Nel 1969 il mondo visse in diretta la cronaca dell'avvenimento 
più importante ed emozionante della storia

CIRCA TRENT'ANNI FA
L'UOMO TOCCÒ
LA LUNA
CON UN PIEDE

di MARIA GRAZIA MAZZOCCHI

 

(vedi anche la STORIA DI VON BRAUN - da Hitler alla Nasa)

Il 16 luglio 1969 circa ottomila ospiti selezionati e duemila giornalisti fortunati invitati del Centro Spaziale di Cape Kennedy, in Florida, sono chiamati a provare tutte le più forti emozioni umane: ridendo, piangendo, soffrendo ed esultando assistono al lancio di Apollo 11, la missione che avrebbe portato, per la prima volta nella storia dell'umanità, due uomini sul suolo lunare. Con loro, collegata via radio o attraverso la televisione o informata dai giornali, è col fiato sospeso tutta la Terra. Quasi tutta, veramente, perché tre Paesi: la Cina comunista, la Corea del Nord e l'Albania non hanno ritenuto opportuno informare i propri cittadini di questa straordinaria missione. 

Con assoluta precisione alle ore 15 e 32 (ora italiana) è stato schiacciato il bottone rosso "fire" ed i cinque motori F-1 del primo stadio del vettore di lancio si sono accesi con un impressionante torrente di fuoco. Dopo la poderosa spinta iniziale, i motori di Saturno V si spengono a 41 miglia di altitudine, e con l'ausilio di otto motori a propellente solido diretti in senso opposto al movimento del razzo, il primo stadio del vettore si stacca in una nube di fumo. Subito dopo il distacco, i cinque vettori J-2 del secondo stadio si accendono a loro volta, bruciando ossigeno liquido e idrogeno liquido, e in sei minuti e mezzo portano la navicella spaziale a 116 miglia dalla Terra: a questo punto anche il secondo stadio si separa, mentre i motori del terzo stadio si accendono brevemente per immettere Apollo 11 in un'orbita di parcheggio intorno alla Terra, ad una velocità di 17,400 miglia orarie.
Il terzo stadio è fornito di un unico motore J-2 analogo a quelli del secondo stadio, ma capace di riaccendersi più volte. In meno di 12 minuti, Apollo 11 è inserita nell'orbita prefissata intorno alla Terra, e Neil Armstrong può comunicare alla base di Houston: "It's a beauty!", è una bellezza. Comincia ora la prima fase di lavoro a bordo: il controllo di una lunga check-list per assicurarsi che tutto sia OK. Al termine della verifica arriva il "go!", il permesso di inserimento nell'orbita di trasferimento verso la Luna.

Quindici minuti dopo l'inserimento nella traiettoria verso la Luna, Armstrong e Collins devono effettuare una delicata manovra per dare al veicolo spaziale la sua configurazione operativa adatta alla missione lunare. A questo punto del viaggio infatti il veicolo spaziale è formato dalla navicella "Columbia" e dal terzo stadio del vettore di lancio contenente nella sua estremità superiore il modulo per la discesa sulla Luna, o Modulo Lunare. Ora il ML abbandona nello spazio i suoi quattro pannelli di copertura che lo hanno protetto nella fase di lancio, mentre la astronave si stacca dal terzo stadio del vettore di lancio, effettua nello spazio una rotazione di 18O° (ossia si capovolge) e si riaccosta con la sua estremità anteriore a forma di cono fino ad agganciarsi al ML nell'alloggiamento del vettore.
 
Terminata questa delicata fase di aggancio, si effettuano le connessioni di tutti i sistemi tra capsula di comando e ML, e si pressurizza "Eagle". Solo a questo punto il modulo lunare può distaccarsi definitivamente dal terzo stadio del vettore di lancio, e spingerlo nello spazio facendo scattare le molle delle sue quattro gambe. Apollo 11 ha raggiunto così la configurazione prevista per la missione e viaggia in direzione della Luna con una precisione tale, da rendere inutile la prevista accensione dei motori per una correzione di rotta. Il viaggio procede in modo assolutamente regolare, e gli astronauti possono scherzare allegramente durante la loro prima trasmissione televisiva con la Terra.

