ANNO 1977 - MESE DI FEBBRAIO

a1977g.jpg (23909 byte)Il "compromesso storico"
finì in questa mattina"
del 17 febbraio 1977

2 FEBBRAIO - I primi incidenti, già a inizio mese, quando gruppi di Autonomia operaia assaltano la sede missina del Fronte della gioventù di Roma, dando inizio a una guerriglia con le forze di polizia.   I giorni che seguono, ci sono da parte di Autonomia occupazioni all' Università, si formano dei collettivi,  ma fortemente contestati  dagli "indiani metropolitani" (nuovi pittoreschi gruppi comparsi a Bologna quest'anno - che mirano soprattutto a conservare il proprio benessere e il loro modo di vivere nella propria "riserva". La chiamano "ala creativa" per la "ricomposizione di classe sul territorio"). Seguono piccoli incidenti ogni giorno, che si susseguono fino ad arrivare al....

17 FEBBRAIO - ...quando LAMA, il segretario della CGIL (che anche lui ha concordato con il governo e gli imprenditori la sterilizzazione della scala mobile) ha l'infelice idea di celebrare un congresso e di tenere un comizio all'Università di Roma. Un errore politico, anche se le intenzioni del segretario erano senza dubbio le migliori:  isolare le frange estreme violente ed equivoche   di' "Autonomia", ed aprire loro sbocchi politici, l'alleanza del sindacato.
Ha invece scatenato gravi incidenti tra gli "autonomi" e i "comunisti". Alla fine viene scritta una pagina amara della sinistra. Anche se le violenze non erano state previste né dai comunisti né dal movimento sindacale.

