crollo del fascismo. Sono quelle del partito comunista  clandestinamente sempre molto attive sul territorio nazionale, seguendo la "voce" dell'esule PALMIRO TOGLIATTI, irradiata da Radio Mosca che trasmette i suoi proclami in "Discorsi all'italiano". Mentre in Italia un gruppo di militanti iniziano la  lotta anti nazista-fascista, stampando i primi numeri clandestini de L'Unita'"
La nota dolente, è che Togliatti da Mosca incita i russi contro non solo i tedeschi ma anche contro gli italiani che hanno invaso la Russia, chiamandoli tutti nazi-fascisti.

Il 5 SETTEMBRE altre forze antifasciste, questa volta liberali, sono riunite da IVANOE BONOMI. Costituiscono un "fronte unico della liberta'" aperto alle forze democratiche di ispirazione liberale, cristiana e socialista. Lanciano anche loro accorati appelli all'unione con un altro giornale clandestino: "Ricostruzione".

TORNIAMO SUL FRONTE AFRICANO

15 AGOSTO - Appena preso il comando, Montgomery avvia il rafforzamento e la riorganizzazione dell’8a armata britannica. Il costone di Alam Halfa, alle spalle della linea di El Alamein, Montgomery lo giudica di vitale importanza per la difesa di Alessandria. In verità è Alexander che raccomanda a Montgomery di tenere a ogni costo le posizioni di EI Alamein. Si attendono i rinforzi di uomini e mezzi, ma soprattutto gli aerei, e su tali prospettive viene messa in cantiere la nuova controffensiva.
Ed è quello che teme Rommel: non prendendo lui l'iniziativa avrebbe favorito la ricostituzione e la riorganizzazione degli inglesi. Sa che è un'impresa difficile, quasi disperata. Nel suo Diario, non ne fa mistero; scrive alla moglie convinto di avere poche ore di vita. “La decisione di attaccare oggi è la più grave della mia vita. O si riesce a raggiungere ora il canale di Suez oppure...”, Rommel termina con i puntini.

30 AGOSTO - Ore 23: Rommel sferra un attacco su tutto il fronte di El Alamein; è iniziata la battaglia di Alam Halfa, cosi chiamata dall’omonima “Cresta” a sud-est di El Alamein nei pressi della quale si svolge la battaglia principale. Il piano del feldmaresciallo tedesco prevede delle azioni diversive condotte dalla sinistra del suo schieramento (verso El Alamein), contro il XXX corpo nemico, sferrate dalla 164a divisione tedesca e dalle divisioni italiane Trento e Bologna: l’attacco principale è previsto nel settore meridionale delle linee tedesche, contro il XIII corpo britannico, ad opera della 90a divisione leggera, del corpo d’armata motorizzato italiano (con le divisioni Ariete e Littorio), le due divisioni corazzate dell’Afrikakorps (la 15a e la 21a), la divisione Folgore e il Gruppo Recce. Rommel intende aggirare da sud le posizioni britanniche, spostarsi ad est della Cresta di Alam Halfa e quindi accerchiare l’8a armata britannica.
L’offensiva di Rommel si è resa necessaria nel momento in cui si rende conto che il tempo avrebbe favorito la ricostituzione e la riorganizzazione delle truppe del gen. Alexander. E' in quest’occasione che il feldmaresciallo tedesco scrive: “La decisione di attaccare oggi è la più grave della mia vita. O si riesce a raggiungere ora il canale di Suez oppure...”.

Per tre giorni Rommel attacca, ma sono attacchi brevi, senza andare in assalti in profondità e cercando di risparmiare carburante; ma oltre il carburante è carente anche di viveri e di munizioni. Inoltre gli attacchi si arrestano sui campi minati che i britannici in un mese hanno disseminato i dintorni di El Alamein.
Ciononostante Rommel ha impegnato duramente con attacchi o respingendo i contrattacchi inglesi, che tuttavia fanno lenti progressi in direzione sud ma a prezzo di gravi sacrifici umani e materiali e che costringono Montgomery a sospendere le azioni. Il nuovo arrivato che è più freddo e calcolatore del precedente, non vuole sprecare nemmeno più un uomo in una inutile battaglia; ha del resto un buon appoggio degli aerei (tre volte superiore a quello dell'Asse) e sa che presto ci sarà lo sbarco in Nord Africa, di uomini e mezzi.
Il 2 settembre anche Rommel è costretto a dare l'alt. Ha già capito che la conquista dell'Egitto è già fallita, e come uomo è moralmente distrutto.

Il
4 SETTEMBRE - Rommel annota sul Diario -"Ho trascorso giornate dure. L'offensiva ha dovuto essere sospesa per difficoltà nei rifornimenti e per gli attacchi aerei del nemico. La nostra vittoria era quasi sicura. Io mi sento d'altro canto esaurito".

E annota il rapporto inviato al Comando Supremo della Wermacht "Le maggiori difficoltà sono sempre queste segnalate: a) carenza di benzina e munizioni; b) assenza di difesa aerea; c) artiglierie deficitarie."
Già carenti di ogni cosa, gli inglesi che lo sanno, attaccano con gli aerei i pochi autocarri che trasportano i rifornimenti alle forze dell’Asse, che è a corto di viveri, di munizioni e soprattutto di carburante. E' proprio per questo motivo Rommel non può lanciare una nuova offensiva.

Ma anche Montgomery, il giorno 7 sospende gli attacchi nella zona El Alamein-Alam Halfa lasciando agli italo-tedeschi una fascia profonda circa 8 km sul fianco meridionale dell’8a armata. Gli aerei della Raf, invece martellano con le loro bombe Tobruk per spianare la strada all'attacco. Il 14 dagli inglesi viene tentata questa incursione, dal deserto e dal mare (appoggiati da 6 tra incrociatori e cacciatorpediniere) per distruggere i depositi e le installazioni portuali dell’Asse. Analoga azione si tenta contro Bengasi, con una colonna motorizzata partita dall’oasi di Cufra, distante oltre 800 km. Entrambi i tentativi falliscono, con notevole perdite per gli attaccanti costretti a riprendere il mare. Tuttavia compiono alcune incursioni diversive.

6 OTTOBRE - Montgomery emana le prime direttive per l’offensiva che l’8a armata si appresta a sferrare a EI Alamein verso la fine di ottobre, mentre Rommel sarà assente, per una breve licenza di malattia (esaurimento). Di passaggio in Italia Rommel ha avuto un colloquio con Mussolini e lo ha convinto di inviare urgenti rifornimenti.
Viene decisa la partenza dall'Italia di un convoglio di cinque navi dirette in Libia a Tobruk. (la Proserpina, la Tripolina, la Ostia, la Zara e la Brioni).  Kesserlring felice comunicò a Stumme con un cifrato Enigma la bella notizia. Il messaggio fu intercettato a Londra da "Ultra", arrivò sul tavolo di Churchill che non ebbe dubbi cosa fare, a costo di far scoprire "Ultra". 
Il convoglio italiano  andò incontro al fatale appuntamento; non una nave si salvò dall'attacco aereo; il 27 mattina erano già tutte in fondo al mare.  Gli inglesi giocarono anche d'astuzia, e per non far scoprire l'esistenza di "Ultra" (i tedeschi avrebbero potuto cambiare il complicato sistema cifrato di Enigma) inviarono a destra e a manca in modo che arrivasse al controspionaggio tedesco, un messaggio che ringraziava le radio clandestine degli "agenti" in Italia, promettendo loro laute ricompense per l'opera svolta.
Il giorno 22 ottobre, era già salpato dall'Inghilterra il primo convoglio destinato all’operazione “Torch” in Africa. Londra ha deciso di sferrare la grande offensiva, e Montgomery ha stabilito di attaccare il 23 ottobre in una notte di luna piena, con una finta azione a sud e un attacco in forze a nord. 

Churchill due giorni prima ha telegrafato al gen. Alexander, comandante in capo delle forze armate inglesi nel Medio Oriente: “Tutte le nostre speranze sono riposte, in questo momento, sulla battaglia che voi e Montgomery vi apprestate a scatenare. Può darsi che essa sia la chiave del futuro...”.
Montgomery, il 22, alla vigilia dell’attacco, ha rivolto una specie di proclama alle truppe: “Quando assunsi il comando dell’8a armata affermai che il nostro compito sarebbe stato quello di annientare Rommel e che questo sarebbe successo non appena saremmo stati pronti. Ebbene, ora siamo pronti. La battaglia che sta per iniziare è una battaglia decisiva e come tale entrerà nella storia... Abbiamo armi e materiale di prim’ordine, carri armati potenti... e ci appoggia la migliore aviazione del mondo...”.
Nei giorni precedenti Montgomery nel preparare l'attacco, aveva mascherato e mimetizzato uomini e mezzi, addirittura  avvalendosi di uno sceneggiatore cinematografico - Barkas- e di un illusionista - Maskelyne, che con gli effetti ottici, disponendole in un certo modo, fa moltiplicare le forze in campo. Tuttavia è presente un fortissimo concentramento a nord: 86 battaglioni di fanteria con 195.000 uomini (l'Asse ne ha poco più di 100.000) alcune migliaia di automezzi, più di 1000 cannoni (l'Asse, la metà), migliaia di tonnellate di rifornimenti, 1400 carri armati (l'Asse, circa 700), 530 aerei (l'Asse circa 350) e ha da qualche tempo predisposto un altro contingente di molto inferiore (circa 45.000 uomini)  ma molto disordinatamente a sud, che ha tratto in inganno Rommel prima di partire per la breve licenza; più che convinto che gli inglesi con le forze che disponevano a sud non potevano non prima di novembre scatenare un offensiva.