Dopo poco più di 56 ore dal momento del lancio, gli astronauti effettuano i complessi controlli dei sistemi operativi del ML. Prima di iniziare la fase di lavoro vero e proprio, Aldrin e Armstrong effettuano una lunga trasmissione televisiva da "Eagle", per mostrare anche ai profani la complessità del modulo lunare. Dopo quasi due ore di controlli, stanchi, rientrano a bordo del "Columbia" e chiedono di poter dormire per nove ore consecutive.

L'inserimento nell'orbita intorno alla Luna viene effettuato dagli astronauti senza il controllo da Terra, in quanto si deve accendere per 5 minuti e 57 secondi il motore-razzo mentre i cosmonauti si trovano "dietro" alla Luna. Il periodo di mancanza di comunicazione tra Apollo 11 e la base di Houston è di 34 minuti. Ormai inseriti nell'orbita corretta, gli astronauti si concedono un meritato riposo, e al risveglio iniziano un nuovo controllo del ML, l'ultimo prima della discesa sulla Luna. Alle 15,27 del 20 luglio, ha inizio la fase finale del volo per la Luna. Viene pressurizzata nuovamente la cabina di "Eagle", e Armstrong e Aldrin vi prendono posto per il loro emozionante allunaggio.

Gli ultimi controlli di tutte le attrezzature durano più di due ore e mezzo, e ogni movimento degli astronauti è riportato dai congegni elettronici di bordo al Centro di Houston, che può così seguire il lavoro di Armstrong e Aldrin e aiutarli ad effettuare piccole correzioni utili.

Tutto è O.K., e "Eagle" può ora distendere le sue gambe e distaccarsi da "Columbia" per iniziare la sua discesa verso la superficie lunare con l'aiuto del suo piccolo motore di discesa. Dopo dieci minuti di volo su Eagle, a circa seicento metri di altezza sopra il Mare della Tranquillità, Armstrong e Aldrin si sforzano di individuare il luogo esatto fissato per il loro allunaggio. Guidati da una serie di numeri emessi dal computer di bordo e cercando di tenere la rotta predisposta per loro dalla Base, per la prima volta osservano da vicino attentamente la superficie del nostro satellite.

Quello che vedono non coincide però esattamente con quanto si aspettavano: invece della liscia pianura priva di ostacoli che attendevano, il loro bersaglio si rivela essere un cratere del diametro di circa 180 m con pareti irregolari. Questa superficie ineguale non è adatta al contatto, perché la navicella rischierebbe di trovarsi troppo obliqua rispetto alla traiettoria di ricongiungimento con "Columbia" al momento del decollo dalla Luna. Armstrong decide rapidamente di sostituirsi ai comandi automatici e assume il controllo manuale della rotta del ML. Egli ha giudicato superfluo consultarsi con la Base di Houston: si era preparato alla missione con un intenso addestramento fatto di giornate e giornate nel simulatore; esperimenti in centrifuga; studi di astronomia, geologia, fisica e astrofisica; corsi di sopravvivenza imparando dagli indios come costruire una zattera, avanzando nella giungla e strisciando nel deserto, catturando e mangiando lucertole e insetti; a tutto questo lui e i suoi colleghi si erano sottoposti proprio per essere in grado di affrontare qualunque imprevisto sulla Terra, in volo o sulla Luna. Inoltre ora egli è troppo impegnato a pilotare per trovare il tempo di dare spiegazioni dettagliate a terra. 

La discesa di Eagle continua: 750 piedi, 600, 400, 300. Fra 300 e 200 piedi di altezza ( circa tra 90 e 60 metri) la velocità cala drasticamente, fino a sole 55 miglia orarie. Questo non era in programma, e a Houston scatta l'angoscia. Perché questo rallentamento? "Eagle" continua a scendere, e la velocità di avanzamento riprende, rallenta, riprende nuovamente, mentre Armstrong scruta la superficie lunare sempre più da vicino. A 100 piedi di altezza si accende una luce rossa sul pannello della strumentazione: è rimasta poca benzina. Solo 90 secondi per posarsi sulla Luna, o si dovrà rinunciare e decidere di accendere il piccolo motore che li ricondurrà nell'orbita per riagganciarsi al "Columbia".

