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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. - 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

ANNO 1944

2a  PARTE (Normandia) 3a  PARTE 4a  PARTE
5a  PARTE (Disc. di M. al LIrico)
6a  PARTE
TOGLIATTI "LA SVOLTA DI SALERNO"
ISTRIA DRAMMA
E LA PAGINA DELLE FOIBE
QUANDO CHURCHIL E STALIN
SI DIVISERO L'EUROPA
in costruzione
DA YALTA A POTSDAM DECRETO SOCIALIZZAZIONE LA STRAGE DI MARZABOTTO
CRONO-GUERRA IN ITALIA - GEN-GIU CRONO-GUERRA IN ITALIA - LUG-DIC
  M.CASSINO, L'EROISMO POLACCO BATTAGLIA DEL MINTURNO
MILANO - 200 ANGELI IN CIELO SU LONDRA LE V1-POI LE V2 -
LE REPUBBLICHE PARTIGIANE R .MONTAGNANA: RICORDI DALL'URSS PCI: LA LUCE VIENE DALL'EST
LA RESISTENZA IN ITALIA COMUNICATI E PROCLAMI
( solo sul CD )
Cultura/Costume
QUI I PROTAGONISTI e 120 documenti storici

La pagina storica dell'anno - 7 Giugno 1944 ( poco veritiera)
L'illusione continua mentre il giorno 5 Clark era già entrato trionfalmente a Roma.

6 GIUGNO LO SBARCO IN NORMANDIA

 

2 GENNAIO - Nella strategia delle operazioni di guerra che gli anglo americani stanno sviluppando nell'Italia Meridionale, ci sono improvvisamente delle sostanziali modifiche.
Montgomery che dal suo sbarco in Sicilia aveva raggiunto abbastanza velocemente la valle del Sangro, in Abruzzo (contava di arrivare a Pescara a fine novembre e a Roma in dicembre), dopo la furiosa battaglia di Ortona (dal 24 al 28 dicembre - una delle più sanguinose battaglie in Italia, con moltissime perdite) non ha ottenuto i risultati che i vertici delle due Potenze si attendevano. Churchill in persona piombato a Tollo la notte del 28 stesso, decise di portarsi via e sostituire il Maresciallo Montgomey (che destinerà al futuro sbarco in Normandia) con il generale Leese, e lasciare alla VIII armata inglese compiti di attacco meno sanguinosi e restare se necessario solo in difensiva (Rimarranno bloccati nei dintorni di Orsogna per circa cinque mesi, fermati dalla forte difesa tedesca della Linea Gustav).
(il comando tedesco per 9 mesi, era dentro casa di chi sta scrivendo questa Cronologia)

Gli Americani fanno altrettanto nell'altro versante. Il gen. Patton lascia il comando della VII armata USA al gen. Clark; anche lui molto attardato rispetto alle previsioni dei piani, che però lo stesso Clark ha stravolto, credendo ingenuamente di poter arrivare anche lui - e prima di Montgomery) in pochi giorni a Roma. Tuttavia nonostante molte critiche e perfino il rischio di essere destituito, mantiene (è un raccomandato di ferro) il comando della V armata, che dovrebbe puntare - superato il Volturno- non su Roma, ma su Anzio dove è previsto (lo vedremo più avanti) l'appoggio a Clark di uno sbarco di anfibi e un aviolancio di paracadutisti per occupare gli aeroporti. Nei piani ("Piano Shingle") questo congiungimento era stato organizzato per attaccare subito i tedeschi in ritirata, inseguirli, non dare loro il tempo di organizzarsi, di stabilire e rafforzare una linea di difesa sull'Appennino Tosco-Emiliano ("Linea Gotica").

Come Montgomery in Normandia, anche Patton viene incaricato di dedicarsi alla preparazione di un piano di sbarco (l'“Anvil”), previsto dagli Alleati sulle coste della Francia meridionale. Sarà proprio Patton a sfondare
il fronte tedesco e puntare con l'audacia nel cuore della Francia, e il 24 agosto la sua 3a armata si fermò alle porte di Parigi, cavallerescamente Patton desiderava che fossero i reparti francesi ad entrare in Città.

Contemporaneamente il gen. Alexander, comandante il XV Gruppo di armate in Italia, stabilisce l’operazione “Shingle” (l'attacco anfibio sulle coste del Mar Tirreno nei pressi di Anzio) previsto tra il 20 e il 31 gennaio. Qualche giorno prima dell’inizio della Shingle, la V armata di Clark avrebbe dovuto lanciare un deciso attacco verso Cassino e Frosinone per impegnare il maggior numero possibile di tedeschi.
Si aggiunge a Clark il Corpo di Spedizione francese del gen. Juin che prende posizione sul fianco settentrionale della V armata mentre il VI corpo USA del gen. Lucas viene ritirato dalla prima linea in quanto proprio lui è stato destinato per condurre l’operazione “Shingle” su Anzio.

Il 4-5 gennaio nel versante adriatico, in preparazione dell’attacco al Monte Cedro, unità della 46a divisione (X corpo britannico) stabiliscono una testa di ponte sulla riva settentrionale del fiume Peccia. Tentano il giorno dopo un'offensiva al di là del fiume, ma sono contenuti dalle forze tedesche della 10a armata di Vietinghoff.
Va meglio il giorno 7, quando riescono a conquistare il Monte Porchia e il Monte La Chiaia. Il giorno dopo, il X corpo riesce a conquistare anche il Monte Cedro.

PIU'AVANTI RIPRENDEREMO LE OPERAZIONI DI GUERRA
DI QUESTO PRIMO SEMESTRE

8 GENNAIO - Stabilito al Congresso fascista dello scorso novembre, che ai traditori bisognava "farla pagare", inizia a Verona il processo contro i 19 membri del Gran Consiglio del Fascismo ritenuti responsabili della caduta di Mussolini il 25 luglio 1943. Con quello che era poi accaduto - sciogliemento del Partito fascista, i congiurati perseguiti, i 45 giorni di caos fino all'armistizio, infine la fuga del Re Badoglio e tutto lo stato maggiore - ne avevano di argomenti accusatori. Soprattutto gli intransigenti, un tempo irriducibili squadristi (spina nel fianco di Mussolini). Ma vi erano anche moderati, e alcuni (come vedremo più avanti) sulla linea della riconciliazione nazionale volendo dimenticare odi, rancori e irrazionali vendette.
In stato di detenzione al processo ne comparvero solo 6, gli altri furono giudicati in contumacia

11 GENNAIO - A Verona, dopo il sommario processo, i sei accusati sono condannati a morte con l'accusa di tradimento per aver votato a favore della destituzione di Mussolini al Gran Consiglio del Fascismo il 25 luglio dello scorso anno. Fra questi oltre a EMILIO DE BONO -uno dei quadrunviri che aveva con MUSSOLINI fondato il Partito Fascista e organizzato con lui la Marcia su Roma- c'è anche il genero dello stesso Mussolini, GALEAZZO CIANO.

Ciano, come gli altri condannati, fascista della prima ora nell'ottobre del '22, aveva preso parte alla marcia su Roma. Figlio di un valoroso ufficiale della Grande Guerra (Costanzo Ciano - leggendarie le sue imprese con D'Annunzio; Fiume, Buccari ecc.) dopo la laurea in legge, collaborando agli ordini di punta del regime fascista, era entrato nella carriera diplomatica. Prima addetto all'ambasciata di Rio de Janeiro, poi a quella di Pechino e a Buonos Aires. Nel 1930 sposatosi con la figlia di Mussolini, Edda, tornò in Cina come console a Shanghai e, successivamente ministro plenipotenziario.

Galeazzo Ciano, era salito alla ribalta del successo politico subito dopo essere diventato genero del Duce, attirandosi molta antipatie e invidie dagli altri gerarchi che consideravano quel successo puro nepotismo e non certo per le qualità che aveva. Comunque diventato l'uomo più in vista del regime, percorse una rapidissima carriera, che lo portò ad essere delegato italiano alla conferenza cino giapponese (1932), a ricoprire le cariche di sottosegretario (1934), ministro della stampa e propaganda (1934), membro del Gran Consiglio (1935) ed infine ministro degli Esteri nel 1936 dopo la fine della guerra d'Etiopia alla quale aveva partecipato pilotando aerei da bombardamento. Una carica molto delicata l'ultima, in quel preciso momento storico.

Per tutti questi motivi, e la sua veloce ascesa ben presto fu considerato da molti (i moderati) il delfino di Mussolini, e quindi suo degno e naturale successore. Tuttavia prima zelante esecutore delle direttive del suocero, poi cominciò a influire in alcune decisioni sulla base di orientamenti personali. E nemmeno mancò di perseguire interessi personali, legandosi a potenti gruppi finanziari e favorendo le loro speculazioni.

Alla vigilia dell'entrata in guerra, mentre erano già stretti (anche se indefiniti) i legami di Mussolini con Hitler, Ciano con le sue -poche celate- velleità antitedesche, divenne il punto di riferimento dei sostenitori della neutralità; ma anche questi suoi atteggiamenti erano poco chiari, e non ebbero concreti riflessi sulla condotta politica di Mussolini, né servì a stemperare l'aggressività degli interventisti "acciaisti".
Eppure quando Hitler invase la Polonia, era stato lui a remare contro con una politica traversale; ma quando Hitler in Francia iniziò a travolgere ogni difesa, a Milano, a Ciano non gli mancò l'entusiasmo e la determinazione nell'invitare gli italiani a marciare a fianco dei  tedeschi. Il suo fu un discorso di guerriero, e nel declamarlo prese perfino atteggiamenti mussoliniani (questo discorso è inserito nell'anno 1940). Fu insomma molto incoerente rispetto a ciò che scriveva nel suo Diario.
Dopo la magra figura in Francia, fu ancora lui a volere e a trascinare Mussolini nella sua "guerra parallela" in Grecia, che riteneva "facile, una passeggiata, al massimo operazioni belliche per due settimane per ottenere la completa vittoria". Facile non lo era, perchè fu poi un disastro.

