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Ottobre 1962, terrore sul mondo
L'Urss invia missili a Cuba, secco "no" Usa. Braccio di ferro, si rischia la guerra nucleare


LA ROULETTE RUSSO AMERICANA

di PAOLO DEOTTO

Ammesso (e non concesso) che qualche uomo di Stato abbia mai potuto credere ai disinteressati aiuti nella politica internazionale, alle azioni dettate dalla fratellanza tra i popoli, et similia, di sicuro uno dei più delusi sarà stato l'avvocato Fidel Castro, primo ministro di Cuba. Il quale, nell'autunno del 1962, si trovò al centro di una partita a scacchi e si accorse di rivestire solo l'umile ruolo della pedina, perché i due veri giocatori erano troppo importanti e ingombranti per lasciare spazio ad altri. Si trattava dei signori John Fitzgerald Kennedy, presidente degli Stati Uniti, e Nikita Sergejevic Kruscev, primo segretario del partito comunista sovietico e presidente del consiglio dei ministri dell'URSS. Eppure il centro della partita era proprio l'isola di Cuba, stato sovrano dove quindi, almeno in teoria, avrebbe dovuto comandare solo il governo cubano. 

Ma erano gli anni della Guerra Fredda e le questioni politiche erano affari delle due Superpotenze, ognuna delle quali aveva da tutelare il proprio dominio, alias area d'influenza. Mai come in quei giorni il mondo trattenne il fiato, chiedendosi se si stesse scivolando verso l'abisso del terzo conflitto mondiale: la televisione, ormai diffusa in tutte le case, consentì a tutti di vivere quasi in diretta la Grande Paura. Se poi tutto si concluse con la vittoria del buon senso, ciò fu dovuto a molti fattori.
Forse ora, a distanza di trentasette anni, col panorama politico mondiale radicalmente cambiato, con le passioni ideologiche sopite, è possibile cercare di capire meglio cosa accadde, e perché accadde. I fatti a cui ci riferiamo occuparono le cronache per un breve periodo, precisamente da sabato 20 ottobre a domenica 28 ottobre 1962; ma le radici erano ben più profonde. Quando si vive la paura che possa accadere un fatto estremamente grave, è naturale difesa dell'animo umano l'aggrapparsi fino all'ultimo alla speranza che giunga qualcosa che finalmente dissipi le nubi e consenta di riacquistare la serenità.

Già dal 31 agosto di quel 1962 uno dei principali avversari dell'amministrazione Kennedy, il senatore dello Stato di New York, Kenneth Keating, aveva annunciato in una conferenza stampa di aver le prove della presenza a Cuba di installazioni missilistiche e di personale militare sovietico; non era una gran novità, ma servì a rinfocolare gli animi su una situazione che era comunque carica di tensioni.

La risposta di Kennedy, il 4 settembre, era tesa a ristabilire la calma: su Cuba c'erano solo armi difensive, affermava il presidente, non esistevano quindi minacce per la nazione americana e per i suoi vicini. Keating ribatté accusando il governo di tenere atteggiamenti troppo morbidi contro il pericolo comunista, che stava rinforzando la sua "base avanzata" nell'isola di Cuba. Non era forse vero che da quando, nel gennaio di quell'anno, Cuba era stata espulsa dall' OSA (Organizzazione degli Stati Americani), i sovietici avevano iniziato a dare al regime di Castro anche aiuti militari, oltre a quelli economici che già fornivano? Cosa aspettava quindi il signor Presidente per risolvere la questione di Cuba? O voleva tentare in gran segreto - di Pulcinella, magari - un'altra fallimentare azione come quella che, il 17 aprile dell'anno precedente (1961) aveva visto lo sbarco di qualche migliaio di esuli cubani nella Baia dei Porci ?

Quest'ultimo riferimento, in particolare, era il più sgradevole che il senatore repubblicano potesse fare al presidente democratico. Ma era anche assolutamente vero: infatti l'anno precedente, avendo la CIA assicurato che il popolo cubano si sarebbe sollevato contro il regime castrista se dall'esterno fosse giunto un primo aiuto, Kennedy aveva autorizzato un'operazione che si concluse con un disastroso fallimento. Gli esuli anticastristi, addestrati da tempo in Florida e in Guatemala, non trovarono alcun appoggio nella popolazione cubana e in tre giorni l'esercito poté sbaragliare gli invasori, che erano sbarcati in una località di Cuba denominata Bahia de Cochinos (Baia dei Porci).

