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CRONOLOGIA

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  ANNO 1973 (Pag. in costr.)

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In MAGGIO l'inizio degli Imperi televisivi privati
(In SETTEMBRE il "Compromesso Storico" di Berlinguer)
(in SETTEMBRE il "Golpe di Pinochet in Cile"


UN VELOCE RIEPILOGO
DELL'ANNO
- L'ANNO 1973 secondo le previsioni dei politici, contenute nei discorsi fatti alla fine dell'anno 1972, ma soprattutto, cosa più grave, quelle scritte, più accorte, di tanti economisti che apparvero sui giornali (e non si capisce proprio come possono aver preso poi una così grossa cantonata), il 1973 doveva essere - dissero in coro - "un anno che ci porterà ad una netta ripresa economica, sconfiggeremo l'inflazione (era al 10 % sfiorerà poi a fine anno il 20 %), creeremo nuovi posti di lavoro, ci occuperemo della società civile, sconfiggeremo il terrorismo". Giù tanta retorica, e le solite cose, sempre eguali.

Ai primi, ai politici, non crede più nessuno. La netta sensazione del cittadino é che nei partiti di governo non si fa più politica per le necessità del Paese, ma solo per ritagliarsi un potere personale. Sono tutti impegnati a dilaniarsi dentro le correnti per stabilire chi deve comandare.

La gente non è stupida, ha davanti a sé ogni giorno uno spettacolo desolante della politica, anche se non la segue. Negli ultimi mesi, ha smesso perfino di criticare. Chi la segue, e osa criticare le scelte, oppure vuole evidenziare l'immobilismo, è subito tacciato di qualunquismo.
Sono tutti vivi e vegeti i padri della Repubblica, ma sembrano vivere tutti dentro un piccolo cortile, con il Paese fuori, lontano.

Oltre che disaffezione per quello che offre la politica, la gente prova nei confronti dei politici persino repulsione e se n'allontana sempre di più, ed è palpabile in ogni ambiente la separazione fra la società civile e quella dei politici. Basta entrare in un semplice laboratorio artigianale o dentro un consiglio d'amministrazione di una grande azienda privata, e ci si accorge che non si parla più di loro. Non hanno la sensazione ma ormai hanno la certezza che nei Palazzi della politica o in quelli del governo, non si tiene più conto dei loro problemi, non se ne parla più, e loro adottano altre strategie produttive, percorrendo nuove strade.

Mentre nei "santuari" delle grandi aziende pubbliche avviene l'opposto; uomini messi per fare i manager fanno invece solo politica; l'unica strategia e abilità è come spremere lo Stato, come gestire i soldi pubblici e come crearsi nell'ombra la propria impresa privata. E che imprese! Uno, il più famoso, Eugenio CEFIS, presidente dell'ENI, dalla sera alla mattina da' la scalata alla Montedison! E da quel momento non ha più bisogno di padrini politici, è lui ora il "loro padrino", lui ora a spremerli, lui a prendere i finanziamenti a fondo perduto. E' lui il maggior rappresentante della "borghesia di stato" dell'Italia 1973-'75.

Eugenio Scalfari scrivendo un libro, diventato un classico, questa categoria la chiamerà la Razza Padrona. Poi questa fauna si estingue, da sola, quando nella Cassa Italia non c'è rimasta più una lira, ma solo debiti, e la "razza padrona" dato che è la prima a rendersene conto, non trova di meglio che  passare dall'altra parte della barricata. (Cefis farà così. Carli pure; va fuori dallo Stato, gli lancia perfino dalla Confindustria le filippiche, "schiaffeggia" tutti i politici; poi dopo un po' di tempo ritorna in mezzo a loro!)

Operando senza una logica imprenditoriale - (nella privata, dopo aver impiegato capitali a rischio la ovvia "logica" è quella del profitto) - queste aziende pubbliche gestite con tanta disinvoltura, senza criteri d'economicità, sovvertono le regole del mercato, quelle della contrattazione, e risolvono anche le più difficili rivendicazioni sindacali senza porsi tanti problemi dove fare venire fuori i soldi. Questi arrivano a pioggia con i "fondi di dotazione" che hanno una caratteristica particolare: non sono finalizzati a programmi specifici, ma intervengono a sovvenzionare aziende in crisi, anche se sono obsolete e improduttive. I fondi, trasformatisi in parassitari interventi, sono poi quelli che vanno ad alimentare l'assistenzialismo politicizzato. Aziende di ogni genere: dai biscotti alla chimica, dalle marmellate ai tubi d'acciaio, dal carbone ai gelati, dai supermercati alle auto. Tutte sono etichettate o aziende "non utili" (forse perchè è sgradito il management), oppure "socialmente utili" e "strategiche per lo stato". E chi lo decide, una mattina indica quell'azienda, la mattina dopo un'altra, poi ci ripensa e da il parere favorevole per cedere le prime e acquistare le seconde).

