< qui una testimonianza  "cosa accadde nelle altre isole"

              ANNO 1943 

CEFALONIA - LA FUCILAZIONE DEI SOLDATI ITALIANI
che presidiarono l'isola greca fino al giorno dell'armistizio (settembre 1943).
Dopo la resa i "ribelli" vennero passati per le armi dai tedeschi. 

LE "VERITÁ" SULLA STRAGE DI 
CEFALONIA"

Le pagine che erano in precedenza su questo sito, le abbiamo temporaneamente eliminate perchè i fatti narrati non erano graditi a molti lettori di idee opposte e che hanno scritto contumelie varie al sottoscritto. Ma altri, anche questi molti, indignati, hanno protestato, pensando a chissà quali pressioni politiche, e che -tenendo fede al pruralismo che io dico esserci nel sito- non avrei invece dovuto accettare tali pressioni. (Qualcuno per questo caso ha chiesto perfino una interrogazione parlamentare sulla libertà d'informazione). E perfino questa mi sono sentito dire: "che io, dopo aver creato questo sito, non ho più il diritto (morale e giuridico) o meno di tagliare le pagine già messe ma che poi io a scoppio ritardato non condivido, e ancora più grave se questa rimozione è dovuta a pressioni politiche.


Ora voglio fare chiarezza. Prima, per "Cronologia", il sito che pubblicava l'articolo in questione, di un autore che lo aveva scritto, mi aveva dato l'autorizzazione a pubblicarle quelle pagine (fa fede la e-mail allora ricevuta) poi dopo due anni, ho ricevuto l'invito a rimuoverle, e pur non addentrandomi nei motivi, io le ho rimosse.
Questo perchè mi dovevo assumere non solo la responsabilità nel pubblicarle quelle pagine, ma dovevo (io superparte) difendere una opinione pur non avendone i motivi per farlo, non essendo quel sito mio, né tantomeno mio l'articolo firmato. Nè del resto le pagine potevo lasciarle nel sito dopo che mi era stata tolta l'autorizzazione.

E qui concludo: le pagine sull'episodio -a furor di popolo reclamate- le rimetteremo quando "Cronologia" riceverà l'articolo in questione, firmato però direttamente dall'autore che lo ha scritto e con tanto di autorizzazione a pubblicarlo.
Saranno poi i lettori a giudicare dove stanno "le verità"..


(questo è un invito a entrambe le due fazioni)

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(dopo questo invito - vedi a fondo pagina....quasi un dibattito)

il PRIMO INTERVENTO
il SECONDO INTERVENTO
il TERZO INTERVENTO
(e con l'autorizzazione dell'Autore il ritorno delle pagine che erano state soppresse )

il QUARTO INTERVENTO


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Noi qui ci limitiamo prima ai fatti "genericamente" conosciuti

9 SETTEMBRE ore 07.00  (da un'ora il re e l'intero stato maggiore è già in fuga da Roma, verso Pescara) - Uno dei tanti (moltissimi) reparti italiani sparsi nello scacchiere, che non hanno ricevuto ordini precisi nè hanno capito cosa sta accadendo pur ascoltando il radio di Badoglio, stanzia a Cefalonia con a fianco gli alleati tedeschi. Questi ultimi hanno invece capito benissimo cosa sta succedendo; gli ordini di Hitler che vi giungono sono precisi, e la parola codice Achse è arrivata anche su quest'isola che doveva difendersi dagli anglo-americani. I tedeschi - come nel resto d'Italia, chiedono ai reparti italiani il disarmo. Il comandante italiano generale Gandin, attenendosi all'ambigua prima direttiva ( il proclama ) di Badoglio rifiuta; e poche ore dopo, ne arriva un'altra direttiva: che incita: "a resistere!!").
 (" N.1029/CS (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole alt Firmato. Francesco Rossi Sottocapo di Stato Maggiore").
Resistere:
pur sapendo che non avrebbero potuto mandargli a Gandin alcun aiuto, e che i numerosi aerei e tedeschi nella zona avrebbero ben presto avuto ragione del presidio italiano.
Badoglio e C. sapevano che -se resistevano, nella situazione giuridica in cui si trovavano su quell'isola (ribelli a un esercito alleato) -- erano ("senza dubbio" vedi più avanti) passibili di fucilazione, ma ciò non impedì di inviare il cinico ordine di "resistere" contro l'ex alleato diventato all'improvviso nemico.
"Impossibilità invio aiuti richiesti alt Infliggete nemico più gravi perdite possibili alt Ogni vostro sacrificio sarà ricompensato alt Ambrosio".
Niente aiuti, dunque, ma soltanto promesse che morendo tutti con le armi in mano in uno scontro impari (oltre che giuridicamente illegale) un giorno sarebbero diventati tutti eroi.

Gandin, era, come si afferma da più parti un galantuomo, molto ligio al dovere, ma l'indecisione di molte ore gli costò cara
(anche se pochi citano una sua lettera consegnata ai tedeschi già la mattina del 14 alle ore 12) .

Ammettiamo pure, che lui, come tanti nel suo Paese, fu tormentato dalla sua coscienza.
(Ma il dovere di un generale è quello di ubbidire agli ordini del Comando Supremo (CS) o quello di seguire le proprie simpatie politiche?)
Lui aveva lavorato molto in Germania, ed era stato sempre amico dei tedeschi. Come fascista era di provata fede (vedi a fine pagina). Quelli che erano a Cefalonia (i circa 1800 tedeschi, di cui 500 a Orgostoli) li aveva chiamati proprio lui per rinforzare la difesa dell'isola. L'artiglieria pesante che aveva in dotazione era stata prestata agli italiani quando appunto erano giunti sull'isola i tedeschi, e questi dopo la notizia dell'armistizio, non avevano nessuna intenzione di farli imbarcare -come volevano fare gli italiani - con le loro armi per andare a rafforzare il potenziale bellico dei loro nemici già nella penisola. E tantomeno volevano farsi annientare da queste armi quando -il giorno 13- alcune di quelle batterie in dotazione alla 33a al comando di Apollonio (uno dei fautori più decisi della resistenza - e fu lui a decidere - pur invitato da Gandin a smettere per non provocare una dura reazione) aprirono il fuoco su due zatteroni tedeschi che portavano provviste ai loro soldati a Argostoli.

Prima con il rifiuto, poi per guadagnare tempo (anche perchè nei suoi reparti si erano formate le due fazioni pro e contro
una resistenza ai tedeschi) Gandin ha non solo creato una ostile e fatale diffidenza; ma dando loro tempo, permise alle forze germaniche di far giungere dalla Grecia i rinforzi necessari. Circondati, (quelli a favore della resistenza - che per i tedeschi furono considerati ribelli, ammutinati al loro comandante) sono costretti ad arrendersi; poi barbaramente sterminati, passati tutti per le armi. Soldati e ufficiali si devono mettere 8 alla volta al muro per farsi fucilare.
Apollonio, non sappiamo come, pur messosi contro i tedeschi, fu invece uno dei superstiti dei ribelli poi ammazzati (e lui era uno di quei ribelli, anzi il principale animatore della sedizione). Ma leggendo il rapporto di una relazione riservata, per l'accertamento dei fatti promossa dallo Stato Maggiore nel 1948, sembra che Apollonio sia passato prima ai tedeschi, e solo dopo fra i partigiani. Insomma tornò a casa a fine guerra sano e salvo. Premiato poi come eroe della resistenza.

Durante l'eccidio, fra i malcapitati, qualcuno si appellò alla Convenzione Internazionale, ma i tedeschi risposero "alla lettera", che loro non erano prigionieri,  ma disertori e traditori, cioè ribelli, degli ammutinati. L'armistizio loro non l'avevano firmato e l'Italia formalmente non aveva dichiarato guerra alla Germania. Per i tedeschi l'Italia era un alleata, e chi disertava, o chi si ammutinava, quella era la "regola", così era (è) scritto molto chiaro nella convenzione di Ginevra, che non avevano firmato solo i tedeschi, ma tutte le nazioni, Italia compresa.

(Ricordiamo che ci furono anche casi degli stessi anglo-americani
che misero al muro e fucilarono i loro uomini accusati di diserzione o ammutinamento)


(immagini apparse in Storia della 2nda Guerra Mondiale, di Amedeo Tosti, Rizzoli, Milano)


Il Maresciallo Alexander e l'Ammiraglio Cunningham definirono quanto avveniva a Cefalonia (ma era già avvenuta) una "lotta pazzesca e inutile". E al successivo incontro di Malta con i membri del governo Badoglio, con un piuttosto turbato Eisenhower, ci fu il seguente agghiacciante e cinico colloquio:
EISENHOWER: "Desidero sapere se il governo italiano è a conoscenza delle condizioni fatte dai tedeschi ai prigionieri italiani (nelle isole, compresa Cefalonia ndr.) in questo intervallo di tempo in cui l'Italia combatte la Germania senza averle dichiarato guerra".
AMBROSIO: "Sono sicuro che i tedeschi li considerano partigiani".
EISENHOWER: "Quindi passibili di fucilazione?".
BADOGLIO: "Senza dubbio". (!!!!!)
EISENHOWER: "Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com'è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l'Italia dichiarare la guerra".


Cosa che nessuno fino allora in Italia aveva fatto (la dichiarazione fu presentata il 13 ottobre e in un modo grottesco, poco diplomatico). Gli italiani a Cefalonia, non sapevano nemmeno dopo tre giorni se con i tedeschi si era in guerra, se si era in pace, o cos'altro. Che erano i tedeschi diventati nemici (ma senza una dichiarazione di guerra) lo seppero solo l'11, ufficiosamente tramite un fono, anche se giuridicamente
peccava tale affermazione .
Infatti, anche una dichiarazione di guerra formale alla Germania non era giuridicamente valida, perchè il governo italiano era "prigioniero" di un esercito (l'anglo-americano
) che "giuridicamente" era considerato fino all'8 settembre, un nemico-occupante: (si verificò ciò che era avvenuto in Francia nel 1940. La volontà del governo francese di schierarsi con gli occupanti tedeschi, sia a Londra che a Washington fu considerata "non valida", perchè fatto da un governo "prigioniero" degli occupanti (i tedeschi), quindi non nella facoltà di esercitare la piena autonomia. Tuttavia prima di fare l'armistizio con i tedeschi, i francesi avvisarono gli Inglesi.
"Reynaud ci ha chiesto se possiamo liberarla (ossia, la Francia) dall'obbligo di non concludere una pace separata con la Germania" (Lettera di Churchill a Roosevelt del 15 e 20 maggio, 12 e 14 giugno 1940. Loewenhem-Langlesy-Jonas, "Roosevelt and Churchill", p.95, doc. 8).

