ANNO 1945 (provvisorio)
(Anno 1945 - Seconda Parte) -
LA PAGINA DELLE STRAGI - DI NAZISTI - DI PARTIGIANI - DI FASCISTI

"Siamo stati i soli ad opporci ai primi conati espansionistici della Germania. Mandai le divisioni al Brennero; ma nessun Gabinetto europeo mi appoggio'.....Una caldaia non scoppia se si fa funzionare a tempo una valvola. Ma se la si chiude ermeticamente, esplode. Io volevo la pace e questo mi fu impedito. Io ho qui tali prove di aver cercato con tutte le mie forze di impedire la guerra che mi permettono di essere perfettamente tranquillo e sereno sul giudizio dei posteri e sulle conclusioni della storia. Non so se Churchill e', come me, tranquillo e sereno" .(20 aprile- Sul Popolo di Alessandria,  Mussolini firmò la sua condanna a morte!) (vedi intera intervista )

e venne la  "brutta pagina" della folle e tragica Italia degli uomini "liberi".

......PERCHE' PIAZZALE LORETO (vedi sotto)

Dopo 48 ore, Hitler, l'uomo che ha portato
al disastro  il popolo tedesco
nell'arco di 10 anni, 3 mesi, meno un giorno,
raggiunge nella tomba l'"alleato": 
nel bunker si spara un colpo alla tempia.

( qui l'ULTIMA FOTO DI HITLER NEL BUNKER )

sotto: l'articolo della fucilazione di Mussolini

Pertini
La voce di Pertini

(richiede plug-in
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MOBILITAZIONE GENERALE IL 25 APRILE

13 APRILE - Mentre si stanno decidendo i destini del mondo, in Italia, ai partigiani impegnati con la Direttiva N. 16 di Longo  ("tenersi pronti per l'insurrezione finale") arrivò il perentorio comunicato di CLARK (comandante le forze alleate in Italia).
Abbiamo accennato al disatteso diktat di ALEXANDER sulla smobilitazione e il disarmo delle Brigate Partigiane nello scorso inverno, poi rientrato; ma  ora, quello del nuovo generale, avuto sentore della iniziativa insurrezionale dei partigiani (infuriati gli alti comandi e lo stesso TRUMAN) da' l'ordine a tutte le forze partigiane di astenersi da qualsiasi operazione militare, insurrezionale, di mobilitazione politica o anche sollevazione popolare.
DULLES  nelle sue memorie scrive "
Si temeva che arrivassero da Trieste i russi con le forze partigiane di Tito e che si unissero ai comunisti; come tali venivano qualificate tutte le formazioni partigiane che non avevano deposto le armi nel Nord Italia dopo l'invito di Alexander poi ripetuto da Clark". 
Con molta supponenza vennero bollati tutti i "gruppi" come delle "bande armate" cui gli alleati diedero all'inizio poco affidamento e alla fine temettero essere un grosso pericolo, non di certo militare ma politico.

Gli americani organizzavano la guerra secondo i metodi della grande industria, per loro la guerriglia partigiana era un fatto anacronistico e anarchico, privo di interesse, e nemmeno volevano capirla; avevano accettato in un certo periodo la Resistenza, ma poi la volevano a loro disposizione, e non esitarono più di una volta e in vari luoghi ad abbandonarla al suo destino; perfino  boicottarla e combatterla quando incominciò a intralciare i loro piani politici; ne diffidavano perché convinti che erano persone e bande in armi con una marchio ideologico inconfondibile e per loro inquietante.

Ma ormai il CLN-AI era un organo delegato dal governo di Roma, che gli aveva dato pieni poteri "civili e militari", e in virtù di questa forza, contrapponendosi alle indicazioni di Clark proseguì la sua azione. Avevano già firmato un documento, in cui affermavano che "solo ad avvenuta Liberazione del Paese deporremo le armi e riconsegneremo le città all'amministrazione dello Stato, ma non ora". E c'erano tutte le condizioni ottimali materiali e morali perchè queste liberazioni (di città e paesi) diventassero dei successi autonomi (ed infatti in alcune città questo accadde -vedi qui di seguito, le varie date dal 18 in avanti).

Comunque gli alleati rimasero sulle rive del Po in una infastidita attesa degli sviluppi di questi eventi pieni di incognite, temuti più politicamente che militarmente; di mezzi ne possedevano, non erano certo preoccupati,  infatti seguitarono a bombardare (anche dopo il 25 di Milano) tutto l'Est fino al 28 aprile: Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Mestre, dove tatticamente non era nemmeno necessario (i tedeschi si stavano ritirando - senza combattere se non attaccati - verso il Brennero, la Valsugana, Tarvisio - come del resto a Como, anche qui quasi indisturbati visto che i partigiani cercavano solo i fascisti, davano la caccia solo a loro e non ai tedeschi. Purtroppo i bombardamenti politicamente furono ritenuti necessari. Le bombe cadevano nel Veneto ma in effetti erano dei segnali precisi mandati a est. Per  impedire un'avanzata e un golpe proveniente da quelle parti.

Non avevano tutti i torti, agli alleati facevano più paura gli italiani comunisti che non i tedeschi; infatti arrivando con sole poche ore di ritardo su Trieste, il ritardo fu fatale, i partigiani comunisti vi erano già entrati  e quelli locali (comunisti italiani) si unirono ai titini occupando la città. Il 2 maggio sono a Gorizia  a Monfalcone e sull'Isonzo. E sembra che a Roma qualcuno brindò alla notizia.

16 APRILE - Dopo una riunione con i tedeschi nel quartiere generale a Gargnano il 14, Mussolini decide di trasferire il governo della RSI nella sede della prefettura di Milano.

18 APRILE - Torino non attende la data fissata dell'insurrezione impartita dalla Direttiva 16.  Gli eventi incalzano con la ritirata dei tedeschi i cui reparti dovrebbero attraversare Torino. Le formazioni partigiane prima riescono a promuovere una grande sciopero generale nelle grande fabbriche che sono infatti occupate, poi scatenano l'offensiva che si estende in tutte le valli e la regione piemontese soprattutto nel Cuneese, nel Biellese, nella Valsesia,  ecc.. La sollevazione popolare (e solo in questa circostanza fu quasi totale, ma gli americani erano ormai alle porte) non conoscerà soste fino al 28 aprile, quando riusciranno a cacciare gli ultimi tedeschi ed entreranno gli alleati nella città ripulita. Non abbastanza nella periferia, dove il 1° maggio ci fu l'ultimo massacro dei tedeschi a Grugliasco; furono catturati e fucilati 66 partigiani.

Da questo momento inizia la caccia non più solo al tedesco (piuttosto blanda e solo proprio se commettono delitti lungo il percorso) ormai in ritirata verso est, ma inizia la caccia esclusivamente al fascista, ai delatori, ai collaborazionisti. 
Al Cmrp (Comando Militare Regione Piemonte) si fecero prendere anche  la mano. "Nelle disposizioni c'era l'ordine di passare alle armi non meno di 350.000 soldati che avevano indossato la divisa della RSI. Ma proprio tutti. Perfino quelli della polizia ferroviaria, della portuale e della stradale." (Claudio Pavone,
Una guerra civile, Ed. Bollati-Boringhieri, 1991)

Non tutte le esecuzioni sommarie avvengono solo per motivi politici, scorre sangue anche per altri abietti motivi, come vendette e perfino rancori personali. Alcune spedizioni furono fatte quindi  per odio, per interesse, per vendetta o per il semplice gusto di farlo. Eliminare indisturbati l'antico vicino insolente e qualcuno perfino il parente scomodo (adulterio, eredità, rancori); un giudice che aveva fatto perdere tempo addietro una causa o quel funzionario che aveva negato qualcosa durante le sue funzioni; il professore dell’ateneo arrogante o quel noto commerciante che aveva fatto i soldi con la borsa nera.