La figuraccia costò il posto al capo della CIA, Allen Dulles, e diede a Fidel Castro l'occasione di far bella figura, offrendo la restituzione dei prigionieri in cambio di viveri, medicinali e trattori. Naturalmente questo episodio non fece che rafforzare i legami di Cuba con l'Unione Sovietica, tanto da giustificare lo slogan di Fidel Castro: "Cuba no està sola"; e da allora fu un crescendo di tensione, con il governo castrista che accentuava sempre più le sue posizioni violentemente antiamericane, con l'isolamento economico dell'isola decretato dagli Stati Uniti, con la già ricordata espulsione di Cuba dall'OSA, con l'inizio degli aiuti militari sovietici, con le dichiarazioni di Kruscev, che aveva facile gioco nel porsi a paladino dei diritti degli stati sovrani (l'invasione dell'Ungheria era un ricordo ormai lontano... ).

In questo gioco di malafede reciproca, una sola cosa era chiara: nel cuore del continente americano si era installato il comunismo. La goffaggine della CIA e del governo americano lo avevano di fatto rafforzato. Cuba avrebbe rappresentato un episodio isolato o si apprestava a diventare l'avamposto per esportare il comunismo nel resto del continente che, piacesse o no, era area di influenza degli Stati Uniti? Dicevamo prima che quando si vive la paura che possa accadere un fatto grave, è naturale difesa dell'animo umano l'aggrapparsi fino all'ultimo alla speranza che giunga qualcosa che finalmente restituisca la tranquillità.

Sabato 20 ottobre 1962, alle ore 19 di Washington, l'America, e il mondo intero, ricevettero invece il pugno nello stomaco che in molti sapevano probabilissimo, ma che tutti speravano non arrivasse mai. Il presidente Kennedy apparve in televisione per annunciare che: "Questo governo ha mantenuto, come promesso, la più stretta sorveglianza sul dispositivo sovietico nell'isola di Cuba. Nella settimana scorsa, in base a prove irrefutabili, è stato accertato il fatto che una serie di basi militari a carattere offensivo si stava allestendo in quell'isola. Scopo di queste basi non può essere altro che quello di fornire la capacità di disporre di una forza di urto nucleare contro l'emisfero occidentale... ".

Kennedy proseguì precisando che le basi missilistiche individuate tramite le foto scattate dagli aerei U-2 erano probabilmente di due tipi, il primo per il lancio di missili balistici in grado di colpire Washington, Panama, i centri del Messico e qualsiasi punto nel settore sud-ovest degli Stati Uniti, mentre il secondo tipo poteva effettuare il lancio di missili in grado di colpire la maggior parte delle città dell'emisfero occidentale, dalla baia di Hudson in Canada, fino a Lima in Perù.

Dopo un riassunto delle più recenti vicende della crisi, il Presidente americano annunciò in dettaglio le misure iniziali da lui decise. Era decretato l'embargo su tutto l'equipaggiamento militare offensivo spedito via mare a Cuba: tutte le navi, di qualsiasi nazionalità, dirette a Cuba sarebbero state oggetto di ispezione da parte degli americani e, se trovate con a bordo carichi di armi offensive, rimandate indietro. Inoltre Kennedy comunicava di aver dato disposizione alle forze armate di essere pronte ad ogni eventualità qualora i preparativi militari cubani, continuando e accrescendo così la minaccia all'emisfero, avessero giustificato altre azioni. La terza decisione era la più drastica:

"Sarà politica della nostra nazione di considerare ogni missile nucleare lanciato da Cuba contro qualsiasi nazione dell'emisfero occidentale come un attacco dell'Unione Sovietica contro gli Stati Uniti, attaccò che comporterà una piena rappresaglia contro l'Unione Sovietica."

