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CRONOLOGIA

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( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 1943 (2)

IL RE A MAGGIO GIA' MEDITAVA
DI "SGANCIARSI"

(e non era la prima volta)

(con un riepilogo dei rapporti Re-Mussolini fino all'abdicazione)

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Il 15 maggio 1943 VITTORIO EMANUELE III ha già maturato l'idea di sganciarsi dal suo alleato.
La "tragica commedia" dell'8 settembre ha inizio quattro mesi prima; gli italiani non sanno nulla, mentre ai tedeschi tutti coloro che stanno guidando l'italia nel suo ultimo atto prima della tragedia, giurano di "marciare con loro fino in fondo"
.

(gli appunti del Re con delle realistiche riflessioni - su 6 fogli di block-notes)

"15 MAGGIO 1943 - APPUNTO N. 1

"STATI A NOI ALLEATI
"1) Germania nel suo quinto anno di guerra
è stanca e sfiancata: in Russia ha forze
molto meno numerose di quelle sovietiche;......................
I nostri nemici hanno forze ingenti........

Nei sei fogli che seguono, il Re medita seriamente di sganciarsi dai tedeschi; percepisce che il Reich può avere un crollo improvviso; prevede le prossime mosse degli anglo-americani (sbarcheranno forse in Sicilia, ma non certo per invadere la Germania partendo dalla lontana isola; bombarderanno invece le città italiane, forse faranno contemporaneamente qualche sbarco, mentre apriranno un altro fronte nella parte nord-occidentale); intuisce che l'Italia non può contare sulle sue misere forze; capisce che sull'arrivo di forze tedesche (impegnate seriamente in Russia) poco si può contare; avverte che questo stato di cose è certamente noto agli anglo-americani; medita di fare possibili cortesie ai governi inglesi e americani; e termina che "la situazione per noi non è davvero lieta e da' molto da pensare".....
I 6 fogli, digitalizzati, in gran formato, per renderli leggibili, occupano purtroppo molti Kb
già presenti in rete, sono stati ora inseriti nella lista documenti del
CD di "CRONOLOGIA"

(per i possessori - doc.0099)

Pur con questa pessimistica visione (non lontana dal vero) V.E. III e Badoglio credettero di poter dominare la difficilissima situazione con e dopo il 25 luglio senza però aver fatto grandi passi ("le cortesie") con gli anglo-americani: il Sovrano e il Maresciallo affrontano così in un modo forse troppo superficiale per non dire irresponsabile: a) la caduta di Mussolini e del regime fascista; b) lo sganciamento dai Tedeschi; c) sperano solo -perchè non si sono ancora mossi- in un armistizio onorevole con i nemici; d) hanno la pretesa alla firma di Cassible (dopo aver consegnato le armi, la marina e l'aviazione) di passare nelle file dei vincitori; e) illudendosi iniziano a chiamare i nemici Alleati (mentre invece l'Italia rimase "nemica" fino al 10 settembre 1947 - senza sconti resistenziali- ...Italy, having surrendered unconditionally - cioè "arresa"). (vedi Armistizio e il Trattato di Pace)

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TORNIAMO INDIETRO DI QUALCHE ANNO (IL DODICENNIO CHE PRECEDE L'8 SETTEMBRE) E ANALIZZIAMO MOLTI ASPETTI DI UNA SITUAZIONE CHE INIZIA DA MOLTO LONTANO, E SONO:
I RAPPORTI DEL RE CON MUSSOLINI; LA SUA FIGURA DI CAPO DEL GOVERNO RISPETTO ALLA MONARCHIA; LE PRIME GELOSIE; IL GRANDE SUCCESSO IN LIBIA DELLA POLITICA MUSSOLINIANA; L'ANTIPATIA DEL RE PER I TEDESCHI; GLI OTTIMI RAPPORTI DEL RE CON CIANO: L'IDEA DI SGANCIARSI GIA' NEL 1939-1940; INFINE IL GRAN "PASTICCIO" DEL 25 LUGLIO E IL TRAGICO 8 SETTEMBRE.

Per questa lunga carrellata, ci appoggiamo a uno dei più interessanti biografi del Re:
Alberto Consiglio, autore della biografia "Vittorio Emanuele III, il re silenzioso".
( Pubblicata in 11 puntate sul settimanale "Oggi" nei mesi dell'anno 1950 )

La domanda iniziale che ci poniamo e Alberto Consiglio ci fornisce una sufficiente risposta, è questa: In che modo e in che misura il re influì su Mussolini? Noi abbiamo ragione di ritenere che, per tutto il periodo di cui si tratta, egli fu il principale e insuperabile ostacolo che impedì a Mussolini di spingere alle estreme conseguenze la sua politica personale. I due uomini, praticamente soli, perché sapevano di non poter contare su coloro che si dicevano fedeli, si sorvegliavano attentamente. Ognuno attendeva il proprio momento.

