ANNO 1943
testimonianze di quel maledetto giorno 8 settembre 1943...


...all'isola di LERO

 così a Coo, Icaria, Calino, Samo, Stampalia, Patmo, Cefalonia.

 di Virgilio Spigai - Capitano di Fregata  che al tempo dei fatti descritti aveva il comando DICAT-FAM 
(difesa contraerea, fronte a mare)  era in sostanza il comandante delle batterie dell' Isola).

"Alle basse Sporadi, costituenti nel loro insieme il vecchio possedimento italiano nell' Egeo chiamato Dodecaneso, appartiene l'isola di Lero. Di forma assai articolata fa da sistema con l'adiacente isola di Calino dalla quale la separa uno stretto, ingombro di isolotti. 
Ricca di alture scoscese, lunga 15 km e larga in alcuni punti appena mille metri, ha la caratteristica di possedere coste frastagliatissime ed almeno due profonde insenature adatte all'ormeggio in sicurezza di idrovolanti e mezzi navali. Quando gli avvenimenti in Etiopia e in Spagna lasciavano ormai presagire quello che sarebbe presto accaduto, la Marina, vista la inadeguatezza del porto di Rodi e l'assenza di rade chiuse in tutte le altre isole dell'Egeo Italiano, concentrò la sua attenzione su Lero e le sue insenature naturali, in particolare di Portolago e Parteni, che, uniche, avrebbero offerto alle navi un punto di appoggio di carattere permanente. In pochi anni l'isola era diventata un'importante base della Marina dove all'inizio della guerra erano dislocati, oltre a naviglio di superficie, per lo più MAS e siluranti, numerosi sommergibili tra i quali il "Gemma" il "Neghelli" lo "Jantina" l'"Ondina" lo "Zeffiro" il "Perla" lo "Sciré" l'"Anfitrite" il "Foca" il "Naiade", purtroppo tutti poi perduti nelle operazioni belliche. 

Naturalmente una così nutrita presenza di naviglio presupponeva l'esistenza di caserme, stazioni di carica degli accumulatori, officine, bacini di carenaggio, centrali per il rifornimento di acqua, ossigeno, combustibile, depositi di carburante per decine di migliaia di tonnellate di nafta, in poche parole un vero e proprio arsenale, piccolo ma efficiente. Un aeroporto, ampi depositi di siluri e munizioni in caverna, insieme ad una piccola centrale elettrica anch'essa in caverna, completavano il quadro d'insieme. é chiaro che il naviglio ospitato e l'organizzazione industriale sorta rappresentava un discreto obiettivo per un eventuale assalitore e pertanto andava difeso. A ciò provvedeva un certo numero di sbarramenti di mine ed ostruzioni portuali, 500 soldati del 10^ Fanteria, Divisione Regina e 24 batterie di cannoni, per lo più miste, navali e contraeree per un totale di circa 100 pezzi. Le batterie costituivano un insieme numericamente elevato, ma in quanto a qualità erano un campionario della produzione dei cinquanta anni precedenti; si andava dai vecchi 152/40 navali della batteria "Ciano" per arrivare, attraverso un discreto assortimento, ai moderni 90/53 antiaerei. Alcune postazioni di moderne mitragliere binate antiaree da 37/54 completavano lo schieramento difensivo. Il pregio di moltissime batterie era l'eccellente posizione in cresta con il difetto però che in tutte, anche le maggiori, non vi era alcuna protezione, escluse quelle naturali, e pertanto i cannonieri "nonostante fossero Italiani", al momento opportuno, si batterono con generosità e coraggio. 