L’attacco puntualmente viene sferrato alle ore 21,30 del 23 ottobre, e sorprende nettamente le forze dell’Asse e il generale Georg Stumme. Al fuoco delle solite  artiglierie inglesi che ogni giorno iniziavano a sparare, le forze dell’Asse avevano l’ordine di non rispondere per risparmiare munizioni. Quindi nella prima mezz'ora dell'attacco non ci fu nemmeno una minima reazione.
Il piano inglese prevedeva l’attacco decisivo nel settore nord da parte della fanteria del XXX corpo inglese e delle divisioni corazzate del X corpo; al XIII erano affidate le azioni diversive.
Alle ore 22: I tre corpi inglesi lanciano il loro attacco in forze;  l'offensiva provoca scompiglio nelle forze dell’Asse che tuttavia ripresasi dalla sorpresa, reagiscono prontamente.
Se per l'Asse la situazione divenne critica, non è che gli inglesi riuscirono nei campi minati a passeggiare.
Due divisioni corazzate tentarono di aprirsi un corridoio, ma una rimase intrappolata. Montgomery il mattino seguente sarà costretto a spostare verso nord il cardine dell’offensiva, affidandola alla 9a divisione australiana con la copertura della 1a divisione corazzata che ha violenti scontri attorno alla Cresta Kidney con perdite molto pesanti nella 15a divisione corazzata tedesca, ridotta in breve tempo  a 39 carri dei 119 che ne aveva all'inizio.
 
Il compito degli italiani era difendere le posizioni mentre gli eventuali attacchi erano affidati ai mezzi corazzati tedeschi che però unico l’handicap era quello di essere distribuiti un po’ lungo tutto il fronte perdendo così la forza d'urto di un eventuale contrattacco.
Ma Stumme  -poverino appena arrivato da due giorni- probabilmente fu disperato. Muore (secondo alcune fonti) di apoplessia; con un un colpo di rivoltella alla tempia, secondo altri; altre versioni sono: che cadde dal predellino dell'auto senza che il suo autista se ne accorgesse, fu così dato per disperso, poi ritrovato molte ore più tardi morto.
Tuttavia italiani e tedeschi si sono difesi molto bene, e Montgomery prima deve rallentare l'offensiva poi è costretto a sospenderla del tutto. Convoca i suoi generali e li sprona a riprendere l’avanzata con la determinazione delle prime ore. A Londra intanto si attendono notizie decisive che non arrivano: Churchill è furibondo, minaccia addirittura di far “saltare” Montgomery; e sembra che esclami: “E' mai possibile che non si riesca a trovare un generale che sia capace di vincere una battaglia?”.

Intanto il giorno 27, messo al corrente dell'attacco (oltre la morte del suo sostituto), è rientrato precipitosamente Rommel che resosi conto della gravità della situazione adotta le sue contromisure. Ma con quello che ha a disposizione è piuttosto pessimista. Nel Diario affida le sue preoccupazioni: "L'aggressività e la superiorità in mezzi del nemico ci pongono in condizione di dover subire ogni iniziativa...Carburante e Munizioni scarseggiano paurosamente... Io sono decisamente pessimista....Dispero di poter fronteggiare oltre il nemico e di bloccare la sua avanzata verso Tripoli.... Non ritengo che possiamo resistere per oltre 24 ore...Le truppe dell'A. Korps si battono oltre ogni umana resistenza...".

Tuttavia Il giorno dopo, il 28, Rommel lancia una serie di contrattacchi contro le linee britanniche (in particolare contro la 1a divisione corazzata) con l’unico risultato di veder ulteriormente assottigliarsi il numero dei suoi mezzi corazzati: alla fine della giornata infatti risulteranno distrutti o catturati dal nemico 61 carri armati della 15a divisione corazzata tedesca e 56 della divisione corazzata italiana Littorio. Durissimi sono gli scontri a Tell el-Aqqaqir. Ma sa anche Rmmel che è un'impresa disperata resistere. Fino al punto di scrivere una lettera di addio alla moglie e al figlio (vedi Diario).

29 OTTOBRE - Formazioni della RAF bombardano a lungo le truppe corazzate italo-tedesche che stanno cercando di riorganizzarsi in vista di un nuovo contrattacco.
Verso sera Rommel può contare su 148 carri armati tedeschi e 187 italiani, una vera miseria se si considerano gli 800 mezzi corazzati di cui dispongono gli inglesi. La “volpe del deserto” usa abilmente tutte le sue arti di tattico e di stratega, ma si rende perfettamente conto che la battaglia è perduta. Continuano gli attacchi, sul fronte nord, della 9a divisione australiana che verso sera si trova in prossimità della strada costiera, dopo essere penetrata a cuneo nello schieramento nemico. Rommel accorre nel settore con la 90a divisione leggera e con la 21a divisione corazzata tedesche: il settore lasciato sguarnito da quest’ultima unità viene affidato alla divisione italiana Trieste, fino a quel momento in riserva.
Gli italo-tedeschi cercano di disporsi per un nuovo attacco contro le posizioni britanniche, ma ne sono impediti dall’incessante martellamento aereo della RAF. Nella notte sul 29, gli inglesi attaccano in direzione del mare, per eliminare il saliente che le forze dell’Asse mantengono sulla costa e per tagliare la strada e la ferrovia litoranee. Giungono fin quasi alla strada, ma la loro avanzata è bloccata valoramente dai difensori del caposaldo Thompson.

1 NOVEMBRE - Rommel annota sul Diario: "Di notte mi agito insonne e spremo il mio cervello per trovare una via d'uscita dalla catastrofe. Abbiamo dinnanzi a noi giorni duri. Forse più gravi della nostra vita. Invidio i morti che hanno chiuso il loro destino".

2 NOVEMBRE - Alle ore 1 di notte, il XXX corpo dell’8a armata britannica si lancia all’attacco per attuare l’operazione “Supercharge”, l’offensiva di sfondamento. Coperta da un imponente sbarramento di artiglieria, la 2a divisione neozelandese apre un nuovo corridoio nei campi minati nemici, liberando la strada alla IX brigata corazzata.
Ma all’alba le batterie anticarro italo- tedesche fanno strage dei carri della brigata inglese, distruggendone il 75%, anche se non riescono a respingerla oltre i campi minati. Il X corpo manda al soccorso i suoi carri, mentre la 1a divisione corazzata inglese viene impegnata in furiosi scontri presso Teli el-Aqqaqir, a ovest della Cresta Kidney. Verso sera, Rommel dispone in prima linea di soli 32 carri pienamente efficienti.
3 NOVEMBRE - Ma anche gli inglesi, nonostante la superiorità il giorno dopo sono in difficoltà. Del resto proprio dal gen. Alexander, parte un telex per Churchill in questi termini: “Il nemico si batte con la forza della disperazione, ma noi lo stiamo assalendo duramente e senza tregua infliggendogli, senza pietà, colpi gravissimi. Crediamo che cederà presto...”.

4 NOVEMBRE - Quello che invia Alexander al suo capo è ottimistico, mentre quello che riceve Rommel dal suo è di ben altro tenore, è funereo: Alle 10,30 riceve un telegramma di Hitler “...Nella situazione nella quale vi trovate non ci può essere altro pensiero che quello di resistere, di non cedere di un passo e di impegnare nella battaglia ogni uomo e ogni arma ancora utilizzabili... Nonostante la sua superiorità, anche il nemico sarà allo stremo delle forze. Non sarebbe la prima volta nella storia che la volontà più forte trionfa sui battaglioni nemici più forti. Alle sue truppe lei non può indicare nessun’altra via se non quella che porta alla vittoria o alla morte”.

5 NOVEMBRE - E purtroppo la giornata seguente è proprio triste e lugubre.
Gli inglesi sferrano il loro micidiale attacco. Inutile, disperata difesa delle truppe italiane: la divisione corazzata Ariete, la Littorio e la divisione motorizzata Trieste sono annientate o circondate; 30.000 uomini fatti prigionieri (20.000 italiani, 10.000 tedeschi). E non potevano fare altrimenti, perchè erano tutti appiedati, senza nessun mezzo per ripiegare, solo i tedeschi ne avevano a disposizione, gli italiani quasi nessuno.  Di fronte a questo disastro Rommel  a dispetto degli ordini di Hitler dà  l’ordine di ripiegare. Ne salva così circa 70.000, compreso il padre di chi sta scrivendo, che non era tedesco, ma italiano. A "consegnarlo" agli inglesi con una discutibile resa, ci penserà poi il genarle Messe, a Mareth (Lui invece volerà a Londra, gradito ospite), mentre per Giuseppe Gonzato prigionia in Rhodesia fino al marzo del 1946 !