Che cosa attendeva il re? Che la stella di Mussolini tramontasse. Non si poteva promuovere la sua caduta con mezzi aperti e diretti, in un momento in cui appariva circondato dal plauso del mondo anticomunista, e in cui la situazione economica non presentava aspetti veramente disastrosi. Bisognava evitare che la caduta determinasse un incremento delle forze socialcomuniste e così gravi conseguenze economico-sociali, da formare un quadro peggiore di quello fascista: la responsabilità di questo peggioramento sarebbe ricaduta sulla corona.
Intanto, bisognava rallentare l'espansione del suo potere personale. Mussolini istituisce, sì, la carica di "capo del governo", ma è sempre il sovrano che lo nomina e lo congeda. Il decreto col quale si accettano le dimissioni del capo del governo dovrà però essere controfirmato dal suo successore: si tenga presente questo particolare quando il 25 luglio 1943 succede il "fattaccio", con il sovrano che nascondendosi dietro un dito, manda avanti i "congiurati", ottiene da loro quello che vuole, poi li butta a mare (non è lui ad arrestarli, ma l'uomo che lui ha chiamato al governo - e che per poco non butta a mare anche lo stesso sovrano)

Mussolini ottenuta la carica di Capo del Governo, il gran consiglio del fascismo diventa organo costituzionale e prepara la lista dei successori alla carica di capo del governo; tuttavia, questa lista non sarà vincolante per la corona. Alcuni dei componenti del gran consiglio erano membri di diritto: potevano, quindi, sfuggire al controllo personale del dittatore (come accadde poi il 25 luglio con l'Ordine Grandi). Infine, la Camera dei deputati, dopo l'adozione del sistema maggioritario col premio, aveva partorito una nuova riforma di carattere plebiscitario: cioè, presentazione di un'unica lista di quattrocento candidati scelti dal governo, e solo nel caso che non si raccogliesse la maggioranza dei voti, si sarebbe proceduto ad un rinnovamento delle elezioni col sistema proporzionale.

Le cose sappiamo come andarono al plebiscito: per il Duce fu un successo pieno, complice la sua abile mossa del Concordato con la Chiesa, che lo indicò al mondo come "l'uomo della Provvidenza".
E allora cosa attendeva Mussolini? Che il tempo consolidasse il suo potere, che la fortuna gli offrisse qualche successo così clamoroso, da porre il suo prestigio al di sopra di quello del re, che Vittorio Emanuele morisse (l'anno prima il 12 aprile 1928 a Milano, qualcuno volle perfino accellerare i tempi con un attentato). Intanto, egli procedeva con cautela, osservando un certo rispetto delle forme e girando intorno alle prerogative sovrane. In politica estera, egli seguiva una via maestra senza ombre: l'amicizia inglese, costante, immutabile (egli sapeva che il re credeva nella lealtà britannica); rapporti acri e tempestosi con la Francia (egli sapeva che il re non amava la Francia); energica e combattiva politica antitedesca (egli sapeva che il re odiava la Germania); generosità per l'Austria verso la quale il re aveva sempre manifestato simpatia.

Ma dove il re voleva avviarlo? Non certo verso una caduta clamorosa. Mussolini chiedeva un successo trionfale: celebrasse pure il trionfo, pensava il re, ma ne approfittasse per restaurare la normalità costituzionale. In fondo all'animo di Mussolini, però, c'era troppo bolscevismo: egli non poteva sinceramente perseguire un fine di restaurazione borghese. Inoltre si era illuso di poter esercitare la propria influenza su un fascismo tedesco che in quegli anni con Hitler stava sorgendo.

A Venezia, nel suo primo incontro con Hitler, vide subito quale forza si preparasse dietro quell'uomo dall'aspetto così modesto. Vide, soprattutto, che l'espansione della Germania nazista verso il sud e l'assorbimento dell'Austria, in quel momento, avrebbero inferto un colpo mortale al fascismo. Con energia, sbarrò la strada ad Hitler e prese l'iniziativa di quella politica di collaborazione e di sicurezza che venne chiamata "di Stresa". In questa sede, si procurò le adesioni e i consensi necessari per l'impresa etiopica. Quelli francesi di Laval, furono più espliciti. Quelli inglesi, rimasero nel vago.

Mussolini aveva bisogno di un successo militare, per sentirsi veramente sicuro. Riconquistata la Libia, scelse come obiettivo l'Etiopia. La scelta era fatta con notevole abilità. Non era certo sopito il ricordo dell'umiliante disfatta di Adua. L'impresa, inoltre, sarebbe stata popolare nell'Italia meridionale e insulare, e avrebbe offerto vasti sbocchi al nostro lavoro e alla nostra produzione.
C'era da scatenare un putiferio diplomatico. Ma in definitiva, le grandi potenze, che non muovevano un dito contro la Germania inadempiente, avrebbero mosso guerra all'Italia per difendere l'Etiopia? Si trattava, dunque, di condurre l'impresa con energia e con rapidità. La situazione non era molto diversa da quella che Giolitti affrontò e risolse tra il 1911 e il 1912. Di veramente nuovo, c'era la Società delle Nazioni, e dal Lago di Lemano, infatti, si levò un clamore che invase e assordò il mondo per quasi un anno.
Le sanzioni furono un errore psicologico. In sostanza, esse si risolsero in una burletta. Nessuno le prese sul serio. I Paesi che le avevano più energicamente propugnate, furono quelli che fecero con l'Italia fascista i più cospicui affari. Ma le sanzioni impressionarono fortemente il popolo italiano, e con una demagogica propaganda, giovarono immensamente al consolidamento della dittatura mussoliniana, presentandole come un tentativo di soffocamento dell'Italia da parte dei "Paesi plutocratici".

