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CRONOLOGIA

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(QUI TUTTI I RIASSUNTI) RIASSUNTO ANNI dal 1354 al 1364 

LO STATO PONTIFICIO RESTAURATO
LE GUERRE DEI VISCONTI CONTRO TUTTI


 BERNABÒ E GALEAZZO VISCONTI - DISCESA DI CARLO IV IN ITALIA A MANTOVA, PISA, SIENA, ROMA - INCORONAZIONE IMPERIALE E RITORNO IN GERMANIA - CONDIZIONI SICILIA E REGNO DI NAPOLI - GLI ORDELAFFI - PISA E FIRENZE - PERUGIA E SIENA - LA COMPAGNIA DEL CONTE LANDO A SCALELLE - FIRENZE TIENE TESTA ALLA GRANDE COMPAGNIA - SOTTOMISSIONE DI ORDELAFFI - VICENDE DEL PIEMONTE - PAVIA E BUSSOLARI- LEGA CONTRO I VISCONTI - BATTAGLIA DI CASORATE - GENOVA SI RIBELLA AI VISCONTI - PACE DEL 1368 - RESA DI PAVIA - UNA DONNA DIFENDE CESENA - BOLOGNA AL CARDINALE D'ALBORNOZ - GUERRA TRA I VISCONTI E LA CHIESA - NUOVA LEGA CONTRO I VISCONTI - MORTE DI INNOCENZO VI ED ELEZIONE DI URBANO V - LA COMPAGNIA BIANCA IN ITALIA - PACE DEL MARZO 1364

CARLO IV IN ITALIA


L'arcivescovo Giovanni Visconti, che aveva resa facile la riscossa dei Genovesi, non potè assistere ai trionfi dei suoi nuovi soldati: egli cessò di vivere il 5 ottobre del 1354, lo stesso giorno che Marin Falier faceva il suo ingresso in Venezia e un mese prima che la flotta di Niccolo Pisani venisse sconfitta a Portolungo. 
Morendo, egli lasciava eredi i suoi tre nipoti MATTEO II, BERNABÒ e GALEAZZO, figli di suo fratello Stefano. Essi tennero in comune la signoria di Milano e Genova, ma si divisero il resto dei domini: 
MATTEO, prese Lodi, Piacenza, Bobbio, Parma e Bologna  
BARNABÒ Cremona, Crema, Bergamo e Brescia; 
GALEAZZO, Como, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Asti ed Alba. 

Nel tempo in cui l'arcivescovo di Milano moriva, un nuovo imperatore scendeva in Italia: CARLO IV di BOEMIA. A lui si era rivolto invitandolo più d'una volta il Petrarca; ma il sovrano non aveva ceduto all'invito di un poeta sognatore. 
Nel 1352, accogliendo l'invito di Firenze, allora in lotta contro i Visconti, aveva con essa preso accordi impegnandosi di scendere nella penisola a spese dei Fiorentini e dei loro alleati che avrebbero dovuto pagargli duecentomila fiorini e corrispondere il soldo a due terzi dei seimila cavalli che l'imperatore avrebbe comandati, ma l'accordo non aveva avuto esecuzione e nel gennaio del 1353, a Sarzana, con la mediazione dei Pisani, Firenze, Perugia, Pistola, Arezzo e Siena fecero pace con l'arcivescovo. 

Più tardi era stata la lega degli Estensi, degli Scaligeri, dei Carraresi e dei Gonzaga a invitarlo contro i Visconti, i quali, per parare il colpo, lo avevano invitato anch'essi. 
Ora Carlo IV veniva, come amico di tutti, e per far mostra delle sue intenzioni pacifiche conduceva con sé soli trecento cavalieri. Il 14 ottobre giunse a Udine, dove gli venne incontro il patriarca d'Aquileia, suo fratello naturale; poco dopo si recò a Padova, dove ebbe festose accoglienze da Iacopino e Francesco da Carrara e ricevette gli omaggi di Aldobrandino d' Este; ma Cangrande II della Scala, genero di Ludovico il Bavaro, evitò di riceverlo a Verona e andò a salutarlo a Legnago e da qui con numerosa scorta lo fece accompagnare a Mantova. 
A Mantova l'imperatore si fermò a lungo, ospite dei Gonzaga; conobbe il Petrarca, e iniziò trattative per pacificare i Visconti e la Lega. Era riuscito a far licenziare da quest'ultimo la Grande Compagnia del conte di Lando (successore di Fra Moriale) quando la vittoria di Portolungo rese più difficili i negoziati, che finalmente portarono ad una tregua, alla quale nel maggio del 1355 doveva seguire la pace. 