Le cronache del Biellese, nel Torinese, Astigiano, in Valsesia  o nel Ferrarese, registreranno episodi inquietanti, dove spesso furono vittime anche persone innocenti, o con peccati veniali (aver rifiutato a suo tempo di consegnare alcuni sacchi di farina costò  a un mugnaio lo sterminio della famiglia, 10 persone). Ci fu insomma una vendetta incontrollata di bande che infangarono le molte gesta di vero eroismo che si erano guadagnati regolari reparti della Resistenza in vere e proprie operazioni militari, come il sabotaggio di ponti, ferrovie, caserme ecc. questo era lecito. Sparare a donne, perfino incinte, questa era follia di primitivi.


In questo contesto di vendette, un brutto momento lo passò a Torino anche VALLETTA, alla Fiat dal 1921, amministratore delegato dal 1939, presidente poi dal 1945 al 1966. Tutto il ventennio del fascismo lo aveva visto protagonista, e lo sarà anche nel dopoguerra per altri venti anni. Era il più potente uomo di Torino e forse d'Italia. Ma il CMRP voleva la resa dei conti e appena liberata la città il primo pensiero fu quello di catturarlo e processarlo. Rifugiatosi presso un comando alleato, questi rifiutarono di consegnarlo, ma anzi rivelarono con documenti alla mano che Valletta aveva fatto durante i mesi della Resistenza il doppio gioco con i nazisti, rimanendo sempre in contatto con gli inglesi per boicottare la produzione bellica con scioperi e serrate pretestuose. Valletta scampò così alla vendetta improvvisata. Non andò così bene in Germania all'ultimo erede dei Krupp, anche lui catturato per i grandi profitti ottenuti con gli armamenti di Hitler. Fu processato e messo in carcere per sei anni, fino a quando nel 1951 fu prosciolto.

21 APRILE - Anche a Bologna dal giorno 19 i partigiani organizzano e fanno scattare l'insurrezione che avrà momenti drammatici con centinaia di morti per le strade sia di fascisti che tedeschi con le rappresaglie verso i partigiani, che ormai affrontano i nemici in campo aperto in vere e proprie battaglie militari. Un'epopea della città rossa, dove i suoi partigiani inseguono i tedeschi in ritirata, li precedono per tagliare loro la strada, li accerchiano, li catturano, o li mettono precipitosamente in fuga. Il tutto mentre 1673 missioni di bombardieri (dei liberatori) sganciano sulla città e in periferia, sul Serio e sul Santerno, 100.000 bombe e spezzoni incendiari. Gli americani quando arrivarono, la città era già stata liberata, ma fumava ancora per i loro bombardamenti non proprio molto precisi; tanta distruzione e si contavano in ogni angolo della città molti morti e feriti.

L'assurdità era (a questo poi conduce la folle guerra) che alcuni applaudivano i bombardamenti, e si gridava "ancora! ancora!" mentre le bombe distruggevano case, uccidevano cittadini, amici, parenti. E con i morti ancora caldi, quando entrarono in città i "liberatori" trovarono la folla in tripudio. Altrettanto fecero a Vicenza (il 28 aprile) con una città distrutta poche ore prima e con i corpi delle vittime dei bombardamenti della notte prima ancora caldi.

23 APRILE - Il segnale insurrezionale a Genova scatta nelle prime ore di questo giorno. I partigiani scendono dalle colline, sbucano dalle gallerie e dagli anfratti, assaltano il porto, dilagano nelle strade, bloccano i reparti in ritirata, catturano quasi diecimila tedeschi, e proseguono la lotta per cinque giorni; quando in città - il 27, alle ore 21.20  - entrano i primi reparti della 5a Armata degli alleati, Genova era già una città libera; e non doveva niente a nessuno.

24 APRILE - Gli alleati attraversano il Po ma non dilagano subito, non si affrettano, ma tutti i bombardieri nelle vicine basi sono allertati per Torino e Milano. E non solo allertati ma seguitano a fare missioni di bombardamento; infatti nel Veneto non sono risparmiate le incursioni aeree che proseguiranno fino al 28 senza una motivazione strategica, quasi inutili sul piano tattico militare, ma solo utili per piegare e fiaccare il morale degli italiani; ma anche per  mandare segnali di pericolosità territoriale se qualcuno oltre Trieste e il Friuli aveva intenzione di invadere e occupare il Veneto. Vi erano tutte le condizioni oggettive. I partigiani di Tito non aspettavano che un ordine. Non di meno l'inquietudine veniva da Milano, dove si attendeva con il cuore in gola l'esito della Direttiva 16 aprile. Mancavano 24 ore al giorno 25.

25 APRILE - A Milano a mezzanotte è scattata l'ORA X. E' iniziato lo sciopero generale. Tutte le fabbriche vengono occupate. Il CLN-AI assume pieni poteri, si insedia nell'amministrazione della giustizia, nel tribunale di guerra, nei consigli di gestione delle grandi aziende, nei posti chiave del governo della città. Dalla pianura e dalle valli convergono tutti i partigiani nella metropoli. La guerriglia si sposta ora dalle campagne nelle vie di Milano. La caccia ai fascisti, ai gerarchi diventa spasmodica, la vendicatività cruenta. Le esecuzioni sommarie diventano migliaia. Si spara dalle finestre, dai tetti, dal cielo, in terra e da ogni luogo, e spesso cadono innocenti solo perché loro malgrado hanno una divisa diversa.


la pagina storica dell'anno - 26 Aprile 1945

anno 1945


Gli alleati vi entreranno il 30 con la città  liberata e già con un governo provvisorio del CLN. Ma è una città liberata da un mostro che ha partorito un altro mostro, quello della vendetta, l'orrore motivato e giustificato con una "restituita" rappresaglia. Un bagno di sangue, che é anche messo in mostra come in uno spettacolo, come trofeo, il trofeo di altrettanti pazzi sanguinari, che si sono arrogati di "fare giustizia".
Sembrano risuonare le parole di un poeta: "Ecco, scriveva Rimbaud nell' "Illumination", "ecco un altro tempo degli assassini".

25 APRILE - ORE 8 -Al collegio dei Salesiani di Via Copernico, nella biblioteca del collegio milanese, alle ore 8 del mattino del 25 aprile, si riunirono Marazza, Pertini, Arpesani, Sereni e Valiani. Ci fu la riunione più risolutiva del Clnai. Approvarono il primo decreto: "Tutti i poteri al Clnai"; il secondo riguardava l'amministrazione della "giustizia". Cioè le sentenze di morte (un po' all'ingrosso!). E tra queste fu anche decisa l'eliminazione di Mussolini. Il Duce non doveva essere consegnato agli americani!

25 APRILE - ORE 16 - Mussolini ignaro di quanto è stato deciso in via Copernico, dalla prefettura si reca in Arcivescovado; nell'incontro con il cardinale Schuster propone o riceve la proposta di arrendersi. L'invito del prelato che intercede per conto degli alleati, è di arrendersi senza condizioni; per la sua incolumità gli ha già preparato una stanza per la notte, in attesa dell'arrivo degli alleati per poi a loro consegnarsi. Sono invitati a partecipare e a esaminare le condizioni i rappresentanti del CLN-AI. Sono i moderati ACHILLE MARAZZA (DC), GIUSTINO ARPESANI (PLI), RICCARDO LOMBARDI (PdA). 
L'unico che non sa ancora nulla é SANDRO PERTINI (PSIUP) che il mattino in via Copernico aveva una sola idea "Mussolini doveva arrendersi senza condizioni, e poi sarebbe stato passato per le armi" ( lo scrive lui, nelle sue memorie).

