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CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
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PERSONAGGI
E PAESI

( QUI TUTTI I RIASSUNTI )  RIASSUNTO ANNO 45-44 a. C.

 La Congiura delle Idi di Marzo

CESARE:
100 a. C.  Nasce a Roma
84 a. C. - Sposa la figlia di Cinna
77 a. C. - Fa il suo esordio politico con l'orazione contro Dolabella
76 a. C. - Viaggia in Grecia per studio
68 a. C. - E' questore
65 a. C. - Viene eletto edile
62 a. C. - Diventa pretore
60 a. C. - Nasce l'accordo con Pompeo e Crasso (1° Triumvirato)
59 a. C. - Viene eletto console
58 a. C. - Inizi la 1a guerra gallica
49 a. C. - Cesare passa il Rubicone
48 a. C. - Nella battaglia di Farsala sconfigge Pompeo
47 a. C. - Nuove campagne in Africa e in Oriente
46 a. C. - Celebra il trionfo a Roma
45 a. C. - Cesare vince a Munda - E' nominato "imperator"
44 a. C. - Cesare è ucciso, trafitto da ventitrè pugnalate il 15 marzo (Idi di Marzo)


IL RITORNO DI CESARE

La vittoria di Munda, appresa a Roma nell'aprile del 45, procurò a Cesare altri onori, altri privilegi ed altri diritti.
Cinquanta giorni di supplicazioni in ringraziamento per la vittoria furono decretati dal Senato, che stabilì anche che a perpetuare il ricordo della giornata di Munda ogni anno, nel giorno del 21 aprile, in occasione delle feste Palilie, fossero allestiti pubblici giochi. A Cesare si concesse di portare ovunque e sempre la veste trionfale e i calzari rossi dei re albani; gli fu innalzata, nel tempio di Quirino, una statua con l'epigrafe "Al Dio Invitto" ed un'altra in Campidoglio presso quelle dei re; gli fu dedicato un collegio di sacerdoti che da lui presero il nome di "Giulivi", gli fu dato il titolo di "Liberatore" e ai suoi discendenti quello d'Imperatore e come a Romolo era stato innalzato un tempio così in onore di Cesare ne fu eretto uno, il quale - ironia ! - fu intitolato alla Libertà.

Né fu tutto. Per volontà del popolo si stabili che la Repubblica donasse a Cesare una casa sul Palatino, che i governatori delle province dipendessero da lui, che nessuno accanto a lui potesse essere rivestito dell' imperio, che potesse creare anche i magistrati plebei e che avesse la carica di console per un decennio.

Il Senato e il popolo, che non erano più i vigili e fieri custodi della libertà repubblicana, si sceglievano un padrone, gli conferivano illimitata autorità, mettevano nelle sue mani l'arma del comando, lo deificavano e aprivano la porta alla monarchia.
E come se gli onori di cui lo avevano ricoperto non bastassero, lo chiamarono "Padre della Patria", diedero il suo nome (Luglio da Julius) al mese nel quale cadeva il giorno della sua nascita che fu dichiarato festivo, gli dedicarono statue in tutti i templi di Roma e nei municipi e fecero erigere in suo onore un terzo tempio che fu consacrato alla Concordia.

Tornato in Roma celebrò il trionfo per le vittorie riportate nella Spagna e poiché volle associarsi i luogotenenti Q. FABIO MASSIMO e Q. PEDIO, che con lui avevano egregiamente combattuto; così il trionfo ebbe la durata di tre giorni.
Fu uno dei suoi errori. Il popolo applaudì, ma i pompeiani, che in Italia erano ancora molti, non perdonarono a Cesare quel trionfo celebrato non sui barbari bensì su una parte di cittadini romani stessi.
Conveniva a Cesare, come aveva fatto dopo la guerra d'Africa, non ridestare con inutili pompe il ricordo della sanguinosa lotta civile; lui invece si credeva troppo forte; gli onori di cui era stato ricoperto lo avevano ubriacato consigliandolo a tutto osare, e, rinfocolati così gli odi, fece nascere nell'animo dei suoi nemici il desiderio della vendetta.

