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ANNO 1943 (9)

LA "SPONTANEA"  RESISTENZA IN ABRUZZO
 
18 SETTEMBRE - MUSSOLINI DA MONACO - IL RIENTRO IN ITALIA
27 SETTEMBRE -
SI FORMA LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA

11 SETTEMBRE - Nasce la Resistenza. La Guerra Partigiana. A iniziarla sono distaccamenti di piccoli gruppi autonomi, che fanno una guerriglia improvvisata. Solo in seguito verranno organizzati  in nuclei, squadre, brigate - normalmente di 45-50 uomini) formati da ex militari e ufficiali, dei quali fanno parte -circa 4.800- combattenti e ufficiali inglesi, greci, russi, serbi, liberati o fuggiti dai campi di concentramento italiani  anche questi ovviamente allo sbando. Furono infatti inizialmente loro ad aggregare ufficiali e soldati italiani sbandati.
A Roma i partiti antifascisti costituiscono il Comitato di Liberazione Nazionale. Nel Cuneese entrano in azione le prime formazioni partigiane di “Giustizia e Libertà”.
Nel nord Italia il numero di italiani che fuggirono in montagna (chi se lo poteva permettere, cioè chi non temeva le rappresaglie dei familiari a casa) aumentò solo quando ci fu (nel '44) la seconda chiamata alle armi nella nuova RSI; alla prima invece (fine '43) risposero in molti.
Solo nella seconda, quando ormai la disfatta era nell'aria, i renitenti alla leva furono molti. E non avevano scelta, o la fuga o entrare nei nuovi reparti costituiti da Graziani.

Una delle organizzazione antifasciste, la meglio pianificata è quella dei comunisti che impartisce subito delle disposizioni al 15% dei suoi iscritti e al 10% dei suoi quadri di salire in montagna e nelle valli  a rinforzare e coordinare la lotta. 
Secondo dati, da più fonti (soprattutto americana), non furono oltre i 50-60.000 i partigiani (anche se a fine guerra oltre 250.000 dissero di aver "fatto il partigiano").

Per quanto si riferisce però alle Brigate Garibaldi le accurate ricerche di Pietro Secchia (in Il partito comunista italiano e la guerra di liberazione 1943-1945. Ricordi, documenti inediti e testimonianze, Milano 1973, pp. 1064 sgg.) hanno dimostrato che su 1673 nominativi censiti di quadri partigiani combattenti e di organizzatori della Resiostenza, 168 provenivano dall'esercito o dalla vita civile, mentre ben 1505 erano dirigenti e militanti comunisti che avevano già fatto anni di carcere o di confino o combattuto in Spagna o nella resistenza francese (1003 condannati dal tribunale speciale, 718 erano ex confinati, 130 combattuto in Spagna, altri nella Resistenza francese). Se tali dati dimostrano come l'ossatura della Resistenza sia stata fornita da uomini che avevano da tempo legato la loro vita alla lotta contro il fascismo, a diverse conclusioni porta l'analisi del grosso delle formazioni partigiane che raggiunsero i 70-80.000 effettivi nell'estate del 1944 e toccarono(si dice) i 250.000 al momento della liberazione.

"...la diffusione della Resistenza e il consenso ai suoi obiettivi non vanno enfatizzari, a rischio di non comprendere i successivi sviluppi della societa italiana. La Resistenza rimase sempre un grande e attivo movimento di minoranza, il più vasto che la storia d'Italia abbia mai conosciuto, ma pur sempre minoranza; in effetti la stessa repubblica sociale riuscì a trovare margini di consenso, sia pur limitati, e tuttavia significativi, presso settori non trascurabili di borghesia urbana". (Storia d'Italia, vol 14. pag. 2389, Einaudi).

All'inizio nelle formazioni partigiane non c'erano formazioni di carattere ideologico. Solo in seguito, e fra l'altro solo alcuni non purificati dalla lotta, portarono odii nei vari conciliabili clandestini, pur non avendo idee chiare come uscire dalla situazione e quale strada prendere per guidare l'Italia fuori dalla guerra e cosa fare dopo la fine del conflitto. Quelli del Partito d'Azione (nuovo, con dentro elementi intellettuali, professori e professionisti) avevano formulato un programma ma senza dimostrare come si sarebbe potuto realizzare. Croce disse che "impasticciava idee contraddittorie".

Ma anche nei Liberali, intervenendo proprio Croce che ne era il capo, credette in una esplosione del liberalismo, perchè credeva (sbagliando clamorosamente) che sia i cattolici sia i comunisti per ragioni diverse e opposte non avevano alcuna forza costruttiva. I Cattolici che già nel marzo del '43 avevano ricostituito il vecchio partito popolare col nome di Democrazia Cristiana, con la demagogia e l'appoggio dei preti (la potente organizzazione della Chiesa, l'unica organizzazione che era rimasta in vita con un antifascismo piuttosto vago) volevano dare l'impressione di essere vicini alla borghesia e ai ceti medi, e che li avrebbero difesi contro il comunismo, che già rappresentavano nella loro propaganda come il "diavolo", e i Russi li indicavano come il "popolo senza Dio".

