Cronologia - FINO AL 2001 E...RITORNO

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inoltre l'approfondita analisi politica  IL VIETNAM - PERCHE ?

GUERRA DEL VIETNAM

1961-1975
UN RIEPILOGO GENERALE

PRECEDENTI - LA LUNGA GUERRA DI INDIPENDENZA
(Un più approfondito esame in " VIETNAM, PERCHE? ")

1945-1954
la guerra contro i Francesi

Nel 1945 il capo del partito comunista vietnamita Ho-Chin-Minh formò un governo provvisorio che suscitò l’ostilità dei paesi occidentali, sempre timorosi dell’avanzata comunista in Asia. Nel 1946 iniziarono le ostilità tra il Fronte nazionale di liberazione (Fnl) del nord del Vietnam (Viet-minh) e i Francesi, aiutati dagli Americani. La guerra terminò nel 1954: a Dien-Bien-Phu le truppe del FNL e del Viet-minh, comandate dal generale Giap, inflissero una dura sconfitta alle truppe francesi.

1954
Conferenza di Ginevra

La penisola indocinese viene divisa in tre Stati indipendenti: Laos, Cambogia e Vietnam. Il Vietnam fu diviso a sua volta in due lungo il 17° parallelo:
- Vietnam del Nord nel quale viene riconosciuta una repubblica democratica guidata da Ho Chi-Min (con capitale Hanoi)
- Vietnam del Sud, affidato al cattolico Ngo Dinh DIEM (capitale Saigon, sotto il controllo americano).

Veniva anche stabilito che si tenessero entro breve tempo libere elezioni in previsione della riunificazione del Paese. Ma gli USA intervennero facendo sorgere una dittatura militare filo americana, sostenendola con aiuti militari ed economici per fronteggiare la guerriglia dei vietcong (vietnamiti rossi), i comunisti del Fronte nazionale di liberazione (Fnl)

1962/63/64
Le cose si complicarono maggiormente nel 1963, quando il regime di Diem fu abbattuto da un colpo di Stato che portò al potere il generale Thieu, mentre le truppe statunitensi aumentavano rapidamente (il contingente militare arrivò nei successivi anni (1967) fino a mezzo milione di soldati) senza comunque indebolire la resistenza dei Vietcong. I governi che si susseguirono al Sud suscitarono l’opposizione della popolazione, specialmente nelle campagne, dove guerriglieri comunisti, detti Vietcong, sostenuti dai Nordvietnamiti, organizzano azioni di guerriglia.

1965
Rapida intensificazione del conflitto. Il presidente Johnson decise di estendere le operazioni militari all’interno del Vietnam del nord, le cui maggiori città divennero il bersaglio di numerosi bombardamenti. Ma nonostante le distruzioni sistematiche, l’alto numero di morti, la più grande potenza mondiale non riuscì a piegare le forze guerrigliere, alimentate dagli aiuti bellici sovietici e cinesi.

1968
Tra il 1969 e il 1970 i morti e le stragi furono numerosi anche tra la popolazione civile. Intanto la politica reazionaria del governo di Van Thieu stimolava la diffusione del movimento di indipendenza anche tra le popolazioni contadine del Sud, rifornite clandestinamente di armi dai governi sovietico e cinese e sostenute nel loro spirito di rivolta dal movimento dei Vietcong.

In occasione del capodanno il FNL, appoggiato dell’esercito regolare nordvietnamita, lanciò un’offensiva che lo portò ad occupare le campagne, per poi incunearsi nelle città e nella stessa capitale Saigon.

Un imponente movimento pacifista, sviluppatosi tra i giovani degli Stati Uniti e diffusosi anche in Europa, chiede a gran voce il ritiro delle forze americane dal Vietnam. Il presidente Richard Nixon respinse le proposte dei comandi militari per un ulteriore aumento del contingente USA (già pari a 1/3 di tutte le forze americane) e annunciò l’inizio del disinpegno americano. Nel 1969 venivano avviate le trattative di pace a Parigi.

1970-1972
Il consistente aumento delle forze del Sud indusse Nixon a ridurre la presenza delle forze terrestri americane e ad aumentare quelle aeree e navali. Per tagliare le linee di rifornimento ai vietcong viene deciso di intervenire in Cambogia e in Laos. La politica di "vietnamizzazione del conflitto" si risolve in un fallimento che prelude alla sconfitta statunitense.
Nel marzo 1972 i vietcong conquistano la provincia del Quang Tri, nel 1973 gli americani sono costretti alla pace. Il regime dittatoriale del Sud è abbandonato a se stesso.