6 NOVEMBRE - A sacrificarsi e per consentire lo sganciamento delle altre divisioni, resta la Folgore. Erano paracadutisti, li usarono come fanti.
I "resti della divisione Folgore hanno resistito oltre ogni limite delle possibilità umane" (la citazione è della BBC inglese, dell'11 novembre a battaglia conclusa)
. Di 5000 uomini con i quali è partita da Tarquinia, sua base in patria, alle ore 14,35, del 6 novembre, della Folgore restano “ufficiali 32, truppa 262”.
Così si concluse la battaglia di El Alamein, che provocò la morte di tredicimilacinquecento inglesi, di diciassettemila italiani e di novemila tedeschi. Fu una delle battaglie più decisive della seconda guerra mondiale, perché mise fine alla minaccia italo-tedesca sul Canale di Suez, consentì il dominio assoluto del Mediterraneo agli inglesi, cancellò dallo scacchiere un intero fronte e, in prospettiva, aprì la strada al secondo fronte, ossia allo sbarco in Sicilia destinato a riportare gli alleati in Europa.

Ripetiamo quanto scrisse William Shirer nella Storia del Terzo Reich: "Se il Fuhrer avesse mandato qualche mese prima soltanto un quinto di quelle truppe e di quei carri armati a Rommel, probabilmente la "volpe del deserto" in quel momento si sarebbe trovata al di là del Nilo, lo sbarco angloamericano nell'Africa del Nord non avrebbe avuto luogo e il Mediterraneo sarebbe stato irrimediabilmente perduto per gli alleati, e così sarebbe stato salvaguardato il punto vulnerabile del corpo dell'Asse.
Altrettanto gravisswimo errore di Mussolini: se avesse mandato in Africa invece che in Russia soltanto un quinto delle truppe dell'ARMIR, in una sera di novembre avrebbe cenato al Cairo".


L'attendente di Rommel (che ha il compito di aggiungere qualcosa sul Diario di Rommel, quando il maresciallo è impegnatisimo) annota: "Il signor Maresciallo è triste. Molti nostri camerati sono eroicamente caduti insieme agli italiani. Le truppe della "Folgore" sono alla pari con i nostri migliori soldati. Abbiamo da cinque giorni sollecitato al Comando Supremo italiano l'invio di automezzi per sottrarre le truppe appiedate italiane alla dura sorte di essere annientate o di cadere prigioniere. Forse questa sarà la nostra sorte di noi tutti dell'ACIT. E' preferibile cadere sul campo....Ormai la rotta si è iniziata...Confidiamo solo in Dio....Andiamo verso Marsa Matruh".


Ancora dal Diario scritto dall'aiutante  in data 9 novembre:
"Notte tragica, il nemico è sbarcato in Marocco e sta entrando in Algeria.
L' A.Korps non vedrà più l'Europa".


8-9 NOVEMBRE -
LO SBARCO IN MAROCCO
Nella notte, il Corpo di Spedizione Alleato partito dall’Inghilterra e dagli Stati Uniti si presenta davanti ai porti di Algeri, Orano e Casablanca: l’operazione “Torch”, decisa il 25 luglio, è entrata nella sua fase esecutiva. Sono 500 navi da guerra e 350 trasporti suddivisi in tre raggruppamenti: Task Force navale occidentale (contramm. Hewitt, USA) che sbarca truppe (gen. Patton, USA) a Casablanca in Marocco; Task Force navale centrale (commodoro Troubridge della Royal Navy) che sbarca le sue truppe (comandate dal generale americano Fredendall) a Orano in Algeria; Task Force navale orientale (contramm. Burrough della Royal Navy) che sbarca le sue truppe (comandate dal generale americano Ryder) ad Algeri. Il comando generale delle forze navali è affidato all’ammiraglio inglese Cunningham, il comando supremo dell’operazione è detenuto dal gen. Dwight D. Eisenhower. L’accordo per l’operazione era stato raggiunto da Churchill e Roosevelt il 25 luglio.
Lo sbarco presso Algeri avviene alle ore 1; vi prendono parte 2 reggimenti USA, 2 brigate britanniche, 2 battaglioni di Commandos britannici, più 1 reggimento USA che alle 5,30 penetra nel porto di Algeri.
Il gruppo centrale sbarca alle 1,30, nei pressi di Orano, 1 divisione, 1 battaglione corazzato, 1 battaglione di Rangers, e poi un battaglione di paracadutisti. Tutto il contingente è americano. 
Il gruppo occidentale sbarca alle ore 5, presso Casablanca, truppe USA comprendenti 1 divisione e 2 reggimenti di fanteria, 3 battaglioni corazzati e unità speciali.

 L'ammiraglio francese Darlan (dissociandosi da Petain - o in accordo segreto) ha firmato un armistizio con gli anglo-americani e concede il passaggio in Algeria. La flotta francese ancorata a Tolone per non cadere in mano tedesca si autoaffonda.
Il "voltafaccia" della Francia-nazista, non era che il preludio del "voltafaccia" dell'Italia pochi mesi dopo.
Gli anglo-americani non trovando così nessuna resistenza sulla costa africana francese, cercheranno di raggiungere la Tunisia, dove qui a Mareth si concluderà il 12 maggio 1943  l'"Avventura Africana" dell'Italia.

Il 13 NOVEMBRE - Montgomery riconquista Tobruck e si prepara a mettere in difficoltà il generale tedesco in ritirata prima in Libia poi in Tunisia. Mancano automezzi, munizioni ma soprattutto il carburante per muoversi. Anche alcuni reparti italiani entrano in Libia. Gli italo-tedeschi occupano la linea del Mareth, serie di fortificazioni pomposamente chiamate “la Maginot africana", costruite dai francesi a protezione della frontiera orientale della loro colonia. In pochi giorni la Tunisia sarà occupata dalle forze dell’Asse.

14 NOVEMBRE - Rommel scrivendo alla moglie gli fa questa inquietante rivelazione: "Da Roma ci sono giunte preoccupanti notizie sulla situazione italiana. Al Comando Supremo italiano l'atmosfera è oscillante, grigia e gravida di elettricità. Le ostilità contro di noi aumentano.  Si teme, negli ambiente  della Corte vi siano correnti che premono sul Re d'Italia perchè prenda in mano la situazione interna italiana e limiti l'autorità del Primo Ministro (Mussolini). Voci darebbero sicuro al nostro servizio informazioni che la Principessa ereditaria, MARIA JOSE', abbia avuto, tramite una sua amica francese, dei contatti con diplomatici americani ed inglesi in Svizzera per una pace separata. Sarebbe mostruoso!" ...."Il Maresciallo Cavallero capo del Comando Supremo italiano sarebbe stato silurato "per ordine del Re d'Italia" . "Non mi mandano rinforzi. Ma come potremo vincere questa guerra se perdiamo qui in Africa? " (Vedi in DIARIO DI ROMMEL).

E prosegue nello stesso giorno: "Da quando il nemico ha conquistato Tobruk non sono più riuscito a scrivere. Abbiamo pochissimo respiro, perché il nemico ci incalza sempre con la sua superiorità". Ho inviato un cifrato a Roma in data 12 novembre:
"L'investimento della linea Marsa Brega-el Agheila-Marada è in atto. E necessario di nuovo ritirarsi. Ieri sono corso in giro per tutto il giorno senza programma con la terribile sensazione di non poter salvare nulla. Io sono riuscito a fare l'impossibile, per cui questa amara fine è insopportabile".
Allo sbarco degli anglo-americani, Hitler volendo dare una dimostrazione di forza, dispose (FINALMENTE!) l'invio di un forte contingente di truppe e di mezzi per impadronirsi della Tunisia. Ed infatti Eisenhower che era a capo della "operazione Torch", fu battuto sul tempo, e non riuscì a contrastare l'occupazione del territorio tunisimo da parte di Rommel, che ricevette questi rinforzi proprio mentre si stava ritirando dalla Libia.

Ma era ormai troppo tardi e l'occupazione italo-tedesca della Tunisia influì ben poco sulle successive sorti generali del conflitto.

I restanti giorni di novembre vedono i due schieramenti impegnati in varie operazioni.
In Tunisia, il giorno 28, la 1a armata britannica riceve l’ordine di avanzare su Tunisi.


Tuttavia, nonostante le note carenze, Rommel in diverse circostanze ha messo in crisi più volte i suoi nemici. Come il 6 dicembre nella battaglia di Tebourba, cui hanno preso parte anche reparti di bersaglieri italiani. Uno scontro pesante per i britannici, che hanno perso 72 carri armati e hanno avuto 1100 prigionieri.
Ma al 9 dicembre, Eisenhower ha già fissato la data d’inizio dell’offensiva generale. Montgomery inizia il giorno 11. Ma subisce duri scontri dalle retroguardie italo-tedesche contro la 2a divisione neozelandese a Nofilia, a metà strada fra EI Agheila e Sirte. Dopo questo episodio, Montgomery ordina di sospendere l’inseguimento del nemico, per non esporsi a eventuali sorprese da parte della "volpe del deserto" mentre le sue linee di rifornimento si sono anche per lui grandemente allungate.

