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CRONOLOGIA

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ANNO 1943 (10)

NASCE LA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA
(per la nascita dell'esercito di Salò - vedi pagine dedicata > > )
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TERMINA IL SOGNO INDIPENDENTISTICO IN SICILIA
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27 SETTEMBRE  - Mussolini dopo aver annunciato il 18 settembre da radio Monaco la costituzione del nuovo partito, rientrato in Italia riunisce per la prima volta il governo dello “Stato Repubblicano d’Italia”. Era infatti questo il nome originario del regime di Salò, cui seguirono il nome di “Stato Fascista Repubblicano”, “Stato Nazionale Repubblicano” e, dal 25 novembre 1943, “Repubblica Sociale Italiana”, adottato per sottolineare il carattere "socialisteggiante" del nuovo Stato e il suo legame con le parole d’ordine del fascismo delle origini. Un programma che allarmò molto i comunisti, che non volevano certo concorrenti dentro le masse dei lavoratori. E se prima i fascisti erano già malvisti, da quel momento diventò la "bestia nera", da spazzare via; dal 1° ottobre la parola d'ordine fu una sola: "a morte ai fascisti".



Una delle prime Brigate d'assalto ("Garibaldi") costituiscono a fine ottobre-inizio novembre, il primo comando a Milano. Le "brigate" sono formazioni di una cinquantina di uomini, con un comandante militare e un commissario politico, organizzate dal PCI.
Si costituiscono pure i GAP (Gruppi d'Azione patriottica). Piccole formazioni di tre o quattro elementi. pure queste organizzate in prevalenza dal PCI. Compito principale: azioni di guerriglia e sabotaggi contro i tedeschi. Ma soprattutto dare la caccia ai fascisti, eliminarli fisicamente.

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La scelta dei ministri nella RSI era stata fatta sotto la supervisione dell’ambasciatore tedesco Rahn. Pavolini e Buffarini Guidi rientrati in Italia dalla Germania alcuni giorni prima di Mussolini provvidero alla riorganizzazione del partito e alla formazione del governo. Oltre agli stessi Pavolini e Buffarini, rispettivamente segretario del partito e ministro dell’interno, gli uomini più influenti del gruppo dirigente repubblicano erano il maresciallo Rodolfo Graziani, ministro della Difesa, Fernando Mezzasoma, ministro della Cultura popolare, e Domenico Pellegrini Giampietro, ministro delle Finanze. Altri ministri furono l’ex presidente del Tribunale Speciale, Antonio Tringali Casanova (Giustizia), che morì a novembre e fu sostituito dall’avvocato Piero Pisenti; Carlo Alberto Biggini (Educazione nazionale); Silvio Gai (Economia corporativa), sostituito nel gennaio 1944 da Angelo Tarchi; Edoardo Moroni (Agricoltura); Augusto Liverani (Comunicazioni). Sottosegretario e poi ministro alla presidenza fu nominato Francesco Maria Barracu.
Il ministero degli Esteri fu assunto personalmente da Mussolini, che nominò sottosegretario Serafino Mazzoleni, un fascista di provenienza nazionalista entrato in diplomazia nel 1928.
Filippo Anfuso fu nominato ambasciatore a Berlino, dove fu trasferito, dopo essere stato richiamato dalla sede di Budapest.

Quanto al Maresciallo Graziani che si assunse il difficile compito di Ministro della difesa, non solo non era lui stesso disposto ad assumere quella carica, ma esistevano ancora degli attriti con Mussolini. Prima del 25 luglio, tra i due era sembrata impossibile una riconciliazione. Alcuni si ricordavano che Mussolini per gli errori che il Maresciallo aveva commessi in Africa, si sarebbe dovuto fucilarlo, e c'era anche chi ricordava le violenti ingiuri che Graziani indirizzava al Duce, facendolo responsabile di quanto gli era accaduto (ricordando le ostilità e le umiliazioni riservatigli da Badoglio).
Ma poi venne il 25 luglio, e Graziani fu l'uomo che pur non facendo parte del Gran Consiglio, e quindi del voto pro o contro l'O.d.G. di Grandi, il mattino di quel drammatico giorno per il Capo del Fascismo, (temendo quello che sarebbe accaduto il pomeriggio) con un atto di devozione, per mezzo del suo segretario dott. Bocca, si mise a disposizione di Mussolini. Che però dopo poche ore andava incontro al suo destino
Poi nei 45 giorni, Graziani aveva cambiato parere, anzi più volte aveva espresso soddisfazione per la fine di Mussolini e fedeltà al Re ( non si era ancora all'8 settembre).
Nel ricostituire il governo, non solo pensarono a lui Barracuda e Mezzasoma, ma anche Rahn (forse su suggerimento di Hitler) che accanto a Mussolini voleva un uomo di alta statura, molto popolare, energico.
Mohlhausen (in La carta perdente, pag 101), afferma che a Rahn, appariva necessario un governo forte e rispettato "per porre un freno alla dilagante illegalità delle truppe tedesche, che, inferocite in seguito agli avvenimenti e dalla dura propaganda antinazista (i giornali che invitavano a cacciare i tedeschi dall'Italia, e già c'erano i primi atti di sabotaggio - Ndr), minacciavano sfuggire al controllo dei capi e mettere l'Italia a sacco".

I due gerarchi presero contatti con Graziani, che rispose con un rifiuto. Ma i due non si scoraggiarono, armeggiarono e riuscirono a portare Graziani all'ambasciata tedesca (Graziani, Ho difeso la Patria, pag. 376 e seg.). Anche davanti a Rahn - che non era un maniacale nazista ma un serio diplomatico- Graziani rifiutò l'incarico; ma quello gli dipinse a tinte fosche la situazione, che anche lui faceva fatica a dominare i germanici, che il furore scatenatosi sarebbe cresciuto di intensità, e che l'Italia sarebbe diventata ben presto paese di preda bellica, come la Polonia. Cercò di convincerlo che era "nel supremo interesse dell'Italia accettare, e che mancavano poche ore per dare il comunicato del costituito nuovo governo di Mussolini.
Graziani a quel punto accettò, "desideroso di combattere per riscattare la vergogna della resa e del tradimento (lo scrive nel suo libro, che però è una narrazione autoapologetica).
Forse è più verosimile che accettò per l'odio, da cui era animato contro Badoglio. Infatti, quando andò a Roma il 25 settembre a fare il suo discorso per chiamare gli italiani alle armi, si scagliò con veemenza inaudita contro Badoglio. In un crescendo di invettive gli imputò tutte le colpe, tutti gli errori, tutti gli inganni, l'accusa di "tradimento", di "aver disonorato davanti al mondo il nome dell'Italia, e trascinato alla rovina il Paese. Se un armistizio bisognava concluderlo, bisognava procurarlo secondo le leggi internazionali, d'accordo con gli alleati, denunziando lealmente ad essi la nostra impossibilità di continuare la lotta, e tutto il mondo ci avrebbe compresi. Badoglio -disse- non progettava un armistizio, lui voleva all'ultimo momento salire sul carro del vincitore, per poi passare alla Storia che lui aveva sconfitto i tedeschi. I nostri soldati ancora combattevano sanguinavano e morivano a fianco dei commilitoni alleati tedeschi, e già lui aveva deciso e firmato che i nostri soldati ad un dato momento avrebbero dovuto attaccare con frode gli stessi commilitoni"

Questo discorso di Graziani, fatto al Teatro Adriano e trasmesso da Radio Roma vale la pena di riportarlo integralmente. E' di parte, ma è pur sempre una pagina di storia nel periodo più tragico della storia d'Italia. Nel ripercorrere tutti i fatti, dal 25 luglio in poi, Graziani pronunciò una solenne accusa, contro Badoglio, contro il Re, contro tutti i traditori (*)

QUESTO DISCORSO PER LA SUA LUNGHEZZA E' LINKABILE
IN CRONOLOGIA (DOC. 113)

SEGUI' POI IL 28 SETTEMBRE, LA DICHIARAZIONE DI MUSSOLINI ALLA PRIMA RIUNIONE DEI MINISTRI (Alla Rocca delle Caminate)
CRONOLOGIA (DOC. 114)

(*) Quello di Graziani fu pronunciato il giorno dopo che il Re aveva diffuso un appello contro "l'illegittimo governo di un passato regime, fomentatrice di guerra".
Dentro l'appello, non proprio regale, il Re metteva espressioni contrarie alle verità, storciture e come se lui innocente era sceso da un altro pianeta; espressioni che riempivano l'animo di molti italiani di profonda tristezza. Appello riportato nel
CRONOLOGIA (DOC.119).

