ANNO 1972 - (
provvisorio)
La battagliera Simone De Beauvoir
Al Congresso di Bruxelles; 1972
Tutto questo accade.... nell'anno 1972, con una società impenetrabile, ma che dopo un '68 è ormai sgretolata, mentre il mondo femminile quasi in silenzio ha già iniziato questa rivoluzione "liberazione". In molti episodi sporadici ma emblematici la donna ha già messo il seme a germogliare per esprimere il suo senso dell'esistenza e la propria dignità di donna oltre che di persona umana.
"La donna - spiega in questo 1972 Padre Fabbretti, un prete che ha capito la realtà che lo circonda - ha scoperto che il sesso è un dono di Dio e che l'amore è, nello stesso tempo, la sua avventura e la sua vocazione specifica".
La donna 1972 inizia, infatti, a desiderare un mondo dove possa esprimere un amore più intenso ad un compagno, ad un gruppo o dentro una famiglia elettiva, libera da quella schiavitù medievale imposta dalla famiglia patriarcale, dalla società e dalla Chiesa. Quest'ultima poi (tutta maschilista) sempre chiusa a queste espressioni, rimase arbitrariamente autoritaria nel creare una sua morale per il mondo femminile, pur avendo i suoi rappresentanti scelto tutt'altra vocazione e che quindi il problema lo conoscono solo per sentito dire. Che è un po' poco; ma purtroppo con questo poco hanno proseguito e sono sempre rimasti legati ad un'arcaica concezione della donna, seguitando ad ignorare le scoperte fisiologiche e quindi i meccanismi della riproduzione che invece avrebbero dovuto far subito rivisitare velocemente le cristallizzate vecchissime conoscenza in materia.
(ma non meravigliamoci più di tanto - famose le dispute tra i due poli della lotta della donna, in Italia, alla fine del secolo scorso: le istanze del femminismo, rappresentate dalla Mozzoni e la questione sociale, di cui è maggiore esponente la Kuliscioff. La diversità di opinioni su lavoro femminile, voto, contraccettivi, aborto, la sessualità in generale. Vedi a proposito le
"BATTAGLIE A FINE OTTOCENTO" )Per duemila anni tutta la morale (codificata e formalizzata) era basata sull'idea che la donna era un semplice ricettacolo del seme maschile, un contenitore futile e vacuo. Ma non era così. Prima Spallanzani, poi Hertwig e Flemming, nel non lontano 1875, 1882 scoprirono invece che un individuo nasce dalla fusione di una cellula gamete donna e da una cellula gamete uomo e che il patrimonio genetico appartiene a metà di uno e alla metà dell'altro. Non solo ma che biologicamente la funzione principale dell'attività sessuale nella nostra specie (detta umana) è la creazione del legame di coppia, ed ogni codice morale che miri a ridurre la spontanea espressione sessuale fra i partner è estremamente pericoloso (oltre che essere una violenza) per il successo della vita stessa della coppia, che non dimentichiamo va ad unirsi e (se vuole) a procreare solo dopo questo legame; l'unico in grado di allevare la prole che la loro attività sessuale ha generato e che contribuisce a rinsaldare questo iniziale ed essenziale legame d'amore. Diversamente sarebbe semplice routine di sopravvivenza, di sussistenza e procreazione, esclusivamente funzionale. (e che alcuni, questo sì, ritiene "immorale")
Altro famigerato pregiudizio arcaico era, che poiché il piacere (psicologico e fisico) della donna non era necessario alla procreazione, erano sempre stati spesso considerati come degli abominevoli satanici desideri. Le si metteva così alla pari delle scimmie femmine, che non conoscono il primo piacere, ma d'altra parte è anche vero che diversamente dalle femmine umane, tutte le specie di scimmie non formano legami di coppia durevoli e l'attività (richiamo) sessuale si ha soltanto quando l'estro è attinente alla procreazione, cioè una volta il mese. Questa mentalità ha resistito nonostante la scoperta degli ormoni e dell'estro, del tutto indipendenti nella femmina umana nella sua normale attività sessuale.
