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CRONOLOGIA

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ANNO 1970
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la politica dal 1966 al 1970   -  Scoperte/Scienza  -  Cultura/Costume

NASCE LO STATUTO DEI LAVORATORI

"L'Italia divorzia. Sposa il suo secolo" commenta il Times

LA VOCE DI ENRICO BERLINGUER

Berlinguer
"...ci vuole un governo di unita'
nel quale siano presenti anche i comunisti..."
(richiede plug-in RealAudio® o RealPlayer®)




















ABITANTI NEL MONDO 3.698.000.000
IN ITALIA 53.745.000
(dal 1950 incremento + 6.500.000)

Attivi il 34,8%, di cui in Agricoltura il 17,2%, Industria 44,4%, Servizi il 38,4% Il prodotto lordo: nell' Agricoltura il 7,6 % Industria 39,7 %, Terziario 39,8 %, Amministrazione pubblica 12.9 %
Lavorano 18.703.000 (34,8 %) - non attivi 35.041.000 (65,2 %)

COSTO DELLA VITA Stipendio operaio circa 120.000. Costo giornale £ 70 Biglietto del Tram £ 70 - Tazzina Caffè £ 70 - Pane £ 230 - Latte £ 150 - Vino £ 200 - Pasta £. 280 - Riso £ 270 - Carne di Manzo £ 2100 - Zucchero al kg £ 245 - Benzina £ 160 - 1 grammo di Oro £ 1022

Le AUTO in Italia da 1.000.000 del 1958 passano a 11.000.000.
LE INDUSTRIE: sono 670.000, con media 9,1 addetti
TELEFONI: 2.000.000 nel '56 sono ora 6.500.000
TELEVISORI da ca. 2.000.000 nel 1958 a ca. 10.300.000
LA CARNE BOVINA pro capite kg 9,9 nel 1958, kg 25,2 nel 1970
UNIVERSITA' 19.700 iscritti nel 1950, 617.000 quest'anno

Qui di seguito una veloce panoramica dell'anno
oppure salta alla cronologia dei FATTI DELL'ANNO

PROLOGO - Se l'anno Sessantotto col desiderio rivoluzionario di cancellare un passato diede la prima spallata all'intera societa', e se il Sessantanove ne diede una seconda alla politica, al sindacato, alla borghesia questo anno 1970 va a iniziare un decennio dove la politica fa quadrato con reciproche concessioni, transazioni e come appureremo molti anni dopo, anche ambigue compromissioni in losche azioni che non verranno mai chiarite del tutto.

La contestazione si era propagata, era diventata contagiosa, sembro', quella tempesta di giovinezza a fine '69, fino alla strage di Piazza Fontana, travolgere tutte le vecchie strutture e i sistemi di pensiero acquisiti. E c'era quasi riuscita, perche' provoco' un convulso travaglio ideologico dentro tutti i partiti, che si erano fatti sorprendere o con la guardia abbassata o perche' non avevano capito nulla. Fortunatamente per le "vecchie volpi", per i teorici dei vecchi equilibri, il generoso slancio di rinnovamento sfiori' in fretta, o forse fu fatta spegnere nella paura. E pur trovandosi in una crisi profonda, non tirarono solo un sospiro di sollievo, ma cambiarono strategie, usarono quelle piu' ambigue, trasversali, e riuscirono a manipolare e a strumentalizzare tutto. Si dira' poi, anni dopo, che i nuovi rampanti della politica che avevano lacerato all'interno i partiti, riuscirono a manipolare a loro vantaggio e senza tanti scrupoli gli opposti estremismi. Questi ultimi però non rappresentavano un'Italia, una popolazione divisa ideologicamente in due, ma erano dei manipoli che solo perche' strumentalizzati riuscirono con tante complicita' (e incapacita' politica) a seminare il terrore per dieci anni.

