<< I PRECEDENTI 1958-59

UN ANNO DA INCUBO il 62  

 TERRORE NUCLEARE - BUIO SULL’ITALIA - TERRORE NERO - TERRORE ROSSO

(vedi anche la CRISI DI CUBA - LA DATE )

(di IGOR PRINCIPE )

Il mese di ottobre del 1962 sarà per sempre ricordato come quello del grande incubo. I sonni del pianeta furono infatti disturbati dall'altissima tensione che si creò tra gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica in seguito all'installazione - da parte di quest'ultima - di missili a testata nucleare sull'isola di Cuba, dal '58 governata dal regime rivoluzionario di Fidel Castro. 
(ma erano installati anche quelli americani in Italia, rivolti verso l'URSS - vedi articolo qui)

Era il 16 ottobre quando John Kennedy fu informato dal comando delle Forze Armate che vi erano tutte le certezze dell'installazione di missili nucleari sull'isola caraibica. JFK quindi, reagì lanciando un ultimatum a Nikita Kruscev: o il ritiro dei missili o l'invasione di Cuba da parte degli Usa. Il braccio di ferro durò tredici giorni e si concluse nel migliore dei modi il 28 ottobre, allorché‚ il capo di stato sovietico cedette alle richieste di Kennedy. (ma anche Kennedy cedette a Krusciov - vedi il link indicato sopra).

Da quel momento prese il via il vero processo di distensione tra le due superpotenze, che culminò con l'accordo di Mosca del 25 luglio 1963, siglato anche dalla Gran Bretagna, che sancì la fine degli esperimenti nucleari nell'atmosfera, nello spazio cosmico e in quello sottomarino. 

Certo, non fu l'atto finale della guerra fredda, che si ebbe a metà degli anni Ottanta e che ebbe come protagonisti Ronald Reagan e Michail Gorbaciov; tuttavia, è un dato inattaccabile che il mondo, allora, tirò un forte sospiro di sollievo, salvo ripiombare in un cupo pessimismo a mezzogiorno e trenta del 22 novembre del 1963. Il quel preciso istante, a Dallas, il presidente Kennedy fu ferito a morte da tre colpi di fucile, esplosi dall'ultimo piano di un palazzo della città, da Lee Harvey Oswald.

La distensione, la "nuova frontiera" e il cammino verso un mondo più sereno conobbero il loro momento più difficile. Vittorio Foa  nel suo commento su Kennedy (in  "QUESTO NOVECENTO", Collana "Gli Struzzi" - Einaudi editore)  e sulla crisi con l'Urss, scrive: "In quei primi anni Sessanta ci sono altri personaggi-simbolo di cambiamenti positivi. Naturalmente penso al presidente degli Stati Uniti, John F. Kennedy. La sua breve esperienza di governo si presentò ai fautori del cambiamento carica di possibilità. (...) Nei momenti in cui Kennedy dovette affrontare acute tensioni, come nell'agosto 1961 durante la costruzione del muro di Berlino o un anno dopo con la crisi dei missili cubani e la minaccia americana di un blocco navale, l'impressione era che non si trattasse di passi verso la guerra bensì di ostacoli che i nostalgici stalinisti ponevano a un processo di distensione". 

In queste parole si legge un ridimensionamento del timore generale che coinvolse il mondo di allora; ma, ad ogni modo, non si può negare che gli anni a cavallo del 1960 furono quelli di un travaglio politico importante e sul piano internazionale e su quello nazionale. Riguardo al primo, Foa mette in evidenza due episodi fondamentali: l'elezione del generale De Gaulle alla presidenza della Francia (1958), "su un'ondata colonialista che poi invece, al principio del decennio successivo (1962, ndr) riconobbe l'indipendenza dell'Algeria e anche quella delle ex colonie a sud del Sahara"; e la rivoluzione castrista a Cuba, che - a giudizio dello storico - "offriva ancora un'immagine democratica e insieme di orgogliosa difesa della propria indipendenza diventando subito un modello per l'America Latina umiliata tra sfruttamento neocoloniale e tirannie indigene".