Infine, veniva richiesta la convocazione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU e l'immediato smantellamento e il ritiro di tutte le armi offensive da Cuba, sotto il controllo di osservatori dell'ONU; questa era la condizione per togliere l'embargo. In seguito al suo discorso Kennedy ottenne quasi cinquantamila telegrammi di congratulazioni dal mondo intero, ma iniziò anche a serpeggiare la paura: cosa sarebbe accaduto se una nave sovietica fosse venuta a contatto con le forze americane addette al blocco? Avrebbe accettato l'ispezione? Avrebbe reagito con le armi? E se il blocco fosse stato forzato, il Presidente avrebbe ordinato di usare le armi? Avrebbe anche ordinato un'invasione di Cuba, peraltro richiesta esplicitamente da non pochi rappresentanti americani al Congresso?

I più pessimisti si convinsero che lo scoppio della terza guerra mondiale era questione di giorni, se non di ore. Kennedy, nell'annunciare le misure adottate, aveva messo completamente fuori del gioco Fidel Castro, chiarendo in modo molto esplicito che la partita si giocava tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Tra l'altro, il messaggio presidenziale comprendeva in chiusura proprio un appello a Kruscev e una dichiarazione al popolo cubano, nella quale si manifestava il disappunto dell'amministrazione americana per "il tradimento della vostra rivoluzione nazionalista... i vostri capi non sono più capi cubani ispirati da ideali cubani, ma fantocci e agenti di una congiura internazionale che ha spinto Cuba contro i suoi vicini e amici delle Americhe...

"Fidel Castro non veniva mai nominato. Stranamente, il governo sovietico ci mise ben tre giorni per elaborare la sua reazione ai provvedimenti americani; lo fece infatti con una nota della Tass, agenzia ufficiale di informazioni del Governo Sovietico, che in data 23 ottobre affermava:
"... i circoli imperialisti americani non si fermano davanti a nulla nei loro tentativi di sopprimere uno stato sovrano, un membro delle Nazioni Unite. Pur di ottenere questo scopo essi sono pronti a gettare il mondo nell'abisso di una guerra catastrofica... Irridendo cinicamente alle norme internazionali di condotta degli stati e ai principi della carta delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti hanno usurpato il diritto e proclamano di attaccare navi di altri stati in alto mare, di intraprendere atti di pirateria. I circoli imperialisti degli Stati Uniti cercano di imporre a Cuba quale politica essa deve seguire, quale ordine interno deve essere stabilito, quali armi essa deve avere per la sua difesa... I dirigenti degli Stati Uniti devono comprendere che i tempi sono del tutto mutati. Soltanto dei pazzi insistono su una politica da posizioni di forza e ritengono che questa politica avrà successo... ".

La durezza dell'attacco sferrato alla politica di Kennedy era scontata. Peraltro la nota della Tass, proseguendo nei suoi toni abbastanza apocalittici, faceva solo un cenno molto rapido alla materia del contendere, ossia ai missili:
"... Le armi nucleari, che sono state create dal popolo sovietico e sono nelle mani del popolo, ma non saranno mai usate a scopo aggressivo... " .
In altre parole, non si negava l'esistenza di queste armi, ma parve a diversi osservatori che un primo spiraglio di speranza potesse essere rappresentato proprio da questa frase che, in un contesto di estrema violenza verbale, poteva sembrare una rassicurazione, nonché dal fatto che l'URSS, dopo tre giorni, non aveva in fondo fatto altro che una reazione verbale, su toni che, come dicevamo, nessuno si aspettava dolci e concilianti, ma che comunque potevano definirsi di repertorio.

La situazione però era tutt'altro che risolta. Le prime navi sovietiche in navigazione verso Cuba avrebbero potuto incappare nel blocco navale, fissato da Kennedy a 500 miglia da Cuba, verso il mezzogiorno del giorno seguente, 24 ottobre. A quel momento, cosa sarebbe accaduto? Mentre da Cuba Fidel Castro, in un chilometrico discorso, si scagliava con i peggiori epiteti contro gli Stati Uniti, l'azione si era spostata all'ONU, dove i delegati americano, Stevenson, e sovietico, Zorin, ebbero un violento alterco, nel corso del quale Zorin si rifiutò di rispondere a Stevenson, che aveva portato con sé le foto eseguite dagli aerei spia e chiedeva al delegato sovietico se questi negasse o confermasse la presenza su Cuba di installazioni per armi offensive.

