ANNI SESSANTA
LA RIVOLTA GIOVANILE
SCUOTE IL MONDO A RITMO DI ROCK'N'ROLL


di Igor Principe

" Chi va per i cinquanta non potrà fare a meno di provare un'emozione,
al ricordo di quell'anno, il fatidico 1968............ 

Un ricordo che ha mille sfaccettature, piacevoli e spiacevoli. Per alcuni, quella data rimarrà in eterno l'incipit di anni formidabili; per altri, coinciderà con il crepuscolo di un'epoca spensierata e con l'avvento della "notte della Repubblica". Ad ogni modo, è impossibile non scorgere in quel periodo - lungo poco più di un decennio - i segni di un radicale cambiamento nel costume e nel pensiero di milioni di persone, non solo in Italia ma in tutto l'Occidente.

Fu come una lunga scossa elettrica, che - viaggiando sulle onde sonore della musica rock - raggiunse gli studenti di allora e li unì in un impeto di rivolta contro l'ordine costituito. Non è questa la sede per stimare giusto o sbagliato quell'impeto: più modestamente, ci soffermeremo sugli aspetti musicali del periodo compreso tra il 1964 e il 1977, cercando di cogliere differenze e affinità tra il panorama americano e quello di casa nostra.

Un salto indietro. Il rock'n'roll, diversamente da tutti gli altri movimenti, ha una precisa data di nascita: 12 aprile 1954. Quel giorno, infatti, Bill Haley e il suo gruppo (The Comets) registrano una canzone, strutturata come un blues ma eseguita più velocemente. Titolo: "Rock around the clock". E' il big bang; favorito dal suo inserimento nella colonna sonora del film "Il seme della violenza" (1955), il brano fa il giro del mondo e si guadagna fama imperitura. Sulla scia del successo di Bill Haley emergono - veloci come funghi dopo un temporale - gruppi e solisti che scriveranno pagine fondamentali nella storia della musica leggera: Little Richards, Bo Diddley, Chuck Berry, Gene Vincent, Jerry Lee Lewis e altri ancora.

Cominciano, per le famiglie americane, giorni movimentati: padri e madri di tutti gli States devono far fronte alle turbolenze dei loro figli adolescenti, le cui inevitabili tempeste ormonali subiscono - ad opera della frenesia del rock'n'roll - una considerevole amplificazione.
IL "PREOCCUPANTE" PRESLEY Le tradizionali feste di fine anno scolastico diventano sempre più "divertenti", e le preoccupazioni dei genitori crescono insieme al divertimento. I contrasti familiari sono all'ordine del giorno: non è facile mettere d'accordo un papà infastidito dal tambureggiare dei signori di cui sopra e un figlio che glieli propina da mattina a sera. Il peggio si teme quando Elvis Presley fa la sua comparsa all'"Ed Sullivan show", trasmissione televisiva seguitissima negli Stati Uniti. Quella sera, attraverso le telecamere della Nbc, la trasgressione entra nelle case di mezza America: Elvis non lesina provocanti roteate di bacino, guadagnandosi l'appellativo di "the Pelvis" e scatenando un uragano nei desideri sessuali di chi ha un'età compresa tra i quindici e i vent'anni.

Il messaggio viaggia diretto come un treno, sulle note di "Heartbreak hotel", e si traduce in un esplicito invito a lasciarsi andare. Si tratta, però, di un fuoco di paglia; nonostante l'indiscusso carisma di Elvis - vero e proprio "leader" dei giovani - bisognerà attendere ancora qualche anno per assistere all'esplosione di quella contestazione che, intrecciando elementi politici e sociali, stravolgerà la quotidianità delle famiglie, al di là e al di qua dell'Atlantico.
CAMBIO DELLA GUARDIA. Mentre gli Stati Uniti sono intenti ad arginare quel fiume in piena che va sotto il nome di Rock'n'roll, in Italia si pensa soprattutto a uscire dalla profonda crisi economica ereditata dalla Seconda Guerra Mondiale. Alfieri della canzone sono Claudio Villa, Nunzio Gallo, Gino Latilla, Achille Togliani; tutti devoti sudditi della regina Nilla Pizzi. La musica leggera fa sognare, e non passa per la testa di alcuno - cantante, discografico e tantomeno ascoltatore - l'idea di seguire l'esempio che viene dagli States. Ma l'ondata americana è irresistibile, e in qualche anno riesce a percorrere l'oceano per arrivare a bagnare le coste del Bel Paese. ELVIS fa proseliti tra le nuove leve: LITTLE TONY, BOBBY SOLO e - meno sfacciatamente - Adriano CELENTANO rappresentano la versione "all'amatriciana" del Re del Rock. Ma quando costoro cominciano a scalare le hit parade italiane, in America Elvis consegna virtualmente lo scettro nelle mani di un tale Robert Zimmermann, che conoscerà fama mondiale col nome di BOB DYLAN