Poveri politici, "bevono" tutto, non ci si raccapezzano più, quelli della vecchia guardia, i "padri nobili" sono frastornati. Quelli della sinistra, partiti e sindacati battono le mani, sembra l'avvento del socialismo, la fine del capitalismo, che in effetti, va in difficoltà e sembra al tramonto. Si salvano in pochi. Si scrivono articoli e libri in questo periodo dove la Fiat, la Pirelli e tante aziende dell'alta borghesia, sembrano ormai spacciate. La politica (o meglio la "razza padrona" (dello Stato) è entrata nei consigli d'amministrazione, fa e disfa aziende, e mette naturalmente il management che vuole, non legato alle capacità imprenditoriali, ma al partito (quindi al controllo). Mette in difficoltà perfino l'abile Cuccia che in questo '73-74 ha già compilato una lista con un migliaio d'aziende in rosso dove vede già i bubboni, si allarma e avverte "ora è il management che fa gli azionisti e non l'incontrario, e se il primo è in mano ai politici e a questi arrampicatori la corruzione presto dilagherà". La dignità di questo banchiere ricorda un po' quella il BENEDUCE,  di Mussolini, di cui è del resto il genero.

Molte grandi aziende, nella crisi, sottoscrivono debiti con le banche. La crisi aumenta e i debiti per gli istituti di credito diventano inesigibili. La bella "idea" di CARLI, governatore della Banca d'Italia, è quella di invitare le aziende a cedere una parte delle loro azioni alle banche per saldare i debiti e per avere credito. Le banche con le quote delle società entrano così nei consigli d'amministrazione, e anche se possiedono solo un 10 per cento, sono loro che hanno in mano le sorti dell'azienda. Sono le banche a garantire i finanziamenti, e proprio per questo sono le banche a nominare il management dentro le aziende. E se nelle banche non ci sono banchieri ma solo "consigli d'amministrazione" nominati dai politici, il legame affari politica diventa completo e perverso. Un abbraccio incestuoso che porterà lo stesso CARLI e CEFIS- ormai diventati potentissimi - a guidare il primo la stessa Confindustria e il secondo a diventarne vice. (il prossimo '75, dopo una breve permanenza di GIANNI AGNELLI per un anno. E' il momento in cui sembra definitivamente crollato il potere dei Signori del Nord. Esautorati. Spacciati!).

Tutto questo é possibile perché ormai i politici si sono impantanati camminando su un terreno, quello industriale e bancario, dove non ci capiscono più nulla, sono ormai ridotti a firmare e firmare carte per ricevere qualcosa in cambio per sopravvivere. Sono finiti i tempi dei comizi in maniche di camicia sulle piazze,  o gli abiti sdruciti di Nenni, De Gasperi, Amendola. Ora l'edonismo ha fatto capolino anche nel Palazzo, nelle segreterie, nei convegni. Nel partito è entrata la pubblicità, l'immagine, il "portaborse" e il "galoppino". I politici sono costretti a darsi un segretario manager amministrativo perché il partito é ormai una complessa azienda con il suo organigramma di dirigenti faccendieri e con i registri di "prima nota" con il "dare e avere" i cui terminali partono dai ministeri, dov'è seduto il capocorrente di turno con davanti non la cartina d'Italia, ma solo il "mappale" del suo feudo elettorale dove sono evidenziati i punti cardini del potere: le banche e le aziende. E il sociale e tutto il resto? C'è l'assistenzialismo! Che porta voti perché è clientelare.

Tutto questo ha dei costi, che sono coperti da denaro che nell'andata si chiamano "sovvenzioni", "leggi", "provvedimenti", e nel ritorno "elargizioni". Le seconde non certo arrivano se non si sono date le prime, che iniziano ad avere delle corsie preferenziali ben precise.

