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ANNO 1943 (7)

L'Armistizio, la fuga, Roma indifesa

Cosi' nel 1939 aveva parlato il Re....

Re d'Italia

Nessun dubbio sfiora la mia mente.....
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(SUO NONNO, VITTORIO EMANUELE II, NEL 1859) "La mia sorte è congiunta a quella del popolo italiano; possiamo soccombere, tradire mai! I Solferino e San Martino, riscattano tal volta le Novara e Waterloo, ma le apostasie dei Principi sono irreparabili. Io potrò dunque restar solo nella grande lotta in cui la M. V. aveva cominciato per darmi la mano: ma resterò. Perocché se la M. V., forte dell’ammirazione del suo popolo, non ha nulla a fare per la riconoscenza della simpatia dell’alleanza del popolo italiano, io sono commosso nel profondo dell’anima mia dalla fede, dall’amore che questo nobile e sventurato popolo ha in me riposto; e piuttosto che venirgli meno, spezzo la mia spada e getto la mia corona come il mio augusto genitore") (INTERO TESTO DELLA LETTERA - QUI).

Avevamo lasciato Re, Generali e Badoglio a Roma, tutti rosi dal dubbio di cosa sarebbe accaduto alla lettura in radio del comunicato della resa.

8 SETTEMBRE(ore 9)- Il Re riceve l'ambasciatore tedesco RUDOLF RAHN. Hitler vuole sapere cosa bolla in pentola, ma il re VITTORIO EMANUELE III, gli ribadisce la fedeltà e la lealtà nei confronti dell'alleato (dà una parola d'onore falsa, che durerà meno di 10 ore)
"Dica al Furher che l'Italia non capitolerà mai, 
è legata alla Germania per la vita e per la morte" 
(Ma il giorno 3 settembre il "tradimento" era già stato consumato. Considerato "tradimento" perchè l'Italia "dimenticò" di dichiarare guerra alla Germania (che era giuridicamente sua alleata).
(tutte le vittime dei bombardamenti nelle città - che continuarono fino al 9 settembre - morirono sotto le bombe "amiche", come a Frascati).
Badoglio intanto si era premunito, e aveva spedito figlia e nuora due giorni prima a Losanna.

Il testo sotto l'immagine: "La figlia e la nuora del Maresciallo Badoglio a passeggio in una via di Losanna, dove, come risulta dai giornali svizzeri, sono arrivate, direttamente dall'Italia, fin da martediì 7 settembre, cioè esattamente un giorno prima che il Popolo Italiano avesse notizia della capitolazione".

Risulta inoltre agli atti del processo al governatore della Banca d'Italia Vincenzo Azzolini, celebrato nel dicembre del '44, che Badoglio durante il suo governo abbia ritirato "in quattro distinti prelevamenti gran parte dei 24 milioni depositati dalla presidenza del Consiglio"; somma che era a disposizione dell'ex capo del governo Mussolini, senza che ne dovesse rispondere a chicchessia. I primi due prelievi finirono anch'essi in Svizzera, gli ultimi due non si sa quale destinazione presero, o meglio lo si intuisce da un documento eccezionale. Durante l'agitata notte tra l'8 e il 9 settembre, quando era stato deciso la fuga e l'abbandono di Roma, Badoglio fu visto che aveva con se una valigetta, che andò "misteriosamente perduta". (Chi ci vuol credere è libero di farlo).

Del contenuto sarà lo stesso Badoglio a fornire più tardi in una lettera autografa scritta a Bonomi, il 12 giugno 1944. "Quella sera io avevo con me una valigia contenente oltre le mie sostanze anche le seguenti somme dello Stato: 10 milioni di lire italiane, 800.000 Franchi svizzeri in contanti e un vaglia di 200.000 sempre in Franchi svizzeri. Nella confusione della partenza io ho dimenticato la valigetta. Che per fortuna fu ritirata da mio figlio Mario, disgraziatamente rimasto a Roma e in seguito catturato. Nel frattempo queste somme in gran parte erano state spese in sussidi ai profughi e ai partigiani come io stesso avevo fatto arrivare l'ordine a mio figlio. Io Chiedo al governo che sia atteso il ritorno di prigionia di mio figlio per avere dati più sicuri e una documentazione approssimativa dell'impiego di detto denaro".
Ma sembra che nessuna spiegazione fu invece fornita nè al ritorno di Mario, né mai. E sappiamo da Badoglio che aiutò i partigiani. Ma quali parrigiani? Nessuno ha mai ammesso e riferito di aver ricevuto denari da Badoglio.

Ma c'è dell'altro. Di tutto il maneggio dell'armistizio il Paese non seppe nulla. Ma non è che era un segreto la firma del 3 settembre. Molti che non avevano bisogno di esserlo vennero invece informati.
Nulla seppero i membri del Consiglio dei Ministri. Badoglio informò de Courten e Sandalli, ma non Sorice. Badoglio mandò figlia e nuora in Svizzera ma si "dimenticò" di mettere in salvo l'intera riserva aurea
custodita nella Banca d' Italia in via Nazionale: 118 tonnellate di oro, che pochi giorni dopo - il 20 settembre- furono prelevate dai tedeschi e presero una misteriosa destinazione (a Fortezza a Bolzano?).

Nessuna comunicazione fu fatta agli alti comandi militari periferici. Attilio Tamaro (nell'opera più volte qui citata) afferma di aver incontrato Asquini il 4, ed ebbe da lui come sicura la notizia, che il giorno precedente era stato firmato l'armistizio. Bonomi dice di essere stato informato dal colonnello Rusca, dal generale Zanussi e da un'altra personalità. Benedetto Croce (Croce, Quando l'Italia era tagliata in due, pag. 5) afferma che ricevette la notizia attraverso la Banca Commerciale: il che è molto grave, poiché si vede che quella Banca (fondata dai tedeschi !!) ebbe il privilegio di conoscere i segreti di Stato e di provvedere sulla loro base, e a tempo, le opportune operazioni finanziarie, connesse a un così grave avvenimento.
Informatissimo lo era anche il generale Ambrosio, il Capo di Stato Maggiore, che il giorno martedi 7 settembre non era a Roma alla vigilia di quella che già per molti (banche comprese, come abbiamo visto) era la sventura che si stava abbattendo sull'Italia; ma era Ambrosio a Torino, per mettere al sicuro i preziosi mobili e quadri di casa sua. Nella stessa sera a notte fonda, a Roma giungeva il generale Maxwell Taylor per esaminare con i generali dello Stato Maggiore e con Badoglio le condizioni dell'aviosbarco e le misure da prendere per renderne possibile l'esecuzione. Mentre già al largo di Salerno si stavano concentrando i mezzi da sbarco.

8 SETTEMBRE (ore 17,30) Radio Algeri - prima al mondo - trasmette il testo dell'Armistizio alla radio.
"Qui è il gen. Eisenhower. Il governo italiano si è arreso incondizionatamente a queste forze armate. Le ostilità tra le forze armate delle Nazioni Unite e quelle dell’Italia cessano all’istante. Tutti gli italiani che ci aiuteranno a cacciare il tedesco aggressore dal suolo italiano avranno l’assistenza e l’appoggio delle nazioni alleate”.
A Berlino apprendono e chiedono notizie a Roma; Vogliono conferma da Rahn. Ma non è nemmeno necessaria la sua risposta, alla stessa ora un flash della Reuter rende pubblico il testo di Eisenhower in tutto il mondo.

L'arrivo della notizia a Roma ha del comico. Mentre in tutto il mondo va in radio il comunicato, Eisenhower poche ore prima aveva inviato allo Stato Maggiore italiano
un fono cifrato con il testo della resa; ma dopo un'ora non era stato ancora decifrato, fin quando nella sala di riunione presente il Re, entrò un giovane maggiore, Marchesi,  che gelò il sangue ai presenti, "mi riferiscono che da oltre un'ora il comunicato di Eisenhower  è già stato letto alla radio". Cioè che la resa dell'Italia la conoscono già in tutto il mondo.
 
Il Re e Badoglio devono sostenere l'infuriato assalto di Rahn. Ora non ci sono più dubbi del comportamento dell'Italia. Rhan  nell'informare Hitler e Goebbels si sfoga: "é tradimento",  e la stessa frase la ripete ai presenti con Ambrosio che fa l'offeso, ma lui precisa "non dico del popolo italiano, ma chi lo comanda". (Il Re?, Badoglio? O chi? )

"NON DICO DEL POPOLO ITALIANO MA CHI LO COMANDA"!!

Mentre Hitler, nel suo bunker commenta "da "questi" italiani me l'aspettavo".
Qualcosa Hitler sapeva da tempo, e temeva che le divisioni dell'esercito italiano avrebbero disarmato le sue uniche 2 divisioni tedesche presenti in Italia: la 3a Panzerdivision corazzata a nord di Roma, la "Fallshirmdivision a sud, e un battaglione di paracadustisti appena giunto dalla Francia in Italia ed erano accasermati alla meglio sul litorale. Poca cosa insomma.
KESSELRING (lo racconta lui nelle sue memorie) alle 3 di notte dello stesso giorno ricevette un fono da Hitler. "Tieniti pronto a rientrare, dall'Italia smobilitiamo, e arretriamo, non voglio farmi prendere in trappola." (ritorna valido il piano presentato da Rommel, che era poi quello di fortificarsi sulla "Linea Gotica".
Questo fono è allarmante perché Hitler non sa ancora cosa sta succedendo a Roma. KESSELRING neppure, ma temporeggia. (E chissà perché). Lui sa benissimo che il piano Alarico al Brennero è pronto, ma nel piano non è mica stato previsto di oltrepassare la linea appenninica tosco-emilana. Apprendendo anche lui dalla radio la resa, tuttavia risponde Achse, parola in codice che dovrebbe far scattare il "Piano Alarico" preparato dall'OKW da tempo". (che voleva dire occupare l'Italia settentrionale, disarmarne l'esercito, e affondare le navi italiane, se necessario a cannonate - Quello che poi avvenne a Trieste).

A torto o a ragione poco importa (lasciamolo alle varie interpretazioni degli italiani dei due schieramenti), i tedeschi vedevano nella conclusione dell'armistizio, un vero e proprio "atto di tradimento". Il paradosso che si veniva a creare era il seguente: che l'Italia meridionale era in mano del nuovo "ex nemico anglo-americano" contro l'"ex amico del tedesco"  (ma non belligerante perchè l'Italia era disarmata); mentre l'Italia centro-settentrionale era sotto il controllo dell'alleato tedesco non ancora "nemico", e quindi insieme vera forza belligerante contro l'altra metà dell'Italia e ovviamente contro gli anglo-americani.
(ricordiamoci che nessuno delle due Italie del resto, e tantomeno quella del Sud, aveva dichiarato guerra alla Germania! Badoglio e il re si ricordarono di farlo il 13 ottobre. Dall'8 settembre, per 35 giorni, sotto il profilo giuridico, l'Italia aveva rivolto le sue armi contro il suo stesso alleato. E da quando esistono le guerre, questo è "tradimento".