(E che Badoglio non godesse di una vera autonomia, è lui stesso a scriverlo "perfino un caporale ci comanda!").
Soltanto più tardi Badoglio riconobbe, che bisognava dichiarare la guerra alla Germania "...per evitare che i nostri soldati fossero trattati, cadendo in mano ai tedeschi, come franchi tiratori e venissero perciò fucilati" ( Badoglio, L'Italia nella seconda guerra mondiale, p.13).
Ma quel cinico più tardi, costò la vita a molti nostri disgraziati soldati lasciati allo sbando, che non sapevano che "nemici pigliare".
Che la dichiarazione di guerra non fosse valida, ci è dato da questo singolare fatto, che l'Italia in seguito non hai mai fatto una pace. Cioè - a tutt'oggi - siamo ancora in guerra con la Germania.

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La pagina dell'eccidio di Cefalonia è comunque molto controversa; ma solo perchè
dopo 60 anni -dicono alcuni- non si citano imbarazzanti documenti. Inoltre si è sempre voluto inserire quell'episodio nell'ambito della resistenza; che nell'immediato dopoguerra fu monopolio della sinistra con l'accondiscendenza degli altri partiti, e pure questi cinicamente fecero del silenzio una prassi.

La gravissima omissione dicono alcuni è che si ignora la lettera (*) che Gandin consegna ai tedeschi alle ore 12,00 del 14 settembre (quando la rivolta era giunta alla sua massima crisi). Il messaggio inizia così: 'La divisione si rifiuta di ubbidire al mio ordine di resa....'. Gandin insomma dice agli ufficiali di Hitler che i suoi soldati sono dei ribelli, degli ammutinati; e il Comando Supremo Germanico (Hitler) che riceve la notizia, prima comunica al comando dell'isola di "attaccarli e di non fare prigionieri", e quest'ultimo comunica dopo la strage che "la divisione-ribelle Acqui è stata annientata". Solo una coincidenza? Ma perché Hitler fa un 'Sonderbefehl' solo per Cefalonia ?


Il cap. Tomasi, l'interprete che vide l'originale della lettera di Gandin, ne descrive il contenuto esattamente come lo si legge oggi nella lettera conservata in Germania. Per alcuni storici la causa della strage è che l'Italia non aveva dichiarato guerra alla Germania, per cui quei soldati erano a tutti gli effetti "ribelli", dei "franchi tiratori" (tesi questa come abbiamo appena letto, pure dello stesso Badoglio). Ma la tesi non regge da 60 anni: perché infatti a Tarvisio, a Roma, a Bari, a Lero, a Rodi i tedeschi prendono prigionieri i soldati italiani e li spediscono e li deportano in Germania, mentre a Cefalonia li fucilano? Qualcosa non quadra. A Cefalonia era successo qualcos'altro.
Resta comunque grave che un generale, comandante di divisione, dichiarasse al nemico (ex alleato) e non ai suoi superiori e al nuovo governo di Brindisi, l'ammutinamento dei propri soldati; è questo un fatto mai successo nella storia militare di tutti gli eserciti.

A questo punto c'entra poco il colloquio tra Eisenhower, Badoglio e Ambrosio, e c'entra anche poco la non dichiarazione di guerra; Eisenhower quando parlava come abbiamo visto sopra, ignorava che Gandin avesse scritto quella lettera ai tedeschi, dove accusava i suoi uomini di ammutinamento.
(vogliamo qui ricordare che nella stessa mattina del 14, il tenente Ambrosini aveva rifiutato di ricevere ordini dal generale Gandin e si schierava con il capitano Apollonio; inoltre un tenente dei carabinieri con 20 uomini voleva arrestare Gandin; infine un gruppo di soldati tentarono di uccidere Ricci, uno degli ufficiali schierato con Gandin).

(*) Su l'esistenza di questa lettera, e molte altri documenti
cito 'I traditi di Cefalonia' di Paolo Paoletti, Ed. Flli Frill, Genova, settembre 2003).

Quanto a Badoglio, che spingeva Gardin a battersi, pur sapendo che non avrebbe potuto mardargli nessun aiuto, e che i nuovi alleati l'avrebbero lasciato perire con tutta la sua divisione, lo storico Attilio Tamaro (in Due anni di storia 1943-1945 ) è invece dell'idea che Badoglio fu cinico e che "...al governo badogliano occorrevano anche quei morti per tentare di forzare il suo riconoscimento da parte degli alleati e per giuocare quella carta insanguinata a favore della vanamente invocata alleanza".

Quanto alla "fede" di Gandin, io mi meraviglio che nessuno ha mai accennato al fatto che Mussolini, nel momento in cui organizza il nuovo esercito della Repubblica Sociale, prima di affidarlo a Graziani ha pensato proprio a Gandin. Gandin rifiuterà, ma il fatto che Mussolini fa il suo nome, significa che era di provata fede, fascista oltre che filo-tedesco. E se possiamo capire i motivi per cui Gandin voleva arrendersi subito ai tedeschi, ci resta invece difficile prendere in considerazione che lui veramente volesse combatterli.
La stessa cosa vale per Carboni, impegnato alla difesa di Roma, una difesa fatta da pochi, blanda e inutile. Anche Carboni era un altro nome fatto da Mussolini per la guida militare della RSI.

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Ripeto quanto detto sopra: collaborate e inviatemi la vostra versione dei fatti.
Io non per partito preso o per attribuire torti e ragioni, non ho soppresso una pagina perché non la condivido, io voglio solo che i lettori possano giudicare. Ma perché possano capire devono avere a disposizione una versioni dei fatti con allegati dei documenti, e l'autorizzazione a pubblicarli. Possibilmente gratuitamente.

CAPISCO CHE ESISTONO DIFFERENTI STORIOGRAFIE E DIFFERENTI INTERPRETAZIONI DEI FATTI STORICI. QUINDI DIFFICILE FARLI CONDIVIDERE O TENTARE DI METTERE D'ACCORDO CULTURE DIVERSE. MA NON PER QUESTO DOBBIAMO RINUNCIARE A TENTARE DI CAPIRE. MOLTO IMPORTANTE E' INFATTI SOSPETTARE, METTERE IN DUBBIO LE NOSTRE CONOSCENZE, SOPRATTUTTO QUANDO UNA TRACCIA "DIDATTICA" E' IMPOSTA E IMPEDISCE UN'ALTRA STORIOGRAFICA SCELTA; SCELTA CHE DOVREBBE ESSERE TESTIMONIANZA DI LIBERTA', IN CASO CONTRARIO SIGNIFICHEREBBE CHE... "LA NOSTRA DEMOCRAZIA LIBERALE NON E' ANCORA COMPIUTA".
E QUESTA NON E' UNA INTEPRETAZIONE!

Se intervenite, non aprite una discussione con me, scrivete invece una pagina da pubblicare, documentatela, firmatela e assumetevi tutte le responsabilità di ciò che dite.

Franco
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1° INTERVENTO:

Egregio Signor Gonzato,
in risposta al Suo appello Le invio questa "cronologia".
Cordialmente

Paolo Paoletti


"QUESTA NON VUOLE ESSERE LA POSIZIONE DEI DETRATTORI DI GANDIN IN
CONTRAPPOSIZIONE AI FAUTORI DELLA MEDAGLIA D'ORO. QUESTO E' QUANTO EMERGE DAI DOCUMENTI COEVI, E' UNA "CRONOLOGIA" DI FATTI DOCUMENTATI

Se la vicenda di Cefalonia rimane in apparenza controversa è perché in 60 anni nessuno si è andato a leggere i documenti coevi, i messaggi cifrati italiani e tedeschi, inviati a Cefalonia e ricevuti da quell'isola. Tutte carte consultabili presso l'Ufficio Storico dello Stato Maggiore Esercito (USSME) e quello della Marina (USMM) e il Bundesarchiv di Friburgo, che sono alla base dei nostri due libri: "I traditi di Cefalonia" e "I traditi di Corfù" (Fratelli Frill, Genova, dall'8 settembre 2003 in tutte le librerie
italiane
).

I documenti rivelano che:
1) Il primo ordine di Gandin del 9 settembre fu quello di ritirarsi dal nodo strategico di Kardakata per cederlo ai tedeschi, come segno di buona volontà nelle trattative di resa con il col. Barge (testimonianze dei cap. Bronzini e Tomasi al SIM nel 1944 ).

2) Nessun documento del Comando Supremo (CS) diretto a Cefalonia prima dell' inizio della battaglia porta la firma del gen. Francesco Rossi o del gen. Vittorio Ambrosio: sono tutti firmati 'Marina Brindisi';

3) La prima richiesta del col. Lusignani e del gen. Gandin fu quella di essere sgomberati delle rispettive isole. In un messaggio delle 0,10 del 10 settembre il comando di Corfù chiedeva istruzioni alla 7a Armata: "Guarnigione al comando al completo rientrerebbe qualora venissero inviati mezzi trasporto alt Col. Lusignani" . Anche il primo messaggio diretto da Gandin a Marina Brindisi per Comando Supremo chiedeva il rimpatrio: "Mittente Marina Argostoli -81018- Qualora possibile pregasi far conoscere
disposizioni superiori circa modalità eventuale evacuazione militari et armi isola Cefalonia 112011/205011". Il gruppo data orario alla fine del testo spiega che è il messaggio è partito alle 11,20 ed è stato protocollato al Comando Supremo alle 20,50 dell'11 settembre. Ciò significa che Gandin
tacque per due giorni e mezzo dopo l'armistizio, Lusignani per 28 ore.

4) La prima comunicazione del CS è precedente alla richiesta di sgombero di Gandin: è delle 9,45 dell'11 settembre : "A Marina Cefalonia tramite Stazione Tavola N. 1029/CS Comunicate at Generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia et Corfù et altre isole Marina Brindisi. Consegnato alla cifra alle ore 09451109";
5) Gandin alle 15,30 dell'11 settembre comunicava: "204511 - 153011 PAPA Marina Argostoli Marina Brindisi per Comando Supremo 41414 - Comando tedesco chiede che Divisione qui decida subito aut combattere unitamente tedeschi aut cedere armi at esso alt Mancando ogni. et ignorando situazione generale prego dare urgentemente orientamento.. risposta alt Generale Gandin-Brindisi". Quel numero 41414 ci assicura che è un altro messaggio, il 1027/CS, la vera risposta al quesito di Gandin: "N. 1027/CS. Risposta 41414 data 11 corrente Truppe tedesche devono essere considerate nemiche" .
Anche se manca il gruppo data orario, quel risposta 41414 ci dice che si tratta della risposta alla richiesta (41414) di Gandin delle 15,30 dell'11 settembre e quel "11 corrente" conferma che la risposta da Brindisi partì prima della mezzanotte dell'11. Dunque le domande di Gandin e le risposte del CS sotto tutte riconducibili all'11 settembre 1943. Sbagliano dunque tutti quelli che fanno giungere a Cefalonia gli ordini del CS più tardi: c'è chi opta per il 13 mattina, chi per il 13 pomeriggio, chi per la notte tra il 13 e il 14. Una controprova? Il col. Lusignani dichiarava il 22 settembre 1943 in una relazione al CS : "Il Comando Militare dell'isola di Corfù è sempre stato in contatto continuo con l'isola di Cefalonia di cui ne segue le vicende ora per ora". Se le parole hanno un senso, "sempre stato in contatto continuo" significa che il col. Lusignani aveva dato conferma al gen. Gandin fin dall'11 settembre che gli ordini del CS erano di considerare i tedeschi nemici.