Ma perché mai il Creatore avrebbe fatto allora la donna sessualmente attiva per tutto il ciclo mensile indipendentemente dalla possibilità di concepimento? La risposta è stata sempre aggirata e si è sempre affermato con forza che la funzione primaria del rapporto sessuale era finalizzato alla procreazione e basta, il resto solo concupiscenza, indulgenza alla carne. E seguendo questo ragionamento una donna arrivata alla menopausa dovrebbe quindi smettere di fare all'amore.
Ora pur non riferendoci allo stile moderno di fare all'amore, rimane il fatto che fare all'amore è legato alla natura biologica di base dell'uomo e della donna indipendentemente dalla procreazione. Dopo la scoperta degli ormoni e dei neuromediatori che attivano i segnali sessuali che hanno le quattro funzioni cruciali: ricerca del compagno, scelta del compagno, eccitazione del compagno, unione col compagno, è stata ribaltata completamente la funzione sessuale, che non ha proprio l'obiettivo primario dei figli per poi creare un legame, ma viene prima "il legame" per poi creare "semmai" dei figli. Un legame che li fa rimanere uniti prima come coppia e poi (consolidata ancora di più l'unione) come genitori, a prezioso beneficio della prole, che ha proprio bisogno di quest'essenziale legame d'amore per vivere ed esistere, e quindi ricevere le necessarie e particolari attenzioni, che non significano per gli umani solo necessità di cibo alimentare (non siamo nella foresta!) ma cibo culturale.
Ed eccoci all'avventura: arriviamo a questi nuovi movimenti della donna che vanno a modificare in brevissimo tempo concezioni arcaiche bimillenarie.
Sono stati inizialmente gruppi che si sono mossi sul piano dei diritti civili anche se in contrasto con altri gruppi autonomi di femministe che rifiutano di darsi una struttura organizzata di tipo verticista; e, infatti, questo gruppo non riconosce al suo interno alcun leader, come non hanno bisogno di quelle figure simbolo osannate dai loro compagni nelle manifestazioni di piazza. Gli slogan ci sono, le scritte pure, ma sono realistiche non utopiche. Chiare non criptiche. Concise non dialettiche.
Sì agli anticoncezionali!
Si al divorzio!
Sì alla revisione del diritto di famiglia!
Sì alla legalizzazione dell'aborto!
Non sono slogan! Sono gridi di legittimazioni, sono segnali stradali messi a un bivio per uscire tutte insieme da un sentiero impervio, lastricato di ipocrisie, pregiudizi, infamie e ignoranza, che le donne sono state obbligate a percorrere per quasi duemila anni. Ipocrisie che si chiamavano "senso comune", "valori consolidati", "etica dominante", "fedeltà e esclusività nel rapporto", "onore familiare", "potere sui figli solo del maschio", "potere maschilista sulle decisioni familiari" e mille altre doppiezze, falsi perbenismi, miopie.Il primo MLD (Movimento Liberazione Donna) era nato nel novembre del '69 al Congresso dei Radicali a Milano, fondato da ADELE FACCIO e MARIA ADELE TEODORI. Cinquanta gli aderenti e un migliaio le simpatizzanti solo a Roma, con la sede in via di Torre Argentina guidata da ALMA SABATINI. Un movimento che veniva dal gruppo Anabasi e dal Demau (Demistificazione Autoritaria) che pare sia il più "antico", del 1966.
Mentre il FILF (Fronte Ital. Liberazione Femminile) era nato il 13 dicembre 1970 e intendeva affermare posizioni non "separatiste" nei confronti dei maschi. Convinzione del FILF era che le rivendicazione femminili non riguardassero solamente le donne, ma tutta la società, e che quindi non si doveva confondere come una lotta di classe.