Trenta secondi dopo da Houston l'astronauta Duke, incaricato dei contatti con la missione, inizia il conto alla rovescia: "Sessanta secondi per posarsi", recita la sua voce. Sarebbe davvero duro rinunciare adesso! "Stiamo scendendo 2,5 piedi al secondo", comunica Aldrin. "40 piedi. Avanti. Solleviamo polvere. 30 piedi. Avanti 2,5 piedi al secondo." "Trenta secondi", comunica Duke da Houston. " Portalo giù, Neil, portalo giù" pregano silenziosamente tutti gli uomini della base. "Avanti, verso destra", prosegue Aldrin, e finalmente: "Contatto!" I piedi di Eagle hanno toccato la superficie della Luna e poco dopo Aldrin annuncia: " OK. Stop ai motori." "Qui Base della Tranquillità. Eagle è atterrato.", annuncia Armstrong.

Sono le 4, 17 primi, 43 secondi di domenica 20 luglio 1969, ora di Houston. "Roger, vi riceviamo", risponde Duke. "Qui abbiamo un gran numero di ragazzi che stavano diventando blu: adesso possono respirare di nuovo! Grazie tante." Sono giunti sulla Luna, i due astronauti, e non si sentono affatto stanchi. Decidono di non effettuare il previsto riposo, e di partire immediatamente con le procedure per l'uscita all'aperto. La macchina per le riprese televisive fissata sul ML è in funzione, e tutto il mondo può assistere all'apertura del portellone, e ai lenti movimenti di Neil Armstrong che scende la scaletta, allunga con esitazione il piede sinistro, tocca il suolo lunare, si ritrae un poco, e infine scende completamente, senza però staccare subito le mani dal ML. E' un momento di grande suspense, che ci mostra la grandezza di questi uomini, e ci rende fieri di appartenere anche noi al genere umano!

"Un piccolo passo per un uomo, ma un enorme balzo per l'umanità", dice Armstrong commentando la sua eccezionale impresa. Il 14 luglio, durante l'ultima conferenza stampa dei tre cosmonauti, Walter Cronkite aveva chiesto ad Armstrong quale frase avesse preparato per il fatidico momento in cui avrebbe messo piede sul suolo lunare. "Spero di non dover dire: accidenti, sono scivolato", era stata la spiritosa risposta. La superficie lunare si presenta ai due esploratori compatta (i piedi del ML sono affondati solo 3/5 centimetri), in superficie leggermente polverosa. Armstrong può cominciare subito a raccogliere campioni di terreno con la sua speciale attrezzatura; poi pianta sulla Luna la bandiera americana, che è tenuta aperta, in questo mondo senza aria, da un'asta orizzontale, e infine parla al telefono con il presidente degli Stati Uniti. 

Davvero strabiliante ci appare oggi tutta la missione Apollo 11, se ci fermiamo un attimo a considerare quanto fossero limitate trent'anni fa le risorse tecnologiche. I computer che hanno portato gli uomini sulla luna avevano una lentezza di elaborazione che oggi farebbe perdere la pazienza a qualunque adolescente abituato ad usare un personal! Per il successo della missione la componente umana è stata assolutamente determinante: solo uomini eccezionali infatti avrebbero potuto effettuare calcoli tanto complessi con mezzi che oggi riterremmo del tutto inaffidabili! L'enorme numero di elementi che dovevano essere controllati dai lentissimi computer dell'epoca rendeva indispensabile l'attiva partecipazione dell'uomo. E uomini straordinari collaboravano da Terra con gli astronauti, che a loro volta erano persone assolutamente fuori dalla norma. Una volta scaricati da "Eagle" gli strumenti portati da Terra, i due astronauti li posizionano sul suolo lunare. Si tratta di un sismografo (che inizia subito a trasmettere a Terra le scosse dovute ai passi dei due uomini), di un'antenna direzionale, di un grande specchio per riflettere i raggi laser e di un foglio di alluminio steso come una bandiera per catturare le particelle provenienti dal Sole, tutti strumenti necessari per migliorare le osservazioni scientifiche dalla Terra.