Analizziamo ora la situazione di quegli anni in Italia.
Il quadro politico italiano era caratterizzato da evidenti segnali di dialogo tra la Democrazia Cristiana e il Partito Socialista Italiano, allontanatosi  dall'area del Pcus e del Pci in seguito ai fatti di Budapest del 1956. Oltre a questa scissione, contribuì ad alimentare il dialogo tra i due partiti l'ascesa al soglio pontificio - già ricordata anch'essa - del cardinale Angelo Roncalli, ossia Giovanni XXIII. La cui opera principale fu quella di convocare, nel '62, un Concilio Vaticano che lasciò di stucco l'opinione pubblica, in quanto giungeva a distanza relativamente breve dal primo Concilio, indetto da Pio IX nel 1869. La Chiesa, secondo Giovanni XXIII, non poteva stare alla finestra mentre il mondo laico viveva cambiamenti così importanti: si rese necessario, quindi, un aggiornamento del pensiero ecclesiastico alle nuove tendenze emergenti nella società civile. La politica ecclesiastica mutò così indirizzo, passando dalle posizioni anticomuniste del predecessore di Roncalli - PioXII - a quelle più duttili del "Papa buono", che però non vide la fine del Concilio perché morì nel 1963; a terminare i lavori dell'assemblea vescovile provvide Paolo VI. 

In questo nuovo scenario prese corpo l'ipotesi di un governo di centrosinistra, formato dalla coalizione Dc-Psi. E l'ipotesi si fece realtà nel 1963 con la designazione del democristiano Aldo Moro alla presidenza del consiglio. Vittorio Foa, ponendosi una semplice domanda, analizza le conseguenze della formazione del centrosinistra nei rapporti tra i due grandi partiti della gauche italiana, il Psi e il Pci. "Il centrosinistra divise veramente socialisti e comunisti? Col passare degli anni i dubbi crescono. I socialisti sostennero, senza entrarvi ma concordando il programma, il governo Fanfani del 1962 e poi entrarono in forze nei governi diretti da Moro: i comunisti votarono contro. Ma è difficile cogliere una vera opposizione comunista. A partire dai primi anni Sessanta e per tutto il decennio furono i socialisti a guidare la sinistra italiana e i comunisti non fecero che adattarsi, seppure sempre in difficoltà e in ritardo".

Guardando a quel periodo con maggiore attenzione si scorge, però, un paradosso da non poco. Le due grandi riforme che caratterizzarono quegli anni - detti della "programmazione economica", intesa come vasto programma di intervento dello Stato nel settore economico della società civile - si ebbero ad opera del governo Fanfani nel 1962: l'innalzamento dell’obbligo scolastico ai quattordici anni di età e la nazionalizzazione dell'industria elettrica mediante la costituzione di un monopolio di Stato facente capo all'Enel.

 I socialisti non occupavano - in quel momento - le poltrone di alcun ministero. Nel momento in cui riuscirono a entrare in una compagine governativa, la programmazione rallentò sensibilmente sino ad arrestarsi definitivamente con l'inizio degli anni Sessanta. Le ragioni sono di ordine politico ed economico. "Il proposito di una programmazione dell'intervento pubblico preoccupava il mondo dell'industria - scrive Foa nel suo libro -. Da tempo, diciamo pure dalla grande guerra, l'industria aveva accettato, nonostante la sua insistenza sull'ideologia liberista, l'intervento statale nell'economia, ma quello che essa poteva accettare era un intervento aperto alle sue esigenze, non un intervento pubblico autonomo, deciso in base a condizioni politiche di utilità generale". 