Il governo del Re, del Sud, non era sovrano né di diritto né di fatto, non era legittimo, anzi non era nemmeno un governo (il Re nella fuga trascinato via dai paurosi generali aveva lasciati i ministri -esclusi tre- tutti a Roma, né in qualche modo li aveva richiamati). Non lo era né di diritto né di fatto, perchè legato a tutte le servitù dell'armistizio e soggetto a un vero supergoverno della Commissione Alleata. Non contava insomma nulla. Inoltre sia lui che Badoglio, sapevano che l'Italia seguitava a rimanere una nazione nemica, alla mercè dell'ex nemico.
Semmai era più libero il Governo mussoliniano, che fece -pur sorvegliato dai tedeschi- non poche cose contro la volontà dei tedeschi, mentre quello badogliano non fece mai nulla contro la volontà degli anglo-americani.
E' lo stesso Badoglio a confessarlo "io e il mio governo siamo davvero ridotti ad essere semplici strumenti ed esecutori delle decisioni alleate". (Doc, - Augenti- Mastino Del Rio- Carnelutti, Il dramma di Graziani, pp.63-64)

"Inoltre non era legittimo, essendo emerso da un colpo di stato rivoluzionario di un piccolo gruppo, non convalidato poi da nessun voto popolare o parlamentare. Anzi, Corona e Gabinetto avevano riassunto a Brindisi tutti i poteri ignorando il solenne Statuto Albertino. E lo volevano esercitare pure questo potere, pur non essendo consentito dalle antiche norme dello stesso Statuto. Avrebbero fatto meglio a dire che il governo di Brindisi era rivoluzionario, se veramente Badoglio e il Re volevano rompere con in passato. (Bibliog. Balladore Pallieri, La nuova costituzione italiana, p.5).

Infine quel proclama del re conteneva tante falsità.

A parte i rancori, e certe rivalse, forse Graziani nell'accettare l'incarico, fu convinto dai cupi argomenti di Rahn; argomenti che erano all'incirca quelli usati (e sempre minacciati) da Hitler per piegare Mussolini.
Comunque la formazione di questo governo "repubblichino", non fu gradito nè a Hitler, nè a KESSELRING , nè a Wolf, anche se le ragioni espresse da Rahn erano piuttosto realistiche. I soldati tedeschi - e con loro molti ufficiali- con tanta rabbia in corpo, erano decisi a mettere a sacco l'Italia settentrionale. E di questo se ne era reso conto anche Mussolini.
Paradossalmente a riconoscere la validità della nascita della RSI, fu più tardi lo stesso Vittorio Emanuele III: "Altrimenti l'Italia del nord sarebbe caduta in mano in breve tempo alle orde tedesche"

Tuttavia, Graziani nel prendere questa decisione, come militare del Regio Esercito (che nessuno aveva sciolto, e sarebbe bastato al Re prima della fuga, un decreto per smembrarlo e probire su tutto il regno ogni servizio militare, come aveva fatto Luigi XVIII prima di abbandonare le Tuileres davanti a Napoleone) aveva espresso a Rahn il problema del giuramento, segno evidente che ne era turbato. Tuttavia si decise, anche perché il suo passaggio alla parte repubblicana, se egli la stimava rivendicatrice dell'onore nazionale, equivaleva all'azione degli uomini politici di tutti i partiti, al Nord come al Sud, che allora abbandonavano e rinnegavano il Re, rifiutando di collaborare con lui, tra i quali vi erano alcuni che fino a pochi giorni prima avevano sfoggiato il Collare dell'Annunziata e si pavoneggiavano di essere "cugini del Re".
Anche nel referendum molti militari senza essere sciolti dal giuramento da Re medesimo, diventarono tutti spergiuri. Ma non per questo all'indomani furono accusati di "tradimento".
(su questa questione, emblematica, la pagina di un generale, che abbiamo già menzionata)
"PERCHE' SI PUO' ESSERE SPERGIURI, E DECIDERE CON CHI SCHIERARSI"
CRONOLOGIA (DOC.112)

Lo abbiamo già scritto: con la sua decisione Graziani assumeva una posizione moralmente simile a quella di De Gaulle, cioè del generale ribellatosi alla sconfitta accettata dai governanti.
"Si era in tempi rivoluzionari: se qualcuno, in mezzo alla bufera che squassava non solo le istituzioni, ma tutte le strutture della vita nazionale, manteneva il suo giuramento, compiva atto nobilissimo, però nessuno aveva più il diritto di imporre quella fedeltà, poichè, mentre le impalcature crollavano, la facciata si mutava, i vincoli di ogni sorta si spezzavano, i concetti poilitici si pervertivano e le parole politiche, perdevano il loro potere di magia e di seduzione, ognuno era rimesso alla propria coscienza.
E se Graziani nello schierarsi contro il Re lo si poteva dichiarare spergiuro e traditore, non è che gli altri dall'altra parte della barricata erano in una posizione migliore"
. (A. Tamaro, op. cit.)

Graziani non era mai stato un santo, nè lo fu nel periodo repubblichino, tuttavia nel Governo come militare si comportò da vero militare. Il guaio è che dentro quel Governo la parte politica era tarata dalla presenza di personaggi legati da obblighi e da corrotto servilismo agli arroganti e infuriati tedeschi e che misero presto a loro disposizione il campo principalissimo della politica interna (Il trio più disastroso, quello di Buffarini (interni), Pavolini (segretario del Partito), Ricci (capo della Milizia).

(SULLA COSTITUZIONE DI QUESTO ESERCITO VEDI PAGINA DEDICATA)

Quando poi Graziani andò a Roma pochi giorni dopo, non è che trovò persone migliori. Perfino i tedeschi avevano avversione per certi fascisti; il capo di stato maggiore generale Stahel, comandante di Roma, mostrava di aver perduto ogni stima nei fascisti e fu lapidario: "sono tigri assetate di vendetta e di danaro".
In effetti certi brutti ceffi che stavano ricostituendo il fascio di Roma davano questa cattiva impressione. L'astio dei tedeschi -per il voltafaccia- poteva essere anche giustificato militarmente, ma quello dei fascisti romani era invece livore alimentato da irrazionale rancore, odio, vendetta.