Gli astronauti hanno una profonda preparazione geologica e sanno riconoscere rocce e minerali al primo sguardo. "Ho trovato un sasso che sembra biotite", dice Aldrin durante il suo lavoro di raccolta. Ha indovinato? Allora quelle rocce dovrebbero contenere acqua... "Sto tirando su pezzi di roccia vescicolare", comunica Armstrong. Dalla Luna verranno riportati sulla Terra 28 Kg di pietre varie, e subito gli scienziati si metteranno al lavoro per analizzarle. Ma fin dal primo momento resteranno perplessi. Si tratta di pietre rimaste esposte per ben 4,5 miliardi di anni alle radiazioni solari e a quelle provenienti da tutto l'Universo, al bombardamento delle particelle cosmiche, dei raggi ultravioletti e di quelli infrarossi nel vuoto assoluto.

Pietre che Armstrong e Aldrin hanno definito di vari colori, cangianti dal marrone al violetto, al grigio, al nero, ma che in laboratorio hanno assunto un colore indefinibile, antico... Hanno la stessa composizione chimica delle rocce terrestri, ma la loro struttura cristallina è diversa... "Dalla composizione di queste rocce, hanno detto gli scienziati, si deduce che la formazione della Luna deve essere stata 'abbastanza complicata'..." un mistero affascinante che occuperà gli studiosi per anni! Il sismografo potrebbe svelare un altro mistero: la Luna è viva o no? Ha movimenti tellurici suoi propri? I movimenti causati dall'impatto di un meteorite saranno di durata breve, mentre eventuali movimenti endogeni sarebbero di intensità crescente e dovrebbero continuare per diversi giorni...

Dopo 2 ore e 53 minuti di permanenza sulla Luna, Armstrong risale su "Eagle" dietro a Aldrin, e richiude dietro di sé il portellone della piccola navicella spaziale. Portano a bordo le pietre raccolte, le fotografie scattate, il foglio di alluminio impregnato di particelle solari. I due devono ora attendere poco più di dodici ore il momento giusto per il decollo, e nel frattempo consumano il loro pasto e si concedono quel riposo che avevano rifiutato all'arrivo, nell'ansia di scendere sul suolo lunare. Il momento del decollo dal nostro satellite è senz'altro il punto più critico di tutta la missione: simulato tante volte, il distacco del ML è comunque un'operazione assolutamente nuova nella storia dell'astronautica. Il veicolo spaziale deve dividersi in due parti, abbandonando sulla Luna le sue lunghe gambe trasformate in rampa di lancio, e partire verso il "Columbia" senza la complessa assistenza che ha sempre caratterizzato ogni lancio dalla Terra.

Armstrong e Aldrin iniziano il conto alla rovescia per il controllo di tutte le funzioni necessarie al decollo, e lo completano alle 19,45. Dieci minuti dopo essi accendono il motore di spinta del loro piccolo veicolo: subito dopo un sistema automatico fa saltare i bulloni esplosivi di collegamento fra la parte superiore della "Eagle" e quella inferiore, e il ML si libra in alto, verso il ricongiungimento con il modulo di comando, in un'orbita dapprima ellittica, poi praticamente circolare. Ora "Columbia" e "Eagle" volano su orbite simili, ma ad altezze differenti, ed è "Eagle", con un'ulteriore accensione di motore, ad alzarsi fino al livello del "Columbia". "Eagle" è ancora troppo veloce per l'aggancio, e deve riaccendere brevemente il suo motore per frenare. L'aggancio avviene in due fasi, in quanto la prima volta Collins ha l'impressione che vi sia qualcosa di sbagliato, e effettua un secondo tentativo di aggancio, che va a buon fine.

Difficile missione, quella di Collins: "Sono l'unico americano che non ha potuto vedere i primi uomini scendere sulla Luna!" ha sospirato al suo ritorno... Ma se gli è dispiaciuto essere "L'uomo intorno alla Luna" invece che "L'uomo sulla Luna", non lo ha mai dato a vedere. Alle 23,40, con 8 minuti di ritardo sul piano previsto, Apollo 11 è di nuovo completo di entrambi i suoi elementi. Il lavoro degli astronauti non è però terminato: essi devono ripulirsi dal pulviscolo lunare, trasferire al "Columbia" i campioni minerali raccolti sulla Luna, spostarsi nel modulo di comando e prepararsi al rientro sulla Terra. Alle 3,26 ora italiana il modulo lunare "Eagle" è sganciato dall'Apollo11 e abbandonato nello spazio.