Ma alla vendetta che avrebbe potuto abbattersi sul suo capo, Cesare non pensava; pacificate le province, divenuto arbitro dei destini di Roma e del mondo, lui rivolgeva la mente ad imprese che solo il suo genio poteva concepire. Roma doveva essere la signora assoluta di tutte le genti; ma non tutte obbedivano a Roma; oltre il Reno e il Danubio vivevano numerosissimi popoli ancora liberi, che le sue legioni più di una volta avevano vinto in battaglia e sapevano tenere in rispetto; oltre le frontiere orientali c'era un altro popolo bellicoso che aveva sconfitto le armi della Repubblica ed ucciso Crasso, e questi erano i Parti; e c'erano altre regioni sconfinate dove si era spinto uno dei più grandi conquistatori dell'antichità: Alessandro Magno.

Cesare vagheggiava conquiste grandiose: soggiogare i Parti, penetrare nell'Ircania, fare del Caspio un mare romano, sottomettere la Scizia misteriosa, percorrere l'immensa Sarmazia, ed infine sgominare e sottomettere 1'indomita Germania.
Cesare pensava di rendere più rapide e più facili le comunicazioni tra l'occidente e l'Oriente tagliando 1' istmo di Corinto e quello di Suez, di aprire attraverso gli Appennini una grande strada militare che congiungeva Roma con l'Adriatico, di bonificare l'Italia centrale prosciugando il lago Fucino e le paludi Pontine per mezzo di un canale dal Tevere a Terracina, di estendere il censo a tutte le province misurandone il vastissimo territorio.

Voleva che Roma fosse la capitale degna di quest'immenso impero, allargandola ed abbellendola. Al Campo Marzio doveva essere sostituito il Vaticano il primo destinato a diventare un foro della metropoli con un tempio nel mezzo. (fu il primo dei Fori Imperiali - Foro di Cesare, con il tempio di Venere Genitrice)
La vita dell'intelletto doveva pulsare tutta a Roma. Per attirarvi i dotti stranieri stabilì di concedere la cittadinanza a tutti coloro che coltivavano ogni genere di studi; per far di Roma un centro di sapere, progettò di costruire una grande biblioteca sul Palatino e n'affidò la direzione a TERENZIO VARRONE, uno degli uomini più eruditi del tempo; per rendere la metropoli più bella decretò di costruire un immenso anfiteatro ai piedi della rupe Tarpea, un tempio alla Felicità e sostituire la Curia Ostilia con un'altra che da lui doveva prendere il nome di Curia Giulia.

Poi commise un altro errore che derivò in gran parte dalla sua natura generosa.
In guerra egli sapeva soffocare la voce del cuore ed essere spietato per assicurarsi la vittoria e l'obbedienza dei popoli conquistati; in pace si illuse di governare con la clemenza, di fare scomparire gli odi col perdono, di cattivarsi l'affetto dei nemici con la generosità.
Questa generosità invece era come un affronto al nemico vinto, il quale se ne sentiva umiliato e non poteva non bramare la riscossa, non poteva cacciare la visione di Catone suicida per la libertà e di Gneo decapitato; non poteva adattarsi a veder trionfare colui che aveva ucciso la repubblica ed ora troneggiava sulle sue rovine.

Cesare dunque s'illuse di poter pacificare gli animi con la clemenza; ordinò che fossero richiamati i fuorusciti pompeiani e li ammise nelle magistrature; non contento di ciò, quando nelle elezioni del dicembre del 45, riuscirono eletti fra i pretori M. GIUNIO BRUTO e C. CASSIO LONGINO, sostenitori una volta di Pompeo, Cesare diede loro delle cariche importanti conferendo al primo la pretura urbana, al secondo la giurisdizione sui forestieri. Vane generosità! I nemici, beneficati, meditavano la vendetta, i vecchi repubblicani non sapevano rassegnarsi al nuovo regime che di repubblicano aveva soltanto il nome e che nella sostanza era prettamente monarchico.
Mentre il malcontento dei nemici aumentava sempre di più, pur tenendosi nascosta ogni cosa nei petti, tutte queste servili creature di Cesare pareva che facessero di tutto per mettere in cattiva luce il dominatore.