L'antipatia per i tedeschi però rimase, ma poco palese durante i primi due anni di guerra, anche perchè Mussolini era piuttosto infastidito che da Berlino arrivassero frasi poco riguardose nei confronti di suo genero ("Mussolini ha dei traditori in famiglia" andava dicendo Hitler ai suoi). Ma quando nel '43 iniziò a profilarsi la catastrofe per le forze dell'asse, Ciano riprese e accentuò le critiche alla politica di alleanza con i nazisti; a quel punto Mussolini nel febbraio 1943, lo esonerò dalla carica di ministro degli esteri e lo relegò a fare l'ambasciatore in Vaticano.
C'era già in giro aria di fronda, e Ciano si avvicinò a Grandi, favorevole al distacco dalla Germania. I due prima si appoggiarono l'un l'altro, poi allargarono la fronda, fino a quando convocarono la seduta del gran consiglio del 24-25 luglio.

Qui, come già sappiamo, Ciano ebbe il coraggio, pur incrociando lo sbigottito e interrogativo sguardo del suocero, di votare in modo palese l'ordine del giorno al Gran Consiglio, che toglieva a Mussolini i poteri di capo del governo e quello di capo del fascismo. Atto che rappresentò per Mussolini la sua uscita di scena dopo un ventennio, e non solo politica ma anche fisica, visto che venne subito dopo arrestato, mandato prima a Ponza, poi alla Maddalena, infine sul Gran Sasso.

Ciano dopo aver fatto un gran favore a Badoglio con l'appoggiare la cacciata di Mussolini, era convinto -come Grandi- di entrare nel suo governo. Cadute queste illusione, sciolto il Partito fascista, Ciano dovette darsi alla macchia per non finire arrestato e giustiziato pure lui come Muti, Cavallero e altri. Rimase nascosto in Italia, ma poi fece un altro più tragico e puerile errore, quello di fuggire anche lui e rifugiarsi proprio dai tedeschi, a Monaco di Baviera. Fu il "suicidio" di un ingenuo. Hitler prima lo accolse bene, lo fece perfino incontrare con Mussolini dopo al sua liberazione, raggiungere dalla moglie Edda, che cercò di indurre padre e marito a una effimera riconciliazione.
Purtroppo Ciano a Monaco commise un'altra fatale ingenuità. Diffidando dei tedeschi, chiese di poter raggiungere la Spagna. Non era quindi un pentito, nè dimostrava di essere andato in Germania come tanti altri gerarchi a incitare gli italiani da radio Monaco a lavare l'onta dei traditori. Il permesso non solo gli fu rifiutato, ma fu trattenuto dalle autorità naziste. Il 19 ottobre lo consegnarono ai fascisti italiani.

Nel frattempo Mussolini era già tornato in Italia (23 sett), aveva dato vita a un nuovo governo, ricostituito un Gabinetto (il 27 set.), tracciato un programma del nuovo Stato Fascista, e (ingenuo pure lui) ridato spazio ai gerarchi più intransigenti, quelli che gridavano vendetta, "al muro! al Muro! i traditori".
Il 14-16 novembre si apriva a Verona il primo congresso del nuovo Partito fascista repubblicano.

L'aria che tirava a Verona, la leggeremo più avanti; ed era -l'abbiamo appena detto- aria di vendette e di morte per i traditori.
Mussolini si trovò nella imbarazzante situazione di non potersi tirare indietro pur essendo Ciano suo genero; dovette farlo processare assieme agli altri congiurati, che furono alla fine tutti condannati a morte. Quella di Ciano, una "vita sbagliata" fino all'ultimo istante. Suo moglie scrisse accorate lettere al padre. Lui chiese la grazia. Questa a Mussolini non fu nemmeno inoltrata da Pavolini "per non dargli un altro dispiacere".
Dopo glorie e onori, megalomanie e invidie, terminava in questo agghiacciante modo la vita di Galeazzo Ciano.





Comparsi davanti al tribunale speciale, composto da ufficiali della Miliza fascista, Ciano, Emilio de Bono, Giovanni Marinelli, Luciano Gottardi, Carlo Pareschi, con il breve e sommario processo, seguito dalla condanna a morte, furono portati nella fortezza di San Procolo a Verona, e qui fucilati alla schiena.


Si salvò solo Tullio Cianetti che, per aver ritrattato la sua adesione al documento Grandi, fu condannato a 30 anni di reclusione.

Ciano ci ha lasciato i Diari, che costituiscono una preziosa fonte sugli umori al vertice del regime, ma anche a farci conoscere i suoi grandi errori politici che avrebbero potuto, se non commessi, cambiare la storia d'Italia.
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RIPRENDIAMO
LE OPERAZIONI DI GUERRA NEL CENTRO E SUD D'ITALIA
(con i vari episodi, le singole importanti operazioni le riuniamo in un capitolo a parte)
da GENNAIO a GIUGNO 1944

da LUGLIO a DICEMBRE 1944


14 GENNAIO - Viene proclamata la socializzazione delle aziende. Con questo ritorno di Mussolini “alle origini”, il regime tenta di assicurarsi l’appoggio delle masse operaie del Nord. E se già prima, in particolare i comunisti, lottavano contro il fascismo (lontano partito cugino socialista, e tale era Mussolini fino agli anni '20), ora non vogliono certo un concorrente sulla piazza, con le antiche idee socialisteggianti del Mussolini anni forlivesi.
Se Mussolini sperava di conciliarsi alcuni importanti elementi di sinistra, rimase deluso.
Il CLN sempre impegnato a denigrare e combattere il fascismo a ogni costo, svalutò moralmente la socializzazione, ed infine tagliò corto, disse che quello era un atto disperato di propaganda, che Mussolini ora, con l'acqua alla gola bussava a Mosca (dove in passato era stato molto considerato da Lenin, che prima di morire ebbe il tempo di rimproverare i socialisti italiani dicendo "l'unico rivoluzionario capace di fare una rivoluzione ve lo siete lasciato sfuggire").
Ma in questo duro atteggiamento, non sono da sottovalutare i legami che ormai, il CLN milanese e torinese, aveva con alcuni importanti capitalisti e industriali, con i "padroni". Questi non è che erano diventati improvvisamente marxisti, nè sensibili al proletariato, ma più semplicemente si preparavano un alibi per domani, e in molti casi perfino sovvenzionando il movimento; o concertando una linea per difendere il posto di lavoro degli operai ma nello stesso tempo salvare la propria fabbrica.
Inoltre, pare che non tutti i fascisti a Verona erano d'accordo sulla socializzazione, anche se c'era dentro il partito una corrente di estremisti di sinistra. Altri la volevano più a lungo discuterla. Gli scettici dissero che era inattuabile e solo demagogia. Mentre l'ala destra guidata da Farinacci, era tutta contraria.
Non si era ancora a ferri corti, ma c'era ancora una certa tolleranza, e lo dimostra il fatto che i moderati, con una certa libertà d'azione si riunirono in febbraio a Valdagno, per discutere l'atteggiamento conciliativo con alcuni membri del CLN.
Gli intransigenti (che andavano dicendo che gli uni e gli altri erano tutti sovversivi) li volevano arrestare, anzi uno (membro della direzione del partito d'azione) lo arrestarono pure e questo preso dal panico, piuttosto di finire in galera, snocciolò tutto l'apparato, una lunga serie di nomi di clandestini e capi partigiani, rivelando o inventandosi progetti sovversivi militari e politici, e fra questi nomi, fece quelli di Parri, Lombardi e tanti altri, che corsero un serio rischio.
Mussolini se aveva veramente intenzione di mettere le mani sui dirigenti clandestini, ne aveva la possibilità. Invece volle che non si procedesse contro nessuno e si preoccupò perfino che queste rivelazioni e i relativi verbali non cadessero in mano tedesca. I quali già erano irritati oltre che sorpresi del suo decreto. Perfino Hitler chiese spiegazioni telefoniche, temendo che la riforma avrebbe disturbato l'azione di guerra e la produzione bellica.
A rassicurarlo ci pensò il suo generale Leyers.

Si afferma da più parti, che volendo applicare il decreto, in quel punto dove si parla di commissioni di fabbrica di operai e imprenditori, la sinistra millantò di essere riuscita a convincere il proletariato a rifiutare il decreto e a non applicarlo.
La verità è che Leyers (che era sovrintendente alle industrie belliche in Italia) potè assicurare Hitler, affermando che il decreto non poteva essere applicato senza il suo consenso, avendo già inviato a tutte le imprese dichiarate "protette" (impegnate nella produzione bellica), una circolare avvertendo che "ogni trasformazione della compagine interna, tecnica e amministrativa doveva essere da lui autorizzata".
Il decreto insomma non si applicò nella grande industria bellica, perchè era impossibile applicarlo. Quindi fu ininfluente l'opera millantata dei comunisti presso la forza lavoro delle grandi industrie.

