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(QUI TUTTI I RIASSUNTI) RIASSUNTO ANNI dal 1343 al 1354 

ROMA SENZA PAPI  - RIVOLUZIONE ROMANA
COLA DI RIENZO
L'ARRIVO DI ALBORNOZ IN ITALIA
UNITA' NAZIONALE? UN UTOPIA!

ROMA SENZA PAPI - LO STATO PONTIFICIO - ELEZIONE DI CARLO IV E MORTE DI LUDOVICO IL BAVARO - COLA DI RIENZO - RIVOLUZIONE ROMANA DEL 20 MAGGIO 1347 : COLA DI RIENZO IL SUO GOVERNO E SUOI IDEALI POLITICI - AMBASCERIE ALLE CITTÀ ITALIANE. - LA FESTA DEL 1° AGOSTO 1347 - I NOBILI ROMANI - ECCIDIO DEI COLONNESI - II CARDINALE BERTRAND DE DEUS. - RIBELLIONE DI GIOVANNI PIPINO. - COLA DI RIENZO: LA FUGA DA ROMA - II GIUBILEO DEL 1350 - GOVERNO DI GIOVANNI CERRONI E FRANCESCO BÀRONCELLI - PRIGIONIA DI COLA R. A PRAGA E AD AVIGNONE - MORTE DI CLEMENTE VI - ELEZIONE DI INNOCENZO VI - IL CARDINALE D'ALBORNOZ IN ITALIA - LA COMPAGNIA DI VENTURA DI FRA' MORIALE - DECAPITAZIONE DI FRA MORIALE - TRAGICA FINE DI COLA DI RIENZO.

ROMA E LO STATO PONTIFICIO DURANTE L'ASSENZA DEI PAPI
COLA DI RIENZO


I Papi erano partiti da Roma nel 1305 e da questa data gli storici fanno comunemente cominciare il periodo di tempo durante il quale la capitale della Cristianità rimase senza Pontefici; ma in verità non era la prima volta che Roma rimanesse priva del Papa; per un motivo o per un altro, quasi il più delle volte costretti dalla turbolenza delle fazioni, i Capi della Chiesa sovente nel secolo XIII avevano lasciato deserto il soglio papale ed avevano temporaneamente posta la loro residenza in altre città d'Italia. 
Mai però l'assenza dei Pontefici da Roma era stata così lunga, tanto lunga da sembrare che volesse esser definitiva; e mai come al tempo dell' esilio avignonese la Santa Sede aveva esercitato così scarsa autorità sopra i suoi stessi domini. Pareva anzi che fosse stata cancellata del tutto tale autorità dallo stato pontificio, dove, accanto ai comuni quali Roma, Ancona e Perugia, erano sorte e si erano affermate non poche signorie: quella dei Pepoli a Bologna, i da Polenta a Ravenna, gli Ordelaffi a Forlì, i Malatesta a Rimini, i Varano a Camerino, i Montefeltro a Urbino, i Prefetto da Vico a Viterbo e Civitavecchia. 

« La città eterna — scrive Pietro Orsi — presentava a quest'epoca un aspetto di desolazione e di miseria; la popolazione, che era andata man mano diminuendo, aveva abbandonato la periferia per restringersi attorno al Campidoglio, così che molti dei grandi monumenti dell'antichità s'innalzavano in mezzo alla campagna deserta. Eppure tanto decadimento non aveva cancellato nella mente dei suoi abitanti la memoria dell'antica grandezza, cui il nome dei suoi magistrati municipali (senatori) sembrava perpetuare. Queste vecchie tradizioni però non avevano impedito che anche a Roma penetrasse l'elemento feudale; anzi i baroni si servivano degli antichi monumenti per innalzare al disopra delle loro case quelle torri, dalle quali sostenevano lotte continue contro i rivali. 
Fra le famiglie potenti di Roma due si segnalavano sulle altre: i COLONNA (che si erano sempre atteggiati a Ghibellini) e gli ORSINI (che per contro si dicevano Guelfi): entrambe approfittando dell'assenza dei Papi miravano ad impadronirsi della signoria della città seguendo l'esempio dei tiranni dell'Alta Italia -, perciò si combattevano più aspramente di prima.
Si capiva facilmente quali disordini dovessero risultare da simile anarchia. Nel 1339 il popolo insorto contro i grandi si ordinò a repubblica democratica e mandò ambasciatori a Firenze a studiare quella costituzione ed a richiedere copia degli ordinamenti di giustizia. Ma fu un fuoco di paglia, A Roma mancava quasi del tutto quella borghesia, che reggeva il governo fiorentino; tuttavia la repubblica allora proclamata non poté conservarsi di fronte agli attacchi dei nobili ed alle opposizioni del Papa».(Pietro Orsi)

 Malgrado le velleità repubblicane del popolo e i propositi dei nobili di costituirsi una signoria, sia i grandi che i popolani sentivano la nostalgia della Curia la cui assenza aveva disseccato l'unica fonte di lucro, e ne desideravano fervidamente il ritorno.
 Più di una ambasceria era stata inviata ad Avignone con l'invito al Pontefice di riportare la sede a Roma, le ambascerie ad Avignone anzi erano diventate un gesto che soleva essere ripetuto ogni volta che il nuovo Papa veniva eletto. Così quando fu nota l'elezione di Clemente VI, avvenuta nel 1342, un'ambasciata partì da Roma. La guidava Stefano Colonna e si onorava della compagnia di Francesco Petrarca, al quale dopo la coronazione in Campidoglio era stata conferita la cittadinanza romana. 