IL MENESTRELLO DELLA PACE E' il 1962, e l'ex sovrano PRESLEY affianca alla produzione discografica quella cinematografica, recitando in filmettini i quali - per quanto kitsch - riscuotono un discreto successo. Il vento, però, sta cambiando: meglio, "The times they are A-changin'", come canta in quegli anni il menestrello Dylan. Il quale, per attirare a sè milioni di giovani, si serve di una chitarra e di un'armonica, trasferendo nelle parole quella forza devastante che pochi anni prima albergava nei ritmi indiavolati e nelle schitarrate al fulmicotone dei vari Chuck Berry e Bo Diddley.

Corre l'anno 1962, come abbiamo detto, e nei negozi di dischi compare "The freeweelin'", secondo lavoro di un artista nato nel '41 a Duluth, Minnesota, e formatosi culturalmente a New York, nei club del Greenwich Village frequentati da beatnik quali Jack Kerouack, Gregory Corso, William Burroughs, Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti. Dylan unisce la tradizione dei folk singer (suo nume tutelare rimarrà sempre il più noto tra essi, Woody Guthrie) alla protesta sociale degli scrittori beat. Si fa, quindi, cantore di una realtà che sfiora la Terza Guerra Mondiale a causa delle frizioni tra Usa e Urss sulla questione dei missili nucleari sovietici installati a Cuba.

Nasce così una canzone che diverrà l'inno pacifista per antonomasia: "Blowin' in the wind". Il vento pacifista soffia come fosse un ciclone: due anni più tardi, nella calda e sempre assolata California, si assiste alla prima contestazione studentesca della storia. All'università di Berkeley, in quel di San Francisco, uno studente di origini italiane - Mario Savio - tiene a battesimo il "movimento degli studenti". E' il 14 settembre 1964, data significativa poichè segna anche - nell'opinione di molti - la nascita del rock. A differenza di suo papà rock'n'roll, interprete di un cambiamento circoscritto all'ambito musicale e sociale, il rock è sfacciatamente politico. Non solo la crisi cubana e la rivolta studentesca possono considerarsi il motore della protesta.

IL MEGAFONO DI UNA GENERAZIONE Ad essi vanno aggiunti la lotta per i diritti civili dei neri e di altre minoranze, il rifiuto della guerra del Vietnam (cominciata due anni prima) e, non ultimo, il colossale choc provocato dall'assassinio del presidente Kennedy a Dallas (22 novembre 1963). L'America è come bruscamente svegliata da un sogno bellissimo, quello di una "nuova frontiera" di pace e serenità. I giovani, nella loro ingenuità, fiutano un futuro di incertezze, e cercano nella protesta collettiva una via che porti ad un mondo migliore. Il rock diventa quindi il megafono di una generazione idealista e confusa, che si identificherà totalmente nelle parole e nella musica di artisti quali CROSBY, STILLS, NASH & YOUNG, JIM MORRISON, JIMI HENDRIX, JANIS JOPLIN, "eroi maledetti" ma anche splendidi interpreti di canzoni che hanno fatto la storia della musica leggera.

IL MOVIMENTO HIPPIE - I primi fermenti rivoluzionari si espressero attraverso il movimento hippie. Sull'onda del conflitto armato che vede impegnati in Vietnam migliaia di giovani americani tra i diciannove e i venticinque anni, chi tra loro non è partito per quella giungla sente il dovere di manifestargli solidarietà con slogan "Fate l'amore, non fate la guerra". Gli hippie sono la quintessenza del pacifismo: sognano un mondo senza più guerre, di persone libere di fare ciò che desiderano senza restrizioni. Essi, quindi, inaugurano le pratiche della libertà totale seguendo l'insegnamento delle mistiche orientali, favorendo l'espansione della coscienza, l'utopia.