Il "tono da pubblico accusatore" usato dall'americano aveva infastidito il sovietico, che "si trovava al suo posto all'ONU e non in un processo davanti a un tribunale americano..." Il segretario generale dell'ONU, il birmano U Thant, cercò di intervenire nella crisi, proponendo alle parti semplicemente una tregua di una settimana nelle rispettive azioni, in modo tale da consentire un più approfondito contatto e una discussione. Ma la sua proposta cadde nel vuoto.

Nel frattempo il mondo continuava a vivere l'altalena fra la speranza e la paura: nel pomeriggio del 24 giunse la buona notizia che alcune navi sovietiche si erano fermate prima della zona del blocco, mentre altre avevano addirittura invertito la rotta. Una sola nave non si era fermata, la petroliera Bucarest, ma da Washington era giunta l'autorizzazione al passaggio dopo che la ricognizione aerea aveva stabilito che a bordo non vi era che petrolio. Il temuto contatto tra navi sovietiche e statunitensi era quindi, al momento, evitato, ma restava un altro grave problema: la sorveglianza su Cuba aveva accertato che i lavori sull'isola non solo non si erano fermati, ma addirittura erano in accelerazione. La minaccia quindi continuava ad esistere, né Kennedy poteva far marcia indietro sulle richieste formulate col messaggio del 20 ottobre, che diceva chiaramente che lo smantellamento delle postazioni missilistiche di Cuba era condizione per la fine del blocco navale.

Se a Cuba i lavori di allestimento erano in accelerazione, negli USA aumentava la popolarità della proposta dei falchi, particolarmente sostenuta dall'ex segretario di Stato Dean Acheson, di attaccare dall'aria l'isola e procedere poi all'invasione terrestre, per distruggere le basi che ormai erano, a quel punto, quasi completate.

Il blocco navale aveva avuto successo, questa era la tesi dei falchi, ma non era sufficiente, perché comunque da Cuba potevano già partire i temuti missili nucleari. Le colombe, che avevano nel segretario alla Difesa, McNamara e nel fratello del Presidente, Robert, i loro più illustri rappresentanti, replicavano che invece bisognava resistere sul blocco, che aveva già causato i primi cedimenti da parte sovietica, mentre un'invasione di Cuba avrebbe di fatto costretto l'URSS a intervenire direttamente; e un evento di questo tipo avrebbe avuto un solo nome: Terza Guerra Mondiale.

Si era così giunti al mattino di giovedì 26 ottobre 1962. Lo scontro navale sovietico - americano era ormai definitivamente scongiurato; due navi avevano superato il blocco col consenso degli americani (si trattava di una nave passeggeri proveniente dalla Germania Est e di una nave da carico libanese che per conto dei sovietici trasportava materiale non bellico, come poterono accertare i militari americani, ai quali il capitano della nave consentì l'ispezione a bordo), e Kruscev comunicò al segretario dell'ONU U Thant: "Ho dato ordine ai comandanti delle navi in navigazione verso Cuba, ma non ancora giunte nell'area delle attività piratesche delle unità da guerra americane, di tenersi al di fuori dell'area di intercettazione".

Il capo del Cremlino manteneva i toni aspri, e voleva presentarsi come l'uomo di pace; ma la sostanza era comunque una sola: la determinazione dell'amministrazione Kennedy aveva avuto i suoi effetti, quantomeno bloccando gli ulteriori rifornimenti militari a Cuba. Si dice, e si disse, che allora il mondo e il governo americano vissero ore drammatiche.

Diviso tra le opinioni dei falchi e delle colombe, il Presidente Kennedy rischiava pericolosamente di propendere per le proposte di invasione di Cuba, perché le ricognizioni aeree confermavano che comunque sull'isola le potenzialità aggressive erano giunte al massimo e il successo del blocco navale poteva quindi servire solo a limitare l'autonomia di queste potenzialità. Tuttavia quando si gioca con le armi nucleari, ne bastano ben poche per scatenare una catastrofe.