19 DICEMBRE 1942 - Dal DIARIO di Rommel - "Attendiamo ogni giorno un attacco nemico da occidente. Con questo sarà sigillata la nostra fine!"

22 DICEMBRE 1942 -  Dal DIARIO di Rommel (aiutante.)- "Ricevuto cifrato da Roma: Von Arnim dovrebbe sostituire il Maresciallo Rommel la cui salute lascia a desiderare".
(PROSEGUIREMO CON I SUCCESSIVI EVENTI IL PROSSIMO ANNO)

 

NEL FRATTEMPO IN RUSSIA


Ripartiamo dal 19 agosto, quando su fronte russo si ha un capovolgimento della situazione. I tedeschi non hanno più iniziative, e quando le hanno, interferisce di persona Hitler, ed ogni cosa che decide impulsivamente o che diventa irrealizzabile o -come vedremo- causa enormi danni

Mentre le divisioni tedesche avanzano a raggiera nell’ansa del Don, un contrattacco russo apre un varco tra l’armata italiana e la 6a armata tedesca.
Nel settore settentrionale, da questa data fino alla fine di settembre i sovietici del Fronte di Leningrado e del Volchov tentano con una serie di attacchi di tagliare il corridoio fra Tosno, a sud di Leningrado, e il Lago Ladoga, al fine di liberare Leningrado; ma sono ben contenuti dalla 18a armata tedesca.

Ma ormai è scattata la controffensiva sovietica con un piano diabolico.  I russi hanno permesso di far avanzare il nemico e hanno attirato dentro nella trappola di Stalingrado le armate tedesche, che sono invece convinte di avere stretto in assedio la città, e che da un momento all'altro possono occuparla.  Ignorano che la mossa dei generali russi era finalizzata a portare proprio le armate tedesche dentro nella sacca della città  per poi accerchiarla. L'"Aquila" tedesca è così andata a cacciarsi nella tana dell' "Orso" sovietico .

(DELL'INTERVENTO DELL'8a ARMATA ITALIANA CE NE 
OCCUPEREMO IN ALTRE PAGINE DEDICATE)

18 AGOSTO - L’avanzata tedesca a sud-est di Stalingrado viene rallentata dai fiumi Aksai e Myskova.
Il 21 agosto la resistenza russa a Stalingrado si fa accanita. Tuttavia tre giorni dopo, il 24 il Gruppo di armate B tedesco sfonda a nord di Stalinigrado in direzione del Volga, conquistando tra Rynok e Erzovka un saliente largo 8 km. 600 bombardieri della Luftwaffe attaccano la grande città industriale, provocando 40.000 morti. Ma i sovietici non perdono la testa, e il saliente viene “stabilizzato”. Per evitare l’accerchiamento, il grosso delle truppe sovietiche ripiega sulla città.
Il 24 AGOSTO nell’ansa del Don, a Izbusenskij, il “Savoia Cavalleria” comandato dal col. Bettoni, attacca con 600 cavalleggeri 2000 russi armati di mortai e mitragliatrici per consentire a italiani e tedeschi di chiudere la breccia aperta dai sovietici tra la 6a armata tedesca e l’armata italiana. Gli italiani, con l’ultima carica di cavalleria della storia, sgominano il nemico. Sciabole e bombe a mano contro mortai e mitragliatrici: il prezzo della vittoria, di importanza locale, è altissimo.
La anacronistica (anche se gloriosa) "carica"  del reggimento vedi

IL "SAVOIA CAVALLERIA" IN RUSSIA


La bandiera con la svastica sventola pure sulla cima dell’Elbrus, vetta di oltre 5600 m, la più alta vetta della catena del Caucaso di oltre 5600 metri. Ma di nessuna importanza strategica. Alcuni alpini tedeschi volevano solo stupire.
Il 28 agosto, il Gruppo di armate A tedesco inizia l’attacco a Novorossijsk sul Mar Nero, il 1° settembre conquistano il porto di Anapa.
Nello stesso giorno -1° settembre - la 6a armata tedesca seguita a premere su Stalingrado, di cui ha raggiunto i sobborghi, minacciando di isolare la 62a armata sovietica.
Il 3 settembre i tedeschi sfondano sul Volga a sud di Stalingrado e penetrano nei sobborghi occidentali della città. Seguitano ad avanzare anche su Novorossijsk e Groznyi. Ovunque la resistenza dei sovietici è tenacissima.
Il 12 settembre mentre la 6a armata tedesca preme ormai da sud e da nord alla periferia di Stalingrado, il comando sovietico affida al gen. Cujkov il comando della 62a armata, nerbo della difesa della città.
Il giorno dopo, 13 settembre, i tedeschi penetrano in Stalingrado; fino al 18 novembre, riusciranno a conquistare quasi tutta la città, riducendo i sovietici al possesso di tre piccole teste di ponte al di qua del Volga. Ma il grosso delle artiglierie sovietiche è schierato dall’altra parte del fiume ed è quasi invulnerabile da parte dell’aviazione tedesca.
Tuttavia il 14 settembre, nonostante la disperata difesa sovietica, le fanterie di von Paulus penetrano nel centro di Stalingrado e raggiungono la sponda del Volga. A questo punto ha veramente inizio la parte epica della battaglia di Stalingrado. I russi si trinceano in alcuni quartieri e nelle fabbriche, lottano casa per casa, e resistono.
Il 20 settembre furiosi combattimenti a Stalingrado. Il Gruppo di armate A conquista la città di Terek, sulla riva meridionale del fiume omonimo, al centro del Caucaso.
Stalin rinnova a Eden e a Wendell Wilkie la richiesta pressante dell’apertura di un secondo fronte. Nel frattempo gli Stati Uniti assumono il controllo degli aiuti da inviare all’URSS attraverso l’Iran.
Il 6 ottobre verrà sottoscritto a Washington il protocollo riguardante gli aiuti americani all’URSS. Da questa data al luglio 1943 è previsto l’invio in Russia di 4.400.000 t di rifornimenti, tre quarti di essi per via mare, un quarto attraverso la Persia.
Il 24 settembre Il gen. Franz Halder, in pieno disaccordo con Hitler circa la conduzione della guerra in Russia, è estromesso dalla carica di capo di Stato Maggiore della Wehrmacht. Al suo posto è chiamato il gen. Kurt Zeitzler, la cui responsabilità è tuttavia limitata al fronte orientale.
Ma la situazione il 1° ottobre è critica, la spinta tedesca si va esaurendo, quella russa è invece in crescendo. Proseguono durissimi i combattimenti entro Stalingrado, dove la 6a armata di von Paulus deve difendere duramente ogni metro che ha conquistato. E ancora più dura e sanguinosa è la difesa russa di Stalingrado, organizzata quasi unicamente dai suoi cittadini. Inutili gli sforzi sovietici per portare soccorso alla città, costantemente battuta dal fuoco delle artiglierie e dalle incursioni aeree.
Il Gruppo di armate A, incaricato della conquista del Caucaso e dei suoi ricchi giacimenti petroliferi, segna il passo di fronte all’accresciuta resistenza sovietica. I tedeschi non riescono a conquistare Groznyi. Si combatte aspramente nella zona fra Novorossijsk e Tuapse, sul Mar Nero. Le gravi perdite umane e materiali, la scarsità di rifornimenti, soprattutto di carburante, e la natura del terreno incominciano a farsi sentire negativamente sulle armate del Reich.

1° NOVEMBRE - Il sogno tedesco di conquistare la Russia, incomincia a svanire di fronte all’incrollabile resistenza nemica. Stalingrado sta diventando inespugnabile, inoltre von Paulus, continuamente attaccato da piccole ma micidiali formazioni, inizia a trovarsi in grosse difficoltà.
Ma anche nel Caucaso, l’Armata Rossa è riuscita a frustrare tutti i tentativi del Gruppo di armate A di impadronirsi di Groznyi, anche se i tedeschi riescono a conquistare Alagir, al centro del Caucaso, importante nodo stradale a sud-est di Nalcik.
In tutti i settori, le armate russe, ora affidate a capaci comandanti (sono stati ridimensionati i commissari politici), non vanno più allo sbaraglio, ma preferiscono prima sceglieri i vari punti deboli. E uno di questi punti, che è divenuto sempre più debole è quello tedesco a Stalingrado come pure quello nel Caucaso.

19 NOVEMBRE - Prende il via la grande controffensiva sovietica nel settore di Stalingrado, che porterà i tedeschi a un immane disastro.
I sovietici sono suddivisi nei gruppi “Don”, che attacca da nord, e “Volga”, che attacca da sud-est.
Dopo una micidiale preparazione di razzi multipli e di artiglieria, alle 8,50 la controffensiva ha inizio. Sei corpi d’armata del Fronte del Don muovono all’assalto della testa di ponte di Kleckaja, 120 km a nord-ovest di Stalingrado. Più a nord, da Serafimovic sul Don, circa 150 km a nord-ovest di Stalingrado, attaccano le armate del Fronte sud-occidentale.
E' l’inizio di una grande manovra a tenaglia con le armate poste a sud. Queste (tre armate, la 64a, la 57a e la 51a con vari corpi corazzati e meccanizzati.) prendono le mosse da Beketovka e Plodovitoje, a sud della città.
Il comandante dello Heeresgruppe B, von Weichs, da cui dipendono la 6a armata, la 4a Panzerarmee tenta dei contrattacchi. Ma l'iniziativa resta in mano ai russi, von Weichs ottiene solo un modesto rallentamento, ma sia lui che von Paulus danno segni di cedimento di fronte all'irruenza degli assalti russi.