Accordatesi coi fratelli Visconti, che promisero di dargli alcune migliaia di fiorini perché potesse continuare il suo viaggio a Roma, Carlo IV, verso la fine del 1354, entrò nei domini viscontei, ma in condizioni alquanto diverse da quelle in cui vi erano entrati i suoi predecessori. Egli non vi entrava che umilmente, con un seguito di alcune centinaia di cavalieri senz'armi; e i Visconti facevano di tutto per mostrargli la loro potenza, quasi per dissuaderlo da un eventuale tentativo ostile. 
Galeazze andò a riceverlo a Lodi con mille e cinquecento cavalieri, e alla testa di numerose truppe andò Bernabò ad incontrarlo a Chiaravalle. A Milano i suoi ospiti fecero sfilare dinnanzi a lui seimila cavalli e diecimila pedoni. 
Il 6 gennaio del 1355, ricevette nella basilica di Sant'Ambrogio la corona ferrea. 

Trovandosi a disagio fra tanto apparato di forze, il sovrano affrettò la sua partenza; i Visconti lo accompagnarono con numerosa scorta di armati fino al confine dei loro stati, ed egli cavalcò con tanta sollecitudine da giungere in Pisa prima di quando quei cittadini speravano di vederlo. 
Qui l'imperatore trovò accoglienze entusiastiche, le quali cancellarono l'impressione ricevuta presso i Visconti. A confortarlo maggiormente giunsero più tardi dalla Germania l'imperatrice e molti baroni. Siena, Volterra e San Miniato gli mandarono ambasciatori offrendogli la signoria; vennero a trovarlo con seguito cospicuo d'armati molti Ghibellini toscani, Pietro Saccone dei Tarlati, il vescovo Ubertini d'Arezzo, Neri della Faggiuola, e negoziati furono intrapresi tra lui e Firenze. 

Questi negoziati terminarono nella prima decade di marzo del 1355 con un trattato col quale l'imperatore confermava la libertà e i privilegi dei Fiorentini; annullava tutte le condanne pronunciate contro di essi; ratificava le loro leggi presenti e future; conferiva il titolo di vicarii imperiali ai priori e ai gonfalonieri di giustizia; e prometteva di non entrare in città né in alcun castello del territorio.
 In cambio Firenze si obbligava di pagargli in tre rate entro l'agosto la somma di centomila fiorini. Sottoposto all'approvazione popolare questo trattato fu rigettato il 12 e il 13 marzo dai Fiorentini; finalmente venne approvato il 23 dalla Signoria di Firenze, il 21 dal sovrano in Pisa. 

Il 23 marzo Carlo IV entrò in Siena. La sua presenza suscitò una rivolta del popolo e della nobiltà contro i Nove che reggevano la città, la quale per tré giorni fu piena di tumulti e di uccisioni e delle grida dei sediziosi che inneggiavano all'imperatore e imprecavano ai loro magistrati. 
Questi, assediati nel Palazzo, rassegnarono il potere nelle mani del sovrano e questi il 28 di quel mese, lasciato il governo della città al patriarca d'Aquileia sotto la protezione delle milizie dei Tarlati e dei conti di Santa Fiora, partì alla volta di Roma. 

Circa quattromila cavalieri lo seguivano in quel viaggio. Carlo giunse il 2 di aprile nei pressi di Roma e pose il campo nei prati di Nerone. La cerimonia dell' incoronazione era stata fissata per il giorno di Pasqua, 5 aprile. Avendo il sovrano promesso al Pontefice di non trattenersi a Roma che per il solo giorno della incoronazione e desiderando di veder la città e visitarne le chiese, entrò in incognito vestito da pellegrino. Il suo ingresso ufficiale ebbe luogo con grande pompa solo  la domenica. 