Ma vorremmo ora guardare la situazione anche dal punto di vista di Kruscev. Il premier sovietico aveva veramente in mano il pallino a quel punto, con tutto il relativo carico di angoscia che ciò comportava. I servizi informativi sovietici, rinomati per la loro efficienza, avevano stabilito che l'attacco americano all'isola sarebbe scattato lunedì 29 ottobre, o al più tardi il giorno successivo. Kruscev, capo di quella strana monarchia assoluta non dinastica che era il potere sovietico, non aveva, a differenza di Kennedy, un'opinione pubblica a cui rispondere, ma in compenso aveva una opinione interna al Cremlino, ben più pericolosa e infida, che non avrebbe certo consentito di non dare risposta ad un'invasione americana di Cuba. Ma anche Kruscev non ignorava che quella era una strada senza ritorno.

Non vogliamo certo dare del capo sovietico un'immagine da cherubino; se fosse stato tale non avrebbe saputo scalare il potere a Mosca, non avrebbe saputo reprimere con assoluto cinismo la rivolta ungherese. Ma l'Ungheria era un campicello privato dell'URSS (e infatti il mondo occidentale si sdegnò tanto, ma non mosse un dito in aiuto degli insorti di Budapest... ). Qui si trattava invece di decidere se far scoppiare o no una guerra con gli Stati Uniti, ossia una guerra mondiale.

Di fatto era l'URSS che poteva ancora salvare la situazione; gli americani erano in un vicolo cieco, perché il mancato smantellamento delle basi cubane li obbligava ad andare fino in fondo.E, per fortuna dell'umanità, Kruscev seppe decidere con buon senso.
Nella sera del 26 ottobre, mentre era riunito il comitato di consiglieri di Kennedy, giunse a quest'ultimo una missiva riservata del leader sovietico, con la quale Kruscev, abbandonati i toni aggressivi abituali, ammetteva la presenza dei missili a Cuba e si dichiarava disposto al ritiro di tutte le armi offensive se gli Stati Uniti avessero tolto il blocco e avessero garantito di rinunciare ad aggredire l'isola. Era un lettera scritta chiaramente sotto la spinta dei sentimenti e piena di accorati appelli perché venisse scongiurata la guerra.

Ma ci fu ancora un brusco colpo di scena: il mattino del giorno successivo, mentre la Casa Bianca elaborava la risposta da dare a Kruscev, questi fece pervenire una seconda lettera, assolutamente diversa. Mosca proponeva infatti uno scambio: lo smantellamento delle basi a Cuba a fronte di un analogo smantellamento delle basi americane in Turchia. Era la ripresa di una proposta formulata due giorni prima dal giornalista Walter Lippman sul Washington Post, che a sua volta aveva ripreso un'analoga idea che Stevenson, delegato americano all'ONU, aveva già suggerito in privato a Kennedy, che peraltro l'aveva bocciata. Era una doccia fredda inaspettata, ma con tutta probabilità Kruscev si era scontrato con quella che definivamo opinione privata al Cremlino, che lo obbligava a mostrare i muscoli.

Di nuovo la situazione tornava sull'orlo dell'abisso, con i falchi americani che riprendevano vigore e chiedevano un'adeguata risposta militare ai falchi del Cremlino. Fu Robert Kennedy, che si mostrò come sempre il più fedele e assennato collaboratore del Presidente, a trovare la quadratura del cerchio suggerendo, molto semplicemente, di ignorare la seconda lettera di Kruscev ed affrettarsi a rispondere positivamente alla prima. E fu ciò che fece il Presidente americano:

"Egregio Signor Primo Segretario... gli elementi chiave delle sue proposte, che sembrano in linea generale accettabili così come io le ho capite, sono i seguenti: ella accetterebbe di eliminare questi apparati bellici da Cuba sotto un controllo e una supervisione appropriata delle Nazioni Unite, e si impegnerebbe, con convenienti salvaguardie, a sospendere l'ulteriore introduzione a Cuba di simili apparati bellici. Noi da parte nostra accetteremmo, una volta fissati adeguati accordi tramite le Nazioni Unite diretti ad assicurare l'applicazione e la continuazione di detti impegni, di sospendere prontamente le misure di blocco ora in vigore e di dare garanzie contro una invasione di Cuba".