 Comunque a comandare militarmente quasi tutto il Nord Italia, é RAHN, nominato plenipotenziario del Reich, insieme al comandante delle SS KARL WOLFF. Il successo di questo nuovo e immediato ricompattamento italo-tedesco fu dovuto per le ragioni sopra esposte e per il caos che l'Italia stava vivendo in quei giorni, dove il potere non sembrò solo vacante ma si era subito dimostrato ambiguo, e stava trascinando l'Italia in una guerra civile. E non solo nel Nord (vedi nel Sud e in modo particolare in Sicilia). Il nuovo Governo del Sud fu oggetto di molte contestazioni sia nei riguardi del Re e dello stesso arrogante Badoglio, che contro gli avversari agì con la dura repressione, carceri e condanne, pur avendo pochissimi poteri. E spesso le repressioni furono immotivate e del tutto arbitrarie. Sconcertavano perfino i nuovi alleati per lo spropositato rancore che alcuni gruppi avevano nei confronti degli altri, pur parlando tutti di democrazia.

Se questa riaggregazione dentro la RSI -soprattutto nel Nord- che avvenne nelle file del vecchio regime per combattere i ribelli, era abbastanza atipica, non altrettanto chiara fu l'aggregazione dei cosiddetti partiti antifascisti. Qui entrarono in azione i GAP, le Brigate d'Assalto Garibaldi organizzati dal PCI a Milano, per azioni di guerriglia all'interno delle città e dei paesi del Nord per contrastare con ogni mezzo l'occupazione o accelerare  la prevista ritirata dei tedeschi; ci furono atti di audacia, sprezzo del pericolo, ma anche  tragiche ritorsioni da entrambi le parti. Dopo alcuni fulminei attacchi, gli uni e gli altri reagivano con reazioni violente, con le vendette; i primi spinti dall'istinto agivano illegalmente, gli altri, tedeschi e repubblichini, agivano invece col diritto, era infame, ma era diritto, perché i partigiani non erano un esercito regolare.

La Magistratura, giudicando in base alle norme del diritto internazionale, ha poi affermato che:
"...i combattenti della Repubblica sociale italiana avevano le qualità di belligeranti, e contestualmente ha negato che siffatta qualifica spettasse ai membri delle formazioni partigiane"
(Tribunale Supremo Militare di Roma, sentenza 26 aprile 1954, cit. motivazione, pp.861-863)

Ma iniziò ugualmente l'escalation. Questo perché in entrambi i due schieramenti nessuno voleva farsi trucidare i propri uomini (che erano entrambi italiani!) Anche se giuridicamente la rappresaglia degli occupanti - affiancati dei repubblichini, era contemplata dalle varie convenzioni per chi commetteva atti di sabotaggio o attacchi omicidi contro le truppe d'occupazione.

Mussolini era piuttosto preoccupato. Fin dal rientro alla Rocca delle Caminate, le ingerenze illecite dei comandi militari tedeschi erano numerose. Con la scusa di proteggerlo, lo opprimevano; S.S. alla porta della Rocca; S.S. in giardino; S.S. al centralino telefonico. Davano ordini ai militari italiani, ai funzionari delle istituzioni, alla Polizia, ai vari enti. Toglievano insomma alle autorità civili e militari, l'autonomia necessaria .
A quel punto Mussolini non voleva essere il loro fantoccio; e quando iniziò una serie di trasformazioni nel campo della politica interna, e le ingerenze illecite si fecero più numerose, screditando lui e il suo governo, scrisse una lettera a Hitler.

L'abbiamo rintracciata questa "nervosissima" lettera di Mussolini, addirittura autografa. Le 8 pagine digitalizzate - per la eccessiva dimensione in kb- le riportiamo solo
NEL CD DI CRONOLOGIA (DOC. 125)

E' una lettera angosciata, molto simile a quelle del suo collega del Sud, Badoglio, che mandava ai vincitori, elemosinando, facendo finta di non ricordarsi cosa aveva firmato.
Ed anche se entrambi erano impegnati a ricomporre l'unità dell'azione, che differenza di stile, di dignità, di passione.
Deciso a ripristinare la situazione conforme all'alleanza, il 4 ottobre, Mussolini scriveva questa lettera a Hitler; consegnata poi il 10 ottobre a Graziani, in partenza per la Germania, affinchè gliela recapitasse a mano.


La risposta non si conosce; ma di solito a questo tipo di lettere di Mussolini, Hitler rispondeva.
Sappiamo però che subito dopo, Rommel lasciò l'Italia, e il comando delle truppe tedesche in Italia fu unificato nelle mani dell'ambasciatore Rahn, nominato "Plenipotenziario del Reich". Diplomatico di carriera, di grande capacità, prudente- non era un fanatico hitleriano come viene descritto dagli antifascisti. Anche lo stesso Rahn era entrato spesso in contrasto con le autorità militari tedesche, che dopo il caos dell'8 settembre, si arrogavano il diritto di spadroneggiare in un modo selvaggio; i superiori e non di meno la truppa (anche se le stesse cose accadevano a Bari, dove "un caporale inglese, dava ordini ai colonnelli italiani" (Badoglio).

Assunto il comando, Rahn riuscirà a sgombrare questi contrasti e accontentare spesso i desideri che Mussolini esprimeva nella sua lettera a Hitler. Ai suoi dipendenti ripeteva spesso che era dannoso alla condotta della guerra in Italia, assumere certi comportamenti e che le angherie e le irrazionali distruzioni non favorivano la collaborazione dei cittadini italiani. Fra l'altro fu uno degli oppositori a certe tendenza sorte nel Reich, che volevano trasferire mezzi di produzione e forze lavoratrici in Germania.

Tuttavia, Rahn non riuscirà a fermare lo zelante generale Wolff, comandante delle S.S. (e per ordine di Hitler guardiano di Mussolini), né a eliminare certe arbitrii del generale Toussaint, capo dell'amministrazione militare e tanti altri ufficiali superiori e spesso anche inferiori, di fare il comodo loro, rendendosi così responsabili di gravi malesseri e continui incidenti.
Questo perchè gli ordini esecutivi diramati a questi ufficiali, provenivano da capi nazisti, che a Berlino, erano divisi da insanabili dissidi (Himmler, Ribbentrop, Gobbels e altri).
(Ricordiamo qui, che Rahn nell'aprile del '45, fu il promotore delle trattative che portarono alla resa delle truppe tedesche in Italia, siglata a Caserta il 29 aprile 1945. A Norimberga, comparve come testimone. Gli altri finirono con il cappio al collo, lui se la cavò con qualche mese di prigione, poi tranquillo tornò alla vita privata a scrivere libri sulla guerra).

Ma gli stessi dissidi esistevano pure in Italia, con alcuni fascisti filo-tedeschi, pronti con la faziosità ad assecondare l'ala più intransigente germanica, e perfino a complottare contro Mussolini; o ad emettere comunicati, bandi, proclami, e dare disposizioni vergognose, come le requisizioni o le rappresaglie. Oppure facevano discorsi, inopportuni, fuori della realtà, come Pavolini : "...noi diciamo agli italiani: volgete lo sguardo a ricordare come nella rivoluzione dell'ottobre 1922 uscì una Italia che costituisce appunto la nostra indeclinabile fierezza, una Italia, grande, prospera, rispettata".
Chi ascoltava, volgendo lo sguardo attorno, vedeva fame, miseria, sofferenze, borsa nera, un nuovo alleato forte e propotente, tante rovine, e allo sfascio tutto ciò che s'era costruito. Del passato la gente non voleva nemmeno più sentirne parlare. E, guardando quegli uomini colmi di livore, che volevano far rinascere gli entusiasmi, non poteva dimenticare che erano tutti tarati, tutti invischiati in responsabilità personali.

Parlavano questi di riscattare l'onore, parlavano di sacrifici, proprio quelli che avevano sulle spalle un fallimento, incapaci di fare nessun sacrificio per difendere il loro Capo il 25 luglio, e le loro idee pochi giorni dopo allo scioglimento del Partito Fascista: infatti, molti si misero subito a disposizione di Badoglio, altri fuggirono in Germania.

