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MILLE
E NON PIU'  MILLE

di Elena Bellomo

Mille e non più Mille?. Quando termina l'anno 1000, questo interrogativo è ormai sorpassato. La civiltà europea si affaccia al secondo millennio dell'era cristiana. Alle sue spalle l'eredità dell'impero carolingio ormai dissolto, e nelle sue mani nuove poderose energie che attendono solo di essere sperimentate e coerentemente valorizzate per imprimere a tutto il continente una prodigiosa spinta espansiva in ogni campo della vita umana. È l'età del risveglio e dell'esperimento, durante la quale istanze già presenti nei secoli precedenti sono portate alla loro risoluzione e nella quale si pongono le basi della civiltà che fiorirà nei secoli futuri.

Allo scoccare del secondo millennio la corte imperiale si trovava a Roma. Negli intenti del giovane sovrano, Ottone III, il ritorno dell'aquila imperiale alla propria avita dimora avrebbe dovuto divenire il tangibile segno della rinata potenza di Roma. Renovatio imperii, rinascita dell'impero, questo era il principale intento di un sovrano che da poco raggiunta l'età matura, già si concepiva come un ambizioso novello Costantino. Al suo fianco, sagace consigliere e uomo più colto della sua epoca, egli aveva chiamato l'educatore della propria infanzia, il cappellano Gerberto di Aurillac, che significativamente era assurto al soglio pontificio con il nome di Silvestro II, lo stesso nome del pontefice che aveva retto la Cristianità insieme a Costantino. In Ottone la germanica potenza degli Ottoni, ereditata insieme al nome dal padre e dal nonno, si fondeva con il fasto della corte bizantina, che ogni giorno il giovane vedeva riflessa nelle parole della madre, la principessa porfirogenita Teofano. Eppure le ambizioni di Ottone parevano essere troppo alte anche per un simile rampollo. I feudatari tedeschi, vistolo partire per l'Italia, gli si erano ben presto ribellati, ansiosi di riacquistare l'indipendenza che Ottone I aveva negli anni precedenti sottratto loro. 

Nemmeno Roma era più avvezza ad accogliere un imperatore, e gli si era rivoltata contro. Costretto ad abbandonare la Città Eterna, Ottone si sarebbe prematuramente spento nell'amarezza del fallimento, aprendo con la propria morte quello che è stato definito il "secolo di ferro". Sono infatti le armi, e i signori dalle più potenti clientele militari che le usano, a dominare la scena politica europea ed a contendersi uno scettro rimasto senza eredi diretti. Ad Ottone sarebbero dunque succeduti il cugino Enrico II e poi Corrado III, che si sarebbero incessantemente adoperati per riaffermare il potere imperiale in un organismo politico che, estendendosi dalla Germania all'Italia, riuniva realtà molteplici ma diverse, simili solo nella riottosità a sottomettersi ad un potere centrale.

Se fino a questo momento gli imperatori tedeschi avevano però potuto contare sull'ausilio dell'autorità papale, nei confronti della quale essi avevano instaurato una pesante tutela, giungendo fino a pilotare la stessa elezione del pontefice, l'XI secolo avrebbe visto spezzarsi anche questa unità e si sarebbe consumato nella lotta senza esclusione di colpi tra i due poteri universali riconosciuti dalla società medievale, il Regnum ed il Sacerdotium, l'impero e la Chiesa. Libertas ecclesiae, libertà della Chiesa, diviene infatti il motto del papato, ben deciso a svincolarsi dalla sudditanza all'impero ed a far valere la superiorità della propria missione spirituale. Attuare un simile proposito significa tuttavia scardinare l'intera struttura della società cristiana. Sin dall'epoca carolingia l'impero si era avvalso dell'opera della Chiesa e dei suoi uomini per amministrare le proprie genti, usando i canoni dei concili alla stregua di leggi civili, caricando vescovi ed alti prelati di pesanti fardelli temporali, ma ricompensandoli con ricchi feudi. 

Era dunque logico che il potere terreno fosse ben deciso a mantenere nelle proprie mani l'elezione di personaggi che erano nel contempo funzionari e pastori, vescovi e conti. Essendo inoltre essi degli ecclesiastici, come aveva acutamente inteso Ottone I, non avrebbero potuto presentare eredi legittimi e la corona sarebbe stata libera di disporre dei loro feudi dopo la loro morte. Questo stato di sudditanza della Chiesa però non vale solo per le sue alte sfere. Praticamente ogni chierico rischia di essere sottomesso ad un laico, sia egli un duca o solo un signore terriero, intenzionato a fondare una propria cappella privata e a decidere chi ne deva officiare i riti. Spesso i prescelti non sono affatto adatti al compito spirituale che dovrebbero assolvere e conducono una vita scandalosa, ignara del celibato e di qualsiasi morigeratezza.