1973:
pace di Parigi

La ritirata statunitense è preceduta da un riavvicinamento di Nixon a URSS e Cina (la «diplomazia del ping pong»); il riavvicinamento consentì di ammorbidire l'atteggiamento di Hanoi e di accelerare i preliminari di pace, che fu firmata a Parigi il 27 gennaio 1973. Gli Stati Uniti sospendevano tutti gli aiuti militari a Saigon, in cambio della formazione di un governo democratico-parlamentare e del mantenimento provvisorio dei due Vietnam.

1974:
occupazione di Saigon

Malgrado l'impegno del cessate il fuoco e il ritiro delle truppe statunitensi (che segnava la prima grande sconfitta nella storia degli Usa), il conflitto continuò e il ritiro americano non avvenne.
Sanguinosi combattimenti, con moltissime vittime, si protrassero per altri due anni, fino al 1975, quando Vietcong e truppe nord-vietnamite riuscirono ad entrare nella capitale Saigon (ribattezzata poi Città Ho Chi Minh).

I
sudvietnamiti sempre riforniti di armi dagli americani avevano continuato la lotta fino al 30 aprile del 1975 quando si arresero al Fronte nazionale di liberazione. Il giorno prima la Casa Bianca aveva già annunciato (nè poteva fare altro) l'evacuazione di tutti i soldati e funzionari americani in Vietnam.
Di fatto la guerra in Vietnam, terminò così, il 30 aprile 1975.

LE CONSEGUENZE

in Vietnam
Quando nel 1975 gli ultimi reparti americani lasciarono il Vietnam del sud, fu creato uno stato unico con capitale Hanoi, mentre Saigon fu ribattezzata Città di Ho Chi-Min.
La guerra di liberazione vietnamita è costata, secondo calcoli americani, più di 7.300.000 tra morti e feriti totali, di cui poco più di un milione uccisi in combattimenti. Per il Vietnam la guerra significò la rovina della sua economia, duramente colpita dal conflitto. Sul Vietnam, un paese grande quanto l’Italia, erano stati scaricati più esplosivi di quelli usati su tutti i fronti nel corso della seconda Guerra Mondiale, oltre a una enorme quantità di defolianti chimici.

negli Stati Uniti
Gli USA oltre che essere più lunga guerra mai combattuta: durò infatti 2.376 giorni, persero per la prima volta una guerra, ed ebbero 60.000 morti e 100.000 mutilati.
Tale perdita rappresentò una ferita morale e psicologica per un’intera generazione e un terribile evento militare ed economico che ridimensionò il ruolo planetario degli USA. I soldati americani reduci dal Vietnam, rappresentarono a lungo una mina vagante per la società americana, diventando spesso il simbolo di una colpa da cancellare. E' la «sindrome del Vietnam» dalla quale gli Stati uniti si sono liberati solo negli anni dell'amministrazione Reagan, come dimostrano i film ispirati alla «dirty war», alla sporca guerra del Vietnam (i film di "Rambo" ecc.).
Ridimensionamento del ruolo di Washington nel sistema finanziario internazionale: la prima sconfitta militare li indebolì anche in campo economico con la crescita dell’inflazione e la perdita di valore del dollaro (culminata nella rinuncia alla convertibilità in oro del dollaro: 1971).

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UNA FASE DELLA GUERRA IN VIETNAM

Dak To, novembre 1967 - Fu uno dei pochi casi in cui il massiccio spiegamento
di elicotteri, artiglieria e bombardieri pesanti portò a una vittoria americana


APOCALISSE IN VIETNAM.
QUANDO GLI USA VINSERO UNA BATTAGLIA

di ALESSANDRO FRIGERIO

Duemilacento incursioni tattiche portate a termine complessivamente dall'US Air Force, 300 missioni messe a segno dai micidiali bombardieri B-52 carichi di bombe dirompenti e al napalm, 170.000 proiettili sparati dalle batterie di artiglieria contro le postazioni nordvietnamite. Sono i dati della battaglia di Dak To, combattuta sul finire del 1967 nel Vietnam del Sud, in prossimità del confine con il Laos e la Cambogia, nel corso di tre settimane di sanguinosi combattimenti. Da un lato una potenza di fuoco illimitata, tecnologia, armamenti sofisticatissimi e soldati ben equipaggiati. Dall'altra un esercito armato in modo approssimativo, lunghe marce notturne per sfuggire alla caccia degli elicotteri e una ciotola di riso al giorno.