Infine c'erano i partiti di sinistra. Quello comunista, era l'unico che anche durante il fascismo era riuscito clandestinamente a distendere un sistema di cellule soprattutto nell'Italia settentrionale, si era organizzato, inquadrato, munito di un programma di compromessi adattato alla situazione, ma era teorico. Si presentava con programmi di unione con gli altri partiti, si dava arie democratiche, proponeva la sua democrazia, chiamava tutti alla lotta contro il fascismo, ma restava però legato all'idea totalitaria, non diversa dal fascismo, perchè obbediva alle direttive emanate dalla Russia di Stalin. E quindi la sua lotta era una lotta contro la borghesia che di conseguenza fu angosciata non poco, allarmò gli industriali, i proprietari terrieri e gli stessi funzionari che anche nel dopo regime erano rimasti ben saldi nei loro posti (e che Stalin voleva invece tutti a casa, mentre Tito già reclamava la consegna di alcuni generali italiani per processarli come criminali di guerra)

A. Scalpelli in I comunisti a Milano nel 1944, scrive che "...il partito comunista applicava per così dire, sul corpo vivo del paese un linea politica nuova prima ancora di averla teorizzata. E forse proprio perchè mancò questa teorizzazione nella posizione pragmatistica che il Pci prese in quel periodo, non ci si rese conto, almeno ad un certo livello, di quanto di nuovo ci fosse nella collocazione che il partito assumeva nello schieramento politico"

C'erano poi i socialisti, parevano destinati a grandi successi, e la piccola borghesia, il ceto medio, guardava a loro con simpatia, ma poi non apparvero molto organizzati e non mancarono divergenze pure all'interno del proprio partito, dividendosi in gruppi che formarono altrettanti partiti e perdendo alcuni contenuti ideologici (Socialisti d'unità proletaria usciti dal Movimento d'unione proletaria milanese e da quello sociale torinese; e Democrazia del lavoro spacciandosi per eredi dei radicali).
Questi erano i partiti (in realtà erano poche persone) che si erano destati l'8 settembre e che parteciperanno all'opera di demolizione del vecchio regime. Tuttavia fecero sentire certe volte solo i balbettii di quattro cinque democrazie diverse. Ovviamente ognuno respingendo quella dell'avversario. Abbiamo visto, c'era perfino un partito che si chiamava "comunisti cattolici"!! paradossale !!

LA "SPONTANEA"  RESISTENZA IN ABRUZZO


Le "bande partigiane" si formeranno e opereranno quasi tutte sull'arco alpino, anche se le prime formazioni, dei piccolissimi gruppi, si erano già formate in Abruzzo subito dopo l'8 settembre: a Chieti e nei dintorni già nella notte fra il 9 e il 10. Anche perchè si sapeva che gli americani erano al di là delle colline chietine e quindi speravano in un tempestivo appoggio. Ma chi avrebbe immaginato che se pur dalla Calabria al Sangro Montgomery aveva impiegato pochi giorni per arrivarci, dopo, lui che voleva arrivare a Pescara al massimo a Novembre e a Roma per Natale, la sua armata rimase inchiodata sul Sangro nonostante la tremenda e drammatica battaglia ad Ortona e dintorni?
KESSELRING gli aveva fatto trovare un "muro", fino al punto che Churchill gli ultimi giorni dell'anno andò di persona a vedere la situazione che gli fece decidere di portarsi via Montgomery. Sostituito il comandante della VIII Armata con Leese, questi rimase lì a Orsogna per sei mesi , con i tedeschi di fronte a nemmeno mille metri, a fare melina.

Non così in Abruzzo, sconvolto dalle rappresaglie tedesche.
Su questo territorio  -con grave perdite e mostruosi  eccidi di civili - le azioni di guerriglia partigiana iniziarono subito all'indomani del 9 settembre e termineranno il 9 giugno 1944, quando i reparti della "Nembo" entrarono per primi a Chieti, poi a Pescara, il 13 a Sulmona, il 18 a Teramo.

Pochi storici parleranno di questi episodi della resistenza abruzzese contro i tedeschi.
Non ne parlano perchè questa, sorse spontanea, e perchè dentro non c'erano solo antifascisti, ma anche fascisti. Non era quindi in linea con la (in certi casi demagogica e monopolizzata) Resistenza partigiana di sinistra; nè del resto gli avversari (i fascisti) conveniva loro riferirla (perché era disonorevole parlare di defezioni dai ranghi).

Ma ci basta citare le parole del generale Mc. Greery Comandante dell'8a armata Britannica rivolgendosi alla fine della guerra al gruppo "Patrioti della Majella":

"Voi siete stati i pionieri di quel movimento partigiano italiano che tanto ha contribuito al successo della campagna d'Italia e grazie al quale potrà essere ricostruita la nuova Italia.
Ora che tornate alle vostre case mantenete vivo quello spirito e quella purezza di intenti che avete dimostrato in guerra, nell'opera di ricostruzione del vostro Paese, di questo vostro Paese che ha tanto sofferto per le rovine e i lutti causatigli dal fascismo prima e dalla guerra poi. E' questo lo spirito che farà dell'Italia ancora una volta un paese libero e democratico e le ridarà il posto che le spetta per la sua antica civiltà, nel quadro di quella nuova Europa per la quale tutti abbiamo combattuto e che tutti auspichiamo".


Ricordiamo qui che il gruppo della "Majella" (circa 1000 audaci uomini) sempre alle dipendenze dell'8a Armata, in cooperazione tattica inseguì i tedeschi a Sulmona, poi all'Aquila, proseguì lungo le Marche, partecipò alla liberazione di Pesaro, a marce forzate raggiunsero la Romagna e liberarono diversi paesi, poi entrarono a Bologna accolti da deliranti manifestazioni di simpatia, e senza concedersi un adeguato riposo, con altre marce forzate il 1° maggio raggiunsero il Vicentino, salirono l'Altopiano ed entrarono ad Asiago, abbracciati fraternamente dal gruppo partigiani "7 Comuni", che li accolsero con queste parole: "...Siete stati tenaci nel combattimento e forti come la roccia dei nostri e dei vostri monti".