Nella basilica del Vaticano Carlo IV ricevette la corona imperiale dal Cardinale Pietro d'Ostia, assistito da Giovanni di Vico, poi, alla testa di uno splendido corteo, si  recò al palazzo lateranense dove gli era stato preparato un banchetto. La sera dello stesso giorno, secondo la promessa, uscì da Roma ed andò ad abitare a San Lorenzo delle Vigne.  Dopo alcuni giorni di dimora a Tivoli, l'imperatore si rimise in viaggio per la Toscana attraversando Montalcino e Montepulciano,  il 13 aprile giunse a Siena, dove ebbe un abboccamento col cardinale EGIDIO di ALBORNOZ, il quale, essendosi accinto alla guerra contro i signori delle Marche e della Romagna, gli chiese ed ottenne cinquecento cavalieri. 
Durante la sua assenza, la rivolta di marzo aveva dato un nuovo governo alla città: la Signoria era stata composta di dodici mèmbri, tutti popolani; a questa era stato aggiunto un consiglio di sei nobili ed altri centocinquanta nobili erano stati ammessi nel Consiglio dei Quattrocento. Carlo volle assicurarsi il possesso della città e nominò signore suo fratello, il patriarca d'Aquileia, cui lasciò una piccola schiera di cavalieri. poi il 6 maggio partì alla volta di Pisa. 

Ma in questa città Carlo IV non godeva più le simpatie da cui era stato circondato durante il suo primo soggiorno. Si vociferava che l'imperatore, adescato da una grossa somma promessagli dai fuorusciti lucchesi, volesse liberare Lucca che allora era soggetta a Pisa, e queste voci trovavano conferma nel fatto che un corpo di Tedeschi aveva occu-pato la principale fortezza lucchese, scacciandone la guarnigione pisana. Il malcontento dei cittadini di Pisa crebbe in breve a tal punto che, prese in mano le armi, assaltarono e incendiarono il palazzo del comune dove abitava Carlo IV, obbligandolo a trasferire la sua dimora in Duomo. 

Il 21 maggio un'altra più grave rivolta scoppiò, provocata dalla fazione dei Bergolini, capitanata dalla famiglia dei Gambacorti. L'imperatore, aiutato dalla fazione dei Raspanti, avversi ai Bergolini, riuscì a sedarla e fece imprigionare cinque Gambacorti, Pietro Gualandi, Guelfo Lanfranchi e Rosso Sismondi. 
La repressione della rivolta pisana diede animo ai Lucchesi, che si prepararono ad insorgere, invitando tutti gli abitanti del contado ad accorrere in città; ma i Pisani li prevennero, numerose loro milizie sconfìssero una schiera di parecchie migliaia di contadini, entrarono, in Lucca, tolsero la fortezza ai Tedeschi e costrinsero i cittadini a deporre le armi. 

Mentre questi fatti avvenivano in Pisa e in Lucca, gravi rivolgimenti avevano luogo a Siena, dove due tumulti, scoppiati il 18 e il 22 maggio, obbligavano il Patriarca d'Aquileia a rinunciare alla signoria e ad abbandonare la città il 27 di quel mese. Il giorno prima, a Pisa, l'imperatore aveva fatto decapitare sette dei prigionieri caduti  nelle sue mani il 21 maggio.  Dopo questi fatti Cario IV non si credeva più sicuro in Pisa. Abbandonata l'indomani la città, si recò a Pietrasanta, dove fu raggiunto dal fratello e vi si trattenne fino all' 11 giugno per riscuotere le somme dovutegli dai Fiorentini. Di là, con un seguito di mille e duecento cavalieri passò in Lombardia; ma dai Visconti ricevette accoglienza del tutto diversa da quella che gli era stata fatta sei mesi prima; molte città si rifiutarono di aprirgli le porte e a Cremona, dopo di essere rimasto ad aspettar due ore fuori le mura fu ricevuto a patto che entrasse senza armi. La sua avidità di denaro e la sua ambigua e fiacca politica lo avevano reso odioso e disprezzato. Gli si fece anche chiaramente capire che la sua dimora in Italia era poco gradita ai signori: infatti quando egli disse che voleva rimettere la pace tra i vari stati, gli risposero seccamente di non prendersi questo disturbo. Per lui non c'era più nulla  da fare nella penisola e se ne tornò in Germania «colla borsa -scrive Matteo Villani-  piena di danari avendola portata con se vuota, ma con poca gloria delle sue virtuosa operazioni e con assai vergogna in abbassamento dell'imperiala maestà ». 