Un forte aiuto viene loro dal consumo di droga: hashish, marijuana e lsd gareggiano con gli alimenti di prima necessità, al punto da favorire la nascita di una musica concepita proprio per accompagnare stati di alterazione da stupefacente. E' quella che viene chiamata "musica psichedelica": una sequenza di suoni cantilenanti e ripetitivi, intervallati da improvvise accelerazioni, che guidano l'ascoltatore in un cosiddetto "trip", ossia un viaggio alla ricerca dell'emozione forte. I limiti della morale comune si abbassano notevolmente: si organizzano meeting erotici, chiamati Love-in, si vive sempre di più insieme, stravolgendo il concetto canonico di famiglia e inaugurando quel mito del collettivo che si affermerà come vedremo - con una forza dirompente anche nella vecchia Europa.

QUELL'ANNO FATIDICO - Il rifiuto della società che gli hippie chiamano consumistica, e il ritiro in una vita agreste e semplice, in un socialismo primitivo dove non esiste proprietà privata, fanno da sfondo alla deflagrazione del rock. Non importa che le venature musicali siano jazzistiche, o pop, o folk: quel che conta è appoggiare senza riserve la filosofia rivoluzionaria che promana dalla baia di San Francisco, luogo di nascita degli hippie (molti di loro, infatti, fanno parte di quel movimento studentesco di cui abbiamo parlato in precedenza).
Due, in particolar modo, sono i soggetti musicali che, accanto al sempre presente Dylan, fanno da menestrelli della rivoluzione: Grateful dead e i Jefferson Airplane. I primi, genuino prodotto da comunità hippie, non abbandoneranno mai l'idea di musica come veicolo onirico: la chitarra di JERRY GARCIA, loro leader, passerà alla storia come la miglior compagna di "trip" dopo quella di HENDRIX.
Differente sarà la sorte dei Jefferson airplane: partiti dalle stesse sponde dei Grateful, approderanno poi ad un rock politico quando, nel 1970, daranno alla luce l'album "Volunteers", apertamente ostile a quella guerra in Vietnam che non intende concludersi. Ma rimaniamo agli anni in questione, in particolare al 1967.

Un anno fatidico, per la storia del rock. E' quello della "summer love" proclamata dal movimento hippie e, al contempo, dell'uscita del disco che cambierà il modo di fare musica pop: "Sg.t Pepper's lonely hearts club band", dei favolosi Beatles. I quattro di Liverpool, sino ad ora trascurati dal nostro racconto, formavano - insieme ai rivali Rolling Stones - un "movimento trasversale", che univa i giovani di tutto il mondo indipendentemente dall'appartenenza ad un gruppo specifico.
Anche in Italia dove gli anni precedenti il '68 videro l'affermarsi di personaggi quali GIANNI MORANDI, GINO PAOLI o MINA - i "FAB FOUR" riscuotono un buon successo, anche se non paragonabile all'isteria collettiva che colpisce migliaia di giovani britannici e americani. La loro musica, d'altronde, è semplice e orecchiabile; le loro canzoni sono come un dolce casereccio ma buonissimo: pochi accordi ne costituiscono gli ingredienti, eppure la combinazione è fenomenale.

I BEATLES IN ORBITA "Yesterday", "Michelle" e almeno altri venti brani detengono il primato di più eseguiti nel mondo. Il '67, dicevamo, è per i Beatles un anno fondamentale. Reduci da un'esperienza di qualche settimana in India nella comunità capeggiata dal santone Marahishi Mahesh, i cui insegnamenti erano tenuti in grande considerazione da GEORGE HARRISON, una volta rientrati in studio di registrazione scaricano sulle bobine una musica nuova, nella quale parole e note si fondono alla perfezione in un prodotto che - perfettamente in sintonia con la cultura hippie - si adatta a meraviglia alla logica di mercato, vendendo milioni di copie su tutto il pianeta.