Molti, ma non sapremo mai quanto questo sia vero, affermano che questo assistenzialismo, queste sovvenzioni, e queste distorsioni negli apparati produttivi ed economici, in un periodo così critico per l'economia italiana, questo "sistema" di socialismo e capitalismo "bastardo" inventato e spuntato in questo periodo solo in Italia, ha concorso al mantenimento dei livelli di occupazione, ha ridimensionato il potere dei "Signori del Nord", e che la "questione morale" passa in secondo piano. Siamo o non siamo la terra natale di Machiavelli? Il fine giustifica il mezzo!

Contano i risultati a lunga scadenza. La legge della jungla -assieme a quella evangelica croce messa spesso come facciata perbenistica sul vessillo- era il male necessario. Visto nel generale con le distorsioni che si sono verificate poi nel territorio hanno ragione i denigratori; ma visto nel particolare hanno ragione anche gli altri. Alcune regioni, con l'uomo "giusto" che applicava le due leggi sopra in questo sistema "imbastardito" ha funzionato! Eccome ha funzionato!

Mai il Veneto contadino, avrebbe potuto aspirare a diventare quello che è senza Rumor. Se lo chiedessimo alle migliaia di operai della dissestata Lanerossi che proprio l'ENI tenne in piedi per anni (operai in cassa integrazione per 7 anni, poi messi in pensione con un regalo di altri 7 anni) a Cefis - di certo - gli farebbero un monumento e a Carli un quadro da mettere sopra la spalliera del letto. Migliaia di operai con già uno stipendio in tasca, a casa, nel garage, nei sottoscala, si misero a produrre a costo 30 quello che a Milano o a Torino costava 100. E i sindacati? Zitti, tutti impegnati a rompere le scatole ai "capitalisti" di Torino e di Milano, e a pretendere dai "padroni borghesi" quello che i "padroni pubblici" concedevano a piene mani ("ma come sono bravi e sensibili a Roma!") a destra e a sinistra, e… alla "destra" e alla "sinistra". C'era, e come c'era! anche la sinistra! (vedi Romagna, Toscana ecc.)

La lotta di potere ormai non è più una lotta ideologica, questa ormai è una fastidiosa zavorra. La lotta è stimolata solo dal pragmatismo, quindi dispute fra prepotenti solo per occupare la poltrona ministeriale dove si firmano sovvenzioni. Alcuni firmano le carte giuste, altri invece spesso firmano "interventi mirati" senza capire cosa sono, ma firmano comunque. Quel che conta sono i benefici che poi ne vengono. Firmano e basta!

L'autore che scrive, era presente quando ANDREOTTI inaugurò una grande azienda chimica in meridione, parlò per mezz'ora senza aver capito nulla di quell'azienda e nemmeno a cosa serviva e forse nemmeno di chi era il proprietario (era un tedesco che stava soffiando all'Italia (chimica) l'impero dei detersivi! Un colossale business in Italia snobbato). Lo stavano prendendo per il naso e lui parlava di sviluppo, riassetto industriale italiano, di occupazione, di interventi "mirati". Per chi sapeva a cosa servisse quell'azienda (una grande truffa fatta nei confronti dei meridionali - 2000 dipendenti del nord si ritrovarono iscritti nel ruolino di questa azienda, e di meridionali ne occuparono solo 30 - In un ufficio di 3 metri quadri fecero la sede fittizia, che sostituiva legalmente quella che era a Milano - palazzo 5 piani, 400 locali uffici, 1970 impiegati, che da quel momento risultarono, tutti a libro paga di quell'ufficietto del sud, ovviamente defiscalizzando gli oneri sociali) e quel politico sul palco sembrava persino patetico; un burattino. Due potevano essere i motivi per comportarsi così, o era cointeressato o ingenuo. Chi scrive direbbe ingenuo, perché altri suoi colleghi di partito si stavano mobilitando per "fargli le scarpe", "metterlo nell'angolo", scavalcarlo all'occasione giusta, per firmare loro quelle stesse carte, che a tutto servivano meno che all'occupazione e al "mirato" intervento sul Mezzogiorno. Intanto lo spiavano, dove andava, con chi andava, cosa faceva, cosa diceva in giro; gli controllavano perfino il telefono è lui ingenuo parlava, e non sapeva che il nemico l'ascoltava. (vedi 28 marzo).
  Nel suo 1° governo, ANDREOTTI, lo scorso anno non riuscì nemmeno a fare le scale del Quirinale, i suoi amici (non i nemici) lo spedirono a casa quando era già a giurare sul Colle. Un suo collega pestava i piedi come un ragazzino, e faceva le bizze. (Il settimanale Espresso (vedi immagine) dedicò una copertina al "Pierino" di turno, col titolo: "Quanti prepotenti così, ci sono in Italia, nel governo, nei partiti, nelle banche…?")