Questo per quanto riguarda le ragione politiche; vediamo adesso quelle economiche:
"Nel terzo trimestre del 1963 cominciò una flessione nella produzione industriale. La recessione era stata alimentata da una drastica politica monetaria deflattiva già avviata dalla Banca d'Italia da alcuni mesi". Gli effetti non tardarono ad arrivare: "Nel 1964 -prosegue l’autore - gli investimenti caddero di oltre il 20 per cento e di un altro 20 per cento nel 1965".
Ma è il 1967 l'anno cruciale per il governo di centrosinistra. Ecco come ce lo racconta Vittorio Foa: (ma che vedremo nei singoli passi nei prossimi anni. Ndr.) "Il colpo più duro, anzi decisivo, al centrosinistra come alleanza politica per le riforme non arrivò sul terreno economico ma su quello strettamente politico, sul delicato terreno dei rapporti fra la politica e i "corpi separati", militari o dei servizi segreti. (...) Un colpo non solo al centrosinistra, ma anche all'autorità dello Stato italiano, al suo sentirsi Stato, ai suoi rapporti coi cittadini, e anche alla sua immagine nel mondo esterno". "Con effetti gravi sugli sviluppi successivi della politica italiana. I fatti sono fin troppo noti. Secondo una inchiesta pubblicata nel 1967 su "l'Espresso", a cura di Eugenio Scalfari e Lino Jannuzzi, il generale Giovanni De Lorenzo, capo dell'Arma dei carabinieri e del Sifar, aveva convocato tre generali capi di divisione territoriale dei carabinieri per informarli del cosiddetto "Piano Solo" in base al quale, naturalmente quando fossero loro giunti ordini operativi, dovevano essere occupate le sedi centrali e periferiche dell'ordinamento statale, e dovevano essere arrestati diversi esponenti politici". 

I fatti si riferiscono al 1964 (vedi)  precisamente ai giorni che seguirono le dimissioni di Aldo Moro da capo di un governo di centrosinistra (25 giugno - vedi). La formazione di una nuova compagine appariva ardua, per lo più ostacolata dall'allora presidente della Repubblica Antonio Segni, il quale leggeva nel probabile restauro di una coalizione tra Dc e Psi un grave rischio di destabilizzazione per il Paese. Quindi, egli convocò al Quirinale il generale De Lorenzo per rendergli note le prospettive di attuazione del "Piano Solo ". Stando così le cose, è facile individuare il principale imputato nel capo dello Stato; tuttavia Foa sposta l'indice accusatorio anche su Aldo Moro. 

"Il presidente Segni fu subito dopo (agosto 1964) colpito dal male che lo tolse definitivamente dalla scena politica(un ictus che ne fece un invalido, ndr). Ma sotto ogni altro aspetto, politico, costituzionale e morale, la responsabilità di avere introdotto o lasciato introdurre un corpo estraneo nella formazione della volontà democratica spetta al presidente del consiglio in carica, cioè a Moro". Quello che si chiama senso dello Stato, la responsabilità cioè del dirigente politico verso la collettività, ne uscì umiliato. Sono convinto che oggi più che mai - continua, severo, Foa -, quando lamentiamo la perdita di senso dello Stato nel nostro Paese dobbiamo riferirci a quel passaggio". 

In seguito l’autore - pur ridimensionando la portata dei fatti - si sofferma sulla gravità delle conseguenze. "Sotto un profilo strettamente tecnico si può dire che non ci fu un tentativo di colpo di Stato - scrive Foa -. Ma quella vicenda aprì la fase di quella che poi fu chiamata la strategia della tensione, ovvero l'intervento dei servizi segreti nella politica violando le più elementari regole della democrazia. (...) Io non so se il generale De Lorenzo si è mosso, con suo ‘Piano Solo’, per iniziativa del presidente della Repubblica o di non so chi altro. Il punto importante è che qualcuno l'ha lasciato fare e anzi l'ha usato per interessi di partito".

