ANNO 1968 -
( Anno 1968 - Decima Parte )

La voce della contestazione... ("" Ragazzi...facciamo paura! Capite? "loro" hanno paura di noi!!! "")
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di Giovanni De Sio Cesari
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Indice: premessa - centralità dei giovani - momento storico -
matrice marxista - matrice psicanalitica -
visione del mondo - effetti del '68

PREMESSA

Questo lavoro non intende ripercorrere la storia del Movimento originatosi nel ’'68 ma mettere in luce le idee fondamentali alle quali esso si ispirò.

In realtà non esiste un complesso organico di idee, una ideologia del '68: ci sono molte posizioni diverse e contrastanti tanto che, nella realtà concreta di tutti i giorni, ogni gruppo o gruppetto pareva in lotta con tutti gli altri più che con la società borghese in generale: ciascuno accusava l’altro di essere oggettivamente fascista, capitalista, borghese.

Tuttavia è possibile rintracciare idee e, ancora più, atteggiamenti mentali comuni che resero quei movimenti inconfondibili, sia pure nelle profonde diversità delle posizioni. Possiamo dire che esse sono caratterizzate non tanto da fini comuni ma dell’ esser contro: l’atteggiamento fondamentale è quello di voler cambiare tutto e quindi il vero nemico è tutta la società costituita fino ad allora.

L’anima vera del '68 consiste in un aspirazione a una palingenesi sociale che nel passato si era incarnata nei movimenti millenaristici.
i giovani sentirono una aspirazione alla pace alla giustizia alla libertà ma, direi meglio, al BENE, non a questo o quel bene ma proprio al BENE.

Il capitalismo giustifica le disuguaglianze e mette a fondamento l’egoismo individuale, il nazionalismo teorizza la guerra ed esalta l’egoismo nazionale, il colonialismo afferma la superiorità di alcuni popoli su altri e giustifica il dominio degli uni sugli altri. Ma essi invece crederono veramente alla possibilità di instaurare l' uguaglianza, la solidarietà la pace, che il male della terra non sarebbe esistito per sempre ma che poteva essere eliminato, che la malvagità dipendeva solo da una società sbagliata e che se essa fosse stata corretta gli uomini si sarebbero liberati per sempre della catene dell’egoismo.
Soprattutto credettero che tutto questo poteva essere fatto in poco tempo che anzi ormai l’ora era giunta.

CENTRALITA’ DEI GIOVANI

La prima e più evidente caratteristica del '68 fu il porsi della gioventù come categoria sociologica a parte, autonoma e privilegiata.
Sempre sono esistiti i movimenti giovanili nei partiti come nelle chiese e in tutti i gruppi sociali. Ma essi erano considerati dei vivai da cui in seguito sarebbero stati attinti i componenti delle classi dirigenti che erano sempre persone mature, se non propriamente anziane. Si riproduceva la struttura fondamentale di ogni società: i giovani imparano e si preparano e fra essi quelli che hanno dato buona prova, in seguito, potranno aspirare ad occupare posti direttivi. Non è che un ufficiale appena nominato guidi un esercito o un prete appena ordinato diventa vescovo: esiste una carriera, più o meno lunga, e solo alla fine di essa è possibile raggiungere i posti più elevati.

Il '68 invece è essenzialmente un movimento giovanile che si pone in contrasto radicale e drammatico con le generazioni mature: esistono figure di persone anziane, i grandi vecchi, che i giovani possono seguire e idolatrare pure. Ma si tratta di eccezioni: sostanzialmente il frutto dell’esperienza viene negato. Ai giovani è assegnato un compito di palingenesi universale, di guidare il mondo verso il radioso futuro, verso la Rivoluzione definitiva che tutto appianerà : la classe rivoluzionaria in effetti non è più il proletariato ma i giovani: non più in posizione subordinata, in attesa di raggiungere la esperienza e la maturità necessaria.

E’ questo, a nostro parere, l'aspetto qualificante e basilare che si riscontra in ogni campo: esiste quindi una modo di vestire giovanile, una musica giovanile, una sessualità giovanile, tutto un modo di essere dei giovani che gli adulti non possono capire: la naturale continuazione della cultura familiare va in frantumi.
Gli anziani, le persone mature sono invece riguardati come quelli che si sono già inseriti nella vita sociale ed economica della società corrotta e quindi corrotti anche essi dalla cultura borghese, dalla società costituita, dal consumismo, dalla tradizione: solo i giovani hanno la possibilità di comprendere la realtà perchè non ancora inseriti nel meccanismo infernale messo su dalla borghesia.