Gli ambasciatori, presentatisi al Papa, lo invitarono a nome di tutti i Romani, a ricondurre la Santa Sede a Roma, lo pregarono di ridurre da cento a cinquant'anni il tempo del giubileo e gli offrirono i titoli di senatore e capitano della città. 
Clemente VI ci penso sù due mesi, poi rispose accordando per il giubileo la riduzione chiesta, accettando i titoli offertigli non come Papa, ma personalmente come Pietro Rogier, salvi restando i suoi diritti di Pontefice, e promettendo infine che sarebbe tornato in Roma non appena il momento gli fosse sembrato propizio. Forse in cuor suo Clemente pensava che difficilmente sarebbe arrivato il tempo favorevole al ritorno, tanto è vero che continuò l'iniziata costruzione del palazzo papale e del ponte sul Rodano. E in verità non era quello il tempo di pensare a lasciare la comoda e sicura sede di Avignone, né  gli anni che seguivano erano più  propizi. 

Moriva Roberto d'Angiò lasciando il reame di Napoli in preda alle agitazioni dei Baroni e alle discordie coniugali di Giovanna ed Andrea che dovevano portare all'assassinio di quest'ultimo; per la penisola scorrazzavano bande di ventura; a Firenze ardeva la lotta tra popolani e inobili; si delineava una guerra tra i Visconti e i Pisani (1345) e spuntava il pericolo di una nuova discesa di Ludovico il Bavaro, richiesto da Luigi d'Ungheria.

L'attività di Clemente fu tutta assorbita dalla sua politica germanica e tutta intesa ad abbattere il Bavaro. Deciso a contrapporgli un altro imperatore, il 13 aprile del 1346 dichiarò decaduto Ludovico e gli scelse come successore Giovanni di Boemia. Ma quest'uomo, vecchio e cieco, propose il figlio Carlo, il quale, accettando, prometteva al Pontefice di abrogare tutti gli atti del Bavaro in Italia, di rinunciare ad ogni diritto sullo stato della Chiesa e di trattenersi a Roma solo un giorno, il tempo dell'incoronazione. 
Proposto ed appoggiato dal Pontefice, il 20 luglio del 1346 dagli elettori di Treviri, Colonia, Magonza, Sassonia e Boemia, Carlo (IV) veniva eletto imperatore ed una nuova guerra civile iniziava in Germania, che fortunatamente, doveva durare poco più d'un anno ed aver termine poco dopo la morte di Ludovico il Bavaro avvenuta l'11 ottobre del 1347. 

 Dopo l'ambasceria di Stefano Colonna, il Pontefice aveva mandato a Roma perché vi esercitassero come suoi vicari la potestà senatoria Bertoldo Orsini e un altro Colonna, Stefano il Giovane; ma i Romani non erano rimasti contenti e ripristinato il governo dei tredici buoni uomini, avevano mandato, nel 1343, a Clemente VI una seconda ambasceria. Faceva parte di questa ambasceria un giovane popolano, COLA DI RIENZO, figlio di un taverniere e di una lavandaia, anima ardente di sognatore, che aveva studiato appassionatamente l'antica storia di Roma, e sdegnato della miseria in cui era caduta la patria, vagheggiava un ritorno di Roma alle antiche glorie repubblicane.  
Egli non era ignoto ai suoi concittadini: parlatore facile, colorito, efficace, spesso nei  ritrovi popolari aveva parlato delle figure nobili del lontano passato, delle conquiste della plebe romana, della virtù dei suoi tribuni, e attribuendo le tristi condizioni  presenti alle ambizioni e alle prepotenze dei grandi, aveva formulato fervidi auguri  per la rinascita delle antiche tradizioni e la definitiva riscossa del popolo romano.

 COLA DI RIENZO rappresentò con tale realismo le miserie della città e i soprusi dei grandi al Pontefice che questi, preso di vivissima simpatia per il giovane popolano, di cui ammirò l'ingegno e la fede, non solo, durante il soggiorno di Cola ad Avignone, lo protesse dalle ire che il contegno e le accuse di lui avevano provocate nella Curia, ma nell'aprile del 1344 lo nominò notaio della Camera apostolica a Roma.
 
Tornato da Avignone nella capitale, Cola ricominciò con maggior fervore a diffondere  le sue idee, a scuotere gli animi intorpiditi, a prepararli alla grande opera che lui vagheggiava. 
Per meglio impressionare il popolo, oltre che della sua calda parola, egli  si servì di quadri allegorici che dovevano fare, e facevano, molta presa nell'animo della  plebe romana rozza. Espose un giorno su un muro del Campidoglio un grande quadro raffigurante un mare tempestoso con una nave pericolante su cui una donna in gramaglie pregava inginocchiata. Sotto era scritto Roma
Vicino altre quattro navi si vedevano, quasi sommerse dai flutti, recanti ciascuna il cadavere di una donna e contrassegnate dai nomi: Babilonia, Cartagine, Troia, Gerusalemme
Da un lato sorgevano due isole: sopra una di esse sedeva vergognosa l'Italia che, rivolgendosi a Roma, le diceva: A tutte le terre togliesti il potere; me sola tenesti per sorella; sopra l'altra stavano le quattro virtù cardinali, che dicevano a Roma: Fosti fornita di tutte le virtù ed ora vai raminga sul mare. Sopra una terza isola, a destra, era rappresentata la Fede sotto la quale si leggevano i due versi: O Sommo Padre, Duce e Signor mio, Se Roma perisce dove starò io?