Spesso per raggiungere la loro posizione si sono macchiati di simonia, hanno cioè acquistato una carica ecclesiastica in cambio di un versamento di denaro. Inizialmente sono gli stessi imperatori a promuovere un'opera di moralizzazione della Chiesa, consapevoli che la corruzione imperante ben presto avrebbe minato l'efficienza del loro strumento di governo, ma questa opera di riforma sarebbe sfuggita loro di mano, culminando nell'irrisanabile opposizione tra due antichi alleati. Gregorio VII e Enrico IV incarnano con le loro esistenze l'alterno conflitto che per un secolo avrebbe sconvolto la Cristianità. Gregorio, ammantato di tutta la autorità propria del successore di Pietro, sarebbe giunto a scomunicare lo stesso imperatore e a scioglierne i sudditi dall'obbligo di fedeltà. Per tutta risposta Enrico gli si sarebbe presentato in abito da penitente a Canossa. 

Gli obblighi pastorali avrebbero avuto la meglio sulle sottili trame della politica e Gregorio l'avrebbe dunque assolto, perdendo la propria posizione di dominio e segnando la futura sconfitta. Ma la lotta era destinata a protrarsi a lungo e ad essere ulteriormente combattuta dai successori di Gregorio e dai discendenti di Enrico, mentre papi e antipapi si contendevano la dignità pontificia e eredi legittimi ed ambiziosi feudatari lottavano per quella imperiale. In questo continuo mutare dei fronti ed alterarsi di sconfitte e vittorie, intanto il gregge cristiano si rianimava e sosteneva l'una o l'altra parte.

A Milano i patarini si fecero dunque portatori delle istanze della riforma al punto di giungere all'uso della forza. Un pontefice, Pasquale II, avrebbe anche tentato l'unica vera soluzione possibile: quella della rinuncia da parte della Chiesa e dei suoi uomini a qualsiasi prerogativa temporale, ma sarebbe precipitosamente ritornato sui suoi passi. Una simile risoluzione avrebbe annientato in un attimo l'intera società civile, prima dei mezzi per potersi reggere senza l'ausilio degli ecclesiastici. Solo nel 1122 l'ambiguo concordato di Worms avrebbe posto fine alla lotta per il diritto di investire i chierici delle loro molteplici dignità, sancendo che i vescovi sarebbero stati liberamente eletti e solo dopo consacrati avrebbero ricevuto anche le insegne del potere temporale. Tuttavia in Germania all'imperatore era concessa la possibilità di esprimere il proprio veto nei confronti dei candidati sgraditi, mantenendo dunque parte delle prerogative di un tempo. Al termine della lotta entrambi i contendenti erano profondamente mutati. 

L'alone sacrale che aveva sempre circonfuso il potere imperiale si era ormai fatalmente dissolto, nuovi mezzi avrebbero dovuto legittimarne il potere: il ricorso all'eredità di Roma e al diritto da essa codificato nonché il razionalizzarsi dei legami feudali, che nell'imperatore avevano la propria sorgente. Ancora più mutata era tuttavia la fisionomia del Papato. Essendosi voluto presentare quale unico potere universale, esso aveva infatti dovuto cominciare a mutare la propria esile struttura per poter assumere le prerogative di cui si era fatto custode. Paradossalmente divenne dunque sempre più simile al proprio rivale, assumendo i connotati di una monarchia che però non intende regnare su un territorio dai precisi confini, ma si prefigge di reggere l'intera Cristianità. La dimensione concorrenziale in cui la Chiesa si era posta nei confronti l'Impero l'avrebbe dunque portata a cercare un controllo sempre più stretto sull'episcopato e sui fedeli, sviluppando nei secoli seguenti un'efficiente macchina amministrativa che avrebbe avuto nella Curia Romana il proprio fulcro.

Proprio da questo rinato centro di potere sarebbe nato alla fine del secolo un nuovo fenomeno spirituale e, nel contempo, dagli imprevisti risvolti politici: la crociata. L'appello del 1095 rivolto ala Cristianità da Urbano II non solo avrebbe percorso tutta l'Europa suscitando entusiasmi imprevisti, ma avrebbe portato alla conquista delle fasce costiere di Siria e Palestina, impiantando un lembo di civiltà europea nel Vicino Oriente. Nasceva così un movimento che avrebbe attraversato tutto il Medioevo sino all'età moderna e che ben presto si sarebbe tramutato in un prezioso strumento politico a disposizione della Chiesa romana, pronta a bandire crociate non tanto contro i nemici della fede, ma contro i propri avversari politici. Allo stesso periodo, l'ultimo decennio del secolo, risale la nascita di un'altra istituzione che avrebbe profondamente segnato la storia del medioevo europeo: il comune. Approfittando infatti del vuoto di potere creato dalla lotta per le investiture in diverse regioni, le comunità locali avevano cominciato ad eleggere propri rappresentanti, chiamati consoli, che sul finire del secolo compaiono negli atti pubblici e spesso affiancano il vescovo, che sino ad allora era stato l'unico depositario del potere cittadino.Questo mutamento è specchio della nuova vitalità che pervade questo secolo e che durante esso sperimenta le proprie forze alla ricerca di nuove soluzioni ai problemi politici e organizzativi, rispondendo alle forze sociali ed economiche che da poco si sono affacciate alla scena della storia. 