Ammettiamo pure che l'allontanamento del Re e di Badoglio capo del Governo, anche se era un errore, era naturale e necessario. Ma è il modo in cui fu eseguito, all'ultimissimo momento, alla fuggiasca, trascinandosi dietro un codazzo di generali, lasciando così tutti senza avvisi e senza ordini. Fu questo che diede a quello, che era forse un atto necessario, l'aspetto di una fuga vergognosa.

L'errore (o la vergogna) più macroscopico fu quello di partrire rompendo tutti i collegamenti coi comandi periferici e con quelli fuori della frontiera, proprio in un momento in cui l'averlo strettamente in mano rappresentava, se non la salvezza, certo l'unico mezzo per coordinare un'azione di resistenza, per impedire il caos, e non ultimo per tenere alto il morale.

Alcuni storici ribaltando la situazione del "tradimento", hanno fatto affermazioni che sono piuttosto frutto di congetture e non risultanze documentali; che cioè i tedeschi, non volendo trasferire da Livorno al Sud alcune truppe (avrebbero dovuto smobilitare la Toscana), per primi erano stati loro a "barare abilmente", e non mantenendo fede ai patti, i primi a tradire erano semmai stati loro.
Si vuole qui confondere il disegno strategico tedesco con l'ipocrisia italiana. I tedeschi avevano tutte le ragioni di non spostare le truppe che erano presenti in Toscana, perchè queste dovevano far fronte alle diverse azioni che gli anglo-americani potevano allora muovere dal Nord-Africa, quindi dalla Sardegna e fare uno sbarco in Toscana. Hitler al Sud preferì inviare altre truppe, ma non quelle della Toscana. Ma questo - per logica militare- l'avrebbe fatto qualsiasi modesto generale nella stessa situazione.

Quanto all'atteggiamento, nel caso che l'Italia avesse abbandonato la Germania per unirsi agli Anglo-americani, Hitler era deciso a riservare all'ex alleato la stessa politica che Churchill aveva adottata contro la Francia dopo l'armistizio separato, cioè l'inglese rispose facendo la guerra al governo di Petain. Mandò a distruggere la flotta francese a Mers-el-Kebir che aveva rifiutato di arrendersi; malgrado una sanguinosa resistenza s'impadronì delle navi da guerra e delle grandi navi mercantili che si trovavano nei porti inglesi, colò a picco l'incrociatore "Rigault", cannoneggiò la corazzata "Richelieu", bombardò Dakar e Marsiglia e altre città del suo ex alleato. Anche se i francesi avevano agito senza mistificazioni, e tenuto gli inglesi al corrente delle loro intenzioni.( Cfr. Thouvenin, Une annèe d'historie de France, pp.141-170)

Ma non solo i tedeschi vedevano nella conclusione dell'armistizio, un vero e proprio tradimento:
"...Altrettanto, l'opinione pubblica inglese riteneva che l'armistizio era "uno sporco tradimento nei confronti della Germania e riusciva a stento ad ammetterlo come conseguenza di un'incapacità dell'Italia a continuare la guerra". (Degli Espinosa, Il Regno del Sud, pag.48)

" Scriverà  Montanelli: "Quello che io, con la mia flebile voce, ho sempre contestato e continuo a trovare vergognoso, fu il nostro modo di arrenderci. Noi eravamo un Paese vinto, che non si batteva più nemmeno per difendere il proprio suolo. Gli anglo-americani avevano preparato lo sbarco in Sicilia come un assaggio o prova generale di quello che si apprestavano a fare in Normandia. E ad accoglierli trovarono invece della gente che gli batteva le mani e gli chiedeva scatolame, cioccolata e sigarette. Cos’altro poteva fare, se non arrendersi, il governo di un popolo che si era già arreso?
Solo che la resa potevamo farla in due modi: alle spalle e all’insaputa dell’Alleato, oppure avvertendolo che lo avremmo fatto perché non avevamo alternativa. Scegliendo la seconda strada, noi non avremmo salvato nulla, come nulla salvammo scegliendo la prima. Nulla, meno una piccola cosa, a cui noi italiani non diamo mai alcun peso: l’onore.
Vinti sì, come può capitare a qualsiasi esercito e a qualsiasi popolo. Traditori, no. Fra le tante critiche mosse al Re e a Badoglio per il modo in cui condussero quella vicenda, non viene mai citata la parola d’onore che il Maresciallo dette all’Ambasciatore di Germania il 7 settembre, quando l’armistizio di Cassibile era ormai firmato, con cui il nuovo governo attestava la sua "ferma volontà" di continuare a battersi.
Della nostra condizione politica e militare, nulla - intendiamoci - sarebbe cambiato. I tedeschi avrebbero ugualmente occupato quanto potevano occupare della Penisola, forse avrebbero arrestato il Re e Badoglio e disarmato le nostre truppe. E noi saremmo stati un Paese che, riconoscendosi vinto, deponeva le armi, e basta. Quello che ci disonorò fu il nostro passaggio nel campo nemico alle spalle dell’alleato, e quello che ci ridicolizzò fu la nostra pretesa, alla fine della guerra, di sedere al tavolo dei vincitori." (Indro Montanelli, in una risposta a un lettore in una delle sue "Stanze" sul Corriere della Sera del 17 novembre 2000)
.

Inoltre c'è da aggiungere che il "tradimento" non consisteva solo nell'armistizio, ma stava dentro quella funesta richiesta fatta da Badoglio ai nuovi alleati; quella di voler rivolgere le armi italiane contro i tedeschi, senza neppure dichiarargli guerra !!! Senza preavvertire l'alleato, aveva manovrato non soltanto per concludere un armistizio ma anche brigato per volgere le proprie armi contro l'alleato stesso. Badoglio (e ci si meraviglia che un generale potesse far questo) voleva passare dall'alleanza con la Germania nazista, al fronte della coalizione antinazista "senza pagare dazio".

Quando il 9 settembre mattina, reparti che erano stati ex fascisti (come la Centauro, la ex Milizia Fascista -come vedremo più avanti) a Roma, iniziarono a circondare e a sparare per primi sui tedeschi a Porta San Paolo, quel pezzo di carta che doveva essere un armistizio (cessazione di ostilità sui due fronti) diventò di fatto (né formale, né quindi giuridico) una palese dichiarazione di guerra e, di fatto una proditoria aggressione al proprio alleato.
So di entrare in una annosa polemica; ma se vogliamo narrare i fatti, dobbiamo ben distinguere le "risultanze documentali" dalle "interpretazioni di parte".

E ci basta citare che la dichiarazione di guerra alla ex alleata Germania fu fatta il 13 ottobre; fra l'altro in un modo poco diplomatico. Fu consegnata a un fattorino dell'ambasciata tedesca. E dubbio è anche il valore giuridico, giacchè il Governo del Sud ha agito non autonomamente e nell'esercizio della propria sovranità, che non aveva! essendo "vero e proprio "organo" delegato dalle autorità "alleate" e con i soli poteri giurisdizionali da queste assegnatigli, come sanciva l'armistizio lungo all'art. 22 "Il Governo e il popolo italiano eseguiranno prontamente ed efficacemente tutti gli ordini della Nazioni Unite".
La dichiarazione di guerra alla Germania presentata da Badoglio era carta straccia.
(prova ne sia che a quella dichiarazione di guerra non è mai seguita una pace con la Germania. Se veramente fosse stata valida, oggi noi continuiamo ad essere in guerra con la Germania).

In conclusione, l'Italia meridionale ed insulare era in mani del "nemico" non ancora cobelligerante; mentre l'Italia centro-settentrionale era sotto il controllo dell'alleato non ancora "nemico".
Ma c'è da dire che anche in tutto il perido armistiziale, gli italiani per gli Anglo-americani erano i "nemici" e tali sono giuridicamente rimasti fino alla conclusione del trattato di Pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, giacchè la cosiddetta "cobelligeranza" (alcuni generali anglo-americani si mettevano a ridere nel nominarla) "nulla ha innovato", come del resto si affrettò a comunicare Maxwell D. Taylor il 18 ottobre 1943 al Governo di Pietro Badoglio:" ....i rapporti di cobelligeranza tra i governi d'Italia e delle Nazioni Unite non possono di per se stessi influire nelle clausole armistiziali recentemente firmate che conservano tutta la loro piena efficacia". Insomma l'Italia per gli Anglo americani
restava pur sempre un paese nemico; tanto che i soldati italiani continuavano ad essere prigionieri di guerra nei campi di concentramento del "nuovo" alleato.

In tutt'altro modo fu invece fatto l'armistizio della Finlandia alleata con i tedeschi, nei confronti della Russia.
"Il Presidente Ryti, il maggior responsabile dell'accordo con Hitler, in base al quale i finlandesi non avrebbero concluso una pace separata senza il consenso tedesco, si dimise improvvisamente, e il Parlamento ignorando la procedura normale, approvò una legge che conferiva poteri presidenziali al Maresciallo Mannerheim (pur essendo considerato questi fino allora "la belva fascista").
Mannerheim informava il 17 agosto, Keitel, capo dell'OKW, che l'accordo Ryti-Ribbentrop era annullato. Il ministro finlandese consegnava il 25 agosto, all'ambasciatore sovietico Kollontaj, una nota che chiedeva  di ricevere una delegazione d'armistizio. Il Governo russo acconsentì, purchè la Finlandia  annunciasse pubblicamente la rottura con la Germania e chiedesse il ritiro di tutte le truppe tedesche, entro 25 giorni. Se i tedeschi si opponevano, i finlandesi li avrebbero disarmati e consegnati agli alleati.
Alla fine i finlandesi non fecero gran che per "disarmare" i tedeschi e non risulta che vi siano stati effettivi combattimenti fra loro e i tedeschi. Avvenne difatti, che questi si ritirarono spontaneamente dalla maggior parte della Finlandia, anche se nel farlo bruciarono città e villaggi"
L'armistizio sottoscritto dai finlandesi parlava chiaro all'Articolo 2 "La Finlandia si impegna a disarmare le Forze Armate tedesche di terra, di mare e dell'aria, consegnandone i membri, in qualità di prigionieri, al Comando sovietico" Punto 5 "Rotti i rapporti con la Germania, la Finlandia si impegna a romperli allo stesso modo anche con i satelliti della Germania....". (Arrigo Petacco. La seconda Guerra Mondiale, V vol, pag 1774-1775)

8 SETTEMBRE - (ore 19,42) Badoglio parla alla radio (col disco però, che ripete ogni 15 minuti la "filastrocca"). Eisenhower, come abbiamo già letto, temendo rinvii, lo ha già fatto alle 18.30, anche se alle ore 17,30, nei vari comandi - compresi quelli tedeschi- tutti già sapevano dell'armistizio da Radio Algeri. Infatti, alle ore 18 ROMMEL si muove dal Brennero e scende in Alto Adige con l'appoggio di HOFER, il capopopolo dei 250 mila altoatesini, in attesa fin dal 25 luglio di questo "tradimento" temuto e dai vari servizi segreti tedeschi paventato. Il disimpegno italiano in Sicilia non era certamente sfuggito nemmeno a loro (del resto bastava leggere gli articoli sul Times).
Alle 18 i tedeschi al Brennero che hanno ascoltato Radio Algeri; alle 18,15 sono già nelle caserme di Vipiteno, alle 18,30 a quelle di Bressanone, alle 19 a Bolzano, alle 19,30 a Merano.