  Nel cielo sovrastante erano mostri alati che soffiavano sul mare per sconvolgerlo e simboleggiavano i baroni, i falsi giudici e i viziosi plebei. Un altro giorno chiamò il popolo a contemplare un dipinto della basilica Lateranense. Quel dipinto rappresentava l'antico Senato romano nell'atto di consegnare a Vespasiano il potere sovrano: e in mezzo al dipinto si vedeva, la genuina tavola di bronzo contenente la famosa Lex Regia, frammento del senatoconsulto che aveva conferito a Vespasiano la imperiale sovranità. 
Bonifacio VII che odiava l'Impero, a suo tempo aveva adoperato quella tavola nella costruzione di un altare ma tenendone coperta la iscrizione. L'incendio della Basilica, avvenuto nel 1308, mise in luce questo documento del despotismo imperiale, e a scoprirlo fu lo stesso Cola. Il quale, con astuta abilità, spiegandolo al popolo, lo presentò come documento di popolare sovranità attestata dalla grande munificenza del Senato di quel tempo (Bertolini) ».

 Ma non soltanto sul popolo Cola di Rienzo lavorava; ma cercava anche di attrarre alle sue idee la scarsa borghesia che esisteva a Roma, seguendo l'esempio di Firenze; e quando gli parve che il terreno fosse preparato, approfittando dell'assenza di Stefano Colonna, che con le milizie si era recato a Corneto, il 20 maggio del 1347, giorno della Pentecoste, per mezzo di banditori e del suono delle campane, chiamò il popolo al Campidoglio. 
Cola si presentò alla folla numerosa in compagnia del vicario pontificio Raimondo d'Orvieto poi seguito da un centinaio di uomini armati; salito sulla tribuna parlò con impetuosità delle tristi condizioni in cui Roma versava, annunciò che il tempo della liberazione e della giustizia era venuto e dichiarò di esser pronto a sacrificare la propria vita pur di far conseguire ai Romani il buono stato.

 Clamorosi applausi accolsero le parole di Cola, il quale poi lesse gli articoli d'una nuova costituzione, che fra l'altro decretava che gli omicidi dovevano esser condannati a morte, che i processi dovevano discutersi entro quindici giorni, che ogni rione doveva  fornire per il servizio d'ordine cento fanti e venticinque cavalieri; che alle famiglie i dei caduti per la patria bisognava corrispondersi una pensione; che al rettore del popolo dovevano affidarsi la custodia dei ponti e dei porti e ai baroni la sicurezza delle strade. 
Il popolo approvò lo statuto e accordò a Cola di Rienzo i pieni poteri, che egli accettò; proclamandosi tribuno di libertà, di pace e di giustizia e mettendo la sua sede in Campidoglio dopo aver mandato via i due senatori. 
Felici furono gli inizi del governo di Cola di Rienzo. I nobili, contro cui era rivolta l'opera del tribuno, tentarono di rovesciarlo o di resistergli, ma vani furono i loro sforzi: Stefano Colonna, che si era presentato alle porte di Roma alla testa di alcune schiere, venne respinto e costretto a ritirarsi a Palestrina; Giovanni Prefetto di Vico, che aveva la signoria di Viterbo, dovette sottomettersi e ricevere da Cola l' investitura; sottomissione prestarono i Baroni della Campagna e l'ordine fu ristabilito in città e altrettanta sicurezza venne data ai rioni e al contado.

  Incoraggiato dai primi successi, Cola allargò il suo campo d'azione e credeva di  potere estendere il buono stato a tutte le città d'Italia, di poter essere il restauratore della libertà ed unità nazionale e di mettere Roma al disopra dei principi e dello stesso imperatore. Vani sogni di un esaltato che solo la retorica e non le armi né la capacità aveva a sua disposizione! 
Inviò ambasciatori ad Avignone per annunciare al Pontefice la sua soddisfazione e per rassicurarlo della sua fedeltà alla Chiesa; lettere e altre ambasciatori spedì nelle città della Campania, del Lazio, della Toscana, della Romagna, ai Visconti, ai da Carrara, agli Estensi, al doge di Venezia, agli Angioini di Napoli, al re d' Ungheria, agli imperatori Ludovico il Bavaro e Carlo IV, con l'invito di mandare rappresentanti a Roma per il 10 di agosto quando si sarebbe tenuto un parlamento nazionale; e dovunque i suoi inviati vennero ricevuti con onore; e da molte parti  Cola ricevette congratulazioni consigli e aiuti.

Solenni ambascerie gli giunsero da Arezzo, da Todi, da Terni, da Spoleto, da Rieti, da Foligno, da Assisi; Firenze gli mandò cento cavalieri, sessanta Perugia, cinquanta Siena; Gaeta gli inviò diecimila fiorini, Venezia e Luchino Visconti gli offrirono la loro alleanza, il Bavaro lo pregò di riconciliarlo con la Chiesa, il principe di Taranto, il duca di Durazzo e la regina Giovanna gli scrissero lettere offrendo la loro amicizia, Luigi d' Ungheria rimise nelle sue mani il processo contro gli assassini del fratello. E intanto il Petrarca gli scriveva epistole entusiastiche, chiamandolo messo del ciclo e nuovo Bruto maggior dell'antico
Le lodi del poeta, il favore entusiatico del popolo, la sottomissione dei grandi e le ambascerie delle città, dei signori e dei sovrani fecero credere a Cola di Rienzo di esser divenuto l'arbitro delle sorti d'Italia e d' Europa. I facili successi lo ubriacarono e lo misero sopra una falsa via.
 Il popolano volle circondarsi di fasto e assumere titoli pomposi; si chiamò illustre liberatore della santa repubblica romana, tribunus augustus, amator Orbis, zelator Italiae, candidatus Spiritus Sancti, si fece servire dai nobili, accompagnare da armati, precedere da vessilli, e si narra che la moglie si recava a San Pietro con un numeroso corteggio di patrizie e di ancelle e che i suoi parenti venivano innalzati alle più alte dignità.