Questa la cronaca di La Repubblica " L'ama o non Lama non Lama nessuno",
("La Repubblica", 19 febbraio 1977)
"Le otto del mattino, sotto un cielo plumbeo e le prime gocce di pioggia, gli schieramenti nell'Universitá erano giá formati, anche se la tensione era ancora minima. Nel piazzale della Minerva il servizio d'ordine del sindacato e del Pci con i cartellini rossi appuntati sul bavero della giacca, qualche giovane della Fgci, molte persone un po' attempate, due o tre tute blu, presidiava la piazza del comizio. Armati di pennelli e vernice sindacalisti e comunisti cancellavano le scritte degli "indiani metropolitani" (l'ala "creativa" del movimento composta essenzialmente da militanti dei circoli del proletariato giovanile) Prima fra tutte una a caratteri cubitali accanto ai cancelli principali dell'ateneo: "I Lama stanno nel Tibet ". Gli "indiani" dal canto loro non restavano a guardare. Su una scala di quelle da biblioteca (con le ruote e un palchetto con ringhiere) avevano piazzato un fantoccio a grandezza naturale in polistirolo che doveva rappresentare il leader dei sindacati. Circondato da palloncini portava appesi tanti grandi cuori. C'era scritto: "L'ama o non Lama". "Non Lama nessuno" e altri giochi di parole del genere. I sindacalisti e il servizio d'ordine del Pci erano perplessi, qualcuno sorrideva bonariamente: "Sono goliardi, non bisogna farci caso" Qualcun altro invece giá alla vista del fantoccio si era innervosito: "É una provocazione inammissibile, Lama é un leader dei lavoratori". Il clima intanto si andava surriscaldando. Intorno al "carroccio degli indiani" (ma c'erano dietro anche tutti gli altri collettivi, i militanti dei gruppi e un paio di rappresentanti del Fuori), il servizio d'ordine del Pci aveva steso un cordone sanitario che ritagliava una larga fetta della piazza. La gente cominciava ad affluire, erano circa le 9 del mattino, e gli indiani pigiavano sul pedale dell'ironia e del sarcasmo, anche pesante. "Piú lavoro, meno salario", "Andreotti é rosso, Fanfani lo sará", "Lama é mio e lo gestisco io", "Il capitalismo non ha nazione, l'internazionalismo é la produzione", "Piú baracche, meno case", "É ora, é ora, miseria a chi lavora", "Potere padronale", "Ti prego Lama non andare via, vogliamo ancora tanta polizia", erano gli slogan piú scanditi (...) Luciano Lama é entrato nell'Universitá con una grande puntualitá. Circondato da una decina di tute blu, che lo rendevano quasi invisibile, é passato rapido tra la folla nel viale che porta a piazza della Minerva, ha attraversato la piazza nel varco lasciato libero dai servizi d'ordine ed é arrivato al palco, un camion parcheggiato diagonalmente nello spiazzo fra le aiuole della facoltá di Legge e il rettorato. Dagli altoparlanti le note delle solite marce da comizio non riuscivano a soffocare gli slogan ironici degli "indiani". Il clima a quel momento era arrivato quasi al punto di rottura. Le contraddizioni fra due mondi completamente diversi ed estranei, quello dei sindacati e dell'ortodossia comunista e quello della creativitá obbligatoria, non avevano trovato neanche un punto di incontro, neanche un modo di evitare insulti reciproci. Erano ormai due blocchi contrapposti e nemici: la pentola in ebollizione da un paio d'ore era ormai sul punto di scoppiare. (...) . Alle 10 del mattino Lama ha iniziato il suo comizio mentre crescevano le proteste, gli slogan si facevano piú violenti. "Il Corriere della Sera ha scritto che saremmo venuti qui con i carri armati, si é sbagliato, noi siamo qui ... ".
Dal carroccio degli indiani a questo punto sono partiti dei palloncini: pieni di acqua colorata e vernice. Nel servizio d'ordine del Pci c'é stato un attimo di sbandamento. Qualcuno deve aver pensato che si trattasse di qualcosa di pericoloso, molti si sono infuriati quando la vernice é piovuta sulla testa della gente. É partita allora una carica per espugnare il carroccio degli indiani. Travolta "l'ala creativa" del movimento, il servizio d'ordine del Pci, che ormai aveva raggiunto il fantoccio di Lama, é entrato in contatto con l'ala "militante". Sono volati pugni, schiaffi, calci, poi il carroccio é tornato in mano agli occupanti dell'Universitá che lo hanno usato come ariete per controcaricare. A questo punto uno dei capi del servizio d'ordine della federazione romana del Pci ha usato un estintore contro i militanti dei collettivi. La nuvola bianca di schiuma é stata il segnale di partenza della rissa piú selvaggia. Mentre Luciano Lama continuava il suo discorso al centro della piazza, fra i due schieramenti ormai era un continuo avanzare e arretrare a pugni e botte. Poi dal fondo, verso la facoltá di Lettere, contro il servizio d'ordine del Pci, sono volate patate, pezzi di legno e qualche pezzo d'asfalto. Lama ha concluso il suo discorso alle 10,30, mentre nella piazza in tumulto molti fuggivano, molti, soprattutto sindacalisti, restavano a guardare attoniti, alcuni cercavano disperati di dividere i contendenti, qualcuno giá piangeva urlando. "Basta, basta, non ci si picchia fra compagni". Dopo Lama saliva sul palco Vettraino, della Camera del lavoro di Roma. "Compagni" ha tuonato, "la manifestazione é sciolta. Non accettiamo provocazioni". L'ultima parola é stata quasi un segnale. Un'ultima carica violentissima ha spazzato via il servizio d'ordine del Pci e dei sindacati che ha protetto il deflusso dei suoi militanti. Il camion é stato capovolto, distrutto, poi si sono scatenate le risse. (...)
(CARLO RIVOLTA "La Repubblica", 19 febbraio 1977)

E ancora:

Febbraio 1977. LAMA all'Universitá. - "Lascia che ti dica. Sei stato mal consigliato".(Rossana Rossanda).
..... Lama si presentó con due altoparlanti da 10000 watt. La sventura cresceva nella piazza mentre si diffondeva la sua voce. Assordante, incomprensibile. Il vero messaggio erano quegli altoparlanti che controllavano e plasmavano irrimediabilmente le proporzioni e la forma di quell'incontro. Mostrandosi con una comunicazione unidirezionale, Lama rivela la sua vera natura, perché le ragioni profonde di quel movimento toccavano proprio la piú generale questione del potere che si presentava ormai, col passaggio dalla societá industriale alla societá informatica, sempre piú come questione della comunicazione. Dunque autonomia del movimento significava, prima di tutto, comunicazione bidirezionale ed immediata, cioé rapporti non mediati dai partiti o da altre istituzioni, comunicazione spontanea, esplosiva, orizzontale, senza ritegno. ....)
.....Il potere si presentava sempre piú come sistema di comunicazione unidirezionale, verticale, centrico, che seleziona omologa gerarchizza i messaggi. Interrompere questo flusso diventava sempre piú la condizione essenziale di esistenza di un movimento, la piú preziosa.
.... Lama invece non conosceva che la grazia di chi sa ascoltare, i saggi-maturi-consapevoli della prima societá.
.....Quel giorno gli apparve la differenza tra quella grazia e questa degli indiani metropolitani, fatta di volontá di comunicare, di ironia, di fragilitá, di presenza instabile - quindici giorni prima non esistevano  ...)
.....Lama scopriva che in questa loro diffidenza assoluta a confondersi con un potere a cui delegarsi, in questa instabilitá, in questa dispersione imminente, in questa loro inoperositá, si fondava la sua rovina. In questo dunque stava la loro forza, che neanche la nuova sinistra era stata capace di immaginare.
..... Che dire di un ceto politico che risolve una situazione come questa a bastonate? Eppure fu quello che avvenne. Il servizio d'ordine di Lama, diretto da Paolo Ciofi della Federazione romana del PCI, attaccó gli indiani improvvisamente, ferendone moltissimi. Furono trasportati nella facoltá di lettere e scomparvero lasciando una scia di sangue sulla scalinata. Non ritornarono mai. C'é da meditare su questa sparizione.
.....Subito dopo, da quella facoltá dove erano scomparsi gli indiani, apparvero molti passamontagna assai piú motivati del servizio d'ordine del PCI, che fu fatto sgomberare in pochi minuti.
..... Il compromesso storico finí quella mattina, nel momento in cui il PCI si riveló incapace di mantenere l'unico vero impegno che importasse alla DC, quello di assicurare il consenso e la pace sociale. Inutilmente si cercherá di salvarlo adoperando la palindroma teoria delle due societá, che si prestava al tentativo di convincere la DC che il PCI doveva considerarsi impegnato a garantire solo il consenso della prima societá, e che in questo senso aveva mantenuto gli impegni. Quello stesso pomeriggio la mano passó ai blindati di Cossiga, che occupó l'universitá e pote' dire al PCI: i miei uomini li hanno fatti scappare come lepri.
..... Ebbe fine cosí la breve esistenza degli indiani metropolitani. Ma in dieci anni, cambiando aspetto, sono tornati mille volte.

Fin dalle 8 del mattino, autonomisti e indiani presidiavano Piazzale Minerva per il servizio d'ordine (!). Ma  ognuno inalberava  cartelli provocatori.  Alla sommità di un'alta scala da biblioteca con le ruote, un grande goliardico fantoccio di Lama con scritte irriverenti troneggiava e girava in lungo e in largo la piazza accompagnato dallo scandire di "sa-cri-fi-ci, sa-cri-fi-ci". Ce l'avevano con il governo, ma soprattutto con il partito dell'astensione, il PCI, che ha incoronato addirittura ANDREOTTI con un suo uomo: il Presidente della Camera INGRAO.

Il "carroccio", le scritte, il ritmo ossessivo degli slogan ironici, sarcastici, molto pesanti, più che    provocazioni sono una dichiarazione di guerra  e i comunisti non hanno resistito. Alle 9,30 la rissa furibonda era già cominciata. Viene distrutto il palco di Lama, gli "indiani" si asserragliano nell'Università e il rettore (Antonio Ruberti, per tre volte poi ministro PSI nei governi di Andreotti)  chiede nel pomeriggio l'intervento della polizia. Così tutto poi degenera, in scontri, devastazioni e risse, con molti feriti all'esterno e all'interno delle facoltà. Una giornata amara per tutti.
LAMA è infuriato, sollecita manifestazioni di solidarietà ai suoi alleati CISL e UIL, ma l'appoggio non viene. La contrapposizione, gli scontri, l'atteggiamento, va  molto al di là dell'episodio: rimette in discussione una strategia, obbliga ad un ripensamento e ad un'autocritica tutti i protagonisti di questa amara vicenda: gli studenti, il sindacato, il partito comunista.