ANDREOTTI, dopo la sua prima esperienza, dopo quel suo primo umiliante fallimento (e non era uno sprovveduto - aveva già 30 anni di politica alle spalle) alle elezioni di maggio ne formò un altro, con una formula nuova, un tripartito tutto di centro, con il PSDI e il PLI. Ma si vide subito che era un governo nato zoppo. Infatti, i più grossi ostacoli Andreotti li trovò negli esclusi del suo stesso partito, ormai tanti, ognuno con il suo feudo elettorale nelle province, con i propri pacchi di tessere. Feudi  dove nascono correnti, che si moltiplicano, si dividono, si azzannano, congiurano, fanno oscene alleanze impensabile fino a due anni prima, ed iniziano a remare contro i propri colleghi per le poltrone di Palazzo Chigi. "Non hanno chiamato me, quindi non ci deve andare nemmeno lui" questa è la logica della  "jungla" e delle congiure..

Il governo ANDREOTTI all'inizio di quest'anno appare suonato come un pugile. Non dai colpi di una forte opposizione, che sembra non esistere (le lacerazioni nel PSI sono pari a quelle della DC, mentre il PCI cosa sta aspettando non si sa - ma lo sapremo presto) ma colpito dai vari KO che riceve all'interno del suo stesso partito. Il suo è un governo fantasma, con nessun potere, che è già sull'orlo delle dimissione imposte dalla stessa DC. Poi a giugno a Andreotti rintonato com'è dai colpi bassi, gli buttano la spugna, e gli dicono "scendi dal ring" e mettiti da parte!

ALDO MORO si aggira nelle segreterie (e non solo in quella sua) ha nuove strategie, nuove idee. Vuole un ritorno al centrosinistra; intanto già quasi anticipando il "compromesso storico" berlingueriano, proprio con i comunisti sta flirtando. Farà parlare (vedi 5 giugno) al Congresso DC FANFANI, che ritorna Segretario del partito, ma è lui, Moro a tirare i fili, a manovrare a essere come al solito sfuggente con chi vorrebbe portarlo alla ragione: alla… "ragion di chiesa". Lo si accusa di fare dei grossi e gravi danni alla Democrazia Cristiana.
"I fedeli che pensano di essere con lui sulla rotta di Cristo, poi di fatto si trovano sulla rotta di Marx" affermava il potente Cardinale Siri, e aggiungeva "sulla questione (i flirt con i comunisti) Moro è sfuggente, così evasivo e sgusciante che mi verrebbe voglia di dargli un pugno in faccia. Me lo impedisce la mia veste".

Il futuro "papa non eletto" del '78 (per soli 4 voti, gli diede un grosso dispiacere Wojtyla) è il più irriducibile nemico di Aldo Moro. Anselmi il direttore dell'ANSA, racconta in un suo recente "Diario", che quando nel '78 gli comunicò il rapimento di Moro, il cardinale gli rispose: "Ha avuto quel che si meritava". Criticò anche aspramente la decisione di PAOLO VI quando partecipò ai funerali dello statista ucciso: "Neppure il Papa dei Borgia si recò alle esequie del figlio Giovanni ucciso da Cesare".(Anselmi, Espresso n. 20, anno XLIV).


Questo è dunque il clima dove MORO si sta muovendo. Le loro teorie, gli studi sui provvedimenti da prendere, con cui gli economisti imbottiscono le teste dei politici, alle prese con ben altri problemi, le vedremo nel corso dell'anno tutte vuote, destinate a fallire, per il fatto che sono scollegate dalla realtà del Paese, dove invece ogni italiano ha trovato da solo la direzione da prendere. Gli italiani hanno capito cosa devono fare. Gli altri no, "gli esperti", non hanno ancora afferrato cosa sta succedendo fuori del Palazzo. Non sta nascendo solo la "Terza Italia" clandestina dei sottoscala con gli italiani diventati come negrieri che abbiamo già letto in precedenza. Ora è la grande industria che si sta trasferendo con tanti espedienti nei sottoscala e sta creando il "sommerso" per aggirare le rivendicazioni sindacali, gli alti costi di produzione, le disaffezioni della fabbrica. Inoltre, compie queste migrazioni fuori del triangolo industriale, va nel Veneto, in Romagna, in Toscana, nelle Marche, in Abruzzo, in Puglia.