6) Il 12 settembre le truppe tedesche conquistano manu militari alcune batterie italiane. Gandin ordina di non reagire: è la conseguenza del raggiungimento dell'accordo di resa tra il gen. Gandin e il col. tedesco
Barge.

7) La mattina del 13 settembre 5 motozattere tedesche tentano di sbarcare uomini e mezzi a Cefalonia, in violazione dello status quo. La reazione delle batterie italiane causa l'affondamento di un mezzo da sbarco e la morte di 5 soldati tedeschi. Contemporaneamente anche a Corfù fallisce il tentativo di sbarco tedesco. Il col. Lusignani cattura il presidio germanico, mentre a Cefalonia l'incidente accelera le trattative di resa, che si concludono con un nuovo accordo di cessione delle armi in tre fasi.
Alle 21,30 dello stesso giorno il col. Barge comunicava al comando della XXII Corpo d'Armata : "La consegna delle armi [si svolgerà] in tre fasi:
1) Nella zona intorno ad Argostoli il 14 settembre;
2) Nella parte sud-orientale di Cefalonia il 15 settembre;
3) Nella zona di Sami il 16 settembre.
In quest'ultima area si raccoglieranno i militari disarmati.
Gandin ha promesso il suo appoggio qualora lo sgombero delle postazione e la consegna delle armi avvengano in questa forma. Già in atto lo sgombero del settore di Argostoli". Infatti nella notte tra il 13 e il 14 settembre 5 battaglioni si muovono da Argostoli e non partecipano al cosiddetto 'referendum'.

8) In queste stesse ore Gandin presenta alle sue truppe una 'forchetta' di domande:
1) volete continuare a combattere al fianco dell'ex-alleato,
2) volete cedergli le armi;
3) volete combattere contro di lui.
La stragrande maggioranza dei partecipanti alle 'votazioni' è per combattere contro i
tedeschi.

9) Alla fine del giorno 14 il diario di guerra del XXII Corpo d'Armata germanico sintetizza così gli avvenimenti a Cefalonia: "Le rinnovate trattative del ten.col. Barge hanno come esito che la consegna delle armi da parte della guarnigione italiana dovrà avvenire in 3 fasi, a partire dalle ore 12 del 14 settembre. Il ten.col. Barge pretende la consegna di 10 ostaggi fino al momento della cessione di tutte le armi. Gli ostaggi devono notificarsi presso lo stato maggiore del 966° regg. da fort. entro le 21 del
14 settembre" .

10) Alle ore 12,00 del 14 settembre Gandin consegna ai tedeschi un messaggio che inizia così: 'La divisione si rifiuta di ubbidire al mio ordine di raccogliersi nella zona di Sami....' .. Nessun reduce ricorda che Gandin abbia chiesto ai suoi ufficiali di offrirsi come ostaggi.

11) Verso le ore 12,30 del 15 settembre, gli Stukas attaccano il Comando Divisione ad Argostoli. Verso le 14,00 inizia la controffensiva italiana.

12) 18 settembre: Hitler fa un 'Sonderbefehl', ordine speciale, solo per la divisione Acqui. L'ordine è di non fare 'nessun prigioniero'.

13) 24 settembre: il Comando Supremo Germanico dichiara che "la divisione
italiana ribelle sull'isola di Cefalonia è stata distrutta"


Il sottoscritto autorizza la pubblicazione

Firmato Paolo Paoletti
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Abbiamo ricevuto anche il libro,
molto documentato
(vedi in recensioni)

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In contemporanea è uscito anche il volume

I traditi di Corfù
Quel tragico settembre 1943


sempre di Paolo Paoletti. Ne riportiamo la....

Introduzione

"Nel prossimo anniversario che celebrerà i 60 anni dalla strage della “Acqui” a Cefalonia, l’oratore non mancherà di dedicare due parole ai circa 600 tra ufficiali e soldati della stessa divisione caduti a Corfù tra il 13 e il 27 settembre 1943. Ma Cefalonia purtroppo vanta cifre molto più alte e inevitabilmente metterà in secondo piano le povere vittime di Corfù. Siccome la pietà e il ricordo devono andare indistintamente a tutti quelli che combatterono e morirono lontano dal suolo patrio per la stessa causa e con gli stessi ideali, ci siamo sentiti in dovere di fare la stessa ricerca e la stessa rilettura delle vicende del 18° reggimento della divisione “Acqui” a Corfù.

"Rispetto ai loro colleghi di Cefalonia, il destino per i soldati dislocati a Corfù fu meno sanguinoso, nel senso che qui non ci furono eccidi di massa indiscriminati, ma la loro sorte fu ugualmente tragica, perché altre centinaia di soldati morirono in combattimento, prima sotto le bombe tedesche e poi sotto quelle alleate, sotto quello che oggi si definisce “fuoco amico”. Per i sopravvissuti ci fu quella prigionia, che alcuni di loro aborrivano più della morte, violenta ma istantanea, sul campo di battaglia.

"Un’altra differenza fra i difensori di Corfù e tutti gli altri soldati italiani che vennero colti dall’armistizio all’estero è che i primi si vennero a trovare relativamente vicini alla madrepatria. Ciononostante la storiografia italiana ha sempre avuto un atteggiamento assolutorio verso la mancata difesa delle isole, in particolare di Cefalonia e Corfù, come se fosse stato un destino ineluttabile quello di soccombere sotto gli attacchi tedeschi. Se invece si rileggono le carte si vede che la distanza di Corfù dalle coste pugliesi di circa 120 km minore rispetto a quella di Cefalonia, poteva essere sostanziale ai fini del mantenimento dell’isola in mani italiane. In effetti i 370 km di distanza dalle piste pugliesi facevano di Cefalonia un obiettivo irraggiungibile ai nostri caccia-bombardieri, mentre Corfù rientrava nel raggio d’azione dei nostri aerei e a maggior ragione delle nostre navi. L’isola, più vicina della stessa Sardegna alla terraferma italiana liberata, aveva un grosso neo: era divisa dalle coste greche solo da uno stretto braccio di mare. Nella parte nord l’isola distava dalla terraferma non più di un paio di chilometri, per cui Corfù era una portaerei immobilizzata alla mercè delle artiglierie pesanti tedesche. Ma questo grave handicap poteva essere compensato, se ci fosse stato un fermo impegno nel sostenere la resistenza del presidio di Corfù.

Corfù era un’isola strategica per tutti i contendenti ma per gli italiani lo era in modo particolare: era importante dal punto di vista militare, come punto di appoggio per il rimpatrio dei militari italiani dai Balcani, e politico, in quanto in quei giorni lo Stato e il Governo italiano si volevano accreditare agli occhi alleati come cobelligeranti a tutti gli effetti.
Invece le carte scoperte negli archivi giustificano il rammarico espresso allora dal comandante del presidio, il col. Luigi Lusignani, il quale ebbe a dire prima della sua fucilazione: “Se ci avessero aiutato, avremmo potuto resistere”.

Come per il libro sulla strage di Cefalonia, non ci siamo soffermati sulle fasi militari delle due battaglie, già trattate da storici italiani (Torsiello, Montanari ecc.) e tedeschi (Schreiber, Fricke). Non ci siamo neppure occupati delle relazioni italo-corfiote, già oggetto degli studi del metropolita di Corfù e Paxos, Methodius¹ e di Kostas Dafnis².
Abbiamo, invece, cercato di riflettere sul comportamento dei due comandanti, il gen. Gandin a Cefalonia e il col. Lusignani a Corfù, e sugli aspetti storici delle due vicende.

Uno dei motivi che ci hanno spinto a scrivere un libro sul settembre 1943 a Corfù è stato anche il fatto che i documenti ci hanno svelato che la resistenza italiana a Corfù divenne effettivamente disperata per il mancato rispetto degli accordi da parte degli Alleati e per gli errori strategici e tattici del Comando Supremo e dell’Aviazione italiana.

Le novità di questa ricerca provengono per lo più da documenti inediti: gli allegati del Diario Storico del Comando Supremo (da qui in avanti DSCS), le testimonianze dei reduci conservate all’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito e a quello della Marina, gli atti del processo di Norimberga contro il gen. Lanz e il rapporto ufficiale della missione militare inglese “Acheron”, che arrivò a Corfù il 21 settembre 1943.

"Le novità che emergono da questa documentazione riguardano vari temi. Una di queste è stata proprio la scoperta delle tardive ma reali intenzioni alleate di fare di Corfù la Lero dell’Adriatico, un’isola dove gli italiani avevano il totale controllo del territorio, godevano delle simpatie della popolazione, potevano mettere a disposizione degli Alleati porti e un aeroporto per lo sbarco dei rinforzi.
L’intelligence del col. Lusignani, verosimilmente grazie alle notizie fornite dai partigiani greci, aveva preventivamente indicato gli obiettivi da colpire, aveva persino previsto i tempi e il luogo del secondo sbarco tedesco. L’isola poteva dunque essere mantenuta in nostro possesso ma purtroppo mancò completamente il supporto aereo e, nonostante l’impegno profuso dalla Marina, anche quello navale italiano. Il contrattacco tedesco a Salerno aveva avuto il suo culmine il 13 settembre 1943, giorno del primo fallito tentativo di sbarco a Corfù. Se il 20 settembre Eisenhower, allora Comandante in capo Alleato nel Mediterraneo, ordinò alla missione militare britannica “Acheron” di paracadutarsi su Corfù, è perché credeva di aver ancora tempo per salvare l’isola.

" Quando gli Alleati si resero conto che la resistenza dell’isola offriva quei requisiti minimali per tentare un loro appoggio concreto e che il rapporto rischio-benefici era diventato accettabile, decisero di intervenire, anche se Corfù non rientrava nei piani delle isole, ove inviare un contingente alleato a supporto di quello italiano. Ma quando Eisenhower decise di imporre agli inglesi di dare il supporto alleato per tenere l’isola, era diventato troppo tardi e noi pagammo per la loro incertezza iniziale. Ma Corfù anche se avesse resistito al secondo tentativo di sbarco tedesco, non avrebbe potuto rimanere in mani italiane senza un costante aiuto alleato.

"Risulta invece confermato che Corfù fu un fulgido esempio di dedizione alla patria, compiuta in piena sintonia tra ufficiali, soldati italiani e partigiani e popolazione greca. La ‘riconoscenza’ dell’Italia si manifestò sin dal 1948 con due sole medaglie d’oro alla memoria e una alla bandiera del reggimento.
Le irriverenti parole di Attilio Tamaro, che scriveva³: “La resistenza fu impresa disperata ed inutile e in un certo senso anche profondamente ingiusta, perché fatta solo per sentimento di onore, senza forze, senza possibilità di aiuti, alla ventura di Dio e portò alla completa rovina della città e dell’isola, con infinito danno di quei poveri greci, ai quali avevamo, dopo tante sventure loro inferte, il dovere di donare la pace e la sicurezza. Invece i nostri vollero far partecipare all’impresa anche i partigiani di Papas Spiro, perseguitato da noi fino alla vigilia”. Attilio Tamaro avrebbe dunque preferito per Corfù la resa italiana e l’occupazione nazista, senza capire che i partigiani greci avevano scelto, anche se come male minore, la nostra presenza a quella germanica.