Lero nella guerra contro gli Inglesi 

La notte del 9 giugno 1940 i sommergibili uscirono in mare e il 10 giugno fu la guerra. Pareva che dovesse succedere il finimondo e invece li` per li` non accadde nulla. Ma gli Inglesi dov'erano? Non li`, per il momento. La guerra c'era, ma infuriava aspra in alto mare e si sapeva. Si era combattuto a Punta Stilo. All'alba del 20 luglio furono attesi invano in arrivo dall' Italia il "Colleoni" e il "Bande Nere" affondato nel passo di Cerigo dopo strenuo combattimento. La guerra c'era, ma la vedevano gli aviatori e i sommergibilisti che andavano a cercarla fuori del possedimento, non gli uomini addetti agli impianti di difesa dell'isola. Il possedimento fu attaccato, ma solo a scopo diversivo il 4 settembre 1940; azione aerea su Rodi e navale su Scarpanto per distrarre l'attenzione dei nostri dal passaggio di un convoglio. Il gioco non valse la candela, noi perdemmo quattro aerei, gli Inglesi una diecina e il convoglio fu ugualmente bombardato. 

A Lero non accadde nulla; i cannonieri restarono appisolati e lo erano anche quando il 20 settembre i bombardieri britannici si decisero ad un primo attacco. L'azione fu inconcludente sia per l'imprecisione del bombardamento sia per la fortuna che ci aveva assistito, come poi dimostrò il grafico dei crateri, diligentemente compilato. Ai primi di ottobre si ebbe il primo posto vuoto alle nostre banchine; il sommergibile "Gemma" saltò in aria, di notte, ad appena cinquanta miglia dall'Isola. Da allora aumentarono le attese, purtroppo vane, di veder comparire all'imboccatura le sagome note delle nostre unità; mese dopo mese, anno dopo anno i posti vuoti alle banchine crebbero. La sera del 20 ottobre una discreta formazione area attaccò decisamente da bassa quota. Molte bombe mancarono il bersaglio, ma molte purtroppo furono piazzatissime. Ci furono danni materiali ingenti, quaranta morti e molti feriti. Il naviglio non fu toccato, ma il morale del presidio fu scosso. I nostri cannonieri furono ingannati da una intelligente manovra di avvicinamento e da un attacco condotto a quota radente. 

Come poi si seppe, il comandante della squadriglia un certo H., di indubbio valore, aveva in tempo di pace lungamente soggiornato a Lero e conosceva bene i luoghi, risultando perciò pericolosissimo. La cosa fu spiegata agli uomini delle batterie e agli addetti alle mitragliere delle unità navali. Bisognava che la rete di avvistamento funzionasse alla perfezione e che tutte le armi disponibili sparassero al momento giusto con la massima precisione. Dal rendimento del fuoco in quei pochi istanti sarebbe dipeso il destino della base navale. La notte fatale in cui i Britannici ritentarono l'impresa diversi fattori erano a nostro favore; la visibilità era perfetta e la totale assenza di vento consenti` alle reti foniche di segnalamento di funzionare egregiamente tanto che i cannonieri ebbero tutto il tempo per raggiungere i pezzi e prepararsi al tiro. ".....il silenzio altissimo fu rotto dal rombo crescente degli aerei che si avvicinavano. Le vette scoscese imprigionavano il suono dei motori e lo incanalavano a valle, centuplicato da un curioso effetto aerofonico. Il frastuono era ormai assordante e le batterie tacevano ancora. 

D'un tratto le sommità delle colline si coronarono di fiamme gialle e il rullare fragoroso di cento cannoni che sparavano insieme parve voler schiantare i monti per aver modo di espandersi. Dal basso, dalla schiera densa delle navi all' ormeggio si alzò una spettacolosa cortina di traccianti. In quell'inferno di fuoco irruppe H. alla testa degli attaccanti. Era troppo anche per un grande guerriero. Il suo aereo cadde presso la batteria 306. Altri si piantarono in mare dopo aver attraversato il cielo come vistose meteoriti. Bengala, aerei e bombe si spaccarono a casaccio sulle rupi. L'impresa temeraria degli assalitori era fallita e per un gioco del caso nessuno degli Italiani fu ferito. H. e i suoi aviatori furono sepolti il giorno dopo nel cimitero di Temenia con solenni onoranze....." . Da quel giorno, per lungo tempo, Lero non fu più toccata dagli aerei britannici. 