In quale clima si svolgesse l'impresa, si può vedere nel messaggio di solidarietà che V. E. Orlando indirizzò a Mussolini. E quali fossero le mire del dittatore, si può vedere nel messaggio che D'Annunzio gli inviò e che si intitolava "Al Capo d'Italia". Tutti i titoli e i nomignoli che gli davano, o che egli si faceva dare, tendevano a ribadire il concetto che lui, solo lui, fosse il capo supremo della nazione. In un clima di esaltazione come fu quello della dichiarazione dell'Impero, a Mussolini tutto gli divenne facile.

In un Paese che attribuisce notevole importanza alle apparenze, tra un uomo come Mussolini, ammalato di una morbosa vanità, e un uomo come Vittorio Emanuele, ammalato di una non meno morbosa ritrosia, era il primo che aveva il gioco più facile.
Tuttavia se qualcuno ci desse la prova che Vittorio Emanuele non fu contrario all'impresa etiopica, nella speranza (come già detto) che il trionfo avrebbe saziato il dittatore, predisponendolo ad una politica di pacificazione, non ci stupiremmo affatto. Noi non abbiamo né documenti, né testimonianze veramente attendibili sui rapporti tra il re e Mussolini in questo dodicennio. Ma sappiamo che tutte le manifestazioni regali ebbero, in questo periodo, un aspetto di particolare solennità. Che il fascismo e lo stesso Mussolini amplificarono.

Possiamo, però, intuire la natura dei rapporti tra i due uomini, sia tenendo presente la personalità di Vittorio Emanuele III quale si è manifestata prima del 1925, sia da un documento posteriore al 1936: il Diario di Galeazzo Ciano. Le annotazioni che il genero di Mussolini, prima ministro della stampa e propaganda e poi ministro degli esteri, andava prendendo quasi quotidianamente nei suoi quaderni, sono un prezioso materiale di studio. Attendibili, perchè di certo non era prevista una pubblicazione postuma a così breve scadenza.

Il nome del re vi ritorna continuamente, non solo a proposito delle udienze per la firma, ma negli sfoghi che, ogni tanto, Mussolini faceva al genero.
Da una lettura attenta di questo Diario risulta che i rapporti tra il re e il duce erano perennemente tesi. Lungi dall'essere una piccola creatura debole e innocua, trincerata dietro la grande figura del dittatore, il sovrano è un uomo franco e aggressivo che non tralascia occasione per dire a Mussolini il fatto suo, per enunciare il suo pensiero, per chiarire e ribadire il suo dissenso.
Dobbiamo prestar fede al Diario di Ciano? Noi crediamo di sì. Che questo Diario, nella stesura che conosciamo, non fosse destinato alla pubblicazione, è evidente: la figura dell'autore vi appare in tutta la sua realtà e in tutta la sua limitatezza. Egli comincia, nel 1937, come una fedele ed entusiastica creatura del duce: la vita di questo giovane non ha altra luce, non ha altra ispirazione se non il "genio" del suocero e maestro, al quale deve tutto. A poco a poco egli si lascia conquistare dall'ambiente signorile e snobistico di Palazzo Chigi. Si sente soprattutto "diplomatico", cioè partecipe di una casta chiusa, che ha le sue leggi, i suoi costumi, il suo gergo. Dopo qualche anno di permanenza al ministero degli esteri, Ciano comincia ad essere conteso tra due mondi: quello di Mussolini, che è il mondo dell'avventura, e quello del re, che è il mondo della tradizione e della conservazione. Il primo di questi due mondi è affascinato dal mito della potenza germanica, che appare come una colossale forza di rottura destinata a frantumare la società borghese. Il secondo sente con tutto il suo istinto che l'occidente è l'ultimo baluardo della civiltà alla quale gli italiani, per tradizione e per costume, appartengono.