21 NOVEMBRE - Da sud, i sovietici avanzano verso il Don; la 64a armata, con manovra avvolgente, minaccia di isolare l'armata di von Paulus a Stalingrado, che vorrebbe (e lo potrebbe ancora) sfuggire a un temuto accerchiamento. Ma Hitler respinge la proposta di ripiegamento sul Don. L'ordine è tassativo "difesa ad oltranza", fino all'ultimo uomo. Farsi insomma massacrare, senza ottenere comunque alla fine nulla.

22 NOVEMBRE - La tenaglia sovietica si chiude a Kalac, sul Don a ovest di Stalingrado, prendendo in una morsa la 6a armata tedesca e parte della 4a armata corazzata, oltre a contingenti minori: si tratta di 284.000 uomini scelti, 100 carri armati, 1800 cannoni e oltre 10.000 automezzi.

23 NOVEMBRE - 5 divisioni romene della 3a armata, circondate da reparti della 5a armata carri e dalla 21a armata sovietiche a sud di Serafimovic, si arrendono. I tedeschi intrappolati a Stalingrado sono attaccati alle spalle dalla 65a e dalla 64a armata sovietiche. Il comandante del Gruppo di armate B, von Weichs, sprona von Paulus, comandante la 6a armata, a rompere l’accerchiamento prima che i sovietici possano ammassare altre forze attorno alla città assediata. Ma Hitler ha ormai assunto personalmente il comando dell’armata e, quando il feldmaresciallo Gòring gli assicura che la Luftwaffe sarà in grado di rifornire Stalingrado di viveri, munizioni e materiale per 700 tonnellate al giorno (non riuscirà nemmeno a fornirne 100) ordina a von Paulus di resistere sul posto in attesa che il Gruppo di armate B possa riprendere l’offensiva per liberarlo.
Gli ordina di conseguenza di organizzare la “Fortezza Stalingrado” e di non cedere un metro di terreno. Frattanto, l'11 armata di von Manstein viene spostata dal fronte di Leningrado, ribattezzata Gruppo di armate del Don e incaricata di liberare Stalingrado e ristabilire il fronte originario. Von Manstein organizza le sue forze in due gruppi operativi: il Gruppo Hoth, a sud del Don, e il Gruppo Hollidt a nord.
A questo punto anche i sovietici si trovano di fronte a un problema strategico: se concentrare le forze dei loro fronti meridionali nella liquidazione della sacca di StaIingrado, oppure isolare questa e lanciarle in massa per tagliare la strada della ritirata alle forze tedesche del Caucaso.
Prevale la prima tesi (immediata liquidazione di Stalingrado) nella convinzione che eliminare la 6a armata di von Paulus sarà un problema di pochi giorni: l’anello interno attorno alla città è stato saldato, ed è per buona parte guarnito anche un “anello esterno”, lungo 450 km, le cui forze dovranno impedire un prevedibile tentativo di liberazione degli assediati. Questa scelta strategica (che in definitiva consentirà ai tedeschi di ritirare le loro forze dal Caucaso) si basa su un quasi incredibile errore di valutazione delle forze tedesche chiuse nella sacca.

28 NOVEMBRE - Von Manstein, all’insaputa e contro il parere di Hitler, studia l’operazione “Tempesta d’inverno” diretta a rompere l’accerchiamento della 6a armata di von Paulus. Ma il giorno dopo, è lo stesso von Manstein a correre il rischio di essere accerchiato e intrappolato nella sacca.
Fu legittimamente chiamata operazione "Tempesta d'inverno" perchè proprio allora l'inverno russo si abbattè con tutto il suo rigore sul grande scenario di guerra, facendo scendere le temperature a molti gradi sotto lo zero (a 52) mentre le "tempeste", ammucchiando montagne di neve farinosa facevano sprofondare ogni cosa, fermando uomini e mezzi. A tutta prima l'offensiva ebbe quasi successo affiancata dalla 6a armata corazzata, al comando del generale Hoth  che il 21 dicembre era giunta a circa trenta miglia dalla zona periferica meridionale della città.
Le truppe assediate quella notte poterono scorgere in lontananza i segnali luminosi dei loro potenziali salvatori. Secondo successive testimonianze dei generali tedeschi, in quel momento la 6a armata di von Paulus voleva tentare una sortita -per poi arretrare- dalla brutta posizione in cui si era cacciata e raggiungere le linee piuttosto vicine della quarta armata corazzata; una mossa che quasi certamente sarebbe riuscita. Ma ciò non avvenne perchè Hitler ordinò di mantenere fino all'ultimo le posizioni sul Volga.

16 DICEMBRE - L’Armata Rossa mantiene ovunque l’iniziativa, nel settore di Stalingrado e nella grande ansa del Don, così come nel Caucaso. La 4a armata di von Manstein è sotto forte pressione a est di Stalingrado, tuttavia anche se lentamente si avvicina a Stalingrado. Ma contemporaneamente
i sovietici lanciano una violenta offensiva sul medio Don, travolgendo l’8a armata italiana (La ritirata italiana, equipaggiata in modo del tutto inadeguato contro i rigori dell’inverno russo, si trasforma in una rotta). Manstein è costretto a distogliere parte delle divisioni corazzate già impegnate nell’operazione “Tempesta d’inverno” per tappare la falla e ristabilire la linea del fronte.
Con riluttanza, Hitler avalla le decisioni di von Manstein per liberare la 6a armata di von Paulus da Stalingrado. Ma è troppo tardi. Hoth pur vicino tenta inutilmente più volte, fino al....

21 DICEMBRE - ....di superare la grande linea fortificata dai russi. Nei pressi del fiume Miskova, Hoth compie un inutile sacrificio; mentre la 6a armata di von Paulus con parte della 4a armata corazzata, circondata a Stalingrado, è costretta a sostenere l’urto di ben sette armate sovietiche.

Manstein rischia anche lui di essere tagliato fuori dal resto dell’esercito tedesco e forse anche travolto. . Per non fare la stessa fine, von Kleist in difficoltà anche lui, attaccato a sud-est di Nalcik da 6 armate russe ben organizzate, incomincia a ritirare le sue punte più avanzate nel Caucaso. I sovietici, sul fronte del Don, guadagnano terreno e potrebbero da un momento all’altro intrappolare davanti a Stalingrado, oltre alla 6a armata di von Paulus, l’intero Gruppo di armate di von Manstein.
Von Paulus ha un unica possibilità: operare la sortita dalla “fortezza”, ma non ha carburante sufficiente per percorrere quei tragitto, pur così breve. E lo stesso von Manstein, ormai anche lui in posizione critica, non potendo garantire la riuscita della sortita, lo consiglia a desistere.

29 DICEMBRE - Si verifica ciò che si temeva. I sovietici riconquistano Kotelnikovo, a sud-ovest di Stalingrado; la 6a armata di von Paulus e parte della 4a corazzata, sono ormai circondate a Stalingrado. Con la fine dell'anno, i tedeschi iniziano a vedere anche la fine dei loro sogni.

Il 15 gennaio seguente (del '43) la disfatta di sei armate diventerà drammatica e tragica non solo per i tedeschi, ma per i 235.000 italiani a nord di Stalingrado. Rinchiusi nella trappola russa, gli italiani  non ebbero più scampo. Sono costretti a ripiegare e a dare inizio a una delle più drammatiche ritirate della storia sulle steppe russe in pieno inverno, a piedi per 280 chilometri quelli che finiranno prigionieri, mentre i reparti che riusciranno a salvarsi marceranno per 700 km; sulla neve, nel gelo polare, senza indumenti idonei, senza mezzi, senza viveri. 84.830 uomini moriranno, alla media di 2000 vittime al giorno, 300 caduti all'ora, 6 vittime al minuto. Muoiono a grappoli, dallo sfinimento, dal freddo e dalla fame. A uno a uno, sgranandosi lungo il tragico percorso, pochi riusciranno a sopravvivere e a mettersi in salvo, un terzo non rivedranno più né l'Italia né le proprie famiglie. Uno a uno cadranno, diventando fagotti sulla neve, ma solo per un momento, poi diventano solo un puntino nero nella sconfinata pianura, poi più nemmeno quello, la morte bianca coprirà ogni cosa, come se non fossero mai esistiti. 84.830 Uomini!

Erano partiti con la canzone "Abbiam cambiato un giorno in bombe il manganello perciò faremo a pezzi la falce e il martello" "Aspetta mia biondina, vado, vinco e torno". A pezzi era ora l'intero esercito italiano, disfatto e annientato in un modo che neppure  un Dostoevskij  avrebbe potuto mai immaginare nei Demoni.
Quando cade sfinito anche il migliore amico, che ha ancora un alito di vita, si è sconvolti, lo si aiuta, lo si trascina ancora per qualche chilometro. Poi basta, lo si lascia al suo destino. Per chi invece subito esala subito l'ultimo respiro, è quasi una gara a spogliarlo del pastrano o, se ha delle scarpe in migliore condizione di quelle che si hanno addosso, a sfilargliele. Dopo essere uscito da quell'inferno per entrare (nonostante tutto) nel paradiso degli  eroi, a lui povero cristo non gli  servono di certo le scarpe.