Tra il comando americano in Vietnam aleggiava fin dal 1965 lo spettro di Dién Biên Phu, la disfatta di cui fu vittima il corpo di spedizione francese nel Sudest asiatico nel 1954 e che poco dopo aveva portato all'abbandono del Tonkino alle forze comuniste di Hô Chi Minh. Per evitare uno smacco simile, l'approccio delle forze statunitensi alla guerra nella giungla fu
impostata su dettami tattici completamente nuovi. Invece di basare il conflitto sull'occupazione del territorio, e quindi sul concetto tradizionale di "fronte", decisero di obbligare il nemico ad accettare lo scontro in ogni situazione, nella speranza di riuscire ad infliggergli perdite consistenti. Furono quindi create delle "basi di fuoco" in tutto il Paese, in grado di supportarsi reciprocamente e destinate a compiere brevi raid od operazioni su larga scala nelle aree limitrofe. Le forze comuniste dovevano essere ingaggiate appena se ne presentava l'opportunità. Una volta individuato il nemico, entravano in azione l'artiglieria e l'aeronautica, mentre le possibili vie di fuga sarebbero state chiuse con l'intervento di forze rapide elitrasportate nei punti chiave.

Nel Vietnam del Sud gli americani avevano dispiegato due grandi unità specializzate nelle operazioni dal cielo. La prima e la più importante era la 1° Divisione di cavalleria elitrasportata, che aveva già dato prova di sé nell'autunno del 1965 nella valle di Ia Drang contro le combattive forze vietcong. La seconda era la 173° Brigata aerotrasportata autonoma del 503° reggimento paracadutisti, rinforzata da numerosi mezzi d'appoggio. Si trattava dello stesso corpo d'élite che durante la seconda guerra mondiale si era impadronito con un audace colpo di mano dell'isola di Corregidor.
Nei primi giorni di novembre del 1967 la 173° Brigata, originariamente dispiegata a nord di Saigon, fu spostata verso Dak To e la zona degli altopiani centrali, per dare manforte al generale William Peer e alla sua 4° divisione di fanteria che da alcuni mesi erano sottoposti ai frequenti attacchi "mordi e fuggi" da parte dei vietcong e di unità regolari dell'esercito nordvietnamita. Il terreno delle operazioni si presentava difficile, costituito da rilievi che toccavano i mille metri di quota e da fitte foreste separate tra loro da valli strette e incassate, speso attraversate da torrenti tumultuosi.

In quei giorni, inoltre, i rapporti militari segnalavano l'avvicinamento in zona della 1° Divisione nordvietnamita, forte di quattro reggimenti di fanteria (circa 6000 uomini), e di un reggimento di artiglieria dotato mortai pesanti. Secondo informazioni avute da un disertore, l'obbiettivo della 1° Divisione erano le basi delle forze speciali americane a Dak To e Ben Het, due spine nel fianco per lo schieramento comunista, soprattutto perché troppo vicine ai confini cambogiani dove vietcong e nordvietnamiti avevano i loro punti d'appoggio.
Tuttavia, dopo qualche scaramuccia tra la 4° Divisione americana e il 32° Reggimento nordvietnamita, le forze comuniste si erano rapidamente dileguate. Sembrava che la semplice notizia dell'arrivo della 173° Brigata aerotrasportata le avesse indotte a più miti consigli e a rinunciare al progettato attacco. E in linea di massima era avvenuto proprio questo. Soltanto che i comandanti nordvietnamiti avevano subito messo a punto un piano alternativo.
Così come i comandanti americani, anche quelli comunisti non erano interessati a occupare militarmente il territorio. Si trattava di una scelta tattica forse poco fedele alle dottrine rivoluzionarie, ma certo decisamente pragmatica per quanto riguarda il confronto squisitamente militare. A ciò si aggiungeva la consapevolezza della vulnerabilità di una democrazia di fronte alla propria opinione pubblica nel caso di eccessivi costi umani; vulnerabilità alla quale il regime di Hanoi era assolutamente immune. Se la tattica americana consisteva quindi nel compiere operazioni mirate, volte a localizzare e distruggere singole unità nemiche, gli strateghi nordvietnamiti decisero di adeguarsi, attirando però gli avversari in micidiali agguati.
Le alture poste a ovest di Dak To erano già state ampiamente fortificate. Rifugi costruiti con tronchi d'albero e strati di terra controllavano le vie di accesso sottostanti. I singoli
rifugi comunicavano tra loro attraverso un intrico di cunicoli scavati nel sottosuolo, senza che dall'alto si potesse scorgere null'altro che la solita impenetrabile vegetazione.