Quando alle 19,47 esatte è appena finita
alla radio la prima "filastrocca" di Badoglio , il quadro a Bolzano é da circa due ore già sconvolgente. Con precisione cronometrica sono stati attaccati tutti i presidi italiani (in molti casi sparando a cannonate); vengono disarmati tutti i reparti nelle caserme nelle varie valli, a Malles, Silandro, Merano, Bressanone, Vipiteno, Dobbiaco. Infine Bolzano: bloccando via Resia, via Guncina, e via Augusta - le tre uniche entrate della città, dove sorgono anche le tre grandi caserme -  Bolzano è chiusa come in una morsa, l'intera città si trasforma in una trappola senza scampo.
(Su questi fatti le fonti sono il vissuto dell'autore che scrive, che viveva a Chieti, e il vissuto di suo suocero che abitava proprio in Via Claudio Augusta a Bolzano, accanto alla ferrovia e all'aeroporto di S. Giacomo. Il suocero riuscì per una manciata di secondi a svignarsela e a non farsi catturare.- Inoltre - chi scrive - per quattro anni essendo in un reparto speciale, ha vissuto in tutte queste caserme delle valli altoatesine, raccogliendo non poche testimonianze).
Già alle ore 19,30 (è trascorsa appena un'ora e mezza) sui binari della ferrovia di Bolzano, provenienti dal Brennero iniziano a transitare uno dietro l'altro interminabili convogli stipati di automezzi, carri armati e armi varie, diretti a Verona, in attesa di essere smistati nelle varie direttrici della penisola. 50 treni di 40-50 vagoni caduno, nell'arco di poche ore varcano il confine per riversarsi non ancora nel centro Italia ma a Verona. Alle spalle i tedeschi hanno la solida difesa che è il budello della Val d'Adige. Da duemila anni questa è sempre stata la strategia degli invasori: quella di fermarsi a Verona e dintorni, in attesa, nel famoso "quadrilatero".
Hitler ha preso questi primi provvedimenti, ma non sa ancora cosa veramente sta accadendo in Italia. Vuole solo essere pronto a dilagare nella pianura e formare il baluardo alla "Linea Gotica" (sull'Appennino Tosco-Emiliano). Non era stata ancora presa la decisione di creare e rafforzare la "Linea Gustav"(da Pescara a Roma).

L'intero battaglione Saluzzo di Bolzano alle ore 2 (abbiamo detto ore 2 di notte !!!) del 9 settembre é già disarmato e viene richiuso dentro lo stadio di Bolzano circondato dalle mitragliatrici.
(esistono delle foto drammatiche di questa scena) 

Ancora più tragica la sorte dei reduci dalla Russia, che -dopo il rientro- moltissimi erano stati convogliati nelle grandi caserme di  Via Palade a Merano a Maia Bassa. Sono circondati dalle autoblindo alle ore 3 di notte, e dalla vicina ferrovia (a 200 metri)  all'alba alle ore 5 sono stipati nei vagoni e deportati in Germania nei campi di lavoro.

Intervento di un lettore:
"Mi ha molto colpito il resoconto di quanto avvenuto in Trentino Alto Adige: mio nonno materno comandava la stazione dei carabinieri di Egna e come riportato nelle drammatiche cartoline fortunosamente "inviate" alla moglie a Friola, la sua caserma veniva circondata dai tedeschi equipaggiati di carri armati e mitragliatrici proprio alle ore 3 di notte, in perfetta sincronia con quanto da lei riportato. Mio nonno non tornò mai più a casa: morì in campo di concentramento, come molti altri nostri connazionali" Giorgio Rigon


La Carnia, il Friuli, la Venezia Giulia alle ore 6 del mattino sono già sotto il controllo dei tedeschi. Si aggiungono gli Slavi Titini (un cinico provvidenziale -in questo caso paradossale - aiuto ai tedeschi!)  che danno la caccia agli italiani "fascisti" (ma indistintamente a tutti i militari italiani) occupanti il loro territorio. Gli italiani sono quindi fra due fuochi devono guardarsi dai tedeschi e dagli slavi. 15.000 italiani sono catturati, disarmati, moltissimi di loro  buttati dentro le profonde voragini del Carso (le foibe) ancora vivi. Una carneficina. A Trieste 100.000 italiani sono catturati dai tedeschi con le armi spianate e vengono subito deportati in Germania mentre nel porto a cannonate fanno colare a picco tutte  le navi italiane alla fonda; alcune senza riguardo con dentro gli interi equipaggi.
Saranno alla fine 615.000 i soldati italiani catturati e deportati in Germania a partire da questo infausto 8-9 settembre.


Ricapitoliamo: Quando venne diffuso per radio il discorso, BADOGLIO con una ambigua frase (pari a quella del 25 luglio)  aveva chiuso il proclama  facendo seguire a  "....ogni atto di ostilità contro le forse anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane in ogni luogo.."  una frase che costerà agli italiani presi in trappola, migliaia di morti e butterà nel caos il Paese: "...esse, però, reagiranno ad eventuali attacchi da qualsiasi altra provenienza".

Avrebbe tranquillamente potuto dire se voleva essere chiaro e conciso  "...a ogni attacco tedesco" e gli italiani avrebbero capito in modo chiaro e di conseguenza avrebbero agito! Ed erano in grado di farlo in quelle ore! E molti -autonomamente- lo fecero, anche senza ordini, perfino reparti di ex fedelissimi fascisti.
(ci viene in mente gli italiani sul Piave il 7 novembre del 1917, quando pur nella tragedia della disfatta di Caporetto e la drammatica ritirata, persa la testa i loro generali, presero loro i semplici soldati e caporali, l'iniziativa con un impeto d'orgoglio, che in poche settimane, pur laceri, senza armi e spesso guidati da un semplice sergente, misero in difficoltà Below e il poderoso esercito di due Imperi - Uno smacco per gli inconcludenti e litigiosi generali italiani).

Nell'esercito italiano gli ufficiali  dopo l'annuncio badogliano sono proprio loro i primi a non capire (o a capire benissimo; sono infatti i primi a scappare, cominciando dai superiori - colonnelli e generali). Interi reparti restano senza ordini, senza comandanti, alla mercé dei pochi tedeschi. Alcuni di questi reparti dentro le caserme, con i comandi deserti, avuto il sentore che qualcosa non andava, e che quello che stava accadendo era sospetto ma anche piuttosto eloquente, riescono ad abbandonare le caserme, e fuggendo per le campagne si mettono in salvo (senza una guida, ma non sapendo più chi era il nemico cosa potevano altro fare?)  alcuni fuggono con ogni mezzo, ma soprattutto a piedi. Camminando per molte notti alla macchia, molti se ne tornano a casa vivendo nella clandestinità; ma dopo i bandi, le perquisizioni e quando -subito dopo- inizia la caccia ai disertori, molti (chi non aveva legami familiari)
fuggono sui monti, evitando le rappresaglie tedesche che ritengono l'armistizio un tradimento.
(da notare che sullo stesso giornale del 9 mattina, c'è:  il titolo dell'armistizio concluso con le forze anglo-americani, ma a fianco c'è il bollettino di guerra 1201, che con enfasi riporta "l'affondamento e l'abbattimento di navi e aerei delle forze anglo-americane".
  VEDI 
LA DOPPIEZZA SUI GIORNALI 



Un armistizio simile (l'abbiamo visto sopra) avvenne in Finlandia; ma fu comunicato formalmente, e non ci furono rappresaglie. I tedeschi evacuarono la penisola, anche se nel farlo fecero terra bruciata alle spalle (ma questo lo fanno tutti gli eserciti quando si ritirano - Badoglio pur non ritirandosi, per prendere Adis Abeba aveva fatto di peggio, lasciava dietro morte e distruzione, facendosi precedere dai gas).

Eppure a Bologna pochi giorni prima, nella villa di  Federzoni, c'era stato un ennesimo incontro italo-tedesco, al quale parteciparono per l'Italia, i generali ROATTA e Francesco ROSSI e, per la Germania, il maresciallo ROMMEL e il generale JODL (lo stratega). Durante il colloquio, assai teso, in risposta a una domanda di Jodl riguardante la verità a proposito dell'atteggiamento italiano piuttosto ambiguo e con le varie notizie che circolavano, Roatta rispose "risentito": "Noi non siamo sassoni, non passiamo al nemico durante la battaglia". Un accenno storico fuori posto, e anche falso, poiché al nemico in quelle ore  c'erano già passati, e per di più erano anglo-sassoni.
E fra poche ore saranno proprio loro "dei fuggiaschi" a casa di chi sta scrivendo queste note. Proprio Roatta giunto a mezzanotte (dopo che gli altri erano lì da diciotto ore in trepida attesa), si tolse la divisa, cercò di farsi dare un abito borghese, tolse a un inebetito uomo della milizia il suo mitra, poi nella notte se la diede a gambe levate. Lui! il Capo di Stato Maggiore dell'Esercito Italiano!
(Mio nonno davanti a quella vergogna, seguitava a ripetere una sola frase: "qui ci voleva Cadorna!!!- qui ci voleva Cadorna!!!
- Anni dopo, ho capito cosa voleva dire!)

Altri reparti, gruppi, caserme, presidi, anche se in molti casi con uomini più numerosi dei tedeschi, furono facilmente disarmati, subito ammassati e deportati in Germania; quelli che si opponevano (o che erano su altri fronti esterni a combattere a fianco dei tedeschi) non solo furono arrestati ma anche fucilati per tradimento.

Hitler sapeva fin dal 30 agosto cosa sarebbe accaduto in Italia da un'ora all'altra. A KEITEL (mentre Castellano stava firmando la resa a Cassibile) diede precise direttive il 3 settembre per il territorio italiano. Primo compito: all'ora X, disarmare in ogni luogo dov'era possibile (!) l'esercito italiano, subito! e "con ogni mezzo". Poi l'Alto Comando il 7 agosto aveva già fatto recapitare a tutti i comandi tedeschi dislocati nel resto di mezza Europa la stessa direttiva.

Ma attenzione!!! Lo sapevano in un modo ambiguo anche tutti i comandi italiani, che avevano ricevuto il 2 settembre una direttiva segreta dall'Alto Comando Italiano, nella quale senza parlare di armistizio (diventerà famosa come la Memoria 44 op ) si precisava il "contegno da tenere per reagire ad eventuali atti aggressivi del nemico". Ma non aveva precisato molto bene chi era il nemico. Le interpretazioni furono diverse: qualcuno lo decifrò come un incitamento a combattere contro gli anglo-americani (era in quel momento nella logica di quella guerra); altri pensarono contro i tedeschi; e altri ancora ipotizzarono prevedibili azioni di guerriglia da parte dei comunisti.