Gli avevano dedicato templi e statue, gli avevano concessi diritti e privilegi, lo avevano fatto arbitro delle magistrature, avevano riunito nelle sue mani, tutti i poteri di cui prima andavano fieri il Senato e il popolo, lo avevano chiamato semidio, gli avevano dato facoltà di portare la veste trionfale e i calzari dei re albani; ora gli conferivano a vita la podestà censoria e la dittatura, estendevano per lui 1'inviolabilità tribunizia fuori le mura di Roma, gli innalzavano un tempio con il nome di Giove Giulio, gli decretavano supplicazioni e giochi, gli accordavano il privilegio d'indossare la veste regia.

Né questo era tutto. Tornando Cesare un giorno dalle ferie latine alcuni suoi amici lo salutarono con il titolo di re; in occasione delle feste lupercali, al cospetto del popolo, MARC'ANTONIO gli offrì un diadema regale ornato d'alloro. Cesare finse di rifiutarlo ed ordinò che fosse appeso nel tempio di Giove. Il popolo applaudì la decisione di Cesare, mostrando quanto fosse ostile al titolo e alle forme regali. Cesare non trasse nessun insegnamento dal contegno del popolo.
Avendo i suoi amici incoronato con il diadema una sua statua che sorgeva nel Campidoglio, due tribuni della plebe, FLAVIO e MARCELLO osarono strapparlo e fecero arrestare e condurre in prigione coloro che avevano salutato Cesare re. Qualche giorno dopo Cesare depose dalla carica i due tribuni.
Intanto si affrettavano i preparativi per la guerra contro i Parti. Si concentravano nell'Illiria, nell'Acaia e nella Macedonia diecimila cavalli e sedici legioni. Dagli amici di Cesare fu messa in giro la voce che, consultati i libri sibillini, vi si era trovato scritto, che solo da un re sarebbero stati vinti i Parti.
Tutto ciò faceva capire ai repubblicani ed ai pompeiani che si voleva conferire a Cesare il titolo di re nelle province.
Re fuori, poi -questo temevano i suoi nemici- Cesare lo sarebbe divenuto prestissimo anche in Roma.
Allora decisero di vendicare la morte di Pompeo e di liberare Roma dal tiranno uccidendolo; era impossibile abbatterlo in altro modo.

LA CONGIURA

Anima di una congiura ordita contro il dominatore fu C. CASSIO LONGINO.
Era stato costui questore - come abbiamo visto in altre pagine - con CRASSO nella disastrosa spedizione contro i Parti; dopo la morte del triumviro aveva tenuto il governo della Siria; nel 52 era stato eletto tribuno della plebe; dopo la giornata di Farsaglia nella quale aveva combattuto ma dalla parte di Pompeo, invece di fuggire, lui si era sottomesso a Cesare ed era stato -bonariamente- nominato da lui luogotenente e, nel 45, divenne governatore della Macedonia.

Geloso di BRUTO, che era stato nominato pretore urbano, carica alla quale egli aspirava, animato più dal risentimento e da invidia che dall'amore della libertà, CASSIO seppe riunire intorno a sé i più accaniti nemici di Cesare.
Erano fra questi LUCIO TULLIO CIMBRO, DECIMO BRUTO ALBINO, PUBLIO SERVILIO CASCA, C. TREBONIO, LABEONE, e QUINTO LIGARIO, che, accusato nel 46 da Tuberone e difeso da Cicerone ("pro Ligario"), era stato assolto da Cesare.
Mancava però ai congiurati un capo che per le sue virtù e il prestigio s'imponesse e conferisse al misfatto un aspetto nobile e patriottico.

Fu scelto a capeggiar la congiura M. GIUNIO BRUTO.
Era questi filosofo, oratore, ardente patriota, nipote di CATONE, di cui aveva sposato la figlia Porcia, uomo dai costumi severi, dal carattere fermo, di specchiata onestà di cui aveva fornito luminosa prova governando la Gallia Cisalpina, e si pretendeva che fosse - come abbiamo detto altrove - discendente di quel Bruto che aveva vendicato la morte di Lucrezia.