Lo sviluppo di questa nuova forma di governo, che si sarebbe affermata non solo in Italia, ma anche oltralpe (anche se con caratteri profondamente differenti), si sarebbe avuta nel secolo seguente durante il quale sarebbe stata chiamata a combattere per la propria indipendenza contro il principio di ogni potere temporale: il Sacro Romano Impero. La nuova prorompente vitalità impressa dalla società europea a questo secolo si è dunque estrinsecata sul versante politico in una lotta senza quartiere tra Impero e Papato per l'egemonia sulla Cristianità. I risultati di questo scontro sarebbero stati forieri di grandi cambiamenti che sarebbero divenuti evidenti solo nel secolo successivo. Mentre i due contendenti erano assorti nella propria lotta le comunità locali elaboravano però un'atra innovativa forma di organizzazione e dal secolo di ferro si sarebbe dunque passati a quello dei comuni.

Uno dei numerosi luoghi comuni sull'età di mezzo vuole che l'Alto Medioevo fosse caratterizzato dalla più retriva arretratezza e dal languire dell'economia in ogni suo settore. Il brillante ingegno di Henri Pirenne aveva rintracciato nell'espansione araba il traumatico evento che aveva dato termine all'unità del Mediterraneo ed alla floridezza dei commerci cristiani, spostando irrevocabilmente il baricentro economico del continente verso nord, verso la Francia, mentre il raggio dei commerci diminuiva drasticamente e la monetazione aurea scompariva. Oggi le intuizioni di Pirenne sono state in parte sorpassate e dati storici ed archeologici sono giunti a confutare le affermazioni del medievista belga. In realtà, però, Pirenne ha ispirato con la sua opera un'intera generazione di storici, impegnati nel vagliare l'attendibilità della sua rivoluzionaria tesi. 

Certo l'Europa alto medievale non può più fare affidamento sull'unità dell'impero che era stato di Roma, e tanto meno sull'efficienza dei suoi trasporti, e tuttavia i commercianti europei, ma ancora di più quelli di origine ebraica, continuano a tessere una fitta tela di reazioni che unisce le due sponde del Mediterraneo. Non era forse stato il giudeo Isacco l'unico ambasciatore di Carlo Magno a fare ritorno dalla corte del Califfo da cui aveva portato in dono un elefante ? Non sono forse suoi correligionari a mantenere rapporti tra i centri commerciali dell'Africa e i porti europei ? Una notevole quantità di dati, desunti da fonti spesso frammentarie e molto differenti tra loro, reperti archeologici, cronache musulmane, testi agiografici, ci riportano una serie di conferme del fatto che la situazione economica dell'Occidente, seppur infinitamente diversa da quella antica, non corrispondesse all'immagine di decadenza che molti hanno.

L'organizzazione curtense, che è alla base della struttura produttiva medievale, è tutt'altro che un organismo pienamente razionale, ma assolve ai propri compiti e si avvia verso il concepimento di tentativi volti ad ottimizzare i propri ricavi. Sempre più coerente si fa il rapporto tra la parte dominica, quella amministrata direttamente dal padrone e nella quale i dipendenti effettuato corvees periodiche, e il massaricio, gestito invece da servi e liberi contadini ai quali, in cambio di un censo in natura e di prestazioni di lavoro, sono affidati appezzamenti di terreno, detti mansi. Nettamente errata è inoltre la convinzione che i proprietari a capo di questi latifondi altro non fossero che parassiti incapaci di reinvestire efficacemente i propri proventi. Le descrizioni di diverse proprietà ed i contratti da loro stipulati ce li dipingono invece come oculati amministratori, impegnati dell'accorpare i propri possedimenti, nel valorizzarli e nell'elaborare anche nuove strategie per facilitare trasporti e reimpiegare eccedenze. Questo modello produttivo sarebbe rimasto alla base dell'economia europea ancora per lungo tempo e sarebbe divenuto protagonista del rilancio dell'agricoltura europea dopo il Mille.