(Sulla famosa Memoria 44 op essendosi distrutto l'originale (ne era stata ordinata la distruzione delle copie ai comandi che le avessero ricevute) il Corona (in La verità sul 9 settembre, pag. 54 e seg.), stimò di aver ritrovato il contenuto (o da questo derivato) del segretissimo op 44, in un ordine del giorno del generale Lerici comandante del IX corpo d'armata, emesso il 5 settembre. Il generale infatti, nomina in Oggetto: Memoria 44.
"1) Sono prevedibili azioni delittuose dei comunisti in accordo coi fascisti (una nota in fondo avvertiva: comunisti significa tedeschi).
2) Bisogna premunirsi.
3) Agire, solo se provocati: in seguito ad ordine dello S.M.R.E. quando si riceva un telegramma o marconigramma così concepito: "Attuare misure ordine pubblico memoria 44" o di iniziativa se collegamenti interrotti.
4) Provvedimenti da prendersi: a) eliminare elementi aeronautici; b) distruggere depositi carburanti; c) tagliare collegamenti; d) metter fuori uso elementi isolati o sparsi.
Megli prevedere poche imprese ma organizzate bene. Se possibile assumere schieramenti adatti per impedire avanzata colonne comuniste.
5) In particolare per il IX C. d'A.: Difendere ad oltranza la piazza di Taranto con le divisioni Piceno e Legnano e, qualora si potesse disporre di altre unità, provvedere analogamemte per Brindisi.
6) Assicurare i collegamenti.
7) Sempre armati e avere al seguito munizioni e dotazioni individuali.
Solo ordini verbali ai dipendenti. GENERALE LERICI.

Il generale Rossi, in seguito, non smentì ciò che riferì il Corona, ma anzi secondo lui la detta "Memoria op 44", da lui ben conosciuta, ampliava le prescrizioni e ordinava:
- di interrompere le ferrovie e le principali rotabili;
- di agire con grandi unità contro truppe tedesche a cavallo delle linee di comunicazione;
- di raggruppare le rimanenti truppe in posizioni centrali ed opportune;
- di passare all'azione offensiva d'insieme, appena chiarita la situazione".


Di tutto questo (dove sembra trasparire fiducia di poter sostenere un attacco tedesco) non fu fatto nulla. I generali del S.M.R.E.
il 9 mattina non fecero nessuna azione preventiva, non usarono grandi unità, non distrussero i depositi di carburanti, non tagliarono i collegamenti, ma erano fuggiti tutti con i reali e il capo del Governo a Chieti, lasciando l'esercito allo sbando.
Da notare inoltre che nella op 44, vi era contraddizione di tutta la politica fatta da Badoglio nell'incontro nella notte del 7-8 settembre con Taylor, dichiarando l'assoluta impossibilità di far combattere le forze armate che lui aveva a disposizione; che i depositi di carburante erano vuoti e che gli aeroporti erano occupati dai tedeschi (gli uni e gli altri i tedeschi li occuparono il 10 settembre, quando Calvi di Bergolo consegnò loro Roma ed emise il proclama che erano gli italiani considerati nemici della Patria chi non giurava e non si univa ai tedeschi).

I tedeschi confesseranno in seguito, di aver creduto difficile l'operazione del disarmo e la cattura degli italiani ribelli, e non "così facile". Nessuno poteva immaginare che un esercito con decine di migliaia di uomini sul suolo della loro stessa patria potesse crollare e disperdersi in un solo giorno non per una battaglia perduta -perchè non fu nemmeno iniziata- ma per il rifiuto (dei superiori) di combattere o per la paura del potenziale ex alleato aggressore; che aveva all'incirca due sole divisioni, dentro una trappola come Roma - con gli Appennini alle spalle da superare - dove basta una buona carica esplosiva per far venire giù una banalissima frana per tagliare in due l'Italia. 
Fu invece per l'Italia una Caporetto dieci volte più grande. Ma questa volta anche con due milioni di italiani oltre i confini a fianco degli ex "alleati",  improvvisamente diventati "nemici" e quindi alla loro mercè, visto che l'effettivo comando di molti reparti italiani era stato affidato già da tempo a ufficiali tedeschi.

8 SETTEMBRE (ore 20) - Altra tempestività dei tedeschi. - Mentre le operazioni di sbarco anglo americano a Salerno sono già iniziate, l'intera flotta della Marina italiana DALLE ORE 14 a La Spezia sta attendendo dagli alti comandi della capitale l'ordine di salpare per contrastare le navi degli anglo americani già avvistate al largo del golfo di Napoli. Da Roma (e qui si sapeva cosa sarebbe accaduto alla ore 19-20) Bergamini senza essere informato dell'armistizio-resa, lasciò la capitale per raggiungere La Spezia. Viene rimandata più volte la partenza per Napoli; fin quando giunse un fono alle ore 20, quando ormai tutti avevano già ascoltato alla radio "la nuova situazione". Il fono (sembra una barzelletta!) dà l'ordine di annullare la missione programmata (!) e fra lo sconcerto dei comandanti,  di far salpare l'intera flotta con destinazione Malta per  consegnare le navi ai "nuovi alleati".

Alla sera dell'8 dopo concitati incontri dei tre ammiragli, BERGAMINI,  De COURTEN e SANSONETTI; questi ultimi due riescono a convincere il primo (orientato verso l'autoaffondamento - ma di questa eventualità  in certi ambienti che sapevano cosa bolliva in pentola si era già parlato il 7 settembre) di attenersi agli ordini del fono. (Ricordiamo che De Courten, era uno dei pochi a essere stato informato della resa, fin dal 4 settembre. Ma anche lui fu dibattuto nella coscienza fino a notte inoltrata del giorno 8).

Alcuni vorrebbero affondare le navi, mentre altri vivono il dramma: disonorevole è consegnarsi al nemico di ieri, ma anche infamante è non ubbidire agli ordini del Re e di Badoglio che loro credono sovrani effettivi e in pieni poteri (non sanno ancora che stanno preparandosi a fuggire da Roma); e altrettanto sofferta  per certi vecchi ammiragli è la decisione di affondare le proprie navi. 

Il dramma più che un tentennamento su cosa fare, è una vera e propria disperazione che ha tre facce. Nel giro di poche ore si è passati dalla decisione di affrontare gli anglo-americani a Salerno, all'ipotesi di autoaffondamento, o a consegnarsi al "nemico" ora diventato "amico". Ma consegnare le navi non significa allearsi, significa arrendersi senza condizioni, e questo a molti addetti che hanno fatto l'Accademia appare giuridicamente molto chiaro ed è l'origine di tanti turbamenti interiori.

Tuttavia, dentro questa tenaglia che sta stritolando le loro coscienze di vecchi soldati della Patria, con un sofferto "obbedisco" alle ore 2 della notte del 9 settembre  Bergamini parte con tutte le sue navi, ma con direzione La Maddalena, in Sardegna, quindi non direttamente per Malta.

Ma mentre la flotta è quasi giunta alle Bocche di Bonifacio  alle ore 14,41 arriva un altro ordine, di MAUGERI....:

(IN UN SECONDO TEMPO RACCONTEREMO L'INCREDIBILE STORIA DI QUESTO UFFICIALE - CI FU UN FAMOSO PROCESSO NEL DOPOGUERRA CON TANTE AMBIGUITA' - MAI CHIARITE -  RIPORTEREMO SEMPLICEMENTE IL PROCESSO - E COME FINI' (a tarallucci e vino!) -  I COMMENTI LI LASCEREMO AI LETTORI)


 ... "...dirigersi verso Bona (Algeria), perchè la Maddalena - si afferma nell'ordine- era stata nel frattempo già occupata dai tedeschi.  Alle 14,55 le navi italiane sono intercettate dagli aerei tedeschi. "Intercettate" si fa per dire,  perchè è la stessa squadriglia di aerei che avrebbe dovuto affiancare gli italiani e insieme alle navi italiane di Bergamini impedire lo sbarco anglo-americano a Salerno).
  
Le nuovissime bombe-razzo teleguidate  lanciate da bombardieri tedeschi da quota 5000 metri, quindi fuori tiro dalle contraeree navali, prima con un attacco alle ore 15,37, poi con un secondo alle 15,50 colpiscono le navi italiane; l'ammiraglia, la Roma, la più  bella corazzata italiana, 41 mila tonn. comandata proprio dall'ammiraglio BERGAMINI, centrata da due bombe alle 16,11 si spezza in due tronconi e affonda in pochi minuti con i suoi 1253 uomini su un equipaggio di 1849. Scompare in mare tutto il Comando in Capo della squadra, compreso l'ammiraglio Bergamini. La tempestività di questo attacco, e la precisione dei tiri, hanno lasciato molti dubbi. Voleva forse Bergamini consegnarsi ai tedeschi? Riparare in Spagna? Fu Maugeri a segnalare che erano fuori rotta?

Di questo si parlò al famoso processo dopo il 1946-50. Con Maugeri che era diventato nel frattempo Capo di Stato Maggiore della Marina Italiana; poi messo a riposo durante questo clamoroso processo, per una frase ambigua apparsa in un suo libro stampato in America "...che prima dell'8 settembre era solo dentro un servizio di controspionaggio, ma non capo, come  invece lo divenne improvvisamente dopo l'8 settembre".

Ma per occupare un posto del genere, delle buone credenziali doveva pur averle. E quali potevano essere? che prima aveva egregiamente collaborato con gli anglo-americani, e mentre comandava le navi italiane collaborava nello stesso tempo con i tedeschi. - Inoltre dato che fu sempre lui a fare i trasferimenti via mare di Mussolini; lui era a conoscenza dove si trovava l'importante prigioniero. E se due più due fanno quattro, dov'era Mussolini lo sapevano sia i tedeschi sia gli angloamericani)

Dopo l'Esercito, e dopo la Marina, stesso dramma delle coscienze dentro i reparti dell'Aviazione Italiana, che si spacca in due tronconi, una parte si mette a disposizione dei tedeschi (in seguito al governo RSI nel Nord), l'altra a disposizione (si fa per dire, i patti armistiziali erano che dovevano "consegnarli" gli aerei) dei nuovi "alleati".. In pratica entrambe non rispettano gli ordini della famosa Memoria op 44. Entrambe dovrebbero consegnare gli aerei agli ex nemici, che un bel mattino Badoglio e C. ha detto loro che sono diventati amici, ma che per molti sono ancora nemici. Da soli gli uomini delle Forze Armate (e gli ambigui ordini hanno fatto il resto) non sono riusciti a "girare l'interruttore" di quell'aggressività che era stato il "verbo" inculcato da quando erano nati, e in massicce dosi elargite quando era iniziata la guerra.