Apollo 11, formato dalla cabina di comando e dal modulo di servizio, si immette senza problemi sulla traiettoria di rientro verso la Terra, e finalmente gli astronauti possono concedersi un ben meritato riposo. Il 24 luglio, data prevista per il rientro sulla Terra, le condizioni meteorologiche nella zona dell'ammaraggio non sono buone, e Collins riceve l'ordine di scendere 397 Km a est della zona prescelta. In fase di rientro, ma prima dell'impatto con l'atmosfera, gli astronauti sganciano la stazione di servizio, destinata a disintegrarsi al suo rientro nell'atmosfera, mentre il modulo di comando affronta il difficile passaggio avvolta dai suoi scudi termici, e per 3 minuti e 45 secondi sono interrotte tutte le comunicazioni con la base. La velocità si riduce notevolmente, e a 3000 metri di altezza è già scesa a soli 300 Km/h: a questo punto si apre il primo paracadute pilota, seguito dai tre paracadute principali, e alle 19, 50 minuti e 15 secondi la capsula si tuffa nell'oceano ad una velocità di 35 Km/h. Ammara a 1500 Km a sud-ovest di Honolulu, a circa 20 Km dalla portaerei "Hornet", che si affretta a raggiungerla. 

L'ammaraggio è piuttosto emozionante: per le avverse condizioni atmosferiche il forte vento e le onde formate fanno rovesciare la capsula, e devono gonfiarsi i tre palloncini di plastica assicurati al vertice della stessa, in modo da raddrizzarla. Gli astronauti vengono estratti dal "Columbia", infilati in speciali tute anti-contagio, e avviati sul ponte della portaerei verso un container per la quarantena approntato apposta per loro. Mentre i tre eroi spariscono dalla ribalta del mondo, alla base di Houston si accende sul grande schermo una frase a lungo sospirata: con caratteri bianchi su fondo azzurro si formano le lettere "Missione compiuta".

La tensione si allenta e nella vasta sala scoppia l'entusiasmo più sfrenato. E' questa gioia incontenibile, questa grande baldoria, a coronare la più bella avventura del nostro secolo. Cosa ha portato all'umanità la conquista della Luna? Le molte aspettative di allora hanno avuto compimento? Il presidente Kennedy aveva fortemente voluto l'esplorazione spaziale e in particolare la conquista della Luna, in quanto intendeva con ciò proporre alla più avanzata industria americana un programma tanto impegnativo quanto quello che si sarebbe reso necessario in caso di guerra. "Faremo gli stessi progressi tecnologici, affermava, ma senza nessuna vittima".


I PROTAGONISTI:Neil Alden Armstrong - Il colonnello Michael Collins - Il colonnello Edwin Eugene (Buzz) Aldrin

Neil Alden Armstrong era nato a Wapakoneta, Ohio, nel 1930. A 16 anni prende il brevetto di volo. Durante la guerra in Corea, partecipa a 78 missioni di combattimento. Laureato a pieni voti ingegnere aeronautico, diviene collaudatore per la NASA. Come astronauta, porta felicemente a termine la complicata missione Gemini 8.

Il colonnello Michael Collins, anche lui del 1930, cresce tra Roma, Oklahoma, New York, Maryland, Texas, Puerto Rico e Washington, seguendo la carriera militare del padre. A scuola vince un importante premio di matematica ed è capitano della squadra di wrestling. Pilota collaudatore dell'aeronautica militare, diventa astronauta e con la missione Gemini 10 esce due volte dall'astronave per passeggiare nello spazio.

Il colonnello Edwin Eugene (Buzz) Aldrin è ritenuto la miglior mente scientifica nello spazio, e si dice di lui che potrebbe correggere i computer. Nato anch'egli nel 1930, la sua vita è sempre stata improntata all'eccellenza: il miglior studente della scuola, il miglior cadetto a West Point, il miglior pilota dell'aviazione (abbatte due Mig nella guerra in Corea). Nella missione Gemini 12, esce nello spazio per 5 ore e mezzo.

di MARIA GRAZIA MAZZOCCHI

Ringrazio per l'articolo
 il direttore
di STORIA IN NETWORK

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