In effetti gli adulti furono sempre estranei al movimento anche quando lo guardarono con simpatia: i padri anche se erano comunisti avevano grande senso della disciplina di partito, forti valori familiari: i figli erano contestatori di ogni disciplina e avevano in orrore i valori tradizionali della famiglia.
Il criterio della autonomia della gioventù ci permette anche di limitare concettualmente il '68. in quell’anno ci furono molti avvenimenti epocali che, pure alimentando il '68, non ne possono essere considerati parte perchè mancava il carattere discriminante della autonomia giovanile.
In Viet nam ci fu l’offensiva del Tet che pose il problema della guerra e anzi fu un elemento essenziale del '68 stesso: però in quel caso non si trattava certo di un movimento giovanile ma di soldati, spesso molto giovani, ma che lottavano agli ordini di persone anziane e sperimentate.

Nemmeno possiamo includervi gli avvenimenti di Praga con l’invasone sovietica che pure ebbero un grande impatto: anche in quel caso il movimento per un socialismo dal volto umano non era un movimento giovanile.
Anche l’inizio della lunga lotta del movimento palestinese influì molto ma nemmeno esso era certamente un movimento giovanile.
A volte furono prese a modello le Guardie Rosse della Rivoluzione Culturale cinese che apparentemente poteva sembrare un movimento giovanile: tuttavia in realtà si trattava di qualcosa molto diversa e quei giovani erano praticamente uno strumento delle lotte di vertice del partito comunista cinese.

MOMENTO STORICO

A considerare il momento storico, ci si stupisce che un tale movimento possa essere sorto nel 1968. Almeno a una prima analisi sembra davvero strano che esso si sia manifestato proprio nel momento in cui nella società “capitalista ” le masse avevano raggiunto livelli di vita insperati e il modello comunista appariva già allora in evidente crisi ma per quanto possa, a prima vista sembrare paradossale, furono proprio questi elementi a permettere il '68.
Analizziamo quindi i due fattori.

L’Europa, era uscita dalla Seconda Guerra Mondiale a pezzi, vincitori e vinti, senza grosse differenze. La ricostruzione, però, fu insperatamente rapida anche per il sostanzioso aiuto americano del piano Marshall.
Era seguita, quindi, una età veramente eccezionale, l’età dell’oro, come la definì Hobsbawn, nella quale i lavoratori avevano raggiunto livelli di vita prima del tutto impensabili. In Italia, in particolare, nel primo dopoguerra si pensava, da destra e da sinistra, che con grande difficoltà l’Italia avrebbe potuto raggiungere i livelli degli anni trenta: ci fu invece quello che fu detto il miracolo economico: divennero patrimonio generale gli elettrodomestici, le auto, le vacanze, si arrivò al consumismo: i più anziani vedevano stupefatti i cambiamenti, molti lamentavano la perdita degli antichi valori, in effetti nella storia non c’era mai stato un periodo tanto breve nel quale ci fossero stati cambiamenti tanto grandi. Il mondo della fine degli anni 60 era radicalmente mutato da quello dell’anteguerra. L’Italia agricola e affamata di sempre era sparita per dar posto all’Italia delle file sull’autostrade per le vacanze: del consumismo, come si disse.

Il Partito Comunista colse la novità: l’idea della rivoluzione comunista, grande e generale, che già era stata accantonata per motivi contingenti di assetto internazionale ai tempi di Togliatti, venne esclusa definitivamente. Il sostanziale fallimento del modello sovietico era ormai evidente: il muro di Berlino ne era una prova tangibile. Lo strappo con Mosca avvenne proprio in quell’anno con l’intervento che soffocò la primavera di Praga e il socialismo dal volto umano cioè, in pratica, si evidenziò la impossibilità di riformare il comunismo.
Come pensare che proprio in quel momento storico sarebbe divampato un movimento che volesse instaurare il comunismo ?