Una obiettiva analisi la fa Giannuzzi (uno scrittore molto antitedesco) in "L'esercito vittima dell'armistizio", pag. 37:

" ... l'improvviso armistizio determinò quindi nella massa degli ufficiali e dei soldati una crisi di coscienza al pensiero repentino di dover considerare ostili quelli, con i quali si era assieme combattuto per tre anni contro gli stessi nemici, affrontando gli stessi rischi e pericoli. Se molto deboli o addirittura inconsistenti erano i vincoli di affinità e di simpatia che ci legavano al soldato tedesco, vi era pur sempre nel nostro spirito un qualche cosa, che spingeva a considerarlo, sia pure di malavoglia, un compagno d'arme, col quale bisognava continuare, volenti o nolenti, a combattere assieme la guerra, dividendo con esso lo stesso fatale destino, la buona o la cattiva sorte. I nostri combattenti. che avevano ogni giorno l'avversario di fronte, che respiravano l'aria della battaglia. che ricordavano i loro morti e sentivano che non si poteva tradirli, volevano bensì che si uscisse dalla guerra, ma giudicavano nello stesso tempo che la si combattesse degnamente e cavallerescamente fino a che restavano spiegate le nostre bandiere. Essendo venuta a mancare l'adeguata preparazione spirituale (sia pure con ogni cautela) non potè non manifestarsi, specie nei comandanti più elevati in grado, una comprensibile perplessità sull'atteggiamento da assumere nei confronti dei tedeschi, tanto più in quanto, nella loro adamantina coscienza di soldati, non poterono di colpo spogliarsi da un superstite senso di cavalleresca lealtà verso un alleato, ch'era non più tale, ma neppure nemico, perché non aveva ancora apertamente compiuto atti di ostilità".

Ma diciamo anche quest'altra verità: molti soldati italiani, compresi ufficiali di ogni grado, istintivamente sentivano la realtà della situazione. In tre anni, su ogni fronte, l'avevano toccata con mano la povertà delle loro armi rispetto a quelle del loro alleato tedesco e in particolare negli ultimi mesi. Inoltre non bisogna credere che nei 45 giorni gli uomini non avevano pensato, anzi avevano osservato attentamente attori e cose, quindi l'idea di una guerra contro i tedeschi in quelle condizioni era una follia. Erano certi di uscirne battuti. Altrettanta follia era continuarla, con gli ingenti mezzi di distruzione che avevano gli anglo-americani. E nessun proclama (vedi lo stesso Napoleone) può portare al combattimento uomini convinti d'essere già sconfitti.

Quanto all'onore di battersi, essendo questo il cemento indispensabile all'unità delle armi, bisognava come minimo non suscitare nell'esercito uno di quei terremoti che distruggono il cemento stesso.
Con l'armistizio tutti si aspettavano una pace; nessuno poteva credere che i generali al potere preparassero invece un'altra guerra. E con chi? E contro chi? Proprio contro quell'esercito germanico, di cui per tre anni proprio loro quegli stessi generali (o cosiddetti "acciaisti") avevano esaltata l'efficienza, la potenza, l'assoluta superiorità di mezzi e di organizzazione.

9 SETTEMBRE ore 07.00  (da un'ora il re e l'intero stato maggiore è già in fuga da Roma, verso Pescara) - Uno dei tanti (moltissimi) reparti italiani sparsi nello scacchiere, che non hanno ricevuto ordini precisi nè hanno capito cosa sta accadendo ascoltando solo il radio di Badoglio, stanzia a Cefalonia (vedi il link alla pagina iniziale) con a fianco gli alleati tedeschi. Questi ultimi hanno invece capito benissimo cosa sta succedendo; gli ordini di Hitler che vi giungono sono precisi, e la parola codice Achse è arrivata anche su quest'isola. Chiedono ai reparti italiani il disarmo. Il comandante italiano generale Gandin, seguendo l'ambigua prima direttiva di Badoglio rifiuta, anzi, poche ore dopo, ne arriva un'altra direttiva: che incita: "a resistere!!").
 (" N.1029/CS (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole alt Firmato. Francesco Rossi Sottocapo di Stato Maggiore").
Resistere:
pur sapendo che non avrebbero potuto mandargli alcun aiuto, e che l'abbondanza di aerei tedeschi nella zona avrebbero ben presto avuto ragione del presidio italiano.
Badoglio e C. sapevano che -se resistevano, nella situazione giuridica in cui si trovavano - ed erano su un isola - erano ("senza dubbio" vedi più avanti) passibili di fucilazione, ma ciò non gli impedì di inviare il drastico ordine di "resistere".
Gandin, era un galantuomo, ligio al dovere, ma l'indecisione di molte ore gli costò cara. Come tanti nel suo Paese, anche lui fu tormentato dalla sua coscienza. Lui aveva lavorato molto in Germania, ed era stato sempre amico dei tedeschi. Quelli che erano a Cefalonia (circa 1800) li aveva chiamati proprio lui per rinforzare la difesa dell'isola. E buona parte delle armi che possedeva erano dei tedeschi corsi in suo aiuto.

Prima con il rifiuto, poi per guadagnare tempo (anche perchè nei suoi reparti si erano formate due fazioni pro e contro
una resistenza contro i tedeschi ) Gandin ha non solo creato una ostile fatale diffidenza, ma dando a loro tempo, permette alle forze germaniche di far giungere dalla Grecia i rinforzi necessari . Circondati, gli italiani sono costretti ad arrendersi; ma sono poi barbaramente sterminati, passati tutti per le armi. 4000 soldati e 512 ufficiali si devono mettere 8 alla volta al muro per farsi fucilare. Quelli delle isole dell'Egeo, di Lero (vedi il link alla pagina iniziale) e di Rodi non hanno maggior fortuna. Di 12.000 ne rimarranno vivi 1500. Qualcuno si appellò alla Convenzione di Ginevra, ma i tedeschi risposero "alla lettera", che quelli non erano prigionieri,  ma disertori e traditori. L'armistizio i tedeschi non l'avevano firmato e l'Italia formalmente non aveva dichiarato guerra alla Germania. Per i tedeschi l'Italia era un alleata, e chi disertava, quella era la "regola", così era (è) scritto molto chiaro nella convenzione di Ginevra, che non hanno firmato solo i tedeschi, ma tutte le nazioni.

Il Maresciallo Alexander e l'Ammiraglio Cunningham definirono quanto avvenne a Cefalonia una "lotta pazzesca e inutile". E al successivo incontro di Malta con i membri del governo Badoglio, con il turbato Eisenhower, ci fu il seguente acchiacciante e cinico colloquio:
EISENHOWER: "Desidero sapere se il governo italiano è a conoscenza delle condizioni fatte dai tedeschi ai prigionieri italiani in questo intervallo di tempo in cui l'Italia combatte la Germania senza averle dichiarato guerra".
AMBROSIO: "Sono sicuro che i tedeschi li considerano partigiani".
EISENHOWER: "Quindi passibili di fucilazione?".
BADOGLIO: "Senza dubbio". (!!!!!)
EISENHOWER: "Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com'è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l'Italia dichiarare la guerra".



(vedi: LA STRAGE DI CEFALONIA )

 
Cosa che nessuno fino allora in Italia aveva fatto. Molti soldati non sanno da giorni e giorni se con i tedeschi si è in guerra, se si è in pace, o cos'altro. Ma anche una dichiarazione di guerra formale dell'Italia (dell'Italia badogliana) alla Germania non era giuridicamente valida, perchè il governo italiano era "prigioniero" di un esercito (l'anglo-americano
) che "giuridicamente" era considerato nemico-occupante: (si verificò ciò che era avvenuto in Francia nel 1940. La volontà del governo francese di schierarsi con gli occupanti tedeschi, sia a Londra che a Washington fu considerata non valida, perchè fatto da un governo "prigioniero" degli occupanti (tedeschi), quindi non in piena autonomia. Tuttavia prima di fare l'armistizio con i tedeschi, i francesi avvisarono gli Inglesi. "Reynaud ci ha chiesto se possiamo liberarla (ossia, la Francia) dall'obbligo di non concludere una pace separata con la Germania" (Lettera di Churchill a Roosevelt del 15 e 20 maggio, 12 e 14 giugno 1940. Loewenhem-Langlesy-Jonas, "Roosevelt and Churchill", p.95, doc. 8)

Dunque una situazione paradossale e ipocrita, grazie a Badoglio, al re e a tutti i generali, ormai in fuga e al sicuro con i loro averi - da due ore. E ipocrita anche da parte di Eisenhower.
Ritorniamo quindi indietro di due ore: a Roma.

TORNIAMO ORA AL CAPO DI STATO MAGGIORE

9 SETTEMBRE (ore 5,15) - Il capo di S.M. ROATTA prima della fuga lascia un ordine in lapis su un foglietto (diventato famoso come il 5,15) che escludeva esplicitamente la difesa di Roma; infatti dava l'ordine di far ripiegare il Corpo d'Armata Motocorazzato della capitale a est, direzione Tivoli,  e nello stesso tempo (in contrasto) lasciava il comando di tutte le altre truppe dislocate a Roma al generale CARBONI, un uomo che contava molto poco nello S.M. In pratica Roatta lascia potenzialmente a KESSELRING una città vuota, senza i comandanti di truppe (che c'erano, e anche in abbondanza, infatti a fuggire a Chieti c'erano due dozzine di generali e una dozzina di colonnelli ); il comandante tedesco quasi non credeva ai propri occhi.

Al processo per la mancata difesa di Roma, Badoglio disse "per non fare diventare i reparti italiani bersaglio dei bombardieri (anglo-americani)". Falso, perchè sapeva benissimo (da Taylor, la sera prima) che gli alleati non avrebbero bombardato Roma e nemmeno era previsto un grande sbarco nelle vicinanze (e anche quello a Salerno era inferiore rispetto a quello assicurato a Castellano - che dirà in seguito "se lo avessi saputo non firmavo"). Taylor aveva intenzione e messo in programma per il giorno 8 solo un aerosbarco di paracadutisti per impossessarsi innanzitutto degli aeroporti romani; la cosa più importante, era quella di provocare un forte effetto psicologico alle truppe italiane. Sapere che erano piombati dal cielo gli americani a Roma (in qualche modo, poco o tanti), l'effetto sarebbe stato non solo incoraggiante ma dirompente, si sarebbe sentito protetto anche il romano più fifone.

Inoltre, se era psicologicamente incoraggiante per gli italiani non lo era affatto per i tedeschi; infatti, tutto lo stato maggiore tedesco dopo la fuga delle alte cariche dello Stato italiano, pensò a due cose solo: la prima, che allora era in previsione un grande sbarco anglo-americano sulle coste laziali; la seconda di abbandonare Roma e il Lazio per non farsi mettere in trappola da reparti italiani circa tre volte ai tedeschi superiori, oltre le supposte forze anglo-americane sbarcate che si sarebbero unite.