Sono quelle della Filf, le più scatenate, si definiscono "più a sinistra dell'estrema sinistra extraparlamentare", ma aprono ai compagni maschi svincolatisi dai condizionamenti sessisti. La loro sede a Roma in Piazza SS. Apostoli.Sempre nel 1970, un gruppo si stacca dal MLD per incompatibilità e crea RF (Rivolta Femminile), una trentina di aderenti, coordinati da ELVIRA BANOTTI, sede a Roma in Via del Babbuino e a Milano in Via Monte di Pietà. Un gruppo questo che non intende provocare, ne' accettare, un dialogo col mondo maschile, ne' lottare per il raggiungimento dell'uguaglianza con l'uomo; questo significherebbe identificarsi con lui e comportarsi come lui, cosa improponibile.
Con la FILF ci sono poi altri numerosi gruppi paralleli ma autonomi di autocoscienza, che non hanno un nome, rifiutano di darsi una struttura organizzata e non riconoscono alcun leader. Si ritrovano in riunioni generali una volta al mese, per comunicare le proprie esperienze, le proprie iniziative e le difficoltà che incontrano, oppure si riuniscono in genere piccoli gruppi nelle varie case delle donne che fanno parte del movimento. Operano in silenzio, senza far chiasso, ma iniziano a circolare idee nuove che porteranno molto lontano, al superamento di arcaici pregiudizi sanciti dalla legge, all'uscita dall'oppressione del sesso, dai tabù, e all'affermazione del diritto al piacere alla gioia e all'autodeterminazione anche in questo campo, oltre alla cancellazione di quello stereotipo di donna che le qualifica beni di consumo.
Altro gruppo è il Collettivo femminista di Via Cherubini a Milano animato da LEA MELANDRI che anima il gruppo e la "libreria delle donne" che pubblica la rivista portabandiera Sottosopra e L'erba voglio.
Sembrano tanti gruppi, danno l'impressione di essere scollegati, e sembrano anche divisi da ideologie politiche, ma non è così. I gruppi sono diversificati ma uniti, perché l'obiettivo è unico, e la "lingua" e i contenuti, quando trattano i problemi comuni a tutte le donne, sono una sola cosa. Di questa solidarietà nessuno tiene conto: sia i politici sia i religiosi.
Il 23 Dicembre proprio alla vigilia di Natale dello scorso anno, e molto prima di essere chiamate al referendum del divorzio, provocatoriamente le femministe a Roma hanno già raccolto le firme per presentare una proposta di legge per la liberalizzazione dell'aborto.
Ma è quest'anno che i gruppi si animano e cominciano le vere dimostrazioni. SIMONE DE BEAUVOIR (l'autrice di Secondo sesso, anno 1949) a Bruxelles al Congresso Femminista Europeo ha posto con toni perentori e con spregiudicatezza il problema della libertà della donna, e ha infiammato le platee femminili di tutta Europa. Compresa quell'italiana.
Infatti, il percorso della liberazione femminile in Italia diventa dirompente, inizia con manifestazioni provocatorie, assemblee, volantinaggi, e porterà, prima alla "grande inattesa sorpresa" (i risultati) del referendum per il divorzio (59,3% a favore), e poi (con un altro clamoroso risultato - il 67,9%) getterà nello sconforto la Chiesa, quando i voti per la liberalizzazione dell'aborto causeranno una vera e propria angoscia "a Roma" "isole DC" comprese. Nessun'angoscia invece nella popolazione femminile cattolica d'Italia, di ogni regione, di ogni ceto, di ogni età, comprese quelle meridionali, credute conservatoriste (o immaginate più plagiate, "un bacino garantito quello" disse qualcuno sbagliando clamorosamente).
Per l'aborto, infatti, il Sud si pronunciò a favore, in Sardegna 63,7%. Sicilia 67,1%, Calabria 63,6%, Basilicata 65,6%, Campania 67,5%, Puglia 65,2%. Il Sud superò perfino il Nordest; il Veneto (altro bacino garantito) fece registrare comunque un 56,6%, mentre nelle rimanenti regioni del Nord e del Centro si toccarono medie dal 73% al 76,8%.
Molte donne sia al divorzio che all'aborto non ricorreranno mai, ma non impedirono con i loro voti che altre donne affidandosi alla loro libera coscienza vi ricorressero quando era necessario per evitare drammatiche situazioni o quando era messa in discussione la loro dignità di persona (come lo stupro di un triviale soggetto).