In realtà il mondo concreto della politica e della società, il mondo adulto insomma, andò nella direzione che questi avvenimenti indicavano: ma per i giovani del '68 l’interpretazione fu molto diversa .

Gli anziani paragonavano il mondo attuale a quello della loro giovinezza e vedevano differenze immense, mete mai sognate: i giovani non potevano ricordare quello che il mondo era appena qualche decennio precedente: non potevano quindi avere coscienza dell’immenso cammino percorso.
Non prendavano nemmeno in considerazione come termine di paragone il mondo sovietico considerato ormai, un capitalismo di stato, un tradimento del vero comunismo.
Il loro termine di paragone non era un il mondo reale di prima ne quello sovietico del tempo ma un modello ideale.
Videro che il benessere non era ugualmente diffuso, che alcuni ceti erano privilegiati, che vi erano molte ingiustizia sociali e disuguaglianze insopportabili.
Si convinsero allora che queste ingiustizie e disuguaglianze non avevano cause oggettive, strutturali, difficili da rimuovere ma sarebbe potuto facilmente essere superate solo che una piccola classe di sfruttatori fosse stata eliminata.

La rivoluzione era a portata di mano, tutto e subito: era cosi facile: bastava qualche manifestazione, bastava dirlo al popolo ed esso sarebbe insorto. In fondo erano le stesse illusioni che si erano manifestate agli inizi degli anni Venti nei qual si pensava che la rivoluzione dalla Russia sarebbe naturalmente dilagata in tutto il mondo e che il giorno radioso era ormai giunto: questione di mesi , più che di anni.
Mancava certamente la esperienza della difficoltà della Rivoluzione come le avevano vissute quelli che veramente la avevano tentata: i comunisti .

Il PCI invece si era ben reso conto del tramonto della rivoluzione bolscevica e dichiarava che era venuta meno la spinta propulsiva della Rivoluzione di Ottobre; un modo elegante per dire che ormai era superata, un fatto storico del passato, insomma, non dell’avvenire, da studiare con il metro storico, non un modello a cui ispirarsi.
Il PCI si spostava quindi su posizioni sempre più moderate: ma in questo modo non attirava più, come era avvenuto nel passato, i giovani pieni di ardore rivoluzionario. La disciplina di partito aveva sempre mantenuto la spinta rivoluzionaria entro limiti accettabili: quando si erano manifestate pericolose spinte (come in occasione dell’ attentato a Togliatti o per i fatti di Genova del ‘60) il Partito era sempre intervenuto decisamente perchè le cose non andassero troppo oltre: praticamente il PCI era stato sempre un fattore di stabilità; la rivoluzione comunista non era scoppiata in Italia sostanzialmente perche il PCI lo aveva sempre impedito.

Ma ora lo spostamento sempre più evidente del PCI su posizioni moderate, se rispondevano correttamente e a una necessità politica, tuttavia lasciava uno spazio a sinistra abbastanza ampio, subito riempito da una galassia di partiti, partitini e gruppi più o meno spontanei che non avevano più un punto di riferimento, una visione di insieme realistica della società. I giovani del '68 quindi giudicarono il PCI sostanzialmente la retroguardia della borghesia, l’ultimo baluardo dello stato capitalista.
Mancava quindi anche una organizzazione gerarchica di partito in cui i giovani potessero essere inseriti: i giovani non avevano più gerarchie da rispettare.

MATRICE MARXISTA

La maggiore ispirazione culturale del '68 fu senza altro il pensiero di Marx. Si trattava pero di una rilettura di Marx diversa da quella tradizionale che aveva prevalso con Lenin e adottata quindi dal socialismo reale, cioè dai regimi comunisti che si erano diffusi in tanta parte del mondo.
Il comunismo sovietico e poi quello cinese avevano fatto leva essenzialmente sulla estrema miseria delle masse. La Prima Guerra Mondiale aveva aggravata la crisi della Russia zarista così come il disordine interno o le guerre civili fra i signori della guerra avevano gettato la Cina all’estrema disperazione. Masse immense di affamati e di disperati videro nella rivoluzione comunista la salvezza e vi aderirono entusiasticamente, come l’unica soluzione possibile.