Simili gesta si possono rintracciare solo in pubblicazioni locali. Col tempo quasi scomparse dalla circolazione.
L'autore che scrive allora fanciullo viveva a Chieti presso suo zio che stampava il giornale locale, Il Teatino. Ad ogni eccidio, ad ogni rastrellamento, il comando tedesco (che era addirittura dentro nel nostro stesso palazzo (Palazzo Mezzanotte) ci comunicava di darne (con i caratteri, con gli occhielli, o con i manifesti da affiggere sui muri) ampio risalto sulla stampa, per sgomentare i ribelli ma anche per terrorizzare i civili che offrivano loro rifugio. (Da notare che fino a notte tarda con la scusa di fare i tanti manifesti, i comunicati, i fogli unici di giornale ecc,  stampavamo con tanto rischio anche i fogli clandestini, con il batticuore in silenzio, con un vecchio torchio a mano Bollito, normalmente usato per fare le poche copie dei cosiddetti "manifesti da morto". E subito dopo rimanendo fino a notte inoltrata scomponevamo subito la matrice, per paura di qualche incursione in tipografia).

L'ABRUZZO a partire dal 10 settembre scrive una delle pagine più gloriose della sua storia.
Ma anche della storia (sconosciuta) d'Italia. Del resto il nome Italia viene dall' Abruzzo, da Corfinio, che esisteva prima della conquista dei Romani. Il vero orgoglio del suolo italico partì proprio da lì, a pochi chilometri dalla mitica Corfinium).

Tutto inizia a Teramo a Bosco Matese, dove si forma uno dei primi nuclei di partigiani con numerosi sbandati dell'esercito. Ad Avezzano un gruppo formato da solo 8 partigiani in un'azione coraggiosa perfino quasi disperata,  riuscì a liberare da un campo di concentramento tedesco oltre 2000 prigionieri americani, inglesi e di altre nazionalità. Il 24 settembre i tedeschi reagirono e inviarono sul posto un battaglione che seminò il terrore, ne catturarono sette e nei pressi del Mulino li fucilarono subito,  ma i partigiani di Bosco Matese con una altrettanta impresa disperata, diedero a loro volta l'assalto e riuscirono a catturare addirittura il comandante del battaglione tedesco, Hartmann. Fu quasi una beffa per i tedeschi; ma da questo momento nella regione iniziò l'apocalisse, anche perchè i partigiani fucilarono lo stesso Hartmann.

A prendere in mano le redini di questo gruppo di partigiani c'è però un esperto di vera guerriglia, uno slavo, il maggiore serbo Mattiasevic, che inizia a dare consigli preziosi a queste formazioni: "non concentrarsi, ma formare piccole bande". Era la diabolica tecnica che era stata riservata a Hitler in Iugoslavia: "ogni uomo deve essere soldato, comandante e stratega di se stesso".
 Di queste bande se ne formarono nei dintorni di Chieti, 48, con circa 3500 uomini.
Ne ricordiamo alcune: Ammazzalorso, Pizzoferrato, Arischia, La Duchessa, Valviano, Gran Sasso, Campo Imperatore, i già accennati eroici Patrioti della Maiella, e tante altre.

Queste rivolte sorsero spontanee... (fra questi uomini c'era anche il futuro presidente della Repubblica Ciampi. Che in una recente visita proprio a Sulmona ha così sintetizzato le motivazioni primarie di queste bande non ancora ideologizzate: "fu un impulso istintivo a ribellarci".
Ora dato che erano istintive e non seguivano una razionalità educativa, ognuno seguì la propria coscienza, ma alcuni agirono con i riflessi incondizionati di quell'educazione ricevuta (piuttosto pressante). Non dobbiamo quindi condannare chi scelse un'altra barricata dove combattere. Fino a poche ore prima gli oppositori al regime erano traditori, banditi, antifascisti: questo era l'imprinting che tanti avevano ricevuto dai loro "maestri". Mica potevano girarsi da soli l'interruttore della propria coscienza.
Inoltre visto che i loro superiori agivano così (sia da una parte che dall'altra) loro cosa potevano fare di più? se non seguirli in quella che in entrambe le due fazioni era una lotta disperata, perchè contrapposte, ma ognuna convinta che i diritti erano dalla sua parte. Perchè recita la convenzione all'Art. 3 (firmata e accettata da tutte le nazioni del mondo nel 1907) che "le bande non riconosciute sono quelle che non hanno una uniforme, non hanno un capo responsabile e non si attengono alle leggi e agli usi di guerra". Art 7: "L'uso dei mezzi bellici è lecito solo fra coloro che hanno la qualità di legittimi belligeranti"; Art.6: "Le persone non considerate legittime belligeranti e che compiono atti di ostilità sono punite secondo la legge penale di guerra". E la legge penale di guerra legalizzava la rappresaglia. Legge firmata ripetiamo da tutte le nazioni del mondo che si badi bene, non erano né fasciste, né naziste, né comuniste: erano le democratiche, parlamentari, monarchiche, aristocratiche e perbeniste nazioni del 1907!
(Una curiosità, pur essendo negli eserciti la rappresaglia in uso fin dall'antichità, venne istituzionalizzata da un giurista italiano, Bartolo da Sassoferrato, nel 1354, con il suo Tractatum reappraesaliurum (Corriere di Roma del 15 luglio 1996, articolo di William Maglietto).