Con il "Piano Solo", quindi, calò la "notte della Repubblica". L'affaire De Lorenzo può considerarsi, secondo l'interpretazione che ce ne fornisce Vittorio Foa, l'accensione della miccia di una bomba che non tardò ad esplodere. Questa bomba è da tutti ricordata con il nome di Sessantotto, identificato non solo con il movimento di protesta studentesca, che aveva dato segni di vita già nel 1966 con lo scandalo - risolto in un'aula di tribunale - provocato da "la Zanzara", giornalino del liceo ginnasio Parini di Milano sul quale si chiedeva maggior dialogo con i professori e maggior libertà sessuale. La definizione di Sessantotto viene data a quel decennio - compreso appunto tra il 1968 e il 1978 -durante il quale l'Italia fu attraversata da un malessere generale che sovente deflagrò sotto forma di attentati, rapimenti e atti di terrorismo. Al riguardo, Foa mette subito le cose in chiaro: "Il Sessantotto non è stato l'invenzione di leader geniali, che pur vi sono stati e con molte pretese. E' stato invece l'esplosione di tensioni incomprese oppure represse in diverse sfere della vita". 

Prima di affrontare, seppur per sommi capi, gli avvenimenti che segnarono la storia d'Italia di quegli anni, gettiamo uno sguardo al contesto internazionale, non meno turbolento di quello di casa nostra. Partiamo dal 1967: gli Stati Uniti entrano direttamente nel conflitto in Vietnam; in Cina si compie la rivoluzione culturale ad opera di Mao Tse Tung; in Cecoslovacchia prende il via la "primavera di Praga", la trasformazione in senso democratico del comunismo poi repressa dai carri armati sovietici nel 1968. 

Questo lo scenario nel quale si inseriscono le proposte rivoluzionarie degli studenti, che grazie alle loro rivendicazioni possono ormai "riconoscersi come generazione, come soggetto di diritti, per giunta in un quadro internazionale". Infatti, le proteste dei giovani si ebbero un po' ovunque, dalla California a Parigi. E proprio nella capitale francese si assistette, nel maggio del '68, ad una lotta unificata di studenti e operai che mise in serio pericolo la presidenza di Charles De Gaulle. Tutto si concluse con una consultazione elettorale che riconfermò il generale all'Eliseo. In poco meno di due mesi, la Francia visse un'esperienza che invece durò in Italia per molto più tempo. 

E veniamo, quindi, al nostro paese. Come abbiamo detto poco sopra, l'accensione della miccia si ebbe nel '67 con la rivelazione del "Piano Solo". Ma l'esplosione non è facilmente individuabile; piuttosto, si può parlare di una serie di esplosioni che via via si fecero sempre più gravi. Si cominciò con le occupazioni di alcune università italiane (Pisa, Torino, Milano, Roma, Napoli, Trento) nel 1967; quindi seguirono gli scontri di Valle Giulia, a Roma, tra studenti e polizia (1 marzo 1968). Agli studenti si unirono, come in Francia, gli operai, fautori di una acerrima lotta sindacale nel cosiddetto "autunno caldo" del 1969. Foa giudica positivamente la commistione tra studenti e lavoratori: nel suo libro si legge che "per gli operai di orientamento politico più estremo, l'accordo con gli studenti, soprattutto quando si costituivano in gruppi, fu molto positivo. Ma una domanda rimane senza risposta: perché gli studenti aiutarono il lavoro ma non vi entrarono? Perché, nel loro entusiasmo, non cercarono nuovi modelli di vita? (...) La risposta che mi si è sempre data è che il lavoro è faticoso. Ma non è una risposta convincente". 