25 APRILE - ORE 17.30 - Ritorniamo nella sala del cardinale e al dialogo che si é svolto nei pochi minuti. Il CLN-AI detta le condizioni: 1) L'esercito e le milizie fasciste consegneranno le armi e verranno fatti prigionieri con le norme della Convenzione di Ginevra. 2) Le famiglie dei fascisti, come tali non avranno alcun fastidio, ma tutti devono abbandonare Milano. 3) Mussolini deve consegnarsi al CLN-AI.

Sembra tutto filare liscio, Mussolini nella stanza del cardinale sembra quasi soddisfatto anche se non sa la sorte che lo aspetta; ma a rovinare tutto é  GRAZIANI che si fa uno scrupolo: quello di non volere tradire i tedeschi, non informati della resa. PAOLO ZERBINO reagisce e non può trattenere di dire quello che ha saputo da poche ore: comunica a tutti i presenti che WOLF ha già trattato la resa. Il cardinale Schuster che già sapeva, conferma la notizia. Mussolini é furibondo e indignato " Ci hanno sempre trattati come schiavi e servi e alla fine mi hanno anche  tradito". Crolla dunque nell'indignazione il dialogo; Mussolini chiede di poter ritornare in prefettura per prendersi un'ora di tempo e per deliberare non sentendosi più  legato ai "traditori tedeschi - e aggiunge- e poi dicono di noi!" .

25 APRILE - ORE 19 - Irrompono in arcivescovado (mentre Mussolini vi sta uscendo) EMILIO SERENI, e LEO VALIANI con SANDRO PERTINI che brandisce una pistola in pugno. Dalla foga salendo le scale ha incrociato un gruppo di persone, in mezzo alle quali c'è Mussolini, ma non lo ha notato. ("Gli avrei sparato subito" dirà in seguito)
Entra impetuosamente e quasi insulta il cardinale quando il prelato gli riferisce  i tre punti esposti da Mussolini per la resa. "Mai! Deve solo consegnarsi a noi", "per cosa fare?" chiede il Card. Schuster, "Questa é cosa che non la riguarda" risponde Pertini. E rivolgendosi agli altri "siete stati tutti giocati". Monsignor Bicchierai presente riferisce anche altro nelle sue Memorie "Uno dei tre ci minacciò pure..."per voialtri c'é un colpo di rivoltella pronto".

25 APRILE - ORE 20 - CARLO TIENGO che ha assistito alla scena corre ad avvisare Mussolini in prefettura " Vi vogliono uccidere, stasera stessa". Mussolini viene quindi dissuaso o  ritiene lui stesso di non doversi più recare in arcivescovado; decide di fuggire a Como per incontrarsi con un misterioso emissario di Churchill. Ha con sé una cartella con importanti documenti di cui parleremo più avanti.

26 APRILE - Giunto a Como Mussolini si dirige verso Menaggio; qui passa la notte; lo raggiunge la sua inseparabile amante Petacci, e la mattina successiva si aggrega a una colonna di automezzi tedeschi che in ritirata e quasi indisturbati si stanno avviando verso il confine svizzero per il rientro in Germania. Tenterà inutilmente due volte di sganciarsi da loro per raggiungere attraverso i monti il confine. Ma i tedeschi non lo perdono di vista.
 Salito su un camion vestito con un cappotto e un elmetto tedesco, a un posto di blocco a MUSSO (il destino!), MUSSOLINI viene riconosciuto da due partigiani saliti sul camion per un controllo. I tedeschi in ritirata li lasciano passare indisturbati,  ma i partigiani quel sistema dei fascisti in fuga di mimetizzarsi con i tedeschi  lo conoscono già, quindi fanno le perquisizioni su ogni mezzo. Ed ecco che su uno di questi trovano nascosto Mussolini.  I due partigiani sono PEDRO (Pier Bellini delle Stelle), e BILL (Urbano Lazzaro). Mussolini viene dunque catturato e portato in un casolare a passare la notte (nel frattempo é stata catturata anche la Petacci) mentre la notizia rimbalza fino a Milano, e nella notte "qualcuno" parte per fare, si dirà, "giustizia" in "gran fretta".

In Italia nessuno sa ancora nulla. Le prime notizie giungono invece da Berna e da... Londra (ma guarda un po! da Londra!)

Il primo comunicato viene dalla Svizzera la sera stessa e lo comunica l'Ansa - "Berna . L'Agenzia telegrafica svizzera apprende da fonte bene informata che Mussolini sarebbe stato catturato dai patrioti nei pressi di Pallanza" (Comun. Ansa, 26 aprile, irradiato alle ore 23.25)

27 APRILE MATTINA - Londra - Un dispaccio ricevuto dal Daily Mail  nelle prime ore di questa mattina dal suo corrispondente speciale a Zurigo dice che Mussolini è stato catturato da patrioti italiani mentre fuggiva dall'alta Italia verso il rifugio bavarese di Hitler ( Comun. Ansa, 27 aprile, irradiato alle ore 08.20).

27 APRILE  SERA - "Milano "Radio "Milano Libera", citando il giornale "La Libertà", organo del CLN di Milano, ha detto questa sera che è stato diramato il seguente comunicato: "Mussolini, Pavolini e Farinacci sono stati arrestati sul lago di Como" (Comun. Ansa, 27 aprile, irradiato alle ore 20.10).

"Precisazione. Sull'arresto di Mussolini le stazioni radio internazionali hanno diffuso una serie di notizie contraddittorie" (Ib. irradiato alle ore 20.25)

28 APRILE - Mussolini con altri cinquantuno fascisti fra cui 16 gerarchi sono consegnati ("si racconta") al colonnello VALERIO (WALTER AUDISIO) all'alba giunto da Milano a Dongo. Convocato un improvvisato Tribunale di guerra, con un rapidissimo processo sommario in base ("si dice") alle disposizioni del CLM-AI, sono tutti condannati a morte e fucilati nella piazzetta di Dongo davanti a tutta la popolazione, mentre Mussolini e la Petacci portati la sera prima fuori Dongo a Bonzanigo frazione di Giulino di Mezzegra (dove ha trascorso la notte presso la casa di contadini De Maria) prelevati alle ore 16,20 e fatti scendere dall'auto davanti a un cancello ("si dice") di villa Belmonte, sono stati giustiziati. Dopo le rivelazioni fatte dal segretario di Palmiro Togliatti, MASSIMO CAPRARA il 23 gennaio del 1997, a sparare a Mussolini fu ALDO LAMPREDI; Togliatti per non offuscare la popolarità di uno dei capi storici del PCI, diede invece la celebrità a Walter Audisio che ("si dice") recitò la parte per anni. (scrivendo vari memoriali, spesso contradittori, di cui l'ultimo, uscito postumo)

Delle due verità sembra che nemmeno questa di Togliatti sia quella giusta. Infatti arrivano le clamorose rivelazioni di BILL (Urbano Lazzaro) di Vicenza, che ora vive a San Paolo del Brasile. Il 27 agosto sul Borghese ha dichiarato con tutta la sua piena responsabilità che "Valerio non era Walter Audisio, come si continua a raccontare da due generazioni, ma LUIGI LONGO, Comandante generale delle Brigate Garibaldi,  a quell'epoca numero due del partito comunista dopo Togliatti. Egli nell'ordinare le fucilazioni di Dongo, non eseguì affatto un legittimo ordine del governo di Sua Maestà il luogotenente, ma una disposizione interna del PCI e dunque dell'Armata Rossa sovietica, di cui il PCI, era la longa manus in Italia". Scopriremo più avanti un altro particolare, coincidente, che legato a queste dichiarazioni fanno diventare il tutto abbastanza credibile.
(ma sulle ore dell'esecuzione di Mussolini e la Petacci qualcosa non quadra)

29 APRILE - Eseguite le condanne, raccolti i cadaveri dei giustiziati su un camion, si parte per Milano nella notte; i corpi massacrati sono scaricati all'alba sul selciato di Piazzale Loreto e lasciati il balia della folla imbestialita che si avventa assetata di sangue per vedere lo "spettacolo". A terra i cadaveri ricevono lo scempio, calci, sputi, dileggio, "una donna ha scaricato contro il cadavere di Mussolini cinque colpi di rivoltella".
( Comun. Ansa, 29 aprile irradiato alle ore 13.30)".