Dal punto di vista economico l'XI secolo si presenta infatti come la realizzazione di molte premesse formulate nei secoli precedenti e questo diventa immediatamente evidente se si considera l'incredibile aumento dei territori coltivati che si verificò durante tale secolo. L'aumento della popolazione, del quale parleremo nel prossimo paragrafo, avrebbe infatti fornito nuove braccia capaci di lavorare i campi e ben presto le distese coltivate, spesso attorniate o inframmezzate da boschi comuni e luoghi incolti, non sarebbero più stati sufficienti. Nuove estensioni avrebbero dovuto essere messe a coltura, ed i loro prodotti non solo avrebbero sfamato nuove bocche, ma, consentendo anche uno stile di vita migliore, avrebbero ulteriormente favorito l'aumento demografico.

La meta di questa nuova, e non sempre pacifica, espansione, non è tuttavia compresa entro i confini dell'impero, ma è destinata ben presto ad indirizzarsi verso Oriente, verso i territori abitati da popolazioni di ascendenza slava. La storiografia ha chiamato questo movimento il Drang nach Osten (spinta verso l'Est) e vi ha riconosciuto una delle valvole di sfogo della società occidentale, ormai compressa entro confini troppo stretti. Si tratta di un fenomeno di grande complessità, all'interno del quale ai contadini, che emigrano per tentare altrove una nuova vita, si affiancano campagne militari e viaggi di missionari della Chiesa Romana. Economia, religione, politica e cultura, come spesso avviene, si fondono ed ognuna apporta il proprio contributo al nuovo fenomeno storico in atto, tanto che spesso diviene difficile distinguere un fattore dall'altro con sicurezza. In questa prepotente espansione verso Oriente sono ancora Chiesa ed Impero a farla da padroni. Sono infatti i vescovi tedeschi ad inviare ad Est i loro missionari, ma anche a favorire la messa a coltura di nuovi territori, spingendosi sempre di più verso Levante, ben oltre il confine segnato dal fiume Elba. Anche in questa operazione l'Impero è loro antagonista e agisce esattamente con gli stessi metodi.

Certo nel caso degli istituti ecclesiastici è più facile ricostruirne la politica economica, dato che i loro archivi sono meglio conservati, ma non si può escludere che anche i grandi signori laici operassero sulla stessa linea. Se dunque si valutano le tipologie di contratto stipulate da questi importanti soggetti economici, si vede come l'esenzione dal versamento del censo annuale e numerose altre agevolazioni fossero strettamente correlate all'impegno da parte dei contadini a coltivare zone ancora adibite a pascolo o abbandonate alla vegetazione. In molti atti si precisa quindi che simili proprietà sono affidate ai futuri gestori ad meliorandum, appunto perché ritornino produttive e vengano pienamente valorizzate.

Da questo punto di vista molto simili sono le concessioni rilasciate ai borghi franchi, nuovi centri abitati che in materia amministrativa, fiscale e giurisdizionale godono di speciali prerogative, che sono accordate loro proprio per attirare nuovi abitanti e per esaltarne la vocazione di centri di attrazione sia di popolazione che di produzione e commercio. Ulteriori innovazioni sono inoltre destinate ad aumentare la redditività dei campi. La nuova rotazione triennale delle colture permette, lasciando un anno parte del coltivato a maggese, di non sfruttare immediatamente tutte le risorse del terreno. L'uso dell'aratro pesante e del collare rigido garantiscono poi un migliore dissodamento dei campi e alleggeriscono il lavoro degli animali impiegati nei campi. Questo avviene però soprattutto nei Paesi dell'area settentrionale dell'Europa, mentre in quelli della fascia Mediterranea continuano a prevalere la rotazione biennale e l'uso dell'aratro leggero. Un simile slancio propulsivo non poteva comunque non avere effetto anche sui commerci, il raggio dei quali si amplia sensibilmente, mentre anche le condizioni di viaggio migliorano e nuova attenzione è dedicata all'apparato viario, che lentamente comincia ad essere restaurato ed a dotarsi di ospedali (nel senso medievale questo termine che indica punti di assistenza per i viaggiatori e non ricoveri per malati) e xenodochi.

Pellegrini e mercanti circolano dunque in sempre maggior numero sulle strade europee, ma ben presto si apriranno loro anche le rotte del Mediterraneo. È proprio sul finire dell'XI secolo, infatti, che le città marinare italiane, soprattutto Pisa e Genova, e i regni spagnoli si impegnano in una vittoriosa campagna destinata a liberare le acque del mediterraneo occidentale dal predominio musulmano. Corsica e Sardegna ritornano in mano cristiana e addirittura la stessa Mahdia, porto di spicco dell'Africa, sarà espugnata da un contingente misto, creato su ispirazione papale. Queste imprese galvanizzeranno le ambizioni dei marinai italiani, che in seguito avrebbero rivolto la propria attenzione al Mediterraneo Orientale. Già si respira aria di crociata.