Che la guerra sia sempre la peggiore delle soluzioni è noto, così pure che in guerra spesso si combatte ad armi impari; altre volte certe imprese sono disperate fin dall’inizio ma a volte lo diventano per ragioni estranee a chi le compie. Tamaro non considerava inoltre che occorreva difendere Corfù anche per salvare le decine di migliaia di militari sbandati che si accalcavano nei porti albanesi. Solo la mancanza di strategia del Comando Supremo e dell’aviazione italiana furono i principali responsabili del fatto che l’isola cadde proprio quando gli Alleati si erano convinti a difenderla.
Note
1 Methodius, Archivio dell’occupazione.
2 Kostas Dafnis, Anni di guerra e d’occupazione.
3 Attilio Tamaro, Due anni di storia, 1943-1945, Ed. Tosi, Roma, 1948, pp.321-322.

 

Anche per questo secondo libro,
vedi in recensioni

Franco, di Cronologia, qui ringrazia per l'intervento e per i due libri ricevuti

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2° INTERVENTO: (in risposta al primo)

Sono (Avv. MASSIMO FILIPPINI - Orfano del magg. Federico Filippini fucilato il 25.9.43 a Cefalonia - ndr.) autore del libro "
La vera storia dell'eccidio di Cefalonia" e, nella piena consapevolezza di aver riportato -peraltro in compagnia di valentissimi storici- la famosa lettera del generale Gandin ai tedeschi, nella primitiva versione ("Per volontà degli ufficiali e soldati la divisione Acqui non cede le armi..."), intendo fare, se permesso, alcune brevi considerazioni su quanto afferma Paolo Paoletti il quale è un valentissimo ricercatore, ma non è un esperto di diritto nè di regolamenti e leggi militari, contrariamente al sottoscritto che, oltre alla professione di avvocato, ha svolto quella di ufficiale in spe delle FFAA.
Paoletti nel suo libro, basandosi sulla Dichiarazione di Gandin rinvenuta negli archivi tedeschi, ne fa discendere la conclusione che questi sia stato un traditore per aver rivelato al nemico che la Divisione si era ammutinata mentre tale circostanza doveva comunicarla solo al Comando Supremo.

Ciò premesso osservo quanto segue:

1- Il Paoletti proprio perchè digiuno in materia di diritto penale (militare) si arroga il diritto di stabilire come DOVEVA COMPORTARSI il gen. Gandin senza considerare che nella gerarchia militare gli ordini di un Comandante di una Grande Unità come era la "Acqui", DEVONO essere eseguiti senza bisogno di spiegare a tutti i dipendenti -nessuno escluso- l'iter formativo degli stessi.
Ciò in osservanza di una norma del Regolamento Militare che stabilisce che "L'obbedienza deve essere pronta, rispettosa ed assoluta".
In altri termini Gandin nell'emanare l'ordine di trasferirsi a Sami non DOVEVA DARE ALCUNA SPIEGAZIONE A CHICCHESSIA e, a riprova della giustezza di ciò, la quasi totalità degli ufficiali di carriera era pronta ad eseguire gli ordini ben sapendo le conseguenze che un eventuale rifiuto d'obbedienza avrebbe provocato nei propri riguardi.

2- Il Paoletti, mostrando doti insospettabili di pubblico ministero, accusa invece Gandin di essere stato un traditore nel dare tale ordine, ben sapendo, scrive, di non adempiere all' ordine ricevuto dal Comando Supremo di considerare i tedeschi come nemici.
E proprio su questo punto cade la teoria del Paoletti: infatti se un giudizio sotto il profilo morale dell' ordine di Gandin, può essere sempre espresso da chiunque -anche dopo 60 anni, come fa egli stesso- SOTTO IL PROFILO GIURIDICO, invece, tale ordine era INSINDACABILE DA PARTE DEI SUBORDINATI DI GANDIN e gli unici a potersi pronunciare sulla sua rispondenza alle leggi ed ai regolamenti militari erano, al momento, ESCLUSIVAMENTE I SUOI SUPERIORI.
Da ciò consegue chiaramente che, a guerra finita, qualora non fosse avvenuta la tragedia, il gen. Gandin avrebbe potuto essere processato per il reato di "Inosservanza di un ordine" da un Tribunale Militare. Ma i suoi giudici sarebbero stati quelli previsti dalla Legge e non dei militari da lui dipendenti arrogatisi, con l'insubordinazione, la violenza e le minacce, il diritto di stabilire cosa dovesse fare il loro Comandate.

Questo sì che è inaudito e non il preteso tradimento di cui tratterò nel punto successivo non senza aver ricordato che casi analoghi di Ufficiali Generali che non tennero in conto gli ordini di Brindisi avvennero ed i loro protagonisti, a guerra finita, vennero processati e TUTTI ASSOLTI.
Ecco quanto scrisse al dr. Triolo, promotore dei processi contro gli autori della rivolta contro Gandin, il Generale Antonio Basso:
" Roma 15 ottobre 1946 Egregio dottore........Anche io, in Sardegna, ebbi in quei tristi giorni dai Superiori dello Stato Maggiore rifugiati in Brindisi, ordini feroci di azioni contro i tedeschi, ordini ineseguibili che avrebbero portato a gravissime conseguenze per le mie truppe.
Ebbi anch'io degli illusi e dei ribelli che volevano forzarmi la mano, ma potei resistere e domarli, ottenendo in otto giorni la completa liberazione dell'isola.
Ebbene, per questo, mell'ottobre 1944 fui arrestato PER MANCATA ESECUZIONE DI ORDINI (art.100 cod. pen. militare di guerra: fucilazione !) tenuto due anni in carcere in attesa di un processo volutamente ritardato e finalmente svolto nel giugno 1946, col palese risultato sancito nella sentenza di assoluzione CHE NON AVREI POTUTO AGIRE MEGLIO NELL'INTERESSE DEL PAESE. F.to generale ANTONIO BASSO".


Analogamente il gen. Mario Vercellino scrisse al dr. Triolo: "Mi sono assunto la responsabilità di lasciare in libertà i pochissimi residui della mia Armata ed ho così evitato UNA INUTILE STRAGE DI MILITARI E DI CIVILI..."
(Quanto sopra è ripreso dalle denunzie del dr. Triolo riportate nel mio libro).

E' evidente a questo punto come di fronte all'ordine di Gandin, i suoi sottoposti non avessero altra scelta che obbedire, nulla rilevando moventi di varia natura invocati da costoro, quando furono processati e "prosciolti" in istruttoria e quindi non "assolti" in dibattimento, per giustificare i reati commessi contro il loro Comandante.

Ciò è ovvio ma chi, come Paoletti, possiede solo la mentalità del ricercatore disgiunta non abituata a ragionare in termini giuridici, non può che travisare le cose, come ha fatto, istruendo un processo contro Gandin che, nè a lui, oggi, nè ai rivoltosi, all'epoca, competeva di fare.

2- Altro presunto e inesistente scandalo rilevato dal ricercatore Paoletti è che il gen. Gandin "rivelò" ai tedeschi che la divisione si trovava in una situazione molto prossima all'ammutinamento e che tale RIVELAZIONE avrebbe consentito a Hitler di ordinare la fucilazione "anche dei soldati".
Questa asserzione, mutuata dal sedicente eroe Apollonio, è totalmente sballata per il semplice fatto che le truppe italiane e quelle tedesche erano state frammischiate fino al giorno 14 settembre e, di conseguenza, ai tedeschi non era sfuggita -a meno di non volerli considerare dei deficienti- la sedizione che montava nella Divisione manifestatasi in plateali episodi, quali il lancio di una bomba a mano contro l'auto di Gandin e, soprattutto, nell'uccisione da parte del Maresciallo di Marina, Felice Branca del capitano Piero Gazzetti, nella piazza Vallianos di Argostoli: addirittura fu un motociclista tedesco a portare il poveretto, morente, all'ospedale militare dove morì il giorno dopo. Per non parlare delle cannonate sparate a tradimento contro due loro motozattere che si dirigevano ad Argostoli il 13 settembre, le quali, vistesi prese di mira, spararono in aria "razzi per farsi riconoscere", mai pensando che, in periodo di tregua, gli italiani si comportassero in tal modo. Oltretutto, come risulta dalla testimonianza del reduce Alfredo Repucci, di Napoli, esse non contenevano armi come falsamente affermato, ma approvvigionamenti per il distaccamento tedesco di Argostoli composto da ben 500 soldati. Successivamente, lo stesso mattino, gli artiglieri capeggiati dal cap. Apollonio -uno degli "sparatori"- attaccarono una casermetta tedesca del genio in Argostoli e un capitano, tale Zeitel, rimase ucciso.

Ciò premesso, c'è da chiedersi come faccia, ragionevolmente, il Paoletti a parlare di una "rivelazione", da parte di Gandin, di chissà quale segreto ai tedeschi, i quali erano al corrente di tutto ed il loro comandante t.col Barge non faceva che informare della situazione, in continuo peggioramento, il proprio comando.
L'ordine di Hitler fu dato, quindi, non sulla base della lettera di Gandin ma di tutti gli atti che precedettero il combattimento compiuti da una parte dei militari della divisione. Naturalmente l'assenza di uno Stato di guerra dichiarata consentì ai tedeschi di agire come agirono sentendosi addirittura in regola con le Convenzioni Internazionali che considerano partigiani o franchi tiratori i soggetti che imbracciano le armi senza la qualità di "combattenti regolari". Paoletti queste cose dovrebbe saperle anzichè gettare la croce su di un Martire.

La lettera di Gandin, quindi, avrebbe potuto generare, nel dopoguerra, iniziative giudiziarie nei suoi confronti, ma solo se i due schieramenti fossero stati divisi "ab initio" e l'uno non avesse saputo quel che accadeva nel campo dell'altro, ma a Cefalonia la situazione era quella descritta e quindi il presunto TRADIMENTO del povero Gandin è solo un "ballon d'essai" sparato in un patetico tentativo di riabilitare, a discapito di un Martire, personaggi senza dignità ed onore che al solo cospetto della strage avvenuta per loro colpa avrebbero dovuto sentire il dovere di offrirsi per primi alle fucilazioni anzichè sottrarsi ad esse come ladri di polli".

Vi chiedo di pubblicare la presente.