"I non garantiti..... un soggetto potenzialmente capace di autovalorizzazione, che, a causa di processi di modificazione profondi della struttura produttiva e del tessuto civile e di classe del paese, si manifesta e non puó che manifestarsi, politicamente, in forma autonoma rispetto ai partiti tradizionali e alle altrettanto tradizionali regole del gioco politico ed istituzionale. Un mondo, inoltre, che, nelle sue frazioni piú radicali, rifiuta di farsi merce, che non vede piú nel lavoro all'interno della fabbrica una condizione imposta ma pur privilegiata di esistenza (rispetto alla disoccupazione) e che, anzi, insegue, utopisticamente, pratiche lavorative finalizzate a saldare i bisogni con i fini e, quindi, forme-lavoro diverse e alternative a quelle salariate tradizionali. Un mondo, dunque, almeno nei suoi settori piú giovani e politicizzati, convinto di non essere e di non poter essere rappresentato dalle istituzioni politico-sindacali esistenti, giudicate, nella migliore delle ipotesi, strumenti propri ai ceti operai e garantiti di vecchio stampo:

"I partiti non riescono a capire un fatto molto semplice; che a noi, l'esaltazione della fabbrica o dei sacrifici o dell'austeritá fa semplicemente ridere. Mandano in giro dei funzionari tutti compiti, che sembrano impiegati modello con la borsa sotto il braccio, a farci la morale e si scandalizzano se li prendiamo a pernacchie o li cacciamo via a calci. Possibile che non gli entri in zucca che preferiamo guadagnare la metá piuttosto che diventare merce? E pretendono pure di rappresentarci. Ma sono matti! Vadano a comandare a quell'esercito di mummie che hanno messo in piedi in trent'anni e girino alla larga da noi se non vogliono guai." (Dall'intervista a C.M. giovane del movimento). (GIULIO SALIERNO - LA VIOLENZA IN ITALIA - MONDADORI)""

Si sta smembrando tutta la grande industria, che sta finendo a pezzi in una miriade di cantine e di garage, e nessuno se ne accorge. Ce n'è uno: ma è un caso raro, GIUSEPPE DE RITA. Fa un'indagine e compila una bella relazione. Scopre il coperchio della pentola che bolle. E' l'unico che è "uscito fuori" dal "Palazzo", a vedere cosa sta succedendo, e consiglia i politici di occuparsi del fenomeno; "il decentramento, il piccolo - si azzarda a dire con una lungimiranza profetica- potrebbe essere l'arma vincente di un nuovo sistema economico-produttivo, conviene accettarlo, capirlo e anche aiutarlo -De Rita, fuori, infatti, ha scoperto la realtà- dove c'è tanta gente con tanta voglia di lavorare; per la semplice ragione che non è disposta a rinunciare al benessere degli ultimi anni".

Questa realtà che non hanno capito gli "esperti", l'ha afferrata invece al volo l'artigiano a Carpi, l'ex operaio stracciaiolo a Prato, e perfino il calzolaio ad Ascoli: hanno scoperto un enorme mercato potenziale davanti al loro sottoscala, dove - ed è questo il grande fenomeno del 1973 - non si aggira solo il consumatore, ma ci sono i "galoppini" delle grandi e medie aziende che hanno scoperto il "terzista". Offrono macchine (persino gratis) e lavoro: per assemblare pezzi, confezionare maglie, produrre componenti e parti staccate. Ci fu uno scrittore che definì questo mondo sommerso della produzione  "La tribù delle talpe".
Nel commerciale poi, hanno scoperto l'"Agente". Si licenzia  quello a stipendio fisso, si prendono i tabulati della clientela effettiva e li si offre su un piatto d'argento a coloro che non costano nulla ma hanno tanta voglia di "scarpinare", darsi da fare. Né auto, né contributi, né ferie, né malattia, né rivendicazioni pesano sulla grande azienda.
Il risultato? si vende quattro volte di più e i costi sono la metà di quelli di prima.
(esiste una abbondante documentazione dell'autore che scrive; che di questi "funerali" ne fece qualche centinaio in tutte le province d'Italia, e altrettanti "battesimi" sul campo, degli estemporanei "galoppini" venditori).

