ANNO 1943 (provvisorio)

ALBERTO PIRELLI

Nella situazione caotica che abbiamo appena letto, quella dei 45 giorni badogliani, troviamo i vari gruppi politici di opposizione che stanno risorgendo o nascendo per esautorare con vere battaglie politiche gli uomini del passato regime o quelli che pur compromessi con quel passato, sono nuovamente al potere o lottano per riprendere il potere. Nelle prefetture, nei ministeri, nelle istituzioni, Badoglio che anche lui fa parte di quel passato, di quella gente ha bisogno, gli diventerebbero  tutti nemici altrimenti, e quindi non sostituisce nessuno.

Gli altri gruppi invece su basi passionali, impeti di furore, con vere o presunte crisi di coscienza seguitano ad abbattere le insegne del regime, a buttare giù i monumenti, invece di organizzarsi ed affrontare con realismo gli eventi che incalzano o darsi da fare per allontanare alcuni trasformisti già pronti a riciclarsi.

Guidati da nuove e vecchie motivazioni ideologiche, sembra che tutti nell'inserirsi nel gioco politico o nell'euforia della distruzione (qualcuno pensò perfino di assassinare Mussolini o sperava in qualche "incidente" provvidenziale (provocato dal re?) perdono di vista il problema principale. Cioé come uscire dalla guerra.
Far cadere il fascismo e esautorare o eliminare chi ne era stato il fondatore oltre che responsabile della disfatta, non voleva dire far cessare le ostilita' ne' da una parte ne' dall'altra. Ci si era cacciati dentro una trappola senza pensare a quella intransigenza di chi invece voleva una resa incondizionata, nè a chi a questa resa avrebbe indubbiamente reagito con violenza sentendosi tradito dai patti.

Gli antifascisti si stavano organizzando clandestinamente, alcuni ex gerarchi congiuravano, i militari complottavano, la classe media nuotava per restare a galla e si alleava a chi prometteva loro una certa continuità nei benefici; mentre quella industriale, la borghesia, pur ammettendo che sia il regime sia Mussolini non corrispondevano più alle loro aspettative, restava paralizzata, incapace di reagire, fino al punto quasi da essere travolta. Molti seguitavano a pensare di non poter venire meno al dovere patriottico (ai vecchi valori risorgimentali), altri invece finirono col pensare che i veri patrioti erano quelli che ormai giudicata senza speranza - per non arrecare maggiori danni al Paese-  la lotta era meglio interromperla con qualche drastica, traumatica soluzione; che però nessuno sembrava avere il coraggio di fare e nemmeno di proporre.

Nel frattempo, alcuni movimenti sfruttando il malcontento di quello strato sociale che si lamentava a ragione dei trattamenti economici, delle carenze alimentari e delle condizioni di lavoro, stavano subito convogliando abilmente le masse verso gruppi ideologici che rivendicavano la gestione delle fabbriche, il controllo della produzione; e già parlavano di nazionalizzazione, di collettivismo. Molti come ideologia erano rimasti fermi al 1921, o alle settimane rosse.

L'unico a emergere da questo abulico panorama, dove molti industriali si sono arroccati, chi abbandonando la gestione, chi fuggendo all'estero e chi aspettando un ente supremo astratto, è ALBERTO PIRELLI. Lui, poco compromesso col regime, è il solo ad avere idee chiare, una visione realistica della situazione politica, militare, industriale. Se fosse stato ascoltato fino in fondo, avrebbe potuto modificare la critica situazione, risparmiando all'Italia una guerra civile di due anni; e che nonostante tutto, anche rischiando di persona, riuscì a salvare la classe industriale dalla catastrofe di un dopoguerra.

SUL PIANO POLITICO - Pirelli capì che  il re, Badoglio e Mussolini stesso, sia prima, sia dopo il 25 luglio, cercavano una via d'uscita. L'armistizio non era del tipo di Vittorio Veneto e neppure quello fatto con la Francia nel '40. Tutti stavano commettendo e avevano già commesso un grave errore psicologico: vi era l'ingenua l'illusione di poter trattare alla pari con le potenze occidentali ormai sicure di vincere. BADOGLIO voleva trattare la resa a una condizione: che gli anglo-americani mettessero prima in opera un piano di invasione in grande stile (almeno 15 divisioni); tali e capaci da impedire la temuta rappresaglia tedesca. Credeva Badoglio di essere ancora al 1918 (pur essendo la stessa Versailles un non lieto ricordo, quasi un fantasma ancora dietro l'angolo).