23 GENNAIO - Com'era nel programma fissato in precedenza, alle ore 2 del mattino scatta l’operazione “Shingle”, lo sbarco nella zona tra Anzio e Nettuno, sulla costa tirrenica
(azione militare che narriamo in altre pagine a parte - con i fatti divisi in due semestri).

La notizia dello sbarco aveva risvegliato nella capitale tutte le speranze degli antifascisti; e non solo quelli del CLN. Tutti erano convinti che la liberazione era una questione di ore o di pochi giorni. Che quella di Anzio era la battaglia decisiva.
Il Partito socialista di unità proletaria con un proprio manifesto (fa sempre le cose a parte) e il CNL (Partito Socialista Italiano - Partito d'Azione - Democrazia Cristiana - Partito Liberale - Partito Comunista - Democrazia del Lavoro) con un messaggio invitarono i romani alla mobilitazione, convinti - recitavano entrambi - che "fra pochi giorni faranno il loro ingresso a Roma l'esercito anglo-americano" e che era "...giunto il momento di liberarsi non solo dei tedeschi ma anche da una decisa volontà di liberarsi dalla infausta dinastia regnante".

Pochi giorni dopo, a Napoli si riunì un congresso del Comitato di liberazione
Il 25 gennaio 1944, fu diffuso l'ordine del giorno dei combattenti di Taranto.
Il 26 Gennaio 1944 ci fu la mozione al Congresso di Bari
Il 27 Gennaio 1944, il Congresso di Bari votò un ordine del giorno.
Il 12 Marzo i partiti di sinistra si diedero appuntamento a Napoli.

Quello di Napoli, svoltosi in Galleria (Gli anglo-americani in un primo momento lo volevano proibire, come avevano già fatto a novembre) buona parte degli oratori non nominavano la questione monarchica, tuttavia da parte di alcuni pieni di rancori, ci fu l'attacco violento contro il Re e contro Badoglio. Si disse (The Times 13 marzo 1944) che i convenuti (4000) rappresentassero 300.000 combattenti (sic!), ma ci furono contestazioni sui mandati. Quelli che erano possibilisti con il Re e con il governo Badoglio, non erano proprio tanto sinceri, ma si disse che avevano capito che non potevano subire l'umiliazione (da parte degli anglo-americani) della scomparsa del governo regio e quindi lo accettavano così com'era in attesa di tempi migliori a breve termine, convinti che la guerra con gli anglo-americani dopo pochi giorni era quasi finita.

Il "congresso" si svolse con la solita violenza nel liguaggio, e gli oratori ripeterono quanto s'era detto - nello stesso modo- a Bari; e come in quello, a Napoli ci furono notevoli incomprensioni e contrasti sulla linea da seguire. Croce definì l'O.d.G. di Napoli "cretino" (Croce, Quando l'Italia era tagliata in due, pag 68).
Per quel possibilismo espresso da una corrente, già qualcuno prevedeva un gesto rivoluzionario (solo un gesto, perchè nessun partito aveva forze sufficienti per farla la rivoluzione. Inoltre come avrebbero reagito gli anglo-americani, si poteva solo immaginare).
Con quest'aria che tirava il 12 marzo a Napoli, ci sembra proprio inverosimile che gli anglo-americani alcuni giorni dopo sollecitassero l'attentato di via Rasella del 23 marzo, che avrebbe potuto scatenare una insurrezione incontrollata, con tutti i benefici ai comunisti).

Sia Croce che Sforza, che si ritenevano a Napoli capi del movimento e ambivano a guidare loro due il governo, non reagirono, temendo di screditarsi di fronte agli anglo-americani (di loro due abbiamo già visto quanto astio proclamavano pubblicamente contro il Sovrano e il Ministero Badoglio). Sforza contava di prendere il potere, e dopo aver tirato per la giacca Croce dalla sua parte, il filosofo convinto ad affiancarlo gli aveva promesso che lui "sarebbe entrato nel Gabinetto come ministro senza portafoglio, e avrebbe partecipato al consiglio dei ministri per formare il Governo, e per supplirlo nella presidenza, se Sforza si dovesse recare all'estero per trattative diplomatiche" (Croce, op, cit. pag. 70)

Dunque Sforza e Croce erano andati al Congresso di Napoli lusingati nella vana speranza di prendere nel nuovo Governo, la presidenza e la vicepresidenza. Accolsero con malumore quell'O.d.G. e cosa era emerso al Congresso medesimo, che poi Croce definì "Villano di origine e sciocco di contenuto" (Croce, op, cit. pag. 70)

Il Congresso di Bari invece, dalla pubblicità che se ne fece, era vantato come "la prima manifestazione nazionale della risorgente libertà politica"..."un'assemblea di uomini coscienti, che doveva prendere decisioni d'importanza storica, attesa da tutto il popolo italiano".
Tutti fecero fiumi di parole, ma nessuno si ricordava che il monopolio della libertà era in mano straniera, e che i vincitori guardavano se non con disprezzo, certo con scherno, quegli uomini che parlavano contro il loro re e contro il governo, per darsi da intendere d'essere liberi.

Le cronache ci dicono che a Bari fu eletta una giunta permanente, composta da un rappresentante per ogni partito, per mettere in pratica la risoluzione del congresso; che era quella di proporre l'abicazione del Re e il rinvio della scelta istituzionale. Ma l'aria che tirava (con le nuove relazioni Russia-Badoglio) era quella di una eventuale partecipazione a un governo Badoglio (che poi avanzò Togliatti al suo rientro in Italia alla fine di marzo, sconcertando i comunisti italiani e lasciando sbigottiti oltre che dubbiosi gli anglo-americani).
Non sappiamo nè da Badoglio, nè dai comunisti cosa accadde. Lo possiamo solo immaginare quando andiamo a leggere una dichiarazione della Democrazia Cristiana del 26 gennaio
(il documento è riportato in "Atti e documenti della Democrazia Cristiana 1943-1967", presentati da Mariano Rumor, edizione 5 lune, 1967). Ecco cosa riportava la dichiarazione
"In riferimento alla dichiarazione del Partito Comunista pubblicata sul Risorgimento del 25 gennaio la Democrazia Cristiana precisa che, fra le condizioni per una eventuale partecipazione al Governo Badoglio, vi era quella della collaborazione con tutti i Partiti rappresentati nei Comitati di Liberazione, e non già con i soli Partiti Comunisti e Socialisti". ("Non già con i
soli partiti Comunisti e Socialisti" - Chi stava tramando? quel "non già con i soli" è inequivocabile)

Il 27-29 gennaio sempre a Bari la DC tenne un congresso, parallelo a quello dei C.d.L.N. Probabilmente si discusse molto. Poi alla chiusura del Congresso dei Comitati , l'O.d.G. dello stesso Comitato costituiva la Giunta Esecutiva Permanente, alla quale furono chiamati i rappresentanti designati dai partiti componenti i Comitati, onde predisporre le condizioni necessarie per il raggiungimento degli scopi discussi.
In fondo al documento vi era la firma di sei partiti: Michele Di Pietro per il PLI, , Paolo Tedeschi per il PCI, Luigi Sansone per il PSI, Adolfo Omodeo per il P.d'A., Andrea Gallo per Democrazia del Lavoro, e
infine Angelico Venuti per la DC (dunque c'era anche la DC, e spariva il "soli")


Il colonnello Stevens a Radio Londra l'8 marzo, fu impietoso nei confronti di quel vociare e gesticolare che si era visto a Bari e a Napoli, e con sarcasmo disse che "l'India era giunta a un grado di educazione politica più elevata dell'Italia"

ENTRAMBI I 7 TESTI CON MANIFESTO SONO RIPRODOTTI NEL (DOC. 127)

A questa "olimpiade" dei partiti, tutti impegnati a superarsi nell'arte di screditarsi l'un l'altro, si aggiunse una corrispondenza repubblicana fascista con un intervento dello stesso Mussolini, dal titolo e dal testo piuttosto singolare e con un "realistico apprezzamento". "ZUFFE NEL POLLAIO".

Mentre gli Alleati restituiscono al re e al governo Badoglio la giurisdizione di Potenza, Salerno, Bari, la Sicilia e la Sardegna, Mussolini irride in questo articolo, Sforza e Croce mentre si "ritirano con le pive nel sacco". Il primo "...dal coraggio leonino che versa la furtiva lacrima, non ha rivali in sfrontatezza; il secondo il filosofo di Pescasseroli, che in vent'nni non ha mai voluto fare politica, ma che è sempre stato accontentato nelle sue domande, ora si era messo a fare politica. Pive nel sacco anche per lui". Infine i commenti sul congresso di Bari, "hanno partecipato dei "bonzi", "degli avversari non per antagonismo nazionale ma per concorrenza personale. Insomma bassezza politica"; "e i sei partiti nel loro congresso a Napoli? Sono sei, ma sono disuniti, non hanno la forza, infatti non hanno avuto il coraggio di prendere una netta posizione istituzionale, hanno accettato la monarchia e forse aspetteranno pure che diventi Re il piccolo Vittorio Emanuele. Per Sforza e Croce, pive nel sacco".