L'Europa dell'Alto Medioevo è stata paragonata, non a torto, ad una landa improvvisamente silenziosa. In effetti, rispetto all'evo antico, la popolazione del continente è drasticamente diminuita a pochi milioni di individui. Le prime epidemie, le invasioni, dure e lunghe campagne militari, ne hanno decimato gli abitanti, ed il fitto e concitato brusio che aveva avvolto le ricche e popolose provincie dell'impero di Roma si è improvvisamente quietato. Comincia con la tarda antichità e l'inizio del Medioevo una parabola discendente dal punto di vista demografico che viene ad esaurirsi solo dopo il Mille. È infatti dall'XI secolo in poi che la popolazione europea ricomincia a crescere e continuerà a farlo fino al XIV secolo, quando la difficile congiuntura economica, le pestilenze e le guerre le faranno segnare temporaneamente il passo.

Un luogo comune storiografico vuole che durante i primi secoli del Medioevo le antiche città romane venissero abbandonate e giacessero inerti e disabitate, ma oggi si tende notevolmente a ridimensionare tale affermazione. Nell'area mediterranea, infatti, dove il modello di vita urbano era particolarmente radicato, le città durante l'alto medioevo non morirono. La loro popolazione calò sensibilmente, i monumenti decaddero e crollarono, spesso boschi e campi coltivati si estendevano all'interno delle loro mura, ma gli organismi cittadini continuarono ad esistere ed a rappresentare un punto di riferimento per quanti abitavano nelle loro vicinanze. In città si potevano infatti commerciare le eccedenze di produzione e acquistare merci di diversa natura. Solo da qui proveniva l'olio sacro per i sacramenti. Le relazioni tra il contado e la civitas non si interrompono dunque, ma solo si affievoliscono in attesa di una nuova fioritura. Essa comincerà proprio durante l'XI secolo e produrrà i propri splendidi esiti in quelli successivi. Non solo nell'Europa latina le città riacquistano abitanti (i nobili delle vicinanze si inurbano e pure coloro che cercano di rifarsi una vita decidono di emigrarvi), ma anche a nord e nelle regioni slave comincia a delinearsi una rete di abitati, che lentamente tende ad infittirsi.

Spesso un borgo nasce vicino ad un fiorente monastero grazie a coloro che sono richiamati dalla ricchezza e dal potere di tale istituzione, spesso in prossimità di un castello, magari su istanza del suo stesso signore, ben interessato ad avere nuovi subordinati, che gli offrano censi e prestazioni di servizio. Altrettanto spesso il nuovo abitato si colloca su un importante snodo di traffici dove si sta sviluppando un fiorente mercato, oppure viene appositamente fondato perché le zone incolte che lo circondano vengano finalmente dissodate. Alcuni di questi abitati sorgono e scompaiono, altri mutano sede con il mutare del paesaggio che li circonda.

Tutti testimoniano comunque, con la loro esistenza, la vitalità dell'Europa medievale. Se un autore contemporaneo aveva parlato di un continente che si ammanta di nuove e numerose chiese, possiamo anche affermare che esso comincia ad ornarsi di città sempre più popolose e attive. Nei neonati centri cittadini i ceti dirigenti sono lo specchio di un'antica tradizione e dell'irrompere della novità. In Italia, la classe capitaneale è soprattutto composta non da borghesi o mercanti, ma da nobili. Si tratta dei discendenti di importanti casate del contado che si sono trasferiti in città e spesso ne hanno servito il vescovo divenendo parte della sua curia. Molto rari sono ancora coloro che pur non vantando nobili natali possono assurgere a posti di comando grazie ad un cospicuo patrimonio. È invece soprattutto oltralpe che i mercanti, riuniti in gilde o arti, arrivano ben presto a dominare la scena cittadina.

Essi verranno chiamati borghesi proprio a sottolineare la loro residenza esclusivamente cittadina, situata presso quei mercati che costituiscono la radice della loro ricchezza e del loro futuro potere. In realtà chiunque abiti in città avverte la peculiarità del proprio stato. Egli infatti non è subordinato ad un signore laico o ecclesiastico che sia, ma vive libero, senza alcun vincolo. Sarà proprio questa coscienza a stimolare l'intrinseca unità che porterà poi alla nascita del comune. In Italia, già durante la lotta per le investiture, la popolazione cittadina si sentirà tanto forte da avanzare con intransigenza le proprie rivendicazioni in materia politica ed economica, abbastanza forte da imporsi al vescovo o addirittura da cacciarlo. A Pavia nel 1024 si arriverà addirittura ad assaltare e distruggere il palazzo imperiale. Non per nulla si giungerà ad affermare che l'aria della città rende liberi. Infatti, all'interno delle mura cittadine non solo si può riacquistare la libertà negata nel contado, dove vigono ancora i dettami feudali, ma si può intraprendere la via della ricchezza come quella della rinnovata povertà. Mano a mano che le differenze di vita si acuiscono la stessa città diverrà un piccolo microcosmo ove ogni elemento della società contemporanea è rappresentato.