Per la prima volta nella storia del rock un disco reca pubblicati i testi delle canzoni, e che testi: si parla di viaggi lisergici (Lucy in the sky with diamonds), di miti collettivi e del valore dell'amicizia (With a little help from my friends), di sogni pacifisti (A day in the life). Praticamente la summa del pensiero hippie, però divulgata dal gruppo rock più famoso sulla faccia della terra.
In quel momento, la maggioranza dei giovani del pianeta si sente parte della grande famiglia dei "figli dei fiori".
Mentre gli Usa, e in parte l'Inghilterra, devono vedersela con un movimento giovanile determinato a realizzare l'utopia della società ideale, nel nostro Paese si pensa ancora ad ascoltare musica per puro divertimento. L'impatto con il ciclone Beatles sortisce l'effetto di un temporale estivo.
Ai tre concerti che il gruppo tiene in Italia nel 1965 - complici i prezzi troppo elevati, corrispondenti a circa 100.000 lire attuali - partecipano poco più di trentamila persone. Il loro ultimo concerto (29 agosto 1966, Shea stadium di San Francisco) fu visto da 65.000 ragazzi. La ragione di questo fenomeno è molto semplice: pochi, in Italia, conoscevano l'inglese, e non avevano molta voglia di cantare canzoni delle quali non comprendevano il significato. Ecco perché privilegiati furono i cantanti nostrani.

Tra i vari Nico Fidenco, Jimmy Fontana, Celentano e Bobby Solo, il vero re del mercato discografico è GIANNI MORANDI. Faccia da bravo ragazzo, dimostra meno dell'età che ha ed è sicuramente più innocuo dei suoi "smidollati" colleghi d'oltreoceano.

E IN ITALIA ANCHEGGIA CELENTANO Ma non è il solo, in Italia, a suscitare quel sentimento; la maggior parte dei cantanti degli anni '60 ha l'aspetto del ragazzo della porta accanto. Il massimo della trasgressione è compiuto da Adriano Celentano, che in un Festival di Sanremo attacca "24.000 baci" dando le spalle al pubblico e ancheggiando furiosamente. Ma qualcosa sta cambiando. Gli echi di Bob Dylan, Kerouack e Ginsberg pian piano arrivano a bagnare le coste del Bel Paese e a influenzare alcuni gruppi che non perderanno tempo nel definirsi "Beat". Sono i DIK DIK, L'EQUIPE 84, I NOMADI, I GIGANTI, autori di testi più impegnati e rivolti al vento di novità che arriva dagli States.

I genitori, già restii nel comprendere la passione dei propri figli per i Celentano, i Don Backy o i Bobby Solo, si trovano letteralmente spaesati di fronte a ragazzi che all'ora del desco, tra uno spaghetto e l'altro, discutono di pacifismo, di mondi migliori e di crisi dei valori di una società che sembra invecchiata di colpo.
I più audaci sostengono convinti che "...Dio è morto, nei bordi delle strade, nelle auto prese a rate, nei miti dell'estate". Le madri si fanno il segno della croce, e a nulla servono le parole dei loro pargoli, pronti a spiegare che si tratta di una canzone dei Nomadi scritta da GUCCINI, il quale a sua volta l'ha ripresa dalla poesia di Ginsberg "L'urlo".

La protesta sociale, pian piano, raggiunge l'intensità che la caratterizza negli Usa. Teatro delle canzoni del beat italiano non è l'università, né i circoli letterari (come accadeva a New York, nel Greenwich Village), bensì una discoteca che farà epoca: il Piper Club, a Roma. Aperto nel 1965, il locale di via Tagliamento fa da alcova per il beat tricolore: vi suonano tutti i calibri dell'epoca, e su quel palcoscenico nasceranno due stelle, CATERINA CASELLI e PATTY PRAVO. La prima favorirà di molto l'ingresso della musica anglofona in Italia, grazie alle interpretazioni - rigorosamente tradotte - dei brani di Otis Redding, di Cat Stevens (altro grande eroe hippie americano), dei Rolling Stones.

La seconda, invece, introdurrà a pieno titolo la parola "scandalo" nel vocabolario musicale, cantando temi scabrosi come l'omosessualità e il ménage à trois. I giovani italiani sono in fermento: sentono che è giunta l'ora di farsi sentire, proponendo un messaggio che abbia una sostanza. La canzone, quindi, si appropria di contenuti anche politici, soprattutto da parte dei cantautori, alcuni dei quali scriveranno veri e propri "manifesti" di quella contestazione sessantottesca che ormai è pronta a deflagrare.
(Fine prima parte - Autore IGOR PRINCIPE)

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