La folla si accalca sempre più numerosa, la moltitudine vuol vedere, si pigia e si fa largo a forza di spinte, preme, spinge, urla. Tutti vogliono vedere. Qualcuno ha la "brillante" idea macabra di prendere i corpi e appenderli per i piedi al traliccio di un chiosco lì vicino di un distributore di benzina della Standard,  dove issati con corde e un gancio da macellaio, rimangono esposti "al pubblico" in un modo oltre che tragico, anche osceno. La donna più famosa d'Italia, odiata, disprezzata, per anni invidiata e chiacchierata, appesa per i piedi e con la gonna ribaltata, mostra in quel modo le sue vergogne (a Bolzanigo evidentemente non aveva fatto in tempo a infilarsi le mutande). Una donna presente forse offesa dalla sua dignità di donna, si sfila una spilla, raccoglie e ricompone la gonna della sciagurata. Le "vergogne" sono cosi occultate, la "vergogna" di quello spettacolo invece no. Quello scempio tribale non fu una liberazione, ma un incubo che un popolo di milioni di italiani vedrà chissà fino a quando, oltre la stessa esistenza delle varie generazioni che vi hanno o no assistito.

Così concludeva Italia Libera, dando il resoconto dei fatti....

"di spettacolare bellezza".

Sandro Pertini, raccontò Leo Valiani, già il 25 aprile riteneva "indispensabile deferire Mussolini a un tribunale popolare; ma dopo lo spettacolo di Piazzale Loreto commentò: " L'insurrezione si è disonorata". Ferruccio Parri definì l'esposizione dei corpi "un'esibizione di macelleria messicana".
Fu quella di Mussolini una esecuzione e uno "spettacolo" gratuito? - Molti concordono che il processo l'avrebbero fatto gli americani (i vincitori contro i vinti, come poi avvenne a Norimberga). E sarebbe stato per l'Italia imbarazzante, e forse ancor più imbarazzante per gli inglesi se sul banco degli imputati compariva "e parlava" Mussolini. E se compariva lui, a fianco sarebbero stati chiamati anche tutti coloro che con lui avevano portato al disastro l'Italia, e con loro tutto il fascismo. Quindi il processo sarebbe stato un processo contro l'intera nazione.
Dirà il giornalista-scrittore Giorgio Bocca "La morte del dittatore era inevitabile e fu accolta con manifestazioni di gioia non soltanto da noi antifascisti. Lasciare a Mussolini la parola in un processo avrebbe significato consentirgli di chiamarci tutti in causa, anche noi partigiani, che eravamo stati fascisti come tutti".
(in una prossima puntata racconteremo come e perchè in Italia - nonostante tanti responsabili pari a quelli che comparvero a Norimberga - non ci fu un "Processo di Norimberga". Non dimentichiamo che agli anglo-americani, avevano bisogno degli ex fascisti per difendere il confine a est dagli uomini di Stalin, cioè dai partigiani comunisti di Tito. Già arrivati a Trieste).


Sullo stesso foglio di Italia Libera di quel giorno, scrivendo ai margini (qualcuno indubbiamente lo impose)  fu poi stilata l'autopsia del cadavere di Mussolini all'obitorio comunale milanese, protocollandolo col numero 7241. Firmato dal Prof. Cattabeni, Prof. Scolari, Prof. D'Abauto.
(ma nel referto, in quest'autopsia, c'è qualcosa che non quadra. I colpi sul corpo ricevuti da Mussolini non sono di una esecuzione frontale. I vestiti sono stati messi dopo. Gli stivali infilati non se li aveva di certo calzati  Mussolini; il piede non era del tutto dentro, e la cerniera, chi la voleva chiudere nella rigidità delle prime ore della morte, si era rotta.
 Ma basterebbe guardare la foto dei 4 cadaveri appesi per capire che certi fatti non sono andati come sono stati raccontati. I primi due sono Mussolini e la Petacci. Hanno le braccia rigide. Il quarto è ACHILLE STARACE (vedi l'esecuzione), ma le sue braccia ricadono, perchè era un corpo caldo, appena fucilato sul posto). La rigidezza della morte in un cadavere appare dopo un certo numero di ore, ma dopo un certo numero di ore c'è nuovamente il rilasciamento degli arti del cadavere. Quindi Mussolini e la Petacci erano morti  prima di quanto è stato riferito (solo 8 ore prima, nella stessa notte). Inoltre i fori delle pallottole non corrispondevano a una esecuzione come quella raccontata.))))
L'unica credibile versione dei fatti sembra darcela Alberto Bertotto, in "La morte di Mussolini" (
Edito da Paoletti D'Isidori Capponi). Ricostruendo i fatti con rigore scientifico attraverso un'attenta analisi di tutte le fonti a disposizione, riporta una nuova e sconvolgente versione sul "segreto" della sua morte: quella che Benito Mussolini insieme alla Petacci nella cameretta dei De Maria, si era suicidato. E se gli spararono, lo fecero su un corpo già morto oltre che seminudo.
Verosimile visto poi che in nessun indumento di entrambi vi erano tracce di pallottole.



Traversalmente i "giustizieri" erano da entrambi le parti, chi più chi meno avevano le menti assetate di sangue; perfino alcuni credenti, negli eccidi, nelle esecuzioni di massa, fecero il distinguo sul decalogo cristiano dove c'e' scritto "non uccidere"; "...il comandamento - dissero- riguarda il singolo, il privato, non la comunità, lo Stato". Era una frase scritta al tempo delle altrettanto sanguinarie Crociate, e così anche questo massacro fu giustificato!

Piazzale Loreto non era stato scelto a caso per fare questo sacrificio degno di tribù arcaiche della più profonda e nera Africa, era una compensazione o una rivalsa ad un altrettanto delitto e strage che era stata fatta alcuni mesi prima (il 10 agosto 1944), quando furono trucidati da altri pazzi "italiani" e tedeschi 15 partigiani e lasciati lì nella piazza per giorni, come monito. Un monito osceno pure questo, simile a quello successivo.

Ora dovevano in questa occasione anche questi poveri corpi offrire lo spettacolo in un modo raccapricciante. Ma pur con questa attenuante del particolare momento psicologico, così altamente emotivo e dettato dalla vendetta, rimane il fatto che l'episodio non fu un buon inizio della fine della guerra, anzi la scelleratezza, la sete di sangue iniziò proprio da questo momento. L'esempio veniva dall'"Alto", dalla "giustizia" sommaria, voluta dai capi; e tutti si sentirono dispensati dalla morale, dalla dignità, dall'etica umana; e tutti coloro che erano nati e avevano latente la voglia di uccidere o la predisposizione al sadismo più necrofilo, ebbero a disposizione le loro vittime in abbondante quantità per il sacrificio; dal vicino di casa che un tempo faceva il gradasso nel quartiere, a quello che magari un giorno aveva rifiutato loro qualche chilo di farina; da quello che aveva osato dargli uno schiaffo in pubblico a quello che lo aveva licenziato per aver parlato male di Mussolini o del fascismo. Tutto andava bene per fare una mattanza catartica. Ognuno voleva sparare a qualcuno per mettere o rimettere a posto la propria coscienza o per prendersi una barbara rivincita. Sparando sulle odiate vittime ci si toglie i veleno che si ha dentro di sè. Ma è una illusione.

