ANNO 1972 - (provvisorio)
( Anno 1972 - Prima Parte Femminismo )


TABELLA INTERA
DELLA
STORIA
DELL'EMANCIPAZIONE FEMMINILE > >

IL FEMMINISMO
(emancipazione)
NEL 1972

-Il femminismo, sostiene la maggior parte dei movimenti femministi - è la presa di coscienza da parte delle donne di una oppressione creata dalla società maschilista. Si tratta non solo di una oppressione economica, ma giuridica, e soprattutto psicologica.

"La donna è l'ultima colonia; la donna è il Terzo Mondo dei sessi". "La donna è lo zio Tom, la schiava dell'uomo" affermava KATE MILLET in La politica del sesso", il libro che fu la dichiarazione di guerra delle donne americane. Era il 1966, e la più grossa organizzazione - la NOW (National Organization Women) - puntò decisamente a dare battaglia per l'inserimento di quante più donne possibili nell'ambito della vita pubblica e nei centri di potere, rivolgendosi soprattutto alle riforme della legislazione.

Venne poi il '68, la contestazione studentesca quasi planetaria, e come in quell'italiana l'appoggio dato a questa dal mondo femminile non fu solo marginale. Combaciava con quell'urgenza di una gran trasformazione del rapporto fra individui e società. Se la prima, quella maschile, sul piano politico e sociale rientrò nella quasi normalità nel '71, salvo gli irriducibili, quella femminile mutuando le tecniche della lotta inizia proprio quest'anno a dare battaglia; esce dal carcere dei pregiudizi in cui è avviluppata e punta decisa alla... Liberazione.

Infatti, non si tratta dell'antica battaglia per l' "emancipazione della donna" e per la conquista della parità dei sessi con l'uomo, ma di messaggi assai più rivoluzionari e totali. Lo slogan è quello della "liberazione della donna" e il contenuto è la rivolta contro i valori sui quali da millenni si è costruita la società maschilista, sia dentro quella civile sia in quella religiosa.

I movimenti in Italia si allargano a donne d'ogni età, e l'impegno si consolida in vista della scadenza istituzionale attraverso l'impegno per il referendum sul divorzio. Inoltre ha già raccolto le firme per la depenalizzazione dell'aborto, e vari progetti di legge sono stati presentati per l'introduzione del nuovo diritto di famiglia tra la quale la parità giuridica tra i coniugi, uguali diritti e responsabilità, comunione dei beni, patria potestà ad entrambi i coniugi, eliminazione dell'arcaica dote, il diritto di conservare il proprio cognome, la separazione per colpa, e nessuna distinzione tra figli legittimi e figli naturali. Oltre a rivendicazioni di carattere sociale come asili, maternità, posto di lavoro, parità di salario a parità di mansioni e altro.

Leggi arcaiche come abbiamo visto, dove alcune risalgono agli editti di Costantino (330 d.C.), altre appartengono a Teodosio (380 d.C.), altre ancora provengono da Giustiniano (554 d. C.) quando fu accresciuto il potere temporale dei vescovi cui si riconobbero ampie competenze amministrative e giudiziarie. Leggi che nonostante i grandi cambiamenti, i potenti successori laici o religiosi, traslarono integralmente nelle nuove legislazioni, anche quando crollato il potere temporale nel 1870 e fatta l'Unita' d'Italia, contrariamente ad altri paesi, le leggi, sì andarono nelle mani di una classe dominante di uno Stato borghese spinto da una volontà formalmente democratica e liberale (non dimentichiamo però che il primo governo di Cavour era fondato sul censo: 85 deputati erano principi, marchesi e duchi e in quanto a democrazia votarono solo 239.583 italiani (di censo), ma ci andarono non prima di aver fatto il patto con la Chiesa. Da parte sua la Chiesa accettò lo Stato borghese - al posto di quello monarchico-feudale - diede il suo consenso e il proprio appoggio (senza il quale il potere statale non avrebbe potuto sussistere) ma a patto di avere alcune autorizzazioni, che il potere borghese concesse, in altre parole la possibilità di intervenire e reprimere, limitare o sopprimere, scomunicare e anche condannare al pubblico ludibrio alcuni soggetti quando lo ritenevano opportuno in moltissimi settori della vita civile, per non dire tutti.