RAHN,  durante la notte (dall'8 al 9 dopo aver ricevuto il fono da Hitler che abbiamo già citato) in fretta e furia, bruciando tutti i documenti del comando, con i suoi reparti aveva già abbandonato la capitale ed era giunto a Firenze, alcuni Reparti addirittura quasi a Bologna.
"Rientravo da Pratica a Mare con Skorzeny, a Roma, quando arrivammo a Via Veneto ci trovammo in mezzo a una folla che inneggiava la pace. Seppi così dell'armistizio. Raggiunsi al comando Kappler che assieme ad altri ufficiali distrussero codici e documenti, fecero a pezzi le radio ricestrasmittenti scaraventandole dalle finestre e, in colonna con cinque sei automobili, infilata la via Cassia abbandonammo Roma, dirigendoci verso monte Soratte" (memorie di Priebke; Mario Spataro, Dal caso Priebke ai nazi gold; Ed Settimo Sigillo, 1999, pag. 340)

Ma il mattino del 9 (mentre Re e C. fuggivano) tutti fecero marcia indietro e ritornarono a Roma per dare man forte a KESSELRING rimasto nella capitale, contando sui rinforzi che sarebbero giunte a valanghe dal Brennero. L'"Alarico" come abbiamo letto sopra (al Brennero) era già scattato alle ore 18, della sera del giorno prima. Da Verona bastava raggiungere la Romea, e di qui proseguire con l'Adriatica fino a Pescara e quindi Roma

I tedeschi di Rahn, riaffluirono in forze sulla capitale, presero posizione, disarmarono le caserme (queste non avevano ancora capito il dramma che andavano incontro), affrontarono alcuni gruppetti di insorti, ed ebbero il giorno dopo (il 10) in "regalo" l'occupazione incontrastata della capitale che durerà fino al 5 giugno del 1944. Eppure sia Roatta, Badoglio e il Re sapevano benissimo dall'americano Taylor fin dalla sera prima, che le truppe americane non sarebbero sbarcate a ovest di Roma ma a Salerno. Ed erano stati proprio loro due a scoraggiare l'aviosbarco sulla capitale giungendo perfino a suggerire di rinviare lo sbarco a Salerno. L'aviosbarco su Roma fu annullato da Taylor oltre che per la diffidenza nei confronti di Badoglio, anche perché era solo una missione di supporto. Mica però potevano gli anglo-americani fermare lo sbarco di Salerno ormai già operativo in alto mare - Una richiesta del genere fatta da un generale come Badoglio era piuttosto ingenua oltre che priva di acume militare.
 
Dunque per la fuga, Re, Badoglio e tutto lo Stato Maggiore, trovarono conveniente affidarsi più ai tedeschi che agli americani. TAYLOR era stato del resto profeta all'incontro con Badoglio che tergiversava; infatti, l'americano fu perfino sarcastico  "sembra che avete più paura di noi che dei tedeschi". Gli erano bastati pochi minuti per capire con chi aveva a che fare. Ma non immaginava  che Badoglio sarebbe arrivato fino a quel punto. Cioè che  da lì a poche ore avrebbe preso la via della fuga, con tutti i generali che aveva a disposizione a Roma.
Badoglio e Carboni sconsigliarono Taylor di fare l'aviosbarco sugli aeroporti perchè dissero "sono pieni di tedeschi". Mentre oggi sappiamo dalle memorie di KESSELRING "...diedi l'ordine a tutti gli automezzi che avevo a disposizione di andare avanti e indietro continuamente per dare l'impressione che eravamo in tanti; e il trucco a quanto pare funzionò".
Un generale farsi prendere in giro così, è perfino grottesco

9 SETTEMBRE (ore 5,40) - L'intero stato maggiore, ministri, generali, conti, marchesi, duchi e in prima fila i reali, fuggono da Roma. Raggiungono Chieti (a casa dell'autore che scrive - che viveva quasi dentro) a Palazzo Mezzanotte) .....


Piazza Grande a Chieti. A destra il Palazzo Mezzanotte,
che accolse i fuggiaschi il 9 settembre per 18 ore

... mentre i reali con Badoglio al bivio Brecciarola (a un migliaio di metri dal Palazzo) deviano verso la tenuta dei duchi di Bovino, e attraversando Bucchianico e Pretoro arrivano a Crecchio alle ore 11 e qui a mezzogiorno pranzano.

La storia che ci viene raccontata è questa, che:
"" a Crecchio i Sovrani restano in attesa di imbarcarsi su una nave, la Baionetta, che dovrebbe arrivare a Pescara nelle prime ore del pomeriggio; ed infatti hanno inviato Acquarone in avanscoperta, che rientra alle 12.40 a Crecchio con buone notizie, tali da far decidere il gruppo a muoversi alle ore 13 verso Pescara, passando da Chieti".
 
A Chieti nel frattempo per tutto il giorno sono affluiti a Palazzo Mezzanotte, un centinaio di personaggi di alto lignaggio e all'Albergo Sole due dozzina di generali (l'intero Stato Maggiore Italiano), trascinandosi dietro sulle loro lussuose macchine tutti i loro beni e valori
, ma non certo la dignità di uomini e di soldati.

Ma stavano già fuggendo verso Ortona e Brindisi ? O volevano aqquartierarsi a Chieti (in mano tedesca) per farne la nuova sede di governo?

Chi scrive, sa che giunti a Palazzo Mezzanotte, lì volevano restare. Tutte le prime auto con targa militare furono messe nei grandi garages sottostanti il palazzo. La folla che iniziò a gremire la piazza, sbalordita riconosceva fra gli ufficiali tutti i nomi delle più alte cariche dell'Esercito. Contemporaneamente affluivano nella piazza alcuni reparti della ex Milizia fascista (come già detto, ora inquadrata nell'esercito badogliano) e si diffondevano le più strane e difforme notizie:...
...che a Palazzo Mezzanotte si sarebbe insediato il nuovo governo e poco lontano a Crecchio il Sovrano.
La confusione in piazza fu così tanta, e i curiosi pure (chi aveva capito la "codardia" non risparmiò qualche ingiuria) che la locale Prefettura faceva suonare il segnale d'allarme aereo per renderla deserta, e poter così svolgere indisturbati quei loschi movimenti che stavano ingiuriando l'Italia e gli Italiani.

Ma tutto questo non lo dice solo chi scrive:
"Alcuni ufficiali, appena scesi dalle macchine, prendevano contatto con la Questura per predisporre a Chieti gli alloggi occorrenti ad alcune personalità militari del Quartiere Generale delle Forze Armate".
(Angelo Meloni, in Chieti città aperta, relazione storica, pubblicata a Pescara nel 1947; con autografo di S.S. Pio XII)- (ne abbiamo una copia).
Se avevano intenzione di fuggire a Brindisi, perchè allora predisporre alloggi a Chieti?

Poi cambiò improvvisamente il programma. A Chieti e Pescara accadde qualcosa. Non al porto ma all'aeroporto. Aquarone e Badoglio erano andati il mattino sì a Pescara in avanscoperta, poi erano tornati a Crecchio per avvisare il Re per l'imbarco a Pescara.
Il re percorse con affanno l'andata nella polverosa strada saliscendi  delle colline di Tollo, Miglianico, Ripa Teatina e Chieti raggiungendo (non il porto) l'aeroporto di Pescara (che in realtà è a Chieti Scalo, a circa 5 chilometri da Chieti e altrettanti da Pescara) dove, proprio nella stessa mattinata erano atterrati oltre 50 aerei che, insieme all'altra cinquantina già presenti all'aeroporto (in mano tedesca!) formavano un numero elevato di velivoli mai registrato nel campo. Qui alcuni alti ufficiali cercarono di convincere il principe Umberto a tornare a Roma, o almeno a non imbarcarsi per il Sud. Badoglio fu fermo nella decisione di coinvolgere nella fuga anche Umberto, e il Re suo padre gli negò pure lui il permesso.
Volare con un aereo a Sud con i caccia anglo-americani nei paraggi, era piuttosto pericoloso. Fu quindi predisposta la fuga sulla torpediniera
Baionetta. Ma prima con un fono e poi con un aereo mandato in perlustrazione sull'Adriatico, questo informò (alle ore 16,30) che la nave era ferma ancora ad Ancona (attenzione: acque territoriali tedesche fino ad Ortona - quest'ultimo porto verrà conquistata da Montgomery solo a fine dicembre). Tempo previsto di arrivo a Pescara: mezzanotte circa.
(E' possibile che tutti (il fior fiore degli "strateghi" d'Italia) fuggendo da Roma non abbiano già predisposto il mezzo per fuggire a Sud se questa era la iniziale intenzione? La Baionetta era ancora nel porto di Ancona !!!!! quando i fuggiaschi giunsero a Pescara!)

Con quell'enorme ritardo, a Pescara era troppo pericoloso attendere tutte quelle ore. Re e famiglia, spazientiti, attraverso la stessa strada polverosa, nuovamente
tornarono a Crecchio. Mentre al porto di Pescara ad attendere la Baionetta, rimase Badoglio. 

Intanto a Chieti, a Palazzo Mezzanotte e all'Albergo Sole, dove da Roma erano confluiti tutti gli altri fuggiaschi, le vaghe notizie che si susseguivano - piuttosto allarmati - aspettavano il da farsi dentro questo palazzo che stava diventando una trappola. Furono 18 lunghe ore, drammatiche e angoscianti per tutti, stipati nel grande cortile e negli scantinati dove sostavano le macchine con i loro tesori, guardati a vista per alcune ore; poi per bisogni fisiologici o per avere notizie -che arrivavano sempre più vaghe oltre che drammatiche- rimasero perfino incustodite, o solo con gli autisti che cercavano in giro affannosamente carburante per rimettersi in viaggio. Cinquanta macchine di quella cilindrata, giunte da Roma, che avevano poi scorrazzato per i colli chietini, al porto e all'aeroporto di Pescara, erano ormai senza benzina, e diventò un grosso problema procurarsela a Chieti dove da mesi non circolava un'auto proprio per irreperibilità di carburante. La tensione verso notte salì ai massimi gradi, e molti - capita o no la situazione- non si preoccupavano più degli averi ma di salvare almeno la pelle (vedi sotto ore 24)

La nuova situazione l'ha resa molto chiara il generale Zanussi (in Guerra e catastrofe d'Italia, II vol. pag.201) giunto con i "fuggiaschi" a Chieti, disse chiaro e tondo ai suoi colleghi "Fin qui è stata una fuga, da qui è un tradimento". Lo Stato Maggiore, fuggendo da Chieti verso Brindisi con atto di tradimento subito denunciato dallo Zanussi, non solo privò del comando superiore e centrale l'Esercito nel momento in cui più ne aveva bisogno, ma non preparò neppure un posto, donde un sostituto del suo capo o un organo centrale avrebbe potuto distribuire ordini e direttive e mantenere i collegamenti ( ma è proprio cosi?)

TORNIAMO UN ATTIMO A ROMA

9 SETTEMBRE (Ore 9) il CLN che si stava costituendo, anche se in forma clandestina (Badoglio aveva messo al bando tutti i partiti) era convinto dopo il messaggio così confuso della sera prima (ma ritenuto criptico), che era suo dovere intervenire in un ora così drammatica. Sentiva il dovere di assumere le funzioni di un organo nazionale rappresentativo e direttivo. Nel corso della notte del 8-9 aveva deciso di presentarsi il mattino al Quirinale per parlare di un eventuale appoggio al re e a Badoglio con i vari movimenti; di coordinarli in una forza, e se era il caso anche guidarla per cacciare i tedeschi; ma trovarono i "palazzi" vuoti.
Erano scappati tutti. Ma proprio tutti. Con Roma senza una difesa, mentre alcuni gruppi non ben definiti della popolazione civile romana già combattevano per le strade uomo a uomo contro i tedeschi. Ma senza un piano prestabilito. Allo sbaraglio!
Si rivolsero allora a Carboni, ma questi pur dando ascolto ad una eventuale difesa di Roma, aveva ambiguamente già iniziato trattative segrete per la consegna di Roma ai tedeschi (lo leggeremo più avanti).