Una giustificazione dunque? Umanamente non accettabile. 
Ma che era sentita vergognosamente  ce lo dimostra il fatto stesso che in rarissimi testi storici  non compaiono le motivazioni che scatenarono quella rappresaglia; cioè il perchè dell'uccisione dei 15 partigiani prelevati dal carcere di san Vittore, e il perchè l'esposizione di quei corpi proprio a Piazzale Loreto.

 la vera storia la raccontiamo qui

Nei giorni che seguirono il 25 aprile (quindi alle cessate ostilità) i "giustizieri" improvvisati, come brutalità e ferocia e con vaghe motivazioni, andarono molto oltre la ritrovata "libertà" (di farsi giustizia) e andarono oltre la "giustizia". I giustizieri imitavano le gesta dei giustiziati. Si calcola insomma che da questo 25 aprile e fino al 6 luglio siano stati giustiziati chi afferma  600 chi 20.000 fascisti, ma secondo i parenti delle vittime furono circa 50.000. 
L'ultima strage fatta dai "veri" o "falsi"  partigiani  il 7 LUGLIO (stiamo parlando di questo 1945, a guerra in Italia finita da oltre due mesi) a Schio quando un commando si impossessò del carcere dove vi erano rinchiusi 91 detenuti con le accuse più varie in attesa di processo; "gli uomini liberi" entrati dentro divisero i detenuti in due stanze e  li mitragliarono a bruciapelo falciando uomini, ragazzi e donne, una perfino con nel ventre un bimbo. Quaranta e poi cinquanta  vite dentro un angusta stanza che si contorcono, gridano, rantolano, e cadendo uno sopra l'altro muoiono in mezzo a cervelli spappolati, budella fuoriuscite, in un satanico lago di sangue.

Il crimine nefasto suscitò sdegno e orrore  al generale Dunlop giunto a Schio dopo la sanguinaria e orribile mattanza; ed ebbe parole durissime: "Non potete guadagnarvi l'amicizia degli Stati Uniti finchè vengono commessi atti turpi come questo...Non è libertà che delle donne vengano colpite al ventre con raffiche di mitra a bruciapelo..."- "Punirò i colpevoli, questi delinquenti".

Furono infatti individuati, catturati, poi processati. La Corte alleata condannò alla pena di morte gli autori dell'eccidio. Altri due fiancheggiatori presero l'ergastolo, mentre altri fuggirono in Jugoslavia. Le sentenze non furono mai eseguite. Nel 1952 a Milano  si celebrerà un nuovo processo. Furono confermate le condanne all'ergastolo, ma poi fra amnistie, buone condotte e condoni  più nessuno  finì in carcere. Fra questi responsabili, esecutori e mandanti, c'era il capo della polizia partigiana di Schio, e l'ex presidente del CLN di Schio.
(ancora oggi le targhe ricordo che vengono messe al cimitero, subiscono le alternate tendenze politiche locali. Ogni tanto le targhe vanno a pezzi. L'ultima polemica è scoppiate nell'anno 2000 con l'amministrazione di sinistra. Ma se cambierà, il prossimo anno con una di destra, quella del 2000 verrà rimossa o fatta a pezzi dai soliti "ignoti", ovviamente come quelli che li hanno preceduti).

Sempre a Vicenza l'eccidio di Pedescala del 30 aprile. Una banda partigiana attaccò in paese un reparto tedesco in ritirata (era un reparto disarmato, in segno di resa, stava lasciando le armi nella piazza del paese). Il gruppo sceso dalle montagne ne uccisero sette, poi secondo le abitudini, fuggì sui monti lasciando la popolazione alla mercé della rappresaglia. I tedeschi riprese le armi uccisero 63 persone innocenti, incendiarono il paese e andarono via. Quando si sentirono al sicuro i partigiani dopo tre giorni scesero a valle.
Nel 1983 Pertini si recò a Pedescala per consegnare la solita medaglia, che però venne rifiutata dalla popolazione con la seguente motivazione. "Spararono poi sparirono sui monti, dopo averci aizzato contro la rabbia dei tedeschi, ci lasciarono inermi a subire le conseguenze della loro sconsiderata azione. Per tre giorni non si mossero, guardando le case e le persone bruciare. Con quale coraggio oggi proclamano di aver difeso i nostri cari" (Il Giornale, 29 aprile 1983).

Citiamo anche Giorgio Bocca, storico partigiano, quindi non di parte: "La gente, pur continuando a odiare i tedeschi, si domandava la ragione del soffrire e la scorgeva nell'azione dei partigiani...e urlava, pregava, minacciava perché i partigiani stessero lontani. Cosa vogliono, dicevano, quei disgraziati in montagna? Non fanno che provocare dolori, scappano, non sanno combattere, ci fan bruciare la case" (Giorgio Bocca, partigiani della montagna, ed Bertello Cuneo 1945).

E citiamo anche il molto più esplicito storico torinese Romolo Gobbi: " La tattica del mordi e fuggi adottata dai partigiani doveva non risultare gradita a coloro che in quelle zone dovevano vivere, restando abbandonati dai partigiani alle rappresaglie nemiche. La diffidenza dei contadini verso i partigiani si trasformò in certi casi in vera e propria ostilità obbligandoli ad andarsene, come nel caso delle valli valdesi nell'estate del 1944, o addirittura chiedendo l'intervento dei nazifascisti" (Romolo Gobbi, Il mito della resistenza, pag 69, ed Rizzoli, Milano 1992).

In quei giorni pietà non ve n'era stata prima, non ve ne fu durante e nè dopo. Dominava la follia dell'uomo selvaggio, anzi peggio era andato oltre le istruzioni che alcuni "uomini civili forti" avevano dato ad altri uomini civili deboli. Per anni a milioni di persone avevano insegnato a fare la guerra, non li avevano nemmeno più chiamati soldati ma erano tutti diventati "baionette", e ora questi ormai tutti plagiati (perfino padri contro figli, e figli contro padri) non riuscivano più a premere l'interruttore, a spegnere la furia, seguitavano a ballare la danza funerea tribale sacrificale anche con la musica dei cannoni spenti da più di due mesi; e questo da una parte e dall'altra.  Ai selvaggi e agli animali questo non accade, hanno sempre una motivazione valida, salvo essere in piena follia, come questi che abbiamo citato e che molti si ostinavano a volerli chiamare "uomini", aggiungendo perfino "...liberi". Non erano meno "schiavi" degli altri, e come gli  altri erano assassini perchè usavano gli stessi bestiali metodi.

 Lo studioso tedesco Gerhard Schreiber si allinea alla cifra fornita dall’Enciclopedia dell’Antifascismo e della Resistenza che parla di 9.180 vittime.  Lutz Klinkhammer in un suo recente saggio scriveva "Per il momento dobbiamo dunque partire dalla cifra di circa 10.000 civili assassinati da tedeschi appartenenti alla Wehrmacht". Ma lo scorso anno Raimondo Ricci scriveva: "Qual è la dimensione complessiva delle stragi compiute dai nazisti sul territorio italiano dall’8 settembre 1943 alla fine della guerra? Dobbiamo amaramente constatare che, nonostante la grande rilevanza dell’argomento, a tutt’oggi non esiste un esauriente censimento dei crimini commessi dai tedeschi sul nostro territorio…….Per Tristano Matta i fatti in questione , prendendo in considerazione quelli che hanno comportato un numero di vittime non inferiore a otto, assommano a oltre 400 con un numero di circa 10.000 vittime secondo i dati proposti anche da Giorgio Rochat . Ma questa stima è sicuramente inferiore alla realtà: un più realistico conteggio degli episodi criminosi conduce ad una somma che si avvicina alle 15.000 vittime".

O Marzabotto o Schio, follia pura era. Mitragliare il ventre di una donna non era giustizia, come non era giustizia quella di Marzabotto, dove i tedeschi usarono perfino il forno del pane buttandoci dentro i bambini..