 Nei secoli seguenti gli stessi fedeli, che una volta disprezzavano il mondo, si interrogheranno dunque sulla necessità di agire all'interno della realtà urbana per dare sollievo a coloro che anche qui vivono oppressi dall'indigenza e dall'ingiustizia. Certo questa evoluzione è destinata a mutare gli stessi canoni appena elaborati dal pensiero contemporaneo. Risale infatti a quest'epoca la divisione della società medievale in tre classi stigmatizzata da Adalberone di Laon. Secondo l'ecclesiastico la comunità cristiana si compone infatti di coloro che si dedicano alla preghiera (oratores), di coloro che praticano la professione delle armi (bellatores) ed infine di quanti esercitano una qualsiasi attività per vivere (laboratores).

La preminenza accordata a coloro che appartengono alla Chiesa non è solo spirituale, ma anche materiale, dato che ad essi fanno spesso capo immensi patrimoni e cariche politiche di grande rilevanza. L'influenza del ceto feudale risiede invece nell'esercizio di una tutela militare che gli ha valso l'acquisizione di prerogative giurisdizionali ed economiche in una società dove il diritto si impone con la forza e non con la ragione. Se questi due ceti rimarranno ben ancorati alle loro posizioni di predominio per tutto il Medioevo e la definizione di Adalberone, pur nella semplificazione, ne tratteggerà sempre le linee fondamentali, il discorso per i laboratores è ben differente. In questa categoria subalterna con il tempo verranno infatti ad essere riuniti lo schiavo, magari fuggitivo o da poco affrancato, ed il ricco commerciante, il semplice contadino, che ha appena rinunciato alla sua piccola proprietà perché afflitto dai debiti, e il borghese dallo stile di vita principesco.

Questa è la rivoluzione di cui nell'XI secolo si gettano le basi. Le città non sono ancora così fiorenti in tutta Europa e la borghesia non ha ancora un ruolo pienamente riconosciuto, ma già molti guardano alla realtà urbana con occhi nuovi. Non pochi vi vedono la nuova Babilonia, luogo di corruzione e vagheggiano il ritorno all'antico, altri ne intuiscono appena le future potenzialità, ma certo è che da questo secolo in poi la storia dell'Europa torna lentamente ad essere eminentemente storia urbana.Proprio le città diverranno, nel secolo seguente, il luogo deputato alla coltura del sapere nelle sue varie forme grazie alla nascita delle università.

Già da questo secolo però le scuole delle cattedrali e delle canoniche attirano studenti desiderosi di imparare e di cimentarsi con lo studio delle arti maggiori e minori. Fiorisce, ad esempio, la scuola medica di Salerno, i docenti della quale costituiscono un valido tramite tra la sapienza di civiltà diverse, come quella araba o quella ebraica e la tradizione cristiana. Continua tuttavia anche l'azione culturale dei grandi monasteri nei quali, usando ancora la scrittura carolina, dalla quale poi si evolverà la grafia gotica, gli scriptoria ospitano pazienti monaci intenti a copiare e miniare codici. Le parole di testi sacri, ma anche di poeti classici o di trattati scientifici vengono accuratamente trasportate sulla pergamena e mirabilmente impreziosite ed illustrate. Anche la cultura dunque rifiorisce e nuovi ingegni sono pronti a dedicarvisi con abnegazione e duttilità. Non a caso lo stesso Gerberto d'Aurillac, all'inizio del secolo, si era applicato allo studio dell'astronomia, elaborando complessi modellini, che riproducevano il supposto corso degli astri.

Forse è proprio questo il settore in cui le contraddittorie peculiarità dell'epoca medievale ed il suo fascino si fanno più evidenti. Proprio l'XI secolo anche in questo campo si presenta come punto di svolta nodale per la sorte della civiltà europea. L'epoca carolingia era stata dominata da un ritualismo moraleggiante, che aveva avuto forti riflessi sulla religiosità popolare, pur non riuscendo ad eliminare le numerose credenze, o forse sarebbe meglio dire superstizioni, spesso di ascendenza pagana, che ancora circolavano tra il popolo. Proprio per l'accentuarsi di caratteri già presenti nei secoli precedenti l'XI secolo è il secolo dei monaci. È il secolo del fasto delle grandi abbazie, del modulato salmodiare tra i chiostri. È il secolo in cui la pugna spiritualis si combatte non più con la spada, ma con i fendenti della preghiera.