9 SETTEMBRE - (ore 12) Infatti, a Roma erano rimasti alcuni ufficiali minori, fra cui Carboni, Calvi di Bergolo Montezemolo, e un anonimo ufficiale, il ten. col. Giaccone. Convocati da KESSELRING precipitatosi in città, cosa fanno? Fanno l'accordo. Ma comandato dai suoi due superiore, firmerà il più basso di grado !!! Giaccone - Che rimase per qualche istante sconcertato, ma poi firmò ("tanto non vale niente la mia firma") Ritorneremo più avanti su questo argomento e leggeremo pure il famigerato accordo.

E chi (dopo la fuga del Re) ha assunto il comando della città? Il generale Calvi di Bergolo!
E chi era? Era il genero del Re lasciato appunto a Roma.
Che su richiesta e a nome dei tedeschi, ordina con un PROCLAMA a tutti i militari italiani sbandati di presentarsi nelle caserme per consegnare ai comandi (ora tedeschi) le armi individuali o di qualsiasi altro tipo in possesso.
Volendosi attenere alle intenzioni (?) di Badoglio e del Re, come avrebbero potuto gli italiani cacciare i tedeschi senza armi in mano, quando proprio lo stesso genero del Re invitava a consegnare le armi?



Questo è il "Proclama", ma l'accordo firmato da Giaccone non fu diffuso.
In seguito è sparito da ogni libro di storia. Noi l'abbiamo fortunatamente rintracciato e lo leggeremo più avanti (capiremo perchè è quasi introvabile e poco citato).

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PROCLAMA
ITALO TEDESCO PER ROMA

Premesso che le trattative iniziate ieri (giorno 9 - Ndr) tra le autorità militari italiane e tedesche si sono concluse il 10 settembre alle ore 16 con l'accettazione di un accordo, secondo il quale viene stabilito che le truppe tedesche debbono sostare ai margini della città aperta di Roma, salvo l'occupazione della sede dell'Ambasciata germanica, della stazione radio di Roma 1a e della centrale telefonica tedesca; che quale comandante della città aperta di Roma ho alle mie dipendenze una divisione di fanteria per il mantenimento dell'ordine pubblico, oltre a tutte le forze della polizia; che i Ministri rimangono in carica per il normale funzionamento dei rispettivi dicasteri.

Dispongo:

1. • Le truppe del presidio di Roma e le forze di polizia a mia disposizione per il presidio della città aperta di Roma costituiranno posti di blocco in corrispondenza della linea delimitante la città aperta di Roma.

2. - Tutti i militari di qualunque grado che si trovano a Roma appartenenti ai depositi, forti, enti militari vari, debbono presentarsi al più presto alla rispettiva caserma con l'armamento individuale e con i mezzi che hanno in consegna: tempo 24 ore, trascorse le quali saranno denunciati al Tribunale Militare di Roma.

3. - Il Tribunale Militare di Roma sederà in permanenza.

4. - La popolazione della città deve attendere alle sue normali occupazioni, conservando perfetto ordine, calma ed obbedienza alle disposizioni delle autorità militari.
Tutti coloro che detengono armi devono versarle ai Commissariati di P.S. del rispettivo rione. I trasgressori saranno immediatamente tradotti al Tribunale di Guerra.

5. - Valgono le disposizioni di ordine pubblico già in vigore, pubblicate con il manifesto dal Comando del Corpo d'Armata di Roma.
Il coprifuoco rimane fissato alle ore 21,30.

Roma, 11 settembre 1943.
F.to: il Generale di Divisione
CALVI Di BERGOLO


9 SETTEMBRE (ore 24) Nel frattempo a Chieti a Palazzo Mezzanotte e in parte all'Albergo Sole, dove sono confluiti tutti i fuggiaschi, arriva (presente chi scrive) trafelato il Capo di S.M. generale ROATTA. Fuggito anche lui da Roma (Carbone lo stava cercando inutilmente a Tivoli, poi pure lui aveva tentato la fuga) aveva raggiunto Pescara; e appreso che la Baionetta oltre che in ritardo non si sarebbe fermata (invece era poi attraccata! e vi era salito Badoglio) Roatta a mezzanotte era salito a Chieti convinto di trovarvi il Re. Giunto a Palazzo Mezzanotte fece gelare il sangue a tutti: comunicò ai presenti che la "nave della salvezza" non sarebbe mai arrivata a Pescara ma che si stava dirigendo verso Ortona.
Qui in alto mare avrebbe aspettato una piccola unità in partenza dal molo, il Littorio,  ma ci potevano salire per portarli in "salvo" solo il re, la sua famiglia e pochi altri, al massimo una decina.
La scena che seguì fu drammatica, urli, pianti e recriminazioni d'ogni sorta. La frase che circolava era una sola "Badoglio ci ha traditi !"

ROATTA poi si vestì in borghese, si fece dare un paio di mitra non senza discussione dalle ex camice nere che assistevano alla incomprensibile scena, disse loro che era un ordine del re, promise che presto Mussolini sarebbe stato liberato (ma allora sapeva! e ha quindi ragione Carboni a consegnare al genero del Re,
Roma ai tedeschi) e se la diede pure lui a gambe levate verso Crecchio per dare la nuova notizia alla famiglia reale lasciando tutti nel panico e in una fuga senza meta per le colline chietine dove conti, marchesi, duchi, ministri e due dozzine di generali di tre e quattro stelle e altre due dozzine di colonnelli, persero l'onore e la dignità.

A Ortona di fuggiaschi se ne imbarcarono poi 57 - con circa trenta generali e colonnelli - gli altri a terra dopo gli spintoni e le gomitate, stavano tentando l'arrembaggio della piccola unità, quando De Courten fece chiudere il barcarizzo e levare le ancore. 
Il Re sul molo non avendo visto all'imbarco Badoglio (non sapeva ancora che si era imbarcato a Pescara e che era già a bordo della Baionetta) chiedendo al prefetto di Pescara
dove fosse il Maresciallo gli sfuggì un'amara espressione "Che ci abbia traditi?". E nel vedere quel vergognoso arrembaggio
di ufficiali, forse gli ritornò un po' l'orgoglio di "soldato"; espresso amaramente quando poi si vide davanti Roatta e che apostrofò "Ma lei qui cosa ci fa?".

Agli altri disperati rimasti a terra fu detto di far ritorno a Chieti, per poi imbarcarsi il giorno dopo a Pescara. Solo alcuni raggiunsero quelli che erano rimasti "scornati" a Chieti, che nel frattempo avevano già abbandonato Palazzo Mezzanotte cercando rifugi di fortuna, non prima (i militari) di essersi procurati affannosamente abiti borghesi.

Lasciare Chieti in piena notte, senza un'anima viva in giro, e con le strade della fuga piene di tedeschi, non era facile, era semmai pericoloso. Per tutti, visto che non si sapeva ancora chi era il vero nemico.

A Palazzo Mezzanotte la Fuga di mezzanotte diventò una scena pietosa !! I nobili (pieni di ori e di averi) che avevano seguito la fuga del Re, della Regina e del figlio Umberto, si sentirono abbandonati, traditi (con Badoglio, che a Chieti non si era fatto più vivo e nessuno sapeva dov'era), intrappolati, disperati, non sapendo dove andare. Scene non proprio nobili, fra gridi, pianti, recriminazioni, accuse molto molto pesanti. Gli ufficiali si disinteressarono di loro, si tolsero le divise, si vestirono in borghese (basterebbe solo questo atto per mandarli davanti a un plotone di esecuzione!) , abbandonarono perfino nel palazzo quanto si erano portati dietro -pacchi di documenti, cartelle, borse, divise, che ora diventavano compromettenti e fastidiosa zavorra per la fuga- poi visto che alcune macchine non si muovevano, alcuni si dileguarono nella notte perfino a piedi, come dei ladri.
Per la cronaca, a quell'ora di notte così singolare, c'era solo un bambino che girava in un palazzo deserto, con in ogni angolo, casse e casse dal contenuto più vario, piene di cartelle di documenti, di fotografie e pacchi di lastre fotografiche avvolte in carta oleata, tutto abbandonato. E quel bambino era il sottoscritto che qui scrive. Che rivisse la stessa scena, quando poi 10 mesi dopo, in un'altra concitata notte, i fuggiaschi furono i tedeschi.

Alle ore 2 del mattino del 10, uscito gli ultimi fuggiaschi da Palazzo Mezzanotte ormai deserto, nella stessa ora cadeva pure l' immunità per la fuga di chicchessia, ma anche perchè con quella "fuga a sud", i tedeschi ebbero solo allora la chiara sensazione che erano stati traditi. E scattò il piano d'occupazione tedesco della città. Chi non si diede alla macchia, sul posto o lungo quelle insidiose strade dei colli chietini, fu catturato e deportato. Forse i più fortunati furono quelli che rimasti senza benzina, fuggirono a piedi in alcuni casali, giù dalla "ripa" prospiciente il Palazzo; lì salvarono la vita e qualche cofanetto di ori e denari, le uniche cose che si erano portati dietro in abbondanza e che purtroppo pesavano.
Perfino gli innocenti duchi di Bovino che avevano per due volte nell'arco della giornata dato alloggio al re nella loro casa a Crecchio, non furono risparmiati; infatti il giorno dopo la loro casa fu incendiata e gli stessi duchi finirono deportati  in Germania. Il re e Badoglio non avevano lasciato a loro quell'immunità tedesca per la fuga, che valeva -ovviamente- solo per loro.

Riflettiamo ancora su un singolare particolare (che sarebbe inquietante se visto da un'altra angolazione più realistica). Il Re fugge, Umberto fugge, Badoglio fugge, tutti fuggono da Roma. Sanno benissimo che se si schierano contro i tedeschi, questi reagiranno oltre che a Roma soprattutto nel Nord. Ammettiamo che temono i tedeschi, quindi dato che ora sono amici (ma Taylor come abbiamo visto ha molti dubbi) degli anglo-americani la miglior cosa sarebbe stata quella di andare in un territorio occupato già dai nuovi alleati; invece cosa fanno? Scelgono invece Chieti (città scelta da alcuni giorni da KESSELRING per insediarvi il comando strategico per fermare Montgomery nella valle del Sangro), e poi (improvvisamente) si dirigono a Brindisi dove gli anglo-americani non sono ancora giunti. Tutto l'Adriatico è battuto da aerei tedeschi; infatti perchè mai gli anglo-americani avrebbero bombardato e raso al suolo Pescara? Eppure i fuggiaschi dove vanno? Vanno a Pescara! (o meglio Chieti, che è a circa 10 km, su un cocuzzolo, come un grande castello).