De Rita, ha visto quello che ogni italiano sta vedendo sotto casa o all'angolo di quella strada che lui indica di percorrere. Gli economisti e i sociologi lo crocifiggono, Alberoni che insegna sociologia, lo bolla come "il filosofo del disordine", di voler incentivare lo "schiavismo". E le polemiche si scatenano (dopo venti anni Alberoni lo ritroveremo invece a scrivere che questo è "liberismo", che è "libera iniziativa",  ecc. ecc.)
Alberoni non aveva capito che il  nuovo capitalismo, per sopravvivere, aveva bisogno  di nuove "colonie"  da sfruttare, che era finito quello  dello sfruttamento del lavoro all'interno della fabbrica.

I politici zitti. Sanno bene che le casse dello Stato fra poco saranno vuote (quest'anno il "buco" è pari quasi ai cinque anni precedenti messi insieme). E se finiscono le risorse per gli incentivi, i regali e le sovvenzioni alle grandi aziende di Stato (le imprese partito) da dove la "razza padrona e i boiardi fanno arrivare il necessario per la politica centrista, finiscono i soldi e finisce anche il loro potere. Si guarda dunque alla provincia (alle colonie) qui il fenomeno nelle loro segreterie provinciali lo conoscono, e come se lo conoscono! (meglio di De Rita!)

L'unica risorsa futura - con in crisi il capitalismo di Stato, di questo ne sono coscienti i politici- sembra quella di ritagliarsi ognuno il proprio spazio nella provincia; dentro il proprio feudo elettorale-clientelare. E alcuni lo fanno proprio bene, e per farlo bene bisogna bloccare i controlli a monte.

Infatti, l'unico impegno che si prendono i politici a Roma è quello di non fare "nulla", che diventa paradossalmente positivo quando questo "nulla" provoca il lassismo fiscale, i non controlli delle istituzioni preposte e si lascia la briglia sciolta agli italiani, che diventano i migliori gestori del proprio lavoro e i migliori  amministratori dei propri soldi. A distanza di anni qualcuno ha affermato che questa scelta "il fare nulla" fu la migliore di tanti altri provvedimenti governativi, e a confermarlo in un'intervista molti anni dopo su Repubblica, troviamo l'industriale e senatore DC PIERO BASSETTI: "Abbiamo capito subito e ci siamo resi conto che non avremmo saputo dirigere la società italiana. Il Paese, fuori, era più forte della politica, e anche più intelligente. Con una vitalità che si vede solo in tempo di guerra. E la "guerra" c'era".

Le promesse nonsense, quelle dette a inizio 1973 si vedono subito. Sono trascorsi nemmeno quaranta giorni dall'inizio dell'anno e si abbatte sull'Europa il dollaro svalutato del 11 per cento. I Paesi più industrializzati raggiungono un accordo su un sistema di fluttuazione congiunta per frenare la speculazione. Il governo italiano sceglie invece la fluttuazione libera, in pratica svaluta la propria moneta in una forma occulta che favorisce l'esportazione solo di alcune grandi aziende (auto gomma, chimica) e penalizza le importazione di cui l'Italia ha bisogno per mangiare; e sbaglia  strategia (o lo fa apposta). Prende immediatamente varie misure correttive annaspando e mettendo toppe, alcune sono perfino buffonesche e utopistiche, come il blocco dei prezzi (lo leggeremo più avanti, la beffa). Poi alla fine dell'anno, ai governanti   arriva la seconda "batosta": l'embargo del petrolio. Non rimane altro che emanare un altro ridicolo provvedimento: l'Austerità, mandando gli italiani a "piedi";  e l''inflazione va in "carrozza", corre veloce verso il 20%.

Si risparmia su un litro di benzina usata la domenica e si paga tutto il resto il venti per cento in più negli altri giorni della settimana. Sempre che si trovi. Si favorisce Agnelli a esportare auto perché -  dicono i "guru della politica economica" - così, dopo, la Francia ci invierà lo zucchero (e altro) che l'Italia - e lo scopre solo in questi giorni - non ha, non produce.  Ha tante lamiere ferme e non ha carne, tante gomme e non ha latte, tanta chimica di base e non ha il semplice detersivo per lavare i piatti, tanti tubi d'acciaio ma non ha la farina per il pane e la pasta.