 

Molti ritorneranno in patria con il pastrano rumeno, gli scarponi tedeschi, il colbacco russo, e altri cenci addosso di varie nazionalità.

Il 2 DICEMBRE - Mussolini torna a farsi sentire dopo quasi due anni di silenzio. Lo fa pronunciandosi con un duro attacco agli americani e inglesi,  tracciando un bilancio di 18 mesi di guerra. E' ricordato come lo "Storico Rapporto". Oltre ai costi sostenuti nelle varie operazioni (che in realtà erano del  doppio), parla delle vittime in guerra, che quantifica in 40.000 morti, 232.000 prigionieri, 37.000 dispersi, mentre i bombardamenti degli anglo-americani subiti dalle città italiane accenna a una decina di migliaia di abitazioni colpite e di 2000 vittime civili. Cifre molto inferiori alla realtà; infatti nel momento stesso che sta parlando salgono a 132.912 le vittime, i prigionieri a 500.000, i dispersi circa 100.000 e le vittime civili sono già oltre 10.000
Un discorso che ebbe un eco non favorevole, non servì a risollevare il morale degli italiani, cadde addirittura nell'indifferenza e suscitò anche irritazione. Ma il peggio deve ancora venire.

Il 18 DICEMBRE la situazione militare, con i nuovi sviluppi in l'Africa e l'offensiva in pieno svolgimento in Russia, più il nuovo critico stato psicologico che va diffondendosi dopo questi rovesci che non sono ancora definitivi ma comunque gravissimi, fanno incontrare Hitler e i vertici Italiani al quartiere generale in Prussia. Mussolini si dà ammalato (ma lo è veramente con un attacco d'ulcera) e quindi non partecipa. A sostituirlo é CIANO che porta a Hitler alcune proposte italiane, fra cui una. Non sappiamo se suggerita da un Mussolini, ormai convinto di non poter far cessare da solo la guerra nè di poterla continuare a quelle condizioni, oppure - ma é messa in dubbio (ma con la lettera di marzo che leggeremo più avanti, scompare il dubbio) - questa era una iniziativa autonoma proposta di Ciano.

Ciano accenna ai tedeschi  un possibile armistizio con i russi, proposta che Hitler rifiuta quasi indignato, e i commenti ai presenti sul genero del Duce sono  piuttosto sprezzanti. "bella famiglia ha il Duce, ha dei traditori in casa".
Ma Hitler fa l'ipocrita, e a quanto pare Mussolini stesso. Qualcosa nell'aria c'è!

Infatti questi passi di una eventuale intesa Russia-Germania  fanno perdere il sonno agli americani, che ora hanno la macchina bellica già tutta impegnata, già in moto, e con l'intera America mobilitata ad approntare "l'arsenale della democrazia". Il colonnello CARTER CLARKE, allora comandante in capo all'U.S. Army Special Brench, una divisione del Military Intelligence del Dipartimento della Difesa, gli sono giunte anche a lui alcune voci in base alle quali l'URSS sarebbe stata interessata a un armistizio con il Terzo Reich (o l'incontrario). L'eventualità di un accordo russo-tedesco, che dopotutto aveva un precedente nel patto Ribbentrop-Molotov di pochi anni prima, veniva considerato credibile dagli analisti del pentagono americano. Temuto più di ogni altra cosa, perchè  avrebbe avuto conseguenze disastrose per il fronte alleato. Non per nulla fin dal febbraio 1943 nacque il "RUSSIA PLOBLEM" nell'Army Security Intelligence Service.

Se Stalin avesse accettato questo patto, Hitler avrebbe potuto concentrare tutte le sue truppe in occidente, e il grande sbarco in Normandia (già molto critico e incerto quando si svolse) non sarebbe mai avvenuto. Teoricamente Hitler (pur perdendo in Russia) avrebbe ancora potuto vincere la guerra, o in alternativa fare un armistizio con Londra e Mosca per restare padrone dell'Europa occidentale lasciando in pace l'Isola britannica e l'Est.
Arrivati a questo punto (pur andando -ma solo per alcuni- controcorrente) l'occidente devono essere debitori a Stalin se l'Europa nel suo periodo più buio (ed era buio!) dal  marzo del 1943 in avanti imbocca un'altra strada, quella di impegnarsi fino allo strazio, mobilitando 10 milioni di uomini, per  distruggere le armate tedesche in Russia e poi incalzarle fino a Berlino.
Ma anche in questo caso, scegliendo di continuare ad oltranza la guerra contro Hitler,  la contropartita Stalin  la ottenne; e con una posta in gioco molto maggiore; quella di non dividersi solo la torta Europa con la Germania, ma con gli Stati Uniti  dividersi il mondo in due, dando più nessun peso alla Gran Bretagna. 
Una lucida visione, forse arrogante, ma poi quando venne anche per Churchill il 25 luglio 1945 (sconfitto e mandato casa a 8 giorni dalla fine della guerra, e con lui ridimensionata la G.B.) Stalin aveva visto molto lontano. Del resto fra Roosevelt e Stalin quando si incontrarono, fra i due nacque subito un feeling, mentre Churchill era già stato messo da parte fin dallo sbarco in Marocco. 

Ma anticipiamo cosa scrisse al Fuhrer lo stesso Mussolini il prossimo 26 marzo 1943.
Prima ancora di incontrarsi il 7 aprile con Hitler a Klesheim dicendogli le stesse cose, che aveva proposto Ciano (su suggerimento del Suocero?).
Un Mussolini piuttosto realista, con una visione chiara del presente e del futuro; soprattutto quando gli scrive che "non esiste più alcuna possibile iniziativa";   ma ormai è inascoltato.
Ma inascoltato era anche in Italia.
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"... Fuhrer, prima del nostro incontro, é necessario approfondire l'argomento che io considero in questo momento come il decisivo: la Russia. Quando il 1° giugno del 1941 noi ci incontrammo al Brennero io vi dissi che colla Russia bisognava scegliere o l'alleanza o la guerra. Voi sceglieste la guerra.... In quasi due anni di guerra, attraverso gravi sacrifici ed eroismi mai visti, Voi siete riuscito ad indebolire la Russia in modo tale che essa non può costituire, almeno per molto tempo, una minaccia consistente.
Per questo io Vi dico che il capitolo Russia può essere chiuso. Con una pace, se possibile, ed io la ritengo possibile, o con una sistemazione difensiva, un imponente vallo orientale - che i russi non riusciranno mai a varcare. Il punto di vista da cui parto per arrivare a questa conclusione è che la Russia non può essere annientata, poiché fu ed è difesa da uno spazio così grande da non poter mai essere conquistato e tenuto. Le avanzate estive e le ritirate invernale non possono ripetersi (cancellato - "durare a lungo") senza condurre ad un esaurimento - sia pure reciproco- ma a tutto esclusivo vantaggio degli anglo-americani. Aggiungo che i rapporti fra Stalin e gli alleati sono veramente cattivi e il momento politico ci è piuttosto favorevole. L'annientamento della Russia non può avvenire, a mio avviso nemmeno attraverso un intervento, assai improbabile, del Giappone, date le enorme distanze.
Bisogna quindi in un modo o nell'altro liquidare il capitolo russo.
Sottratto all'Inghilterra l'ultimo esercito continentale - il più potente - sul quale contava l'Asse - con tutti i suoi mezzi- farebbe fronte ad Ovest e riprenderebbe l'iniziativa strategica che dall'autunno in poi, per terra e per aria è passata nelle mani del nemico.....
(Ndr. - Poi passa ad elencargli  cosa bisognerebbe fare per contrastare lo sbarco  anglo-americano in Nord-Africa e nel Mediterraneo, e conclude: "Ora l'Italia ha resistito e resiste alla pressione di due colossi, ma io credo, che siate il primo a renderVi conto, che una posizione di difensiva, senza più alcuna possibile iniziativa, é condannata presto o tardi all'esaurimento. Vi prego, Fuhrer, di considerare quanto Vi ho esposto e di credere alla mia immutabile cameratesca amicizia. -  Mussolini. 26-3-1943-XXI"
(Mussolini-Hitler, Lettere e Documenti,  doc. n.59 - King Features Syndacate - New York, 1946)
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Da notare che anche FARINACCI  (dopo Ciano il 18 dicembre) si incontra con un Hitler piuttosto infastidito nell'ascoltarlo. Il gerarca fascista non fa una buona impressione; invece che proposte serie fa solo  severe critiche a Mussolini.  E pensare che in una lettera del 19 novembre, dunque pochi giorni prima, proprio lui scriveva al Duce avvertendolo  "Vi sono dei traditori che vorrebbero volentieri la sconfitta delle nostri armi per colpire il fascismo, e costoro non hanno più  limite, denigrano tutto, inventando ogni genere di menzogne, ingenerando un avvilimento, provocando e incoraggiando le proteste. Parlano male di te. E il più grave è che manca la reazione. Il Partito è completamente assente".