Il clima di cambiamento, che dal '67 al suddetto "autunno caldo" del '69 fu caratterizzato da una continua instabilità, volse al peggio il 12 dicembre dello stesso anno. Quel giorno, a Milano, una bomba esplose all'interno di una filiale della Banca Nazionale dell'Agricoltura in Piazza Fontana, a pochi passi dal Duomo. Morirono sedici persone. Fu l'inizio degli "anni di piombo", anni segnati dalla violenza politica dei gruppi dell'estrema destra e sinistra cui fece da controcanto quel compromesso storico pensato da Aldo Moro e Enrico Berlinguer (segretari di Dc e Pci), attraverso il quale si voleva portare - per la prima volta nella storia della Repubblica - il Partito comunista al governo del paese. E su questo punto - per insuperabili ragioni di spazio - concentreremo la nostra attenzione, rinviando l'analisi a tutto tondo del decennio '68-'78 (che occuperebbe veri e propri tomi di storia) ai prossimi anni di "Cronologia". 

Riguardo al compromesso storico, Foa ne individua la genesi fuori d'Italia, precisamente nel colpo di stato militare che, l'11 settembre del 1973, rovesciò il governo socialista di Salvador Allende e portò al comando il generale Pinochet. "Allende - scrive Foa - era stato eletto tre anni prima da una coalizione di sinistra. Era un caso raro nel continente sudamericano, tutto retto da governi reazionari infeudati agli Stati Uniti in un impasto di grandi interessi, di arrogante diplomazia e di intrighi dei servizi segreti (...) Washington non si diede pace e quando Allende nazionalizzò le miniere di rame fu rovesciato dai militari e ucciso. La vicenda fece enorme impressione in Italia. Il segretario comunista Berlinguer prese spunto dal Cile per un ripensamento profondo: con un voto di maggioranza la sinistra non sarebbe stata in condizione di tenerlo in vita. Si dovevano fare, per partecipare al governo, accordi col centro o con la destra. In Italia la ricerca di un governo di sinistra significava condannarsi a una opposizione eterna. Per andare al governo ci si doveva alleare con la democrazia cristiana".

E l'alleanza giunse a un passo dal realizzarsi negli anni a cavallo tra il '76 e il '78: con le elezioni politiche del giugno 1976 il Pci sfiorò il sorpasso ai danni della Dc (34,4% contro 38,7); quest'ultima si confermò il primo partito, ma l'ampio consenso raccolto dai comunisti rappresentò chiaro segnale da parte dell'elettorato, desideroso di radicali cambiamenti. I quali, però, non arrivarono mai. 

Il compromesso storico naufragò il 16 marzo1978, quando un commando della Brigate Rosse - estremisti di sinistra che, tra i vari programmi rivoluzionari perseguiti con la lotta armata, osteggiavano l'entrata del Pci nella "stanza dei bottoni" - sequestrò il segretario della Dc e, dopo 55 giorni di prigionia, lo uccise. 
Proprio il 16 marzo, Giulio Andreotti avrebbe presentato alle Camere il un governo di "unità nazionale", al quale - pur senza ministri - partecipava il Pci. Il rapimento di Moro fu, politicamente, l'atto più grave di quegli anni; eppure, è universalmente identificato con la fine del periodo più buio e instabile della Repubblica. Ci furono ancora degli scossoni, l'ultimo dei quali nel 1984 con la bomba del 23 dicembre sul rapido Napoli-Milano (16 morti). Ma il peggio era ormai finito. Gli anni Ottanta furono, in Italia, quelli della rinascita dei socialisti, emarginati dalla scena politica quando primi attori erano la Dc e il Pci, e ritornati prepotentemente alla ribalta dopo il fallimento del compromesso.

Dall'83 all'87 fu presidente del Consiglio Bettino Craxi, segretario del Psi. Furono, quelli, gli anni di una rinascita economica del paese che si scoprì, in seguito, essere fondata su basi non propriamente legali. Ma non anticipiamo, e fermiamoci invece a leggere le pagine di "Questo Novecento" dedicate a un fatto di portata ben superiore che coinvolse, e coinvolge tuttora, i destini del pianeta: la caduta dei regimi comunisti.