Il messaggio in chiusura enfatizzava dovutamente le responsabilità che incombevano su Kruscev, al quale la Storia dava la possibilità di essere l'uomo che avrebbe salvato la pace mondiale. E si giunse così a Washington alla sera di quel sabato 27 ottobre 1962. Riuscirono a dormire gli uomini di governo americani? Questo la storia non ce lo dice, ma di sicuro ognuno di loro viveva un'ansiosa attesa. Ricordiamoli un attimo: essi erano Dean Rusk, segretario di Stato, Robert Kennedy, ministro della giustizia e soprattutto, di fatto, ascoltato consigliere del presidente, Robert McNamara, ministro della difesa, Maxwell Taylor, comandante generale delle forze armate, Lyndon Johnson, vicepresidente, John McCone, direttore della CIA, Adlai Stevenson, delegato americano all'ONU, Dean Acheson, ex segretario di Stato e consigliere per gli affari internazionali.

Questi uomini sapevano di aver ributtato in mano al Cremlino la patata bollente, né potevano fare altrimenti: ora potevano solo aspettare con trepidazione la risposta di Kruscev, chiedendosi se questi avrebbe potuto tener testa al partito, interno al Cremlino, di quanti ormai propendevano anche a Mosca per lo scontro frontale. Se Kruscev fosse ritornato sulle proposte formulate nella seconda lettera (lo smantellamento delle basi americane in Turchia), volutamente ignorata dal governo americano, non c'era altra via che dar fuoco alle polveri.

Ma il mattino di domenica 28 ottobre 1962 il mondo poté finalmente tirare il fiato. Dal Cremlino arrivò il messaggio del leader sovietico, che aveva colto al volo l'opportunità di salvare la faccia, tirandosi fuori da una situazione che stava precipitando. Kruscev era stato al gioco: gli americani ignoravano la sua seconda lettera, e lui si scordava di averla scritta. Il suo messaggio era conciliante e risolutivo:
"Egregio Signor Presidente, esprimo la mia soddisfazione e la mia riconoscenza per il senso della misura e la comprensione da Lei mostrati per la responsabilità che incombe su di me attualmente ai fini del mantenimento della pace in tutto il mondo... Io considero con rispetto e fiducia la sua dichiarazione contenuta nel suo messaggio del 27 ottobre, secondo cui nessun attacco sarà lanciato contro Cuba e non vi sarà invasione...
In considerazione di ciò, non sussistono più i motivi che ci avevano indotto a fornire aiuti di questa natura a Cuba...".

Infine, la comunicazione più importante: "... abbiamo dato istruzioni ai nostri ufficiali (questi mezzi, come Ella sa, si trovano nelle mani di ufficiali sovietici) di arrestare la costruzione delle installazioni sopra indicate, per smantellarle e rispedirle in Unione Sovietica. Noi siamo pronti ad accordarci con Lei affinché i rappresentanti dell'ONU possano verificare quanto sopra... "

Era finita; ma gli ultimi bastoni fra le ruote li mise un inviperito Fidel Castro, che fece tutto quanto era possibile per rendere impossibile la vita a U Thant, che si era recato a Cuba il 30 ottobre per iniziare le verifiche sugli adempimenti previsti dagli accordi Kennedy - Kruscev. Il leader cubano, estromesso dal gioco, ignorato dagli americani e trattato come un vassallo dai sovietici, cercò la sua rivincita impedendo di fatto al segretario generale dell'ONU di effettuare le ispezioni. Toccò allora al vice presidente del Consiglio sovietico, Anastasij Mikoyan, di iniziare una lunga spola con Cuba, per ricordare all'iracondo Castro alcune elementari verità: Mosca assicurava l'assorbimento della produzione agricola di Cuba, stretta dal blocco economico decretato dagli Stati Uniti, al quale si erano associati molti altri paesi occidentali.

Mosca pagava, e quindi a Mosca bisognava obbedire. E Fidel Castro dovette ingoiare l'amaro boccone, anche se riuscì fino all'ultimo a rendere difficoltosa l'ispezione internazionale, tant'è che i sovietici, per adempiere comunque agli accordi, accettarono che le loro navi da carico, che ora facevano la spola inversa a quella fatta mesi prima, mostrassero il materiale agli elicotteri americani, scoprendo i teloni quando venivano sorvolate a bassa quota. Restò ai cubani la vendetta verbale; e dopo aver definito strip-tease sovietico la procedura di ispezione dall'alto che descrivevamo sopra, coniarono anche uno slogan che recitava: "Nikita mariquita, lo que se da no se quita", cioè "Nikita, vigliacco, ciò che si dà non si toglie".