Farinacci parla ancora di ideologie, di fascismo, di "mussolinismo",  in questo critico fine 1942, quando invece serviva non la demagogia politica ma degli schemi inflessibili di strategia geopolitica, mettendo da parte ogni ideologia.(vedi Churchill e Roosevelt che si alleano a Stalin!)
Stalin in Russia già dopo le prime settimane dell'invasione tedesca, implorava non più i "compagni" ma i "fratelli", di resistere  con le armi, i bastoni, i picconi, e ogni altra cosa a portata di mano per difendersi. Non si faceva più una questione di regime, di ideologia marxista o leninista, di Stalinismo o comunismo o altro. Ma una questione di Patria, una Patria in pericolo, ecco tutto, che bisognava difendere tutti insieme come "fratelli" perchè tutti legati da uno stesso destino: in gioco c'era l'annientamento della Russia (non parlò più di Urss, anzi rievocò indicandoli come modelli le grandi gesta dei condottieri zaristi, quelli che avevano abbattuto proprio loro.
E questo lo aveva capito Stalin e prima ancora anche la popolazione,
Ivan Krylov del politburò russo, nel suo libro La mia carriera allo Stato Maggiore, Rizzoli ed,. narra che durante una visita nelle trincee, un ucraino in attesa dei tedeschi  accolse il suo incitamento fuori luogo: "Io difenderò la mia Patria anche se è governata da Stalin, che detesto quanto te".

All'Est ha vinto il popolo russo, non il regime comunista, come d'altronde l'eroismo di tedeschi e italiani, su tutti i campi di battaglia, non ha avuto niente a che vedere, salvo rare eccezioni, con  le dittature  di Hitler e di Mussolini.
Gli italiani stessi con Mussolini (se avesse avuto accanto qualcuno ad aiutarlo in questa ora buia) o senza Mussolini (se si faceva avanti qualcuno con le idee chiare, o almeno pari a quelle della lettera sopra) avrebbero tenuto il medesimo atteggiamento, quello di lottare, anche con i pochi mezzi a disposizione.
Questa valutazione non è di fonte fascista, ma dell'americano Alexander nel 1944: "gli italiani sono dei veri soldati, quello che manca loro sono i comandanti". Altrettanta e simile valutazione è quella che fa Rommel nel suo Diario.

Farinacci non fece buona impressione a Hitler, eppure  Farinacci con quella lettera a Mussolini,  criticava e nello stesso tempo fotografava proprio il clima che c'era in Italia in questo fine anno 1942. Ed é l' Italia che  De Felice così riassume "Anche se non è facile, lo storico deve infatti avere l'onestà e il coraggio di riconoscere che alla radice di quell'animus e del suo sostanziale perdurare erano in buona misura la debolezza etico-politica degli stessi italiani e quindi la loro preparazione morale ad affrontare il cimento della guerra almeno con la fiducia nelle proprie capacità, in quanto comunità, ad avervi una parte non meno dignitosa di quelle di altre comunità nazionali".

Facile analisi. Ma chi doveva provvedere a questa preparazione morale, chi a dargli fiducia, dove specchiarsi in quanto a dignità ? da quelli che fra pochi mesi scapperanno a gambe levate invece di sedersi a un tavolo e analizzare la situazione con lo stesso realismo che Mussolini ha messo nella sua lettera a Hitler?
O affidarsi a chi fa discorsi rimettendosi solo alla "provvidenza di Dio"?


il  "GRAVE" DISCORSO  DI NATALE DI PIO XII

Il 24 DICEMBRE, alla vigilia di Natale, PIO XII nel suo discorso natalizio invoca la pace, ma assume anche lui delle posizioni che sono in contrasto con la linea della popolazione italiana, tanto da essere incolpato non solo dai fascisti di disfattismo, ma anche dalle altre forze politiche e militari (e dai comuni cittadini cattolici o no) visto che 2 milioni di italiani sono al fronte. Non si poteva accusare e nello stesso tempo non far nulla, mentre proprio nello stesso giorno 235.000 uomini si trascinavano -e con poche speranze di tornare in patria - nella tragica ritirata di Russia. E inoltre Pio XII sapeva ben altre tragedie. 

Alcune frasi di PAPA PACELLI, viste in una certa prospettiva indicavano che in Italia "non vi era più posto per il fascismo", ma non proponeva altro (anche se non c'erano tante altre alternative!).  Diceva solo chi erano i colpevoli ma senza nominarli, invocava l'astratta pace celeste, poi si ritirava nelle sue stanze, mentre i soldati italiani in Russia  nello stesso giorno soccombevano in una drammatica ritirata nella steppa; e per metà di loro non ci fu  scampo.
Per salvarsi avrebbero potuto fare una sola cosa, se questa del papa era veramente l'opinione corrente in Italia (e lo era, vedi poi il 25 luglio, nessun incidente, nessuna guerra civile, l'ideologia stava lasciando il posto al patriottismo): bisognava accantonare subito il fascismo rifiutare il nazismo e riscoprire altri sentimenti; o arrendersi subito, o dichiararsi neutrali, oppure rimboccarsi le maniche.  
Ma il Papa ebbe "paura" (come vedremo più avanti).

"Ancora Farinacci, saputo degli incontri di Novembre con TAYLOR che era stato mandato in Vaticano da ROOSEVELT per cercare una intesa generale con Berlino e Roma (eventualmente anche con Mussolini in persona) accusava il Vaticano di aver contribuito alla decisione inglese di bombardare le maggiori città italiane per sfiancarne il morale (e siamo appena all'inizio). Farinacci riferiva e accusava che il cardinale MAGLIONE avrebbe detto nel massimo segreto a GUARIGLIA, che quando Taylor aveva fatto al pontefice un accenno alla possibilità di staccare l'Italia dalla Germania aveva trovato nel pontefice una glaciale accoglienza, tanto da far cadere (Pacelli l'ex Nunzio Apostolico a Berlino) il discorso. Preferì non muoversi, tanto più che non approvava la resa (ricordiamoci che  all'Italia fu imposta, e senza condizioni. Ndr) . BASTICO  inoltre aveva fatto un sondaggio a proposito di un possibile colpo di stato che assicurasse l'ordine e la pace in Italia, e permettesse lo sganciamento dalla Germania. Pio XII invece si tenne tanto alto, sorvolando la questione, e non diede nessuna risposta. Parlò solo di rivitalizzare e potenziare l'associazionismo cattolico". (De Felice - Storia del Fascismo - Crisi e agonia del fascismo . pag 790)

Il discorso del papa parve perfino privo di realismo a un cattolico fascista come Papini: "Il papa somiglia a uno che dinanzi a una metropoli in fiamme faccia saggi discorsi per dimostrare che ai bambini non vanno affidate le scatole dei fiammiferi"

Ma nel discorso c'era ben altro. Ecco le paure! C'era una grave inquietudine e tra le righe nascondeva un'altra grande tragedia umana. C'era una criptica denuncia dei crimini che si stavano commettendo. Pio XII non accenna chi li sta facendo, dove, e contro chi. Ma i tedeschi capiscono perfettamente e sappiamo che fecero grosse pressioni in Vaticano "Attenzione se vi schierate contro i tedeschi, e condannate quelle che dite essere nostre atrocità e ci mettete i cattolici contro, vi avvisiamo che per i cattolici di tutta Europa  scatterà una dura repressione. Quindi state calmi e non violate la neutralità con i proclami". Insomma la critica del Papa e della Chiesa ai nazisti potevano mettere a repentaglio la posizione di milioni di cattolici, non solo tedeschi".

La inquietante frase del discorso di Pio XII, la riportiamo per dovere di cronaca letteralmente, ed è significativa "Questo voto di pace in un ordine nuovo, l'umanità lo deve alle centinaia di migliaia di persone le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento". Ma non aggiunge altro! Sono i famosi "silenzi" tra una virgola e l'altra.

I riferimenti precisi per chi fu attento a queste parole, invece c'erano. E dai tedeschi furono ben individuati. Loro perchè sapevano, ma anche Pio XII sapeva.  Il segretario di Stato MONTINI (il futuro Paolo VI) il 18 settembre informava il papa della tragedia e scriveva che i massacri "degli ebrei hanno raggiunto proporzioni e forme esecrande e spaventose. Incredibili eccidi sono operati ogni giorno; pare che per metà ottobre si vogliano vuotare interi ghetti di centinaia di migliaia di infelici languenti".

Ed anche Montini - a causa di Radio Vaticana che dirigeva, indubbiamente non gradita a Berlino perchè accennava a certe "cose" - ricevette delle minacce di rappresaglia da Von Ribbentrop tramite l'ambasciatore tedesco. "Attenzione se l'atteggiamento negativo continua, la stampa tedesca porterà un attacco alla Chiesa e alla Santa Sede". (Giovanni Miccoli, Dilemmi e silenzi di Pio XII, vaticano, Seconda guerra mondiale e Shoah, ed. Rizzoli, 2000).