 ...Dunque anche la guerriglia partigiana non era nuova. Ai tempi dei Comuni fra città e città la partigianeria era spietata. (famose quella fra Pisani e Senesi, Senesi e Fiorentini, Padovani contro Vicentini (che è ancora nel Dna delle attuali generazioni).
Quella italiane del 1943, sorsero spontanee, contro i soprusi, le prepotenze e le atrocità dei tedeschi (e contro chiunque) che anche loro delle buone ragioni le avevano (oltre come abbiamo visto sopra i "diritti"): erano stati mollati e in un certo senso messi in trappola, e dalla trappola cercarono di salvarsi anche loro come felini feriti con l'istinto della conservazione. Inoltre lo stato di guerra in atto, giuridicamente dava ragione a loro; la rappresaglia delle forze occupanti era legittima (vedi pagine dedicate). L'alleato, senza dichiarargli guerra (l'Italia badogliana lo farà con gran ritardo il 13 ottobre, fra l'altro giuridicamente non valida) gli si era rivoltato contro mentre era sceso a casa sua per aiutarlo, come abbligavano i patti firmati dal Re a suo tempo.

A Lanciano quando arrivarono i tedeschi ci fu una rivolta dell'intera popolazione; scovate le armi da chissà dove, per tre giorni dai tetti, dalle finestre e dai balconi seguitarono a sparare. I tedeschi catturarono un povero giovane, La Barba, lo legarono in piazza a un palo con la testa in giù, per estorcergli i nomi dei capi dei "ribelli". Infastidito del suo ostinato silenzio, un tedesco prima gli cavò gli occhi con la baionetta, poi gliela infilò nella pancia.
La rivolta si accese ancora di più, ma venne poi repressa nel sangue. I primi dodici che capitarono sotto mano li giustiziarono. E molti altri caddero nelle strade, inseguiti e raggiunti dalle sventagliate delle mitragliatrici. Lanciano, per questa drammatica insurrezione, verrà poi decorata con la medaglia d'oro al valor militare.

Fu il primo cruento scontro e la prima rappresaglia dei tedeschi in Italia. Ed era solo l'inizio!
 
I tedeschi non si fermano dopo questa rappresaglia. Al podestà di Teramo -Umberto Adamoli- chiedono cento cittadini da tenere come ostaggi, da fucilare qualora si fossero ripetuti episodi come quello di Bosco Matese (questo lo consente la Convenzione). Il podestà è un fascista, ma non ci sta. Si indigna, si offre perfino lui in cambio. I tedeschi temporeggiano e soprassiedono; ma solo per non farlo diventare un martire con il rischio di sollevare un'altra insurrezione come quella di Bosco.
In tipografia iniziammo così a stampare i manifesti con i bandi. Ogni giorno un paese diverso. Che voleva dire essere condannato a lutti e distruzione.

Le atrocità da questo momento in Abruzzo non si contano più; a Ortona, a Palombaro, a Palena, a Guardagliele, a Sulmona, a Popoli, a Roccaraso, a Bisenti, a Civitella, e in altre contrade. Il 21 novembre la strage di cittadini donne vecchi e bambini a Limmari per aver offerto rifugio ai ribelli.
Al casolare Macerelli  massacrano 15 persone, tra cui cinque bambini. Al casolare De Virgilio 30 fra cui un lattante. Al casolare D'Aloiso 4 fra cui una paralitica di settant'anni. A Capistrello dopo una delazione circondarono, catturarono e uccisero  32 partigiani tra cui 8 prigionieri alleati. Altrettanto a Francavilla, 20. A Bussi 11 "ribelli".
Poi a Chieti, in Piazza Grande (San Giustino) gli fecero solenni funerali, con tanto di benedizione


A Filetto altri 17 uomini. A Onna 16 donne e bambini sono messi dentro un casolare poi fatto saltare con la dinamite. Poi la grande strage a Pietransieri; 128 abitanti del paese che rifiutandosi di dire dov'erano gli uomini furono tutti trucidati: donne, vecchi e bambini. Fu un massacro.

E poi Pescara e Chieti. Qui uno alla volta o in gruppo di due-tre-cinque, dopo le retate e dopo che gente losca era entrata a Palazzo Mezzanotte a fare delazione (per vecchi rancori, antichi odi o più semplicemente per guadagnare denaro). C'erano poi rastrellamenti, gli arresti, gli interrogatori, le sevizia, le urla e poi... sul solito camion e via dietro le mura del cimitero S.Anna per essere crivellati di colpi. E il solito tenentino a dare il colpo di grazia. Sempre lui. Gli piaceva! Poi alla sera, nel cortile,  per quattro ore filate canticchiava la nenia di Lilì Marlen e si prendeva sulle ginocchia quell'unico bambino di 8 anni (che ora sta scrivendo qui ) che si aggirava in mezzo a loro, dai boccoli biondi,  che gli ricordava forse il figlio lasciato in Germania. Erano gentili, ma giuro che quelle mani quando mi passavano sulla testa mi turbavano sempre.

(vedi più avanti le azioni di guerra sul territorio)
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A Milano il comando generale delle formazioni partigiane del nord Italia è affidato a Luigi Longo; Pietro Secchia ne è il commissario politico. Si passa subito dalla iniziale spontaneità delle bande, alla precisione logistica con un organico inizialmente aperto a tutti i "patrioti", cioè senza discriminazione politica. Si guarda più all'azione militare, anche se non viene abbandonata del tutto la subordinazione al partito. DI DIO, il comandante partigiano, conia i motti "Tutto per l'Italia", "Da noi non si fa politica". 
In effetti all'inizio è proprio così. Ma nessuno immaginava una così lunga durata della guerra,  una così lunga "latitanza", "diserzione", "fuga", o il "sacro dovere patrio", "difensori del territorio",  ecc. ecc. ognuno gli dia il nome che più gli aggrada.