Ma nell’Occidente del consumismo non c’erano masse affamate e disperate a cui rivolgersi.
Marx veniva allora rivisto privilegiando la chiave umanistica più che quella propriamente economica. Il comunismo non viene cioè visto solo come un modo di migliorare le condizioni economiche delle masse ma soprattutto come la soluzione dei problemi esistenziali, della realizzazione dell’uomo, di cui il fatto economico era solo un aspetto, anche se importante e fondamentale: si vuole insomma la felicità più che il benessere economico.
Non si pone l’accento tanto sull’analisi della produzione che era stata l’oggetto proprio del Capitale ma su quella della condizione umana di cui pur c’erano pure ampi tratti nel pensiero marxista.

La parola chiave diventa quindi alienazione. Nella società capitalistica borghese il male non è tanto e solo le condizione economica ma il fatto che l’uomo non vede realizzato la sua personalità e si sente alienato, una cosa tra le cose, una merce fra le merci come pure Marx aveva affermato. L’alienazione non riguarda solo le classi più povere ma tutti: la liberazione promessa quindi è la liberazione promessa a tutti perché l’alienazione delle società borghese riguarda ricchi e poveri.
La società comunista allora viene vista come la quella nella quale l’uomo, liberato dalle catene dell’egoismo può finalmente realizzare la sua vera natura e personalità: una società senza sfruttati e sfruttatori, senza disuguaglianze, senza ingiustizie, senza violenze, senza guerra.

Il modello ideale era tale da catturare la immaginazione dei giovani inesperti delle cose della vita: di fronte a un tale potente e affascinante modello la società reale effettiva apparve come il male, il male radicale. Il contestatore del '68 non vuole questo o quel miglioramento particolare della società: vuole la vera società la vera civiltà il vero comunismo. In questa prospettiva il comunismo realizzato appare del tutto inadeguato, un capitalismo di stato, un regime economico nel quale i capitalisti sono sostituiti dallo strutture dello Stato in cui però le barriere dell'egoismo non sono cadute e l‘uomo non può quindi realizzarsi.
In quanto alienato l’uomo cioè non è riconosciuto in quanto tale ma solo come un produttore-consumatore, una rotella di un meccanismo economico che lo trascende e nel quale esso perde la sua individualità.
Ci si rifà alla Scuola di Francoforte che dava una lettura di Marx in chiave esistenziale: la scuola era appena conosciuta al di fuori della cerchia degli studiosi ma divenne improvvisamente popolare. Soprattutto divenne notissimo il Marcuse, che dalla oscurità delle università ebbe improvvisamente risonanza mondiale e fu acclamato come il grande profeta del '68.

Seguiamo brevemente il suo pensiero espresso nella sua opera che divenne popolarissima presso i giovali del '68: “L’uomo a una dimensione
Si parte dall’idea che la libertà offerta dalle società democratica attuale è solo apparente perchè in effetti vi sono infiniti meccanismi di persuasione occulta che fanno si che la gente pensi quello che il potere voglia che pensi. La libertà infatti all’inizio della civiltà industriale fu un mezzo necessario di rottura ma ora è divenuta uno ostacolo perchè l'industria ha bisogno di una società formata da individui tutti uguali, come rotelle di un grande meccanismo, ciascuno funzionale al tutto.
I movimenti religiosi e filosofici hanno assunto il ruolo di “misure igieniche” cioè di mezzi di sfogo di certe insoddisfazioni che nell’insieme rafforzano il dominio della grande industria.
Marcuse non presenta vere e proprie indicazioni per superare la società attuale. Afferma che il mondo moderno restringe la razionalità al suo orizzonte e dichiara ogni altra possibilità come assurda. Marcuse riconosce che il popolo, la classe lavoratrice è ormai inserita nel meccanismo produttivo e quindi non può fare la rivoluzione.
Si prospetta il grande rifiuto come contestazione globale di tutta la società. Essa può venire da gruppi sfruttati ed emarginati, da minoranze razziali: forse è una nuova calata di barbari ma potrebbe essere la vera civiltà perche, a volte, gli estremi della civiltà e della barbarie si toccano.