Ciano non poteva rimanere lungamente in bilico tra i due mondi. Con una consapevolezza molto limitata, egli fu, a Salisburgo e dopo, il portavoce della politica del re.
Scontri seri tra Mussolini e il re si ebbero a proposito del viaggio di Hitler in Italia. La visita di Hitler fu oggetto di lunghi e minuziosi preparativi. Hitler aveva fatto sapere, a mezzo di Rudolf Hess, che non voleva essere ospite del Re, quindi di non voler soggiornare nel Quirinale. E' la prima dichiarazione di antipatia del Fúhrer per il re d'Italia: I nazisti avevano potuto vedere negli archivi che duro e provato antitedesco fosse Vittorio Emanuele III; essi si fideranno di Mussolini, e dimostreranno con questo di conoscere tutta la inconsistenza del suo carattere; non si fideranno del re, e con questo gli faranno onore. Ma Hitler era il capo dello Stato: la visita doveva essere fatta al capo dello Stato italiano, cioè al re, che avrebbe dovuto restituirgliela.
Mussolini disse che non amava quel "doppione" di visite. Aggiunse testualmente: "Questa è un'occasione nella quale la monarchia si rivela una soprastruttura inutile" . Fu in questa circostanza che il re raccomandò a Ciano per la prima volta di "guardarsi dai tedeschi. Nel passato, Berlino è sempre stata la cancelleria più infida".
Una delle conseguenze dopo il ritorno di Mussolini dal suo viaggio in Germania, fu il "
passo romano", che era una scimmiottatura del "passo dell'oca". Il re protestò, e Mussolini disse al genero: "Non ho colpa io se il re è fisicamente una mezza cartuccia. È naturale che lui non potrà fare il passo romano senza essere ridicolo".
Ma il sovrano coglieva ogni occasione per seminare nell'animo di Ciano l'odio per i tedeschi. Il 15 marzo 1938 il ministro degli esteri è invitato a colazione a corte e il re gli "parla male di Berlino" e gli raccomanda di "diffidare dei tedeschi che, a suo avviso, mancano sempre di lealtà e sono mentitori costanti".
Alla fine di quello stesso mese, Mussolini sferra un colpo alla monarchia. Pronuncia un discorso al Senato sull'ordinamento delle forze armate. Da poco egli ha dovuto subire l'Anschluss, e vuol manifestare, almeno a parole, una certa energia. Impartisce, quindi, una lezione di strategia e annuncia che, in caso di conflitto, egli sarà l'"unico" comandante di tutte le forze armate. Il Senato, con azione predisposta, gli conferisce per acclamazione il titolo di primo maresciallo dell'impero. Naturalmente egli voleva, con questo, occupare di fatto il rango di capo della nazione. Fu Federzoni che si incaricò di ricordargli che nessuno poteva avere un grado militare superiore a quello del re. Il decreto che istituiva il nuovo grado portò, infatti, due nomi: quello di Vittorio Emanuele III e quello di Mussolini.
Ma la cosa non finì lì. Il re volle essere informato sulla legalità di quella iniziativa del Senato: il consiglio di Stato dette parere favorevole a Mussolini. Il 2 aprile il duce si sfogava in questi termini col genero: "Basta. Ne ho le scatole piene. Io lavoro e lui firma. Mi dispiace che quanto avete fatto mercoledì sia stato perfetto dal punto di vista legale".
A queste parole, Ciano aggiunge di suo: "Ho risposto che potremo andare più in là alla prima occasione. Questa sarà certamente quando alla firma rispettabile del re si dovesse sostituire quella meno rispettabile del principe". Il duce ha annuito e, a mezza voce, ha detto: "Finita la Spagna ne riparleremo... ".

Era, dunque, evidente che nel viaggio in Germania che precedette la visita di Hitler in Italia, Mussolini doveva aver deciso di sbarazzarsi della monarchia. Ma questo proposito non era nato solo dall'invidia che in lui destava Hitler, capo supremo del suo popolo. Dev'essere stato proprio Hitler a incitarlo e a lusingarlo. I nazisti avevano compreso che un'Italia tutta di Mussolini sarebbe stato un più facile e docile dominio. Infatti, Ciano annota nel suo Diario che il re, durante il soggiorno di Hitler al Quirinale, Mussolini aveva detto al genero: "C'è voluta tutta la mia pazienza, con questa monarchia rimorchiata. Non ha mai fatto un gesto impegnativo verso il regime. Aspetto ancora perché il re ha settant'anni e spero che la natura mi aiuti".
Goebbels, attraverso i saloni del Quirinale, aveva esortato indicando il trono: "Conservate quel mobile di velluto e d'oro. Ma metteteci sopra il duce. Quello lì - indicava il re - è troppo piccolo".

C'era un piano per la liquidazione della monarchia. Morto il re, nessuno poteva opporsi alla legittima successione del principe di Piemonte. La legge sul gran consiglio, che molti citavano ad orecchio, prevedeva solo che il gran consiglio dovesse essere chiamato a decidere su tutti i casi di successione al trono sui quali erano competenti la Camera e il Senato. Cioè, morte del re senza eredi e incapacità del re a regnare o del principe ereditario a succedere. Ora, si attendeva la morte di Vittorio Emanuele III per eccepire un qualsiasi motivo di presunta incapacità del principe di Piemonte. A questo fine, si impartivano istruzioni per arginare e distruggere la crescente popolarità del principe di Piemonte, e si preparava a Palazzo Venezia un dossier, con ogni sorta di dicerie, che però diventavano un castello di carte con infamanti accuse.

Se i rapporti tra il re e Mussolini sono così tesi, in un periodo in cui non solo il prestigio personale di Mussolini era immenso in Italia, ma cominciava ad essere fortissimo anche nel mondo, quali dovevano essere negli anni precedenti, tra il 1925 e il 1930, quando il re era meno vecchio, la posizione di Mussolini molto più debole, sia in Italia che all'estero, e ancora giovane e vigorosa la generazione che aveva fatto la guerra e che rimaneva sentimentalmente legata al sovrano?
Non era certamente Mussolini, gelosissimo del suo potere assoluto, l'uomo che poteva lasciarsi andare a confidenze sui suoi rapporti personali col re. Noi possiamo solo fare assegnamento sulla sua impulsività di romagnolo: in certi momenti, il dittatore non ne può più e sbotta. Scrive Ciano il 28 novembre del 1938: "Trovo il duce indignato col re. Per tre quattro volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al duce che prova una "infinita pietà per gli ebrei". Ha citato il caso di persone perseguitate, e tra gli altri il generale Pugliese che, vecchio di ottant'anni e carico di medaglie e di ferite, deve rimanere senza domestici. Il duce ha detto che in Italia vi sono 20.000 persone con la schiena debole che si commuovono sulla sorte degli ebrei. Il re ha detto che è tra quelli. Poi il re ha parlato anche contro la Germania per la creazione della quarta divisione alpini. Il duce era molto violento nelle espressioni contro la monarchia. Medita sempre più il cambiamento del sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni. Ieri a Pesaro il comandante dei presidio ha reagito contro il federale che aveva dato il saluto al duce e non quello al re".