Erano partiti disincrostando il "sistema", lottando con tanti ideali, molto spesso diversi; ognuno sognava mondi impossibili, ma non sapevano esattamente cosa volevano anche se tutti avevano in mente qualcosa di nuovo ed era sacrosanto averlo perchè la società era cambiata. Purtroppo con tanta ingenuita' rifiutarono in blocco la storia e caddero proprio nel solito tranello dove normalmente cadono i Paesi emergenti del Terzo Mondo. Ogni presente è eco e propagazione di un passato. Nell'Italia di Machiavelli, se prendiamo solo gli ultimi cento anni, di degni eredi il toscano ne aveva disseminato il territorio. Da Cavour a Giolitti, e da Mussolini a De Gasperi di zone d'ombra ve ne sono tante. Il Trasformismo ad un certo punto fu la regola per restare dentro o avere il potere.
Insomma le vecchie "volpi" i giovani non le conoscevano.
Vedendo la storia come qualcosa di estraneo, i contestatori stessi non fecero piu' storia . Anzi annaspando, per dieci anni fermarono la storia; iniziano infatti per Italia dieci anni molto bui.

Demolendo, non costruendo nulla di nuovo, non partendo da una minima radice storica, tutti inizialmente predicando l'impossibile, cancellate le speranze del '68 spesso ingannandosi a vicenda, si misero alcuni a operare ai margini o nell'ombra dei partiti storici, in quelli democristiani e liberali, o nella sinistra prigioniera delle sue paure quasi ghettizzata, o nella destra con le nostalgie di un passato storicamente sepolto. Ma quello che era rimasto era la "furbizia", e questa la si tramanda da padre in figlio, con qualsiasi colore della casacca.  

L'immaturita' e complice l'immobilita' politica (gli altri Paesi il '68 lo liquidarono in pochi mesi, con una societa' piu' compatta e con politici piu' forti, e se troppo forti li mandarono a casa - vedi De gaulle) produsse un fattore degenerativo sia dentro i movimenti (ora soltanto "schegge impazzite"), sia dentro le istituzioni, proprio nel mezzo di una fase di ricambio di uomini (come le correnti DC, PSI, MSI, PCI  ecc.) o di crisi ideologica (eccentuata nella sinistra per i noti fatti a Est), quindi non preparati ne' capaci a fronteggiare situazioni cosi' complesse. Un clima ideale solo per l'anarchia, e l'anarchia fu il pane quotidiano (per fortuna una esigua parte di italiani) .

Il movimento contestativo ha dunque una paradossale mutazione. Era nato contro la violenza e si mette a fare violenza, era nato per distruggere i ruoli e va a formare dei ruoli come in una struttura militare, era nato per abolire le competizioni come modo di vita e poi fa con la violenza allo stato puro un modo di vita e ci vuole formulare un programma politico.

I partiti? Quello che ininterrottamente aveva amministrato il potere si stava disperdendo a diversi livelli gerarchici e territoriali. Gli altri piccoli e subalterni o in crisi pensavano di ricavarci qualcosa stando alla finestra; ognuno aveva paura di perdere qualcosa se apertamente condannava i rispettivi gruppi di estremisti che nascevano dentro le stesse sedi di partito, o fuori, subito dopo quando venivano espulsi con l'accusa di frazionismo.

"lo sbandamento finì per verificarsi un po' dappertutto, e riconosco che nemmeno noi comunisti ne fummo pienamente immuni. La nostra colpa fu di dare nei confronti di quella irruzione giovanile un apprezzamento eccessivamente positivo, senza comprendere che la classe operaia era estranea a simili fenomeni di intolleranza e di violenza vera e propria" dira' dieci anni dopo AMENDOLA.
Un'ammissione grave; significa che nessuno aveva mai tastato il polso al Paese, nè da vicino nè da lontano.

Infatti tutte le richieste, qualsiasi, reclamate dal movimento contestativo, venivano da una buona parte da quella societa' dove gli era stata regalata la permissivita' quasi totale: del consumismo innanzitutto come motrice e la massificazione messa a rimorchio. Molto ben guidate da una neo-borghesia attenta ai nuovi desideri e dalla stessa vecchia classe politica che per deviare l'ondata fa aperture sofferte (divorzio, censura, pillola, statuto, Universita' per tutti ecc. ). Concede  ma non rinuncia mai a mettere i paletti feudali, oligarchici, clericali. E' flessibile, spalanca le porte al permissivismo ma poi fa trovare muri di gomma, isolando il Palazzo e isolandosi loro stessi.