Le prime "bande" sono dei "rifugi" di quel patriottismo astratto (di stampo risorgimentale) che piace sia ai partigiani sia ad alcune formazioni fasciste; entrambe si appellano alla Patria piuttosto che al partito. Un  patriottismo astratto che vi ricorrono tutti coloro che si sono sentiti (come se fosse un fenomeno biologico) investiti individualmente dall'onta di quanto accadeva. Ad entrambi non piaceva affatto (qui sta la componente biologica) l'invasione del proprio territorio di chicchessia, nè dai tedeschi (arroganti) nè tanto meno dagli anglo-americani (che bombardavano le città); i primi sappiamo erano alleati delle regolari truppe Regie dell'Italia, e i secondi  da anni e fino al giorno prima venivano rappresentati sempre al popolo italiano come dei famelici lupi capitalistici. E quando bombardavano venivano chiamati "assassini" di povera gente. "Ignobili assassini" quando poi buttavano le "penne esplodenti" che i ragazzini raccoglievano e restavano senza una mano. Che sentimento potevano nutrire ad esempio tutti i parenti delle 1500 vittime nel bombardamento di Roma in agosto? O quelli di Pescara, di Francavilla, di Sulmona,  rase al suolo? O quelli di Gorla a Milano con davanti i 200 angioletti di 6-9 anni volati in cielo? (vedi)

Che fosse piuttosto astratto anche nei partigiani questo patriottismo non ci sono dubbi ma quando scoppieranno i primi litigi, le cose cambieranno; la tanto declamata coscienza nazionale divenne poi un colabrodo,  con i vari buchi delle ideologie filosovietiche (filotitine), filo americane, filoindipendiste (Sicilia) - o con le ostilità dei vari partiti nuovi che andranno a formarsi, con quelli vecchi e stravecchi che mirano a consolidarsi, spesso con titolari che dopo lunghi esili all'estero si accingevano a tornare, e pur non vantando nessun merito, non solo volevano comandare ma svalutavano l'opera di quelli che ( in quegli anni ) avevano duramente lottato.

Nell'azione della Resistenza, dopo un breve periodo iniziale  apolitico vi erano confluiti gruppi di differenti ispirazioni che abbiamo ricordato sopra, anche se il pensiero dominante era comune a ogni uomo che ne faceva parte. Ed era quello di  combattere l'esercito invasore (tedesco) e i fascisti filo-tedeschi; ma lo stesso dicasi per i fascisti (
cresciuti nel culto della Patria e del Giuramento al Re)  che ai loro occhi gli invasori erano gli Alleati, quelli che bombardavano terrorizzando le città e i paesi.
Occorreva forse una ideologia per condannare
lo scempio di Gorla? Quei bambini oltre che italiani erano innocenti.

Tutti gli italiani erano da tre anni che eseguivano i ciechi ordini di un Governo, di un Re, di un capo di  uno Stato Sovrano, non potevano certo loro cambiare in poche ore gli insegnamenti ricevuti in venti anni, tanto meno cambiarli con quel comunicato di Badoglio e del Re così ambiguo e oscuro  (ma anche falso, perchè mentre il disco ogni quarto d'ora ripeteva quel comunicato i primi a scappare furono proprio loro).

Quindi  entrambi i due gruppi antagonisti proseguono la lotta a oltranza con quell'azione primaria che poi è quella di impegnarsi secondo la propria coscienza; beninteso a quella che è ancora rimasta a qualcuno. I partigiani ovviamente per contrastare la ritirata dei tedeschi agiscono con atti risoluti andando anche allo scontro diretto con dei commando e con la guerriglia. Il 19 SETTEMBRE i tedeschi incendieranno Boves, in provincia di Cuneo, trucidando per rappresaglia 32 civili. Con quest’episodio ha inizio la cruenta lotta partigiana anche nell'Italia del nord.
 
Queste azioni inizialmente furono concepite e coordinate da gruppi compositi,  ma subito dopo, all'interno di alcuni gruppi, sorsero numerose contrapposizioni di carattere ideologico, dove ognuno, fin da ora, a fine conflitto pensa già di varare il suo progetto politico, chi di stampo rivoluzionario e chi più moderato, quello riformistico (la stessa cosa era accaduta dopo la fine della Grande guerra).
 Iniziano così vari  scontri dialettici (poi anche fisici, infine anche bellicisti)  in cui  i programmi di come condurre l'azione di rinnovamento nel dopo conflitto divergono moltissimo: in tante strade quante sono le ideologie, che vengono fuori giorno dopo giorno (in quasi due anni). I comandanti improvvisati, venivano continuamente esautorati perchè dall'estero piombavano in Italia i fuoriusciti a prendere loro le redini dei vari movimenti. E alcuni di loro non è che avevano le idee chiare. Erano rimasti al 1919-21. Nelle stesse sinistre si formarono sei correnti. Con la fazione marxista che aveva in mira gli scopi che più direttamente la riguardavano per una propria affermazione politica nel dopoguerra.

Due erano fondamentalmente le correnti di pensiero in contrapposizione: il CLN - (frangia GAP, predominante la sinistra) "attribuire ai Comitati di liberazione nazionale un effettivo ruolo di governo e solo dopo estendere la partecipazione ai partiti". Gli Azionisti e la futura DC, invece affermavano "I Comitati di liberazione sono una esigenza contingente legata a necessita' e soddisfatta questa si deve aprire il "il libero e opposto gioco dei partiti".
La guerra non è ancora vinta, ma tutti fanno progetti. E ognuno si mette a fare i propri. Anche -come vedremo- scannandosi fra di loro.