Non è che mancasse gente di coraggio -nel criticarli -; perfino dentro lo stesso nuovo fascismo. Pistoni, su "Il Fascio" del 18 dicembre 1943, così definiva il vecchio fascismo: "....quel sistema di governo che non governava, mentre il potere era esercitato da camorre manifeste o segrete, con o senza aquile in testa, ma sempre con un grosso conto corrente in banca...quel sistema di governo a grosso ingranaggio burocratico, ove più nessuno aveva il senso di una responnsabilità personale, quel sistema di gente che solo mirava ad avere uno stipendio e tradiva, e se ne fregava, e organizzava la disorganizzazione nei servizi e nelle coscienze e negli animi...".

Tuttavia, mirando a un grande movimento di riconciliazione, Eugenio Montesi (uscito dal carcere), pubblicava un manifesto, nel quale, pur reclamando la punizione di tutti i traditori affermava la "necessità di un'assoluta fratellanza fra gli italiani, senza distinzione di partito" e il "dovere di ricordare gli errori per ripararli, non per ricriminare o maledire"..."Di fronte a Dio e al Popolo noi tendiamo tutti fraternamente la mano, con cuore puro, giurando che abbiamo dimenticato ogni torto, come pensiamo lo abbiamo dimenticato tutti, perchè la Patria continui a vivere ad di sopra degli egoismi e delle passioni di parte, perché l'olocausto dei Caduti non sia stato vano, per non meritare la maledizione dei patrioti, dei grandi, dei martiri che ci hanno dato l'Italia e di fornte ai quali dovremo rispondere".
Montesi si diede da fare, anche nei fatti, liberando dalle carceri ebrei e antifascisti; poi a Venezia convocò un'adunanza, alla quale parlarono liberamente uomini d'ogni partito, perfino il comunista Giaquinto, discutendo la formazione di un fronte unico nazionale, che se realizzato certamente avrebbe mutato la situazione generale degli italiani settentrionali.

Ecco il loro manifesto.


Aderirono i fasci del Veneto; il federale di Pisa che in una accorata lettera al prefetto scrisse "Da troppo tempo dura la tragedia delle famiglie italiane, perché nuovi dolori e nuove angoscie, oltre a quelli già gravi della Patria, siano loro arrecati".
Stesse idee il federale di Verona. L'Arena, diretta da Castelletti, sostenne la medesima tendenza; gli si affiancò Giorgio Pini tornato al Resto del Carlino. Fascisti e antifascisti di Modena giunsero ad un accordo simile a quello di Venezia. Bruno Bianchi da Savona espresse le stesse idee. Infine Carlo Borsani, a Milano, pur dirigendo "Repubblica fascista", mai nei suoi articoli nominerà il fascismo, ma solo la Patria.
Tutti costoro criticarono l'annunciata costituzione dei Tribunali Speciali (puri strumenti di vendetta) e tutti pensavano che il popolo aveva bisogno di distensione, bisogno di trovare un cemento per unirlo e aiutarlo a risorgere, non incitarlo a vendette, e attendersi negli angoli delle strade per scannarsi.
Perfino il ministro Biggini, con le stesse idee, rimetteva al suo posto Concetto Marchesi (noto antifascista, comunista) come rettore all'Università di Padova. (Mazzolini, Diario, inedito, 30 ottobre 1943)

Purtroppo questo movimento fu combattuto e stroncato da Farinacci (fermo ai suoi metodi del 1925) e da Pavolini che voleva fare piazza pulita di questi "fascisti pensanti". Entrambi volevano ritornare al sistema totalitario, combattivo, intransigente e rivoluzionario in modo spietato (nel puro stile squadristico farinacciano - quello che Mussolini, temendolo, aveva allora epurato ma mai stroncato).

Pavolini insorse pure il 5 ottobre, inviando alle federazioni un'ordine contro i pacificatori.
"In materia di politica interna e di rapporti con gli avversari ed ex avversari, è per lo meno inutile che si continui a fare eco qua e là alle prese di posizioni già verificatisi nel Fascismo di alcune province fin dai primi giorni della ricostruzione" Prese alla lettera quanto aveva detto a caldo Mussolini al primo Consiglio dei Ministri circa le "severe sanzioni per i traditori" e continuava " E' ormai intervenuta la dichiarazione del Duce; essa serve da orientamento per tutti i Fasci Repubblicani, senza bisogno di chiose estensive e di troppo generici appelli all'abbraccio universale".

Mezzasoma (ministro della Cultura Popolare), pure lui fra gli intransigenti, pochi giorni dopo diede disposizioni ai giornali perché non publicassero più appelli alla pacificazione degli animi, definendoli "manifestazioni pietistiche e pusillamini" (Amicuzzi, I 600 giorni di Mussolini. p. 122). Gli estremisti di Milano, Roma, Bologna, Torino, si affiancarono alla line dura dei tre gerarchi, incitando a far giustizia sommaria dei "traditori", gridando "Al muro! Al muro". Che era poi lo slogan che seguitava a gridare e a ripetere ogni giorno radio di Monaco.

Il 22 ottobre 1943, "Fascio" organo del fascismo milanese scriveva: "Chi parla di dimenticare o accenna al pietismo e all'abbraccio universale commette un delitto di lesa Patria e un secondo tradimento verso il Fascismo. Non è questa l'ora della penna, ma della spada. Niente rispetto né tolleranza con gli assassini, niente indulgenza verso gli arricchiti elargitori del premio della cosiddetta libertà. Operando con energia si salveranno le nostre case, le nostre famiglie, il nostro onore e la Patria stessa".

Non si fermarono solo ai giornali, ai proclami, alle disposizioni; tanto livore, sete di vendette e dura intransigenza, venne fuori poi al Congresso di Verona. Non solo verso i "fascisti pensanti" pacifisti, ma anche contro gli avventurieri piombati attorno al Governo, contro Buffarini Guidi (ministro degli Interni), e si gridò perfino di marciare su Villa Feltrinelli a Gargnano, non si risparmiando lo stesso Mussolini a causa della sua relazione con la Petacci.

Erano convinti di costruire così il futuro. Sicuri non della loro energia, delle loro idee, del loro programma, ma sicuri della vittoria della Germania.
La Patria, insomma, se vincevano i tedeschi, l'avrebbe fatta lo straniero, non loro.

Fu il solito Farinacci a creare l'abisso fra il popolo italiano e il fascismo della Repubblica Sociale. Contestando la politica sociale del nuovo fascismo, disse che "se si doveva andare incontro al popolo, anche il popolo doveva andare incontro al fascismo. Che non meritava quanto ora gli si prometteva".

Purtroppo il popolo aveva davanti a sè quello spettacolo, che Mussolini stesso disse poi che Verona "era stata una bolgia vera e propria".
Nulla a che vedere con il suo progetto di un nuovo Stato, che non era disprezzabile; fino al punto che l'ex fronda fascista di sinistra ne era entusiasta. I principi del programma sociale, molto conforme al carattere dei tempi, poteva essere accettato dai fascisti e dagli antifascisti. C'erano postulati contrari al capitalismo, concessioni ampie nel campo sociale, la convocazione e il programma di una Costituente, non si parlava più di corporazioni, il vecchio sindacalismo fascista veniva liquidato. Quel nuovo fascismo sembrava perfino comunismo!!