Questi bisogni e desideri come necessita' di una "nuova vita" erano stati creati non dai giovani, ma in un modo piu' o meno consapevole dai genitori che con tanti sacrifici appena soddisfatte le necessita' primarie, quasi a rivalsa, concedettero (viste le sollecitazioni dei media) non solo una certa liberta' d'azione ai figli, ma sempre di piu' anche una certa indipendenza economica, e per via dello studio riconobbero anche una certa autorita' nell'ambito familiare. Ormai le madri si mangiavano con gli occhi i figli quando parlavano in casa, e al marito concedevano un po' di supponenza; e su ogni questione erano i figli che avevano ragione. Loro, i padri, brontolavano, ma alla fine, perfino consapevoli, si comportavano come le mogli, tanto era evidente il divario culturale generazionale. Enorme era la distanza storica che separava le due generazioni , quella nata prima del 1925, e quella nata dopo il 1950.

I primi - li possiamo chiamare demotici - con una cultura semplice essenziale popolare e spesso coercitiva (subalterna) causa l'ignoranza  non potevano certo comprendere i secondi, che erano ormai saturi di cultura antinomiana, avversi a ogni tipo di regola.

"Vogliamo tutto e subito, e fare quello che ci pare", oppure "E' vietato vietare", erano del resto gli slogan. Ma non se le erano prese da soli queste liberta', non furono affatto solo i cortei che modificarono la societa', quindi i complici c'erano e come! Ed erano proprio i padri contestati, o i matusa delle aziende o degli uffici.

Ogni operaio, ogni modesto impiegato, dai trenta ai cinquant'anni, in questi fine anni Sessanta, desiderava vedere i suoi figli vestiti bene, desiderava per loro le scuole superiori, che godessero quello che lui aveva sempre desiderato; non voleva che i figli provassero le umiliazioni che lui aveva subìto con la sua ignoranza. Li abbiamo visti i dati lo scorso anno: 7 milioni di studenti che erano gia' usciti o che frequentavano le scuole medio-alte (617.000 sono gli iscritti quest'anno alle Universita', mentre 19.700 erano quelli del 1950).

Questa non era solo una nuova generazione , era una "nuova popolazione" e a farla diventare diversa era stato anche il clima liberista e la promiscuita' nata nelle manifestazioni, nelle occupazioni delle scuole prima, e nelle fabbriche dopo, dove avvenne la cosa piu' straordinaria ed epocale: un curioso rovesciamento di due universi culturali. Una simbiosi degli "strati sociali superiori" con il "popolo", e non come era sempre avvenuto prima, dove da sempre le classi inferiori imitavano e scimmiottavano le classi alte nel linguaggio, nel vestire, nella musica, negli atteggiamenti, ma all'incontrario, la classe alta si mise a imitare la bassa.
In pochi anni i jeans erano passati dai teppisti all'Avvocato Agnelli; il rock dai ghetti ai salotti bene, il plebeo maglione a collo alto, liquido' cravatte e colli inamidati. Riduttivo sarebbe chiamare tutto questo una moda, era una nuova filosofia dell'essere (e abbiamo un dato curioso nel "pianeta donna", per la prima volta in Italia quest'anno si vendono piu' pantaloni che gonne. E gia' questa era una rivoluzione dell'essere, dirompente, non solo esteticamente, ma con profondi riflessi interiori, mai verificatisi prima).

Genitori permissivi, occupazione piena che permette gia' il voluttuario, scuola come luogo aggregativo, emancipazione improvvisa (nelle donne fu fulminea), apertura nei costumi, crollo di tabu', intensa attivita' di relazioni e la grande informazione diffusa, ha insomma maturato e fatto nascere tutto un nuovo stile di vita, una nuova societa', un nuovo modello; il modello antropologico detto "sessantottino". Fra mille anni uno studioso, basandosi solo sulle cifre, troverà tra la generazione nata prima della guerra e quella nata nel dopoguerra, una diversità enorme, sconvolgente e abissale. In quella poi del rapporto fra i due sessi fu epocale.

Due gli slogan nel "maggio francese" che fecero la liberazione personale e la liberazione sociale dei Sessantottini; prima apparvero in Francia e poi in Italia: "Facciamo l'amore e non la guerra", e "Facciamo la Rivoluzione e facciamo l'amore". Pochi ne uscirono "vergini", lo si fece con rabbia: piu' che per una spinta sentimentale o biologica, lo stimolo che dominava era la trasgressione. E coincise con il periodo della vittoriosa battaglia nell'ultima colonia del "pianeta donna", dove caddero i grandi bastioni del "falso e ipocrita" mito dell'angelo del focolare; le donne finalmente uscirono dal carcere dei pregiudizi e dalle follie superstiziose e religiose che le circondavano. In questa battaglia aiutate non poco dalla farmacologia, quando vennero meno con la pillola i pericoli della gravidanza.