Dalla caduta di Mussolini all'Armistizio 

La caduta di Mussolini non ebbe nell'isola risonanza alcuna. I fatti militari l'avevano così evidentemente determinata che nessuno se ne stupì. Pur nell'incertezza del momento ognuno continuò a fare il proprio lavoro e il turno delle sentinelle non fu spostato di un secondo. In quel periodo però i Tedeschi provvidero a mettersi in guardia dalla ormai evidente defezione italiana, predisponendo il piano per l'imbottigliamento degli ex alleati. Alle 18,30 dell' 8 settembre 1943 il radiotelegrafista addetto alle intercettazioni comunicò che Radio Algeri aveva trasmesso la notizia dell' armistizio richiesto dall' Italia. Alle 20, un'ora e mezzo più tardi, il nostro giornale radio comunicò la stessa notizia. Qualcuno, libero dal servizio, si abbandonò ingenuamente a qualche gesto di allegria e le campane degli isolani suonarono a festa. Il comandante della base, ammiraglio MASCHERPA (M.O.V.M.), intimò che tutto rientrasse nella più assoluta normalità, ordinando di assumere l'assetto di emergenza con la precisazione di reagire immediatamente a qualsiasi intimazione e offesa, "anche se tedesca". Sull' Isola non vi erano Tedeschi che potessero puntare le baionette alle costole, ma ciò al Comandante non parve sufficiente garanzia. Non vi fu ne` sbandamento disciplinare né crisi di autorità. Fu ordinato di entrare a Lero a tutte le unità che si trovavano in mare, ordine che solo il cacciatorpediniere "Euro" fu in grado di eseguire. 

Intanto era nato il giorno 9 e mentre alcune unità della Marina rimanevano imbottigliate al Pireo e a Creta, a Rodi scoppiavano, come prevedibile, seri conflitti tra Italiani e Tedeschi. Nell' isola di Icaria avvenivano invece rivolte contro il presidio italiano, che dipendeva però dal comando di Samo. Da Rodi, la sera del 9 giunse la richiesta di rinforzi che furono mandati con il cacciatorpediniere "Euro" che, per non rimanere imbottigliato, fu poi rispedito precipitosamente indietro. La situazione era molto confusa. Rodi cadde il mattino del giorno 11 trascinandosi dietro il Comando Superiore delle Forze Armate, il Comando della Marina in Egeo e, quel che é peggio, mettendo in mano tedesca i suoi campi di aviazione; gli unici dai quali gli Inglesi, all'occorrenza, avrebbero potuto aiutarci. Era chiaro che in Italia regnava una situazione caotica. Era chiaro che in Balcania e in Grecia i nostri avrebbero avuto la peggio. 

Caduto il comando dell'Egeo con dieci generali e due ammiragli, tutta la responsabilità dello scacchiere sparso e disarticolato si riversava automaticamente su Lero e sul suo Comandante. Le siluranti i MAS e il cacciatorpediniere "Euro" sfuggito ai Tedeschi, con i pochi mezzi portuali, era quanto restava a disposizione della nostra difesa. Gli Inglesi avevano già fatto un cauto tentativo di mettersi in contatto con noi mentre dei Tedeschi ancora nessuna traccia, se si esclude il volo di un loro ricognitore tenutosi a distanza di sicurezza. Il giorno 12, domenica, giunse una prima missione inglese con intenti informativi. Il tempo stringeva e bisognava prendere una decisione. Gli ufficiali, per lo più riservisti, furono tutti consultati e a tutti fu lasciata la facoltà di scegliere liberamente. Unanime fu la risposta, di fedeltà all' Italia e al Re, a condizione che la bandiera dell' isola restasse italiana: e tale restò fino all' ultimo. Di tutto il mondo insulare erano rimaste ancora in mano nostra Coo, Calino, Stampalia, Lero, Patmo e altre isolette minori del possedimento, nonché Samo e Icaria tra le isole occupate. 