Motore della vicenda, come tutti sanno, fu l'elezione di Michail Gorbaciov alla presidenza dell'Urss (1985). Da allora, la politica di Mosca mutò radicalmente: basandosi sui concetti di glasnost e perestrojka (trasparenza e mercato), Gorbaciov cominciò ad allontanarsi dai dogmi sovietici del socialismo reale e si avvicinò a posizioni più liberali, incontrando ovviamente il favore degli Stati Uniti, governati a quel tempo da Ronald Reagan.

 Prese il via così l'atto finale della guerra fredda, che significò non solo un'accelerazione verso il disarmo nucleare, ma l'inizio della dissoluzione della galassia sovietica. Pian piano, gli stati legati dal patto di Varsavia si resero indipendenti: cominciò "la Polonia - scrive Foa - già prima dell'arrivo di Gorbaciov e in modo da imporre un serio ripensamento alla sinistra occidentale: i comunisti furono pacificamente battuti da un movimento cattolico organizzato in un sindacato operaio (Solidarnosc) diretto da un operaio elettricista (Walesa) e col cauto ma sostanziale appoggio della Chiesa di Roma e del papa Karol Wojtyla (Giovanni Paolo II, salito al soglio pontificio nel 1978, ndr), polacco e già arcivescovo di Cracovia". 

L'anno cruciale, però fu il 1989. Nell'arco di pochi mesi - a partire da novembre, quando a Berlino furono aperti i passaggi da Est a Ovest abbattendo a colpi di piccone il famigerato Muro - tutti i paesi legati a Mosca si staccarono. La stessa Unione Sovietica cessò di esistere, e gli Stati che la costituivano conquistarono l'indipendenza. 

Non fu un processo indolore, ma certamente fu meno tragico di tutte le rivoluzioni che la storia ricordi. "La fine dell'Unione sovietica non era solo la fine di un impero potentemente armato che aveva avuto una immensa influenza a livello planetario: era anche la fine del comunismo, che era stato per lungo tempo (...) l'unica alternativa pensabile al capitalismo. (...) La domanda è: quale è stato l'effetto di questo sconvolgimento sulla politica italiana (...)? Il dopo comunismo è ancora tutto da studiare". 

 Tuttavia, una risposta può essere data: il Pci si sciolse e nacque, nel 1992, il Partito democratico della Sinistra (Pds). Non fu l'unico partito che conobbe la propria fine: anche la Dc, il Psi, il Pli - praticamente tutti maggiori partiti - mutarono aspetto. Le ragioni furono però un po' meno nobili. Sempre nel 1992 prese il via un'inchiesta, condotta dalla procura di Milano, che indagando sulle collusioni tra il potere politico e il mondo imprenditoriale coinvolse la quasi totalità della classe dirigente. Il racconto, a questo punto, lascia il terreno della storia per farsi cronaca, e in quanto tale abbandona il nostro campo di indagine. Tanto più che lo stesso Foa, a conclusione del suo libro, scrive: "Non mi riesce di raccontare le vicende degli ultimi quattro anni, dagli inizi del 1992 fino adesso, mentre sto scrivendo, nell'aprile del 1996. (...) Forse ciò che mi impedisce di raccontare gli ultimi anni non è la loro confusione ma, al contrario, la loro capacità di caricare di nuova luce l'intelligenza del passato e di creare suggestioni per il futuro, per il secolo che sta per nascere". 

Un invito a indovinare nel presente, e in tutta la storia del controverso XX secolo, la lezione per costruire un futuro sempre migliore, in ossequio a quella forma mentis tipica della sinistra, della quale Foa è senza dubbio uno dei cervelli più lucidi. Ma con un avvertimento: "Stare svegli, non abbandonarsi ai sogni. (...) Quando scegli, non devi sognare, tu sei responsabile" 

IGOR PRINCIPE 

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

e anche LA ROULETTE RUSSA AMERICANA

(vedi la CRISI DI CUBA - LA DATE )


CRONOLOGIA GENERALE    ALLA PAGINA PRECEDENTE