Un delitto commesso in nome della libertà, da gente capitanata dal discendente di chi aveva dato i natali alla Repubblica non poteva non essere accetto al popolo.
E un giorno, nel febbraio del 44, sotto la statua di Bruto, il collega di Collatino, fu vista la scritta, vergata da ignote mani: "Ah ! se tu fossi ancor vivo !" e un'altra: "Perchè sei morto ?" e sullo scanno dove di solito sedeva il genero di Catone si lessero le seguenti parole: "Bruto, tu dormi", "Veramente tu non sei discendente di Bruto!".
Indotto da questi perfidi e maliziosi incitamenti e convinto di servire la causa della libertà, M. GIUNIO BRUTO dimenticò i grandissimi favori di cui Cesare l'aveva colmato, l'affetto profondo che il dittatore nutriva per lui, ed entrò nelle file dei congiurati.
Occorreva far presto. Il 18 marzo, il giorno dopo l'anniversario di Munda, Cesare doveva partire per la guerra contro i Parti come lui stesso aveva annunciato; il 15 di quello stesso mese doveva svolgersi un'assemblea del Senato e si vociferava che quel giorno L. AURELIO COTTA avrebbe proposto di dare a Cesare il titolo di re nelle province.

Fu scelto quel giorno per uccidere il tiranno.
Ma poco mancò che il disegno dei congiurati non andasse a vuoto. Qualcosa della congiura era trapelato e, d'altro canto, degli infausti presagi si erano verificati che consigliavano Cesare a stare guardingo.
A Capua - secondo quel che narrano Svetonio e Plutarco - si era trovata una tavola di bronzo con un'iscrizione greca in cui era detto che un discendente di IULO sarebbe stato ucciso da uno dei suoi prossimi. In quel mese di marzo i cavalli consacrati al passaggio del Rubicone e lasciati a pascolare in libertà si erano rifiutati di prendere cibo. Uomini di fuoco erano stati visti muoversi per l'aria; la mano di uno schiavo era stata avvolta da una fiamma senza che rimanesse scottata; nel corpo di una vittima offerta da Cesare alle divinità non si era trovato il cuore; durante un altro sacrificio, l'augure Spurina aveva detto a Cesare che un grave pericolo l'avrebbe minacciato per le idi di marzo (15 marzo); cento vittime sgozzate nei templi di Roma per ordine di Cesare non avevano dato presagi favorevoli e Calpurnia, moglie del dittatore, aveva una notte sognato di tenere Cesare ferito tra le braccia.

Cesare non era uomo da lasciarsi impaurire dai tristi presagi: ma il 15 marzo, pregato dalla moglie piangente, decise di non recarsi all'assemblea del senato che doveva avvenire nella Curia Pompea. Ma Decimo Bruto Albino, uno dei congiurati, preoccupato dell'assenza di Cesare, andò a trovarlo e lo indusse a recarsi all'assemblea.

Cesare uscì. Appena fuori di casa uno schiavo, al cui orecchio era giunta notizia della congiura, tentò di avvicinarlo, ma fu respinto; lungo la via il retore ARTEMIDORO di Gnido, al quale non erano ignoti i propositi dei congiurati, gli pose un foglio in mano in cui gli rivelava la congiura in ogni suo particolare, ma Cesare, premuto dalla folla degli amici e dai supplicanti che di solito lo seguivano nelle strade di Roma, non ebbe il tempo di leggerlo. Giunto nella Curia, Cesare andò a sedersi nella sedia curule, mentre C. TREBONIO e DECIMO BRUTO, per impedire a MARC'ANTONIO di soccorrere l'amico, lo attiravano fuori con il pretesto di dirgli cose che lo riguardavano.

Allora, come tra i congiurati era stato stabilito, TULLIO CIMBRO si avvicinò al dittatore e si mise a supplicarlo per il richiamo del fratello dall'esilio, e nel medesimo tempo si avvicinarono tutti gli altri congiurati mostrando di interessarsi alla sorte del proscritto e di volere unire le loro suppliche a quella di Tullio.
Cesare oppose un reciso rifiuto alla richiesta di Tullio e questi, mentre i suoi compagni si stringevano ancora di più attorno al dittatore, con una mossa improvvisa, afferrò la sua toga scoprendogli le spalle.
Cesare protestò dicendo che gli si faceva violenza, ma CASCA, tirato fuori un pugnale gli vibrò un colpo indirizzato alla gola.