Solo Lero però costituiva un punto di appoggio vero e proprio ed era ormai chiaro che su di essa si sarebbero polarizzate le attenzioni dei due belligeranti. Il giorno 13 gli Inglesi inviarono a Lero una seconda missione recante un messaggio personale del Comandante in capo del Medio Oriente con la promessa di aiuti, affidando alle forze italiane la difesa e lasciando chiaramente intendere che la sovranità italiana sull' isola non era in discussione. Lo stesso giorno, ad un preannunziato arrivo di parlamentari tedeschi, fu risposto che si rivolgessero altrove, perché non desiderati. I giorni 16, 17 e 20 settembre 1943 gli Inglesi sbarcarono a Lero in tutto un migliaio di fucilieri, che rappresentavano pur sempre il doppio delle forze di fanteria di cui potevamo disporre, ma molto meno del complesso di tutta la nostra guarnigione, che si aggirava sui 6.000 uomini. In momenti successivi il contingente inglese raggiunse i 4.000 uomini. Ci fu grande movimento nel porto; cacciatorpediniere britannici e piroscafi vi entravano spesso, piccole unità e mezzi locali gremivano le banchine. L' Ammiraglio aveva intanto dato l' ordine di aprire il fuoco su qualunque aereo tedesco avesse sorvolato la rada. Il primo colpo di cannone fu sparato dalla batteria 989 contro un ricognitore tedesco, più per intimidazione che altro; l'aereo capì subito l'invito e schizzò via velocissimo.

 La notte del 17 settembre, nei pressi di Stampalia, si ebbe uno scontro in mare tra un cacciatorpediniere inglese e un convoglio tedesco diretto a Rodi. I Tedeschi ebbero la peggio, ma due nostre siluranti, partite da Lero per dare man forte, furono poi attaccate in navigazione da dodici Stukas e ridotte a mal partito. Fu quello il primo vero scontro tra Tedeschi e Italiani nella zona di Lero. Il 22 settembre arrivarono in porto tre cacciatorpediniere britannici ed uno greco il "Principessa Olga" con un altro migliaio di uomini che furono poi smistati con nostre unità a Coo e Stampalia. I soldati inglesi sbarcati sull'Isola, per essere dei vincitori come in sostanza erano, si comportarono correttamente, cercando di occupare meno spazio che potevano. I nostri li accolsero con riserbo e freddezza ma in pochi giorni il ghiaccio si sciolse. 

Quello che era accaduto  a Cefalonia e altrove, perfettamente note, avevano spianato la via agli Inglesi e gli iniziali rapporti di formale correttezza si trasformarono poi durante la battaglia in un vero e proprio affratellamento. Essi, al comando prima del Generale Brittorous (un Irlandese che non nascondeva le sue simpatie per gli Italiani) e poi del Generale Tilney, si sistemarono alla meglio nella zona centrale dell' Isola e la "Union Jack", correttamente, era stata alzata solo sulla palazzina sede del comando britannico di Alinda. 