La farsa dal 1870 andò avanti fino al 1946 quando fu "concesso" il voto alle donne. Come, lo spiegò molto bene Pasolini, "Il meccanismo fu semplice: il potere borghese, mascherando il proprio sostanziale illiberismo e la propria sostanziale antidemocraticità affidò la funzione illiberale e antidemocratica alla Chiesa, opportunisticamente accettandola in malafede come superiore istituzione religiosa, e custode della morale....." Lo stesso Mussolini non riuscì nemmeno a scalfire questo potere, infatti, per avere consensi (lo abbiamo già letto) dovette fare concessioni sia alla Chiesa sia alla classe borghese. Poi cadde il fascismo, e alla stesura della nuova Costituzione nel 1948, anche in quest'occasione nonostante tanta mascherata democraticità, neppure la nuova classe dirigente riuscì, fra tante altre cose, a sopprimere certi poteri, le censure, le interferenze sulla vita politica e civile dello Stato sovrano (ricordiamo il primo matrimonio "civile" di Prato, il 12 agosto 1956 (vedi 1956) additato dal pulpito come scandaloso e la coppia accusata in pubblico come "concubini" e "pubblici peccatori" compresi i familiari della sposa che avevano "gravemente mancato ai loro doveri di genitori cristiani permettendo questo passo scandaloso e peccaminoso". La magistratura, nonostante un chiaro articolo della Costituzione che sanciva il matrimonio civile a tutti gli effetti giuridici, condannò in un primo tempo il vescovo per palese diffamazione, poi (il Cardinale Lercaro, alla sentenza fece suonare le campane a morto in tutte le chiese di Bologna addobbate a lutto per protesta, e Pio XII sospese la festa dell'incoronazione "per l'oltraggio fatto in Italia alla Chiesa) lo assolse, e la coppia diffamata fu perfino condannata alle spese processuali.
La Costituzione che avrebbe dovuto prima di tutto salvaguardare se stessa prima ancora che i due cittadini diffamati, si rivelò essere solo un pezzo di carta in mano al vecchio e onnipresente potere del vecchio Stato-Chiesa, che non era per nulla cessato, e veniva comodo a quei partiti che spesso ipocritamente legavano i loro simboli, la loro bandiera e gli ideali ai valori cristiani.

Le "teste di legno" governanti ma sottoposte proseguirono così fino al '68, ma erano nel frattempo passati dieci anni e la società era cambiata e perfino dentro i partiti cattolici ci fu la mutazione, la fine del collateralismo, il rifiuto dei tradizionali vincoli alla gerarchia ecclesiastica, infine, come letto negli anni precedenti, i numerosi scismi, e l'aperto e traumatico "dissenso".

Con Don Mazzi all'Isolotto (vedi) finì non un'epoca ma un'era, anche se in certi settori ecclesiastici pragmatici "Quelle autorità e forma di potere sopravvisse e sopravvive, in quanto ancora prodotto naturale d'enorme consumo e forma folcloristica ancora sfruttabile" scrisse Pasolini il 17 maggio del 1973 sul Corriere. E non avevo visto i grandi raduni a base di Rock, né potrà vedere il gigantesco business mercantile del Giubileo".

Non aveva ancora visto la spaccatura della DC con le fughe trasformiste sia a destra sia a sinistra, e dove alcuni pur di non perdere il vecchio potere, hanno alzato bandiera bianca rispetto agli ideali della storia del loro ex partito e in molti casi hanno consumato con certe alleanze, con certi "patti col diavolo" e con cinismo, il più grave tradimento dell'idealità e dei valori che nella Chiesa esistono e persistono in quanto espressione di un'etica connaturata all'individuo come persona; e duole a molti credenti che non si siano eliminati subito certi equivoci. Viene in mente a chi scrive quella frase di un monsignore "orfano", all'indomani degli appelli dei trasformisti nel dopo 1992: "Tacete, lasciateci piangere in pace e in silenzio dalla vergogna". Furono altrettanto clamorosi i voti in una città veneta dove in una sezione elettorale di 300 elettori dove erano iscritte 250 suore di un importante Istituto, il risultato fu la vittoria della sinistra, non per coscienza, ma per chissà quale ordine di scuderia.

Ma se del '68 maschile in questo 1972 era rimasto pochissimo, il primo seme messo in quelle barricate dalle prime coraggiose donne, avevano cominciato su un terreno molto fertile, a dare i primi frutti di quella che d'ora in avanti sarà una "liberazione femminile dirompente".