A Marzabotto assieme alle  1830 (*)  persone uccise, c'era Giorgio Bensi che aveva sei mesi, Iole Marchi tre mesi, Tito Lelli ventidue giorni, Valter Cardi era venuto al mondo - in questo mondo di orrore - da soli 12 giorni, buttati dentro nel forno del pane. Chi fu il responsabile? Tutti! Chi fu l'assassino? Tutti! Chi erano gli innocenti? solo loro, questi bambini!

Ma questa "MATTANZA"  avveniva solo nella plebe ignorante, strumentalizzata. Nei posti chiave, in tutte le istituzioni, nelle prefetture, nella polizia, nella magistratura, nelle caserme, nei giornali, nelle banche, nelle industrie, rimasero al loro posto tutti; pur notoriamente compromessi con una fazione o con l'altra; fascisti e antifascisti. C'erano prima, durante, dopo il 25 luglio e l'8 settembre, e rimasero al loro posto anche dopo il 25 aprile. Stragi di "Personaggi" nei "Palazzi" non ce ne furono; di "poveri disgraziati"   invece molte. Una mattanza fratricida fino al 7 luglio del 1945. 
Si fecero tanti processi, che durarono a lungo, ma ai veri responsabili non si torse un capello. Il successivo colpo di spugna  cancellò i delitti di ogni genere. Amnistiati furono così anche quelli che non operarono con onestà. 

 Secondo il diritto internazionale (Art. 1 della convenzione dell'Aia del 1907, firmati anche dall'Italia) quei delitti erano tutti illegittimi, cioè compiuti da appartenenti a un corpo di volontari che non rispondeva ad alcun requisito di un esercito regolare. Anzi quest'ultimo era l'unico legittimato a fare rappresaglie. (quello tedesco, quello della RSI, ma anche quello del Sud di Badoglio, che era sempre quello Regio, lo stesso che aveva fatto le "legittime" rappresaglie in Africa).
Solo in seguito  con il n. 194 del 12 aprile 1945; gli attentati  dei partigiani furono considerati legittimi perché solo successivamente, furono considerati belligeranti contro i tedeschi".


(*) PRECISAZIONE -  Nell'opuscolo Il Martirio di Marzabotto, testo della relazione commemorativa tenuta in Marzabotto il 30 settembre 1945" a p.16 si leggeva: "Qui oggi commemoriamo i 2.000 morti di Marzabotto, morti per cause belliche varie .... 1.830 sono i morti del nostro Comune finora   accertati....". Così per decenni si è accettata la cifra "provvisoria" di 1.830. Poi tra il 1995 e il 1997 il Comitato Onoranze promosse nuove ricerche per cui i civili vittime della strage avvenuta nei tre comuni di Marzabotto, Grizzana e Monzuno risultarono "770 tra il 29.9.'44 e il 5.10.1944", tra cui "216 bambini fino a 12 anni, 142 ultrasessantenni, 316 donne, escluse le minori fino a 12 anni" .  Ma il primo calcolo delle vittime lo avevano fatto gli stessi carnefici: e il numero dei morti stimato dal comando germanico fu di 718, divisi tra 497 "banditi" e 221 "fiancheggiatori".

Le rappresaglie dei nazisti in Italia secondo le Procure Generali Militari (che aprirono dei fascicoli per i processi- che non si tennero poi mai, salvo rari casi) si contano 415 stragi.

Qui alcuni Comuni con i morti accertati: Boves 45. Cervarolo, 24. Alla Benedicta, 51. Trieste via Ghega, 71. Fondotoce, 42. Fossoli, 68. Stazzena, 560 abitanti. Valla, 107 abitanti. San Terenzio 53. Bassano d. G., 31. Vinca  200 abitanti. Marzabotto  770 abitanti. Cumiana, 51. Fosse Ardeatine, 355. Capistrello, 32. Francavilla, 20. Pietransieri, 128 abitanti. - Limmari, 30 abitanti. Onna  16 abitanti. Filetto, 17 abitanti.

Seguono questi Comuni con un certo numero di vittime, ma mai del tutto accertate dagli stessi Comuni. Come non furono mai accertati nè quantificati i morti causati dai partigiani.
(Eppure i registri anagrafici c'erano. Ma nessuno li volle aprire, fare la conta. E un motivo ci doveva essere. Ci fu qualche processo. Poi tutto insabbiato. Poi ogni tanto venivano fuori i "processi burletta", i capi espiatori di una guerra, che spesso nemmeno li riguardava. 
Come il "caso di Franco a Milano").


QUESTE ALTRE LOCALITA' - I MORTI NESSUNO SA QUANTI
NE' DA UNA PARTE DELLA BARRICATA, NE' DALL'ALTRA.
 
 Acerra, Acquaviva, Adria, Agna, Arizola, Arcinazzo, Arezzo, Asciano (Pisa), Ascoli Piceno, Badicroce, Bagnoli, Bagnone, Borgo Lucrezia, Borgo Montenero, Braccano, Caiazzo, Caluso, Calvi, Camaiore, Cannobio, Caporosso, Caprello, Carrara, Carso Caselle, Casteinuovo val di Cecina, Castelnuovo dei Sabbioni, Castel Madama, Castiglion Fibocchi, Cedegolo, Cercaiola, Cesena, Chiesina, Cicalaia di Lari, Cigliano, Città di Castello, Cividale del Friuli, Civitella val di Chiana, Colico, Collodi, Comunanzia, Cornia, Cossato, Crispino, Cumania, Falzano, Fanano, Fara S.Martino, Podernuovo, Favalto, Ferrara, Fiano, Firenze (Castello), Foiano della Chiana, Fornelli (Campobasso), Forno, Forte dei Marmi, Fraghetto, Fucecchio, Galeate, Gamberale, Genova, S.Giovanni val d'Arno, Gombitelli, Guardistallo, Gubbio, Isola Maggiore, La Chiana, Lago Maggiore, La Palazzina, Lanciano, Lauro, Manciano, Marcellina, Mantale, Matera, Massa Marittima, Meleto, Modena, Moggiona, Mommio, Mondragone (Caserta), Montale, Montalto, Montebono, Monsummano, Monte Giorgio, Montecatini Terme, Montemugnaio, Monte Pomponi, Monte Giovi, Monte Maria, Mugnano, Montepulciano, Monte Scalari, Monte San Savino, Nalo, Nodica (Pisa), Offagna, Orvieto, Padova, Padule di Vecchiano, Palazzo del Pero, Palombara Savina, Panzali, Partina, Passignana, Pesaro, Pescara, Piacenza, Pianoro, Piavola di Buti (Pisa) Pietrasanta, Pietre, Podernuovo, Pomino, Pontassieve, Ponte Murello, Ponte Tresa, Quarrata, Recoaro, Ripafratta, Ristolli, Roma, Sant'Agata, San Casciano, San Rossore, San Sepolcro, 5. Giovanni alla Vena (Pisa), S.Giustino val d'Arno, S.Leolino di Bucine, San Pancrazio, San Piero, San Polo, 5. Silvestro, Scalenghe, Selvatelle (Pisa), Sesto Fiorentino, Staggiano, Stia (Vallucciole), Sulmona, Tonecella, Torlano, Torre Pellice, Trieste, Tuoro, Val Sessina, Vicopisano, Vicovaro, Villa S.Maria, Villa Vallelonga, Volvaia. 
(fonte: Deputy Judge Advocate General's Office (D.J.A.G.O.) of the Britisli Genernì Headquarters, Central Mediterranean Forces e dal  S.I.B - Special Investigation Branch Branca Investigativa Speciale).

(per il momento quelli che conosce l'Autore) 
(Si prega di segnalarne altri - di qualsiasi ideologia. I morti non hanno ideologie!)