Una illusione che svanisce con i primi contatti e le prime trattative segrete. Non solo non si prendono in considerazione le "pretese" di Badoglio,  ma le stesse condizioni  contenute nell'Armistizio (che alla fine firmera' Castellano a Cassibile) sono ancor più umilianti:  da accettare anche senza leggere i vari articoli. Al buio, "prendere o lasciare".

Col passare dei giorni, Badoglio sembra perdere il proprio sangue freddo e la sua abilità all'intrigo. Il suo prestigio appare logorato e il naufragio sembra sempre più vicino.

L'errore più grave lo avevano fatto prima, lui e il Re, credendo che eliminato l'uomo, caduto il fascismo, le trattative sarebbero state più facili e meno esose. Non lo pensava invece Pirelli e vedremo perchè.

SUL PIANO MILITARE. Se gli italiani nell'illusione che caduto il fascismo e caduto Mussolini  la guerra sarebbe poi finita presto, si dovettero ricredere subito. Nei 45 giorni che seguirono, si convinsero gli italiani che chi la voleva proseguire la guerra era Badoglio (lo aveva anche proclamato, convinto che le cose si sarebbero messe a posto da sole) e se Badoglio e anche lo stesso Re, temevano di finire "con la gola tagliata" è perchè questo clima c'era e lo avvertivano.

Nessuno voleva ascoltare Pirelli che riteneva che  la soluzione era una sola: Mussolini doveva essere lui a trattare l'armistizio, prima o dopo il 25 luglio. Fino a pochi giorni prima Pirelli si era attivato prendendo contatti con molti personaggi, ma soprattutto Bastianini per preparare con gli alleati tramite dei privati degli agganci, onde  poter discutere le condizioni necessarie per far uscire Mussolini prima dall'Asse, poi aprire altre trattative su alcune basi soddisfacenti per tutti. Infatti Bastianini (Taccuini di Pirelli) riteneva che la permanenza di Mussolini in Italia sarebbe stato un elemento d'ordine. Non avrebbe traumatizzato il Paese, dimissioni sì, era la prima condizione, ma "senza dare al suo allontanamento un significato esplicitamente politico, o esca ai sospetti, dunque alle contromisure tedesche e al tempo stesso non umiliare il Duce" (scrive De Felice).

Alla luce del poi di quanto accadde i vantaggi sarebbero stati diversi:

  1. Non avremmo dato il tempo ai tedeschi in 45 giorni di prepararsi ad invadere e occupare con le loro armate l'Italia. Il tempo infatti giocò a loro favore. (Hitler prelevò le truppe corazzate dalla Russia, interrompendo la famosa battaglia di Kurks, per inviarle al Brennero).
  2. L'Italia avrebbe avuto il tempo di organizzare i reparti dell'Esercito, la Marina, l'Aviazione (ed era in grado di farlo) per presidiare ogni punto strategico del Paese.(con l'armistizio dovette invece consegnare le tre Armi).
  3. Qualora agli italiani si presentavano delle difficoltà, gli sbarchi relativamente incontrastati (sempre prima dell'8settembre) a sud e al centro Italia dei nuovi alleati, quelli e questi potevano benissimo arginare qualsiasi attacco proveniente da Nord.
  4. Non ci sarebbe stata la guerra fratricida fra fascisti e antifascisti (quella che poi degenerò). I primi (anche se ridimensionati) si sarebbero affiancati a Mussolini (anche se non più al potere), e i secondi messa da parte ogni ostilità ideologica avrebbero insieme raccolte le energie (erano tutti italiani no?) e fatto fronte comune per scongiurare la catastrofe nazionale sia sul piano militare che su quello politico seguendo le direttive di uomini di alto prestigio non compromessi col vecchio regime, che l'Italia ancora aveva. Non per nulla che in questa ottica Pirelli si adoprò con Grandi, con gli inglesi, con gli Svizzeri, con Bastianini vicino a Mussolini, con Caviglia, con Cavallero, con i rappresentanti del clero e tanti altri. Un lavoro di cesello che avrebbe dato dei buoni frutti.

Proprio Grandi, il 4 giugno, al re propose una "pace onorevole con gli alleati" che riteneva possibile "soltanto se noi avremo il coraggio di affrontare tutti uniti e in campo aperto, i tedeschi", solo così era convinto che si sarebbe potuto rendere inoperante la resa incondizionata che gli anglo-americani chiedevano. "Mussolini, la dittatura, il fascismo, debbono sacrificarsi. Il Duce lo convinceremo (e forse non aspetta altro che qualcuno lo aiuti) a cedere il posto a una nuova classe dirigente".
(Ricordiamo che pur destituito M. poi inviò una umile lettera a Badoglio).