Distinti Saluti
avv. Massimo Filippini - Orfano del magg. Federico Filippini fucilato il 25.9.43
(Autore del libro "La vera storia dell'eccidio di Cefalonia"
e curatore del sito http://www.cefalonia.it

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Franco ringrazia per questo secondo intervento
e spera di poter rimettere l'intervista (le pagine soppresse e che i lettori chiedono)
e che a suo tempo aveva rilasciato proprio l'Avv. Filippini

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3° INTERVENTO

27, sett. 2003 - Franco ringrazia doppiamente Massimo Filippini per averci inviato e data l'autorizzazione a pubblicare liberamente la sua famosa intervista (che un primo tempo come detto all'inizio avevano tolta)
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I RETROSCENA DELLA TRAGEDIA
Intervista all'avv. Massimo Filippini,
figlio di un caduto a Cefalonia


L'avvocato Massimo Filippini, residente a Latina, ha svolto un'intensa attività di ricerca storica sull'eccidio di Cefalonia. Ha pubblicato un libro (La vera storia dell'eccidio di Cefalonia - edizioni CDL) e cura l'aggiornamento di un apposito sito ( www.cefalonia.it (link esterno) che si propone di fornire la massima documentazione possibile per una rilettura di questa terribile pagina della nostra storia.
L'avvocato Filippini non è mosso solo dalla passione di storico, ma anche dagli affetti più profondi. Il sito è infatti dedicato "a mio Padre, Caduto senza Croce, per colpe altrui". Il padre dell'autore era il maggiore in servizio permanente effettivo Federico Filippini, comandante il genio divisionale della "Acqui", uno degli ufficiali caduti nei tragici eventi che si svolsero sull'isola greca dall'8 al 25 settembre 1943.
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D: Avvocato Filippini, Lei si è proposto una revisione della storiografia ufficiale sui fatti di Cefalonia. Su quali aspetti della vicenda si sono dunque avuti dei travisamenti? E questi sono stati, a Suo avviso, intenzionali?

R: Non è più un mistero che a Cefalonia, nei giorni dall'8 al 15 settembre '43, si verificarono incredibili atti di sedizione configuranti non solo illeciti disciplinari ma anche e soprattutto reati previsti e puniti dal codice penale militare, ad opera di alcuni ufficiali subalterni - tenenti o capitani - i quali aizzarono i soldati dipendenti, quasi tutti dell'artiglieria, contro il Comando di Divisione accusato di essere, in qualche modo, complice dei tedeschi per il solo fatto di trattare la cessione delle armi con essi, in ottemperanza agli ordini ricevuti dal Comando di Armata di Atene.
Nella pubblicazione dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dal titolo "Cefalonia", del 1945, si legge -in proposito- a pag.3: "Nell'isola di Cefalonia avvennero soprattutto due fatti che il popolo italiano ha il dovere di conoscere in tutta la loro verità.
Il primo: l'intimo dramma del generale italiano comandante delle truppe italiane nell'isola. Il secondo: per sette giorni, parte delle truppe dell'isola sono in rivolta contro il proprio generale"
A sua volta Il colonnello Giuseppe Moscardelli, in un libro redatto per incarico dello stesso Ufficio, intitolato anch'esso "Cefalonia", definì tutto ciò in modo alquanto eufemistico, (sol che si pensi all'assassinio del capitano Piero Gazzetti, dell'ufficio comando divisione, ad opera di un invasato maresciallo di marina "rivoltoso"), ma sufficientemente chiaro, cioè come "una violenta crisi disciplinare fra le truppe per alti motivi ideali"
Che si sia trattato di "rivolta" o di "crisi disciplinare", un fatto è certo, e cioè che l'Esercito Italiano sapeva -fin dal 1945- come erano andati i fatti e tuttavia tacque o fu costretto a farlo dal potere politico dell'epoca, che impose il silenzio per non compromettere l'inserimento della vicenda di Cefalonia nell'ambito della Resistenza, all'epoca egemonizzata, più di quanto lo sia oggi, dai socialcomunisti che ne reclamavano il monopolio agevolati in ciò dalla vile acquiescenza degli altri partiti politici.
Rispondendo alla sua domanda, si può, quindi, affermare che i travisamenti dei fatti furono prassi costante come dimostra, ad esempio il conferimento del Diploma di Partigiano ai militari della Divisione per cui mio Padre, da Maggiore Comandante del Genio Divisionale venne trasformato nel "Partigiano" Federico Filippini appartenente alla "Formazione" divisione "Acqui", con l'"incarico" di partigiano".
Quanto alla intenzionalità delle frottole raccontate, non possono sussistere dubbi, essendo evidente che la manipolazione degli avvenimenti si rese necessaria per creare una ricostruzione storica "virtuale" o di comodo che permettesse di inserire un episodio tragico ma, pur tuttavia, prettamente militare, nell'ambito della Resistenza sviluppatasi successivamente, la quale ebbe caratteri e connotati del tutto diversi.

D: Personalmente sono rimasto stupito leggendo, su varie fonti, di un referendum che il generale Gandin avrebbe organizzato tra i suoi uomini. Inoltre si legge anche di una iniziativa autonoma di alcuni ufficiali, che avrebbero cercato di contrastare uno sbarco di rinforzi tedeschi, mentre il generale Gandin cercava invece di guadagnare tempo. Non mi pare precisamente un modus agendi consono alla disciplina militare: sembrerebbero eventi da soviet dei soldati. D'altra parte nelle giornate del "dopo 8 settembre" la mancanza di direttive chiare e univoche causò non pochi comportamenti anomali nelle forze armate. Cosa può dirci al proposito?

R: Dei quesiti postimi, rispondo prima a quello relativo all'iniziativa "autonoma" di alcuni ufficiali che, il mattino del 13 settembre, ordinarono di loro iniziativa l'apertura del fuoco alle batterie da loro comandate, contro due motozattere tedesche che stavano per attraccare nel porto di Argostoli.
Esso rappresentò la punta dell'iceberg nella rivolta contro il generale Gandin da parte di alcuni ufficiali inferiori, tenenti o capitani che, ergendosi ad unici depositari dell'onore militare ed arrogandosi il diritto di sostituirsi ai propri superiori nelle funzioni decisionali e di comando, cercarono, con tale gesto, di dar luogo al "fatto compiuto" - come essi stessi lo definirono - atto a far fallire le trattative che il generale Gandin, come si è detto, stava conducendo con i tedeschi, in ottemperanza, ripeto, di ordini ricevuti dal proprio Comando d'Armata.
Si trattò, in sostanza, di un gesto sconsiderato e inconcepibile che, tra l'altro, non determinò affatto l'apertura delle ostilità -come si è falsamente tramandato dai suoi autori e dai loro corifei- mentre invece "fu deleterio per la saldezza disciplinare dei reparti" come affermò, in data 21 gennaio 1947, la terza sottocommissione accertamenti presso il Ministero della Guerra, chiamata a pronunciarsi su di esso.
Successivamente, durante il processo svoltosi sul finire degli anni '50 contro i predetti rivoltosi, costoro fecero passare tale "bravata" -per timore di spiacevoli conseguenze giudiziarie- come un atto difensivo compiuto per salvare il Comando di Divisione (!) da una potente "flotta da sbarco" composta di due motozattere cariche di viveri e di materiale per il distaccamento tedesco di Argostoli, e non certo di "mitragliatrici e cannoni", come essi dichiararono al pubblico ministero ed al giudice istruttore militari.
Che il Comando di Divisione non avesse bisogno di protezione in quanto nessun pericolo imminente lo minacciava e che quindi i "rivoltosi", in veste di imputati avessero detto fandonie, fu accertato dal Pubblico Ministero Militare nella sua Requisitoria, depositata il 27 marzo 1957, ove, a pagina 60, si legge quanto segue: "Riferisce il teste capitano Postal: "A un certo momento dello stesso mattino del 13 ricevetti dal comandante del 33° reggimento col.Romagnoli l'ordine da trasmettere ai comandanti di batteria di cessare immediatamente il fuoco. Cercai di mettermi in contatto telefonico con la prima batteria, ma non ci riuscii per un guasto al telefono (così ritengo). Presi allora contatto telefonico col comandante della quinta batteria, ma il tenente Ambrosini, ricevuto l'ordine, mi rispose che non accettava ordini del Comando di Reggimento, ma solo del tenente Apollonio. Spedii allora un motociclista con un ordine scritto per il capitano Pampaloni, comandante della prima batteria.
Poi il ten.col. Fioretti, Capo di Stato Maggiore della divisione, mi sollecitò per una pronta esecuzione, dal momento che le batterie sparavano ancora. Scesi allora nella via antistante il comando, dove era il pezzo della batteria di Apollonio. Ingiunsi ad Apollonio di cessare immediatamente il fuoco e di farlo cessare al tenente Ambrosini: l'Apollonio mi rispose che non avrebbe cessato il fuoco prima che i tedeschi lo avessero cessato a loro volta. Infatti le batterie semoventi tedesche avevano risposto al fuoco delle nostre batterie e continuavano a sparare. Io replicai ad Apollonio: i tedeschi hanno ordine di cessare il fuoco, quindi cessatelo voi, dal momento che siete stati i primi ad aprire il fuoco, e anche i tedeschi smetteranno di sparare. Apollonio cercò di resistere al mio ordine, quantunque gli facessi presente che veniva dal comando di Reggimento e dal comando di Divisione.
Dopo che io gli feci presente che, se insisteva, sarebbe andato a finir male, finalmente s'indusse ad accettare l'ordine. Poco dopo arrivò sulla stessa via il capitano Pampaloni che protestò per l'ordine di cessare il fuoco (evidentemente il Pampaloni era stato informato dal motociclista inviato presso di lui). Io dissi al Pampaloni, il quale davanti ai soldati protestava ad alta voce -dicendo che si trattava di ordine assurdo- che tali discorsi non si dovevano fare davanti ai soldati e che solo davanti al Comando di Reggimento egli avrebbe potuto ottenere chiarimenti. Il Pampaloni mi rispose che non accettava ordini da me, al che io reagii un po' vivacemente. Ma alla fine il fuoco cessò".
La suddetta testimonianza non ha bisogno di commento, essendo di per sé sufficiente a dimostrare quale fu il "modus agendi" di detti ufficiali -trasmesso ovviamente ai propri soldati- che, purtroppo, anziché trovare la giusta punizione -in quanto causa oltretutto della tragedia che avvenne - fu esaltato irresponsabilmente dai nostri governanti dell'epoca e ricompensato, addirittura, con il conferimento di medaglie o altre benemerenze, come la medaglia d'argento concessa all'allora capitano Pampaloni per essere stato, "il primo ad aprire il fuoco" sui tedeschi.