Il dittatore in quel momento stava per alzarsi e la lama dell'assassino, strisciando, produsse solo una leggera ferita. Cesare, afferrando con una mano il braccio armato del feritore, prese con l'altra uno stilo da scrivere per difendersi ed esclamò "Scellerato Casca ! Che fai"
Stretto come da una morsa, Casca urlò invocando l'aiuto del fratello; gli altri congiurati sguainarono le spade e i pugnali, CASSIO ferì Cesare, al volto, mentre i senatori, sgomenti, indietreggiavano, inorriditi dal delitto che stava per esser commesso.
Ma Cesare resisteva, dibattendosi tra i ferri che si accanivano contro di lui da ogni parte, cercando di sfuggire alla stretta.
Ad un tratto, tra gli avversari, egli scorse M. GIUNIO BRUTO, il figlio di Servilia; l'uomo che egli amava come un figlio, il giovane che aveva beneficato e onorato. A quella vista un grande sconforto s'impadronì di lui.
"Anche tu, figlio mio !" - esclamò con voce angosciata.

Furono le sue ultime parole. Si coprì con un lembo della toga il volto, lasciò che le lame dei congiurati lo trafiggessero e, colpito ventitre volte, si abbatté ai piedi della statua di Pompeo, macchiandone di sangue il piedistallo.

Quando morì, Cesare non aveva che cinquantasei anni. Se il ferro dei congiurati non lo avesse spento e fosse vissuto un'altra decina di anni, forse diverso sarebbe stato il corso degli avvenimenti futuri e, i Parti soggiogati, la Scizia, la Sarmazia, la Germania conquistate e impregnate di civiltà romana, sarebbero venute a mancare quelle tremende invasioni barbariche che dovevano abbattere la potenza di Roma e ricoprire di tenebre il mondo.

Con Cesare alcuni congiurati erano convinti di spegnere la sorgente della tirannide; ma iniziatore della tirannide non era Cesare; la causa era che la libertà repubblicana era morta da qualche tempo e viveva solo nell'animo di alcuni idealisti come Catone e Bruto. C'era invece a Roma la più grande anarchia, contro la quale in questi ultimi anni Cesare tenacemente aveva operato riuscendo a ristabilire con una ferrea mano l'ordine.

Le motivazioni di questa anarchia erano
* rivalità e invidie personali;
* ambizione a riportare il potere nelle mani della classe senatoria aristocratica;
* volontà di questa classe di mettere fine ad una politica economica che danneggiava i loro affari (produzioni locali, prestiti a usura, gestione dei grandi commerci, alti prezzi dei loro terreni , ecc ecc.).
* brama a ripristinare le antiche libertà politiche. Ovviamente questa libertà era unicamente quella della classe privilegiata che voleva farsi le leggi che gradiva.
Ed era illusoria quest'ultima, poiché la classe aristocratica, essa stessa non era libera, era chiusa nei suoi interessi egoistici, e non aveva saputo in questi ultimi anni della storia di Roma, cogliere le nuove esigenze dei tempi e soddisfare le richieste di tanta parte del popolo, ed era rimasta ostinatamente legata ad un sistema politico che da qualche tempo non funzionava più.

Roma si era già avviata al regime monarchico con Mario, con Silla, con Pompeo, né era possibile ormai altra forma di governo, né si poteva desiderare di meglio che l'energico governo di un uomo il quale non pensasse a soddisfare la propria ambizione e a regnare con il sangue e rivolgesse le cure alla grandezza e al bene dello Stato ed alla concordia dei cittadini.
Quest'uomo era venuto; quest'uomo era Cesare il quale -lo abbiamo visto in tutti questi anni- si era tenuto lontano dalle vendette; poi con i suoi successi militari, con la vittoria su Pompeo, con la presa del potere, aveva beneficiato perfino i nemici politici, ma aveva fiaccato la potenza dell'oligarchia che era fuori dai tempi e dai luoghi, lui voleva estendere e consolidare la signoria di Roma nel mondo con le armi e con le leggi e, lasciava al popolo, che sempre aveva amato, gran parte dei propri beni.