Come si vede non viene prospettata nessuna soluzione concreta: la sconsolata analisi non pare che ammetta soluzioni.
Ma per il '68 questa fu una caratteristica generale: non si cercava soluzioni realistiche ma solo l’abbattimento della società attuale: poi, come diceva una famosa scritta alla Sorbona: la fantasia al potere. Il '68 infatti non ha un vero programma da attuare, solo una società marcia da abbattere dopo la quale sarebbe venuta la vera civiltà.
In effetti a ben vedere questa era anche una delle caratteristiche del pensiero marxista. il Capitale è infatti l’analisi della società capitalistica secondo la quale questa era destinata a crollare in breve tempo: ma non aveva una sua teoria dello stato che si sarebbe invece estinto (teoria del deperimento dello stato). La società che sarebbe nata non era prevedibile e quindi Marx non volle descriverne i caratteri come invece era molto comune nei socialisti dell’800, tutti intenti a delineare anche nei minimi particolari la nuova società dell’avvenire.

Ciò che mancava però nell’analisi di Marcuse rispetto a quella di Marx era che non veniva scientificamente individuato il meccanismo che avrebbe fatto esplodere la società capitalistica: per Marx sarebbe stato il proletariato immiserito, cioè la stragrande maggioranza della popolazione. Marcuse si rendeva conto che questo ormai non era più possibile ma pensava vagamente ad alcune minoranze: ma non si vede come minoranze emarginate possono rovesciare società sostenute dalle grandi maggioranze.
I giovani d’altra parte non si rendevano conto che essi costituivano piccole minoranze: credevano di avere dietro di loro la grande maggioranza del popolo, del proletariato, delle masse, insomma, come si diceva.

MATRICE PSICANALITICA

L’altra grande matrice culturale a cui si ispirò il '68 fu quella psicanalitica, propriamente nella sua variante, cosi detta, di sinistra. Freud aveva teorizzato la centralità della sessualità ma aveva anche sostenuto, e vigorosamente, la necessità della sua repressione: la civiltà, la cultura, l’etica, la nostra vita sociale tutta nasceva, secondo Freud, dalla capacità di porre sotto controllo l’istinto sessuale che, lasciato a se stesso, era distruttivo. Quindi, anche se in casi particolari, la repressione sessuale ( soprattutto il superamento del complesso di Edipo ) poteva portare a nevrosi, tuttavia essa era inevitabile: al più bisognava stare attenti a non esagerare, a non creare situazioni troppo drammatiche .
Ma la Sinistra Freudiana ( soprattutto William Reich) sostenevano che il complesso di Edipo veniva superato spontaneamente se non si fosse messo in atto un meccanismo repressivo: in generale la sessualità doveva quindi manifestarsi liberamente, la sua repressione o irrigidimento in vie e regole prefissate rendeva l’uomo, egoista, avido violento, insomma era la radice del male e della infelicità.

La psicanalisi cosi intesa giustificava d’altra parte un mutamento radicale della società che si andava attuando in quegli anni: l’eclisse della millenaria etica sessuale: i rapporti fuori dal matrimonio da sempre visti come il male, il peccato ( anche dai comunisti ) vengono accettati come una liberazione.
Con essa si veniva a intrecciare la liberazione della donna, il femminismo. Le particolari limitazioni, che da sempre avevano contraddistinto l’ universo femminile, le tradizionali doti femminile come la modestia, il pudore, la verginità prematrimoniale, lo spirito di sacrificio erano visti come conseguenze nefaste della repressione: il ruolo della donna era cambiato e non si doveva distingueva dal quello dell’uomo.
Si parlava di maschilismo come un fattore della più generale repressione sessuale che ingabbiava, d’altra parte, uomini e donne, repressione che aveva la funzione di mantenere il dominio della borghesia.
La borghesia diventava stranamente la depositaria della morale tradizionale mentre in generale erano stati i ceti borghesi ad abbandonare la morale sessuale tradizionale che era invece ancora salda nelle classi più povere. Il divorzio cessò di essere visto come un fatto borghese e fu visto, stranamente, come una esigenza del proletariato.

VISIONE DEL MONDO

In realtà le due matrici si fondevano.
Si teorizzava che la repressione avesse una matrice politica (oppressione della borghesia capitalistica ) e una psicologica: (oppressione della regole morale), anzi si riteneva che ambedue fossero espressione di una unica società oppressiva.
Benchè Freud e Marx partissero da presupposti e metodi del tutto diversi tuttavia apparve che essi si incontrassero in un aspetto fondamentale: la repressione sociale crea il male, l’uomo di per se è buono: un ritorno in chiave moderna al mito del buon selvaggio, caro all’Illuminismo.