CONDIZIONI DELLA SICILIA E DEL REGNO DI NAPOLI 
 IL CARDINALE D'ALBORNOZ RESTAURA LO STATO PONTIFICIO


Mentre sul mare Genova e Venezia si facevano un'aspra guerra e nel nord della penisola gli alleati dei Veneziani combattevano contro i Visconti, la Sicilia era sconvolta dalla guerra civile. Durante la peste del 1348 era morto il reggente Giovanni di Randazzo e poiché il re Luigi era ancor giovane, il governo era duramente disputato dai baroni dell' isola. Erano questi raggruppati in due fazioni; da una parte stavano i baroni di origine aragonese capeggiati dalla famiglia Velasco, dall'altra i siciliani, fra i quali potentissimi erano i Palizzi, i Chiaramonte e i Ventimiglia. 
Capo dei PALIZZI era Matteo che possedeva Noara, Tripi, Militello, Saponara; suo nipote Francesco aveva Capizzi, Cerami, San Pietro sopra Patti, Bavoso, Sant'Andrea e Monasteri. 
Matteo Palizzi, che capitanava la fazione italiana, era riuscito ad avere il sopravvento; ma si rese tanto odioso per le imposizioni di cui aveva gravato Messina, che il popolo di questa città, insorto contro di lui, lo trucidò con la moglie e i figli (1353). Dopo questo tumulto, il re Luigi abbandonò Messina e si recò a Catania, appoggiandosi alla fazione aragonese; i baroni d'origine siciliana scelsero per loro capo Simone CHIARAMONTE che era signore di Modica, Ragusa, Scicli, Caccamo, Ragalmuto, Chiaramonte, Siculiana, Favara, Mistretta, Capizzi, Serravalli, Gurzetta, Caltavuturo, Contessa, Guastanella, Raffadali, Roalchiraci, Libiggini ed Auricella. 

Simone CHIARAMONTE, troppo debole per poter far fronte alla fazione aragonese, si rivolse per aiuto a Luigi, re di Napoli, il quale, malgrado le condizioni del regno non fossero tranquille a causa delle turbolenze del principe di Durazzo e del conte di Minervino, mandò in Sicilia una flotta comandata dal gran siniscalco Nicola-Acciaiuoli (1354). 
Palermo, Trapani, Girgenti, Mazzara e molte altre terre si dichiararono per gli Angioini e questi sarebbero venuti in possesso di tutta l'isola se l'Acciaiuoli non avesse dovuto abbandonare l'impresa, essendo stato richiamato dal suo sovrano, il quale, preoccupato dalla discesa di Carlo IV e dalla comparsa nel reame della Compagnia di ventura del conte di Lando, aveva ordinato al suo siniscalco di recarsi a Siena come ambasciatore presso l'imperatore e di condurre dalla Toscana un nerbo di milizie. 

L'assenza dell'Acciaiuoli fece risorgere in Sicilia la fortuna degli Aragonesi e non  allontanò dal regno di Napoli il conte Lando, che desolava con le sue soldatesche la Terra di Lavoro. Neppure quando l'Acciaiuoli tornò con mille barbute mutò la situazione, anche perche queste, non pagate, disertarono, e allora  re Luigi, per liberarsi del conte di Lando, dovette dargli trentacinquemila fiorini e promettergliene altri sessantacinquemila. Così l'impresa di Sicilia potè essere ripresa. 

Il 16 ottobre del 1355 era morto il re Luigi d'Aragona e gli era successo il tredicenne fratello Federico sotto la reggenza della sorella Eufemia. Messina, caduta in mano di Niccolo di Cesare, fu da questo consegnata agli Angioini e il 24 dicembre del 1355  accolse fra le sue mura il re di Napoli e la regina Giovanna. Ma qui si arrestarono i trionfi  delle truppe angioine: una sconfitta subita sotto le mura di Catania dalle sue truppe scoraggiò talmente Luigi d'Angiò che questi, tolto l'assedio, nell'agosto del 1357 fece ritorno a Napoli.

