Gli esordi  risalgono all'alba del XIV secolo

GLI OTTOMANI

UNA RIABILITAZIONE - Tutta la verità sul grande impero in un bellissimo  LIBRO

Con un interessante e ricco volume appena dato alle stampe ripercorriamo i sei secoli di storia durante i quali si è dispiegato il variegato universo ottomano. Per scoprire che le torve figure di sultani feroci, resi fanatici da una religione intollerante, appartengono ai luoghi comuni di un Occidente troppo spesso geloso e superficiale.

di ALESSANDRO FRIGERIO

Ancora oggi quando si parla della Turchia è abitudine giornalistica definirla - con una certa indulgenza terminologica e soprattutto storica - come il "grande malato d'Europa", in riferimento ai suoi atteggiamenti intransigenti verso la questione curda, all'utilizzo della pena di morte e al forte peso politico dell'esercito nell'ambito della vita politica del paese. Tutti elementi, questi, che fanno a pugni con i sempre più stretti legami con i paesi dell'Unione Europea e con i vincoli di tolleranza e civiltà giuridica che dovrebbero uniformare i futuri Stati Uniti d'Europa. In realtà la locuzione è presa a prestito da quell'impero ottomano che fu definito a lungo, e per esclusivo interesse delle grandi potenze europee, come un "malato" ormai in fase terminale.

L'agonia durò circa un secolo e mezzo, dalla fine del XVIII secolo alla prima guerra mondiale, lasciando nei ricordi degli occidentali l'immagine stereotipata di un gigante tirannico e crudele, governato da sultani sanguinari e incapaci, sottomessi in tutto e per tutto ai precetti più rigorosi dell'Islam. Non si spiega però come mai l'impero ottomano sia vissuto per sei secoli e perché sia riuscito a prosperare e imporsi a lungo come la più grande potenza mediterranea e del Vicino Oriente, giungendo, nel periodo di massima espansione a estendere i suoi confini dalle porte di Vienna al Golfo Persico. Un affascinante volume fresco di stampa, dal titolo Storia dell'impero ottomano (a cura di Robert Mantran, Argo edizioni, pp. 874, £. 65.000), realizzato da una équipe di studiosi francesi, consente di colmare questa lacuna storiografica e di rivedere tutti i pregiudizi accumulati fino ad ora.

Il semplice fatto di aver rivestito un ruolo fondamentale nella storia del Vecchio mondo potrebbe "spiegare le gelosie, i rancori, i moti di vendetta, di destabilizzazione e poi di distruzione, di cui è stato oggetto" l'impero ottomano negli ultimi centocinquant'anni. Ma non è tutto. Alla creazione degli stereotipi ha contribuito fortemente la rinascita nazionale degli stati balcanici tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.

Da parte di storici e studiosi locali sono state levate, e ancora si levano, generiche condanne a carico della dominazione ottomana. "Non solo ne parlano come di una fase di dominazione straniera e infedele, di alienazione dell'indipendenza e delle identità nazionali, ma anche di violenza, oppressione, sfruttamento, oscurantismo senza pari - una parentesi, insomma, del tutto negativa fra lo sfavillio della vita nazionale medievale e quello di un rinascimento rinviato al XIX secolo -, una notte attraversata soltanto dai bagliori dei movimenti di resistenza e di rivolta dei popoli asserviti."

In realtà il dominio turco diede spesso prova, con sfumature e modalità diverse, di una straordinaria liberalità, tolleranza e lungimiranza amministrativa. Merito degli ottomani, spiegano gli autori di questo volume, è di aver garantito stabilità politica ed economica ai Balcani e all'Anatolia, abolendo inoltre la servitù della gleba per la maggior parte dei contadini. Infine, a livello di potere centrale il sultano ottomano fu un sovrano moderno, nel senso che nell'esercizio dei suoi poteri venne limitato sia dalla legge coranica sia dal diritto consuetudinario dei popoli sottomessi.

Che dire poi dell'usanza di prelevare giovani cristiani nei territori occupati per farne degli agguerriti giannizzeri? Certo il fatto in sé può sembrare riprovevole. Tuttavia occorre ricordare che i giovani, una volta islamizzati e convertiti alla cultura turca, venivano cresciuti ed educati in famiglie anatoliche e nel Palazzo del sultano, a Istanbul. Successivamente erano destinati o a formare un esercito d'élite, profumatamente retribuito e direttamente legato alla figura sultano, o a diventare dirigenti della Sublime Porta fino al titolo di gran visir. "Di fatto, sin dalle sue origini ci si trova davanti a un vero stato ottomano con istituzioni, leggi, quadri, politici, amministrativi e militari: neppure i primi sovrani ottomani si presentano come dei barbari senza principi". Ma quando le origini dell'impero incominciano a uscire lentamente dalle nebbie della storia?