Precedentemente, in una cerimonia sull'Altare della Patria, il sovrano aveva energicamente investito il capo del governo perché all'elevazione era stata suonata Giovinezza e non la Marcia reale. Si era ai ferri corti. In realtà, Mussolini non ha che dei propositi e, di tanto in tanto, degli scatti di ribellione. E' evidente che qualche istruzione, a mezzo di Starace, è stata impartita ai federali più zelanti, nel senso di deprimere il prestigio del re e di esaltare quello del duce. Benché pochi se ne accorgano, il re lavora con estrema sottigliezza e con estrema cautela.

Agli inizi del 1939, il sovrano si sbarazza del ministro della real casa, Cora, e prega anzi Ciano di incaricarsi della ingrata bisogna. Vittorio Emanuele ha messo gli occhi sul giovane ministro degli esteri. Costui è ancora tutto preso dal fascino di Mussolini: tuttavia, il vecchio re insiste. Egli cerca di sviluppare il senso critico nel giovane, e finirà per riuscirvi (l'ingenuo non avrà tentennamenti nel mettere il suo si all'ordine del giorno Grandi). Quasi in ogni udienza, gli parla male dei tedeschi, con un giudizio, con un aneddoto. Un giorno, mentre firmava i decreti, il re disse a Mussolini di aver ricevuto un suo parente, il principe Conrad di Baviera: "Sapete? - disse il maligno vecchietto - in Germania vi chiamano il gauleiter d'Italia!". Chi ricorda la smisurata superbia del romagnolo, può immaginare l'effetto che avevano su di lui queste feroci frecciate.

Il sovrano aveva scelto come ministro della real casa il conte, poi duca, Acquarone. Chi era costui? Un ex ufficiale d'ordinanza del maresciallo Badoglio. La scelta non era stata fatta a caso. Il nuovo dignitario disse a Ciano che voleva "rinnovare" l'aria della Corte; ma che era necessario badare molto alla forma, perché se si toglieva la forma, non rimaneva un bel nulla. Era un modo molto sottile per far capire che la gara di preminenza tra il re e il duce doveva cessare. Le parole di Acquarone erano ammantate di una certa ipocrita umiltà.
Il 30 novembre del 1938 si ebbe la famosa seduta della Camera, in cui, dopo il discorso di Ciano sulle "naturali aspirazioni" dell'Italia, i consiglieri nazionali si erano levati in piedi gridando Nizza, Corsica, Tunisi, e via dicendo. Mussolini non voleva tanto. La dimostrazione era stata opera dello zelante Starace, e forse anche di Ciano. La stessa sera, il dittatore fece, in gran consiglio, un cicchetto ai suoi luogotenenti. Si può immaginare in che misura questo "rimprovero" dovesse rimaner segreto. Viceversa, il re, lagnandosi con Ciano della dimostrazione, disse che anche Mussolini l'aveva deplorata in gran consiglio (qualche talpa l'aveva indubbiamente messa dentro)..

Chi era che fin da quel 1938, così infausto per le grandi democrazie, già parteggiava per il re, pur essendo dentro il supremo consesso fascista? Tre certamente si erano schierati per l'antigermanesimo del sovrano, ed erano Balbo, De Bono e Federzoni. Si possono aggiungere, a questi tre, Grandi e, per quel che poteva valere, De Vecchi.
Acquarone era molto attivo, specialmente in Senato. Nel mese di marzo, l'astuto prefetto di palazzo fa una mossa. Va da Ciano e gli comunica che il re vorrebbe fare "un gesto per il duce": un titolo nobiliare o la nomina a cancelliere dell'impero. La duplice offerta venne rifiutata dal Duce. Ma come si accorda questo proposito, col tono acre ed aggressivo che il re continuava ad avere con Mussolini? Gli ambienti più vicini al dittatore pensarono che il sovrano volesse prevenire una "iniziativa" della Camera, o del Senato, del genere di quella del "maresciallato" dell'impero.
Forse si mirava ad un fine più sottile. Negli ambienti politici si era parlato del cancellierato, ma anche della presidenza del consiglio a Ciano. In questo modo si sarebbe raggiunta, sia pure nominalmente, una vera e propria divisione di poteri, tra genero e suocero. Mussolini era, ormai, già troppo compromesso col nazismo: sarebbe stato un grande vantaggio per gli antitedeschi se la presidenza del consiglio fosse stata assunta da un giovane, facilmente influenzabile.
I nascosti disegni di Mussolini non erano ignoti al re. Lo si vede in una visita della principessa di Piemonte a Mussolini: Maria José, con una ben congegnata ingenuità, domandò al dittatore che cosa significasse, nella legge, che il gran consiglio doveva pronunciarsi nelle questioni inerenti alla successione al trono. Fin dal varo di quella legge, molti dissero che quella legge era "una pistola puntata su Umberto").