Dall'inizio dell'assedio alla capitolazione 

Il 26 settembre 1943, alle 9.05 del mattino, vi fu il primo attacco tedesco. Un numero imprecisato di Stukas, con il loro urlo caratteristico, piombò sull'isola in picchiata, arrecando in pochi minuti danni ingentissimi. Intanto le batterie, colte di sorpresa, avevano aperto un fuoco vivissimo, ma la parte sostanziale dell'attacco era finita, purtroppo per noi con disastrosi risultati. Distrutte caserme con morti e feriti; colpito in pieno e affondato il CT greco "Principessa Olga" dove, per tragica fatalità, si erano recati quella mattina in visita i ragazzini delle scuole locali; affondato il nostro MAS 534; colpito con pericolo di affondamento un altro cacciatorpediniere inglese. Senza le maglie fondamentali della rete di avvistamento verso Ovest (perdute con la resa di Sira) e malgrado i CT britannici avessero il radar, il primo colpo tedesco su Lero era pienamente riuscito, non tanto per i danni inflitti alle nostre caserme quanto per l'ecatombe di innocenti compiuta sul CT greco e i gravissimi danni inflitti all'altro CT britannico. Mentre tutti si prodigavano con ogni mezzo al soccorso dei feriti, al recupero dei caduti ed alla riparazione dei danni, alle 15.30 si scatenò una seconda violentissima azione aerea tedesca. Il superstite CT inglese, intorno al quale Inglesi e Italiani erano tutti indaffarati a salvare il salvabile, colpito di nuovo, aumentò lo sbandamento e quindi si capovolse. I piroscafi "Taranrog" (catturato ai Tedeschi dai nostri a Rodi) e "Prode" furono seriamente danneggiati ed in seguito affondarono. Il nostro CT "Euro", all'apparire degli aerei, si era salvato schizzando via dalla banchina dove era ormeggiato; fu poi affondato anch'esso nella rada di Parteni il 3 ottobre. 

La seconda ondata di Stukas non giunse questa volta però inattesa e sei aerei vennero abbattuti. Il ripetersi degli attacchi anche il giorno 27 convinse subito tutti che l'azione sarebbe stata ormai condotta ad oltranza. Si presentava ora, drammatico, il problema dei feriti e dei rifornimenti. Delle due infermerie esistenti fu ceduta agli Inglesi quella di Alinda, lasciando agli Italiani quella più grande di Portolago. Occorreva quindi provvedere allo sgombero rapido dei feriti e ciò fu poi sempre fatto con sollecitudine dai Britannici a mezzo di cacciatorpediniere che arrivavano la notte per rifornirci. Dal mattino del 26 settembre alla sera del 31 ottobre 1943, l' Isola subì una schiacciante offensiva aerea, non tanto per l'imponenza degli attacchi, quanto per l'assiduità, la decisione e l'accanimento con cui venivano portati. 
Su Lero si ebbero in 35 giorni oltre 180 incursioni, con aerei nemici perennemente in vista. Durante l'assedio furono da noi sparati circa 150.000 (centocinquantamila) colpi di cannone, con un tormento quasi insostenibile per i pezzi (alcuni scoppiarono) che alla fine non poterono svolgere che tiro navale, perché a forza di sparare le molle di ritorno in batteria si erano snervate e il cannone, a forti elevazioni, non si toglieva più dalla posizione di rinculo. Il tiro delle batterie cominciò con qualche imperfezione, ma si sviluppò con grande maestria al rinnovarsi degli attacchi, per cui la batteria sulla quale gli aerei picchiavano faceva sparire il personale, mentre le batterie vicine la soccorrevano sparando furiosamente in ragionevole sicurezza. L'attacco in picchiata presentava appunto questo inconveniente tecnico che i nostri cannonieri impararono a sfruttare egregiamente. Esso dava infatti sufficiente indicazione del punto in cui erano indirizzate le bombe, permettendo alla reazione di comportarsi di conseguenza. 

L'attacco in picchiata contro obiettivi incassati in valle presentava l'altro grave inconveniente che dopo lo sgancio, l'aereo, mentre riprendeva quota e perdeva velocità, passava con il ventre alla minima distanza dalle armi situate sulle creste dei monti. Tiratori accorti, disponendo di grande freddezza, potevano alla fine dell'attacco, con pochi colpi ben assestati, aprire il ventre dello Stuka che si stava disimpegnando. La Breda 37/54 binata di Monte Patella abbatté da sola con questo sistema, grazie all' abilità dei serventi, otto aeroplani "...nel mulinare delle schegge quei sette o otto uomini, contratti, fermi come se dovessero essere fotografati, spiavano la buona occasione. Aspettavano che l'aereo scarognato che aveva sganciato sul bacino galleggiante o sul polverificio di Mericcià disimpegnasse, sorvolando in crisi di manovra i nostri 300 metri di altura. Solo allora, con un rafficone spasmodico che scuoteva il terreno, essi scaraventavano in tre secondi dodici proiettili di quattro centimetri di diametro sul muso o nella pancia dell'avversario. I bestioni, presi come piccioni al volo, si trascinavano via sfumacchiando e andavano quasi sempre a morire in mare....". 