In verità nel marxismo l’uomo viene considerato un prodotto della società e si nega decisamente che esista una natura vera, una essenza dell’uomo, concetto questo proprio del pensiero religioso (come base della morale naturale): tuttavia nella prospettiva della lettura umanistica di Marx, il principio che la natura dell’uomo è data dalla storia viene generalmente poco percepito e accantonato di fronte all’idea che l’uomo realizzato nella società comunista sarebbe stato l’uomo vero.
Per Marx la repressione nasceva dalla classe dominante che voleva mantenere il proprio potere con la ricchezza, per Freud invece era imposta da quelli che volevano mantenere i proprio potere con la morale tradizionale: in ambedue i casi pero bisognava combattere contro le regole della società, i divieti: VIETATO VIETARE era una parola chiave del '68.

La percezione del mondo nella contestazione del '68 è estremamente netta e lineare: da una parte il bene dall’altra il male, una linea netta che distingue i due campi senza possibilità di commistione: tutto era bianco o nero. Il grigio non esisteva.
In altri termini il contestatore non cercava di distinguere in ogni fatto gli aspetti positivi e quelli negativi ma classificava ogni fatto come negativo o positivo, secondo che appartenesse al campo del male o al campo del bene.
Questa semplificazione estrema fu uno fu il maggior fascino del movimento: il bene e il male erano facilmente riconoscibili e ci si metteva, con grande entusiasmo e generosità, al servizio del bene e si era sicuri di essere nel giusto: quelli che si opponevano erano i rappresentanti del male che ne fossero o meno coscienti.
Era poi anche tanto facile: non lunghe e complicate analisi, non il confronto difficile con la realtà effettiva, con fatti sempre complessi e contraddittori: in ogni cosa bisognava capire se era di destra o di sinistra nella particolarissima accezione che si dava a questo termini.

Nel campo della destra e quindi del male veniva posto innanzi tutto il capitalismo: tutto quello che poteva essere rapportato ad essi era certamente il male: non si cercava di veder quali fossero gli aspetti positivi o negativi del capitalismo.
La borghesia era la classe che sosteneva il capitalismo: quindi in essa non poteva che far parte del campo del male: nulla che fosse borghese poteva essere bene e tutto quello che era male era borghese.
L’America rappresentava essenzialmente il capitalismo: quindi tutto quello che facevano gli americani era sempre e comunque male e tutto quello che di male avveniva nel mondo doveva essere in qualche modo in relazione con l’America.
Nel campo del male veniva posta anche quindi la autorità qualunque fosse poi la natura ( familiare, scolastica, religiosa, sociale, amministrativa ): ciò che si opponeva alla autorità era sempre il bene.
Nel campo del bene vi era il proprio modello di società , nel campo del male tutto quello che si opponeva ad esso.
Nel campo poi del male finivano anche tutti quegli indirizzi che pure essendo propri della contestazione stessa tuttavia divergevano dalle proprie idee e quindi oggettivamente favorivano il male: in pratica ogni gruppo era in lotta accesa con gli altri gruppi contigui non meno che con i nemici comuni.
Comunque essi immaginavano di combattere una gigantesca lotta a livello mondiale, politica e culturale fra fascismo e comunismo: tuttavia i due termini non avevano il significato proprio.
Per fascismo non si intendeva solo i seguaci di Mussolini che in pratica non esistevano quasi più; sotto la categoria di fascista si ponevano tutti i regimi autoritari e dittatoriali, tutti i regimi democratici parlamentari, tutte le manifestazioni autoritarie: il professore severo era fascista, si poteva essere fascisti perfino a letto.

Il comunismo non era più identificato con i regimi dell’est ma era una categoria nella quale rientrava il modello ideale che si aveva in mente.
Le motivazioni di una semplificazioni così estrema vanno spiegate:
innanzi tutto esse erano semplici ad essere utilizzate dai giovani poco esperti e poco disposti a lunghe e complicati studi e soprattutto, alieni dall’accettare l’insegnamento degli esperti e quindi implicitamente degli adulti.
Cercare di capire cosa avvenisse in Palestina o in Viet nam poteva essere molto difficile: sarebbero occorse complesse conoscenze storiche, sociologiche, economiche non alla portata di tutti: ma bastava invece osservare da che parte fossero gli Americani per sapere subito dove fosse tutto il bene e dove tutto il male. In complesse scelte economiche non occorreva conoscere i difficili principi dell’economia: bastava veder da che parte fossero gli industriali e cosi via.