A questo punto è opportuna una domanda. Non quella solita: perché il re non si è sbarazzato di Mussolini, prima che avvenisse l'irreparabile? C'è un'altra domanda, più ovvia, che non è stata ancora posta: perché Mussolini non si è sbarazzato del re? Nessuno vorrà credere che il dittatore avrebbe incontrato grandi difficoltà a spazzare via la monarchia e quel che rimaneva del suo apparato.

Ma era un calcolo grossolano. Quelli che conoscono bene il carattere di Mussolini, quelli che lo hanno molto e intensamente odiato, quelli che conoscevano le possibilità concrete del nostro Paese, non si rendono conto dell'immenso prestigio che egli aveva conquistato. Il partito conservatore inglese, che era certamente il più potente e illustre organismo politico del mondo, non aveva esitato ad allontanare dal governo Anthony Eden, che l'opinione pubblica mondiale considerava come l'avversario personale di Mussolini.
Chi può dimenticare i particolari dell'arbitrato di Monaco? Oggi, noi sappiamo che la puerile vanità di Mussolini servì di schermo alla politica di Hitler, il quale lasciò al socio le momentanee soddisfazioni personali, e ottenne per sé l'assorbimento senza colpo ferire della Cecoslovacchia, un notevole aumento del suo potenziale bellico e un altro anno di intensa preparazione militare. Eppure, Mussolini era stato invocato, supplicato, ringraziato, benedetto dalle grandi democrazie. Dopo Monaco si levarono in ogni angolo d'Europa il grido che Mussolini era "l'uomo della pace".

Gli stranieri, del resto, erano così poco al corrente delle cose fasciste (che poi erano note anche a gran numero di italiani estranei alle sfere ufficiali), che un diplomatico francese di gran valore, André Frangois Poncet, ambasciatore a Berlino, chiese di essere trasferito a Roma, perché era sicuro che la mente direttiva dell'Asse fosse Mussolini.
Ciononostante, dinanzi al vecchio re il dittatore mordeva il freno. A proposito dell'Albania, il sovrano gli pose per iscritto che l'impresa era una stoltezza e che non valeva la pena di correre un qualsiasi rischio per "quattro sassi", e gli ricordò tutti i precedenti, che avevano sempre reso impossibile agli italiani di impiantarsi stabilmente sulla sponda orientale del canale d'Otranto. Durante la cerimonia del conferimento al re d'Italia della corona di Albania, Mussolini rilevò con compiacenza lo stupore degli skipetari innanzi allo strano spettacolo di quel piccolo vecchio sul trono, con quell'omaccione ai suoi piedi. Tuttavia, si limitava a brontolare.
Quando la delegazione della camera dei fasci e delle corporazioni si recò al Quirinale per l'"indirizzo di risposta", Mussolini annunciò al genero che quella era l'ultima sfilata delle berline reali. Ma quando venne conclusa l'alleanza con la Germania, fu lui stesso che incaricò Ciano di preparare lo scambio di telegrammi tra il re e il Fuhrer, per evitare "maligne insinuazioni". Cioè, che l'accordo si facesse tra l'Italia di Mussolini e la Germania di Hitler e non tra il regno d'Italia e il Reich germanico. Come era, in effetti, nelle intenzioni dei due capi e come andavano già dicendo gli antitedeschi, presaghi del funesto avvenire.

C'era, senza dubbio, in Mussolini un notevole complesso di inferiorità, lo stesso che gli aveva sempre impedito di prendere provvedimenti contro un uomo come Croce. Ma doveva esserci, in questa esitazione, anche un grossolano e male inteso calcolo politico. In fondo, Mussolini ammirava, temeva, imitava, invidiava Hitler, ma lo odiava segretamente. Egli sapeva, sebbene lo ammettesse raramente, di non essere che un satellite. Comprendeva anche che, in gran parte, la sorte della sua dittatura era legata a quella di Hitler, e che la caduta del nazismo avrebbe messo in gravissime difficoltà il fascismo. Senza avere il coraggio di dare forma veramente totalitaria al regime con la eliminazione della monarchia, egli non si nascondeva il pericolo della concentrazione antitedesca che andava formandosi intorno al re. Era comprensibile, dunque, che nell'eventualità, nient'affatto esclusa, di un crollo del nazismo, egli volesse compromettere la monarchia nella stessa misura in cui si comprometteva lui.

Del resto, anche il margine di indipendenza che egli lasciava a Ciano, aveva uno scopo. Prima di Ciano, gli ambienti di corte avevano corteggiato, carezzato, lusingato Balbo. Il fastoso proconsole della Libia, oltre a mantenere relazioni molto amichevoli coi principi di Piemonte, aveva ricevuto con eccezionale solennità il sovrano, ostentando la sua devozione e il suo lealismo. Questa, in fondo, era la ragione principale del sospetto in cui Mussolini teneva il quadrumviro: era evidente che la corte cercava, per i giorni futuri, l'Antimussolini. Che l'uomo di fiducia del Quirinale diventasse il genero, poteva persino far comodo a Mussolini, dato che non gli era possibile far piazza pulita del monarchismo.