Faccio notare, per inciso, che il predetto, per sua ammissione, era di idee marxiste all'epoca dei fatti e lo è tuttora, come la sua appartenenza all'ANPI dimostra. Chi vuol trarre conclusioni da ciò è libero di farlo.
Quanto al cosiddetto "referendum" che il generale Gandin avrebbe indetto (!) tra i soldati per decidere il da fare, esso è forse la più colossale montatura, tra le tante avutesi sui fatti di Cefalonia, che è necessario smascherare non essendo più lecito, soprattutto sul piano morale prima che su quello storico, che si continui a perpetuare una menzogna di tal genere.
Tutto ebbe inizio con l'arrivo, nella notte del 13 settembre, del tele, inviato dal Comando Supremo italiano postosi in salvo a Brindisi, dopo la vergognosa "fuga di Pescara" del re e del suo seguito, contenente l'ordine di resistere ai tedeschi, di cui gli storici "resistenzialisti" e gli "utili idioti" che li circondano, sono restii a parlare, per paura che, una volta reso di pubblico dominio, esso faccia crollare miseramente il castello di frottole costruito sulla cosiddetta "unanime volontà", della Divisione "Acqui" di combattere contro i tedeschi.
A tale ordine che, per buona memoria riportiamo...
 (" N.1029/CS (Comando Supremo) alt Comunicate at generale Gandin che deve resistere con le armi at intimazione tedesca di disarmo at Cefalonia, Corfù et altre isole alt Firmato. Francesco Rossi Sottocapo di Stato Maggiore"),
...il generale Gandin da soldato ligio agli ordini dei propri superiori, si adeguò, anche se in cuor suo giustamente preoccupato per le tragiche conseguenze che ne sarebbero derivate e che, in effetti, si verificarono. Famosa fu la sua frase rivelatasi, purtroppo, profetica: Se perdiamo ci fucileranno tutti, pronunciata evidentemente sulla base della sua profonda conoscenza dei tedeschi che non avrebbero certo lasciato passar liscio un rovesciamento così repentino e proditorio di alleanza da parte nostra.
Ciò premesso diciamo subito che il generale Gandin non ordinò alcun referendum, ma rivolgendo la sua preoccupata attenzione su ciò che sarebbero state in grado di fare le truppe ai suoi ordini, che egli ben conosceva, reiterò i forti dubbi, già espressi in precedenza, sulle capacità di resistenza della fanteria -a massa infinitamente più numerosa dei soldati- ai previsti attacchi aerei che non sarebbero certo mancati e che, come egli aveva lucidamente previsto, furono l'arma vincente dei tedeschi.
Non era un mistero, d'altronde, che i due reggimenti di fanteria male armati e, praticamente indifesi contro eventuali minacce aeree, fossero, in maggioranza, poco propensi al combattimento a cominciare proprio dai loro ufficiali Superiori, generale Gherzi, col.Ricci e ten.col. Cessari pronunciatisi, in sede di Consiglio di Guerra convocato -per ben due volte- dal generale Gandin, favorevoli alla cessione delle artiglierie e delle armi pesanti ai tedeschi.
Lo stesso capitano Pampaloni, fece una dichiarazione assai esplicita, riportata dal col. Moscardelli nel suo libro, a pag.54, riferendosi all'accordo che la sera del 12 stava per essere raggiunto con i tedeschi: "Il colonnello Romagnoli (suo superiore diretto) insistette per convincermi (a cessare dal suo atteggiamento oltranzista) dato che non tutti gli Italiani erano decisi ad una azione energica, ed aggiunse: "Infatti nella nottata stessa mi recai in autocarretta al comando di reggimento, al comando di divisione, ai comandi dei tre battaglioni di fanteria, mi incontrai con molti ufficiali e mi resi conto che la maggioranza accettava questa decisione (di cedere cioè le armi).
Quanto sopra è la più autorevole smentita, anche per la provenienza dal Pampaloni, di tutte le falsità e le menzogne raccontate in oltre mezzo secolo sul preteso "referendum" in cui, all'unanimità, Ufficiali e soldati, avrebbero deciso di combattere contro i tedeschi pur nella consapevolezza di un esito finale infausto.
"Non abbiamo un solo aereo a nostra disposizione. I tedeschi potranno scaraventare sull'isola le loro squadriglie di aerei Stukas. Dalla loro micidiale offensiva aerea io non potrò difendere i miei uomini. Le fanterie, soprattutto, che dovranno scattare all'attacco, manterranno saldo il loro morale? Resisteranno a lungo mentre si vedranno falciare indifese dai bombardamenti aerei?" Questi, nel racconto di Padre Romualdo Formato furono i dubbi che attanagliarono l'animo di Gandin fino all'ultimo, per cui è lecito ritenere che con il presunto "referendum" egli abbia voluto tastare il polso della truppa prima di rispondere in modo definitivo alle richieste di cessione delle armi avanzate dai tedeschi. E' ovviamente da escludere che il parere di una parte dei soldati - quelli cioè che poterono darlo - abbia influito sulla decisione che egli aveva in animo di prendere, essendo fuor di dubbio la sua obbedienza all'ordine ricevuto da Brindisi.

Come detto, i soldati, interpellati in un lasso di tempo brevissimo e senza alcuna regola che consentisse loro di esprimersi a ragion veduta, non furono tutti, ma solo una minoranza, costituita soprattutto dai reparti dell'artiglieria, che si agitavano ab initio per la lotta e che la facevano ormai da padroni, agevolati dal fatto di essere concentrati intorno alla capitale Argostoli, sede del comando divisionale, né risulta che la fanteria abbia espresso -nella sua totalità- alcun parere. Nessuno ha mai scritto, inoltre, come si sia svolta questa consultazione che, dal punto di vista militare, era assurda e fuori di ogni regola, ma pareva nascere esclusivamente dal tumulto militare.

La mattina del 14 si disse che il cento per cento dei soldati avevano votato contro i tedeschi. Il fatto non sembra credibile, non solo perché non si sa quale fu la procedura seguita e se tutti furono interpellati, ma anche perché vi erano alti ufficiali, come i tenenti colonnelli Uggè e Sebastiani, che volevano passare con i tedeschi, oltre ai comandanti dei reggimenti di fanteria e del genio che si erano espressi -in ben due Consigli di guerra indetti in precedenza dal generale Gandin- in favore della cessione delle armi.

Sembra impossibile, oltre che assurdo, che costoro non avessero seguaci, e ciò porta a ritenere, ragionevolmente, che quelle che Lei, con molta aderenza alla realtà, definisce manifestazioni di "sovietismo" non siano state del tutto spontanee né totalitarie, ma soltanto imposte, con metodi di stampo bolscevico, alla maggioranza delle truppe da una minoranza di forsennati, resi tali oltre che dai vaneggiamenti di alcuni loro superiori diretti anche dalla propaganda greca che in quei giorni ebbe interesse ad aizzare i nostri soldati contro i tedeschi, fermo restando che, come gli eventi successivi dimostrarono, in particolare con l'annientamento della divisione "Pinerolo" ad opera loro -sul continente greco- per essi, sia italiani che tedeschi, rimasero acerrimi nemici da combattere.

D: Avvocato, i combattimenti a Cefalonia durarono dal 15 al 22 settembre '43. In questo lasso di tempo cosa venne fatto da parte del governo italiano (ammesso che in quel momento esistesse un governo italiano... ) per venire in soccorso della Divisione Acqui? O non venne fatto nulla?

R. L'eccidio di Cefalonia fu la risultante di una serie di circostanze combinatesi tra loro in modo tale che il tragico epilogo ne sembrò, addirittura, la conclusione più logica.
Tutto congiurò a tal fine: dal silenzio radio sceso sull'isola, alla propaganda greca che sconvolse le menti e fece venir meno la disciplina; dalla rivolta degli artiglieri capeggiati da giovani ufficiali, ardimentosi ma irresponsabili, alla eccessiva tolleranza del generale Gandin verso costoro che, a conti fatti, risultò fatale.
Quanto sopra dette luogo ad una azione "nella quale -come ben disse lo storico Attilio Tamaro- gli inferiori avevano comandato ed i superiori obbedito".
A ciò è da aggiungere -e con questo rispondo alla domanda- la spaventosa responsabilità di Badoglio e del Comando Supremo che fuggirono lasciando le truppe, in patria ed oltremare, in balìa di sé stesse, unitamente a quella dei nuovi "alleati" che non vollero aiutare la "Acqui" durante la disperata lotta con i tedeschi e si avrà il quadro completo della situazione.
Le responsabilità del gruppo badogliano, in particolare, lungi dall'esaurirsi nell'ambiguo testo dell'armistizio, culminarono nel criminoso radiogramma con cui il Comando Supremo -a fuga ultimata- emise l'ordine di resistere "manu militari" ai tedeschi nella notte del 13 settembre. Esso mutò radicalmente la situazione, poiché Gandin non potè più far nulla per salvare il salvabile, ma dovette obbedire.
Il Comando Supremo spinse così al suicidio la divisione - complice l'attività ritardatrice dei rivoltosi - ben sapendo che non avrebbe potuto mandarle alcun aiuto e che gli Alleati l'avrebbero lasciata perire; "al governo badogliano - scrisse il Tamaro - occorreva che si combattesse a qualunque costo, occorrevano anche quei morti per tentare di forzare il riconoscimento da parte degli Alleati e per giocare quella carta insanguinata a favore della vanamente invocata alleanza".
La criminosità di tale ordine trovò conferma, tra l'altro, nella risposta che il Comando Supremo fornì alle disperate richieste di Gandin, che esso aveva gettato allo sbaraglio, il cui tenore fu il seguente: "Impossibilità invio aiuti richiesti alt Infliggete nemico più gravi perdite possibili alt Ogni vostro sacrificio sarà ricompensato alt Ambrosio". Niente aiuti, dunque, ma soltanto promesse a soldati mandati a morire inutilmente.
Nella Marina, a onor del vero, un tentativo fu fatto dall'ammiraglio Galati che, impressionato dai drammatici appelli, propose al ministro De Courten di agire ad insaputa degli Inglesi e, ottenuta l'autorizzazione, partì da Brindisi alla volta di Cefalonia, al comando di due torpediniere cariche di viveri, medicinali e munizioni.
Dopo poco lo raggiunse un radiogramma che gli ingiunse di rientrare alla base immediatamente: L'Alto Commissario Alleato, il generale inglese Mac Farlane aveva imposto tale ordine e il ministro aveva ceduto.
Con tale scellerato atto anche gli Alleati si conquistarono, dunque, la loro bella fetta di responsabilità nella tragedia che si stava consumando a Cefalonia.
In tale coacervo di responsabilità, comunque, la più grave, che pesò come un macigno sul gruppo badogliano, fu quella di non avere dichiarato guerra alla Germania, con tutte le nefaste conseguenze che seguirono e che scandalizzarono gli stessi Alleati.
Il 29 settembre, infatti, durante la conferenza svoltasi a Malta tra il generale Eisenhower ed i membri del governo Badoglio avvenne il seguente colloquio:
EISENHOWER: "Desidero sapere se il governo italiano è a conoscenza delle condizioni fatte dai tedeschi ai prigionieri italiani in questo intervallo di tempo in cui l'Italia combatte la Germania senza averle dichiarato guerra".
AMBROSIO: "Sono sicuro che i tedeschi li considerano partigiani".
EISENHOWER: "Quindi passibili di fucilazione?".
BADOGLIO: "Senza dubbio".
EISENHOWER: "Dal punto di vista alleato la situazione può anche restare com'è attualmente, ma per difendere questi uomini, nel senso di farli divenire combattenti regolari, sarebbe assai più conveniente per l'Italia dichiarare la guerra".
Dunque gli Alleati e, soprattutto, i badogliani sapevano qual'era la sorte degli italiani mandati al combattimento! Badoglio, anzi, era certo che gli stessi erano passibili di fucilazione, ma ciò non gli impedì di inviare il drastico ordine di combattere che costò la vita a circa diecimila uomini morti in una "lotta pazzesca e inutile" come, con molta aderenza alla realtà, il Maresciallo Alexander e l'Ammiraglio Cunningham definirono quanto avvenne a Cefalonia.
Concludendo mi sembra logico rilevare, alla luce di quanto sopra, la pretestuosità della tesi, sostenuta dalla storiografia ufficiale, che ha sempre puntato il dito accusatore soltanto verso i tedeschi, quali unici responsabili dell'eccidio di Cefalonia, omettendo di precisare -per inconfessabili motivi- che costoro recitarono la parte -a loro congeniale- di carnefici, sempre e soltanto a seguito di azioni la cui responsabilità ricadde su altri.