E anche qui, questa solidarietà, nessuno l'aveva messa in conto: sia i politici, compresi i comunisti, sia i religiosi. I secondi pazienza, non conoscono il mondo femminile, ma i primi, pur tenendo a casa moglie, figlie, sorelle, fidanzate, amiche, mamme e nonne, non hanno capito nulla della donna e il contesto sociale dove essa si muove tutti i giorni. Già, perché votarono (fu facile fare la conta) sia le nonne di 90 anni, che le ragazze che n'avevano 20 di anni, quelle che erano state bollate come "leggere" e "svergognate".
Finiva insomma quell'ambiziosa pretesa di annettere metà dell'intera società - le donne - a un'unica visione del mondo; finiva cioè una certa cultura che aveva voluto imporre una dottrina morale personale spesso asessuata, o quella maschilista - costruita a tavolino - a una morale "naturale". Nessuno, anche minimamente osservando, si era accorto della situazione reale del Paese, del passaggio immediato (in una sola generazione) da una cultura fatta quasi totalmente di analfabetismo (i poveri) e umanesimo cencioso (i ricchi), da un'organizzazione culturale arcaica che omologava e benediceva solo due cose (miseria e salvezza), all'organizzazione moderna, dove il contesto sociale era mutato, la mobilità un fatto, la promiscuità evidente a tutti, e dove la cultura consumistica (ben oliata, osannata, palese in ogni angolo, onnipresente, telepromozionata) aveva già creato senza fatica non solo altri modelli più gradevoli e li aveva omologati creando inossidabili ideologie (la edonistica), ma si era ormai impadronita anche del Potere che il neocapitalismo (legato ai consumi) aveva sapientemente creato, e in certi casi - per svilupparsi - anche con l'appoggio politico dei potenti che venivano da quelle arcaiche culture, ma che subito avevano abbassato la loro bandiera spesso tradendo idealità e valori solo per cinico opportunismo elettorale.
Ma era necessario, dobbiamo paradossalmente anche ringraziare questi complici che per giustificarsi, come traditori si scagionarono, dichiarando che era la nuova espressione del liberismo puro e che era necessario rimuovere e ridimensionare una cultura moralistica laica o ecclesiastica perché entrambe non inducono certo ai consumi e ad alcune libertà che una società civile moderna deve avere per muoversi verso lo "Sviluppo" che ha bisogno anche di quella produzione creatrice che dà il benessere terreno. E prime le italiane e poi anche gli italiani accettarono con entusiasmo i nuovi modelli.Lo stoicismo nell'accettare miseria, fame, sacrifici, era dunque tramontato. Ed era tramontata con la liberazione della donna, oltre i pregiudizi accennati sopra, anche la bruttezza, la sciatteria, la non cura del proprio corpo, ed abbiamo così iniziato ad apprezzare la donna che si fa desiderare, iniziato ad amare la gente di bella presenza, pulita e ben vestita, a stare in compagnia con loro, conversare con loro. E questo vale per le donne nei confronti delle donne, per gli uomini nei confronti degli uomini, non meno e necessariamente che per rapporti più apertamente sessuali.
Ma tutto questo nella vecchia morale (ovviamente élite esclusa) era condannato e ripudiato, e la cura del corpo - quindi il desiderio di piacere - pruriginosamente era sempre associata alla perversa intenzione di voler eccitare sessualmente il partner, quindi sconveniente, come a voler dichiarare che la sessualità è la radice dell'estetica. E ci riuscirono, visto che mortificando la carne e creando dei tabù, si riuscì a mortificare la bellezza. Marwick scrive invece "Un solo fatto è innegabile, per le testimonianze storiche e l'esperienza quotidiana: gli esseri umani nascono con un profondo istinto estetico che dà origine alla poesia, all'arte, alla musica, alla moda, e a molte altre attività, e all'arte di piacere". Freud lo aveva già scritto "Il godimento della bellezza ha in sè qualcosa di lievemente inebriante. La bellezza non ha uno scopo apparente; e non vi è alcuna palese necessità culturale della bellezza. Tuttavia, la civiltà non potrebbe farne a meno".