Tutta la società del tempo è permeata dalla convinzione che la vita monastica corrisponda al più alto modo di seguire le orme del Cristo. Eppure la mentalità monastica è a sua volta fortemente influenzata dalla mentalità feudale, dato che proprio da questo ceto essi provengono in massima parte. Non a caso è stato recentemente sottolineato come essi nella solitudine della vita claustrale combattano una vera e propria battaglia contro il Maligno. I monaci, infatti, esplicano grazie alla preghiera una funzione di interesse collettivo, invocando costantemente la protezione divina sulla comunità dei fedeli. Proprio per questo motivo la liturgia assurge ad un'importanza che mai aveva avuto nei secoli precedenti. L'abbazia borgognona di Cluny ne è l'apoteosi. I suoi monaci non recitano quaranta salmi al giorno ma duecentoquindici, e la liturgia si fa peregrinante toccando tutti gli altari e le cappelle del complesso edificio abbaziale.

Alle due messe conventuali si affiancano le numerose altre celebrate privatamente dai monaci. Alle invocazioni dei monaci corrispondono anche rappresentazioni fortemente drammatiche, che danno consistenza reale ai misteri che si vanno meditando. Ben consapevoli della loro insostituibile funzione, questi monaci guardano con disprezzo al secolo che hanno abbandonato per farsi perfetti seguaci di Cristo. Fuori dal cenobio regnano caos e corruzione, l'unica salvezza è nella castità e nell'ascesi. Il contemptus mundi (disprezzo del mondo) non è una loro invenzione. È nel contempo un retaggio del mondo antico, e soprattutto della filosofia stoica, ma anche il frutto di una particolare rilettura del Vangelo e di una prospettiva assolutamente teocratica in cui i valori materiali assumono connotati negativi rispetto alla pura spiritualità.

Nel medesimo tempo nella stessa Cluny è ben radicata la consapevolezza della necessità di salvare l'intero genere umano attraverso l'orazione. Il Maligno è infatti una presenza tangibile, fisica, e deve essere combattuta senza esclusione di colpi. Se il presente è lotta, il futuro sarà vittoria perché, quando il compimento dei tempi arriverà, finalmente Dio trionferà non solo nei cuori, ma anche nella storia ed ogni singolo dettaglio del suo progetto sarà pienamente manifesto. Così il monaco veglia e prega in attesa che gli eventi ultimi consacrino la sconfitta del demonio. Nella spiritualità monastica non esiste dunque azione diretta, la preghiera è azione. Essa smuove le montagne e converte le anime. Eppure verso la fine del secolo tutto questo non sembra più bastare. Forze nuove si sono svegliate, soprattutto nel ceto laicale, e stanno ricercando il modo per seguire i precetti evangelici senza rinunciare al proprio stato ed al mondo.

Proprio la lotta per le investiture li ha chiamati a combattere per la fede e per la Chiesa ed essi non vogliono quindi più tornare al loro ruolo subalterno. Nel medesimo tempo anche la scelta monastica non sembra più soddisfare tutte le istanze presenti nel mondo ecclesiastico. Davanti alla ricchezza ed al fasto delle grandi abbazie molti decidono di intraprendere una via di vera mortificazione e solitudine. Gli eremiti di Camaldoli, seguaci di s. Romualdo, ne sono un lampante esempio, ed anche Vallombrosa con la sua comunità, fondata da s. Giovanni Gualberto, rappresenterà una delle più alte espressioni di questo rinnovamento.

Le stesse esigenze sono percepite anche lontano dall'Italia e nel 1083 un gruppo di signori, convertiti da un monaco, si sarebbe insediato ad Afflighem con il solo proposito di vivere del proprio lavoro e di elemosine. La loro fondazione avrebbe riscosso un successo immediato proprio perché rispondeva alle nuove esigenze spirituali che si erano andate affermando nella società contemporanea. Agli inizi del secolo seguente sarebbe stato s. Bruno a dare ulteriore forze a questo movimento con la fondazione dell'ordine dei Certosini. Anche su incoraggiamento degli stessi pontefici riprende lentamente a fiorire pure la vita canonicale. Con questa espressione si intende la vita sacerdotale, condotta in una forma strettamente comunitaria. Soprattutto nei secoli precedenti l'istituto canonicale aveva vissuto momenti di grande crisi. Spesso la povertà aveva portato le canoniche alla rovina, altrettanto spesso esse erano cadute in potere di laici che le avevano affidate a persone indegne.