D: Lei è certo a conoscenza delle dichiarazioni rilasciate dal senatore a vita Taviani, secondo il quale nel 1956 il ministro degli Esteri Gaetano Martino (PLI) si adoperò presso il ministro della Difesa (carica ricoperta appunto da Taviani) per insabbiare gli atti istruttori che avrebbero potuto portare all'incriminazione di diversi ufficiali tedeschi responsabili della strage di Cefalonia. La motivazione politica di questa ingerenza era la necessità di non gettare discredito sul ricostituito esercito tedesco (del quale facevano parte alcuni di quegli ufficiali), che rappresentava uno dei cardini principali del dispositivo di difesa contro la minaccia comunista. Lei cosa può dirci al proposito?

R: Il presunto insabbiamento della strage di Cefalonia -da parte di Taviani e Martino- è stato montato ad arte dai signori della sinistra nostrana, i quali attraverso la scoperta del "nulla", hanno tentato di inserirsi a pieno titolo nella "querelle" relativa alla collocazione storico-ideologica della vicenda, non avendo digerito l'insuccesso delle loro ricorrenti manovre intese ad annoverare acriticamente la stessa nell'ambito di quella parte della Resistenza a loro congeniale, quella, per intenderci, color rosso sangue. Avvalendosi, quindi, della collaborazione dei numerosi "utili idioti" circolanti in Italia e inconsciamente al loro servizio, essi sono riusciti a far credere che il procedimento giudiziario contro alcuni militari tedeschi ritenuti responsabili degli efferati eccidi commessi a Cefalonia, sia stato insabbiato, nel '57, dalla nostra Magistratura Militare per l'intervento del ministro della Difesa dell'epoca Taviani in combutta con quello degli Esteri Martino,
Indubbiamente, da parte di questi due personaggi vi fu una volontà politica comune mirante ad evitare che inchieste giudiziarie sui fatti di Cefalonia, potessero danneggiare l'immagine che la Germania democratica stava faticosamente cercando di darsi, ed in questo consiste la "scoperta" del giornalista Giustolisi, nell'aver visionato cioè una lettera di Martino sostenente tale necessità sulla quale Taviani scrisse in calce "concordo pienamente con il ministro Martino".
Tale concordanza di vedute e di aspirazioni , vergognosa soprattutto in Taviani, Presidente della FVL che raggruppa tutte le Associazioni Combattentistiche e, soprattutto, Partigiane(!), rimase però allo stato embrionale, non avendo potuto influire sul funzionamento della Magistratura Militare, che, proprio per la sua indipendenza da qualsiasi altro potere dello stato, si attivò a seguito delle denunce di un magistrato, padre di un Caduto, il quale riuscì a far rinviare a giudizio 27 imputati italiani, tra cui i principali furono il Pampaloni e l'Apollonio, e 30 militari tedeschi.

Naturalmente i reati loro ascritti erano diversi ma, per ragioni di connessione oggettiva ad essi venne assegnato lo stesso giudice, il Tribunale Militare di Roma, che svolse l'istruttoria relativa a quelli italiani mentre per quelli tedeschi si ebbero difficoltà oggettive derivanti dall'assenza di accordi bilaterali che permettessero non solo l'eventuale estradizione degli imputati ma addirittura non consentivano la richiesta delle complete generalità data l'improponibilità della richiesta di estradizione.
Per chi volesse saperne di più rammento che tutta la vicenda riguardante detto processo è ampiamente riportata e documentata nel mio libro cui, ovviamente, rimando il lettore.
Concludo ribadendo, se ve ne fosse ancora bisogno, che la questione dell'insabbiamento ripresa dalla stampa "sinistreggiante" è un falso scoop destinato ancora una volta a fuorviare l'opinione pubblica fornendo ad essa, come autentica, una "realtà virtuale" esistente soltanto nella mente insana di chi la concepì.

D: Il Suo libro, ed ora il Suo sito (
www.cefalonia.it ), che tipo di risposta hanno avuto, e da chi in particolare?

R: Il mio libro, ancorché pubblicato da un modesto editore e distribuito quasi esclusivamente attraverso il metodo del "passa parola" ha avuto un'accoglienza entusiastica, man mano che se ne è diffusa l'esistenza, soprattutto fra gli appassionati non della storia ma "della verità storica" ivi compresi i congiunti dei Caduti che me ne hanno fatto gran richiesta accompagnata da lodi ed apprezzamenti, soprattutto per aver saputo "finalmente la verità".
Aggiungo che il mio piacere più grande è quello di aver inferto un colpo mortale ai falsificatori della storia che albergano e vivono di rendita, da decenni, nel culturame politico-ideologico della sinistra.
Quanto al mio sito esso è andato ad aggiungersi al successo del libro e sono certo che, anche per le migliorate condizioni politiche che - grazie a Dio - si preannunciano, avrà il successo che la Verità dei fatti ed i Martiri di Cefalonia reclamano da lunghissimi anni".

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Il ritorno di questa pagina, è dovuto ai lettori di CRONOLOGIA poiché essi ci apprezzano, e ci seguono da anni, proprio per lo sforzo continuo di leggere la storia senza preconcetti, mettendoci al di sopra della passione politica che ognuno di noi ha (e deve avere), accettando solo la verità, rigorosamente provata, da qualsiasi parte venga.

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4° INTERVENTO

Interviene nuovamente il Sig. PAOLO PAOLETTI

Sign. Franco, ho apprezzato il suo comportamento equilibrato su Cefalonia. Anche se chiede -giustamente- che il sito non diventi sede di dibattito tra due soggetti, in questo caso tra me ed il mio amico-nemico Filippini, mi astengo da qualsiasi richiesta, tuttavia chiedo sommessamente: non sarebbe giusto farmi intervenire con una risposta a Filippini?:

"Caro Filippini, non ho mai sostenuto che la divisione si era ribellata o che Apollonio e i suoi si erano 'ammutinati'. Al contrario, ho detto che Gandin accreditò di fronte al nemico l'idea falsa che la divisione si era rifiutata di radunarsi nella zona di Sami, cioè di arrendersi. Apollonio, come Amos Pampaloni e gli altri, avevano accettato obtorto collo l'ordine di muovere verso la zona di raccolta. Dunque la sera del 13 settembre "l'obbedienza all'ordine fu pronta, rispettosa ed assoluta", come chiedeva il regolamento, e infatti 5 battaglioni erano in movimento. Dunque Gandin dichiarò il falso ai tedeschi e a questo proposito ci sono diverse testimonianze di supposti 'ribelli': vedi Amos Pampaloni in 'Il Ponte', n.9, settembre 1954, p. 1481.

Al tuo punto 2 rilevo con soddisfazione che non ti attesti più sulla linea del mancato ricevimento da parte di Gandin degli ordini del Comando Supremo, o sul ricevimento degli stessi il 13 o il 14 settembre. Concordo con le tue parole: "a guerra finita il gen. Gandin avrebbe potuto essere processato per il reato di nosservanza di un ordine" da un Tribunale Militare". Ma se un generale, in un teatro di guerra, da tre giorni, continua a non rispettare gli ordini superiori e dopo il responso inequivocabile della divisione di voler combattere, tratta ancora col nemico (si veda il documento diretto a Lanz dal ten. Thun, alle 22,00 del 14 settembre : "Trattative ancora in corso. Il Comandante (Barge ndr) è ancora presso il gen. Gandin".

Se Gandin avesse ubbidito agli ordini del CS o si fosse adeguato alla volontà dei suoi uomini quelle ore non le avrebbe trascorse intorno ad un tavolo con il col. Barge.

E' allora esagerato, od eccessivo, accusarlo giuridicamente di tradimento verso il legittimo governo italiano e moralmente davanti alla volontà espressa dai suoi uomini ? Se Gandin non può essere processato perché deceduto, diventa automaticamente innocente davanti alla Storia e a quei Martiri, come tuo padre?

Tu citi una lettera del Generale Antonio Basso al dottor Triolo per attestare che era opportuno arrendersi: "Roma 15 ottobre 1946 Egregio dottore........Anche io, in Sardegna, ebbi in quei tristi giorni dai Superiori dello Stato Maggiore rifugiati in Brindisi, ordini feroci di azioni contro i tedeschi, ordini ineseguibili che avrebbero portato a gravissime conseguenze per le mie truppe. Ebbi anch'io degli illusi e dei ribelli che volevano forzarmi la mano, ma potei resistere e domarli, ottenendo in otto giorni la completa liberazione dell'isola".

La differenza sostanziale tra Basso e Gandin è che il primo non trattò la resa con i tedeschi, non scambiò il Regno del Sud con la futura Repubblica fascista di Mussolini e davanti ai tedeschi non fece passare i suoi soldati come 'ribelli' ai suoi ordini.
E così si ritorna alla criminogena lettera di Gandin ai tedeschi, dove accusa di "ammutinamento" la sua divisione, per cui oggettivamente spinge Hitler a considerarla "ribelle", per cui il Führer decise di non fare "nessun prigioniero" a Cefalonia e Corfù. Filippini, tu ribatti che "...i tedeschi avevano assistito a due o tre episodi sanguinosi, essendo essi frammischiati agli italiani, per cui l'ordine di non fare prigionieri di Hitler fu dato non sulla base della lettera di Gandin ma di tutti gli atti che precedettero il combattimento compiuti da una parte dei militari della divisione".

No, Filippini, i suddetti episodi sono spiegabili con la tensione esistente tra le truppe ma non hanno niente a che fare con lo stato di ammutinamento generalizzato denunciato nella lettera ("La divisione si rifiuta di ubbidire al mio ordine..").
Le vittime tedesche e italiane del 12 e 13 non interruppero le trattative tra le parti, non spinsero il gen. Lanz a gridare all'ammutinamento. Ma davanti al fatto gravissimo che Gandin metta per icritto la sua accusa, allora l'atteggiamento tedesco deve cambiare: se è Gandin a definire la divisione ammutinata allora chi la legge ne deve prendere atto. L'ulteriore aggravante è che la dichiarazione scritta di Gandin è del tutto falsa: nessuno si rifiutò di eseguire la manovra di raccolta nella zona di Sami. Non ci fu nessun ammutinamento dell'intera divisione. E' vero, invece, che la divisione aveva scelto di combattere e lui era convinto ad arrendersi.