In questa Nuova Classe, Grandi proponeva non Badoglio, ma Caviglia, che oltre che essere suo amico personale e nemico di Badoglio, era l'unico capo militare che non aveva forniticato col fascismo o dimostrato servilità a Mussolini, ed era l'unico a godere la stima, il rispetto e la grande fiducia a Londra.

Come ministro degli esteri, Grandi proponeva proprio Alberto Pirelli "che gli Inglesi e gli Americani hanno sempre veduto con franca simpatia". E con lui De Gasperi, Gronchi, Milani e altri. Sono gli uomini che poi in effetti troveremo alla guida del Paese nel dopoguerra.

SUL PIANO INDUSTRIALE- Anche qui nell'abulico panorama dei capitalisti, industriali, borghesi, Pirelli si distingue; l'unico a trovare una strategia per la difesa del patrimonio industriale italiano.

Al fatalismo lui rispose prima di tutto nell'osservare molto da vicino i fenomeni sempre piu' frequenti nel mondo operaio, come gli scioperi, le occupazioni e i sabotaggi; questi soprattutto nelle aziende a forte produzione bellica.

Arrivo' alla conclusione che non erano, come molti suoi colleghi temevano, un fenomeno legato a una rivoluzione sociale di carattere politico. Non erano agitazioni autonome, ma nemmeno - anche se vi comparivano degli elementi comunisti sempre bene organizzati - erano forze eversive. Badoglio era caduto nel tranello, infatti la sua repressione (ovviamente dove governava) in queste agitazioni fu spropositata. E i morti in queste agitazioni furono tanti.
Per lui tutti gli antifascisti, o meglio tutti quelli che erano contrari alle sue idee, erano comunisti.

Molti che intendevano promuovere e quindi gestire queste agitazioni, avevano messo il carro davanti ai buoi, parlando agli scontenti di un prossimo futuro con quelle utopie che appartenevano già al passato, parlando di collettivizzazione, fabbriche gestite dagli operai, divisione degli utili, nazionalizzazione, giustizia sociale ecc. ecc. Le stesse che abbiano letto nel 1919-'20. Per l'appunto utopistiche (vedi poi fallimento in Russia)

Scavando, osservando e soprattutto intuendo prima di ogni altro, Pirelli capì che i "movimenti operai" e le agitazioni erano essenzialmente a sfondo economico, erano i lavoratori toccati e umiliati dalle durissime condizioni di vita causate dalla guerra, stritolati dal mercato nero che si diffondeva per l'incapacità degli addetti a gestire bene le risorse sia materiali sia umane. E scoprì anche che gli agitatori "occulti" erano una piccola minoranza. Nei suoi Taccuini scrive : "D'altra parte è indubitabile che vi sono molte cellule comuniste che stanno cercando di organizzare le masse operaie e, se non hanno ancora fatto larga presa, non esiste d'altra parte nessun'altra organizzazione operaia in cui le masse abbiano fiducia e che possa contrastare o almeno sostituire quella comunista".
Insomma, essendo gli unici che si davano da fare, non c'era da meravigliarsi che pur essendo pochi, molti pendevano dalle loro labbra, erano "incantati" da qualsiasi cosa dicevano.

Capito il fenomeno si corse ai ripari, non per salvare una categoria, ma semmai la grande industria italiana che finita la guerra avrebbe dovuto subito riconvertirsi. E guai se questo non fosse avvenuto. Primo a seguirlo è Valletta alla Fiat, che vuole subito capire meglio anche lui cosa bolliva in pentola in queste agitazioni che si erano già svolte e se ne preannunciavano altre ancora più terribili. Lo seguì poi  Rocca dell'Ansaldo a Genova, anche se usando altri metodi.

Bisognava subito creare una rottura col passato, dov'era innanzitutto carente il sociale e l'assistenza pubblica, andata tutta in crisi, e quindi sostituirsi ad essa. Così operando ottenevano tre risultati: attenuavano il disagio, disincantavano gli operai e avevano carte da giocare (ricompattando le maestranze) per premere sul governo e spingerlo alle trattative per far uscire l'Italia dalla guerra. 