I Tedeschi con tanti attacchi ripetuti e tanto spreco di aerei (dopo un mese di azioni, come ammesso in una loro radiotrasmissione, avevano già perduto oltre cento aerei), per stringere l'assedio e prepararsi allo sbarco, volevano raggiungere i seguenti obiettivi:
 a) Distruzione del naviglio britannico dislocato in zona di operazioni: vi riuscirono parzialmente (in un loro bollettino sostennero di aver affondato nove CT: a noi risultavano cinque, compreso l' "Euro" e il CT greco); é un fatto che, con l'assoluto dominio dell'aria, riuscirono a paralizzare i movimenti di naviglio inglese al Nord di Creta, durante il giorno, ma non di notte, tanto é vero che i CT britannici entrarono a Portolago e ad Alinda, per rifornirci, quasi tutte le notti fino all'ultimo. Tutti si accorsero subito che i Tedeschi, pur bravi di giorno, come bombardatori notturni, almeno con gli Stukas, valevano poco. 
b) Distruzione del naviglio italiano: a differenza degli Inglesi non avevamo la possibilità di spostare le nostre unità a ridosso della Turchia o fuori dall' Egeo, per cui lo perdemmo tutto ad eccezione di alcune piccole imbarcazioni e molti MAS che si salvarono invece dalla strage perché si potevano nascondere in grotte ed anfrattuosità naturali. 
c) distruzione della Base Navale di Portolago e dei centri abitati: fu condotta sistematicamente sulle due sponde della rada con la demolizione pressoché totale di tutte le opere di superficie. Ciò malgrado, la Base non fu paralizzata in quanto ogni edificio aveva alle spalle la sua grotta dove continuare, anche se in scala ridotta, tutte le attività indispensabili. Sia il Comando italiano che quello Britannico erano situati in centrali protette. I Tedeschi, forse per semplice brutalità, bombardarono intenzionalmente anche la borgata dei nativi di Lero alto, con molte vittime. 
d) Distruzione opere di difesa; batterie contraeree, batterie navali, fotoelettriche, stazioni di vedetta e postazioni mitragliere: al raggiungimento di questo obiettivo i Tedeschi si dedicarono con particolare accanimento. Naturalmente la precedenza fu per le batterie contraeree che opposero agli attaccanti una resistenza e una determinazione tali che, verso la fine dell'assedio, le azioni di bombardamento degenerarono in veri e propri duelli rusticani tra aerei e singole postazioni, dove contò più l'odio che la correttezza tecnica di impiego. 

Dopo le batterie contraeree, che mai furono ridotte al silenzio malgrado gravi problemi di munizionamento, fu la volta delle batterie navali che entrarono in azione prima con incessanti bombardamenti sull'adiacente isola di Calino, una volta occupata dai Tedeschi, e quindi con tiri a lunga gittata fino a 18.000 metri sulle unità da sbarco. La gente, per lo più riservisti, s'era ormai imbestialita accanto ai cannoni, perché aveva la sensazione che l'isola avrebbe potuto ancora resistere a lungo e sopratutto non voleva cadere in mano tedesca, perché sicura della fucilazione. Molte batterie infatti, a capitolazione avvenuta, furono teatro di deliberati eccidi a sangue freddo compiuti dai Tedeschi (paracadutisti e fanteria da sbarco) ai danni dei difensori sopravvissuti. 
Migliore fu l' immediato destino di chi cadde prigioniero dei reparti della Marina tedesca che si comportò invece onorevolmente. Dal 9 novembre in poi, le ricognizioni aeree, le informazioni e il continuo andarevieni all'orizzonte, fuori portata dei nostri cannoni, indicavano che era imminente la preparazione allo sbarco. Frattanto un disordine sempre maggiore si stava impadronendo delle comunicazioni, nonostante i disperati sforzi di rimediarvi. Basti pensare che la rete delle comunicazioni, per lo più via cavo, a forza di continue riparazioni, divorò tutto il filo disponibile, ben 120 km (centoventichilometri). Paradossalmente la larga disponibilità di radio non aiutò, ma contribuì al caos che si stava creando in quanto, costrette a decine in poco spazio, ronzavano inquiete e facevano a gomitate "come troppe api intorno ad un fiore troppo piccolo". 