Alla vigilia della guerra, non bisogna credere, tuttavia, che Mussolini avesse un orientamento preciso. Egli ondeggiava tra l'odio per Hitler, il desiderio di fare qualcosa che lo mantenesse su un piede di parità e la paura di mancare alle regole dell' "onore". Anche lui, soprattutto lui, temeva il mito dell'Italia dei "giri di valzer" e del "tradimento". Soprattutto lui si lasciava dominare da questo complesso di inferiorità, tipicamente italiano, assolutamente inspiegabile in un mondo di nazioni giovani e vecchie di cui nessuna, esattamente nessuna, ha mai combattuto o posto a repentaglio la propria sicurezza per ragioni che non derivassero direttamente dai propri vitali interessi. Nessuna nazione al mondo ha mai esitato a rompere un'alleanza, in pace o in guerra, quando era cessato il tornaconto nazionale.

Fu principalmente per merito di Ciano se, pochi mesi innanzi lo scoppio del conflitto, il governo nazista aderì agli accordi segreti, che modificavano sostanzialmente il Patto d'Acciaio e, riconoscendo che l'Italia aveva bisogno di un certo numero d'anni per completare la sua preparazione, stabilivano che la Germania non avrebbe creato nuove situazioni che potessero implicare un pericolo di conflitto prima del 1942.

Il re manifestò il proposito di premiare il conte Ciano col titolo di marchese. Mussolini si oppose, perché il gesto avrebbe fatto cattiva impressione alle "masse fasciste". II ministro degli esteri ebbe, però, un telegramma di congratulazioni del sovrano, il quale gli rivelò di non aver mai indirizzato un telegramma ad un ministro, dopo quello inviato a Saracco subito dopo la morte di Umberto. E aggiunse che « i tedeschi finché avranno bisogno di noi, saranno cortesi e magari servili, ma alla prima occasione si riveleranno quei mascalzoni che sono". Dunque, le congratulazioni andavano alla tregua, che si era ottenuta con gli accordi segreti.

Successivamente il re volle conferire a Ciano il collare dell'Annunziata, e dovette vincere qualche riluttanza di Mussolini, al quale questa onorificenza pareva una "compromissione". Era evidente in Vittorio Emanuele il proposito di sottolineare nel modo più palese la sua adesione alla politica antitedesca del conte Ciano. Tante più che i nazisti, mentre l'inchiostro degli accordi era ancora fresco, già preparavano apertamente l'aggressione alla Polonia.
Ciano già al suo ritorno dalla Germania aveva annotato nel suo Diario: "Torno a Roma disgustato della Germania, dei suoi capi, del loro modo di agire. Ci hanno ingannato e mentito. E oggi stanno per tirarci in un'avventura che non abbiamo voluta e che può compromettere il regime e il paese. Il popolo italiano fremerà di orrore quando conoscerà l'aggressione contro la Polonia e , caso mai, vorrà prendere le armi contro i tedeschi. Non so se augurare all'Italia una vittoria o una sconfitta germanica"

Hitler stava già invadendo la Polonia. Mussolini ebbe un momento di incertezza e autorizzò Ciano a sollecitare un nuovo incontro con Ribbentrop, in cui "chiarire definitivamente e senza dubbi la posizione italiana". Ma Ribbentrop, molto semplicemente, non si rese disponibile, perché troppo impegnato. Hitler aveva fissato l'invasione della Polonia per il 26 agosto, ma purtroppo il risultato dei colloqui di Ciano e Mussolini fu la classica soluzione all'italiana, che non servì che a ritardare di qualche giorno le operazioni militari tedesche e a portare alla dichiarazione di non belligeranza.  
Infatti il 25 agosto Mussolini fece pervenire al Führer una lettera in cui gli spiegava che l'Italia non poteva in ogni caso intervenire a fianco della Germania, perché troppo sprovvista di mezzi bellici e di materie prime. Era mancato il coraggio per lo sganciamento, e di fatto si rimandava il problema. Mussolini si chiuse in un lungo silenzio
, solo in un 'incontro con le gerarchie del fascismo bolognese (la cosiddetta Decime Legio) fu piuttosto esplicito: "In questo momento burrascoso per l'Europa e per il mondo intero, è bene che il pilota non sia disturbato, chiedendogli ogni momento notizie sulla rotta che sta seguendo... Se e quando apparirò al balcone e convocherò il popolo italiano ad ascoltarmi, non sarà per prospettargli esami della situazione, ma per annunciargli decisioni, dico decisioni, di portata storica...".


Purtroppo, il pilota si affacciò il 10 giugno 1940 per dire "Popolo italiano, corri alle armi".


A Sant'Anna di Valdieri, il re disse a Ciano di aver fatto trentadue ispezioni sulla frontiera francese e di essersi persuaso che i francesi sarebbero entrati in Italia come e quando avessero voluto. I fatti dimostreranno, nel giugno 1940, che il giudizio tecnico del re era esatto.