A DICEMBRE, gli italiani attoniti, sgomenti, con la perdita di tante certezze, giunti alla fine dell'anno non hanno proprio nessuna volontà di brindare a questo 1973 -da incubo- che se ne va, e ancora meno a un 1974 che sta arrivando; che tante cornacchie in giro -gli "esperti economisti"- gracchiando, profetizzano peggiore. E sbagliano anche questa volta. E per fortuna che il "meglio" alla fine dell'anno viene dai politici, "stando zitti".
E' il messaggio migliore, perchè tutti hanno ormai capito che dal 1° gennaio, bisognerà arrangiarsi! L'ANNO 1973 a dicembre si porta via anche molte pagine scritte dalla cronaca nera nel corso dell'anno. Pagine insanguinate dal terrorismo. In particolare le Brigate Rosse e altri gruppi eversivi. Hanno sequestrato nel corso dell'anno alcuni modesti personaggi (lo leggeremo nella cronologia dei fatti) li hanno poi processati nelle "prigioni del popolo" e li hanno umiliati davanti al "popolo" mandando in giro ai giornali le loro fotografie di poveri cristi con l'aureola a cinque punte dietro la testa.

Hanno poi compiuto attentati, stragi, fatto guerriglia, teppismo, gangsterismo e omicidi da patologia criminale. Alla fine dell'anno sono in piena escalation. La zona operativa preferita è sempre il triangolo industriale Milano, Torino, Genova e i loro obiettivi i grandi capitalisti, gli "sfruttatori" prendendosela però con i piccoli dirigenti, i magistrati, i poliziotti, ritenuti "servi del potere". E fra poco tocca ai giornalisti che non evidenziano abbastanza le loro "imprese", anzi le ridicolizzano, e non sanno che hanno a che fare con dei pericolosi narcisisti.

Riguardo alla matrice politica che ognuno crede di individuare nelle file dei terroristi seguendo i giornali, le presunte indagini assomigliano più a un gioco dell'oca che il frutto di indagini serie. Un giudice afferma che la matrice è nera e fa retate in mezzo ai missini, poi il giorno dopo un altro giudice lo smentisce e afferma che è rossa ed é subito impallinato. Metà giornali sono schierati da una parte affermando che gli assassini sono i comunisti, l'altra metà invece indica con sdegno la teppaglia fascista.

Qualcuno, preso per visionario afferma che i fascisti si sono camuffati da comunisti per far ricadere le colpe sui comunisti, altri affermano che semmai è l'incontrario. In mezzo, come se non bastasse la grande confusione (o meglio, l'ostinata volontà a non voler capire). Si leggono le fantasie di tanti prezzolati giornalisti che raccontano la favole dei servizi segreti deviati. Dove qualcuno pretenderebbe che prima di infiltrarsi, ogni agente scrivesse un comunicato stampa: "Domani mi infiltro nelle Brigate Rosse", "dopodomani sarò in quelle Nere".
La verità è che dentro i primi computer di qualche bravo funzionario che sta incrociando dati, fatti e nomi, con dei relazionali (una novità) tutti vogliono vedere dentro, curiosare. Il giorno dopo, il lavoro di mesi di indagini e sacrifici, è sui giornali, spesso distorto, dove si monta il "caso", il "golpe", l'"eversione" e tante "favole".

DELL'ANNO 1973 di positivo, nel mondo c'è la fine della guerra in Vietnam. Dopo 13 anni termina la più drammatica e distruttiva guerra. Un gigantesca "avventura" degli USA, finita non in gloria, ma sconfitta da un "popolo di formiche" (vedi giorno 24 gennaio). Finito il fantasma Vietnam, l'America è ora sotto shock per il suo Presidente Nixon che rischia l'impeachment per lo scandalo Watergate.

LA FINE DELL'ANNO l'Italia la vive con il suo mese più triste da quando è finita la Guerra. Un dicembre da dimenticare. Freddo. Tutto avvolto nel mantello dell'Austerità. Con le luminarie e le vetrine spente. Molto triste. A Torino perfino lugubre. Nella capitale dei motori il "motore" é fermo, il "Silenzio" sembra la musica della marcia funebre dell'auto, eppure qualche cinico plaude, innalza cartelli; "Agnelli sei finito /  la musica più dolce ti abbiam servito". Per fortuna che tutto il Paese si dimostrò più saggio. Aveva ragione Bassetti!

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