Il "Popolo Repubblicano" di Pavia del 5 novembre, dimenticando la sua fede antibolscevica scriveva "bolscevicamente": "Noi siamo animati dal proposito di fare gradatamente tabula rasa del capitalismo antiquato e sfruttatore, tabula rasa della borghesia flaccida corrotta...".
Ancora più "bolscevico" esplicito e radicale "Il Fascio" di Milano, del 26 novembre: "Certo è che in ogni caso il sistema capitalistico deve pur sempre venire distrutto dalle fondamenta, essendo la Repubblica Sociale Fascista anche disposta, se costretta dalla carenza di lavoratori, ad applicare lo statismo comunista, ma mai giungere a compromessi col capitalismo...La lotta di classe deve cessare con l'annientamento e l'assorbimento della classe pcapitalistica, e noi fascisti siamo disposti ad andare anche col diavolo per non riaccenderla...".

Quest'aria "bolscevica-fascista" toccò il culmine a dicembre con "La nostra lotta" (comunista) di dicembre , che riportava le frasi di ammirazione per la Russia, del segretario del sindacato fascista, davanti agli scioperanti di Torino, e affermava e assicurava che "anche in Italia la si sarebbe finita coi plutocrati e si sarebbe introdotta la socializzazione".
Ed uscirono anche nello stesso mese due fogli, "Stella Rossa" e "Prometeo", di tendenza comunistoide, ma che si ritennero pubblicati da fascisti di estrema sinistra.

Insomma, come scriveva in quei giorni Ruinas (in Pioggia sulla repubblica, p.81) "La parola socialismo per tanti anni bandita o incatebata alla rupe delle cose proibite, volava da levante a ponente come un'aquila liberata, e con un fascino davvero irresistibile, non spaventava più nessuno".
I lavoratori rimasero a guardare un po' scettici, più che le parole aspettavano i fatti; altri ceti pur con un sentimento di avversione (non ai principi, ma perché credevano poco a questa rivoluzione) prestarono qualche attenzione; inoltre sostengono alcuni cronisti, che la maggioranza degli uomini al nord, democratici, repubblicani e socialisti, si mostrarono favorevoli a una collaborazione. E i veri credenti fascisti? Qualcuno dice che non furono molti.

Pochi o molti, nella "bolgia" veronese, oltre ai vari Buffarini, Pavolini, Farinacci, che eccitavano gli animi dei loro seguaci all'"ora della spada", piombò la notizia dell'uccisione del Federale di Ferrara, Gisellini. L'assemblea insorse gridando "a Ferrara!". Si formò subito una squadra punitiva, per "colpire i mandanti morali" come disse proprio Pavolini. I "giustizieri" piombati a Ferrara nella stessa notte del 15, compiono una serie di violenze, contro antifascisti, ebrei, e comuni cittadini. Catturano 17 persone, con la fama di antifascisti, le assassinaro per rappresaglia, portarono i loro cadaveri dinanzi al monumento dei Caduti fascisti, scrissero sulle lapidi col loro sangue "morte ai traditori" e lì li lasciarono. Non contenti, catturarono numerose persone della borghesia, annunciandone l'uccisione di dieci al giorno, finchè non fosse stato denunciato il nome dell'assassino di Ghisellini.

(NOTA: in seguito si appurerà che è stato ucciso per una vendetta interna da elementi dello stesso partito. Si rivelò quindi falsa e gratuita l'attribuzione agli antifascisti, ai comunisti, agli azionisti)

Il massacro fece orrenda impressione.
La Repubblica Sociale prima di nascere falliva già a Verona. Il Manifesto (che "voleva andare verso il popolo") non riuscì a sgombrare la luce sinistra su un certo tipo di fascismo, risorgente. Perfino Mussolini, irritatissimo, definì l'episodio "un atto stupido e bestiale". "Questo episodio ci dice il punto estremo della situazione nella quale siamo giunti. Ormai in Italia vige la legge della foresta, cioè delle belve. Dobbiamo ringraziare Badoglio che l'ha voluta" (Dolfin)

Il solito ottuso Farinacci non era d'accordo. Due giorni dopo su "Il Regime fascista" del 17 novembre, sostenne che "La rappresaglia di Ferrara avrebbe fatto capire che ogni aggressione consumata a danno dei camerati o dei tedeschi, si sarebbe pagata a carissimo prezzo. E che appena avessero funzionato i plotoni d'esecuzionel la gente visto che si faceva sul serio, sarebbe rientrata nella nomalità".

A quel punto - anche se c'erano già state alcune violenze- si scatenarono a catena gli attentati seguite dalle rappresaglie, e fu una continua e lunga "notte di San Bartolomeo", con le stesse antiche barbarie. Si azzannarono fascisti e antifascisti con inesorabile ferocia. Gli uni era ovvio si difendessero attaccando; gli altri era umano che si difendessero attaccando. Difficile trattenere entrambi.
L'errore gravissimo fu fatto dai loro capi, che non dovevano attizzare con l' "ora della spada" il fratricidio. Nè predicare e poi perfino guidare la guerra civile.

Ma i capi erano anche livello alto, internazionali, e forse era proprio quello che volevano:
che gli italiani si eliminassaro da soli.

Da una parte si cominciò a diventare benemeriti ammazzando un fascista. E dall'altra un eroe ammazzando un ribelle. Ma quest'ultimo partiva svantaggiato: perchè le rappresaglie erano concesse dagli usi internazionali al nemico in territorio occupato, in nessun caso ai cittadini italiani contro cittadini italiani.

Questi entrambi però occorreva resistere; e cosa studiarono i "grandi capi"? Da una parte bisognava accettare il martirologio, e agire in nome della giustizia.

Ogni minimo gruppo degli antifascisti che si vantava di rappresentare il popolo, condannava a morte "per giudizio popolare" questo o quell'altro fascista, spesso soltanto perchè fascista.
Mentre i fascisti condannavano a morte questo o quell'altro ribelle con la legge in mano, "in nome del popolo".

"La prima grande operazione dei G.A.P. per i fatti di Ferrara, fu quella ai primi di dicembre, quando fu assassinato il colonnello Gobbi, capo del distretto militare di Firenze" (Cfr. I Gap, a Firenze, in "Rinascita" ottobre 1945, n.206). Ma anche qui la rappresaglia fu spietata, cinque innocenti che erano in carcere furono giustiziati. Pochi giorni dopo (il 18) a Milano cadeva assassinato Aldo Resega, federale di Milano. La rappresaglia fascista fu: altri 8 prelevati dalle carceri e fucilati.

Gli attentati a catena, iniziarono, le rappresagli pure.
Tutte in nome del popolo italiano.

TORNIAMO ALLA RESISTENZA

 Come abbiamo già visto sopra, alcune terribili pagine della Resistenza sono state scritte nei primi dieci mesi dopo l'8 settembre nel centro Italia, soprattutto negli Abruzzi. Qui le vittime furono moltissime e le rappresaglie ai civili - per aver dato ricovero o appoggi logistici a questi primi partigiani - furono di una crudeltà inaudita. Di piccole Boves e Marzabotto, in Abruzzo ve ne furono molte, purtroppo molti paesi pur avendo subito la stessa ferocia non sono nemmeno ricordati nei libri di storia. Forse perchè la "resistenza" abruzzese, fu spontanea, non aveva ancora colore politico, e quindi non la si poteva  storicamente strumentalizzare con una ideologia a qualcuno comoda. Soprattutto poi nel dopoguerra.

Il podestà di Teramo ne è un esempio: era un fascista, ma davanti a una infame richiesta dei tedeschi poco mancò di finire lui fucilato per difendere degli italiani, che erano italiani e basta, non mise a repentaglio la vita chiedendo prima la tessera.
(in un prossimo aggiornamento li passeremo in rassegna uno per uno questi fatti. La documentazione l'abbiamo tutta; paese per paese, con nomi e cognomi. In entrambe le due barricate).