Gli esordi degli ottomani risalgono all'alba del XIV secolo, quando per sfuggire alle pressioni mongole alcune popolazioni di stirpe turcomanna si trasferiscono verso l'estremità nordoccidentale della penisola anatolica, allora parte del regno selgiuchide, a stretto contatto con quel che resta dell'impero bizantino. Fondatore della dinastia è  Osman (o Uthman Othman) dal quale deriverà il nome del futuro grande impero. Secondo una immagine dura a morire i primi ottomani erano una via di mezzo tra dei pastori di greggi e un'orda di guerrieri temerari fanatizzati dalla fede. Nulla di più sbagliato. Vivevano infatti in tribù, ma oltre alla pastorizia praticavano anche l'agricoltura, e dopo i primi successi militari lungo la costa meridionale del Mar di Marmara presero subito a edificare nuove costruzioni nelle città conquistate (Brussa, Nicea).

Quanto alla religione, questa era di tipo tribale e piuttosto eterodossa rispetto alla tradizione musulmana, con riunioni segrete e iniziazione dei discepoli. Gli ottomani vengono presi fin dall'inizio nella morsa tra le due potenze dei mongoli e dei bizantini, ma invece di venirne schiacciati riescono, sfruttando le divisioni altrui, a emergere sulla scena della storia. Durante la seconda metà del XIV secolo avanzano oltre il Bosforo mettendo piede sul continente europeo. Conquistano ampie zone della Rumelia (l'attuale Bulgaria) volgendo a proprio favore la momentanea debolezza dello zar bulgaro e dell'impero serbo. Sul fronte anatolico, dopo gli iniziali successi la situazione subisce un brusco arresto. Tamerlano sconfigge il sovrano ottomano Byazed nella battaglia di Ankara (1402) smembrando l'unità statale ottomana faticosamente raggiunta nella regione.

Un altro acerrimo nemico è Venezia, potenza navale per eccellenza, che conserva il monopolio dei commerci verso il levante e le coste del Mar Nero. Venezia esercita inoltre un'egemonia nella zona dei Dardanelli ed è la protettrice della cristianità in Oriente. Dal 1400 al 1451 gli scontri tra l'impero ottomano e Venezia saranno sempre all'ordine del giorno. Le due flotte avversarie si confrontano lungo tutta la costa mediterranea centrorientale: da Durazzo a Lepanto, da Salonicco fino a Gallipoli. Le navi turche, e soprattutto i suoi ammiragli, ancora non sono all'altezza di quelle della Serenissima, tuttavia non mancano i successi. Nel 1430 Salonicco è strappata a Venezia. Resterà in mani turche fino al 1912. Sulla terraferma la metà del XV secolo vede invece il consolidamento delle posizioni nei Balcani. La Serbia è sottomessa mentre il regno d'Ungheria è domato e messo in condizione di non poter intaccare le conquiste della Sublime Porta. In buona parte dell'Anatolia il potere del sultano è stato ricostituito, piegando la riottosità dei piccoli sultanati locali. Ma la svolta epocale che diede all'Europa intera la misura della potenza ottomana fu la conquista di Costantinopoli, nel 1453, dopo due soli mesi d'assedio.

Ultimo baluardo della cristianità in oriente, Costantinopoli fu abbandonata sia da Venezia sia da Genova, che preferirono salvaguardare i buoni rapporti commerciali con i turchi. Gli aiuti inviati dal Papa giunsero quando Maometto II aveva già fatto il suo ingresso vittorioso in città. L'imperatore Costantino XI morì in battaglia. Per i combattenti latini non vi fu alcuna pietà, mentre miglior sorte fu riservata agli abitanti greci e all'aristocrazia bizantina. Ma nell'antica Costantinopoli, ora ribattezzata Istanbul, lo splendore non venne meno. Le autorità turche si prodigarono immediatamente in lavori di riparazione e abbellimento, e nella costruzione di complessi universitari, medici e commerciali. Conquistata la capitale dell'impero romano Maometto II poté impadronirsi degli ultimi resti di Bisanzio e dei possedimenti latini del Levante. Prima della fine del secolo, con la conquista di Trebisonda e dei porti della Crimea (controllati da Genova), il Mar Nero divenne un lago ottomano.

Nel 1499 fu conquistata Lepanto e la zona del Golfo di Corinto, segnando così una nuova tappa nel declino di Venezia. Ormai la Porta era padrona della Grecia e di una parte dell'Albania. Prima di proseguire oltre è opportuno però osservare come queste conquiste furono amministrate e accuratamente stabilizzate già nel corso dei primi secoli dell'Impero. L'integrazione entro i propri confini di popolazioni diverse richiese infatti alle istituzioni ottomane una notevole capacità di adattamento e una progressiva secolarizzazione delle sue norme giuridiche. L'organizzazione legislativa dello stato ottomano era tutt'altro che religiosa. Certo, c'era la legge islamica basata sul Corano, ma dove questa era vacante interveniva una nuova legge predisposta ad hoc dall'amministrazione.