Peraltro la fine ingloriosa del riarmo cubano non impedì a Fidel Castro di effettuare, nell'aprile 1963, la già programmata visita a Mosca. Il vassallo poteva essere riottoso, indisciplinato fino a un certo punto, ma non poteva scordare l'indirizzo del Re. Resta da chiedersi perché i sovietici dettero i missili a Cuba, apparendo un po' debole la versione del Cremlino, che qualche settimana dopo la conclusione della crisi dichiarò che quegli armamenti erano stati chiesti dagli stessi cubani. Ma se molte cose si potevano e si possono rimproverare a Castro, di sicuro egli non è uno stupido; di sicuro non pensava di poter, dalla sua isoletta, mettersi in guerra con gli Stati Uniti.

L'imponenza degli impianti che si stavano allestendo a Cuba, e il loro carattere indubbiamente offensivo, rende più credibile la versione del leader dell'Avana, che dichiarò che i cubani avevano accettato di ricevere i missili sul loro territorio su richiesta dei sovietici. Aldilà della giustificazione ufficiale di questa richiesta (fatta in nome del socialismo internazionale) appare infatti più credibile che il governo sovietico, dopo la figuraccia rimediata dall'amministrazione Kennedy con l'impresa della Baia dei Porci, avesse pensato che era giunto il momento per fissare un avamposto nel mondo capitalista.
Probabilmente non un avamposto per azioni belliche, ma di certo un ottimo strumento di pressione per i futuri rapporti internazionali e una dimostrazione di forza notevole. Sbagliarono i conti, né seppero prevedere la determinazione di Kennedy. Ma se oggi possiamo scrivere queste note, se il mondo non precipitò nella catastrofe nucleare, bisogna riconoscere ai dirigenti sovietici dell'epoca, in tante altre occasioni cinici e brutali, di aver saputo anche riconoscere il proprio errore e di aver saputo far marcia indietro prima che fosse troppo tardi, pur se indubbiamente favoriti dall'atteggiamento americano che, come ricordavamo sopra, aprì lo spiraglio a Kruscev per salvare la faccia.

Nessuno di fatto voleva la guerra tra i due imperi, perché a tutti era chiaro che una guerra nucleare avrebbe voluto dire lo sterminio dell'umanità; e forse proprio l'esser giunti a un passo dall'orrore aiutò gi uomini di Stato dell'epoca a capire le terribili potenzialità che avevano tra le mani, perché dopo la crisi dei missili di Cuba iniziò la politica della coesistenza pacifica, ossia, per dirla brutalmente, ognuno si faccia i fatti propri, a casa propria, senza però mettere in pericolo l'esistenza stessa del genere umano.

Che poi il concetto di casa propria fosse un po' largo (qualche anno dopo la Cecoslovacchia se ne sarebbe accorta... ) faceva parte dell'immoralità di fondo di un sistema che vedeva due blocchi imperiali contrapposti, consci della possibilità di convivere, facendosi al massimo i dispetti, ma soprattutto con la preoccupazione di tenere a bada ciascuno i propri vassalli.
Ora viviamo in un mondo che non ha più blocchi contrapposti; il potere comunista si è sgretolato da solo e la Casa Bianca gode di una potenza a livello planetario, che le ha consentito "umanissime" avventure come le guerre contro la Serbia e l'Irak. Chi scrive non ha mai nutrito simpatie per il sistema comunista. Ma una domanda sorge spontanea: è davvero migliorata la situazione nel mondo?

di PAOLO DEOTTO


RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Storia della guerra fredda
, di B. P. Boschesi (1945-1962) - Ed. Mondadori, Milano 1977
Kennedy e Krusciev, di Jean Swoebel - Ed. Laterza, Bari 1964
Kennedy
, di Theodore C. Sorensen - Ed. Mondadori, Verona 1966
Top secret: le spie
, di Renzo Rossotti - Ed. SEI, Torino 1969

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di

(ma vi erano installati anche quelli americani in Italia, rivolti verso l'URSS - vedi articolo qui)

(vedi la CRISI DI CUBA - LA DATE )

( e 1962 UN ANNO DA INCUBO )


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