"ZUFFE NEL POLLAIO"

L'INTERA LETTERA (5 PAGINE) CON LE NOTE AUTOGRAFE DI MUSSOLINI, DIGITALIZZATA, LA RIPRODUCIAMO SOLO NEL (DOC. 128)

Ma a Napoli messo sul fuoco a rosolare c'era dell'altro, e quindi il possibilismo nascondeva ben altro. Il russo Whishinsky aveva già percorso nei precedenti mesi l'Italia meridionale (Ne abbiamo parlato, quando abbiamo accennato alla Sicilia e all'indipendentismo) e si era reso conto che se si prendevano invece che atteggiamenti intransigenti comportamenti possibilisti, si poteva senza tanti traumi far entrare in Italia la politica Russa. Bogolov a fine febbraio lo sostituì nel Consiglio Consultivo, e questi il 4 marzo s'incontrò con Badoglio proponendogli che "se era disposto a mettere per iscritto la domanda al governo sovietico per lo scambio dei rappresentanti, questa sarebbe stata accolta" (Badoglio, L'Italia nel secondo conflitto mondiale, p.164).
Contatti in tal senso c'erano già stati nel mesi di gennaio con Badoglio e Prunas - segretario generale del ministero degli esteri - (Prunas, "Il ministero degli affari esteri", pag 39). Ora l'abile Bogolov operando in questo modo, dimostrava al mondo che l'iniziativa anche se (a parole) era partita dalla Russia, la richiesta veniva fatta dall'Italia per iscritto.
Badoglio senza avvertire gli anglo-americani, "accettò la proposta; il 7 marzo spedì la domanda, e quattro giorni dopo il governo sovietico rispose accettando di riprendere le dirette relazioni tra i due governi" (Soviet Foreign Policy during the patriot wr, vol. II, pag. 57 e 56).

Per la Russia voleva dire tradire gli interessi rivoluzionari e comunisti, perché il governo russo riconosceva il governo regio e la monarchia, quindi non poteva rovesciarli tramite gli accesi suoi seguaci che aveva e si agitavano in Italia. La Russia non dava proprio quello che davano gli anglo-americani (armi e viveri), ma procurava l'indipendenza (a Badoglio e C.) più di questi.

Del resto anche Badoglio voleva sganciarsi dall' opprimente politica degli anglo americani, e se questa politica fosse diventata ancora più soffocante, lui pensava, questi buoni rapporti con la Russia avrebbero riequilibrato le forze.

Il 13 marzo Badoglio, lasciando di stucco gli anglo-americani, oltre gli intransigenti contro il suo governo (spiazzandoli così tutti), pubblicava il seguente comunicato:
"In seguito al desiderio a suo tempo ufficialmente espresso da parte italiana, il governo dell'URSS ed il regio Governo hanno convenuto di stabilire relazioni dirette tra i due Paesi. In conformità a tale decisione sarà proceduto tra i due governi senza indugio allo scambio dei rappresentanti, muniti dello statuto diplomatico di uso"....."La Russia socialista ci tende la mano, nonostante gli errori del passato regime, un gesto che non sarà dimenticato dal popolo italiano".....

Poi inviò un telegramma a Stalin, che lo stesso giorno diffuse la notizia emettendo un comunicato riportando per intero il desiderio espresso da Badoglio (cioè dall'Italia).
Con un passo chiave, che è indubbiamente indirizzato agli anglo-americani:
"La nuova Italia in quasi mezzo anno di cobelligeranza ha da altra parte dato e dà prove che dovrebbero essere assolutamente probanti del suo buon volere, della sua lealtà, del suo deciso e fermo proposito di totale collaborazione con le nazioni Unite.
Italia e Russia, registrano realisticamente tali circostanze, e, altrettanto realisticamente ne traggono quelle conseguenze che sono del resto condizioni necessarie di ogni politica veramente ricostruttrice".


IL TESTO INTERO LO RIPORTIAMO NEL (DOC. 130).

Badoglio fu affrontato il 25 marzo da una sfuriata di Mac Farlane, che lo accusò prima di poca sincerità nei suoi confronti e -consegnandogli una lettera del Comando Supremo- "...poca sincerità con i governi americano e inglese, i quale non gli riconoscevano alcun diritto di fare accordi di qualsiasi genere con nessuna potenza, alleata o neutrale, senza il consenso del Comando Supremo, e senza usare il tramite dell'ACC. e ciò anche per la sicurezza delle operazioni militari" (
Hull, Memories, Vol.II, pag.1557)

Badoglio queste poche righe lo indignarono profondamente, il nuovo arbitrio aveva fatto traboccare il vaso, è fece un'aperta accusa ai governi alleati. Con un atto di orgoglio rispose con una durissima lettera (Non si esclude che sia stata concordata con i russi, perchè vi sono ripetute alcune considerazioni già fatte nel comunicato diffuso a Mosca il 13 marzo). La lettera fra l'altro diceva:

"Nessun governo può reggere con queste progressive umilianti limitazioni... Non dico che sarebbe la cosa migliore, ma certamente più sincera e aperta che l'Amministrazione alleata, se vuole effettivamente governare il Paese, si decidesse a governarlo direttamente e senza tramiti..." ..."Cobelligeranza è ancora una forma vaga, sarebbe ora che dopo sei mesi di lealissima collaborazione, la si definisse in modo preciso; fermamente ritengo che moltissime clausole di quell'armistizio firmato sono da considerarsi scadute, e che è opportuno fare un nuovo accordo...con quella che è oggi, la reale ed effettiva situazione di fatto..."
"I metodi dell'ACC costituiscono un lento e progressivo processo d'asfissia dell'Italia; l'ACC non sorveglia, non controlla, ma interferisce in ogni minimo affare e decide in modo imperativo; il mio governo è mero strumento della loro volontà, mentre io ho di fronte al Paese le responsabilità di atti e fatti, che non sono di loro...".


IL TESTO INTERO LO RIPORTIAMO NEL (DOC. 131)


La reazione degli alleati all'amicizia di Mosca, fu dura. La "Reuter" scrisse che l'Italia era cobelligerante contro la Germania, ma nello stesso tempo nemica degli alleati. E che il ripristino delle relazioni diplomatiche con l'Italia, doveva essere rinviato a dopo la firma della pace. (avverrà, infatti, dopo il 10 febbraio 1947).

Il 18 marzo Cordel Hull per l'America e Eden per l'Inghilterra, fecero ulteriori dichiarazioni molto pesanti, rimettendo l'Italia sullo stesso piano della Germania, come "Stato aggressivo" e promettevano un severo "controllo a tempo indeterminato".
"Nel processo di ristabilimento dell'ordine internazionale gli Stati Uniti dovranno esercitare una sorveglianza sugli Stati aggressivi, per un tempo sufficiente a che questi ultimi dimostrino la loro volontà e capacità di vivere in pace con le altre Nazioni. Quanto a lungo tale sorveglianza dovrà durare dipende dalla rapidità con la quale i popoli della Germania, del Giappone, dell'Italia ed i loro satelliti daranno prove convincenti che essi hanno ripudiato ed abbandonato le mostruose dottrine razziali e di conquista armata, ed avranno lealmente abbracciato i principi basilari dei procedimenti pacifici"
(cit. da Degli Espinosa, Il Regno del Sud, p. 315)
.

Non mancarono neppure in Italia i commenti sarcastici e le vignette sui giornali, riferendosi al servilismo di Badoglio verso i russi, quelli che per l'intera vita lui aveva combattuto.
La "Provincia lavoratrice" presentò Badoglio come il lustrascarpe di Stalin.



Mentre la "Settimana"
"Hai servito quei fessi dei miei soci, ora servirai anche me"


Il danno di queste schermaglie fu enorme. Distrusse le ultime illusioni che gli ingenui si attendevano dalla "cobelligeranza", e quindi l'Italia era ormai destinata a portare la camicia di forza per tutto quel tempo che fosse piaciuto agli anglo-americani.

Questi, indubbiamente fecero le loro rimostranze a Mosca, ma non si conoscono tali documenti; fu tuttavia stabilito un principio contrario ad ogni trattazione individuale dei problemi italiani, e fu riaffermata la suprema autorità in Italia del Comando in Capo alleato.
Molotov giustificò l'accordo Italo-Russo, dicendo che non era stato bene informato dai suoi due soci degli sviluppi dei loro affari in Italia, inoltre la proposta non l'aveva fatta la Russia ma era partita dall'Italia, da Badoglio in persona (abbiamo visto come !). Tuttavia cercò di sfruttare subito l'accordo, proponendo agli alleati e al Consiglio Consultivo di far formare, prima ancora della presa di Roma, un governo Badoglio facendovi entrare tutti i partiti antifascisti, e primi i comunisti. Gli anglo-americani (che prima erano contrari) accettarono, ma misero una condizione: che il nuovo governo si assumeva formalmente tutte le obbligazioni concernenti gli alleati già assunte dal precedente governo. Insomma, questo voleva dire che volevano seguitare a comandare loro come e più di prima.

(Forse la verità nelle rimostranze a Mosca degli anglo-americani, era che
temevano un accordo russo-tedesco (considerato credibile dagli analisti americani) e che dopotutto aveva un precedente nel patto fatto con Molotov pochi anni prima. Se questo avveniva, avrebbe avuto conseguenze disastrose per il fronte alleato. Poi nel '45 si diedero da fare invece gli anglo americani per un patto con i tedeschi, all'insaputa di uno Stalin infuriato).