I CESARICIDI
CHI ERANO, E COME POI FINIRONO

di Giovanni  Ceglia

I cesaricidi furono non più di venti, gli aderenti alla congiura un numero variabile tra i 60 e gli 80. Tra di loro, tutti senatori, un consolare, Caio Trebonio, e numerosi pretori tra cui Cassio, Bruto e Casca.

 Le motivazioni dei congiurati erano profondamente diverse, come erano diverse le loro vicende personali. La congiura univa due diversi gruppi, uno di Pompeiani e repubblicani ed uno composto da alcuni Cesariani mossi da ragioni personali unite forse ad un certo lealismo verso la repubblica ; la mente di questi Cesariani delusi era Caio Trebonio, il quale aveva reconditi, se non inesistenti motivi personali per desiderare la morte di Cesare a differenza di tutti gli altri Cesariani aderenti alla congiura.

 Decimo Bruto, forse il più valido collaboratore di Cesare in Gallia dopo Labieno, determinante nella caduta di Marsiglia, pretore nel 44 a.c., proconsole in Gallia Cisalpina nel 43, console designato nel 42, poteva essere contrariato dall'essere escluso dallo scacchiere orientale dove il dittatore si sarebbe recato per una guerra della durata triennale. Galba, veterano della guerra gallica, pretore nel 54 si allontanò dal dittatore per la mancata nomina a console nel 48, proprio a vantaggio del suo nemico Servilio Isaurico, un ex Catoniano. 
Minucio Basilo, combattente in Gallia, a Farsalo, pretore forse nel 45, desiderava governare una provincia. Caio e Publio Servilio Casca aderirono probabilmente poiché si sentivano mal ricompensati dalla loro vicinanza a Cesare. 
Tillio Cimbro, tra i più noti sostenitori del regime cesariano, governatore designato della Bitinia per il 44, non riusciva ad ottenere la revoca dell'esilio del fratello. 
Caio Trebonio, console nel 45, governatore dell'Asia designato per il 44, avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella guerra partica che Cesare si accingeva a compiere, veterano di Alesia, principale fautore della presa di Marsiglia, aveva avuto alcuni insuccessi contro i Pompeiani in Spagna anche se questa unica motivazione plausibile del suo distacco dal dittatore appare debole. 

Più chiare le motivazioni dei Pompeiani e dei Repubblicani, vindici di Pompeo e restauratori della repubblica. Tra di loro, oltre a Cassio e Bruto, Rubrio Ruga, Sesto Nasone, Quinto Ligario probabilmente reduci della battaglia di Tapso e graziati da Cesare (Ligario era stato graziato da Cesare due volte, dopo Farsalo e dopo Tapso). L'elenco si completa con Ponzio Aquila, che manifestava aperta ostilità per le tendenze monarcheggianti di Cesare, con Cecilio Buciliano ed un suo fratello anch'egli di nome Cecilio, Marco Spurio, e con i Catoniani Petronio, Antistio Labeone, Turullio e Cassio Parmense. 

Tra gli altri aderenti alla congiura o simpatizzanti con essa forse si annoverano Domizio Enobarbo, Cornelio Cinna, Popilio Lenate e Sesto Pompeo omonimo del più celebre ammiraglio. 
Il resto della vita di alcuni è lacunosa tranne il fatto confermato da Svetonio e Plutarco che pochi sopravvissero a lungo e tutti furono accomunati dalla fine violenta della loro esistenza. 
Svetonio, alludendo probabilmente ai soli capi della congiura, dice che non sopravvissero per più di tre anni alle Idi di Marzo e alla notizia dei più disparati destini aggiunge, per alcuni di essi, il naufragio.

 Il primo a morire fu Caio Trebonio, circa un anno dopo le Idi di Marzo, ucciso dal Cesariano Cornelio Dolabella nella provincia di Asia,che governava per una disposizione del dittatore resa esecutiva pochi giorni dopo la sua morte da un accordo tra Cicerone e Marco Antonio, che riteneva valide le nomine fatte dal dittatore. Poco dopo cadeva nella guerra di Modena Ponzio Aquila e nei postumi di quel conflitto veniva ucciso Decimo Bruto, che governava la Gallia Cisalpina beneficiando, come Trebonio, delle disposizioni di Cesare. 
Probabilmente anche Minucio Basilo muore nel 43, assassinato per cause quasi certamente estranee alle vicende politiche. 