Dato che per gli americani queste alture costituivano una minaccia da eliminare, i comandanti nordvietnamiti avevano previsto un piano in cui gli assalitori, dopo essere stati bloccati dal fronte difensivo in quota e fatti oggetto del tiro di batterie di mortai, sarebbero stati presi alle spalle dalle truppe nascoste nella foresta. Si trattava dello schema americano al contrario: i nordvietnamiti avrebbero atteso lo scontro per infliggere il maggior numero di perdite. La dottrina d'impiego eminentemente offensiva della 173° Brigata aerotrasportata si adeguava alla perfezione a questa trappola.
L'operazione per "bonificare" le colline circostanti Dak To prese il via il 2 novembre, quando un battaglione di fanteria paracadutata (composto dalle compagnie A, B, C e D), comandato del tenente colonnello James Johnson, fu inviato in perlustrazione su un rilievo a circa sette chilometri a sud di Ben Het con lo scopo di entrare in contatto con il nemico. Si trattava di una operazione di tipo terrestre. Precedute da guide locali, le compagnie cariche di materiale avanzarono con cautela sulle piste seminascoste nella giungla.
Intanto, per fornire la dovuta copertura all'operazione, il generale Leo Schweiter, comandante della 173° Brigata, decise di spingere in avanti una parte della sua artiglieria. L'obiettivo era di costituire una postazione di fuoco sulla collina definita in codice quota 823, naturalmente dopo averne liberato la cima dalla vegetazione con il contributo dell'artiglieria e dell'aeronautica. Solo allora gli elicotteri avrebbero potuto calare dall'alto le bocche da fuoco. Il battaglione di Johnson avrebbe dovuto quindi convergere in zona e mettere l'area in "sicurezza".

Nella tarda mattinata del 6 novembre la compagnia D incappò in un cavo telefonico dell'esercito nordvietnamita. Ne seguirono un capo in direzione di un vicino rilievo chiamato Ngok Kom Leat, un paio di chilometri a nord di quota 823, inoltrandosi nel fitto sottobosco. Intanto il colonnello Johnson, che sorvegliava l'evolversi dell'operazione dall'elicottero, si rese conto che di quel passo nessuna delle sue compagnie avrebbe raggiunto quota 823 entro la fine della giornata. Decise quindi di elitrasportare la compagnia B direttamente sull'area dove avrebbe dovuto sorgere la postazione di fuoco, mentre le compagnie A e C continuavano la marcia via terra e la D terminava l'esplorazione del Ngok Kom Leat sulle tracce del cavo telefonico. Ma fu proprio quest'ultima compagnia a fare il primo incontro ravvicinato con il nemico, quasi in prossimità della cima. Fatta segno di un nutrito fuoco di kalashnikov, si trovò inchiodata al terreno senza possibilità di difesa. Neanche l'uso dei mortai riuscì ad arginare l'attacco nordvietnamita. Fu solo grazie all'efficienza dei sistemi di comunicazione e al successivo rapido intervento aereo che in questo frangente i soldati americani riuscirono a disimpegnarsi senza subire eccessive perdite.

Questo primo scontro fu molto istruttivi per entrambi gli schieramenti. Insegnò agli americani che la tattica del nemico consisteva nel cercare di attirarli all'interno del suo sistema difensivo, mentre i nordvietnamiti giunsero alla conclusione che una volta intercettate e bloccate le prime truppe americane, dovevano attaccarle e neutralizzarle prima che potessero organizzarsi e chiamare in appoggio l'artiglieria e l'aviazione.
A metà novembre il generale Schweiter era ormai convinto che le forze nordvietnamite nell'area fossero allo stremo delle forze e che stessero ripiegando verso la frontiera cambogiana. Il 18 novembre, una pattuglia americana ebbe uno scontro a fuoco intorno alla collina di quota 875, una manciata di chilometri a est dal confine con la Cambogia e in prossimità di quello con il Laos. Erano i nordvietnamiti in ritirata? Secondo Schweiter non c'erano dubbi.