Poi è possibile che Umberto lascia moglie e quattro figli (fra cui il principino Vittorio Emanuele) disinformati della fuga?
Addirittura "li dimentica" (!?) in Piemonte dove il territorio è da tempo già in mano tedesca. E senza possibilità di fuga, salvo mettersi a fuggire scalando il Monte Bianco. Sia al passo del Piccolo che al Grande S. Bernardo (a Martigny c'è un blocco tedesco) ci sono le armate tedesche già allertate e anche a Ivrea e a Cavaglià e a Greggio (per raggiungere la Svizzera) non si passa. Ebbene, sua moglie Maria Josè e il suo aiutante capitano Arena appresero, l'"armistizio", la "resa",  la "fuga", il "tradimento", anche loro dalla radio.
(per i particolari di questo episodio vedi  MARIA JOSE' )

Lo storico Giorgio Bocca, Montanelli e molti altri si sono chiesti sempre nelle loro memorie, come mai la fuga non fu contrastata dai tedeschi. Cosa veramente accadde in quella notte che pochi italiani conoscono. Risponde chi scrive che era presente, visto che abitava con i suoi nonni e zii quasi dentro Palazzo Mezzanotte, una adiacente costruzione adibita un tempo alla servitù dei nobili che la abitavano e che faceva (allora, oggi è stata demolita) corpo e sovrastava l'intero cortile interno. Ma nei grandi magazzini dove furono messe tutte le macchine dei fuggiaschi erano tutti sotto casa nostra, al numero 2-4 e 6 di via Arcivescovado -una laterale all'edificio- e tutti comunicanti con il Palazzo. E quelle belle e lussuose macchine chi scrive se le ricorda tutte. Non è facile dimenticarle, perchè prima di allora macchine così non le aveva mai viste. Inoltre il nonno seguitava ad indicargli questo o quel noto personaggio, che aveva visto sopra i cavalli bianchi solo nelle prime pagine quando gli sfogliava la Domenica del Corriere.

L'appoggio dei tedeschi era più che palese. Visto che a casa nostra, da quattro giorni  (perché ormai anche i polli a Chieti sapevano che Mussolini era al Gran Sasso) c'era un gruppo di ufficiali della III armata corazzata tedesca, tutti pronti e collegati via radio con Rastenburg in Prussia Orientale, dove in quel momento aveva il suo Quartier Generale, Hitler
. Il contatto era "non stop", continuo, minuto per minuto, perchè solo da Chieti più che da Roma in quelle ore Hitler aveva veramente la visione globale dell'intera situazione italiana (prevista, ma di questa grossa portata del tutto imprevista), e quindi p
ronto a far scattare il Piano Alarico e mettere in movimento le divisioni che erano in attesa al Passo del Brennero, al Passo Resia e a Dobbiaco (ma come già detto la sera prima già giunte a Verona).
Non solo, ma un aereo, della Luftwaffe un ricognitore
Junker 88 partito da Chieti Scalo - l'intera notte seguì la Baionetta con i fuggiaschi fino a Brindisi e seguitò a mantenere il contatto con il Centro Radio di Palazzo Mezzanotte . Scattò perfino delle fotografie dove si vedono i reali seduti a poppa.
Ce n'è abbastanza per sospettare che quel «trasferimento» fosse stato concordato con Kesselring in questi termini: salvezza del sovrano e del governo in cambio dell'abbandono di Roma?


Tutti i presìdi in Italia erano già stati informati fin dal 3 settembre. Il "golpe" del "tradimento" era nell'aria.
I tedeschi che avevamo in casa, si mantennero in disparte e parlarono di lasciapassare firmati da KESSELRING (infatti di blocchi stradali i fuggiaschi ne superarono almeno 30, il mattino durante la fuga verso Chieti e poi verso Ortona). L'intera arteria fin dalle ore 18 della sera precedente (dopo l'annuncio di Algeri) era stata presidiata dai tedeschi; sulla direttrice, ad Avezzano c'era già in funzione da agosto il quartier generale di KESSELRING . Non era una strada qualunque, ma la più strategica di tutto il centro Italia, come dimostreranno i fatti dei successivi dieci mesi. E Chieti per la sua posizione quasi aerea, dominante su un colle, era stata scelta dai tedeschi per insediarvi il comando che avrebbe dovuto vigilare, dominando da una parte a nord la valle del Pescara e dall'altra parte a sud le valli verso il Sangro.

I tedeschi
non intervennero se non al mattino all'alba del 10 alle ore 2, quando paralizzarono la città di Chieti dopo la fuga. Nella grande piazza davanti Palazzo Mezzanotte e alla cattedrale di San Giustino e nei pressi, durante le 18 ore di attesa, erano affluiti circa 10.000 fascisti "di provata fede". (Non dimentichiamo che Badoglio aveva sciolto il PNF il 28 luglio! Perchè mai furono allora concentrati a Chieti 10.000 elementi fascisti appartenenti alla vecchia Milizia?). Era stato detto loro che dovevano proteggere il Re e lo Stato Maggiore e che Chieti sarebbe diventata la nuova sede del governo e della casa reale. (Non dimentichiamo che Chieti era la più monarchica città italiana. E anche dopo il conflitto, al Referendum del 2 giugno 1946, la Repubblica ottenne a Chieti solo il 37,6% dei voti)

All'alba sulla grande piazza  (prospiciente Palazzo Mezzanotte)  grande confusione, e chi non voleva attenersi alle nuove disposizioni ("la guerra continua con l'alleato"), ed era in contrasto con altri che invece non volevano rimanere a fianco dei tedeschi, furono subito disarmati, caricati sui camion, mandati a Chieti Scalo, messi sui treni, destinazione Campo di concentramento di Via Resia, Bolzano, prima di essere deportati in Germania. A Chieti, in quella piazza, chi si schierò contro e non volle presentarsi al vicino comando tedesco di Palazzo Mezzanotte, pur riuscendo a fuggire in queste fatidiche ore, dovette vivere dieci mesi in clandestinità pressato da famigerati rastrellamenti.

Un gerarca della zona in mezzo alla Piazza nel caricare i camion  si aggirava come un duce; con i pugni sui fianchi inveiva contro chi non voleva schierarsi con i tedeschi poi gridava e minacciava i renitenti: "Lo avete tradito? Adesso pagherete!". (se la mia memoria non ha buchi, mi sembra si chiamasse costui Cascatella)

A Chieti in poche ore fecero la prima "pulizia". Chi riuscì a capire gli eventi con qualche minuto di anticipo sugli altri, riuscì a fuggire, a nascondersi e a salvarsi; fascisti e non fascisti.
Lo stesso comandante dei 10.000 ex fascisti di "provata fede",  la sera prima con i suoi uomini si era messo a disposizione di Badoglio, di Roatta e del Re, ma la mattina dopo metà dei suoi uomini erano già passati nelle file dei tedeschi, lui compreso.

Questa colonna che fuggiva, inconsapevolmente tracciò con l'itinerario del suo viaggio (Roma, Sulmona, Chieti, Ortona) il primo approssimativo confine (la "Gustav") fra le due Italie, che per tanti mesi dovevano considerarsi straniere l'una all'altra e assistere, sanguinando da mille ferite, allo scontro fra due poderosi eserciti nemici e alla lotta fratricida degli italiani schierati in due campi opposti.

Inoltre a Chieti, con quella fuga, s'iniziò a chiudere, nella più grande tristezza il più o meno glorioso periodo sabaudo dell'Italia Unita, e lasciava espiare con colpe non sue gli italiani; un popolo che cominciava proprio da Chieti la nuova dolorosa vita, e, se aveva perso la guerra sul campo di battaglia, ora la perdeva sul piano morale e politico.

Pochi giorni dopo, giunse a Chieti il tenente colonnello Caruso (un italiano, lo stesso che venne poi giustiziato a Roma; collaborazionista dei tedeschi e carceriere di Regina Coeli). Giunse in città con alcuni ufficiali nazisti e con una squadra di uomini che
imbracciavano i mitragliatori; si presentarono alle Banche e alle oreficerie cittadine per fare un diligente rastrellamento dei fondi di cassa e di tutti gli oggetti d'oro bloccati presso gli orefici. Una "requisizione" in piena regola, dicendo che era per evitare che queste ricchezze cadessero nelle mani degli anglo-americani.

Il 26 settembre i tedeschi prendevano possesso di Chieti, stabilivano il Comando nello stesso Palazzo Mezzanotte, e issavano sull'edificio la bandiera uncinata. Come prima disposizione, dato che la popolazione dimostrava una certa ostilità, misero il coprifuoco alle ore 18, e pochi giorni dopo fu portato addirittura alle 17, con le conseguenze facilmente immaginabili per la vita cittadina.

Ma questo era ancora poca cosa. Nello stesso giorno le batterie delle artiglierie e i bombardamenti degli anglo-americani iniziarono
a martellare la città quasi ogni giorno.
Poca cosa anche questi, il terrore, la miseria, le tragedie, dovevano ancora venire.
IL 27 ottobre l'intera città fu bloccata da alcune compagnie tedesche, e dopo aver piazzato mitragliatrici in quasi tutti gli angoli delle strade, scattò l'operazione di un terribile rastrellamento, perquisendo tutti gli appartamenti della città, senza alcun riguardo per malati, chiese o conventi.
Da Chieti (che è su un cocuzzolo a 330 m.s.l.m,) non è facile abbandonare la città, nè fuggire in montagna; bisognava prima scendere al piano; cosa che era praticamente impossibile. Chieti ha tutta attorno una strada che la cinge e controllando questa è come assediarla. Ed è quello che fecero i tedeschi.
Poi alla città venne imposto il 18 dicembre lo sfollamento forzato. Chieti doveva essere completamente distrutta. "Kaput", per "ragioni belliche". Mancò poco che diventasse una nuova Montecassino.
Il dramma fu che dall'8 settembre al 18 dicembre a Chieti (che contava allora poco più di 30.000 abitanti) vi erano nel frattempo sfollati oltre 100.000 abitanti dei paesi vicini, dove si prevedeva il grande scontro con l'VIII armata inglese, e quindi nel distruggerli si voleva far trovare a Montgomery terra bruciata, cioè Chieti distrutta.
Lo spettacolo di quest'esodo (fatto a piedi e con qualche carretto al seguito) sotto l'imperversare del maltempo, sotto la pioggia e la neve, fu desolante e disumano; e per Chieti in un periodo com'era stato quello precedente, con tre anni di razionamenti, e con i prodotti della campagna solo ai piani, quindi irragiungibili, la situazione alimentare oltre quella igienica divenne piuttosto critica.

RACCONTEREMO (presto) A PARTE, E IN PAGINE DEDICATE
la
drammatica - per molti sconosciuta - storia di Chieti.

Su queste singolari ore, giorni, settimane (e soprattutto sulla "fuga") molti storici hanno scritto pagine con grosse lacune. E le hanno scritte perché a Piazza Grande a Chieti non c'erano, come chi scrive. Certo potrebbero dire che sono fantasie. Ma dato che nella piazza c'erano migliaia di ex fascisti (oltre la popolazione chietina) e dato che molti non erano solo vecchi di ottanta anni, sarebbe bastato andare a chiedere a quelli che sono ancora vivi, che cosa ci faceva tutta quella folla, e cosa accadde a Chieti in quelle ore a Piazza Grande (davanti a Palazzo Mezzanotte con i "fuggiaschi" dentro), e cosa accadde poi nei successivi mesi. Nessuna città in Italia soffrì così tanto. E noi la racconteremo con i documenti e le drammatiche immagini.


LA LIBERAZIONE DI MUSSOLINI - LA RESA DI ROMA
continua > >

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