Non era stato previsto questo periodo che diventasse così lungo, e proprio questo permette ad ogni corrente politica (spesso persino all'interno del proprio colore politico) di preparare ed elaborare sempre di più nei dettagli il proprio "personale" programma, spesso in contrasto con gli altri. Alcuni lo vogliono rivoluzionario (quelli rimasti al 1919), altri ritengono che una volta esaurita l'azione militare ci si debba scontrare sul piano elettorale. Nasceranno insomma molte incomprensioni che assumeranno anche nel tardo dopoguerra toni forti con durissimi attacchi verbali, e nel 1948 torneranno in superficie quasi sfiorando un altro dramma; quasi un'altra guerra civile, non per un pericolo nazionale proveniente dall'esterno, ma a nome di due ideologie (questa volta all'interno del Paese) che non volevano trovare nessun punto d'incontro (perfino dentro gli stessi schieramenti, come quello di sinistra); ognuna con inamovibili pregiudiziali (vedi i socialisti di Saragat).

Ma proseguiamo con i fatti di settembre.

IL 12 SETTEMBRE un blitz dei paracadutisti tedeschi liberano Mussolini prigioniero a Campo Imperatore sul Gran Sasso; il giorno 13 è condotto in Germania. Da Monaco raggiunge Rastenburg, la Wolfsschanz, la “Tana del lupo” al cospetto del suo liberatore Hitler. Testimonia il figlio del duce Vittorio Mussolini: “Entrambi, profondamente commossi, si strinsero a lungo la mano”. Pochi giorni dopo, il 18 settembre, Mussolini indirizzando un messaggio agli italiani conferma l'intenzione di continuare la guerra al suo fianco.
Ridotto a un fantoccio nelle mani di Hitler, Mussolini proclama la “Repubblica Sociale Italiana” formando un nuovo governo fascista la cui autorità si estende sul territorio della penisola occupato dai tedeschi. L’italia deve tuttavia cedere in amministrazione diretta alla Germania la città di Trieste, l’Istria e il Trentino-Alto Adige. Da questo momento triestini o trentini, per non finire loro stessi fucilati per disobbedienza, dovrebbero sparare ai confinanti veronesi o veneziani.
 

18 SETTEMBRE - MUSSOLINI DA MONACO


"Camicie Nere, Italiani e Italiane!
Dopo un lungo silenzio, ecco che nuovamente vi giunge la mia voce e sono sicuro che la riconoscerete: è la voce che vi ha chiamato a raccolta nei momenti difficili e che ha celebrato con voi le giornate trionfali della Patria.
Ho tardato qualche giorno prima di indirizzarmi a voi perché, dopo un periodo di isolamento morale, era necessario che riprendessi contatto col mondo. La radio non ammette lunghi discorsi. Senza ricordare per ora i precedenti, vengo al pomeriggio del 25 luglio, nel quale accadde quella che, nella mia già abbastanza avventurosa vita, è la più incredibile delle avventure.
II colloquio che io ebbi col Re a Vílla Savoia durò venti minuti e forse meno. Trovai un uomo col quale ogni ragionamento era impossibile, poiché egli aveva già preso le sue decisioni. Lo scoppio della crisi era imminente.
E' già accaduto, in pace e in guerra, che un ministro sia dimissionario, un comandante silurato, ma è un fatto unico nella storia che un uomo il quale, come colui che vi parla, aveva per ventun' anni servito il Re con assoluta, dico assoluta, lealtà, sia fatto arrestare sulla soglia della casa privata del Re, costretto a salire su una autoambulanza della Croce Rossa, col pretesto di sottrarlo ad un complotto, e condotto ad una velocità pazza, prima in una, poi in altra caserma dei carabinieri.

Ebbi subito l'impressione che la protezione non era in realtà che un fermo. Tale impressione crebbe, quando da Roma fui condotto a Ponza e successivamente mi convinsi, attraverso le peregrinazioni da Ponza alla Maddalena e dalla Maddalena al Gran Sasso, che il piano progettato contemplava la consegna della mia persona al nemico.
Avevo però la netta sensazione, pur essendo completamente isolato dal mondo, che il Fuhrer si preoccupava della mia sorte. Gòring mi mandò un telegramma più che cameratesco, fraterno. Più tardi il Fùhrer mi fece pervenire una edizione veramente monumentale dell'opera di Nietzsche.
La parola "fedeltà" ha un significato profondo, inconfondibile, vorrei dire eterno, nell'anima tedesca, è la parola che nel collettivo e nell'individuale riassume il mondo spirituale germanico. Ero convinto che ne avrei avuto la prova.