Pio XII aveva più volte preso in considerazione l'eventualità di dichiarazioni pubbliche, e certamente non fu con leggerezza che decise di optare per un'azione silenziosa. In varie lettere ai vescovi tedeschi confidò le sue esitazioni e i suoi dubbi.
Così il 20 febbraio 1941: "Là dove il Papa vorrebbe gridare forte, è purtroppo un silenzio di attesa che talora gli viene imposto; là dove vorrebbe agire gli è imposta un'attesa paziente..."
e così il 3 marzo 1944: "...è dolorosamente difficile decidere se si impongano una riservatezza ed un silenzio prudente, oppure una parola decisa ed un'azione energica".

Non poche voci autorevoli si espressero nella stessa linea del Pontefice. Robert M.W. Kempner, ex delegato degli Stati Uniti al Consiglio del Tribunale dei crimini di guerra di Norimberga ha scritto: "Ogni tentativo di propaganda della Chiesa cattolica contro il Reich di Hitler non si sarebbe rivelato che un suicidio provocato, come ha dichiarato Rosenberg (ideologo del nazismo) ma avrebbe accelerato l'esecuzione di un numero ancor più alto di ebrei e di sacerdoti".
Pertanto il riserbo di Pio XII fu tutto il contrario di una forma di indifferenza nei riguardi delle vittime. Mentre il Pontefice mostrava in pubblico un apparente silenzio, la sua Segreteria di Stato sollecitava nunzi e delegati apostolici in Slovacchia, Romania, Ungheria, prescrivendo loro di intervenire presso i rispettivi governi e presso gli episcopati allo scopo di suscitare un'azione di soccorso, la cui efficacia fu riconosciuta all'epoca, dai ripetuti ringraziamenti delle organizzazioni ebraiche e che uno storico israelita, Pinchas Lapide, non esitò a tradurre in cifre: 850.000 persone salvate.

La Santa Sede abituata com'era alle delusioni, ai rifiuti, ai fallimenti non coltivò alcuna illusione sulla portata della propria influenza, anche se altri, mossi da buone intenzioni, o , al contrario, da intenzioni ostili le accreditavano un potere illimitato.

Quando nel maggio 1952 in un discorso alle infermiere, rievocò quegli anni tragici, Pio XII si poneva il quesito: cosa avremmo dovuto fare che non abbiamo fatto? In altre parole Papa Pacelli si dichiarava consapevole di aver compiuto tutto ciò che aveva creduto di poter fare. Relativamente ai risultati, affermare che egli stesso, o un altro al suo posto, avrebbe potuto fare molto di più, significa uscire dal seminato della storia per avventurarsi
nella palude delle supposizioni e del sogno.

La principessa Enza Pignatelli Aragona per la sua posizione aveva facile accesso al Vaticano . Quando all'alba del 16 ottobre 1943 iniziò a Roma il rastrellamento degli ebrei un'amica l'avvisò telefonicamente: intere famiglie venivano prelevate nel sonno dalle loro case, caricate su autocarri militari: donne vecchi e bambini senza distinzioni di sesso età e salute. Telefonò all'ambasciata tedesca e - ironia della sorte- chiese al diplomatico suo amico, Gustave Wollenweber, di portarla con l'auto in Vaticano. L'intenzione era di informare il Papa in persona e proporgli una protesta formale contro Hitler. Il maestro di camera pontificio al vedersela arrivare a quell'ora di mattino, senza preavviso e senza dare spiegazione rimase sgomento. Tanto più che pretendeva di parlare a " quattrocchi" e subito al Santo Padre. E questi subito la ricevette. Il papa non sapeva capacitarsi del fatto che i tedeschi gli avessero promesso che non avrebbero toccato più gli ebrei...e invece, ora...Solo due settimane prima i capi ebrei avevano dato alle SS di Kappler 50 kg di oro. Chiese subito la convocazione dell'ambasciatore tedesco.

E' stato detto che Pio XII non ha mai protestato con i tedeschi contro la deportazione del 16 ottobre. Ma la documentazione prova che c'era una protesta personale e ufficiale, attraverso il card. Maglione. Consegnò la protesta su ordine di Pio XII all'ambasciatore tedesco, Ernst Von Weizsacher quella stessa mattina. E la si può trovare pubblicata nel libro ufficiale del Vaticano Actes per quella data del 16 ottobre 1943! Pertanto protesta ci fu...l'ambiguità su cui giocano gli speculatori (coscienti o superficiali) è che essa non fu inoltrata a Berlino per il ricatto manifesto di fronte al quale fu messo il cardinale segretario di Pio XII (Maglione): "Vuole veramente il Papa che Berlino sia informato della sua indignazione? Io penso alle conseguenze che provocherebbe un passo della Santa Sede". Con riluttanza il cardinal Maglione non insistette per l'inoltro della protesta vista la minaccia di altri guai che si sarebbero potuti abbattere sugli ebrei. Weizsacker invece usò l'autorizzazione di Maglione non per tacere la protesta ma per riferirla in modo che a Berlino si credesse che il Papa non aveva protestato. "Il Papa ,scrisse l'ambasciatore tedesco al suo governo, benché importunato da più parti non si è lasciato spingere ad alcuna dichiarazione dimostrativa contro la deportazione degli ebrei di Roma." Da questo dispaccio del 28 ottobre 1943 nacque la storia del "silenzio" di Pio XII.

 

(VEDI ANCHE  " SUI "SILENZI DI PIO XII" )

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In questo dicembre termina un anno con tante oscillazioni nel morale degli italiani, fra il cupo e il sereno, e dal sereno nuovamente al cupo; nel primo semestre l'Italia é una nazione entusiasta per le vittorie dell'Asse, poi alle prime nubi grigie, appena iniziano le grosse difficoltà, diventa stanca della guerra;  e non sa ancora nulla il popolo italiano delle due immani tragedie che proprio in questo Natale '42  si stanno compiendo: una in Africa e una in Russia.  L'Italia è ormai una nazione senza nessun futuro, con gli italiani che, riversando le responsabilità su una sola persona come capo espiatorio, stanno perdendo di vista il problema globale oggettivo (e questo lo sapevano benissimo gli alti papaveri della guerra, non solo Mussolini) cioè le forze in campo che ora sono schierate e che non lasciano più nessun dubbio sull'esito della guerra. Sia i mezzi, che gli uomini impiegati, messi in comparazione sono abissali. L'America sta appena iniziando a inviare rinforzi giganteschi. Ha tante risorse, non teme di sicuro una guerra in casa, e sa che l'Europa occidentale anche con eventuali vinti e vincitori andrà verso il collasso. 

Gli italiani di alta schiatta, e quelli con chili di patacche sul petto che dovrebbero e potrebbero ancora decidere, non sono capaci di trovare alternative, nè rimedi urgenti, restano nell'indifferenza o nell'ambiguità (solo dopo, a guerra persa faranno impietose critiche, come se essi non contassero nulla). Nei quadri inferiori invece, più  nessuno, anche i più fanatici, non hanno più certezze.  Nel disorientamento non c'è nessun punto di riferimento, nemmeno -come abbiamo letto- in quello della Chiesa, che si barcamena.  Nessuna voce autorevole si fa sentire. I capi militari guidano gli eserciti addirittura già pensando a come riproporsi finito il regime. Badoglio è uno di questi, messo da parte dalla guerra in Grecia, é già in prima fila; poi tanti altri che ritroveremo, o con Badoglio stesso o a comandare le unità partigiane. Ma come potevano  guidare delle armate al successo se già avevano queste tendenze contrarie? Già tutti potenziali voltagabbana.

L'erede di una dinastia poi, quella sabauda, che ha sempre dimostrato sottomissione al "caporale" pensa anche lui come salvarsi e rimanere con ostinazione sul piedistallo nella annunciata disfatta. Perfino alcuni gerarchi  che da anni erano personaggi ambigui, hanno ora l'impudenza di alzare la testa. Il 25 luglio, e il 9 settembre, si presenteranno al Re e ai generali per "collaborare".
(Quando Re e tutti i generali, fuggirono a Chieti il 9 settembre (chi sta scrivendo era lì, a Palazzo Mezzanotte; e vi rimasero 18 ore) c'era la fila dei gerarchi, e in piazza 10.000 fascisti di "dichiarata fede", anche se il fascismo era stato sciolto più di un mese prima.

Ed infine nell'indifferenza c'è una buona parte degli italiani, divenuti apatici, che stanno vivendo questi ultimi giorni  in una fatalistica attesa, con un vero e proprio estraneamento per le vicende della guerra. Sperano, alla fine di beneficiare dell'indulgenza dei nemici inglesi e americani malgrado questi cominceranno proprio dalla fine di quest'anno a distruggere non solo le città (una condotta che non era una necessità strategica) ma come solo unico e principale obiettivo, quello di distruggere il morale degli italiani; piegarli, umiliarli. -  "Prima facciamoli cuocere nel loro brodo..." disse Churchill, appena conclusa la campagna d'Africa il prossimo anno, pensando a un modesto sbarco in Italia. "...poi attaccheremo il ventre molle per colpire il vero nemico sul muso".

Approfondimenti dei singoli episodi nelle pagine seguenti......

RITORNO A INIZIO ANNO '42 CON IL RIEPILOGO 
DELLE OPERAZIONI TEDESCHE IN RUSSIA

 

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