Proscritti per volontà di Ottaviano, i Cesaricidi tentano di trovare rifugio in oriente, dove Cassio, Bruto e Tillio Cimbro governavano rispettivamente la Siria, la Macedonia e la Bitinia ; i primi per volontà del senato a maggioranza pompeiana che tolse quelle provincie ai Cesariani Dolabella e a Marco Antonio, il terzo era stato designato dallo stesso Cesare e pertanto la governava da più tempo.

 Servilio Casca, pretore nel 43 è il solo certo dei transfughi, dei quali non si conosce il numero. E' inoltre incerto se tra due proscritti uccisi dai triumviri di nome Ligario figurasse il cesaricida. 
Tillio Cimbro, al comando di una flotta, tenta di disturbare gli sbarchi delle forze triumvirali assieme a Staio Murco e a Sesto Pompeo. Poi Cimbro si ricongiunge con le legioni di Cassio e di Bruto che si schierano nella piana di Filippi ; oltre ai tre, anche Casca è menzionato da Plutarco nelle fasi della battaglia nel campo di Giunio Bruto. Mancando notizie certe, tuttavia da Appiano e Cassio Dione si deduce che la battaglia di Filippi fu una ecatombe per i cesaricidi che vi presero parte. I più scelsero il suicidio, oltre naturalmente, Cassio e Bruto, i fratelli Caio e Servilio Casca ed Antistio Labeone accomunati in questo da altri capi repubblicani. I superstiti certi della battaglia furono tre : Petronio, Turullio e Cassio Parmense. 

Petronio viene ucciso probabilmente nel 41 per ordine di Marco Antonio nella città di Efeso. Turullio e Cassio Parmense, il secondo durante la battaglia si trovava in Asia per conto di Bruto, riescono a riparare nei territori controllati da Sesto Pompeo, assieme al figlio di Cicerone. Dopo la disfatta di Sesto, i due cesaricidi superstiti passano in oriente al servizio di Marco Antonio, che in opposizione ad Ottaviano ha mutato la sua posizione verso i repubblicani, influenzato dal repubblicano Domizio Enobarbo, unico tra i presunti congiurati ad essere stato amnistiato perché secondo Svetonio innocente. Cassio si adopera come libellista, Turullio si occupa della costruzione della flotta del suo nuovo comandante, disboscando un bosco sacro trasformando l' eccesso di zelo in empietà. 

Dopo la sconfitta antoniana ad Azio, Turullio viene cinicamente sacrificato dall'ex triumviro ad Ottaviano, che vindice del suo padre adottivo lo mette a morte nell'isola Greca dove aveva disboscato il bosco sacro. 
In questo tempo, probabilmente ad Atene, veniva ucciso anche Cassio Parmense, ultimo dei cesaricidi a morire. Non erano trascorsi quindici anni dalle idi di Marzo.

 

TORNIAMO ALLA MORTE DI CESARE 

Quando si sparse per la città la notizia della morte di Cesare, Roma rimase sbigottita. Molti, amici e sostenitori furono presi da panico, temendo le vendette, come al tempo di Mario, Silla; ora si sarebbero scatenati i pompeiani.
.
Ma anche i congiurati, e i loro sostenitori, non è che stavano meglio; quanto sarebbe durato lo sbigottimento, i timori, la commozione prima dello scoppio di una terribile guerra civile?

Gli eventi che seguirono sono narrati nel prossimo capitolo...

il periodo dall'anno 44 al 43 > > >

Fonti, Bibliografia, Testi, Citazioni: 
TITO LIVIO - STORIE (ab Urbe condita)
POLIBIO - STORIE
APPIANO - BELL. CIV. STORIA ROMANA
DIONE CASSIO - STORIA ROMANA 
PAOLO GIUDICI - STORIA D'ITALIA 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
I. CAZZANIGA , ST. LETT. LATINA, 
+ altri, in Biblioteca dell'Autore 


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