Inoltre sappiamo del famoso "Piano Morgenthau". Pochi storici se ne sono occupati. Solo recentemente si è venuto a conoscenza di questo "Piano", che era quello di sterminare il popolo tedesco. Era un piano vendicativo dei vincitori anglo-americani che prevedeva la trasformazione della Germania in nazione agricola e pastorale mediante la distruzione di tutte le sue industrie. Inoltre il "Piano" prevedeva -per risarcire i danni sofferti dall'Unione Sovietica - l'invio in territorio russo milioni di lavoratori forzati tedeschi.
L'applicazione di questo piano, che era stato approvato da Roosevelt, fallì (in parte) perchè morto il presidente americano, il suo successore Harry Truman, nel clima della guerra fredda, si accorse della necessità di opporre una rinata Germania alla crescente pressione sovietica in Europa. Così invece di un piano di distruzione, fu varato un piano di aiuti e di ricostruzione della Germania.
Si dimenticò la denazificazione, e si cercò di riarmare la germania in funzione anticomunista.

I russi in questi primi mesi del '44, oltre che proseguire le buone relazioni con l'Italia, non ponendo alcuna pregiudiziale contro Badoglio o l'abdicazione del Re, conferivano ai due quel particolare prestigio che gli anglo-americani avevano snobbato. Ma nel farlo, Mosca sconfessava l'azione svolta sino allora dai comunisti italiani, la scompigliava appieno, buttandola all'aria, quella del CLN, ed infine proponendo una politica di unità nazionale, fece partire da Mosca e sbarcare il 27 marzo a Salerno Palmiro Togliatti. Questi, riunito il Consiglio del partito comunista, con un comunicato, metteva fine all'insanabile disaccordo dei partiti ed invitava a unire tutte le forze politiche per entrare nel governo Badoglio. Tale presa di posizione sarà ricordata come "la svolta di Salerno" (quella che lasciò inebetiti i comunisti rivoluzionari italiani).

Abbiamo corso un po' troppo; facciamo un piccolo passo indietro,
riprenderemo questi fatti, più avanti il giorno 14 MARZO


31 GENNAIO - Dal CLN centrale viene creata un'altra struttura nella regione settentrionale che prenderà il nome  CLN AI (Alta Italia). Qui iniziano a operare congiuntamente le Brigate di assalto Garibaldi del PCI, le Brigate Giustizia del Partito d'Azione e le Brigate Matteotti del PSI.

11 FEBBRAIO - Il governo Badoglio, lascia Brindisi per trasferirsi a Salerno. Lo fa in coincidenza con la restituzione alla amministrazione italiana della massima parte del territorio conquistato dagli anglo-americani. Un governo che non ha nessun potere, perchè il totale controllo politico e militare è affidato fin dal novembre '43 alla ACC (Allied Control Commission) che avrà le stesse funzioni di governo fino al 1° gennaio 1946. Gli Alleati hanno a totale disposizione i mezzi finanziari (costretti e messo a disposizione da Badoglio dopo la firma a Malta dell'"Armistizio lungo") le strutture logistiche e portuali, i mezzi di comunicazione, la moneta, le Banche, i cambi, le relazioni commerciali e finanziarie con altri Paesi, la radio, la stampa, il cinema, il teatro, e perfino le scuole.

Anche la famiglia Reale si sposta a Ravello nella Villa Sangro.
Qui il re riceverà De Nicola, che insiste sulle sue dimissioni parlando chiaro "Esistono in questa guerra delle responsabilità; noi studiosi di diritto sappiamo che la responsabilità dei fatti è questa: il sovrano che dichiara una guerra e poi la perde , deve lasciare il trono". In alternativa, gli propose la Luogotenenza di suo figlio Umberto. Il Re respinge la prima proposta, ma condiziona la seconda solo quando Roma sarà liberata; poi -afferma- "sarà il popolo a decidere quale forma dare allo Stato". Non lo dice a vanvera, il clima che si respira nel Sud è tutto a favore della monarchia sabauda. E il referendum lo confermerà

12 FEBBRAIO - Mussolini dalla Repubblica Sociale a Salò (ma sommariamente già anticipato al Convegno di Verona) espone il suo nuovo Progetto Economico per l'Italia dopo averlo approntato con ANGELO TARCHI.  Diffonde il programma del suo nuovo governo(Programma dei 18 punti) (VEDI Decreto di Mussolini  sulla Socializzazione) . Una programmazione economica del nuovo Stato con  un ritorno agli slogan della socializzazione. Si parla di coogestione delle fabbriche, accesso agli utili, politica sociale. Si illustra infatti che la gestione delle imprese sia pubbliche che private verranno socializzate: nelle private i consigli di amministrazione saranno integrati da rappresentanti dei lavoratori in numero pari a quello dei rappresentanti degli azionisti. Mentre in quelle pubbliche tutti i dipendenti operai impiegati e tecnici avranno all'interno un consiglio di gestione.

I primi a non essere d'accordo sono i tedeschi (i comandi militari, che dominano non con delle istituzione, ma con l'arroganza e il terrore) che già si sentono padroni del Nord Italia e quindi con tale orientamento la socializzazione va contro i loro interessi. Poi ci sono gli industriali dove troviamo una parte che rimangono silenziosi per il fatto che già alcuni con opportunismo si sono appoggiati alla Resistenza (facendo quei patti ambigui che abbiamo già letto a fine 1943), mentre un'altra parte dovendo fare lucrosi affari con i tedeschi rimangono pure questi silenziosi, facendo buon viso a cattiva sorte (!?).

Infine gli operai, sia fascisti che antifascisti (nel lavoro non esistono delle vere e proprie grandi lacerazioni - infatti i reduci al ritorno accuseranno gli uni e gli altri di essere solo degli imboscati) anche loro tacciono. Dopo aver sperimentato venti anni di politica antisindacale del regime, questo ritorno ai vecchi discorsi di Mussolini anni 1914-'19 non incantano, nè quelli della sinistra nè quelli della destra: tutti seguitano a lavorare e a campare facendo dov'era possibile gli agnostici.

Paradossalmente questi silenzi (di industriali e operai) si rivelano molto utili e fanno mettere in luce agli Alleati queste due attive resistenze al programma governativo del nuovo fascismo, e, convinti della bontà dei propositi (e qui ritorna l'opera persuasiva del già citato Alberto Pirelli (vedi inizio '43) gli anglo-americani non bombardano i grandi centri industriali, pur questi addetti alla produzione di materiale bellico per i tedeschi.

Sarà proprio questo gioco sottile di industriali e operai (a garantire in alcuni casi é la stessa Resistenza di matrice comunista) a permettere il salvataggio delle fabbriche del Nord. Spesso operando sul filo del rasoio della repressione tedesca, quando in concerto operai e industriali attueranno pretestuosi scioperi, serrate, strani sabotaggi, nonostante la presenza germanica e quindi esposti alla feroce rappresaglia. Infatti Hitler informato "ha mangiato la foglia" e ordina che in questi casi si colpisca duro; che un 20% degli scioperanti presi a caso venga punito e deportato in Germania.

Nel grande sciopero iniziato a Novembre dello scorso anno, proseguito per tutto il mese di dicembre, che dalla Fiat di Torino si estese poi negli altri impianti industriali del Piemonte, della Lombardia e della Liguria, nei vari manifesti dei promotori P.C.I, non compare mai una motivazione contro i tedeschi; ma anzi si scagliano contro i magnati delle industrie (Fiat, Breda, Pirelli, Caproni, Magnaghi ecc.) dandogli dei traditori, venduti ai tedeschi, sfruttatori, affamatori. Fanno rivendicazioni di carattere economico (aumento dei salari del 100%), chiedono il raddoppio delle razioni di generi alimentari, la sospensione dei licenziamenti, e che siano liberati i membri delle commissioni interne, arrestati con l'accusa di attività antinazista e antifascista.
Lo sciopero è quindi un pretesto (concordato con i "padroni" che si barcamenano) per puntualizzare che le agitazioni sono dovute per le rivendicazioni di carattere economico, e non contro i tedeschi. Ma intanto, nel fermare le macchine, gli stabilimenti, gli operai, si blocca la produzione di armi per i tedeschi.
Prova ne sia che, all'inizio del manifesto, dopo avere infierito contro i "padroni", lo stesso manifesto conclude "Trattate direttamente e solamente con i padroni".

IL TESTO INTERO ORIGINALE LEGGIBILE LO RIPORTIAMO NEL (DOC. 126)


22 FEBBRAIO - CHURCHILL a Londra in un discorso alla Camera dei Comuni, (detto della caffettiera), parla molto chiaro nei riguardi della caotica situazione politica italiana. Non vuole che i partiti che hanno costituito il Comitato Nazionale vadano alla guida del governo. Preferisce l'inetto Badoglio con la sua (questa gli é più simpatica) monarchia, alla guida del governo fantoccio, che definisce "il manico della bollente caffettiera da non rompere prima di averne uno di ricambio o a portata di mano uno strofinaccio per toglierla dal fuoco".

Badoglio andava bene per gli inglesi non per le qualità che il maresciallo aveva, o quelle spuntate fuori all'improvviso il 25 luglio, ma perchè essendo stato un connivente della politica mussoliniana, quindi non affidabile, in qualsiasi momento gli alleati potevano scaricarlo e sostituirlo, e nessuno in Italia si sarebbe opposto.
Ora dunque l'Italia doveva tenersi quello che aveva, non doveva correre avventure pericolose che erano poi principalmente quelle comuniste, che stavano organizzando molto bene la Resistenza.
Il movimento all' inizio del 1944, non era ancora molto esteso. A migliaia e migliaia, una vera fiumana di gente compromessa o paurosa, dopo l'8 settembre era fuggita in Svizzera. Gli antifascisti rimasti in patria si raccoglievano intorno ai Comitati di Liberazione nazionale, i quali non liberavano da nulla, ma attendevano di essere liberati da quelli che ora tutti chiamavano "Alleati". Ciò non toglie che talora avessero degli uomini animosi e intelligenti, di solito intellettuali, un po' meno d'azione, che era quello invece che ci voleva.