Una cinquantina l'Autore che scrive - che aveva a quei tempi otto anni -li ha visti fucilare davanti a se' (abitava dentro un comando tedesco - poi diventato americano, composto da reparti indiani e neozelandesi) sia "prima" che "dopo" in un alternarsi incredibile di follia. Perchè anche quando entrarono gli americani lo sport preferito dai cittadini italiani fu subito quello di dare quasi impunemente la caccia ai capi fascisti locali. Ne catturarono uno (Cascatella) e ne fecero scempio. I miseri resti li misero su una barella e li trascinarono  lungo tutto il corso Marruccino, con ai lati una folla come nel giorno della processione del Venerdì Santo. Grida di giubilo, salti di gioia isterici e gara di sputi in quantità sul cadavere. La MP alleata non intervenne mai. Lasciò fare. Non voleva immischiarsi in "faide" locali.

RICEVIAMO - "Ho avuto modo di approfondire l'argomento con raccolte, interviste, testimonianze sia di partigiani che di fascisti, e studi vari nonché numerosi sopralluoghi sia a Bonzanigo di Mezzegra a casa De Maria, sia a Villa Belmonte, sia a Tirano, Grosio, Madesimo, Dongo, Sondrio e in altri luoghi testimoni di battaglie, fucilazioni o rappresaglie. Vorrei segnalarvi, quindi, alcuni episodi interessanti che ho avuto modo di mettere a fuoco e che fanno parte delle grandi verità storiche che "qualcuno" ha sempre voluto mantenere nascoste. A Valmasino, per esempio, intorno al 2/3 maggio del '45 (la guerra era finita) una trentina di fascisti (tra i quali anche alcuni contadini non RSI rei SOLO per non aver aderito ai movimenti partigiani) sono stati obbligati a scavarsi ognuno la propria fossa. Terminato il loro macabro lavoro sono stati gambizzati a fucilate, cosparsi di benzina e bruciati vivi. Negli stessi giorni a Sondrio, altri fascisti e figli di fascisti sono stati appesi ancora vivi con ganci da macellaio alle mura di una delle piazze della città. Il 28 aprile a Verceia sono state fucilate 11 persone tra le quali il padre di un maestro di sci di Madesimo la cui madre tutt'oggi ricorda quei giorni. E ancora a Campodolcino un milite della Confinaria è stato accoltellato davanti alle sue due figlie adolescenti (entrambe in vita) e, dopo essere stato trasportato a Chiavenna per il ricovero in ospedale, è stato abbandonato su un carro dove due giorni dopo (!!!!!), senza nessuna cura, è morto. Il postino di Dongo, che era privo di un braccio, dopo l'omicidio dei gerarchi era sospettato di aver scoperto chi aveva rubato l'Oro di Dongo. (noti capi).  Dopo essere stato gettato nel lago, visto che riusciva a nuotare seppur con un solo braccio, è stato raggiunto da due uomini in barca che con un remo gli hanno fracassato il cranio. Tutto questo solo in provincia di Sondrio e nell'alto Lago di Como. Tutto questo solo per la coscienza che dovrebbero avere tutti gli ITALIANI di consegnare alla storia e ai giovani che la studiano, la verità, solo la verità" (By.Christian Guanella)


RICEVIAMO:

La Strage di Vallucciole
13-4-1944= Dopo una decisione del comando tedesco di occupazione di avviare un'operazione di rastrellamento della popolazione civile sparsa sull'Appennino Tosco-Romagnolo reparti tedeschi formati dai paracadutisti della divisione Herman Goering e da uomini del 278 reggimento di fanteria germanico con l'appoggio di elementi della Milizia fascista si dirigono a Vallucciole nella vallata del Casentino (comune di Stia, Arezzo). Ivi una volta occupate alcune case contadine incominciò un'operazione di rastrellamento: dopo aver bruciato le case dei dintorni tutti coloro che erano stati raccolti furono portati verso il cimitero di Vallucciole dove vennero tutti quanti fucilati, senza fare distinzione fra uomini, donne e bambini per un complessivo 108 morti. E non era finita lì: lo stesso giorno morirono sempre nel Casentino nella vicina Partina (comune di Bibbiena) 29 persone, tutti fucilati. Altri atti di barbarie furono poi compiuti dai tedeschi contro i civili in Casentino: cinque giorni dopo a Moggiona (comune di Poppi) vennero giustiziate 19 persone e a Lonnano (comune di Pratovecchio) 3 fratelli. Altri civili moriranno a Montemignaio, a Cetica (comune di Castel San Niccolò) e in altre frazioni prima che giungessero gli alleati. (By: Alex Ducci)

Dall'alto della sua innocenza, chi  scrive, non ancora entrato nel "tempio della saggezza (!)  dei grandi" c'era una sola constatazione nel guardare i visi di quelle persone che sparavano e che infierivano sui corpi diventati cenci prima ancora di esser morti. Provavo sempre lo stesso sbigottimento nel vedere con quanta indifferenza - ma spesso con sadico piacere-  alcuni "uomini" eliminavano altri uomini come loro senza pietà, con alcuni piangenti, imploranti, poco rassegnati, disperati malcapitati; nessuna pietà fino in fondo, ed infine scaricavano su di loro -a chi aveva ancora un respiro e si rantolava a terra- il colpo di grazia, che provocava in quei crani un effetto devastante. Si spaccavano come angurie e dalle crepe  il cervello continuava per molti minuti a uscire lentamente fuori come una spuma.

Non certo mi diedero l'impressione che erano "uomini", nè potevo capire perchè lo facevano. In casa, fuori, i parenti, gli insegnanti e perfino nella  cattedrale (ci abitavo quasi dentro) mi davano degli insegnamenti, mi dicevano dove stava il bene e il male, chi erano gli eroi e chi gli assassini, per chi dovevo pregare, chi maledire, chi  ammirare e chi odiare. Poi contrordine, non più quelli, ma gli altri, poi altri ancora. I miei zii e nonni imprecavano contro i bombardamenti americani poi a Tollo dove ci eravamo rifugiati li vidi indicare a Montgomery in persona la nostra casa sulla cartina per farla bombardare, per far fuori quelli che abitavano con noi, il comando tedesco, che invece la sera prima avevano mangiato con noi, bevuto con noi, scherzato e cantato con noi. Impossibile capire. Oltre che sbigottito rimanevo inebetito. Come si fa a fare domande agli adulti in simili ipocrite circostanze? Si diventa muti, smarriti e sgomenti. Si tace. Il guaio è che quella domanda che vorresti fare ti rimane dentro per tutta la vita. Anche dopo sai che nessuno ti darà mai una risposta; alla fine di domande non ne fai più, perchè sai  già (questo lo avverti) che tutti mentiscono.

Se quando si diventa grandi - pensavo - si diventa cinici, falsi e traditori così, speriamo che Dio mi faccia rimanere piccolo, che non mi faccia diventare "grande". Ma grande di cosa? Già a otto anni mi avevano coinvolto, forse plagiato, o forse fu la stessa legge della sopravvivenza a far danzare anche a me di gioia su un cadavere. 
Noi ragazzini stavamo giocando a pallone in piazza San Giustino a Chieti, una città su un cucuzzolo, che non si avverte il rumore quando dalla bassa Valle del Pescara giunge un aereo. All'improvviso come in un lampo sulla piazza comparve a bassissima quota  un caccia americano a  mitragliarci (che gusto!!); noi nella grande piazza, non sapendo dove rifugiarci ci buttammo a terra. Sentimmo sull'asfalto le pallottole rimbalzare vicino a noi, poi dopo un attimo un forte schianto; l'aereo riprendendo quota dalla piazza, virando aveva toccato con un'ala la guglia del campanile della cattedrale ed era precipitato come un sasso e si era sfracellato proprio davanti a noi. Attorno a quel pilota morto sul colpo, ballammo come facevano gli stregoni zulù, la danza tribale della morte, infierendo sul cadavere e gridando di gioia come degli ossessi.
Eravamo diventati pazzi anche noi bambini!! Questo ci avevano insegnato i "grandi", i "padri", i "saggi".
Ma dopo poche settimane, entrarono a Chieti gli americani, si piazzarono sempre a casa nostra, dove prima c'era il comando tedesco. I "grandi", i nonni, gli zii, altri e perfino il prete mi dissero che ora erano quelli gli amici, e non più gli altri.