27 SETTEMBRE - Mentre le truppe anglo-americane (V Armata di Clark) si stanno avvicinando a Napoli (hanno già circondato il Vesuvio) mettendo nello scompiglio i tedeschi, la popolazione di Napoli insorge dopo che gli occupanti hanno iniziato a saccheggiare negozi, a requisire i mezzi pubblici di trasporto, a rastrellare migliaia di cittadini da inviare al lavoro coatto. La scintilla scocca nel pomeriggio quando l’ennesimo saccheggio provoca la reazione dei napoletani.
Si verificò l’episodio che può essere considerato l’inizio delle QUATTRO GIORNATE. Nelle strade si scontrarono violentemente napoletani e tedeschi. I morti furono parecchi, d’ambo le parti.
A questo punto gli insorti nella notte si organizzarono. E dall'alba del 28 fino al 1° ottobre si combatté aspramente nelle strade, piazze, cortili, fondaci e campagne. Stranamente, gli avvenimenti ripercorsero l’itinerario delle precedenti rivolte, da Masaniello alle barricate del 1799 e a quelle del 1848.

Su questi fatti, abbiamo dedicato due link a parte....

e le bellissime pagine di un testimone: lo scrittore ALDO DE GIOIA

LA GUERRA A NAPOLI

in parallelo

LE QUATTRO GIORNATE DI NAPOLI


TORNIAMO IN SICILIA


Nello stesso giorno, il 27 SETTEMBRE - a Brindisi si incontrano i generali alleati Bedell Smith, Mac Millan e Murphy con i delegati italiani Badoglio, Ambrosio, Acquarone per mettere a punto l’incontro che il capo del governo italiano Badoglio avrà con Eisenhower a Malta per la firma dell’“armistizio lungo”.
Fin dal 13 settembre, nelle quattro province che componevano il "Regno del Sud" (Taranto, Lecce, Brindisi e Bari), fu riservato un trattamento diverso da quello delle altre invase, che erano amministrate dall'AMGOT (Allied Military Government Occupied Territories): vennero infatti poste alle dirette dipendenze della Missione Militare Alleata, installatasi proprio a Brindisi, guidata dal generale inglese Frank Mason Mac Farlane e del generale americano Taylor (che già conosciamo; Badoglio l'aveva incontrato a Roma alla vigilia dell'8 settembre).

Come primo biglietto da visita, questa Missione Militare Alleata, fece sloggiare immediatamente dall'Albergo Internazionale lo Stato maggiore italiano e il Re per alloggiarvisi. Non sappiamo se era per avvilire quella specie di governo e quel piccole re fuggiasco, ma resta il fatto che i due generali si presentarono al Re, in camiciola, scollacciati, in pantaloncini corti, e le gambe nude.

Dissero che alla Missione avrebbero partecipato organi italiani, ma ciò non rappresentava ancora un riconoscimento del governo Badoglio, poichè la Missione Militare costituiva un vero e proprio governo, e quello italiano diventava "un puro organo esecutivo, in un certo senso con Badoglio uomo di paglia" (Espinosa, Il Regno del Sud, p. 60), o meglio il servitore che poteva risparmiare molte noie.

Molto diverso era invece l'Amgot creata in Sicilia, con un'amministrazione che aveva instaurato un regime di assurda durezza. E dato che i siciliani (memori di un passato) non ne volevano sapere di andare a finire nuovamente sotto i Sabaudi, lo sviluppo dell'idea separatista stava prendendo idea in tutta l'isola nei vari partiti, rappresentati da numerose personalità eminenti, ma anche da elementi di ogni altro ceto (e come abbiamo già accennato in altre pagine, anche da comunisti e socialisti, poi decisamente sconfessati dalle direzioni nazionali dei rispettivi partiti, non appena queste si costituirono). A tale proposito, ricordiamo che il 18 dicembre 1943 ci fu la visita di Andrei Wischinsky, ministro degli Esteri di Stalin, che era a capo di una missione sovietica sull'Isola e s'incontrò segretamente con Montalbano, capo dei comunisti siciliani. Ma anche durante il pubblico incontro con Tasca, svoltosi a Palzzo Pretorio, Wischinsky
ebbe cura di sottolineare che l'Urss avrebbe favorito il passaggio dell'isola dall'amministrazione dell'Amgot a quella del governo Badoglio e si sarebbe fermamente opposta alla concessione dell'indipendenza alla Sicilia. Una conferma questa, del fatto che i comunisti speravano che il "vento del Nord" di ispirazione partigiana potesse avvolgere tutta l'Italia, comprese Sicilia e Sardegna.

A guadagnarci furono poi i democristiani, costituendo il Fronte unitario siciliano (esponenti di spicco La Loggia, Restivo, Mattarella). Subito appoggiato da Badoglio prima da Bari poi da Salerno, anche se non rientrava della sua sfera territoriale.

Più tardi - forse per consolarsi - lo stesso Montalbano, in un suo scritto del 1950 (Citato in Marcello Cimino, Fine di una nazione, ed Fraccovio, Palermo 1977, pag. 17) affermò che "la Sicilia deve essere riconoscente all'Unione Sovietica se non è stata staccata dal resto dell'Italia per servire alle mire degli imperialisti americani".
In effetti non erano gli americani a sollecitare l'indipendentismo; e poichè le relazioni tra i separatisti e gli inglesi erano intense e amorevoli, si affermò che il governo britannico favorisse il movimento antitaliano. Eden lo negò in modo manifesto ai Comuni.

La verità era che la questione siciliana rientrava in un quadro di complessi equilibri internazionali, e l'isola sarebbe servita come moneta di scambio fra gli interessi occidentali (l'isola sarebbe diventata una zona franca al centro del Mediterraneo - progetto non nuovo da Napoleone in poi) e gli interessi sovietici che non la volevano staccare dalle comunisteggianti regioni d'Italia centrale e settentrionale dove credevano che la rivoluzione era cosa fatta.
Già "i comunisti italiani distribuivano in buona fede le immaginette dell'ex seminarista georgiano, annunciandone esultanti l'imminente "venuta" (ANDREOTTI in "L'URSS vista da vicino").
Insomma che il "baffone" una volta arrivato in Italia avrebbe messo a posto tutto lui, trasformando l'Italia in un'America!

Ma la guerra non era finita, e per i "tre grandi" che stavano spartendosi il mondo intero, la questione siciliana era poca cosa, e fu presto dimenticata. Lasciata in mano alle locali lotte intestine.
Nel 1964 Guglielmo di Càrcaci, che fu presidente della Lega giovanile separatista si espresse nel corso di un'intervista rilasciata al quotidiano palermitano l'Ora: "E' vero che gli alleati subito dopo lo sbarco in Sicilia favorirono lo sviluppo del movimento indipendentista. Ma ad un certo punto, d'improvviso, fu come se non ci conoscessero più".
Addirittura all'inizio girò la voce che in Sicilia gli Usa avrebbero fatto sventolare la stella del 49° Stato.
Anzi girava già il distintivo




E addirittura fu stampata in America una rivista in Italiano per la Sicilia,
con un nome abbastanza singolare "Nuovo Mondo".
Il nuovo "Colombo" (all'incontrario) era Poletti, fu lui a "scoprire" la Sicilia!


Che ci sia stata una per lo meno iniziale simpatia degli anglo-americani verso le posizioni separatiste, ce lo confermano due esponenti comunisti, Franco Grasso e Giuseppe Montalbano, che accusarono il colonnello Poletti di proteggere sfacciatamente il movimento separatista (cfr. Orazio Barrese e Giacinta D'Agostino, in La guerra dei sette anni, ed Rubettino, Messina 1997, pagg. 28 e 29).
Che gli Alleati incoraggiassero i siciliani verso l'indipendenza è un fatto innegabile. Alti ufficiali baciavano fervorosamente la bandiera della Trinacria tra la folla di Palermo.