Non erano certo nuovi i movimenti femminili per l'emancipazione della donna: sull'economico, sul sociale e sul politico; la prima Lega Femminile era sorta a Milano nel 1893. Nel 1895 pubblicò anche un trimestrale, "Vita Femminile". Nel 1907 ci fu la famosa petizione al Parlamento per il voto alle donne (naturalmente bocciata) presentata da Maria Montessori (la prima donna in Italia laureata in medicina). Non fu certo facile l'inserimento della donna nella discussione politica anche perché la politica maschilista creò abilmente subito contrasti tra le donne cattoliche e le laiche-socialiste.

Nasce, infatti, tempestivamente al Primo Congresso Femminile a Roma il 28 aprile 1908, su progetto pontificio, l'UDCI (Unione Donne Cattoliche Italiane) subito pronte ad entrare in azione e in fortissimo contrasto con le annunciate rivendicazioni che avrebbero poi fatto le laiche-socialiste, subito un mese dopo al congresso femminile di Milano il successivo 24 maggio 1908, dove chiedevano le progressiste: scuola laica, voto alle donne e il divorzio.

Saltiamo ora tutti gli altri contrasti, i dissidi, e altre fratture, saltiamo la Grande Guerra, il Fascismo e la Seconda Guerra Mondiale

Saltiamo tutti questi periodi dove le varie richieste e le varie rivendicazioni sono state sistematicamente sempre derise, annullate o insabbiate (democraticamente!), e arriviamo alla "conquista" del diritto al voto dato alle donne nel 1946. Quasi una farsa. Fu una concessione e non una conquista, l'ambiente ecclesiastico sapeva che dare il voto alle donne (l' 85% frequentava la chiesa) voleva dire consensi alla DC, che si presentava "cristiana" e con il palese appoggio di Pio XII Papa Pacelli.

Il manifesto poi del Sant'Uffizio esposto il 28 giugno 1949 in tutte le 26.045 parrocchie d'Italia dove si comminava la scomunica ai comunisti e l'apostasia a chi simpatizzava con loro, a chi leggeva la stampa comunista, a chi era nei sindacati CGIL, iscritto all'API (Ass. Partigiani It.) o iscritta all'UDI (Unione Donne Italiane) convinse anche l'altro 15% delle donne; che timorate di Dio (ma soprattutto dalle dicerie) tirarono per la giacca i rispettivi mariti, o sgomitandoli se acquistavano l'Unità negli angoli delle strade, visto che nessun edicolante la vendeva per non farsi togliere per un motivo o per l'altro la licenza.

Le figlie poi terrorizzate rischiavano di non poter celebrare il sacramento del matrimonio, che se nel 1949 i matrimoni celebrati in chiesa erano il 100%, nel periodo 1960-66 erano ancora il 98%. Il terrore non era solo nelle dicerie, ma dopo i "concubini" di Prato (finiti su tutti i giornali, notizia utile come terroristica propaganda democristiana) il terrore era il pulpito della chiesa, si poteva finire svergognati davanti a tutti quelli del paese o del quartiere (ma anche di non trovare un lavoro o conservarlo).

Ma siamo a fine 1966. Il movimento femminile si comincia ad organizzare e preme; poi ancora 12 mesi ed è pronta per il fatidico appuntamento del 1968. Termina "la primavera abbagliante" dei maschi ma il 19 dicembre dello stesso anno la prima vera conquista è femminile: dove l'adulterio della donna non è considerato più reato (prima se sorpresa finiva in carcere) e nel frattempo gli è riconosciuto il diritto della separazione se adultero è ora il marito.

Ma la legge è monca (e anche questa sembra una farsa) perché i coniugi si possono separare ma non possono risposarsi, neppure civilmente. Manca il divorzio che in Italia non esiste. Un paradosso che fa ridere tutti i giornali esteri di quei Paesi dove il divorzio lo concedono dopo un breve periodo di separazione.

Ma le donne non si arrendono, e hanno questa volta dalla loro parte due alleati, Loris Fortuna e Antonio Baslini che preparano una proposta di legge. Pochi mesi e il 27 novembre 1969 la Camera approva la legge (contraria DC, MSI, e Monarchici) e il 1° dicembre 1970, il divorzio diventa legge dello Stato Italiano, con un inquietante retroscena, infatti, 6 giorni dopo si svolge il misterioso tentativo di Colpo di Stato, di Borghese, sempre stato ostile assieme alla DC al divorzio.