 In che misura i successi avessero scaldata la testa del tribuno si vide in occasione del parlamento convocato a Roma il 1° di agosto. Splendide feste furono date a tutti gli ambasciatori e ai principali cittadini. Il 31 luglio Cola andò a bagnarsi nella conca di Costantino in Laterano e passò la notte nella Rotonda del Battistero; il giorno dopo, al cospetto del popolo e dei rappresentanti di venticinque città italiane, si fece armare cavaliere, poi, ascoltata la Messa, lesse un decreto con il quale dichiarava libere Roma e tutte le città d'Italia, accordava a tutti gli Italiani la cittadinanza romana, affermava che l'elezione imperiale, la giurisdizione e la monarchia dell' Impero appartenevano a Roma, al suo popolo e a quello dell'Italia tutta, invitava il Papa e tutto il Sacro  Collegio a ritornare nella iniziale e naturale sede e infine citava Ludovico il Bavaro, Carlo di Boemia e tutti gli elettori germanici e inoltre tutti quanti pretendevano aver diritto all'elezione imperiale a comparire nella ventura Pentecoste in Laterano, davanti  a lui, ai rappresentanti del Pontefice e al popolo romano recando le prove del preteso  diritto sia a cinger la corona che ad assegnarla.

 II popolo accolse con entusiastici applausi la lettura del folle decreto, e Cola di Rienzo che ormai aveva perso il senso della misura, se pur l'aveva mai posseduto, sguainò la spada di cavaliere e, puntandola in direzione delle tre parti del mondo, gridò per tre volte: Questo appartiene a me
Era presente alla scena il vescovo Raimondo d'Orvieto, che Cola aveva associato al governo. Alle audaci parole del collega, egli fece distendere da un notaio una protesta in nome del Papa e ne fece dare lettura al popolo; ma Cola di Eienzo ordinò che i tamburi rullassero e nessuno sentì la protesta del vescovo. 
Inebriato dalla cerimonia, da lui creduta un trionfo, il tribuno ne indisse  una seconda per il 15 di quello stesso mese, durante la quale cinse ben sei corone, una  di argento e cinque intrecciate con rami di piante che crescevano sull'Arco di Costantino. Anche questa volta fu data lettura di un decreto col quale si confermava a tutta  l'Italia il diritto di cittadinanza romana, si proibiva di usar le parole maledette guelfo e ghibellino e si vietava agli imperatori e ai principi di entrare armati nel territorio di Roma senza il permesso del Pontefice e del popolo. 

Intanto che Cola passava il tempo legiferando e offrendo queste vane e pompose cerimonie, i nobili romani brigavano contro di lui alla corte di Avignone e nella stessa Roma. Delle trame che si ordivano a suo danno ebbe sentore il tribuno, il quale pensò di impadronirsi dei suoi nemici con un sol colpo. Invitati ad un banchetto in Campidoglio, sotto l'accusa di congiure, fece arrestare Stefano, Pietro e Giovanni Colonna, Bertoldo di Vicovaro e Bertoldo, Nicola, Giordano e Rinaldo Orsini. 
Cola annunziò al popolo di aver destinato alla morte i prigionieri, ma due giorni dopo, radunato il popolo davanti al Campidoglio, concesse grazia ai condannati e li rimandò colmi di onori. 
Con quest'atto di generosità sperava il tribuno di amicarsi i grandi; questi invece continuarono ad avversarlo, anzi fortificarono il castello di Marino, radunarono uomini e armi, occuparono Nepi e si spinsero saccheggiando i luoghi fin quasi alle porte di Roma. 
Gridando al popolo di volere castigare le offese dei Colonna, Cola uscì con ottocento cavalieri e parecchie migliaia di fanti e a sua volta si spinse saccheggiando i dintorni fin sotto Marino; ma senza aver ottenuto alcun risultato dopo otto giorni fece ritorno a Roma dove nel frattempo era giunto il cardinale Bertrand de Deus inviato da Clemente VI per togliere al tribuno le redini del governo. 

Cola ricevette con molto onore il cardinale, che non credendo opportuno, data l'eccitazione degli animi, procedere subito contro il tribuno, si andò a ritirare a Montefiascone, ma si mise presto in contatto con i nobili per abbattere il focoso popolano. Le ostilità intanto continuavano e i Colonna radunavano armati a Palestrina per tentare un colpo decisivo su Roma. 
Il tentativo fu fatto il 20 novembre del 1347. Il vecchio Stefano Colonna alla testa di seicento cavalli e quattromila fanti marciò sulla città; fiducioso che i partigiani di dentro gli avrebbero aperte le porte; trovò invece i nemici, numerosi più del doppio, pronti a contendere il passo alle schiere avversarie, e ben presto s'ingaggiò una furiosissima battaglia che doveva terminare con una sanguinosa sconfitta dei nobili. 

« Dopo la nefasta giornata del Cremerà — scrive il Bertolini — nella quale era perita l'intera gente Fabia, Roma non aveva mai assistito all'eccidio di una famiglia tanto potente quale era quella dei Colonna. Oltre 80 dei suoi mèmbri perirono nella giornata del 20  novembre del 1347, e il figlio e il nipote del grande Stefano erano fra essi. Cola, che non aveva guidato le schiere vittoriose contro il nemico, le condusse trionfalmente in Campidoglio col capo coronato di ulivo. 
Avrebbe fatto assai migliore cosa mandare le truppe su a Marino e a Palestrina, ma preferì tenerle a Roma per assistere i pomposi e strani spettacoli che diede per festeggiare la vittoria del 20 novembre.