Nel Nord comprendevano cinque partiti (comunisti, partito d'azione, socialista, democristiano e liberale). I quali partiti, vivendo e operando assieme e così stretti, si contaminavano l'un l'altro, non di rado perdendo i propri connotati.
La maggiore attività si esplicava nella stampa di periodici clandestini, che non erano pochi, e sembra proprio che si chiudeva un occhio, che insomma ci fosse una larga complicità della polizia e delle altre autorità. Del resto costoro agire diversamente potevano compromettere il proprio futuro.

In queste pubblicazioni, negli articoli, vi era tanto sentimento, ma povertà di idee, e molta povertà ideologica. Solo tanta demagogia, ma di quella già vecchia, come chi la predicava, Non erano insomma pagine di vangelo rivoluzionario. Spesso quei fogli non erano nemmeno organi di partito ma di fazioni di partito. Quello che poi mancava era la capcaità di vedere i problemi in un ottica straniera, internazionale. Certi slogan, a leggerli oggi si resta impressionati. Uno, affermava che "L'Italia non era più nazione di popolo ma nazione di partiti". Poco dopo ne usciva un altro che diceva il contrario "Il potere, la nazione, lo Stato è del Popolo". Un altro ancora "Lo stato è della classe operaia, del popolo, quindi del comunismo, e quindi Stalin, è la guida del popolo". Che non era poi molto diverso dallo slogan di pochi anni prima "Il popolo è tutto per il fascismo, il fascismo sono io, quindi sono io la guida del popolo".
(Strano a dirsi, ma una simile frase sta nuovamente tornando di moda in Italia, anche in questo anno 2003)

A distinguersi dento i membri dei CLN, c'erano i comunisti. I più attivi, senza paragone. E proprio per questo, per loro era giunto il momento di giocare una parte direttiva e d'avanguardia, mobilitare le masse, rivendicare alle forze proletarie la direzione della lotta e far sì che gli obiettivi dei CLN coincidessero con quelli della classe operaia.
Rispuntati da ogni parte, i leader che sono alla guida, hanno  precisi orientamenti e programmi per il dopoguerra, ma che per Churchill sono i "diavoli" bolscevichi. Gli eterni fantasmi che Churchill teme e vede dappertutto, in Francia, in Olanda, in Italia e in Grecia. (In quest'ultima vedremo in seguito come cinicamente li affronterà).
I ciellisti erano i più attivi (i comunisti molto di più degli altri ) ma non erano soli. Fuori dal CLN si formavano a getto continuo piccoli gruppi, che si davano nome di partiti ed erano di tutti i colori, cattolici, comunisti sciolti non conformisti, democratici, liberali.

C'erano perfino i cattolici comunisti, che dal loro foglio proletario, affermavano che Mosca aveva gettato le basi della Nuova Europa. Anche loro guardavano a Mosca e andavano in deliquio. Come riuscissero a conciliare Cristo e Stalin resta un mistero.



1° MARZO - Scatta una delle tante operazioni strategiche che abbiamo - come tecnica di sabotaggio- accennato il 12 febbraio. I comunisti con l'approvazione del CLN (e con l'approvazione degli industriali stessi) proclamano uno sciopero generale in tutte le regioni. Con una forte partecipazione delle maestranze; l'astensione dal lavoro durerà una settimana intera, mettendo in crisi la produzione bellica tedesca, che presa in contropiede e non riuscendo a venirne a capo, si scatena in una terribile rappresaglia. Molti manifestanti - seguendo i tedeschi le direttive impartite da Hitler - sono arrestati e deportati in Germania.

Non sfugge quindi ai tedeschi in queste manifestazione la componente negativa, ma neppure sfugge la componente positiva agli alleati, essendo chiaro a entrambi che il carattere delle agitazioni sono di natura politica, e che hanno come obiettivo la destabilizzazione della produzione per arrecare danni militari ai tedeschi, e non come si é voluto far credere di natura economica o di disagi sul lavoro (ed era proprio la strategia architettata da Alberto Pirelli).

12 MARZO -
Il pontefice Pio XII lancia un accorato appello ai belligeranti affinché Roma sia risparmiata dalla distruzione.

13 MARZO - Contrariamente a quanto affermava Churchill, Roosevelt preoccupato della situazione caotica che va sempre di più deteriorando il territorio italiano, é invece favorevole alla fine della monarchia in Italia e gradirebbe nel governo alcuni rappresentanti politici dell'antifascismo. Stesso parere lo esprimono i rappresentanti russi che credono di avere una forte compagine in Italia (ma che forse hanno sopravalutato). Entrambi insomma sembrano accettare la soluzione presentata dal CLN a Napoli, dove i capi hanno indicato in modo chiaro che accettano che a fine conflitto si farà ricorso alla libera espressione della volontà popolare. Ma intanto fino a quella data - che la credono ma non è affatto, vicina - hanno accettato il governo Badoglio. Questo atteggiamento in Inghilterra non è molto chiaro. Forse perchè non credevano alla sincerità dei comunisti.

Infatti Churchill che è una vecchia volpe, in disaccordo con Roosevelt, rema controvento; lui vede i fantasmi dall'Est, e più che accelerare la risoluzione del conflitto in Italia con una grande offensiva, l'ha resa già blanda sulla Linea Gustav (con un forte disimpegno sul Sangro, togliendo dal comando Montgomery),  e sta preparandosi di rendere debole anche quella che dovrebbe liberare Roma e riversarsi poi sulla Linea Gotica. Infatti 7 divisione (oltre Montgomery) fin dall'inizio anno sono dirottate in Inghilterra per lo sbarco in Normandia. A Churchill gli basta che nello stesso giorno (quindi l'impedimento di raggiungere Roma fu un semplice pretesto poi giustificato in mille modi - compresi gli errori di Clark) che una divisione, quella di Clark liberi le zone di sbarco laziali (non Roma - su questa arbitrariamente -come già accennato - punterà Clark, per ambizione, con nessuna utilità strategica) mentre contemporaneamente imponenti forze da sbarco attraverseranno nello stesso giorno La Manica.

Anche se in quest'ultima le forze saranno imponenti come vedremo più avanti, l'operazione liberazione o meglio "la presa di Roma" (così ragionava Clark, ma anche perchè ci teneva ad arrivare per primo a Roma, tralasciando di inseguire i tedeschi nella loro caotica ritirata) era un obiettivo importante oltre che spettacolare che avrebbe ottenuto un tremendo effetto psicologico in tutto il mondo e una forte demoralizzazione sui tedeschi. Insomma faceva più notizia la caduta di Roma che non i 2.800.000 uomini, 13.000 aerei e 6000 navi che sbarcavano in Francia; e la faceva ancora di più se Clark rubava in tempo i titoli dei giornali di tutto il mondo.

Clark quando giunse nelle vicinanze di Roma (mattino del 4 giugno) fece la scena dell'infuriato, se la prese con un comandante che non aveva spinto a fondo l'attacco per liberargli la strada per Roma, e chiedeva perchè e per come. L'altro si difese dicendo che i tedeschi erano agguerriti, e che era pericoloso spingersi in avanti, che c'erano i cecchini.
Si narra che Clark, notando il cartello stradale "Roma", si mise in posa per farsi fotografare. Per poco non ci lasciò la pelle, delle sventagliate di mitra di un gruppo di paracadutisti tedeschi appostati sulla terrazza di un edificio, lo costrinse a buttarsi e a ripararsi dentro un fosso. L'altro che aveva appena ricevuto la sfuriata, fu pronto a fargli notare beffardamente "ha capito ora perchè non ci siamo spinti in avanti?".
La foto fu rimandata al giorno dopo, ma per sicurezza Clark non andò a mettersi in posa sotto il cartello, ma lo fece staccare, si fece la foto e se lo portò a casa come souvenir.
Il 5 mattina, all'alba di una giornata di sole, Clark manda avanti i carri armati a presidiare i punti strategici, poi sale su una Jeep, imbocca la Casilina e cerca - sbagliando cinque volte strada - di arrivare al Campidoglio per passare da trionfatore sotto l'arco di Tito e poi fare la parata davanti al Colosseo.

Poi fa l'impaziente, si lamenta di non poter inseguire i tedeschi in rotta verso la Linea Gotica dove quasi indisturbati vi rimarranno per oltre sei mesi; "a cosa serve mai questa vittoria?" si chiedeva (o recitava) sconsolato. Ma Clark, era un militare, non un politico della stazza di Churchill. Più tardi, arrancando con i suoi pochi uomini fino a Firenze e poi a metà strada verso Bologna, qui dovrà fermarsi per l'intero inverno; il percorso lo coprirà con una avanzata da lumaca: due chilometri al giorno. Dando così il tempo a Kesselring di predisporre un'altra formidabile difesa sulla linea gotica.