Ma ora questi "sessantottini", i pochi rimasti, in questo 1970, all'indomani dell'apocalisse di Piazza Fontana, i piu' politicizzati (gli altri paurosi sono ritornati tutti nel loro privato) stanno incuneandosi con la trasgressione anche dentro le varie ideologie politiche, vecchie e nuove. Alcune spaccandole in piu' parti procurando cosi' frammenti incontrollabili, altre -quelle non adatte a contenere una massa in continuo caotico movimento- sbriciolandole. Sono movimenti convulsi che non hanno una precisa direzione, progetti di una nuova societa', e nuovi valori dei quali invece dovrebbero essere i portatori.
Ma cosa dovevamo imparare noi italiani dall'Albania? O da Mao?

 Scalpitano solo, fanno rumore, fino a spezzare il fragile contenitore fatto di vecchie tradizioni autoritariste e conservatoriste dominate dalla vecchia borghesia che ha però dalla sua parte i mezzi per resistere.

Due mondi dove e' pura follia voler buttare via tutto, alcuni valori sono sani e universalmente validi (morale e liberismo) Ma ogni cosa nella degenerata euforia viene sbriciolata, sciolta, spazzata via in una forma vendicativa irrazionale, e senza alternative. (Ricordano Lenin nel 1919)

E' una "nuova" societa' allo sbando, ubriacata di estetismo individuale e politico e con tante impossibili utopie. Tante parole nuove, alcune roboanti, tante astrazioni, tanti slogan, ma senza la minima memoria storica. Tutti distaccati dal proprio passato. (Basta rileggersi i proclami, i manifestini, i "fogli", i libretti e i libelli. Parole sulla sabbia).
Pochi si erano andati a rileggere le difficoltà in cui si trovò Lenin a due anni dalla sua rivoluzione; quando capì che non era possibile dare il potere in mano a persone che non avevano nessuna esperienza di produzione, di economia, capacità amministrative. I suoi operai erano sì vittoriosi ma si divertivano ad ingiuriare e malmenare gli ex-proprietari o i funzionari declassati. Lenin dovette richiamare ai loro posti i zaristi specialisti, dovette anche proteggerli e pagarli profumatamente se non voleva andare incontro al disastro.

C'era la necessita' di doversi dare una nuova cultura, una nuova coscienza nazionale adatta ai "nuovi" tempi, e invece il nuovo, dopo essere riuscito quasi a seppellire il peggio del vecchio, regimi, conformismi, retoriche, manchevolezze, politica borghese e clericale coercitiva nell'essere e nell'avere, ecc ecc: si blocca. Questa "giovane" nuova societa', evito' di fare una integra critica del passato e nego' in blocco tutta la sua storia: quel poco che c'era del principio spirituale di una nazione fisica, nata da piccole Patrie etniche, con nessuna coscienza nazionale, culturale e perfino linguistica.
Invece di andare avanti, i "nuovi", operarono nel regresso, e permisero di far restaurare nel peggiore dei modi il conformismo, anzi in parallelo loro stessi ne costruirono un altro ancora piu' forte, e paradossalmente lo permisero con  l'anticonformismo (Una pacchia per la produzione!)

Mussolini e il suo fascismo non aveva nemmeno scalfito gli autorevoli valori della Chiesa o il potere della grande borghesia, ora invece il neocapitalismo emergente stava distruggendo entrambi facendo un patto con il diavolo, quello che fu chiamato una esigenza liberale storica. Il nuovo neocapitalismo non si stava alimentando come in passato di quei valori e di quel vecchio potere (per quanto criticabili), ma paradossalmente veniva alimentato proprio dalla massa.
Che bel regalo fecero i contestatori ai nuovi capitalisti,  che ci ritroveremo nei prossimi anni a condizionare tutta l'economia italiana! E a lasciarci i debiti fino al 2050!

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(pagine in continuo sviluppo -(sono graditi altri contributi o rettifiche)