Il giovane, senza avere particolari conoscenze, poteva quindi in questo modi discettare di crisi internazionale, di scelte economiche difficili, di società e di morale: tutto appariva facile, evidente nello schematismo del '68: non occorrevano gli esperti, carichi di studi e quindi di anni, che avrebbero vanificato l’essenza stessa dell’autonomia giovanile.
Però non basta questo: occorre anche comprendere come le matrici culturali marxista e psicanalitica offrissero gli strumenti culturali essenziali a tali semplificazioni.
Il marxismo presentava il concetto di mistificazione o di falsa coscienza. Marx aveva affermato, in sostanza, che il pensiero fosse un epifenomeno della realtà materiale, che le manifestazioni culturali (religione, diritto, anche scienza) fossero sovrastrutture delle strutture economiche. Pertanto ogni idea poteva essere sostanzialmente ricondotta alla matrice economica sociale di cui era sostanzialmente una manifestazione. Il concetto in Marx è molto complesso e da’ adito a molte contraddizioni e critiche: tuttavia fu preso in modo molto semplice e banale.
Se qualcuno esprime una opinione, che fosse in qualche modo favorevole alla borghesia, al capitalismo, all’America non si cercava di vedere se essa corrispondessero o meno alla realtà effettiva: si deduceva immediatamente che essa era espressione della borghesia, del capitalismo, dell’America e quindi veniva posta immediatamente nel campo del male. Non si giudicava una idea secondo la corrispondenza alla realtà ma secondo il campo di appartenenza: c’e una cultura borghese da denunziare e da rigettare e una cultura proletaria comunista da accettare.

Ancor di più la psicanalisi si prestava a un meccanismo di questo genere. Per Freud infatti le idee che abbiamo sono il mascheramento. la razionalizzazione di idee profonde rimosse che non possiamo manifestare per la censura operata dal super io: ad esempio il fervore religioso è l’espressione della impossibilità psicologica di esprimere la propria libido. Quindi non pare importante quello che si pensa a livello cosciente ma le pulsioni incoscienti che lo originano.
Da questo punto di vista, in modo ancora più radicale che per il marxismo l’esame logico e la corrispondenza oggettiva di quello che si pensa pare poco importante. Invece di una analisi logica e fattuale delle idee si procede a una analisi psicologica: se qualcuno sostiene la morale tradizionale non vengono minimamente presi in esame gli argomenti logici e di fatto che porta a sostegno della sua tesi, non vengono ritenuti importanti: si esamina invece come queste idee siano la conseguenza del complesso di Edipo non correttamente superato , della repressione paterna, dei rapporti con la madre ecc.
Come poi osservava e dimostrava chiaramente Popper, questi modi di procedere sono tali che si può dimostrare tutto e il contrario di tutto: se un fatto si presenta infatti anche con il suo contrario allora noi possiamo sempre affermare che esso dimostra la nostra tesi.
Se la sessualità si può manifestare sia con il desiderio sessuale che con lo slancio mistico allora posso dedurre che esso sia presente in un soggetto sia che manifesti il desiderio sessuale sia lo slancio mistico che lo neghi: manca cioè la possibilità del controllo dei fatti che caratterizza la scienza.

Il contestatore del '68 quindi trovava infinite conferme alle sue idee: si stupiva di come altri potessero non condividerle: l’unica spiegazione era la malafede, l’alienazione, la falsa coscienza , la rimozione inconscia.
La volontà del popolo era conculcata dalla borghesia e dal potere: la vera volontà del popolo era altra: essi ritenevano di interpretarla e quindi si consideravano la vera espressione del popolo anche se il popolo non li seguiva affatto. D'altra parte questa fu sempre il principio di tutte le dittature comuniste e non del XX secolo: sostituire alla volontà espressa nella elezioni quella vera interpretata dal Partito.