Dopo circa un secolo di discussioni e dopo la presentazione in Parlamento di 11 progetti (il primo è del 1878) mai giunti alla discussione in aula, eccoci dunque all'approvazione definitiva che però......

DC e Chiesa non credono essere scaturita da una volontà femminile, ed entrambe premono e vogliono che le donne si esprimano in coscienza votando un referendum, convintissimi che ci sarà con la volontà popolare l'abrogazione della legge. La campagna antidivorzio durerà quattro anni, sempre rimandando la consultazione referendaria; ma il tempo non giocherà a favore; consumismo, permissivismo, edonismo stanno allargando il loro regno e si arriverà a quella data nel '74 con un responso che registrerà una cocente sconfitta del partito conservatore DC e MSI e angoscerà la Chiesa, che si era illusa, con cifre alla mano di vincere, puntando al mondo femminile, considerato più religioso, e anche più numeroso.

Le donne invece non si fanno prendere al laccio da tutte le manifestazioni antidivorziste, ma considerando scontata questa vittoria. Già in questo 1972, vanno oltre, e fanno petizioni per la legge sull'aborto. Ma cosa è dunque accaduto dopo il '68?

Non è che del '68 non è rimasto nulla!!!!- come scriverà in seguito Montanelli - ma ha dato il via ad una serie di nuove combattive organizzazioni femminili. La partecipazione delle donne al movimento studentesco ha fornito all'emancipazione femminile (non sambiamo il femminismo con l'emancipazione) aperture dirompenti, travolgendo molti tabù, infrangendo una morale bigotta. Nelle occupazioni, nelle manifestazioni, nei cortei la presenza femminile fu altissima e coinvolgente, intensa e passionale, spesso pagando anche di persona.

Era la prima volta che quest'evento avveniva, quello di comportarsi come i loro compagni, accettare l'impopolarità delle contestazioni, i disagi, i pettegolezzi e anche tutti i rischi.

Non fu come potrebbe sembrare una partecipazione passiva, marginale, e nemmeno costrittiva anzi i maschi alle prime occupazioni delle Università non vollero nemmeno le ragazze. Il diritto alla protesta e a parteciparvi fu una conquista autonoma, con tanta determinazione voluta dalla donna, e partì proprio da Milano. ANTONELLA NAPPI alla prima occupazione nel marzo del '68 alla Statale, prima d'ogni altra, capì l'importanza storica del momento e fece fagotto, salutò i familiari a casa e si trasferì a dormire la notte sui pavimenti dell'Università occupata, pronta ad affrontare gli eventi, a fare la sua parte, a fare le veglie e anche a scontrarsi con la polizia al pari dei suoi compagni. La Nappi diventò cosi' subito la leader indiscussa del movimento femminile, e aprì la "diga". Le ragazze diventarono 10, poi 100, poi 1000, e fra i 488 studenti denunciati in quell'occasione, basti ricordare che 165 erano donne. Il che significa che le ragazze erano accanto ai loro compagni a lottare fino in fondo anche se nessun giornale (maschilista) lo riportava in cronaca.

Poi, come abbiamo visto, il percorso di questa "rivoluzione" studentesca perse per strada tanti punti di riferimento. Una buona parte rientrò quasi soddisfatto nel suo privato, mentre una piccola parte proseguì per le strade dell'estremismo dentro cappe ideologiche di mondi impossibili incamminandosi attraverso strade impraticabili in mezzo ad un totale disorientamento politico sia parlamentare sia extraparlamentare e perfino dentro i gruppi estremistici che variavano come banderuole al vento, con tante incoerenze, e con intercambiabili dilettantistici modelli di lotta (dei maoisti, dei tupamaros sudamericani, poi tedeschi, del Che Guevara, dei nordvietnamiti, e tanto altro infantilismo rivoluzionario). Il loro sogno rivoluzionario fallì proprio per queste incoerenti velleità rivoluzionarie, romanticistiche, nihilistiche, utopistiche; tutte alimentate da una spregiudicata letteratura, che provocava, incitava, ma poi clamorosamente falliva per le troppe irrazionalità, dove la più evidente fu quella di credere di operare dentro un proletariato italiano come i partigiani di Mao tra le masse contadine cinesi.