Fra questi spettacoli ci fu il battesimo di suo figlio Lorenzo, celebrato sul luogo in cui era caduto eroicamente Giovanni Colonna, nipote del vecchio Stefano, e con l'acqua ancora, tinta del suo sangue. Cola credeva che ciò bastasse per fare del proprio figlio un eroe; e infatti gli impose, con questo strano battesimo, il nome non meno strano di cavaliere della vittoria
L'impressione prodotta dal fatto insano e brutale fu assai sinistra; e si può anche dire che essa segnò la rovina di Cola. Lo stesso Petrarca, che aveva mantenuto sempre viva la fede nel genio del tribuno, ora si domandava mestamente dove fosse quello andato, e diceva che, dinnanzi alla rovina irreparabile ormai d'Italia e di Roma, a lui non restavano che le lacrime. Intanto i personaggi, che godevano a Roma la maggiore stima, si erano allontanati dalla corte ed erano stati sostituiti da gente trista, volgare e rozza. Gli effetti di tale sostituzione furono subito sentiti: i comizi popolari tacquero perché la voce del tiranno fosse meglio  sentita ».(Bertolini)

Ma oramai i giorni della dittatura di Cola erano contati. Entrato in azione il legato pontificio minacciando fulmini e scomuniche riusciva a far sì che il tribuno revocasse i suoi decreti e fosse assistito nel governo da un consiglio di trentanove cittadini. Era questa una notevole limitazione al potere di Cola; ma di ciò non poteva ne voleva contentarsi Clemente VI, il quale da Avignone lanciò la scomunica contro Cola e minacciò i Romani di revocare la concessione del giubileo per il 1350 se si fossero ostinati a sostenere il tribuno. 
Fu appunto questa minaccia che fece intiepidire gli animi del popolo il quale, togliendo il suo favore a colui che per sette mesi era stato il loro idolo, lo lasciò senza difesa esposto ai colpi dei suoi nemici.
 Si trovava allora a Roma un violento barone napoletano, Giovanni Pipino di Minorbino, che  assoldava uomini per conto del re d'Ungheria. Avendolo Cola citato in giudizio per rispondere di certe violenze, il Pipino si rifiutò di comparire davanti il tribuno ed rinforzatosi con centocinquanta cavalli nel circo Flaminio tentò di ribellare i Romani. 

Era il 15 dicembre. Cola di Rienzo, ricevuta la notizia della ribellione di Giovanni Pipino, fece suonare la campana del Campidoglio, che soleva chiamare alle armi il popolo. E il popolo accorse, ma disarmato; Cola lo arringò con la sua abituale eloquenza  e parve che la folla si commuovesse, ma quando il tribuno disse di correre contro il barone nessuno si mosse. 
Allora l'agitatore si perse d'animo. «Ebbene ; — disse — dopo aver governalo sette mesi depongo la mia autorità ». E poiché nessuna voce si levava a dissuaderlo dal suo proposito, scese dal Campidoglio e, seguito da pochi fedeli, andò a chiudersi in Castel Sant'Angelo. 
Alla caduta di Cola seguì il ritorno dei nobili a Roma, guidati dal vecchio Stefano Colonna, il quale non volle infierire contro i familiari del tribuno. 
Dopo il Colonna comparve il legato pontificio Bertrand de Deus, il quale prese possesso della città in nome della Chiesa, cancellò i decreti di Cola di Rienzo e, rimessi in vigore gli antichi ordinamenti, creò, il 16 febbraio del 1348, senatori Bertoldo Orsini e Luca Savelli. 

Ritornato a Montefiascone, il cardinale citò Cola davanti al suo tribunale per rispondere del reato di ribellione ed eresia; ma il tribuno non era più a Roma. Stimando inutile ogni resistenza, era fuggito da Castel Sant'Angelo e si era rifugiato nel reame di Napoli. Sperava nell'aiuto del re d' Ungheria, ma quello nemmeno si mosse per rispondergli. Ritornò più di una volta segretamente a Roma per vedere se gli riusciva di impadronirsi nuovamente del potere, infine, vinto dalla stanchezza, temendo di cadere nelle mani del cardinal legato e forse anche desideroso di solitudine, chiese e trovò asilo in un convento di Francescani sul monte Maiella negli Abruzzi, dove si diede ad una vita di meditazioni e di preghiere.


VICENDE DI COLA DI RIENZO DOPO LA FUGA 
 IL CARDINALE D'ALBORNOZ IN ITALIA  - FRA MORIALE
COLA DI RIENZO SENATORE - LA SUA TRAGICA FINE


Tristi tempi seguirono per Roma dopo la partenza di Cola di Rienzo. La comparsa nello Stato della Chiesa del duca Guarnieri di Urslingen con la sua compagnia di feroci soldati di ventura, che saccheggiarono il Lazio e l' Umbria e desolarono Anagni, tenne per parecchio tempo sotto un incubo terribile i Romani. Poi ebbero luogo sommosse popolari, che cessarono solo allorquando l'infelice città fu visitata dalla terribile peste, e dopo questa strage  si aggiunse anche quella causata da un violento terremoto che distrusse molti monumenti antichi, le due basiliche di San  Paolo e degli Apostoli, il frontone del Laterano e la Torre delle Milizie. 

A confortare i Romani affranti da tante calamità e a sollevarli dalla miseria venne però il Giubileo del 1350, che portò a Roma un numero grandissimo di pellegrini, tra cui ci fu il re d' Ungheria. Da tutta l' Europa, provata dalla peste, accorsero i romei nella capitale della Cristianità a ricevervi il perdono, a portarvi le loro generose elemosine e a far fiorire per un anno la vecchia città, esausta da tante dolorose vicende. 