Iniziarono le donne in questo 1972, poi proseguirono e capirono anche gli uomini cosa era la bellezza, l'eleganza, la cura del corpo, la moda, il piacere di stare in compagnia, di conversare, e accompagnarsi con quella che s'iniziò a chiamare "la bella gente". Non per nulla esplodono quest'anno i grandi sarti, che costruiranno su questo desiderio i loro imperi. MISSONI è il primo a fare una sfilata proprio nel '68, ma da quest'anno 1972 sulla ribalta salgono VERSACE, VALENTINO, TRUSSARDI, FERRE', LITRICO, CARDIN e tanti altri; E INIZIANO LE MODELLE. E' iniziata una nuova era. (Più gradevole)
E vale la pena di riportare un passo del già citato Marwick, autore di Storia sociale della bellezza, Leonardo editore, 1988:
"La rivoluzione politica, i mutamenti che molti contestatori auspicavano nel '68, non sono accaduti. Ma a dispetto di tutto quanto è stato scritto sul vuoto e le falsità delle aspirazioni espresse in questi anni, la prova di un significativo cambiamento culturale mi sembra irrefutabile. In particolare, mi riferisco naturalmente al mutamento critico nella valutazione dell'aspetto fisico, cercandone le prove concrete. E sono le nude cifre che indicano gli studi e gli interventi accademici sull'argomento nell'arco di 60 anni in tre campi. Gli studi condotti da istituti di psicologia. Il numero di manuali di bellezza pubblicati, e l'influenza che ebbe la bellezza nel mondo degli affari e della politica. Studi che hanno influito sulla società e hanno poi influenzato le nuove teorie di politica sociale. I mutamenti iniziati nel '68, poi più evidenti nei primi anni '70 (in Italia nel 1971-72) hanno posto l'accento sulla bellezza come caratteristica di notevole valore e l'hanno portata all'attenzione degli accademici come argomento adatto per approfondite ricerche su tutti gli altri campi. Negli anni Venti gli studi furono 1. Negli anni Trenta ancora 1. Negli anni Quaranta: 0. Negli anni Cinquanta: 2. Nel 1960-64: 1. Nel 1965-69: 5. Nel 1970-74 furono invece 22, e in seguito sempre più numerosi". Si iniziarono a contare a centinaia.
La liberazione della donna ha mutato la società. Dal 1972 è nata un'altra donna e tutte le altre conquiste che avverranno sono legate a questa mutazione antropologica di questi anni, dove soprattutto e innanzi tutto non solo la donna ha mutato il suo carattere, ma ha fatto parallelamente mutare carattere anche all'uomo. Col '72, infatti, si sono spente le ultime manifestazioni della contestazione, ed è calata anche la spavalderia, l'arroganza, e l'egocentrica opinione che l'uomo aveva di se stesso. Le donne diventarono sempre più belle, sicure, attraenti, eleganti, e se voleva l'uomo competere doveva adeguarsi agli stessi canoni. Il medioevo era finito!!!
Contrariamente a quello che si pensa, la loro partecipazione al mondo del lavoro, in pratica le donne lavoratrici, è in costante diminuzione. In piena industrializzazione ottocentesca, vale a dire nel 1901, le donne lavoratrici erano il 32%. Nel 1961 erano calate al 25%. Quest'anno (1972) sono scese sotto il venti, e sono appena il 19,6%, poco più di 5 milioni, proprio come nel 1901.
Massiccia è la sua presenza nel settore dell'insegnamento. Nelle elementari il 75,8%, nelle medie il 61,9%, nelle medie S. il 49%. Ancora pochissime all'Università. Nelle cariche pubbliche le donne occupano solo l' 1,5%, come medici sono il 7%, e come ingegneri solo l' 1%.
Il resto sono soprattutto mansioni di segretaria, commessa, dattilografa, infermiera con una retribuzione, sebbene la legge disponga il contrario, inferiore a quella dell'uomo: in media del 16%.
Sul tema DIVORZIO e PILLOLA
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