EFFETTI DEL '68

In tealtà tutto il movimento, al di là delle apparenze mediatiche, ebbe scarso influsso sulle politiche reali seguite dai governi. Infatti il '68 sul piano elettorale fu del tutto inconsistente: si formarono piccoli gruppi (sinistra extraparlamentare) esclusi rigidamente dalle aree della maggioranza e d’altronde molti aderenti non votavano nemmeno.
In pratica il Movimento si autoescluse dai quei meccanismi che permettevano di influenzare la vita politica: tutti erano sempre in attesa della mitica rivoluzione che avrebbe spazzato via la falsa democrazia per instaurare la vera democrazia qualunque cosa poi si intendesse con questo termine e non volevano piegarsi a compromessi.

In America le dimostrazioni contro la guerra in Viet-nam non produssero alcun effetto immediato: proprio negli anni seguenti si arrivò alla escalation con l’invio di truppe sempre più numerose e interventi aerei sempre più pesanti: la fine della guerra, gestita dal repubblicano Nixon, non ebbe nulla a che fare con la contestazione del '68 americano.
In Italia si formò per un anno addirittura un governo centrista (presieduto da Andreotti,1972-73) al posto di quello di centrosinistra; e soprattutto la svolta di Berlinguer che si ebbe di lì a poco si mosse nella direzione esattamente opposta a quella vagheggiata dai contestatori con il tentativo di inserire i partiti di sinistra nell’area di governo raggiungendo un compromesso storico con le forze moderate e borghesi che avevano governato fino ad allora l’Italia.

La inconsistenza politica fu particolarmente chiara in Francia: quando il movimento del Maggio Francese sembrò prendere il sopravvento a Parigi occupando la rive gauche e si comincio a dire che il governo allora in carica, presieduto dal generale De Gaulle, ormai era superato. Ma il generale riportò subito tutti alla realtà: parlò pochi minuti alla radio: affermò che il suo governo era stato eletto regolarmente e democraticamente dal popolo, che, comunque, indiceva nuove lezioni per verificare, al di là di ogni dubbio, la volontà dei Francesi: i contestatori avrebbero potuto partecipare ma se optavano per altri mezzi ( cioè quelli violenti della rivoluzione) lo Stato era pronto anche per questa evenienza: seguirono imponenti manifestazioni lungo gli Champs-Elysées in appoggio a De Gaulle.
La idea della rivoluzione violenta apparve assolutamente impraticabile: le elezioni segnarono un trionfo per De Gaulle: non propriamente per la sua politica in generale (qualche tempo dopo usci dalla scena politica) ma in chiara sconfessione delle ideologie della Maggio Francese.

Tuttavia il '68 ha avuto una immenso influenza e che continua tuttora ben oltre il particolare momento storico. Esso fu infatti essenzialmente un movimento studentesco: affascinò enormemente tutti gli studenti del tempo. I migliori di essi sono diventati magistrati, managers, professori universitari, scienziati, politici e sindacalisti: praticamente hanno formato la classe dirigente ma tutti conservano nel proprio animo il ricordo di un tempo, unico e irripetibili nel quale si sentirono i protagonisti della vita politica e sociale, in cui si sentirono capaci di cambiare il mondo. Tutto si collega poi strettamente al naturale ricordo e mitizzazione della giovinezza che viene una sola volta ma che rimane per sempre nel nostro animo come rimpianto di un momento magico.

Qualcosa di profondo del '68 è rimasto sempre nel profondo dell’animo di tutti quelli che hanno vissuto quella stagione anche se hanno poi preso strade e indirizzi magari opposti a esso.
Per questo è stato detto molto giustamente che il '68 finirà solo con la morte dei sessantottini.
In particolare è avvenuto che gli studenti del '68 sono a loro volta saliti in cattedra dei licei e delle facoltà universitarie letterarie e filosofiche: in pratica hanno monopolizzato quasi tutto l’insegnamento trasmettendo la loro esperienza alle nuove generazioni che vivono in un mondo completamente diverso da quello della loro giovinezza-: il '68 continua anche oltre i propri attori. oltre anche il loro tempo: come sempre avviene per i grandi movimenti politici e sociali.
I miti del 68 continuano forse soprattutto perchè sono in fondo i miti dell'uomo di sempre.


Giovanni De Sio Cesari
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