Ma finito l'Anno Santo Roma ricadde nel disordine e il Pontefice credeva proprio di potere dare pace alla città incaricando un Collegio di quattro cardinali di trovare una forma di governo che eliminasse gli eccessi della nobiltà e quelli della democrazia. 
Il poeta Francesco Petrarca, interpellato trovò la via migliore che allora si potesse seguire: quella della conciliazione. Secondo lui, solo facendo partecipi del governo nobili e popolani si poteva porre termine all'anarchia. Ma la rivoluzione di Cola di Rienzo un'altra via aveva indicato al popolo e questo, verso la fine del 1351, raccoltosi nella chiesa di Santa Maria Maggiore, diede pieni potere a un plebeo di nome Giovanni Cerroni, che venne confermato dal Pontefice e ricevette i titoli di senatore e di capitano. 
Il governo del Cerroni fu debole, ma in compenso pacifico e questo non per merito suo ma perché i nobili si erano allontanati dalla città. E forse questa pace e questo governo avrebbero avuto più lunga durata di quanta ne ebbero se la ribellione di Giovanni Prefetto da Vico non ne avesse provocata la fine. Contro di lui mosse il Cerroni, ma la sua spedizione non ebbe esito felice e gli alienò il favore popolare. Giovanni Cerroni abbandonò il potere e la città nell'ottobre del 1352 e Roma tornò nelle mani dell'aristocrazia che restaurò l'autorità senatoria. 
I senatori però non riscossero l'approvazione del Papa, il quale non solo non ratificò la loro elezione, ma, avendo essi posto mano sulle saline per supplire alla deficienza dell'erario, li scomunicò. 
Il resto fu fatto ancora una volta dal popolo, che, facendo risalire ad essi le cause della carestia che affliggeva la città, insorse contro di loro. Un senatore, Stefanello Colonna, si salvò dalla furia popolare con la fuga, l'altro fu lapidato (15 febbraio 1353).

Il popolo trionfava ancora una volta. I pieni poteri vennero dati a Francesco Baroncelli, seguace di Cola di Rienzo, che assunse il titolo di secondo tribuno. E questo titolo era tutto un programma. Egli difatti si diede a seguire le orme di Cola; ma del famoso popolano non aveva l'ingegno, pur avendone tutta la vanità e l'orgoglio, né da lui emanava quel fascino che Cola aveva saputo esercitare sul popolo. Fascino veramente potente se a distanza di sei anni la plebe romana ne sentiva intensa la nostalgia. 
Cola di Rienzo era vissuto tre anni nella solitudine del convento della Maiella; ma le preghiere non avevano fatto dimenticare al tribuno i trionfi passati. Nel luglio del 1350 egli era andato a Praga sperando protezione ed aiuto da Carlo IV di Boemia; per ingraziarsi il sovrano gli aveva parlato di sogni profetici e gli aveva narrata una turpe favola spacciandosi come figlio bastardo di Enrico VII, che, secondo lui, nel suo soggiorno romano aveva goduto i favori di sua madre; ma né i sogni né la storiella della pretesa parentela erano riusciti a procurargli l'amicizia dell' Imperatore, il quale anzi, considerandolo un esaltato e sapendolo accusato di eresia, lo aveva fatto imprigionare. 

Dalle prigioni di Praga nell'estate del 1352 lo consegnarono a quelle di Avignone e contro di lui fu istruito un processo. Ma i giudici erano stati clementi e non l'avevano condannato. Il Pontefice non aveva voluto mettere a morte quell'uomo che il Petrarca stimava ancora, che la plebe romana invocava e che avrebbe potuto costituire nelle mani della curia avignonese un prezioso strumento per la sua politica romana. 

Clemente VI non aveva avuto il tempo di servirsi di Cola. Cessò di vivere il 5 dicembre del 1352. Successe a lui, il 18 di quel mese, Stefano d'Albret, cardinale di Ostia, che prese il nome di INNOCENZO VI. Il primo pensiero del nuovo Pontefice fu di rimetter l'ordine a Roma e di liberare lo stato della Chiesa dai numerosi signori che avevano cancellato l'autorità papale; scacciando i Visconti da Bologna cui l'avevano venduta  i Popoli; gli Ordelaffi da Forlì, Forlimpopoli e Cesena; i Manfredi da Faenza; i da Polenta da Eavenna e Cervia; i Malatesta da Rimini, Fano, Pesaro, Sinigaglia, Ascoli, Osimo, Ancona; i Montefeltro da Urbino e Cagli; i Varano da Camerino; i Gabrielli da Gubbio; gli Alidosi da Imola; Giovanni da Vico da Viterbo, Orvieto, Toscanella, Corneto, Civitavecchia e Terni.

 A questa impresa che non era facile Innocenzo VI prepose il cardinale EGIDIO D'ALBORNOZ, grande di Spagna, che aveva combattuto vittoriosamente contro i Mori in Andalusia ed aveva diretto con grande abilità l'assedio di Algesiras; nello stesso tempo scrisse ai Romani che aveva perdonato a Cola di Rienzo e che lo inviava a Roma assieme al suo legato, per far cessare il malgoverno e ripristinare il buono Stato. Difatti, insieme col cardinale d'Albornoz, Cola fu mandato in Italia dal Pontefice, il quale evidentemente intendeva servirsi del tribuno per ristabilire nella città eterna l'autorità papale. Cola per la "massa" che non l'aveva dimenticato sarebbe stato molto utile

Dopo Milano, dove fu onorevolmente accolto dai Visconti, e dopo Firenze che fornì centocinquanta cavalli, il cardinale e l'ex tribuno entrarono nello Stato della Chiesa e posero i loro quartieri a Montefiascone. 