La riforma della Chiesa ora portava questi luoghi di santità a rivivere ed a subordinarsi nuovamente ad una regola nella pratica del celibato, della povertà e degli obblighi pastorali. In Italia il movimento mortariense sarebbe stato ad esempio uno dei più riusciti modelli di congregazione canonicale aderente ai nuovi principi della Chiesa riformata. Tra gli ecclesiatici la perfetta sequela Christi non è dunque più esclusivo appannaggio dei monaci, ma i laici rimangono comunque ben lontani dal poterla ottenere. Spesso le loro manifestazioni di spiritualità incorrono dunque nella condanna della Chiesa e sono bollate come eresia. In alcuni casi esse si rifanno a concezioni dualistiche del mondo che oppongono due equivalenti principi, uno del Bene e l'altro del Male, in costante lotta tra loro. A volte, incuranti di ottenere il consenso ecclesiastico, i laici formano nuove comunità ove tentano di raggiungere la perfezione evangelica.

Comune denominatore di queste eresie, comparse dopo il Mille, sono nuovamente il rifiuto del mondo e della sua violenza, il disprezzo del corpo, ma anche delle strutture ecclesiastiche riconosciute, dei loro riti e paramenti. Il caso degli eretici di Monforte, duramente repressi dall'energico arcivescovo di Milano, Ariberto d'Intimiano, è esempio di come sempre più spesso le esperienze spirituali proposte dalla Chiesa ai fedeli non fossero più in grado di soddisfare le esigenze sempre più profonde dei credenti. Se nel caso degli eretici veri e propri, infatti, si tratta ancora di gruppi piuttosto sparuti, essi però evidentemente tendono a radicalizzare le attese religiose, caratteristiche degli uomini del loro tempo.

Che un risveglio spirituale si stesse diffondendo in tutta Europa è reso ancora più chiaro dal moltiplicarsi dei pellegrinaggi e dal successo che ebbe l'appello di Urbano II volto a liberare il Santo Sepolcro dalle mani degli infedeli. La spiritualità caratteristica del pellegrinaggio e della sua evoluzione armata, la crociata, è caratterizzata da una forte componente penitenziale, ma anche da profonde ansie, connesse al millenarismo. Da un canto i fedeli sono ben consapevoli che solo una radicale conversione e l'abbandono della loro precedente esistenza possono garantire loro la redenzione dal peccato e proprio per questo essi decidono di mettersi in viaggio verso Roma o la Terrasanta. Abbandonano così patria ed affetti e si votano alla povertà, affrontando continui disagi e sovrumane fatiche. La loro ricompensa è toccare con mano i luoghi della Passione e Resurrezione, calcare realmente le orme di Cristo. La loro risoluzione sarà dunque ancora più meritevole, se essi, con la croce tracciata sul braccio destro, accetteranno di combattere a rischio della vita i nemici della Cristianità. Eppure, nella visione di pellegrini e crociati, alla Gerusalemme terrena, luogo dell'Antico Testamento e dei Vangeli, si sovrappone la città celeste, la cui discesa è attesa da tutti i fedeli al termine della storia. Molti percepiscono questo momento come imminente e quindi si affrettano a mettersi in cammino verso i luoghi ove il Regno di Dio avrà il suo compimento. Proprio per questo la loro conversione è urgente e radicale. Proprio per questo una volta giunti alla meta molti bramano solo di morire immediatamente, prima di smarrire lo stato di grazia acquisito dopo tante traversie. Questo è il Medioevo un'epoca di prepotente spiritualità, spesso spinta fino all'accesso, ma di sicura genuinità.

Diverse sono le definizioni dell'XI secolo che abbiamo proposto in queste pagine. Il secolo di ferro, il secolo della riforma, quello dei monaci o quello delle città. Il secolo della rinascita culturale o quello della ripresa economica. Pochi periodi della storia possono vantare una simile molteplicità di interpretazioni. Può dunque sorprenderci la ricchezza del nostro passato, ma ancora di più potremo essere sorpresi delle lezioni che esso ci impartisce ogni volta che apriamo uno scritto antico o un saggio storico perché, malgrado il tempo trascorso, gli uomini che hanno vissuto prima di noi ancora ci parlano e ci rendono manifesto quanto consueto e mirabile, nel medesimo tempo, possano essere il presente che viviamo e il futuro che ci aspetta.


di Elena Bellomo

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
Medioevo, di G.Tabacco e G. Merlo - Bologna 1981
Storia dell'Italia Medievale, di H. Capitani - Roma-Bari 1987
La civiltà dell'Occidente medievale, di J. Le Goff - Torino 1981
La spiritualità dell'Occidente medievale, di A. Vauchez - Milano 1993

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di


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