Quando ciò non era possibile la via più breve consisteva nel prendere in prestito le norme e le consuetudini del paese annesso. In pratica i due pilastri giuridici diventarono ben presto il diritto musulmano e il diritto dei popoli annessi. Alla base di tale scelta c'era la volontà di rispettare le tradizioni dei popoli, ma anche l'indubbia comodità rappresentata dal non dover mettere mano a una nuova legislazione nei paesi appena conquistati. Analoghe ragioni di opportunità hanno fatto dell'impero ottomano un efficace laboratorio di tolleranza multietnica. L'apertura nei confronti dell'emigrazione ebraica fu indotta dalla necessità di combattere la preponderanza nel settore di armeni e greci, la cui vocazione indipendentista era oltretutto molto forte. Tolleranza vi fu anche verso i cristiani, nei cui confronti non fu mai condotta una politica di islamizzazione forzata: un loro passaggio all'Islam, infatti, avrebbe comportato la perdita dell'ingente gettito fiscale a carico di ogni coltivatore cristiano.

Il XVI secolo è passato alla storia come l'età d'oro dell'Impero ottomano. Il suo interprete principale è stato Solimano il Magnifico (Selim II), sultano ottomano dal 1520 al 1566. Figlio di Solimano I, il vincitore di Bagdad e del potente impero mamelucco, esteso dall'Anatolia centrale fino all'Alto Egitto, Solimano il Magnifico conquistò Belgrado, sconfisse gli ungheresi a Mohacs nel 1526 e giunse, attraverso Buda, fino alle porte di Vienna. Strappata Rodi ai cavalieri cristiani, fece del Mediterraneo orientale un lago ottomano. La conquista dello Yemen e dell'Iraq, infine, spalancarono le porte del Golfo Persico. All'apogeo del suo impero poteva esordire nelle lettere ufficiali citando una sequela di titoli capace di far impallidire i rappresentanti delle più blasonate case regnanti europee.

"Io che sono il sultano e il padisah del Mediterraneo, del Mar Nero, della Rumelia, dell'Anatolia, dei paesi di Rum e di Karaman, del paese di Zu'l-Kadr, di Diyarbakir, del Kurdistan e dell'Azerbaigian, di Persia, di Damasco e d'Aleppo, dell'Egitto, di Gerusalemme la Santa, della gloriosa Mecca e dell'illustre Medina, di tutti i paesi arabi, dello Yemen e di Gedda, del territorio tataro così come di numerosi altri paesi conquistati dalla potenza soggiogatrice dei miei avi illustri e dei miei antenati eminenti, così come di un gran numero di contrade acquisite con la mia stessa sciabola da cui scaturisce il fuoco…"

La "magnificenza" di Solimano non si manifestò solo in politica estera. Nella gestione dello stato impose la meritocrazia come unico parametro per l'accesso alle cariche pubbliche.Affidò anche agli schiavi di origine cristiana la carica di gran visir - la seconda carica più importante dello stato, favorì lo sviluppo dell'economia urbana e incrementò l'organizzazione burocratica del suo immenso impero. A lui succedettero una serie di sultani che si limitarono a consolidare un impero ormai giunto al culmine dell'espansione territoriale. Non deve stupire quindi se il secolo XVII, successivo a Solimano, appaia assai meno brillante. Potenza e prosperità diventano, come spesso accade, incubatrici di clientelismi, di consorterie e clan all'interno delle istituzioni, mentre il potere passa dalle mani dei sultani a quelle delle sultane madri.

Alcune sollevazioni contadine dimostrano inoltre che un degrado interno sta maturando sotto la superficie smagliante dei grandi successi militari. "Il tentativo di ristabilire l'ordine portato avanti da Osman II - scrive Robert Mantran - ha un esito tragico poiché, per la prima volta, un sultano è, non soltanto deposto, ma anche giustiziato (1622). Anche se Murad IV (1623-1640), nell'ultima fase del suo regno, riesce a raddrizzare la situazione, il disordine ricompare subito dopo di lui. Bisogna aspettare l'arrivo del gran visirato di Mehemed Koprulu (1656) perché lo stato ottomano conosca, per vent'anni un netto rinnovamento, purtroppo compromesso dalle disfatte militari della fine del secolo (fallimento dell'assedio di Vienna nel 1683, progressi dei russi in Ucraina e in Crimea) che portano al trattato di Karlowitz (1699), primo trattato sfavorevole firmato dagli ottomani".