Purtroppo  nessuno trasse una lezione da questa giornata: la prima di una lunga serie che non conoscerà momenti di sosta, ed è il primo segnale e l'inizio di un nuovo periodo drammatico.

Miriam Mafai, su questo stesso giornale che abbiamo visto sopra, riporta l'intervista al ministro degli Interni COSSIGA sulle nuove norme emanate immediatamente dal governo contro la criminalità politica: "Fronteggeremo meglio la situazione di teppismo e di guerriglia: rischiano di diventare vere e proprie forme di conflitto armato. Il nostro Paese non può essere trasformato in un Far West. Chi gira con le armi deve andare semplicemente in galera e rimanerci". In questa  intervista Cossiga coniò un termine che ebbe poi fortuna: "Sappiano questi signori che non permetteremo che l'università diventi un covo di "indiani" metropolitani, freaks, hippies….". Da allora si chiamarono così.

Alla fine del mese di febbraio il movimento sul piano nazionale é ormai esteso e ramificato anche nei piccoli centri di provincia. Moltissime sono le scuole medie superiori in stato di occupazione o di agitazione permanente dove si tentano forme di "autogestione" cioè di sperimentazione di uno studio collettivo sulle tematiche del movimento. A Roma i fascisti sparano ancora davanti a una scuola ferendo due studenti. A Torino, in risposta ai fatti di Roma, un corteo del movimento attacca e incendia alcune sedi fasciste, nella polemica che ne segue con i militanti del Pci scoppiano risse e scontri. A Padova tutto l'ateneo é bloccato. A Perugia vengono occupate le facoltá umanistiche. Il 5 marzo c'é la manifestazione per Panzieri, un compagno che la sera prima era stato condannato a nove anni di galera per concorso morale nella morte di un fascista.

Il '77  sta   iniziando e porterà nelle pagine dei giornali le più devastanti, raccapriccianti, drammatiche e sanguinarie fasi del terrorismo. Ma soprattutto cronache di fatti sconcertanti, tutti avvolti da misteri, che forse un giorno non saranno più tali; ma dovremo attendere l'estinzione di tutti i protagonisti. Chi veramente sa non parla, altri non dicono le cose giuste, mentre parlano molti e sono quelli che sanno molto poco.  I documenti importanti ci sono in giro, solo che sono stati fatti sparire, e qualche volta anche le persone che li detenevano.

Forse un giorno usciranno delle "liste" dall'Est, e scopriremo che paradossalmente non venivano appoggiati o finanziati "centri occulti" "rossi", ma "solo"   "penne" e "politici" "bianchi".
Scopriremo forse così che c'erano dei "traditori" nella maggioranza di governo e anche fra gli insospettabili addetti all'informazione in mano ai "poteri forti". La strategia del KGB, era molto semplice:
Appoggiare i "rossi" si correva il rischio di  compromettere il PCI italiano se scoperti. Infiltrarsi nei "bianchi"  invece si avevano in mano due armi infallibili: le informazioni direttamente dall'interno e il ricatto. (e gente disponibile a fare il doppio gioco c'era, o per soldi o per una ideologia nascosta, mai rivelata).
I russi sembrava  volessero dire: "Attenzione, possiamo rivelare che in mezzo a voi ci sono dei nostri". E la strana fine politica di qualche politico fu dovuta forse proprio a questa diabolica e infallibile strategia.

Teniamo bene a mente la frase di GUI, detta a gennaio quando fu il primo ad essere sacrificato dai franchi tiratori:  "mi hanno giustiziato; ma quando si incominciano a compiere esecuzioni politiche, si sa come si comincia ma non si sa come si finisce".

FINE FEBBRAIO

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