Non perdono però la bussola, le femministe: mutuano le nuove tecniche delle lotte, e le esperienze diventano tutte utili e, contrariamente ai maschi, hanno ben presenti gli obiettivi. Reduce dal caos della piazza e dai vari movimenti iniziano ad esprimere il senso della loro esistenza senza fare tanti giochi di retorica o cercare mondi fatti d'utopie. Nell'agire non annaspano, non cercano alleati, né s'identificano nei miti, ma ridefiniscono prima la loro base, organizzano le loro piccole assemblee, coordinano la lotta, promuovono l'autocoscienza ma soprattutto le donne si parlano fra di loro per modificare la propria condizione e non quella del pianeta, come vorrebbero fare i loro compagni.

In questa gestazione di libertà, uscendo dalle carceri di tanti pregiudizi e follie che circondavano la donna, rientrava ed era molto importante la lotta della liberazione sessuale. Ora che i pericoli della gravidanza erano venuti meno con la libera diffusione degli anticoncezionali che la Corte costituzionale aveva dichiarato legittimi nel marzo scorso, indubbiamente nelle relazione sessuali nella diffusa promiscuità era certamente avvenuta una certa disinvoltura; ma libertà non voleva affermare che ora, come pensavano molti, la donna spazzate via la subordinazione maschilista, i veli moralistici, i pregiudizi, i desideri sessuali frustrati da duemila anni e i tabù della verginità, doveva darsi al primo bullo che passava. Ancora una volta gli uomini, perfino quelli della stessa generazione delle ragazze, dimostrarono di non aver capito nulla del pianeta femminile, e se credevano che l'emancipazione consisteva nel poter andare a letto con loro facendo un semplice cenno, quello sciovinismo maschile che aveva inizialmente plaudito a questa disinibizione come una libertà cercata voluta e conquistata dalla donna, banalizzando ora così (a suo torna conto) il rapporto intimo, la donna si accorse che lo sciovinismo maschile usciva dalla porta e rientrava dalla finestra.

La conquistata libertà di darsi a chi si voleva si trasformava in libertà del maschio di prendersi chi voleva. L'errore era quindi di fondo. Prendere la pillola non doveva essere una sollecitazione del maschio per fare i suoi comodi ma doveva essere sempre e comunque una scelta della donna, altrimenti diventava peggio di prima, pronta per tutte le ore a sua altezza il "principe maschio".

Se da una parte c'era questa mentalità era perché resisteva la vecchia morale bigotta anche nei maschi, pur della stessa generazione, ma che purtroppo si nutrivano ancora di quella morale convenzionale becera oltre che arrogante, che era predicata non dagli amorali (perdonabili) ma dai moralisti (e questo era più grave).

La sentenza sulla libera vendita della pillola aveva, infatti, sì aperto la strada ad un'ampia informazione istituzionale nei preposti centri sociali, nei consultori ecc., ma aveva anche scatenato una certa pubblicistica cattolica in forte contrasto con quella che era la vera aspirazione femminile; e insisteva ad ignorare che la liberazione sessuale non voleva dire affatto fare la sgualdrina. Comunque molte non avevano aspettato i consultori, né la sentenza della corte, né l'enciclica papale, ma avevano iniziato ad usare responsabilmente la pillola, ma non certo, come predicavano gli ipocriti moralisti, "che le svergognate che ne fanno uso, sono poi quelle che vogliono andare a letto con tutti". Secondo questa logica il 21% delle olandesi e il 20% del resto d'Europa erano tutte puttane (vedi le cifre nei Paesi sotto). La Chiesa, o meglio i cattolici integralisti, naturalmente rincararono la dose, la pillola era "contro natura" perché impediva la procreazione, oltre ad essere immorale perché promuoveva e favoriva la dissolutezza, la depravazione, le perversioni, la crisi della famiglia, turbe psichiche e altre fosche conseguenze.

Con questa mentalità, in Italia, pur disponibile e in libera vendita da poco, la pillola non era ancora molto diffusa anche se si stava affermando quasi inavvertitamente. Secondo il ministero della sanità nell'anno 1971 sono poco più di 100.000 le donne che hanno usato la pillola, 150.000 le confezioni vendute/mese (una confezione da 50 pezzi, lire 1200) E nei 31 paesi, le donne che ne fanno uso dai 14 ai 44 anni, l'Italia nella graduatoria è al 26mo posto con la percentuale del 1,28%, dietro le Filippine 1,57% e davanti alla Turchia 1,27%. L'Olanda ha il 21,38%, la Germania, il 17,65%, gli USA, il 14,78%, La Svizzera, il 14,32%, l'Austria, il 12,39% ecc. ecc.