 Intanto il cardinale d'Albernoz continuava nella sua opera di restaurazione dello Stato pontificio. Aveva - come abbiamo visto - ridotto all'obbedienza della Santa sede il Lazio, la Sabina,  la Tuscia e l' Umbria, usando ora le armi ora le arti della sua abile politica; ma gli rimaneva da compiere la parte più dura dell' impresa: la sottomissione delle Marche e della Romagna, che erano in mano a signori forti e bellicosi quali i MALTESTA e gli ORDELAFFI. 
La politica che con buon successo cominciò ad usare il cardinale fu quella di trarre il maggior profitto dalle inimicizie esistenti tra i vari signori, di adescare con ostentata generosità le popolazioni e di indurre con vantaggiose condizioni i signori minori ad abbracciare la causa della Chiesa. 
Il primo che gli riuscì di trarre dalla sua fu GENTILE DA MOGLIANO signore di Fermo, il quale, sul finire del 1354, fece atto d'obbedienza al legato pontificio e in compenso ebbe il titolo di gonfaloniere della Santa Chiesa. Entrato nel territorio di Fermo, il cardinale nel gennaio del 1355 s'impadronì per sorpresa di Recanati e si affacciò minaccioso nei domini dei Malatesta.
 Sotto la minaccia delle armi pontificie i Malatesta persuasero i signori vicini che era interesse di tutti dimenticare i vecchi rancori e riunire le forze per opporsi al pericolo comune; così riuscirono a costituire una lega, alla quale parteciparono gli Ordelaffi di Forlì e i Manfredi di Faenza. 
Gentile da Mogliano, pentitesi di essersi sottomesso, assalì le milizie del legato ricacciandole da Fermo e si unì ai signori di Romagna, rinunziando alla carica di gonfaloniere della Chiesa, che venne affidata a Ridolfo di Verano signore di Camerino, che aveva di recente abbracciata la causa pontificia

 Ridolfo, assalito da Francesco degli Ordelaffi, subì una sconfitta, ma, giuntigli cinquecento cavalieri tedeschi, chiesti dall'Albornoz a Carlo IV di Boemia, tornò alla riscossa, ruppe in battaglia e fece prigioniero Galeotto Malatesta, fratello del signore di Rimini e avanzò minaccioso verso questa città. Scoraggiati da questa sconfitta, i Malatesta scesero a patti col cardinale, prestarono nel giugno del 1355 giuramento di obbedienza alla Chiesa, rinunziarono al dominio di Sinigaglia ed Ancona e mediante un annuo tributo di seimila ducati ottennero per dodici anni la conferma della signoria di Rimini, Pesaro, Fano e Fossombrone. Nel luglio dello stesso anno fecero atto di sottomissione i Montefeltro da Urbino. 
Mentre Fermo, minacciata dalle milizie pontificie, si ribellò prima a Gentile da Mogliano poi aprì le porte all'Albornoz. 

Tutti questi successi delle sue armi e della sua politica facevano sperare al cardinale che presto sarebbe stata compiuta la restaurazione dello Stato pontificio. Veramente all'inizio dell' impresa l'Albornoz non aveva pensato che tutte le città sulle quali la Chiesa vantava dei diritti potessero essere ricondotte alla sua obbedienza. La sottomissione di Bologna, ad esempio, non era stata inclusa nel programma del legato, parendogli impresa da non doversi nemmeno tentare quella di togliere tale città a signori cosi potenti come i Visconti.
 
Ma nella primavera del 1355 un inaspettato avvenimento fece nascere nell'animo dell'Albornoz la speranza di riacquistare alla Chiesa Bologna. I Bolognesi mal tolleravano la signoria viscontea e fin dal giugno del 1354 avevano tentato di liberarsene; ma Giovanni d' Oleggio, bastardo dell'Arcivescovo, che governava Bologna, aveva scoperta una congiura e messi a morte trentadue tra i principali cittadini. 
Morto l'arcivescovo, Matteo II aveva confermato l' Oleggio nel governo di Bologna, poi, diffidando di lui, nell'aprile del 1355, gli ordinò di consegnare la città con tutte le sue fortezze e di allontanarsene. Anziché ubbidire, il 18 aprile, aiutato dalla fazione dei Maltraversi, l' Oleggio si fece proclamare signore di Bologna e vi si rafforzò stringendo alleanza con Aldobrandino d Este e con tutti gli altri signori che allora erano in guerra con i Visconti. 
Matteo II si preparò a ritogliere la città all'Oleggio, ma nel settembre di quello stesso anno, avvelenato dai fratelli, come i cronisti vogliono, cessò di vivere. I suoi domimi furono divisi tra Galeazzo e Bernabò: il primo ebbe Bobbio e Piacenza, il secondo Lodi, Parma e Bologna; ma per questa città, non potendo prenderla con le armi essendo impegnato in altra guerra, dovette accordarsi con l'Oleggio. 