Il comportamento di Valletta fu anche spregiudicato ed ambiguo, finita la guerra quasi gli costò la vita il suo modo di agire. Ma pur di salvare l'azienda, gli operai, e avere meno ostilità dai comunisti, il suo muoversi sui vari tavoli a fare compromessi sconcertò non solo i governanti del Regno del Sud e quelli del Nord con Mussolini che era ritornato ai vecchi discorsi della socializzazione pre-fascista; ma sconcertò anche i tedeschi che poi erano quelli che comandavano, guidavano, gestivano le grandi imprese. Gli scioperi che si organizzarono per boicottare la produzione militare, ricevettero perfino la minaccia di Hitler in persona, che diede l'ordine di prendere gli operai a casaccio venti su cento e deportarli nelle fabbriche tedesche.

Ma gli industriali ormai viaggiavano compatti con gli operai, quasi mettendosi d'accordo con gli scioperi, coinvolgendoli fino al punto che quando i tedeschi decisero di asportare i macchinari, gli operai imbracciarono le armi "ne' un uomo ne' una macchina in Germania".

Ma rimanevano i bombardamenti. Ebbene, Pirelli adoprandosi anche in tal senso riuscì  (rivelando il gioco sottile che abbiamo visto sopra) a convincere gli inglesi a risparmiare le grandi industrie dalla distruzione.

Ma il suo capolavoro fu quello di ridare fiducia agli industriali. Questi infatti, uno a uno, uscirono dall'apatia, dal fatalismo e anche dal tanto temuto fantasma bolscevico, riprendendo in mano la situazione.

All'inizio avevano chi fortemente chi solo opportunisticamente appoggiato il regime, e tiepidamente avevano appoggiato la guerra (ricordiamoci il 10 Giugno '40), con quel realismo imprenditoriale che possiedono (senza una realistica-logistica del resto non si crea una fabbrica) avevano subito capito come sarebbe andata a finire, o in una sconfitta totale (e questa era quasi una certezza) o in caso di una vittoria dei tedeschi, con l'Italia trasformata in una colonia germanica.

In questo strano e drammatico periodo di carenza di un potere centrale, con due governi fantoccio, finito l'uomo che sembrava la causa di tutto, capitalisti e industriali temevano altre due conseguenze, i bombardamenti e il bolscevismo.

Da una parte se si proseguiva la guerra c'era la totale distruzione delle loro aziende, dall'altra se la si vinceva con l'appoggio della Resistenza (tutta quasi di sinistra)  si ritornava al 1919, cioè allo spettro bolscevico che il fascismo di Mussolini, non dimentichiamolo prima aveva bloccato, poi con la salita al potere, col corporativismo ("lavoratori e produttori uniti insieme") aveva del tutto eliminata questa paura (non per nulla l'avevano finanziato). Insomma, si ritornava al "terrore" di rimanere senza aziende e senza terre.

Si capì dunque, e diventò sempre più chiaro che il malcontento delle masse -con  tempismo - veniva utilizzato dalla forte organizzazione comunista per fare il proprio gioco, e che quei disagi sociali erano solo strumentalizzati.

Si cambiò quindi strategia e si riuscì a salvare la capra e il cavolo. Se rimaneva inalterato il regime della proprietà, i guadagni che si potevano realizzare sarebbero diventati con la ricostruzione del dopoguerra molto più cospicui di quelli realizzati con le commesse belliche. Si arrivò quindi al paradosso, in certi casi si fecero i salvataggi delle aziende con il sostegno degli operai stessi e perfino con la Resistenza di sinistra, fino all'ultimo giorno di guerra.

Poi iniziò nuovamente la grande avventura. Il gioco diventò duro, e le rivendicazioni di certi patti si fecero sentire da entrambi le parti. Alcuni  mantennero fede a questi patti, altri si defilarono, scatenando le guerre sindacali e le barricate, che nei prossimi anni vedremo.

Questo fa parte della Storia Sindacale Italiana che non mancheremo di riportare, partendo dalle origini (1800- 1997) già in cantiere. Scritta da un addetto,  presto disponibile in rete.

Ne' mancherà (sperando in qualche disponibile e volenteroso lettore di queste righe) la Storia dell'Industria Italiana di questo periodo nero, visto dall'altra parte della barricata. Se riceviamo l'autorizzazione dagli Eredi di Alberto Pirelli, riverseremo anche i suoi Taccuini, che ci sembrano indispensabili per capire oggi l'Italia dal 1943 in poi.

(Ma sono già tre anni che aspetto l'autorizzazione. La verità insomma ha il copyright)

FINE

RITORNO AL 1943