La pillola portò con se' una gran rivoluzione sessuale e raggiunse lo scopo di liberare una metà della razza umana ("l'altra metà del cielo") dalla sua immemorabile subordinazione ("il ventre è ora mio!" potevano finalmente gridare). La pillola ha, infatti, portato in primo piano il problema del libero rapporto sessuale della donna, al pari del maschio, svincolato dalla procreazione. Le permette insomma il diritto d'avere rapporti intimi prematrimoniali senza dover provare l'angoscia di una gravidanza indesiderata, da sempre considerata immorale,  non solo dal mondo maschilista, ma si era riusciti ad omologare quest'idea anche dentro quel mondo femminile plasmato fin dall'infanzia con questa bigotta educazione. Un fardello psicologico quindi non facile da scrollarsi di dosso.

Su questo diritto della donna (pillola = rapporto sessuale svincolato dalla prole) la Chiesa non è d'accordo, contesta la scientificità della pillola e allarma sulle conseguenze catastrofiche che il suo uso può avere sulla salute dei cittadini (ma gli scienziati si arrabbiarono e risposero: ma quando mai la scienza ha dovuto aspettare l'avallo della Chiesa, che ha dei precedenti non proprio illuminanti, e basta ricordare Galileo). Ma la Chiesa insiste sull'integrità moralistica per gli sconvolgenti effetti che la pillola può avere sui costumi sessuali dei giovani e sul deleterio stimolo alla promiscuità indiscriminata, e richiama i fedeli al non uso, considerandolo contro natura. E qualora si vogliono evitare figli li richiama all'astinenza.

Sensibile al problema del controllo delle nascite considera lecito solo il metodo Ogino Knaus (con il calcolo del ciclo mestruale, i giorni fecondi, le temperature basali); metodo che invece è poco ascoltato, prima perché poco sicuro, in secondo luogo si obietta che il rapporto sessuale non può essere programmato a calendario, ma è sempre una conclusione di un irrazionale processo affettivo e istintivo che deve svolgersi nella più completa spontaneità per non provocare artificiosità, altrimenti diventiamo un allevamento di scimmie che hanno l'estro solo una volta il mese e non conoscono l'intima unione affettiva tipica degli umani.

Il movimento femminista quindi si muove ora su questo terreno che è tutto suo, privato, intimo. La donna sa d'essere "sola" e vuole affrontare da "sola" il "suo problema" con una tematica radicale e dove non teme di imboccare la strada più impopolare, quella che va contro la bimillenaria morale della Chiesa, prima con divorzio, poi con la pillola e infine con quello che già la stessa Chiesa ha iniziato a chiamare "il macigno delle coscienze": l'aborto.

E non teme nemmeno lo scontro politico per la soluzione totale. E se prima come abbiamo detto era solo una battaglia d'emancipazione sull'economico e sul sociale, ora questa battaglia affronta quel mondo biologico, sociale, religioso che dall'alto s'insiste a voler mantenere chiuso alle idee, alle esperienze e alla volontà della donna; seguitando ad ignorare cosa sta avvenendo negli altri Paesi perfino a noi vicini, dove se non guardano i ciechi maschi, stanno invece guardando le donne d'ogni età, d'ogni ceto sociale, autoaffrancate dalle ideologie politiche e religiose perché in questa battaglia si lotta per la dignità della persona e non per le ideologie politiche religiose cristallizzate. Vaticano anno 1972 e Democrazia Cristiana anno 1972 non coincidono affatto con la chiesa e la religione femminile 1972. Ma pochi capiscono questa differenza che è nell'essenza di questo distinguo, ma dove però la donna si sente finalmente: libera, da se stessa e dal potere gerarchico laico e religioso, così arcaico, medioevale, e che finora arbitrariamente ha condizionato con l'ignoranza qualunquistica la sua e la morale di quell'altra metà del pianeta, abitata da donne, la "seconda metà del cielo".

Tutto questo accade.....

continua seconda e terza parte


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