E concedevano allora agli indipendentisti protezione e larghi mezzi.
Del resto: "Ogni siciliano notava che la Carta Atlantica stabiliva che Gran Bretagna e Stati Uniti non desideravano mutamenti territoriali che non fossero d'accordo i desideri, liberamente espressi, delle popolazioni interessate. Dunque, i mutamenti territoriali erano permessi, previsti, possibili, anzi natutali. Chiederli non era un sacrilego. Ottenerli, un diritto. E ognuno concludeva: dunque con un plebiscito si finiva sotto il controllo degli Alleati". (Cfr. Luca Cosmerio, Quel che si pensa in Sicilia (ed Saes, Catania 1947, pagg. 2 e 3).

Sappiamo però che i principi stabiliti dalla Carta Atlantica erano anche propaganda: si pensi al cinismo con cui gli Alleati lasciarono poi tutta l'Europa orientale nelle mani sovietiche contro la volontà dei popoli interessati (Polacchi, Cechi, Ungheresi, Rumeni, ecc. Ma mettiamoci anche i Siciliani, che pure loro s'ispirarono al principi della Carta Atlantica, e nemmeno prendevano in considerazione di essere venduti a Badoglio, "il peggiore dei loro nemici". Del resto si sentivano protetti dagli anglo-americani che erano sbarcati sull'Isola. I primi fin dall'inizio Ottocento (Guerre Napoleoniche) già puntavano sulle risorse siciliane ed erano andati molto vicini all'indipendenza dell'isola, ma poi alla restaurazione si adeguarono alla geopolitica della coalizione, soprattutto austriaca.
I secondi invece non dispiaceva affatto utilizzare l'isola come una preziosa base strategica nel Mediterraneo.

Ma poi, con Stalin che faceva la voce grossa (temendo un'ingerenza nel vicino Adriatico e quindi nei Balcani) questi appoggi all'indipendentismo, sia gli Inglesi che gli Americani ufficialmente attraverso la stampa e la "Voce dell'America", li smentirono (loro volevano solo tranquillità nelle retrovie del fronte, inoltre volevano dimostrare a Stalin il disinteresse per la Sicilia - c'era ben dell'altro ancora in gioco). Giunsero perfino a far emettere un comunicato dall'Amgot, affermando che "qualsiasi movimento separatista se causava intralci nella collaborazione dell'Italia in guerra, avrebbe approvato qualsiasi provvedimento del governo italiano per stroncarlo; perfino l'arresto e la fucilazione dei sobillatori".
Insomma della questione indipendentista siciliana, se ne lavarono le mani come Pilato,

Passarono pochi settimane, e il 12 febbraio 1944, il generale Alexander, acconsentiva a trasferire la Sicilia sotto la giurisdizione amministrativa italiana (Governo Badoglio), pur confermando i poteri della Commissione Alleata di Controllo (che dall'isola si trasferì subito dopo a Roma in Via Veneto).
Finocchiaro Aprile, scrivendo ad Alexander, definì la sua decisione "sciagurata". Forte che poche settimane prima (il 30 novembre) Charles Poletti indetta una riunione a Catania all'Hotel Bristol, ben sette dei nove prefetti dell'isola avevano sconsigliato alle autorità d'occupazione la restituzione della Sicilia all'Italia (i soli due favorevoli furono il prefetto di Ragusa, Cartia, e quello di Caltanissetta, Cammarata (Cfr. Sandro Attanasio, Gli anni della rabbia, pag. 104).
Amaramente Finocchiaro Aprile pochi giorni dopo al Teatro Massimo di Palermo pronunciò un aggressivo discorso, accusando di tradimento gli Alleati "Non ci aspettavamo di essere consegnati al governo Badoglio, il peggiore dei nostri nemici" ... "e se ci si vuole spingere alla lotta, noi accetteremo il combattimento a oltranza". (Citato nelle Memorie del duca di Càrcaci, pag. 62 e 63).

Inizia la lunga battaglia degli indipendentisti, con il nuovo stato italiano che ne porterà alla sbarra oltre 2000 (promotori, organizzatori, affiliati e capi - famosa la banda di Avila e di Giuliano) , il 7 marzo del 1946, sotto l'imputazione di insurrezione armata contro i poteri dello stato, distruzione di opere e mezzi dello stato, cospirazione politica mediante associazione, banda armata, istigazione, omicidi e tentati omicidi aggravati, associazione per delinquere, rapina, sequesto di persona, estorsione, occultamento di cadavere.
Insomma ancora una volta gli indipendentisti siciliani furono marchiati come "briganti", con una parola però più moderna: "banditi".

In effetti - dopo che l'amministrazione americana a Palermo, distaccata da quella inglese a Catania, aveva dato ai siciliani una specie di autogestione, priva di burocrazia e ricca di iniziative commerciali e industriali (il business fu astronomico) che avevano ravvivato la vita dell'isola - il ritorno dell'amministrazione italiana (per di più sotto l'odiato Badoglio) suscitava sgomento (fra l'altro con l'Italia continentale in bilico fra monarchia e repubblica, frantumata dalla litigiosità dei partiti, e pateticamente debole, visto che stava vivendo dell'elemosina dei vincitori.

Fu così che Badoglio riuscì ad avere mano libera anche sulla Sicilia. E il 19 ottobre del '44, a mandarci il suo nuovo esercito con le divise cachi regalate dagli angloamericane ritinte in verde, a fare una strage in una manifestazione che più che politica era di ribellione per la fame, visto che ancora una volta la Sicilia per oltre un anno fu dimenticata, lasciata in mano all'anarchia e nella disperazione della fame.
Ufficialmente i morti furono una trentina, e oltre 150 feriti, ma altre fonti affermano che furono molto di più, oltre 100 i primi e diverse centinaia i secondi.
Badoglio volle perfino formare il primo nucleo di combattenti, con uomini siciliani, che però rifiutarono di rispondere alla chiamata alle armi del Regno del Sud. A dar loro una mano scesero le loro donne in piazza con il "Non si parte!". Ne nacque una rivolta con interventi dell'esercito che in pratica mise contro anche qui italiani contro italiani . E questo infiammò gli appartenenti al movimento separatista che però si trasformarono (in base alla legge del Regno del Sud) in ribelli, cioè in "banditi".
Il 5 gennaio a Comiso era già stata proclamata una Repubblica Siciliana che nel corso del mese organizzò una propria forza armata, l'EVIS, l'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia (ovviamente i reparti di questo esercito, furono chiamati dai badogliani: "bande".

E FINOCCHIARO APRILE? Proprio per aver dato vita a questa organizzazione armata fu arrestato, e inviato al confino a Ponza. Tuttavia dopo la fine della guerra, con Badoglio silurato, l'anno successivo fu eletto all'Assemblea costituente. Poi il 14 febbraio 1947 durante il dibattito per la fiducia al nuovo governo, dai banchi parlamentari sferrò un violento attacco contro i democristiani accusandoli di ricoprire incarichi incompatibili a quelli di deputato; di essersi spartite e distribuite in Sicilia alcune cariche pubbliche esageratamente superpagate. Fece anche nome e cognomi. Fu costituita una Commissione d'indagine, che alla fine dei lavori scagionò completamente gli accusati.
Persa questa ultima battaglia, Finocchiaro Aprile sparì dalla scena politica. Non sparirono invece le "bande" in Sicilia.