Il Comando del Medio Oriente constatava ormai la totale padronanza del cielo da parte tedesca e non considerava conveniente e strategica la dislocazioni di ingenti forze aero-navali nella zona. Nel contempo confermava che gli Italiani dovessero limitarsi a conservare le posizioni e prescriveva la resistenza ad oltranza. Compito del presidio alleato era "impegnare per il maggior tempo possibile il maggior quantitativo possibile di forze nemiche"; disposizione un po' ipocrita, perché evidentemente il destino dell' isola era già segnato, abbandonando scioccamente le forze italo-britanniche alla propria sorte, a scadenza affidata al vigore dell' assalto e alla residua energia dei difensori. E' possibile che questo comportamento avesse allora anche una motivazione squisitamente politica, poiché un eventuale successo prevalentemente italiano nella salvezza dell' isola avrebbe, forse, a guerra finita, potuto indurre l'Italia ad accampare qualche modesta pretesa su Lero. 

Rimane comunque il fatto che l'alto comando britannico non prese alcun serio provvedimento per contrastare lo sbarco e l' invasione né predispose un piano di evacuazione notturna dell' Isola, tecnicamente fattibile data la disponibilità di mezzi navali e la vicinanza delle coste turche.  

Nella notte e sull'alba del 12 novembre 1943 forze da sbarco tedesche giunsero intorno a Lero, con provenienza quasi da tutti i punti dell'orizzonte. Inspiegabilmente, malgrado tempestive segnalazioni, la Marina Inglese non intervenne. Gli Inglesi, che avevano più o meno sempre controllato le acque dell'isola, le lasciarono libere proprio in occasione dello sbarco, da essi stessi preannunziato. Un convoglio formato da due cacciatorpediniere e dodici moto zattere cariche di uomini proveniente da Sud Ovest fu inquadrato dal tiro dei 152/40 della batteria "Ducci", che colpì in pieno già a 15.000 metri un CT. Il convoglio, vista la mala parata, invertì precipitosamente la rotta e sparì più tardi dietro Calino, rinunziando all'azione di sbarco. Le nostre batterie del Sud continuarono i tiri su Calino e presero parte poi all'azione a fronte rovesciato sui Tedeschi sbarcati altrove. A Nord Est, dove già nella notte era sbarcato un gruppo rilevante di Tedeschi attestatosi sui versanti del Monte Appetici, stavano invece avvenendo fatti gravi per mancanza di comunicazioni; da quella parte notevoli gruppi di navi stavano muovendo all' attacco dell' Isola. Malgrado le batterie 888, 899, "Ciano", "San Giorgio" e "Lago" avessero duramente colpito i convogli, questi non desistettero e sbarcarono alcune centinaia di uomini alle due Punte Pasta (di Sopra e di Sotto) dove non era possibile il tiro diretto delle nostre artiglierie. 