Conosciute le condizioni dell'armistizio, non ebbi più un minimo dubbio circa quanto si nascondeva nel testo dell'articolo 12. Del resto, un alto funzionario mi aveva detto: "Voi siete un ostaggio".
Nella notte dall'11 al 12 settembre feci sapere che i nemici non mi avrebbero avuto vivo nelle loro mani. C'era nell'aria limpida attorno all'imponente cima del monte, una specie di aspettazione. Erano le 14 quando vidi atterrare il primo aliante, poi successivamente altri: quindi, squadre di uomini avanzarono verso il rifugio decisi a spezzare qualsiasi resistenza.
Le guardie che mi vegliavano lo capirono e non un colpo partì. Tutto è durato 5 minuti: l'impresa rivelatrice dell'organizzazione e dello spirito di iniziativa e della decisione tedesca rimarrà memorabile nella storia della guerra. Col tempo diverrà leggendaria.
Qui finisce il capitolo che potrebbe essere chiamato il mio dramma personale, ma esso è un ben trascurabile episodio di fronte alla spaventosa tragedia in cui il governo democratico liberale e costituzionale del 25 luglio ha gettato l'intera nazione. Non credevo in un primo tempo che il governo del 25 luglio avesse programmi cosi catastrofici nei confronti del partito, del regime, della nazione stessa. Ma dopo pochi giorni le prime misure indicavano che era in atto l'applicazione di un programma tendente a distruggere l'opera compiuta dal regime durante venti anni ed a cancellare vent'anni di storia gloriosa che aveva dato all'Italia un impero ed un posto che non aveva maí avuto nel mondo.
Oggi, davanti alle rovine, davanti alla guerra che continua noi spettatori sul nostro territorio taluno vorrebbe sottilizzare per cercare formule di compromesso e attenuanti per quanto riguarda le responsabilità e quindi continuare nell'equivoco.

Mentre rivendichiamo in pieno la nostra responsabilità, vogliamo precisare quelle degli altri a cominciare dal Capo dello Stato, essendosi scoperto che, non avendo abdicato, come la maggioranza degli italiani si attendeva, può e deve essere chiamato direttamente in causa.
E' la stessa dinastia che, durante tutto il periodo della guerra, pur avendola il Re dichiarata, è stata l'agente principale del disfattismo e della propaganda antitedesca. II suo disinteresse all'andamento della guerra, le prudenti e non sempre prudenti riserve mentali, si prestarono a tutte le speculazioni del nemico mentre l'erede, che pure aveva voluto assumere il comando delle armate del sud, non è mai comparso sui campi di battaglia.
Sono ora più che mai convinto che casa Savoia ha voluto, preparato, organizzato anche nei minimi dettagli il colpo di stato, complice ed esecutore Badoglio, complici taluni generali imbelli ed imboscati e taluni invigliacchiti elementi del fascismo. Non può esistere alcun dubbio che il Re ha autorizzato, subito dopo la mia cattura, le trattative dell'armistizio, trattative che forse erano già incominciate tra le due dinastie di Roma e di Londra.
E' stato il Re che ha consigliato i suoi complici di ingannare nel modo più miserabile la Germania, smentendo anche dopo la firma che trattative fossero in corso.

E' il complesso dinastico che ha premeditato ed eseguito le demolizioni del regime che pur vent'anni fa l'aveva salvato e creato il potente diversivo interno a base del ritorno dello Statuto del 1848 e della libertà protetta dallo stato d'assedio. Quanto alle condizioni dell'armistizio, che dovevano essere generose, sono tra le più dure che la storia ricordi. II Re non ha fatto obbiezioni di sorta nemmeno, ben inteso, per quanto riguardava la premeditata consegna della mia persona al nemico. E' il Re che ha, con il suo gesto, dettato dalla preoccupazione per l'avvenire della sua Corona, creata per l'Italia una situazione di caos, di vergogna interna, che si riassume nei seguenti termini: in tutti i continenti, dalla estrema Asia all'America, si sa che cosa significhi tener fede ai patti da parte di casa Savoia.
Gli stessi nemici, ora che abbiamo accettata la vergognosa capitolazione, non ci nascondono il loro disprezzo, né potrebbe accadere diversamente. L'Inghilterra, ad esempio, che nessuno pensava di attaccare e specialmente il Fuhrer non pensava di farlo è scesa in campo, secondo le affermazioni di Churchill, per la parola data alla Polonia.
D'ora innanzi può accadere che anche nei rapporti privati ogni italiano sia sospettato. Se tutto ciò portasse conseguenze solo per il gruppo dei responsabili, il male non sarebbe grave; ma non bisogna farsi illusioni: tutto ciò viene scontato dal popolo italiano, dal primo all'ultimo dei suoi cittadini.

Dopo l'onore compromesso, abbiamo perduto, oltre i territori metropolitani occupati e saccheggiati dal nemico, anche, e forse per sempre, tutte le nostre posizioni adriatiche, ioniche, egee e francesi che avevamo conquistato non senza sacrifici di sangue.
II regio Esercito si è quasi dovunque rapidamente sbandato. E niente è più umiliante che essere disarmato da un alleato tradito tra lo scherno della popolazione.
Questa umiliazione deve essere stata soprattutto sanguinosa per quegli ufficiali e soldati che si erano battuti da valorosi accanto ai loro camerati tedeschi su tanti campi di battaglia. Negli stessi cimiteri di Africa e di Russia, dove soldati italiani e tedeschi riposano insieme, dopo l'ultimo combattimento, deve essere stato sentito il peso di questa ignominia.
La regia Marina, costruita tutta durante il ventennio fascista, si è consegnata al nemico, in quella Malta che costituiva e più ancora costituirà la minaccia permanente contro l'Italia e il caposaldo dell'imperialismo inglese nel Mediterraneo.
Solo l'aviazione ha potuto salvare buona parte del suo materiale, ma anch'essa è praticamente disorganizzata. Queste sono le responsabilità indiscutibili, documentate irrefutabilmente anche nel discorso del Fùhrer, il quale ha narrato, ora per ora, l'inganno teso alla Germania, inganno rafforzato dai micidiali bombardamenti che gli angloamericani, d'accordo col governo di Badoglio, hanno continuato, malgrado la firma dell'armistizio, contro grandi e piccole città dell'Italia centrale.