Sulle pendici di quota 875 fu inviato un battaglione di fanteria paracadutata che, nel corso del sopralluogo, scoprì un campo base nemico abbandonato. Oltre a numerosi capanni e a un ospedale d'emergenza, sul fianco della collina furono trovati rifugi e cunicoli. Tutto il campo dava l'impressione di essere stato lasciato da poco e in fretta e furia. Per le sue dimensioni, doveva aver ospitato almeno un migliaio di uomini. Alle nove del mattino del giorno successivo, dopo una preparazione con bombardamenti aerei e un nutrito fuoco dalle vicine postazioni di artiglieria, scattò finalmente l'attacco alla quota 875. Le truppe americane dovettero farsi largo tra le canne di bambù e il fitto sottobosco. Quando le prime punte avanzate raggiunsero le zone devastate dal bombardamento, su di loro si scatenò una pioggia di raffiche di kalashnikov e di bombe a mano. Il bombardamento a tappeto non aveva scalfito i nidi di mitragliatrici nordvietnamiti e i loro ripari sotterranei. Ancora una volta dovette intervenire l'aviazione. Ma questa volta il risultato fu pressoché nullo. I soldati nordvietnamiti, nascosti e sparpagliati nei rifugi
scavati nel terreno, riuscirono anzi ad accerchiare gli americani. Le forze nordvietnamite cui si erano messi a dare la caccia, nella convinzione che fossero ormai allo stremo, erano ancora in piena efficienza. Gli americani erano praticamente cinti d'assedio, senza la possibilità di stabilire un'efficace linea difensiva. Con le trasmittenti chiesero l'intervento degli elicotteri per portare rinforzi e porre al sicuro i numerosi feriti. Per la loro evacuazione fu allestito un punto d'incontro verso la base della collina, dove la boscaglia era più fitta. Ma i sudvietnamiti piombarono loro addosso massacrando i resti di almeno una compagnia.

La situazione degli americani asserragliati a quota 875 era drammatica. Praticamente tagliati fuori dai collegamenti, ormai a corto di munizioni, si apprestavano a respingere il prevedibile attacco notturno dei vietcong serrando al massimo le fila e allestendo un improvvisato perimetro difensivo lungo un ridotto settore della collina, mentre il nemico continuava a tenere ben salda la vetta e le pendici.

Per insediarlo si decise di ricorrere al napalm, la micidiale gelatina incendiaria.

Prima di sera fu inviato un velivolo armato di due potenti bombe. La prima colpì un distaccamento nordvietnamita che si stava preparando all'attacco, causando la morte di venticinque uomini. La seconda bomba al napalm, invece, centrò in pieno il posto di comando del ridotto difensivo statunitense. Morirono più di quaranta uomini. Allo scompiglio andò ad aggiungersi lo stupore per un nuovo attacco nordvietnamita. Nel giro di poche ore le tre compagnie americane coinvolte negli scontri di quota 875 avevano perso più di ottanta uomini.
Non è stato ancora chiarito per quale motivo le forze vietnamite non abbiano voluto affondare la lama quella stessa notte e chiudere la partita nel settore di Dak To. Forse avevano subito perdite consistenti. O forse scelsero di lasciare i resti del battaglione avversario sul campo, come esca per attirare in una trappola altre forze nemiche.
Fatto sta che nelle prime ore del mattino seguente alcune compagnie di paracadutisti si misero in marcia per portare soccorso ai camerati circondati. Riuscirono a raggiungerli soltanto in serata, dopo aver traversato lo spettrale campo di battaglia del giorno prima. Corpi smembrati erano mischiati a terriccio, corteccia di alberi e fogliame. Un odore di carne in putrefazione, sangue, escrementi e polvere da sparo ammorbava l'aria. I soccorritori non subirono attacchi durante l'avvicinamento e ciò destò un certo stupore. Si trattava di una delle solite trappole? Non proprio.

Anche i nordvietnamiti erano usciti stremati dallo scontro e si erano trovati nella necessità di allargare le maglie attorno agli americani assediati. Se lo slancio per un attacco risolutivo era venuto meno, tuttavia il comandante delle truppe comuniste non aveva alcuna intenzione di mollare la posizione. Conservandola nelle proprie mani, quota 875 poteva ancora infliggere forti perdite agli assalitori. E soprattutto impedire, con un nutrito fuoco di sbarramento antiaereo, l'avvicinamento agli elicotteri di soccorso.
In sé non particolarmente significativa sotto il profilo strategico, quota 875 divenne motivo di un orgoglioso e testardo puntiglio per il generale americano Schweiter. La collina doveva essere conquistata, se non altro per liberarla dai nidi di mitragliatrici e dai pericolosi cunicoli vietnamiti. Si stava profilando la battaglia decisiva.
L'artiglieria americana aggiustò quindi la mira e preparò il campo distruggendo, con un fuoco martellante, le postazione antiaeree nemiche.

