1968 
 QUEL GIORNO...A PRAGA 
 Era iniziata una "primavera",  venne un'estate di carri armati 

Poi finý cosý, il 25 gennaio 1969. I funerali di Jan Palach. Il giovane divenne  il simbolo di una Cecoslovacchia silenziosa  e angosciata.
Per protestare contro l'occupazione sovietica della Cecoslovacchia un gruppo di giovani ha deciso di immolarsi appiccandosi il fuoco dopo essersi cosparsi di benzina, nella principale Piazza della cittÓ, Venceslao per attirare l'attenzione di tutto il mondo all'occupazione militare che invece i sovietici vorrebbero far apparire come volontÓ popolare.

"Considerato che i nostri due popoli s trovano sull'orlo della disperazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta in questo modo. Io ho avuto l'onore di essere estratto a sorte per primo, di cominciare ad essere la prima torcia" Jan Palach.
Infatti i giovani hanno deciso di estrarsi a sorte uno alla volta e di morire come torce umane. Il primo estratto Ú Jan Palach studente di filosofia, di 21 anni. Gli altri uno alla volta poi lo imiteranno. 
Quasi un milione di praghesi seguiranno i funerali, mentre al confine pronti ad intervenire un altro contingente di carri armati russi. Seguiranno altri "sacrifici" che scuoteranno il Paese, ma la Cecoslovacchia dovra' attendere fino agli anni Novanta per avere la sua indipendenza.

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PRAGA ERA TRANQUILLA QUEL GIORNO.
D'IMPROVVISO
IL ROMBO DEI TANKS RUSSI…

di Paolo Tomaselli

"Martedì 20 agosto fu un tipico giorno estivo, caldo, con un sole velato. Praga era piena di turisti, intere famiglie passeggiavano o sedevano nei parchi. La città, anzi l'intero paese era tranquillo…era inconcepibile pensare che nel giro di poche ore i carri armati sovietici ci avrebbero assalito." Così Alexander Dubcek, leader della Primavera di Praga, ricorda quel giorno del 1968 nella sua autobiografia "Il socialismo dal volto umano" edita nel 1997 presso Editori Riuniti. Fu un giorno che segnò l'apertura di una ferita lunga più di vent'anni e che vide i carri armati dei paesi aderenti al Patto di Varsavia, U.R.S.S., Bulgaria, Ungheria, Polonia e Germania Est (la Romania non aderì), calpestare le strade di Praga, permettere la parola fine a un processo politico il cui obiettivo, sempre secondo Dubcek, doveva essere "la creazione delle condizioni necessarie a ogni individuo per autoaffermarsi in tutte le sfere del lavoro e della vita".

Quel giorno si tenne, come da programma, la riunione della presidenza del Pcc (partito comunista cecoslovacco), presieduta dallo stesso Dubcek, in cui si dovevano consolidare le conquiste della Primavera di Praga e rafforzare le basi per tradurre in pratica il Programma d'Azione e aprire la strada ad altre riforme, nonché preparare le risoluzioni per l'imminente XIV congresso del partito. Ma la riunione si interruppe poco prima di mezzanotte, quando il premier Cernik fu avvisato telefonicamente dell'invasione. Dubcek è onesto nell'ammettere che la sua interpretazione dei disegni sovietici si era dimostrata del tutto errata: "Quella notte compresi quanto profondo fosse stato il mio sbaglio -scrive- le esperienze drastiche dei giorni e dei mesi che seguirono mi fecero capire che avevo a che fare con dei gangster." Infatti...

Quella notte del 20 agosto fu solo l'inizio della fine delle aspirazioni democratiche di una buona parte della dirigenza politica e della popolazione cecoslovacca. Naturalmente una resistenza militare si rivelò impossibile per la disparità di forze in campo, ma i sovietici non riuscirono comunque nel loro intento di dare una giustificazione legale all'invasione e inoltre, nei convulsi giorni di quella fine estate dimostrarono di non agire secondo un piano ben organizzato, dando l'impressione di improvvisare, in modo anche grossolano, buona parte delle loro mosse. Dubcek ed altri esponenti politici cecoslovacchi furono sequestrati e portati al Cremlino, al cospetto della dirigenza brezneviana, dove cominciarono le "trattative" per ristabilire la situazione politica nel paese invaso, naturalmente alle condizioni sovietiche che vedevano il nemico principale nella politica riformista del nuovo corso, apertosi nel gennaio del 1968 con l'elezione di Dubcek a capo del Partito. Come ricorda l'attuale presidente della repubblica Ceca Vaclav Havel, in un suo scritto del 1978 "Il potere dei senza potere", "il tentativo di riforma politica non fu la causa del risveglio della società, ma il suo esito ultimo." Proprio per questo le stesse parole di Havel quando afferma che "la Primavera di Praga è stata la proiezione finale di un lungo dramma nell'ambito dello spirito e della coscienza della società" ci rendono almeno parzialmente l'idea di quella che fu la tragedia cecoslovacca, che ebbe inizio il 20 agosto.

Al termine di quei giorni estenuanti, in cui le sollevazioni popolari vennero sapientemente evitate per evitare un inutile spargimento di sangue, il 26 agosto, il diktat di Mosca risultò aperto ad alcune concessioni e a blande ammissioni di colpa. Ma per tutta la Cecoslovacchia quelli furono i giorni dell'umiliazione e della resa che si protrassero fino alla primavera del 1969, quando la Primavera di Praga fu definitivamente seppellita, dopo il cambiamento di quadri politici e l'insediamento nelle più alte cariche statuali di uomini di provata fiducia del Cremlino. Il popolo cecoslovacco fu duramente fiaccato nell'animo e il rogo del 19 gennaio di quell'anno in cui si spense volontariamente il giovane Jan Palach fu la più tragica testimonianza del dolore per la definitiva perdita di libertà, ma soprattutto di speranza che colpì quel popolo.

Ma perché quell'invasione di trent'anni fa e soprattutto in cosa consistevano le ambizioni di quel paese satellite, così bruscamente calpestate dall'Urss e dai carri armati degli altri paesi del Patto? La risposta ce la fornisce Francesco Leoncini, docente di Storia dei Paesi Slavi all'Università Ca' Foscari di Venezia, in un suo intervento sulle pagine del numero 126 dell'aprile 1999 del mensile Storia e Dossier, in cui spiega, in maniera sintetica quanto efficace, quale strada avesse imboccato la Cecoslovacchia nel 1968:

"Non erano la Cina di Mao né la Cuba di Castro i modelli e i simboli che mobilitavano le masse cecoslovacche, quel vago terzomondismo sempre in agguato nella sinistra, soprattutto italiana, ma il maturo convincimento che era necessario andare avanti nell'umanizzazione della società: questo era stato l'anelito bruscamente interrotto dopo il 1948; combattevano per mettere l'uomo al centro della società e non certo gli interesse del capitale o del Partito." Una battaglia, quella cecoslovacca che ha conosciuto troppi anni di sconfitte e che ancora oggi dopo la divisione del paese in due democrazie, quella ceca e quella slovacca, fatica a trovare i mezzi migliori per entrare sulla scena europea senza il pesante fardello della memoria delle ingiustizie subite.

 

Nota della redazione di STORIA IN NETWORK: questo brano di Paolo Tomaselli, studente di storia all'università Ca' Foscari di Venezia, è stato redatto sulla base della bibliografia preparatoria per l'esame di storia dei Paesi orientali

Ringraziamo per l'articolo
(concesso gratuitamente) 
il direttore di
 

vedi anche DOPO LA PRIMAVERA UN INVERNO DI 22 ANNI > > 

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