In questa terra furono presi gli accordi tra il legato e i Romani, per abbattere Francesco Baroncelli, e Cola di Rienzo servì da ottimo intermediario. Verso la fine del 1353 I scoppiò a Roma un tumulto popolare, il Baroncelli venne spodestato e forse anche ucciso, e la città tornò all'obbedienza del Pontefice, che incaricò l'Albornoz di nominarvi un vicario. Cola di Rienzo sperava che questa carica sarebbe stata data a lui; il cardinale invece la conferì a Guidone dei Patrizi che fu nominato senatore; poi si diede da fare per ridurre le terre vicine signoreggiate da Giovanni Prefetto da Vico. 
In questa impresa il cardinale ebbe aiuti da Firenze, Siena, Perugia e Roma.  Quest'ultima città mise a disposizione del legato pontificio diecimila uomini comandati da Giovanni Conti di VALMONTONE. 

Nel marzo del 1354 il cardinale legato occupò Toscanella e due mesi dopo strinse d'assedio Viterbo ed Orvieto. Abbandonato dai suoi, il da Vico, e non potendo resistere a tanta forza che gli stava contro, andò a fare atto di sottomissione al d'Albornoz che lo nominò vicario pontificio per dodici anni di Corneto e Civitavecchia e il 9 giugno entrava solennemente ad Orvieto mentre le sue milizie occupavano Viterbo. 

Il felice risultato dell'azione militare contro Giovanni da Vico e l'eco della generosità del cardinale facilitarono moltissimo l'opera da lui intrapresa di restaurazione dello Stato pontificio. Sutri, Terni, Narni, Spoleto ed Assisi gli aprirono le porte, Giovanni di Cantuccio restituì Gubbio di cui si era fatto signore, e il cardinale, ridotte all'obbedienza della Chiesa la Tuscia, la Sabina e l' Umbria, si preparò poi a portare le sue armi nelle Marche e nella Romagna la cui sottomissione, per la potenza dei loro signori, costituiva un' impresa molto difficile. Prima di accingersi ad operare contro questi signori il cardinale d'Albornoz, ricevuti ordini da Avignone, nominò Cola di Rienzo senatore di Roma. 

Il famoso agitatore che aveva cominciato la sua carriera politica da repubblicano e a Praga per opportunismo aveva vestita la casacca ghibellina, si accingeva a recarsi a Roma da guelfo. 

Cola non aveva un'anima di eroe e temeva di fare senza scorta il viaggio da Perugia, dove si trovava, a Roma, perché, avendo molti nemici tra la nobiltà, era molto probabile che cadesse in mano a uno di essi lungo il cammino. Chiesta invano una scorta al Cardinale, Cola si rivolse a due fratelli di Fra Moriale.



FRA MORIALE


Era costui un gentiluomo provenzale, cavaliere dell'ordine di San Giovanni di Gerusalemme, salito in gran fama in Italia come uomo d'arme. Capitano assai valente, radunata sotto di sé una numerosa compagnia di ventura, aveva militato nel reame di Napoli al servizio di re Luigi d' Ungheria, rendendosi temuto dai suoi mercenari per la rigida disciplina militare e dalle popolazioni per le sue rapine. Rimasto ad Aversa dopo la partenza del sovrano (1352), vi era stato scacciato da un esercito di Giovanna capitanato da Malatesta di Rimini; si pose  poi al soldo di Giovanni da Vico, e vi era rimasto fino a quando questo signore si era sottomesso al legato pontificio; accresciuta quindi la sua compagnia e perfezionata la sua organizzazione, si era gettato nella Romagna, mettendo a ferro e a fuoco il territorio di Rimini ed obbligando il Malatesta a pagargli quarantamila fiorini. 
Dalla Romagna Fra Moriale, che disponeva di settemila cavalli, millecinquecento fanti scelti e ventimila pedoni, era passato nel 1354 in Toscana e, ricevuti sedicimila fiorini da Siena, altrettanti da Pisa e venticinquemila da Firenze, aveva condotto la sua Grande Compagnia in Lombardia, mettendosi per centocinquantamila fiorini e per il periodo di quattro mesi al servizio d'una lega che i Veneziani avevano costituita contro i Visconti.
 
In pochi anni Fra Moriale aveva accumulate ingenti somme, che aveva mandato a Perugia nei cui banchi commerciali due suoi fratelli le tenevano impiegate. A costoro  si rivolse Cola di Rienzo e promettendo grandi ricompense, riuscì a farsi prestare alcune migliaia di fiorini. Con questi l'antico tribuno assoldò duecentocinquanta cavalieri e duecento fanti, e si avviò alla volta di Roma, dove il popolo ansioso lo aspettava. Archi di trionfo gli erano stati innalzati ed una folla immensa gremiva le vie per festeggiare l'uomo che aveva sette anni prima risuscitato dopo tanti secoli il diritto e la maestà del popolo romano. ( dimenticando le follie che lo avevano reso odioso)

Cola di Rienzo fece il suo ingresso solenne a Roma il 1° di agosto, accolto dalla moltitudine delirante, con l'aureola dell'esilio e lo splendore della dignità senatoria; la folla sentì nuovamente la parola calda e vibrante del suo idolo e fu ancora conquistata dal suo fascino e dal suo carisma.
 Così Cola fu di nuovo padrone di Roma. Ma questa era una città molto difficile da governare. Non era cosa agevole conciliare la volontà del Pontefice con quella del popolo e d'altro canto c'era sempre l'aristocrazia, l'eterna nemica del tribuno, che, come  l'aveva avversato quand'egli rappresentava la riscossa popolare così anche ora non voleva piegarsi a lui come vicario del Papa. 