Da notare che alle successive lezioni svoltesi il 20 aprile 1947 (così nella Costituente) il movimento indipendentista siciliano (che in questo fine '43 aveva circa 500.000 aderenti) contava ancora 170.000 suffragi. Si affermò il Blocco del Popolo, costituito da PCI, PSI, Pd'A, con il 30,4 %, rispetto al 20,5% della DC.
Pochi giorni dopo questo risultato, il 1° maggio ci fu la strage di Portella delle Ginestre. La "banda" del "bandito" Giuliano (ex colonnello dell'EVIS, l'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia) attaccò una manifestazione di lavoratori riunitisi per festeggiare il 1° maggio. Si contarono 8 morti e una trentina di feriti. L'episodio sucitò viva impressione. La Cgil proclamò uno sciopero generale. La DC non partecipò alla protesta e la considerò un'ingerenza nella sfera della politica.
Il 23 giugno, il governo pone una taglia di 3 milioni su Giuliano e dichiara che intende stroncare ogni forma di "banditismo politico" in Sicilia.

Ci fu poi il "mistero" della morte di Giuliano e la storia della Sicilia da quel momento prese un altro corso. Una Sicilia che ottenne poi da Roma il suo formale Statuto Speciale che però era molto simile a una indipendenza di fatto. In pratica l'idea del Finocchiaro fu fatta uscire dalla porta e fatta rientrare dalla finestra, anche se in un altro modo e con altri personaggi. Roma del resto -volente o dolente- doveva sdebitarsi dell'apporto dato dai siciliani allo sbarco degli anglo americani (vedi anno 1947).


SUL SEPARATISMO SICILIANO VEDI ANCHE L'ARTICOLO INVIATO DA
ORAZIO FERRARA

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29 SETTEMBRE - A Malta, viene firmato il già accennato testo definitivo dell'Armistizio (detto Armistizio lungo) con alcune condizioni che non verranno rivelate fino alla fine del conflitto. Comunque quelle applicate non sono di un armistizio, ma sono di una "resa senza condizioni". Nei vari articoli, figura il controllo politico e militare del governo in carica, le forniture logistiche dell'Italia per proseguire la guerra contro i tedeschi e gli aiuti necessari esterni (anglo-americani, poi messi in conto) per sostenerla. Sotto l'amministrazione degli alleati va il controllo delle banche, i cambi, le relazioni commerciali, le comunicazioni, radio, telefoni, stampa, cinema, teatri. Tutte le attività del Paese. Nessuna esclusa. E con il governo Badoglio a tenere il moccolo.
E' lo stesso Badoglio a confessarlo "... io e il mio governo siamo davvero ridotti ad essere semplici strumenti ed esecutori delle decisioni alleate".
"...Persino nelle province, anche il più modesto funzionario alleato poteva sospendere o neutralizzare provvedimenti adottati dalle massime autorità italiane...."  (cioè lui! Ndr)- "...Per ordine del comando supremo alleato, il governo italiano non poteva comunicare direttamente con nessuna potenza alleata o neutrale; ma doveva solo comunicare per tramite della commissione di controllo" (Doc. - Augenti- Mastino Del Rio- Carnelutti, Il dramma di Graziani, pag. 281-289).

Sempre a Malta, Eisenhower, impressionato dalle vicende italiane (la caccia al tedesco) mise sul tappeto la questione della dichiarazione di guerra e ci fu il seguente colloquio:
EISENHOWER: "Desidero sapere se il governo italiano è a conoscenza delle condizioni fatte dai tedeschi ai prigionieri italiani in questo intervallo di tempo in cui l'Italia combatte la Germania senza averle dichiarato guerra".
AMBROSIO: "Sono sicuro che i tedeschi li considerano partigiani".
EISENHOWER: "Quindi passibili di fucilazione?".
BADOGLIO: "Senza dubbio".
EISENHOWER: "Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com'è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l'Italia dichiarare la guerra".


( VEDI LINK A PARTE, CON LE CONDIZIONI PER LA "RESA" )
FIRMATA A MALTA

Pochi giorni dopo (l'11 Ottobre), Badoglio comunicò all'ambasciatore Paulucci ch'era a Madrid, di consegnare ai tedeschi la dichiarazione di guerra:
"Vostra eccellenza è incaricato da S.M. il Re di comunicare all'Ambasciatore di Germania a Madrid, affinchè lo partecipi al suo Governo, che di fronte ai continui intensificarsi atti di guerra compiuti contro gli italiani dalle forze armate tedesche, l'Italia si considera dalle ore 15 (ora di Greewich) del giorno 13 ottobre in stato di guerra con la Germania".

Non fu facile a Paulucci consegnare questa dichiarazione. All'ambascita tedesca nessuno voleva riceverlo. Lui la diede in mano ad un usciere e si allontanò in fretta, ma costui dopo averla letta o fatta leggere, lo rincorse per restituirla, ma davanti al rifiuto di Paulucci, furtivamente gliela mise in tasca e si allontanò in fretta.
La conclusione dell'ambasciatore italiano fu questa: "vuol dire che l'hanno letta, e quindi il contenuto della dichiarazione di guerra la conoscono".

Questa guerra ai tedeschi, nelle zone occupate dagli anglo-americani (con più nessun tedesco in giro) la notizia fu accolta dalle popolazioni con indifferenza, e non puntavano a una rivoluzione, e per mantenere una certa unità nei CLN erano costretti a continui compromessi.
Ma per il resto d'Italia, o per i sentimenti che alcuni ancora nutrivano verso il fascismo, o perchè avevano le divisioni tedesche in casa, quella era oltre che una dichiarazione di guerra all'ex alleato (che gli ex fascisti chiamarono "un perfezionamento del tradimento", mentre i gruppi politici antifascisti un "perfezionamento della lotta antinazista e antifascista" e nonostante chi l'aveva dichiarata (che odiavano) l'approvarono perchè era un avallo alle loro azioni), era però anche la dichiarazione di guerra civile, che ora coinvolgeva le masse e mettevano a rischio di bombardamenti le città (cosa che poi in effetti si verificò per oltre 18 mesi).
Per tutti questi motivi la decisione del Re (che però inizialmente si era opposto) e di Badoglio, inasprì in crescendo l'odio dei repubblichini e dei tedeschi. E, dato che giungeva tardiva, servì ai gruppi politici antifascisti a promuovere una violenta campagna contro di essi; servì per rifiutare qualunque appoggio al Re e a Badoglio; servì a promuovere la formazione di un governo straordinario di salute pubblica con mezzi straordinari, per condurre la guerra contro i tedeschi e cacciarli dall'Italia, per condurre la guerra in Italia contro i fascisti per eliminarli tutti, ed infine per condurre la guerra politica contro il Re e Badoglio per dare vita a un governo democratico ("perché non hanno diritto si esserne a capo; nè un governo democratico può essere formato e diretto da militari").

Ispiratore dell'O.d.G. fu La Malfa. Il Partito d'Azione approvò, il CLN pure, e il PCI con un appello ai lavoratori dichiarava che mai guerra -contro il nazismo e il fascismo- era stata "più sacrosanta, più giusta e necessaria" e che tutti dovevano impugnare le armi per battersi con le Nazioni Unite, dove stava anche l'Unione Sovietica, per riconquistare l'indipendenza e la libertà".

L'Avanti il giorno 19 ottobre pubblicava le deliberazioni prese dal PSIUP (piuttosto dure e con tanto livore) e dal CLN con la firma del PL, DC, Partito d'Azione, PSIUP, Democrazia del Lavoro, e il PCI (che nella presente circostanza si dimostrava il partito più moderato).

LA PAGINA INTERA DIGITALIZZATA IN

"CRONOLOGIA" (DOC. 123)

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Con le successive pagine torniano indietro di qualche giorno. Al 29 settembre

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