Gandin mentì gettando l'intera colpa del mancato raduno sui suoi uomini, mentre la verità era che la divisione si era pronunciata per la lotta. Ci sembra che neppure tu, Filippini, creda alle sue affermazioni dell' ammutinamento, perché poi, per giustificare la strage, aggiungi la solita favola della mancata dichiarazione di guerra: "Naturalmente l'assenza di uno Stato di guerra dichiarata consentì ai tedeschi di agire come agirono sentendosi addirittura in regola con le Convenzioni Internazionali che considerano partigiani o franchi tiratori, passibili di fucilazione sul posto, i soggetti che imbracciano le armi senza la qualità di "combattenti regolari".

Per l'ennesima volta ripetiamo a Filippini e agli esaltatori della medaglia d'oro Gandin: perché i tedeschi massacrarono i prigionieri di guerra solo a Cefalonia ? Perché non a Lero, dove si resistè per 52 giorni, perché non a Tarvisio, Barletta, Bari o a Porta S.Paolo a Roma? Inoltre Filippini torna a dimenticare che i tedeschi avevano attaccato tutti i paesi europei senza dichiarare guerra a nessuno stato invaso!! Perché questa doveva essere una conditio sine qua non per considerare prigionieri di guerra solo i nostri soldati di Cefalonia ? No, tutte queste stupidaggini non diventano una risposta logica e vera solo perché si ripetono da 60 anni.
Tutti quelli che considerano Gandin un Eroe devono solo spiegare (magari con un documento o anche un ragionamento logico) il fatto incontrovertibile che i tedeschi uccisero soldati e ufficiali prigionieri di guerra solo a Cefalonia".

Cordialmente
Paolo Paoletti

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Riceviamo dalla Germania

Gent. Sig. Franco, entro nella questione "Cefalonia" per fare alcune precisazioni.
Per quanto attiene lo stato di belligeranza tra la Germania e il Regno d’Italia dopo l’8 settembre, la mancata dichiarazione di guerra da parte del Governo Badoglio alla Germania non è affatto decisiva. Mi rifaccio a questo proposito alle deduzioni contenute in una perizia commissionata dal governo della Repubblica Federale di Germania al Prof. Dott. Christian Tomuschat, cattedratico di diritto internazionale presso la Humbold-Universität di Berlino. Tomuschat spreca litri di inchiostro per provare che gli i militari italiani tratti in prigionia dai tedeschi dopo l’8 settembre erano, anche in assenza di una dichiarazione ufficiale di guerra, “Kriegsgefangene” (prigionieri di guerra) a tutti gli effetti e che lo rimasero persino dopo il 20 settembre, data in cui il loro status venne trasformato d'imperio in quello di "italienische Militärinternierte" (Internati Militari Italiani).

Va inoltre tenuto presente che, come si evince inconfutabilmente dai diari di guerra del comando supremo della Wehrmacht (OKW) e della 1. Gebirgsdivision, persino lo stesso Hitler considerò i militari italiani superstiti del massacro di Cefalonia “Kriegsgefangene”.

Per quanto concerne invece la questione dello status di “franchi tiratori” dei appartenenti la Divisione "Acqui" non è neppure necessario invocare il diritto internazionale. Basta infatti citare una normativa tedesca in vigore al tempo dei fatti di Cefalonia, ovvero la
“Verordnung über das Sonderstrafrecht im Kriege und bei besonderem Einsatz – Kriegssonderstrafrechtsverordnung”

(Decreto in merito al diritto penale speciale in tempo di guerra) del 17.8.1938.

(vedi in allegato il documento)

 

Il § 3 (Freischärlerei) di tale normativa stabilisce che non possono essere considerate “franchi tiratori” (Freischärler) unità nemiche armate "in uniforme" e riconoscibili dai "distintivi prescritti dal diritto internazionale". Penso che non vi sia dubbio che tutti i membri della Divisione “Acqui” erano dotati di tali requisiti.

Stando sempre alla normativa in questione, non possono neppure essere considerati “franchi tiratori” combattenti appartenenti milizie e corpi volontari se guidati da un capo responsabile dei suoi uomini e se tali combattenti portano apertamente le armi e un distintivo riconoscibile a distanza. E neppure la popolazione civile che fa ricorso alle armi di fronte a un nemico invasore, non trovando il tempo di munirsi di divise e distintivi, può essere assoggettata a franchi tiratori finché porta apertamente le armi.

Sterminando deliberatamente gli appartenenti la Divisione “Acqui” durante e dopo i combattimenti la Wehrmacht non contravveniva solo contro i regolamenti internazionali, ma persino contro il proprio “Kriegssonderstrafrecht” ovvero il diritto penale militare speciale, che porta le firme dello stesso Hitler e del capo del comando superiore della Wehrmacht, il generale Keitel.

Ma come è noto, la Germania nazista era tutto, tranne uno Stato di diritto".

 

Cordiali saluti

Manfred H. Teupen

allegato

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(lettera in E-mail, e allegati in archivio)
."Manfred H. Teupen" <mteupen@tiscalinet.it> --------------------

un altro contributo dell'Avv. Massimo Filippini

Egregio signor Gonzato,
rispondo a chi sostiene argomenti il cui diffamante contenuto nei confronti della Medaglia d'Oro gen. Gandin, integra, tra l'altro, il reato di "Vilipendio delle FFAA", con il documento allegato che, spero, Ella pubblichi in modo ben leggibile, costituendo lo stesso una clamorosa smentita delle "folli", ma non tanto, asserzioni altrui.
Autore del brano fu un ex s. ten. medico della div. 'Acqui', Pietro Boni, grande amico e sostenitore, all'epoca dei fatti, di Pampaloni, Apollonio, ecc. ecc.
Sintomatica della situazione, in esso descritta, è la frase "gli artiglieri decisi a tutto" che, mi sia consentito dire, mal si concilia con la pretesa obbedienza di costoro agli ordini di consegnare le armi sostenuta da brillanti "favolisti", ma pessimi resocontisti dei fatti.
Come noterà l'articolo è del 1945 e, quindi, di grande importanza per la ricostruzione dei fatti, essendo di essi quasi "coevo". E proprio il suo contenuto smentisce clamorosamente le manipolazioni "postume", in particolar modo le ultime, della Verità.
Oppure si deve ritenere che il s. ten. Pietro Boni -apologeta dichiarato dei due suddetti personaggi- sia stato un "precursore", magari inconsapevole, di quanto ha scritto e sostiene il sottoscritto ?

Cordiali Saluti - avv. Massimo Filippini

(allegato - immagine digitalizzata - kb 185 - attendere il caricamento)


ANCORA UN INTERVENTO DI MASSIMO FILIPPINI

21 Aprile 2006

Egregio signor Gonzato,

sono Massimo Filippini (quello di Cefalonia per intenderci) e dopo un lungo silenzio torno a farLe sentire la mia voce in merito alla querelle sulla tormentata vicenda.
Dall'ultima volta che ci sentimmo ho scritto altri due libri, il primo "La tragedia di Cefalonia - Una verità scomoda" IBN ed. Roma 2004 e il secondo "I CADUTI DI CEFALONIA: FINE DI UN MITO" in fase di stampa e in procinto di uscire ai primi di maggio prossimo.
Con quest'ultimo ritengo anzi sono certissimo di aver posto la parola "fine" sull'incredibile sequela di falsità, di inesattezze e in definitiva di travisamenti imperversanti sulla vicenda da oltre 60 anni.

Ho chiarito, infatti e in modo inequivocabile -perchè documentato "ufficialmente"- che i Morti a Cefalonia -per mano tedesca- furono 1.647 di cui 1292 Caduti in combattimento e 355 ( in gran parte Ufficiali) Fucilati dopo la resa per rappresaglia.
Da tale mia faticosa ricerca discendono alcune conseguenze che modificano completamente tutte -dico tutte- le chiavi di lettura della vicenda: per brevità di esposizione le enumero sinteticamente. come segue

1- L'eccidio di colossali dimensioni e addirittura 'ciclopico' come lo ha definito Paoletti -nella scia di tanti pseudo storici e ricercatori- non ci fu assolutamente; i soldati 'massacrati' in numeri varianti da 9 a 10.000 unità non sono mai esistiti se non nelle menti di tanti cantastorie ignoranti e spesso anche in malafede..

2- Se non c'è stato un simile eccidio (con la truppa decimata in misura macroscopica per colpa della lettera 'criminogena' di Gandin, come dice Paoletti) ciò vuol dire che non ci fu neanche il tradimento o se (per fare contento il mio 'amico-nemico') vogliamo dire che ci fu, dobbiamo però ammettere che esso non provocò alcuna conseguenza letale o 'ciclopica' come il predetto ha scritto nelle oltre trecento pagine del suo "libro- requisitoria" contro il generale Gandin.
Ovviamente anche i tantissimi 'gestori' delle incredibili bugie sui "Numeri" della vicenda dovranno chiudere bottega e darsi ad altra attività lasciando in pace i poveri 355 Martiri realmente e vilmente fucilati dai tedeschi per rappresaglia di colpe in gran parte commesse da altri i cui nomi -specie di un paio di costoro- grazie anche alla modesta opera del sottoscritto, sono ormai ben noti.
In ogni caso è evidente la differenza tra le cifre catastrofiche su accennate e quella tristissima (anche per me comprendendo essa mio Padre) ma infinitamente minore dei fucilati dopo la resa.

3- Ultima e ancor più clamorosa conseguenza, che tapperà per sempre la bocca dei tanti costruttori di teoremi storici fondati sul mendacio, è che il Mito di Cefalonia -fondato su migliaia e migliaia di morti- assolutamente non esiste e ciò anche in considerazione di quanto è scritto nella "Relazione sui fatti di Cefalonia" scritta nel 1948 dal t. col. Livio Picozzi che dal sottoscritto fu scovata negli Archivi militari ed illustrata ampiamente nel suo secondo libro specie laddove l'estensore invitò le FFAA ad insabbiare tutto e ad "alimentare" il Mito (di cui egli aveva constatato l' inesistenza), "ormai creatosi" sulla vicenda, .

Detto questo La informo -egregio signor Gonzato- che, qualora lo gradisse, non appena pronto Le farò inviare dal mio editore il libro in corso di stampa: per ora allego alla presente la 4^ pagina (definitiva) di copertina di esso di per sè assai esplicita.
La autorizzo, altresì, a pubblicare la presente -sempre che lo voglia- nelle pagine a suo tempo dedicate alla questione.

Distinti Saluti
avv. Massimo Filippini


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