Lo sbarco era in sostanza avvenuto, ma non certo riuscito e i contingenti necessari furono sbarcati successivamente nottetempo e alla spicciolata. Le caratteristiche della zona e la deficiente vigilanza navale notturna lo consentirono. Ora però si era determinata per i Tedeschi una situazione pericolosa e piena di incognite. L' occasione non fu colta e purtroppo non un bombardiere britannico intervenne nelle successive quattro giornate di incredibile attesa. I Tedeschi poterono agire come se il potere aereo-navale alleato fosse una favola. Lo stesso giorno i Tedeschi effettuarono un aviosbarco con lancio di paracadutisti sulla zona centrale dell' Isola, la più vitale, tra Alinda e Gurna. Data la ristrettezza della zona fu un massacro; chi cadde in mare, chi sulle mine, chi sui reticolati, altri mitragliati durante la discesa. I pochi superstiti, meno della metà, ma in ogni caso diverse centinaia, iniziarono senza indugi il combattimento. La discesa dei paracadutisti aveva dato alla lotta un carattere ancor più caotico. Le nostre improvvisate sezioni antisbarco resistettero tutta la notte e furono sopraffatte solo il giorno dopo; i loro comandanti furono subito fucilati. 

Il giorno 14, terza giornata, la lotta divampò furiosa. La fanteria inglese, costituita da reparti sceltissimi, parve riprendersi dal torpore in cui l' iniziativa tedesca l' aveva rinchiusa e nella notte, al centro e al Nord contrattaccò, costringendo i Tedeschi ad arretrare. Con la luce del giorno l'intervento dei soliti Stukas rese vano il sacrificio. Altri lanci di paracadutisti andarono a rinforzare i nuclei rimasti annidati nella stretta di Gurna, iniziando un movimento verso Nord per congiungersi definitivamente con ulteriori forze fresche tedesche sbarcate nella notte. Nel pomeriggio, il contrattacco coraggioso di un intero battaglione inglese si concluse malamente. La battaglia ormai era praticamente perduta. All'alba del giorno 15 gli scontri ripresero con rinnovata violenza. I Tedeschi avevano ancora progredito. Dal Monte Appetici si erano spinti sino all' abitato di Lero e dal centro avevano progredito verso Santa Marina, Monte Rachi e Monte Meraviglia. Dal Nord si erano spinti lungo la costa della baia di Alinda per effettuare il non ancora completo congiungimento. La situazione era ormai disperata. Il giorno 16 novembre 1943, alle 18,30, solo dopo la resa del generale Tilney, l'ammiraglio Mascherpa diramò l'ordine di cessare il fuoco; i combattimenti però terminarono del tutto solo la mattina del 17. 

Gli Inglesi in alcuni casi, con ammirevole cameratismo, per scongiurare fucilazioni immediate certe, offrirono agli Italiani le loro uniformi che furono cortesemente rifiutate. Successivamente ebbe inizio quello che in termini militari si chiama il concentramento dei prigionieri e che, in mano tedesca, prese il nome di saccheggi, persecuzioni, torture, uccisioni premeditate; i vincitori, nei giorni che intercorsero tra la caduta dell' Isola e la partenza dei prigionieri fecero in sostanza quanto era loro possibile per dimostrare che la civiltà umana era letteralmente scomparsa. Nei giorni seguenti, in diversi scaglioni, i vinti abbandonarono l' Isola, destinati a raggiungere in condizioni pressoché inumane i campi di prigionia in Polonia e in Germania 

"...incolonnati tre per tre si inerpicarono come un immane serpente per i fianchi del Monte Piana. In testa gli ufficiali, in coda i cani. I cani, tutti i cani che avevano vissuto quattro anni di guerra al fianco dei marinai, degli operai e degli ufficiali, seguivano compatti e fedeli i fedeli padroni. Lo spettacolo era troppo pietoso e un nodo ci strinse la gola....".

 L' ammiraglio Luigi Mascherpa, anch' egli tratto prigioniero, consegnato poi alla Repubblica Sociale Italiana, fu condannato a morte e fucilato a Parma il 24 maggio 1944.

Bibliografia:
"LERO"

di Virgilio Spigai
Capitano di Fregata 
che al tempo dei fatti descritti aveva il comando DICAT-FAM 
(difesa contraerea, fronte a mare) 
era in sostanza il comandante delle batterie dell' Isola.
Lero, Società Editrice Tirrena, Livorno, 1949)


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