Un'operazione quella di Clark così anomala, che però costerà all'Italia del Nord un altro intero anno di guerra e un intero anno di bombardamenti fino al 25 aprile del '45. Questi ultimi senza una motivazione strategica, ma solo per "far cuocere nel suo brodo l'Italia". Infatti i danni bellici ai tedeschi saranno quasi irrisori, ma costeranno ai civili 135.000 morti, pari a quelli che morirono in guerra nell'intero conflitto in cinque anni (di cui circa 80.000 morti e dispersi in Russia). Un prezzo altissimo per la popolazione italiana,  fatto pagare con molto cinismo. Per non parlare del danno ai tesori artistici e archeologici; ma l'ordine era "bombardate, bombardate, bombardate" e, "Se necessario buttate giù anche il Colosseo".

18 MARZO -
COLPO DI SCENA - Il governo italiano del Sud stabilisce rapporti diplomatici con l’Unione Sovietica. (questi fatti li abbiamo già narrati sopra). E' inviato in Italia Michail Kostlev come "rappresentante diretto" di Mosca. Mentre nella capitale russa viene ammesso come plemipotenziario del governo italiano Piero Quaroni.
Londra e Washington, sanno benissimo che non è stato Badoglio a prendere questa iniziativa (anche se è stato lui a inviare il famoso telegramma a Stalin); e ciò che si teme ora è che la mossa Russa tende a inserire l'azione della diplomazia sovietica in un teatro di operazioni direttamente controllato dagli anglo-americani.
A loro volta in Italia gli anglo-americani nominano alti commissari Noel Charles e Kirk Alexxander, e non accettano rappresentanti italiani.

Nello stesso giorno il Comitato centrale di liberazione nazionale i socialisti e il Partito d'Azione, insistono sulla pregiudiziale repubblicana, inoltre insistono sull'incriminazione del re, e il passaggio di tutti i poteri ai CLN. Più possibilisti la Democrazia cristiana, il Partito liberale e Democrazia del lavoro.
Onde evitare una spaccatura del CLN, Scoccimarro (del Pci) propone un compromesso che però i Repubblicani con La Malfa respingono.

Fra liti e contrasti, il giorno dopo c'è la doccia fredda per tutti gli intransigenti. L'ambasciatore sovietico a Washington, presenta a Hull sottosegretario di Stato americano, un memorandum nel quale si sottolinea la necessità - per non deteriorare la situazione italiana - di giungere a una composizione. Non eliminare la monarchia e tantomeno il governo Badoglio, ma semmai rafforzarlo facendovi entrare tutti i partiti. Solo a guerra finita si farà ricorso alla volontà popolare con libere elezioni.

Il 30 marzo, mentre dall'Unione Sovietica il 27 era già partito per far rientro in Italia, Palmiro Togliatti, la "Isvetia" pubblicava un articolo sugli "Affari Italiani". Il contenuto sono delle bacchettate ai suoi due alleati. "Si deve constatare che i problemi connessi con l'attuale posizione politica italiana non sono mai stati finora oggetto di comune scambio di vedute tra le potenze alleate....Inghilterra e Stati Uniti hanno iniziato un'azione politica nei confronti dell'Italia e hanno rilasciato dichiarazioni, che non sono il risultato di decisioni comuni delle tre Potenze....
La politica degli Alleati nella questione deve basarsi su un atteggiamento comune concordamente assunto. Si ribadisce la necessità di appoggiare il Governo Badoglio con tutti i rappresentanti dei partiti".

IL TESTO INTERO LO RIPORTIAMO NEL (DOC. 132)


A godersi lo spettacolo Mussolini, con un articolo il 16 marzo, sarcastico su "
Corrispondenza Repubblicana"; titolo "Cinevarietà partenopeo".
"All'indomani
, del congresso di Napoli) era appena calato il sipario sul cine-varietà partenopeo, quando le cronache hanno annunciato un nuovo sollazzevole colpo di scena che deve aver fatto rimanere di stucco i mestieranti dello antifascismo napoletano.
Durante il comizio, Stalin fu acclamatissimo e Badoglio fischiatissimo. Ebbene, quando nell'aria vibravano ancora gli echi degli applausi e dei fischi, l'acclamatissimo Stalin riannodava le relazioni diplomatiche col fischiatissimo Duca di Addis Abeba.
Una prova così vistosa di solidarietà col marchese di Caporetto doveva proprio venire dal Cremlino a percuotere e soprattutto a ridicoleggiare i campioni dell'antifascismo vesuviano?
La realtà è che Stalin, per i suoi prevedibili piani diplomatici, stima più redditizio, almeno per il momento, utilizzare un autentico traditore quale il maresciallo, piuttosto che far calcolo sugli illusi, gli opportunisti, gli eroi di Napoli"
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IL TESTO INTERO LO RIPORTIAMO NEL (DOC. 133)


Mentre si svolgevano queste schermaglie, e gli scambi diplomatici scompigliavano tutta la politica degli antifascisti, a Roma accadeva il "Fattaccio"

VIA RASELLA

23 MARZO - VIA RASELLA - In tutta Italia la situazione é ancora critica, Roma è ancora piena di tedeschi, e i GAP fanno sabotaggi e attentati. Le rappresaglie che poi seguono sono durissime. La più terribile avviene nell'attentato di Via Rasella, in questo 23-marzo.

Il "gappista" Rosario Bentivegna, travestito da spazzino e con 18 chili di tritolo dentro una carretto, lo fa esplodere mentre una colonna di 156 militari tedeschi sta risalendo via Rasella.

Restano uccisi 33 (ma in effetti poi con i feriti, successivamente i morti  furono 42) altoatesini di Bolzano, precisamente quasi tutti di Ora. Uomini piuttosto anziani, riservisti, che erano stati reclutati e inquadrati nei ranghi tedeschi, visto che l'Alto Adige, il Friuli, la Venezia Giulia, dall'8 settembre erano diventati ormai di fatto territori annessi al Reich. Significa che i 33 erano a tutti gli effetti italiani, salvo affermare che l'Alto Adige non era più Italia perchè Hitler l'aveva sottomesso al Reich.
(Una curiosità: fra gli scampati c'era Ernst Thoeni, zio del futuro "azzurro" campione del mondo di sci Gustav Thoeni (che chi scrive ha incontrato, quando abitava in Alto Adige). Inoltre per chi è curioso di sapere l'età di quei "malcapitati", al cimitero di Bolzano e di Ora, esiste una lapide che ricorda i morti nell'attentato, erano tutti di una certa età piuttosto avanzata. 

Con loro morirono anche due civili, un ragazzo di 13 anni (Pietro Zuccheretti) e un uomo di 66 (Antonio Chiaretti, un uomo di sinistra, ma di Bandiera Rossa che si era recato in zona a una riunione con altri amici).
(ma non è mai stato chiarito quanti furono i civili morti, alcuni storici parlano di 6 altri di 8 - Ma Il Messaggero del 28 marzo 1944, già parlava di sette vittime civili
Hitler in persona ordinò la rappresaglia (ma è solo una delle tante versioni, non esistono documenti), 10 italiani per ogni tedesco ucciso. "Esemplare giustizia tedesca" scrisse il Messaggero il giorno dopo.
La "Stampa" il 26 marzo usciva con il comunicato "Stefani", che attribuisce la vile imboscata, ai "comunisti badogliani".



I manifesti sui muri di Roma da mesi parlavano chiaro (alcuni dicono di averli visti, altri no. Ma anche se vogliamo credere a quest'ultima giustificazione, dobbiamo però ricordare che c'era già stato l'episodio di Salvo D'Acquisto. Il carabiniere che autoaccusandosi dell'attentato di due tedeschi, salvò 20 suoi concittadini dalla rappresaglia 1:10. E Salvo D'Acquisto, per chi voleva intendere, era molto di più che un manifesto!!! ).
Bentivegna l'esecutore materiale dell'attentato "A me non risulta che ci fosse un ordine di rappresaglia. Non sapevo che c'erano state altre rappresaglie. Non ebbi richiesta di presentarmi e non vidi il manifesto a firma Kesselring"
(Bentivegna, Achtyung banditen, ed. Mursia, Milano 1983)
Potrebbe sembrare strano che un atto così importante di terrorismo possa essere stato affidato a gente che non sapeva, non vedeva, e non conosceva  le regole di guerra (anche se fu "poi" (quindi solo dopo, retroattivamente) giustificata - quella di via Rasella - come "una azione di guerra")
 Ma la rappresaglia (anche se i bandi non ci fossero stati) quella era: 10 italiani per ogni tedesco ucciso. Già molti paesi l'avevano applicata o subìta, quella era la convenzione firmata da tutti le nazioni in guerra. Chi organizzò l'attentato e operò sapeva benissimo quello che sarebbe accaduto subito dopo. E proprio per questo, l'operazione terroristica dei Gap, allora, ma ancora oggi dopo oltre 50 anni, viene criticata (e da alcuni anche condannata) e  se era opportuno farla o meno. Non si comprende quale "colpo" potesse arrecare ai tedeschi la morte di 33 riservisti altoatesini; ebbe semmai un effetto negativo sulla resistenza: l'attività partigiana si ridusse "a causa del deterioramento dei rapporti fra i vari gruppi della stessa resistenza e della popolazione civile...e al crescere della disponibilità alla delazione". Nè potevano (un lettore mi ha scritto avanzando questa tesi - Ndr) "essere state sollecitate dagli alleati", perchè tornavano esclusivamente a vantaggio del partito comunista e azioni del genere nessun riflesso avevano sull'andamento della guerra e sugli interessi americani in Italia. Gli angloamericani mai e poi mai avrebbero contemplato un'azione come quella del 23 marzo che avrebbe potuto determinare quella insurrezione e quello scontro che essi da qualche tempo temevano proprio dalla sinistra italiana"
(Alberto e Elisa Benzoni a pag. 81- Attentato e rappresaglia ed. Marsilio, Venezia 1999)