La mattina del 21 novembre gli elicotteri poterono così trasportare sul posto lanciafiamme e armi anticarro leggere, indispensabili per attaccare le postazioni avversarie, e caricare i numerosi feriti. Nel primo pomeriggio un battaglione di paracadutisti si lanciò all'attacco, penetrando nel fitto della foresta. Il cannoneggiamento preparatorio non aveva però intaccato le difese nemiche. I fortini nordvietnamiti, costruiti con terra e tronchi d'albero, si mimetizzavano tra la vegetazione. Difficile avvicinarsi alle mitragliatrici pesanti che dall'interno vomitavano proiettili sui soldati americani. Dopo alcune ore di scontri, il battaglione dovette ripiegare lasciando sul terreno numerosi caduti.
Schweiter aveva ormai l'obbligo morale di conquistare quota 875, ma non poteva più permettersi di perdere altri uomini. Il giorno successivo scatenò sulla sommità della collina una vera e propria tempesta di fuoco: cannoni, obici e bombardieri scaricarono tonnellate di proiettili esplosivi, di cariche ad alto potenziale e di napalm, distruggendo ogni traccia di vita.
Dopo un'intera giornata di fuoco martellante, il 23 novembre scattò il nuovo attacco americano, che da più punti, lungo le pendici della collina, doveva convergere verso la vetta.
Un breve fuoco di mortai pesanti nordvietnamiti non creò particolari problemi agli attaccanti. La resistenza si rivelò meno ostica dei giorni precedenti. I fortini e i bunker,
ormai pressoché devastati, non erano più in grado di opporre una seria resistenza. La sommità di quota 875 fu raggiunta in breve tempo dai paracadutisti americani e subito dopo dalla fanteria. Il paesaggio in cui si imbatterono apparve ai loro occhi come assolutamente irreale. Ricordava la desolazione dei campi di battaglia della Somme nella prima guerra mondiale.

Le postazioni dei nordvietnamiti erano state finalmente sgominate. Il colonnello Johnson, atterrato con il suo elicottero pochi minuti dopo, resterà sorpreso e ammirato nel constatare che, fatta eccezione per le postazioni difensive più superficiali, il dedalo di cunicoli sotterranei e i rifugi scavati alcuni metri sotto il livello del terreno avevano resistito alla pioggia di fuoco scaricata dal cielo nei due giorni precedenti.
La testarda conquista di quota 875 costò all'esercito americano la perdita di quasi trecento uomini, mentre da parte nordvietnamita si è parlato di circa 1600 vittime. Solo un nucleo ridotto della divisione nordvietnamita riuscì a passare il confine e a rifugiarsi in Cambogia. La strategia del generale Giap, che sperava di stornare rilevanti forze americane sugli altipiani occidentali, per distrarre l'attenzione dalla successiva offensiva del Tet si risolse in un sostanziale fallimento.

La battaglia di Dak To fu vinta grazie alle nuove tecnologie introdotte dall'esercito statunitense nello scenario del sudestasiatico: l'appoggio costante dagli elicotteri per il trasferimento dei soldati, il rifornimento in emergenza di singoli gruppi di fuoco e lo sgombero dei feriti; il capillare sistema di comunicazione via radio anche tra i plotoni, ottenuto grazie ai nuovi equipaggiamenti VHF capaci di offrire fino a 32 canali di ascolto; l'uso di sostanze defolianti per ostacolare i movimenti avversari nelle ore del giorno.

Ma la vittoria conquistata con un tale dispiegamento di forze dimostrò agli americani, forse per la prima volta dall'inizio dell'intervento in Vietnam, che il confronto militare si sarebbe rivelato assai più logorante e sanguinoso del previsto
.

ALESSANDRO FRIGERIO

BIBLIOGRAFIA
* Storia della guerra del Vietnam, di Stanley Karnow - Rizzoli, Milano 1992
* Storia della guerra del Vietnam, di Charles T. Kamps Jr - Gremese Editore, Roma 1990
* Il conflitto vietnamita: storia, tattica e strategia delle operazioni aeree, di Francesco Mazzei - SAAM, Firenze 1980
* On strategy: a critical analysis of the Vietnam war, di Harry G. Summer - Novato, 1982

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