Non erano solo pagine oscure e improvvisate della vita di un singolo bambino, ma erano pagine della vita di tutta una umanità che mi circondava. Forse non erano nè più nè meno di quelle altrettante pagine oscure, immotivate e folli del 1915-18, del 1861, giù e giù fino alle caverne e nelle tane dei primi selvaggi ominidi. Dov'era la differenza?

Civiltà? Morale? Etica? Quanti scuotimenti di testa quando diventato grande (e si diventa grandi in fretta con queste esperienze) iniziai a leggere testi di filosofia o di teologia di tante persone dette "colte";  dove ti spiegano cos'è la civiltà, l'etica e la morale; ma dopo queste letture mi sono convinto di una cosa sola: che per duemila e più anni  le dispute sul male e il bene hanno solo riempito inutilmente montagne di pagine. 
Era bastato un proclama di un paio di pazzi e la civiltà (gente che aveva studiato, gente all'apparenza perbene, la cosiddetta "colta") era ritornata subito nelle caverne e negli anfratti, nelle grotte e nelle foreste, a fuggire e a nascondersi, animali cacciatori e animali da cacciare. Non un degno spettacolo né da una parte né dall'altra, pur avendo dentro nelle loro file -loro dicevano- uomini saggi, che "lottavano per la giustizia".

Tutti i partecipanti a quella follia dovevano essere interdetti in perpetuo nello scrivere e nel raccontare. Invece -che squallore e che indecenza- dopo cinquant'anni quei protagonisti fanno ancora la morale e "interpretano" i fatti. Non hanno avuto nemmeno il pudore di stare zitti. Si sono tutti riciclati, alcuni più volte, e stanno ancora  in mezzo a noi alle soglie del 2000. Cari "saggi", fate almeno silenzio, e lasciateci piangere in pace dalla vergogna. Prima sparirete è meglio sarà, indegni ospiti di un pianeta.
Quando li incontrate scantonate, non fidatevi; in una zona del cervello hanno ancora quella pazzia. Il loro presente è sempre eco e propagazione di quella vita, e in ogni loro fremito convive la più  malvagia menzogna. E che menzogna!!


29 APRILE - Anche a Trieste è stato dato l'ordine di insurrezione, ma qui più che altrove i locali partigiani sono "rossi" e non hanno difficoltà a unirsi con i "compagni" slavi, che hanno già occupato Cividale; e sembrano molto decisi a penetrare nella pianura veneta. Il giorno dopo, il 30 aprile, veniva affisso un manifesto a Trieste con un comunicato a firma di Palmiro Togliatti, pubblicato anche dal Lavoratore,  nel quale "si invitava la popolazione ad accogliere come liberatori i titini e a collaborare con essi nel modo più assoluto"
Ma già in precedenza Togliatti aveva inviato il 7 febbraio 1945, una inquietante lettera al capo del governo Bonomi, nella quale si minacciava la guerra civile se ai militari e partigiani italiani fosse stato ordinato di prendere sotto controllo la Venezia Giulia e bloccare così l'avanzata delle truppe Jugoslave. (questa lettera scomparsa, è ricomparsa negli anni '80; ed è archiviata con n. 161, fascicolo n. 25.049, nell'archivio della Presidenza del consiglio dei ministri, anni 1944-1954.  La riproduzione della lettera è stata pubblicata per la prima volta da Storia Illustrata dell'8 ottobre 1989, con articolo di Antonio Pitamitz.

Si limitò Palmiro Togliatti alla Venezia Giulia; di più non poteva fare. Non come desiderava Giorgio Amendola (comandante militare dei "volontari della libertà" , inserito nell'ambito del Cln)  esautorato quando, tornando in Italia da Mosca (a Napoli arrivò il 27 marzo 1944) Togliatti, con la sua "Svolta di Salerno" seguì le direttive imposte da Stalin (realista e lungimirante - ma c'erano i patti con Churchill!! E sappiamo cosa fece nell'insurrezione comunista greca: non mosse un dito).  Senza mezzi termini gli disse che "...nulla Mosca avrebbe potuto fare quando i soldati americani avessero represso in Italia un eventuale tentativo insurrezionale comunista"
Nella "Svolta di Salerno" Togliatti seguì le istruzioni decise da Stalin, decisioni che presero in contropiede il "triunvirato rivoluzionari"  composto da Giorgio Amendola, Luigi Longo e Pietro Secchia, già tutti pronti a far scattare  "l'insurrezione nazionale liberatrice" se tra le correnti antifasciste fosse prevalsa quella non comunista. (Longo, nel 1948, parlando a Montecitorio lo ammise  pure "Noi comunisti non abbiamo mai nascosto che l'unica via era quella dell'insurrezione")
"Stalin non voleva la rivoluzione" (confermate poi dalle memorie di Nikita Kruscev), e Togliatti a Salerno scese per dire  che la "politica dei comunisti italiani era una politica di unità nazionale e di rinascita del paese; e che i partiti antifascisti dovevano pur non rinunciando alle loro posizioni di principio (cosa !?) operare tutti assieme"; disposto a collaborare con Badoglio e con il Re, rinunciando a impadronirsi del potere con la forza". Un bel colpo per i rivoluzionari. Soprattutto quando Togliatti ventidue giorni dopo veniva nominato ministro e prestava giuramento nelle mani del sovrano.
E sembra che il 29 gennaio 1945, era dalle parti della basilica di San Pietro per un incontro segreto con Pio XII.
(Tutte queste notizie, con un'ampia documentazione, citazioni, bibliografia, sono nel monumentale lavoro di Mario Spataro: Dal caso Priebke al nazi gold, 2 vol. Ed. Settimo Sigillo, 1999)


Torniamo a Trieste e a Gorizia. - La situazione  si presenta subito come quella Francese in Val d'Aosta e in Piemonte (che vedremo il 7 maggio) e se qui la rivalsa-vendetta risaliva al 1940, in Iugoslavia veniva da più lontano, era l'odio del 1918 (con Gorizia, Trieste, Fiume, D'annunzio -che non dimentichiamo era con D'Ambrei, "rossiccio"). Ora a parte che da soli i titini, di fatto, stavano sgominando tedeschi e i fascisti (quindi anche gli italiani) che avevano invaso il loro paese, le loro pretese su Trieste, Gorizia e Fiume erano che gli italiani, allora avevano costretto gli slavi a sloggiare, ora loro si preparavano a fare altrettanto con gli italiani, e convinti che la fine della guerra e la pace avrebbero modificato il confine, occuparono la città di Trieste, l'Istria, e una parte di quell'Italia che oggi si trova in Slovenia ma che per conquistarla morirono inutilmente quasi 200.000 soldati: Caporetto.
Ma ecco cosa si leggeva in un altro proclama, firmato dal commissario politico Vanni della divisione partigiana comunista italiana "Garibaldi": " Compagni! Tutti i partigiani italiani operanti nell'Italia nord orientale debbono porsi disciplinatamente alle dipendenza delle unità del maresciallo Tito. Sono nemici del popolo tutti coloro che non intendono appoggiare il movimento di adesione alla Jugoslavia progressista e federativa di Tito. I territori della Venezia Giulia sono legittimamente sloveni e sugli stessi perciò il maresciallo Tito ha pieno diritto di giurisdizione" (Citazione-proclama, riportata sul Il Giornale del 1° settembre 1996, a firma di Paolo Granzotto).


MA DOBBIAMO RITORNARE A DONGO E AL CARTEGGIO DI
MUSSOLINI-CHURCHILL

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