 Ovviamente la rappresaglia fatta dai tedeschi fu criticata e condannata;  sia l'atto come i suoi esecutori.
Il processo a Priebke, uno degli esecutori materiali, si é svolto nel corso del 1997 con tanti distinguo di carattere militare e civile.  Puntando innanzitutto il dito NON sulla rappresaglia del 10 a 1 (quindi cinicamente accettata - Del resto al processo di Norimberga  le rappresaglie non furono condannate, ma il 10 a 1 fu ritenuto equo, perché ogni esercito del mondo l'aveva accettata) ma sul fatto che ai 330 (rapporto 10 a 1) ne furono aggiunti altri 5, innocenti. (anche se c'erano le terribili condizioni di fucilarne altri 82, perchè i tedeschi feriti, poi morti, furono alla fine 42.
 In secondo piano é invece passata le responsabilità e l'opportunità dell'attentato che non accelerò di una sola ora l'avanzata degli alleati, anzi si tradusse - rappresaglia a parte - in un aggravamento delle quotidiane relazioni  dei tedeschi con la popolazione romana. Non solo, ma le conseguenze dell'attentato che poi provocò la rappresaglia, divise anche gli stessi antifascisti. L'azione fu dunque decisa per necessità di guerra o necessità di partito? Mistero.
Ma forse questo manifesto chiarisce molto le idee:



Viva il Comunismo! Viva la Russia ! Viva Stalin !


Un paio di partiti della sinistra (cosiddetti della "liberazione") affermavano di combattere per la Patria, ma quando due parti erano in lotta, ne veniva che tutte e due a uguale titolo dovevano accusarsi di tradimento. E poi, non si poteva dire che i comunisti combattessero per l'Italia, sì invece per la vittoria del proletariato, cioè, per la vittoria di una parte dell'Italia sull'altra non proletaria.
Non deve destare meraviglia se gli italiani diffidavano e non montavano sulle giostre delle varie ideologie. Si trovarono dinanzi a una concorrenza di varie democrazie offerte sul mercato: democrazia liberale, democrazia cattolica, democrazia socialista, democrazia azionista, democrazia cattolica comunista, democrazia repubblicana, tutte diverse l'una dall'altra, e tutte presentate come specifico rimedio per guarire l'Italia. Infine c'era la democrazia comunista, imperniato sul "credere" e sull'"obbedire" ( simile al dittatore fascista) a quell'autorità assoluta di Mosca, cioè al dittatore Stalin, che controllava le azioni e il loro pensiero nel modo non tanto dissimile da quello ex capo del fascismo.

KAPPLER incaricato della rappresaglia, fece eseguire l'ordine ai suoi subalterni. Ne giustiziarono 335 (forse 336), cinque in più per la gran fretta di eseguire quello che doveva essere un monito a tutte quelle forze di Liberazione che i tedeschi consideravano tutti traditori e banditi
(e i partigiani non facevano parte di un esercito regolare (secondo la convenzione di Ginevra).  Solo con il decreto legge n. 96 del 5 aprile 1944, pochi giorni dopo via Rasella, seguito dal D. L. n. 194 del 12 aprile 1945 gli attentati  furono (!? retroattivamente ) considerati legittimi. E solo il 9 giugno 1950 e  il 14 gennaio 1954 si stabilì che in Via Rasella si era svolta una "azione di guerra". Premiando perfino gli esecutori.
(cioè dopo; come del resto sempre accade in tutte le guerre vinte)

 Dalle carceri romane le vittime furono prelevate fra i detenuti che vi si trovavano per vari reati, e molti erano quelli politici; più un certo numero di ebrei (73) in prigione dopo le retate che avevano subito nei giorni precedenti. Non abbastanza per arrivare a 330, cinquanta furono aggiunti con varie motivazioni e  solo per arrivare al numero fissato; ma con qualche errore nelle addizioni, cioè con 5 in più di malcapitati.
Fu compiuta così la strage delle FOSSE ARDEATINE.

(VEDI ANCHE L'EPISODIO DI SALVO D'ACQUISTO)
con alcune considerazioni

Da notare che fra i detenuti c'era il meglio dell'antifascismo monarchico, antibadogliani, democristiani, liberali, azionisti  e del "gruppo trotzkista" denominato Bandiera Rossa che il PCI "stalinista" vedeva come fumo negli occhi. Dei 336 martiri antifascisti delle Ardeatine, solo 3 erano comunisti.
La tesi di alcuni storici (
ne citiamo uno, Mario Spataro, autore del libro documento  Dal Caso Priebke al Nazi Gold, 2 vol. ed. Settimo Sigillo, 1999) è quella di una faida tra bande partigiane.
Regolamento dei conti, avallato dal fatto che da settimane il comando tedesco riceveva delazioni che portavano all'arresto di elementi della clandestinità antifascista, nessuno dei quali era però strettamente legato al Pci stalinista. Secondo questa singolare tesi, l'obiettivo della cacciata dei nazisti era solo secondario: scopo principale era l'eliminazione per mano tedesca di ogni concorrenza nella futura contesa per il controllo del Paese.
Gli esecutori del piano furono circa 17 gappisti, alcuni di loro ricevettero anche le medaglie al valore (per aver fatto "un azione di guerra"), ma altri nomi sono fino ad oggi rimasti... sconosciuti; e il vero motivo dell'attentato pure.
Del resto l'Avanti del 5 aprile, nell'esecrazione della rappresaglia, scriveva "...la guerra è il tempo in cui i figli sono assassinati dai padri". Amen!

Le polemiche iniziarono subito, poi continuarono; ma anche dopo 50 anni, sia da una parte che dall'altra non sono mai finite. I misteri restano.
Il mistero poi di Bruno Buozzi è quello più fitto. Lo conosceranno solo i nostri pronipoti. Il fascicolo esiste, ma è Top-secret.
Buozzi non finì nelle Ardeatine, ma per circostanze misteriose, fu ucciso in una occasione diversa il 4 giugno con un colpo alla nuca. Poche ore dopo il comunista Giuseppe Di Vittorio dava vita, secondo le linee dettate dal Pci, al nuovo sindacato (già in mano a Buozzi dal 28 gennaio 1944)
Buozzi che era un socialista, sin dal 1919 aveva dato prova di equilibrio e di attaccamento alla causa del vero sindacalismo non politicizzato. Durante il ventennio non era inviso da Mussolini, perché aveva preso energicamente posizione contro l'istigazione alla violenza nelle fabbriche voluta dall'ala comunista ed estremista. Non inviso neppure - dopo l'8 settembre- da Badoglio, e da questi posto ai vertici della Confedearzione generale del lavoro. Buozzi si era così trovato a contendere agli altri sindacalisti l'ingente eredità finanziaria e patrimoniale del sindacato fascista. Una quantità non indifferente di quattrini e immobili.
Scontri Di Vittorio -che non si discostava dalla linea imposta dal Pci- con Buozzi quando questi apprezzò la "Socializzazione" di Mussolini. Il 13 febbraio Di Vittorio scriveva "Si sentono dire da Buozzi cose da mettersi le mani nei capelli. C'è da augurarsi che egli non le dica mai in pubblico. Giunge a dire, ad esempio, che la più parte delle leggi sindacali fasciste, dei contratti di lavoro, la carta del lavoro, sono ottime cose alle quali basterà cambiare qualche parola, per la forma, e potremo apporvi la nostra firma".

L'ostilità comunista aumentò a dismisura quando, il 28 gennaio 1944, ben 500 delegati sindacali meridionali, riuniti a Bari, elessero Bruno Buozzi segretario generale della nuova Confederazione generale del lavoro, dando al comunista Roveda e al democristiano Grandi solo le vicesegreterie: come riferito da Forbice, una nota del Pci espresse aperta contestazione a quella nomina, accusando Buozzi di essere il portatore di un "putrido riformismo".
Tre mesi dopo Buozzi venne arrestato dai tedeschi, che andarono a colpo sicuro, verosimilmente a causa di una delazione. Si era infatti trasferito in una casa di Trastevere appena il giorno prima con un nome di copertura (ingegner Mario Alberti). Nella ritirata del 4 giugno, i tedeschi caricarono su un camion Buozzi e altri 13 prigionieri, e prima di proseguire si fermarono in un casolare e dentro un fienile li uccisero tutti con un colpo alla nuca.
Il 9 giugno si costituiva la Confederazione generale italiana del lavoro (CGIL) con la firma di quello che sarà detto "Patto di Roma". Di Vittorio al vertice.
(Buozzi: chi era e i retroscena della sua singolare morte a pag. 923 ,
Appendice B/3 del libro che citiamo sotto)


SU TUTTA LA VICENDA "RASELLA-ARDEATINE" LA MIGLIORE RICOSTRUZIONE (a mio parere) E' PROPRIO QUELLA DI MARIO SPATARO" 1083 pagine, enorme bibliografia, documenti e 152 immagini, di cui moltissime inedite. I nomi degli uccisi, sia tedeschi che italiani.
 "Dal caso Priebke al nazi gold. Storie d'ingiustizie e di quattrini".

UNA RECENSIONE IN "
  LIBRI   STORICI - SAGGI - POLITICA"

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(pagine in continuo sviluppo  (sono graditi altri contributi o rettifiche)