Date queste condizioni, non è il regime che ha tradito la monarchia, ma è la monarchia che ha tradito il regime, tanto che oggi è decaduta nelle coscienze del popolo ed è semplicemente assurdo supporre che ciò possa compromettere minimamente la compagine unitaria del popolo italiano. Quando una monarchia manca a quelli che sono i suoi compiti, essa perde ogni ragione di vita. Quanto alle tradizioni, ve ne sono più repubblicane che monarchiche: più che dai monarchici, l'unità e l'indipendenza d'Italia fu voluta, contro tutte le monarchie più o meno straniere, dalla corrente repubblicana che ebbe il suo puro e grande apostolo in Giuseppe Mazzini.
Lo Stato che noi vogliamo instaurare sarà nazionale e sociale nel senso più lato della parola: sarà cioè fascista nel senso delle nostre origini. Nell'attesa che il movimento si sviluppi fino a diventare irresistibile, i nostri postulati sono i seguenti:

1) riprendere le armi a fianco della Germania, del Giappone e degli altri alleati: soltanto il sangue può cancellare una pagina cosi obbrobriosa nella storia della Patria;
2) preparare, senza indugio, la riorganizzazione delle nostre Forze Armate attorno alle formazioni della Milizia; solo chi è animato da una fede e combatte per una idea non misura l'entità del sacrificio;
3) eliminare i traditori e in particolar modo quelli che fino alle 21,30 del 25 luglio militavano, talora da parecchi anni, nelle file del partito e sono passati nelle file del nemico;
4) annientare le plutocrazie parassitarie e fare del lavoro, finalmente, il soggetto dell'economia e la base infrangibile dello Stato.

Camicie Nere fedeli di tutta Italia!
lo vi chiamo nuovamente al lavoro e alle armi.
L'esultanza del nemico per la capitolazione dell'Italia non significa che esso abbia già la vittoria nel pugno, poiché i due grandi imperi Germania e Giappone non capitoleranno mai.
Voi, squadristi, ricostituite i vostri battaglioni che hanno compiuto eroiche gesta.
Voi, giovani fascisti, inquadratevi nelle divisioni che debbono rinnovare, sul suolo della Patria, la gloriosa impresa di Bir el Cobi.
Voi, aviatori, tornate accanto ai vostri camerati tedeschi ai vostri posti di pilotaggio, per rendere vana e dura l'azione nemica sulle nostre città.
Voi, donne fasciste, riprendete la vostra opera di assistenza morale e materiale, cosi necessaria al popolo. Contadini, operai e piccoli impiegati, lo Stato che uscirà dall'immane travaglio sarà il vostro e come tale lo difenderete contro chiunque sogni ritorni impossibili. La nostra volontà, il nostro coraggio e la vostra fede ridaranno all'Italia il suo volto, il suo avvenire, le sue possibilità di vita e il suo posto nel mondo. Più che una speranza, questa deve essere, per voi tutti, una suprema certezza.
Viva l'Italia! Viva il Partito Fascista Repubblicano!


(Benito Mussolini - Monaco - 18 Settembre 1943)


Nel frattempo, il 16 settembre, pattuglie della 5a armata americana e dell’8a britannica si ricongiungono nei pressi di Vallo della Lucania. Il gen. tedesco Kesselring, comandante del Gruppo di armate Sud, inizia una cauta ritirata verso nord.
Il 21 settembre Il gen. Alexander traccia il piano per le operazioni in Italia. 1) Consolidamento delle posizioni sulla linea Salerno-Bari - 2) Conquista di Napoli e Foggia - 3) Conquista di Roma - 4) Eventuale successivo attacco contro Firenze e Arezzo.
Il 22 settembre la 5a armata USA del gen Clark riceve l’ordine di marciare su Napoli. Il 26 settembre tenta di penetrare nella pianura di Napoli. Mentre pattuglie della 8a armata del gen. Montgomery nel settore est conquistano Canosa, il 27 settembre entreranno a Foggia occupando il suo aeroporto, fondamentale obiettivo delle forze alleate, e proseguono per Termoli dove entreranno il 2 ottobre dopo aspri combattimenti.
(intanto a Napoli negli stessi giorni ...vedi giorno 27 settembre)
 
23 SETTEMBRE - Mussolini dopo aver annunciato il 18 da radio Monaco la costituzione della Repubblica Sociale Italiana di Salò, rientra in Italia. Forma un governo statuale ma che ha pochissima autonomia; é un semplice paravento all'egemonia tedesca fortemente presente ora in Italia settentrionale. Ma nonostante questo ha il suo peso. Perchè Mussolini ha sempre il suo carisma. 
E per quanto limitato come potere effettivo, non fu un Governo inutile. Se non altro "è riuscito a impedire che tutta l'Italia del Nord -allo sbando- (comprese le industrie) cadesse totalmente nelle mani dei tedeschi". A dargli questo riconoscimento sarà (per la prima volta realistico) proprio Vittorio Emanuele III; è infatti suo il corsivo.
Del resto è inimmaginabile se non impossibile che il Nord se si fosse schierato contro i tedeschi fin dall'8 settembre, ne sarebbe uscito vincente. La pianura Padana, non era gli Appennini, e le forze tedesche presenti erano imponenti. Capaci di annientare in pochi giorni ogni resistenza, che nei primi mesi era piuttosto improvvisata, per nulla organizzata e quasi insignificante.



SI FORMA LA REPUBBLICA SOCIALE - continua > >

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