Questa era la strana, assurda, disperata situazione del nostro Paese. Nessuno nel mondo era meno preparato alla guerra. Nessuno nel mondo aveva una politica estera più dinamica e più bellicosa e, quel che è peggio, una politica estera ché si lasciava guidare da preoccupazioni "ideologiche". Così il regime spagnolo repubblicano era da combattersi perché "antifascista". L'Inghilterra e la Francia erano, per palazzo Venezia, soprattutto "antifasciste".
Ecco perché Mussolini non era un uomo di Stato, un uomo, cioè, le cui concezioni sapessero aderire all'interesse permanente della nazione. Se egli fosse stato un vero uomo di Stato, si sarebbe servito del fascismo fino al momento giusto. Si sarebbe avveduto, cioè, che il fascismo, che gli era stato utilissimo fino alla conquista dell'Etiopia, cominciava ad essere non inutile, ma pericoloso, proprio per le disperate solidarietà internazionali che implicava. Era il momento, quello, per modificare, con opportuni accorgimenti, la struttura del regime, per avviarlo a forme rappresentative, che non si fossero trovate in troppo acerbo contrasto coi regimi democratici.
D'altra parte, come abbiamo veduto, il suo "fascismo" non era un vero regime totalitario, costruito col rigore di quello nazista o di quello sovietico. Il difetto fondamentale della personalità di Mussolini è nella mancanza di una vera fede. Egli non credeva in nulla. Soprattutto, non credeva ai fautori dell'intervento immediato.

Il re era di nuovo solo, terribilmente solo. E aveva varcato i settant'anni. Fino all'ultimo giorno, egli litigò con Mussolini, insistendo per la neutralità, cercando di ritardare l'intervento. L'altro, che diveniva insolente, gli mandò a dire, a mezzo di Soddu, che doveva rinunciare al comando supremo delle forze armate, perché lui, solo lui, poteva essere il capo del popolo in guerra (su questa storia, vedi Biografia di Badoglio, e le rivelazioni di Mussolini in "
L'anno del bastone e la carota", quando afferma che fu Badoglio a spingerlo ad assumere il comando della guerra)

Il piccolo e vecchio sovrano oppose una resistenza tenacissima. L'urlo lacerante degli "Stukas", la veloce corsa delle divisioni corazzate, la calata dei paracadutisti, il clima da Apocalisse che andava diffondendosi su tutta l'Europa, non valsero a intimidirlo. Rispose no. Mussolini insistette personalmente. Il re oppose lo Statuto, e propose un compromesso che salvasse il principio della sua autorità suprema. Ad un certo punto, il dittatore si convinse di aver piegato il sovrano alla sua volontà, e inflisse a Ciano l'umiliazione di annunciare in un pubblico discorso che lui sarebbe stato il "solo" capo della guerra.

Il primo giugno, Vittorio Emanuele III riassunse a Ciano la tesi che egli invano aveva tentato di fare comprendere a Mussolini. A parte la totale impreparazione militare, che poteva trovare un'obbiezione nell'opinione generalmente diffusa che la Germania avesse già praticamente vinta la guerra, e che all'Inghilterra non rimanesse che tentare una pace di compromesso, esistevano, secondo il re, delle gravi incognite. La Francia e l'Inghilterra avevano sì incassato dei colpi tremendi; ma l'intervento americano, che non poteva mancare, avrebbe mutata la situazione.
Comunque, il Paese entrava in guerra senza entusiasmo: c'era sì una propaganda interventista ben orchestrata, ma mancava assolutamente lo slancio del 1915. (il 23 dicembre di quello stesso anno, dopo il fiasco del fronte francese, la batosta di Sidi el Barrani e l'umiliazione subita in Grecia, Mussolini dirà: "Devo pure riconoscere che gli italiani del 1914 erano migliori di questi d'oggi. Non è un bel risultato per il regime, ma è così". Il re concludeva il suo colloquio con Ciano:
"Si illudono coloro che parlano di guerra breve e facile".
La questione del comando supremo era la risposta mussoliniana alla fallita manovra con la quale il re aveva tentato di liquidare la sua dittatura: se il sovrano avesse subìto, la questione istituzionale sarebbe stata praticamente risolta a vantaggio del dittatore. Ma il 5 giugno Vittorio Emanuele scrisse una lettera a Mussolini, in cui gli comunicava che manteneva, in base allo Statuto, il comando supremo delle forze armate, delegandogli solo la direzione politica e militare della guerra. Era giusto che la responsabilità di quella guerra fosse assunta da Mussolini che l'aveva voluta e imposta. Così era giusto che il re conservasse il potere supremo, cioè quello di revocare il capo del governo in qualsiasi momento. Mussolini ebbe un accesso di cieco furore, ma non reagì.

Qui poniamo la domanda fatale: poteva e doveva il re opporsi al fascismo con mezzi più energici e decisivi? Poteva, nei momenti cruciali - nell'ottobre 1922, nel giugno 1924, nel gennaio 1925, nel giugno 1940 - imporre la sua volontà a Mussolini? Certo, poteva per lo meno tentarlo, se fosse stato un altro uomo, se la sua concezione della monarchia costituzionale e dei compiti del sovrano fosse stata diversa. Ma quale era, in definitiva, questa concezione? -
Ivanoe Bonomi, un uomo che in seguito pronunciò un giudizio molto severo su Vittorio Emanuele, riferisce che, nel giugno 1943, respingendo una sua proposta di governo politico-militare da sostituire alla dittatura di Mussolini, di fronte alla descrizione dei pericoli che la monarchia correva ritardando il suo intervento o intervenendo in modo diverso, narra che il sovrano disse: "La nazione può sempre fare quello che vuole".

continua nella seconda parte bis > > >

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