In effetti al tramonto del secolo essi perdono gran parte dell'Ungheria e della Transilvania, l'Ucraina e la Crimea. Inizia così il lento ma inesorabile ripiegamento dall'Europa, che vedrà d'ora in poi come principali beneficiari due minacciose potenze confinanti, la Russia zarista e l'impero degli Asburgo. Di fronte a questi sintomi ormai ben evidenti di disgregazione i vertici ottomani prendono coscienza della necessità di riformare i meccanismi dello stato, partendo dalla marina e dall'esercito, senza però disdegnare un rinnovamento dei costumi e delle relazioni con gli stati europei. Il XVIII secolo segnerà un avvicinamento all'Occidente. Se prima erano gli europei a studiare con curiosità le istituzioni e i modi di vita dell'impero, ora sono i sultani a informarsi sui modi di vita occidentali: Ambasciatori partono verso le grandi capitali europee, dove carpiscono consuetudini, innovazioni e nuovi stili di vita che poi trasferiscono in patria.

Nel 1727 viene impiantata a Istanbul la prima tipografia in caratteri arabi, la cultura e la civiltà francesi trovano un'ampia diffusione, mentre la presenza occidentale si fa più forte in campo commerciale con la creazione di società o compagnie sostenute dai rispettivi governi e insediate nei principali scali della Sublime Porta. L'esordio della "Questione d'Oriente", che porterà alla dissoluzione dell'impero al termine della prima guerra mondiale risale al 1774.

È l'anno del trattato di Kucuk-Kaynarca che sancisce la fine della guerra russo-turca iniziata sei anni prima. L'impero ottomano ne esce sconfitto a tutti gli effetti: oltre a perdere gli avamposti europei della Moldavia e della Valacchia è infatti costretto a riconoscere il protettorato della Russia sui sudditi ortodossi. Sarà questo, d'ora in poi, assieme al controllo degli Stretti, il pretesto con il quale gli zar si intrometteranno fino alla fine negli affari ottomani. Ma la questione d'oriente vedrà impegnate anche altre potenze europee, ognuna delle quali contribuirà, perseguendo i propri interessi espansionistici, alla distruzione della Sublime Porta. Per controllare la via delle Indie l'Inghilterra si interesserà ai paesi arabi del medio oriente; la Francia si farà strenuo difensore degli interessi commerciali e culturali dei cristiani del Levante; mentre l'Austria, per arginare l'influenza russa nei Balcani, darà una spallata decisiva ai possedimenti turchi in Europa.

Le guerre condotte dagli eserciti ottomani nel corso del XIX secolo saranno quasi tutte perdute. Anche i tentativi di promuovere importanti riforme amministrative, sociali, politiche e culturali saranno completamente vanificati. A nulla serviranno l'atteggiamento "illuminato" di Selim III, la riforma dell'esercito e la soppressione del corpo dei giannizzeri, la carta imperiale del 1839 che annuncia l'uguaglianza di tutti i sudditi senza distinzione di religione o nazionalità, l'abolizione della giustizia sommaria e il pagamento delle imposte in proporzione ai propri beni. A rendere impossibile una rifondazione del vecchio impero saranno l'esiguo numero dei riformatori, la mancanza di partecipazione popolare e gli interessi contrari delle grandi potenze. Con il trattato di Berlino l'impero perderà la maggior parte dei possedimenti balcanici e con essi anche alcune tra le popolazioni più industriose e prospere.

Ormai l'impero è sempre più uno stato asiatico e musulmano. Spinte autonomiste si hanno in Siria, Egitto e nelle province dell'Africa del nord. Le guerre balcaniche all'inizio del XX secolo saranno a questo punto solo un ulteriore passo sulla strada della dissoluzione e del cedimento agli appetiti nazionalistici degli antichi popoli sottomessi. Una dissoluzione sancita dalla sconfitta nella prima guerra mondiale e simboleggiata dall'ingresso a Istanbul, in groppa a un cavallo bianco, del comandante delle truppe alleate Franchet d'Esperey. L'Occidente entrava vittorioso nel cuore del cosiddetto "malato d'Europa". Ma, come ha scritto il curatore di questo bel volume, è il caso di aggiungere che i medici che si alternarono attorno al paziente nel corso del suo ultimo secolo e mezzo di vita si prodigarono forse più per farlo morire che per trovare una cura adeguata.

di ALESSANDRO FRIGERIO

Bibliografia
Storia dell'impero ottomano, a cura di Robert Mantran -
 Ed.Argo, 2000, pp. 874, £. 65.000

Ringrazio per l'articolo
concessomi gratuitamente
dal direttore di


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