Contro nemici così irriducibili non c'era che da adoperare le armi. E le armi rivolse Cola di Rienzo contro Palestrina, sostenitore dei Colonnesi. Ma le armi del tribuno si spuntarono di fronte alla superba resistenza di Stefanello Colonna, e il tribuno-senatore dovette ricondurre le sue truppe a Roma, malcontente di lui per il fallimento,  ma anche infuriate perchè Cola  non aveva i denari per pagare gli uomini.
Giunto a Roma, assillato dalla necessità di denaro, Cola vi trovò Fra Moriale. Lasciata la Grande Compagnia sotto il comando del conte di Lando, il feroce condottiero era venuto a Roma forse per farsi restituire le somme prestate al senatore, forse anche per eseguire qualche proficua impresa approfittando del favore di Cola. Il quale, sapendo che il suo creditore aveva portato con sé una cospicua somma, volle con un sol colpo sbarazzarsi dell'ospite importuno e venire in possesso senza difficoltà dei denari del provenzale, come gli era riuscito sette anni prima quando si era impadronito di alcuni nobili. Il mezzo che usò fu lo stesso: invitato il Moriale in Campidoglio, lo fece arrestare e, processatelo come saccheggiatore ed assassino, lo condannò alla pena capitale. 

FRA MORIALE, il temuto condottiero fu decapitato nella piazza del Campidoglio il 29 agosto del 1354. Da quest'atto di giustizia operato col tradimento Cola non ritrasse gloria ma molto denaro. Centomila fiorini passarono dalle tasche del Moriale alle sue e se ne servì per pagare i soldati e prendere al proprio servizio altri mercenari. 
Quella somma lo tolse d'imbarazzo solo per poco tempo. In breve fu spesa, e più assillanti tornarono a farsi i bisogni di Cola, il quale, nulla avendo appreso dall'esperienza, era tornato alla vita fastosa di una volta. E credeva di potere uscire dalle difficoltà finanziarie mettendo imposte sul vino, sul sale ed altre derrate alimentari, ed inasprì in questo modo il popolo, che tornò a vedere in lui il tiranno.
 Il malumore popolare fu sfruttato dai nobili che, soffiando sul fuoco, provocarono la rivolta della plebe romana. Questa scoppiò l''8 di ottobre del 1354. Al grido di: « moia il traditore che ha fatto la gabella», il popolo accorse furioso verso il Campidoglio. Il senatore, abbandonato dai suoi, riuscì a far serrare le porte e siccome fuori la folla urlava contro di lui, tentò di placarla con uno dei suoi discorsi. Indossata la sua armatura, Cola si affacciò al balcone tenendo in una mano il gonfalone, su cui stava scritto Senatus Populusque Romanus; provò a parlare ma la sua voce si perdette inascoltata nell' immenso tumulto, e dal basso i popolani cominciarono a scagliare frecce e sassi verso il balcone. 

Era la fine. Il senatore rimase per qualche attimo dubbioso, pensando di affrontare armato la moltitudine e perire da eroe oppure salvarsi con la fuga. Preferì appigliarsi a quest'ultimo partito quando vide che l' incendio era stato appiccato al palazzo. Spogliate le armi, si tagliò la barba, si annerì il viso, s'avvolse nel mantello del portinaio, si caricò di alcune coltri per far credere ai popolani che era un di loro, cioè reduce dal saccheggio già iniziato della casa, ed uscì.

 Si credeva salvo, quando fu riconosciuto dagli inconfondibili  braccialetti d'oro che abitualmente portava ai polsi e che nella fretta di camuffarsi non aveva pensato di togliersi. Trascinato ai piedi della scala del Campidoglio, egli non si perse d'animo e dominò per alcuni istanti la folla improvvisamente ammutolita davanti a lui. Se avesse avuto il tempo di parlare avrebbe certamente ancora visto quel popolo vinto dalla sua eloquenza e poi acclamarlo; ma non ebbe il tempo, un artigiano, di cui le cronache ci tramandarono il nome, Cecco del Vecchio, gli immerse lo stocco nel ventre e l' incanto della folla si ruppe. Altri spade e pugnali furono rivolti contro il senatore che si abbatté sui gradini esanime, trafitto dai numerosi colpi.
 L'ira del popolo non si calmò dopo la morte del tribuno: il misero corpo fu trascinato per le vie della città, poi fu appeso all'uncino di un macellaio presso la chiesa di San Marcello e lì rimase esposto agli insulti della plebaglia; poi per l'ultimo spettacolo si incaricarono gli  Ebrei, a bruciarlo come eretico, sul mausoleo d'Augusto. 

Così — scrive il Bertolini —« quest'uomo straordinario espiava le contraddizioni che aveva rivelato in sé stesso. L'uomo che aveva proclamato dal Campidoglio l'indipendenza e l'unità d'Italia, le riforme della Chiesa e del genere umano, doveva cadere quale tiranno disprezzato e maledetto anche dopo morto. Ma di queste contraddizioni la colpa non fu tutta sua; pieni di contraddizioni erano i suoi tempi, fra le barbarie medioevali non ancora del tutto estinte e l'aurora che stava annunciando il rinascimento del genio latino e dell'antichità classica. 
Con tutto questo, la storia non può dimenticare che, quando l'Italia andava sempre più allargando la sua dissoluzione politica, Cola si fece banditore della unità nazionale. Se la nazione italiana avesse allora potuto ascoltare la voce di Cola di Rienzo, essa avrebbe visto procedere in parallelo il rinascimento letterario col suo risorgimento politico; il quale non si effettuò invece che cinque secoli dopo. Il cardinale legato ordinò una inquisizione sull'assassinio di Cola; ma il Papa, temendo che il processo provocasse altri tumulti popolari, stroncò l'idea, concedendo a tutti l'amnistia (7 ottobre 1355)».(Bertolini ).

Arriviamo così al periodo dello  STATO PONTIFICIO RESTAURATO
Ma anche alle guerre dei VISCONTI in Italia

Passiamo così al periodo dal 1354 al 1364 > > >

 

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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