Bologna in mano di costui era per il cardinale di Albornoz una preda più facile; ma l'astuto legato si riservò d'acquistarla più tardi e preferì rivolgersi contro i signori di Romagna che erano ancora in armi contro la Chiesa. Di questi, Bernardino da Polenta, il signore di Ravenna e di Cervia, fece atto di sottomissione ritenendo le due città e il territorio come vicariato della Santa Sede, di modo che al cardinale non rimasero da ridurre Giovanni MANFREDI signore di Faenza e Francesco ORDELAFFI signore di Forlì, Cesena, Forlimpopoli, Imola e Castrocaro.
 
Egidio d'Albornoz iniziò la guerra contro costoro con le armi spirituali: lanciò su di essi la scomunica e bandì una crociata concedendo il perdono dei peccati a tutti quelli che personalmente o indirettamente aiutavano la Chiesa nella lotta contro i signori di Faenza e di Forlì; poi mosse contro il più debole dei due che era il Manfredi, il quale, nel novembre del 1356, si sottomise ottenendo la signoria di Bagnocavallo. 


CESENA - L'EROE E' DONNA


Rimasto solo contro il cardinale, Francesco Ordelaffi non si perse d'animo e ai Forlivesi, che cercavano di persuaderlo dell' inutilità della resistenza, disse ch'era fermamente deciso a difendere a palmo a palmo i suoi possessi. Le principali città di cui teneva la signoria erano Forlì e Cesena: a guardia della prima rimase lui, a difendere la seconda mandò sua moglie Marzia, detta Madonna Cia, figlia di Vanni da Susinana degli Ubaldini, donna di animo virile che, nella difesa strenua di Cesena si acquistò la fama imperitura eroina. 

MARZIA MADONNA CIA  vi si recò al principio del 1357 in compagnia di una figlia, un figlioletto, due nipotini, delle due figlie di Gentile da Magliano e di cinque damigelle. Tutto il suo esercito consisteva in duecento cavalieri ed altrettanti pedoni, ma essa confidava nella fortezza delle mura e nella fedeltà degli abitanti. Il legato pontificio andò ad assediar Cesena con numerose truppe e il 29 aprile riuscì a impadronirsi della città bassa che era priva di mura e non era stata messa in stato di difesa. Marzia si ritirò nella parte alta, detta la Murata. A capo dei difensori stava Sgariglino di Pietro Gudula, creduto fidatissimo. Invece egli teneva segrete pratiche col nemico. Scoperta l'infedeltà del suo capitano, Marzia gli fece mozzare il capo sulle mura al cospetto dei nemici, e prese lei il comando della difesa, mostrandosi esperta nel governo, savia ed infaticabile nelle cose militari.

 Non riuscendo a prendere d'assalto Cesena per la severa vigilanza e l'eroismo dei difensori, gli assedianti scavarono gallerie e poterono in questo modo far crollare in qualche punto le mura. Il 28 maggio un'aspra battaglia si accese davanti le brecce e Marzia, ricoperta della corazza che da più mesi - scrive Matteo Villani-  non aveva mai deposta, fece, con i suoi  ammirabili prove di coraggio; ma queste riuscirono inutili : dopo di avere accanitamente contrastato il passo al nemico soverchiante, la moglie dell' Ordelaffi con quattrocento uomini tra soldati e cittadini si ritirò nella cittadella. 

Espugnare la rocca a viva forza era impossibile; vani riuscivano gli assalti delle milizie del legato; impotenti a fiaccar la resistenza di quel pugno di ostinati erano le otto torri di legno da cui i nemici mandavano una grandine di massi sulla cittadella. Gli assedianti allora ricorsero al mezzo che con successo avevano adoperato prima e si diedero a scavar gallerie per far crollare le difese. Marzia sapeva che sarebbe giunto l'istante in cui anche le mura della rocca sarebbero crollate, pur tuttavia si ostinò nella resistenza e al padre, che era venuto a consigliarle la resa, rispose fieramente che da lui aveva imparato ad ubbidire al marito e che avendole il marito ordinato di difender fino all'ultimo Cesena, essa non sarebbe venuta mai  meno agli ordini ricevuti.

 I Ma oramai la difesa era insostenibile; un muro ed una torre erano crollati e l'altra pericolava; i difensori avevano perduta ogni fiducia nella loro resistenza e reclamavano la resa. Di fronte al contegno dei suoi Marzia capì che era finita, ed entrò in trattative col cardinale, ottenendo che i suoi soldati uscissero liberamente. Per sé e per la sua famiglia non pose condizioni e il 21 giugno del 1357 si arrese. 
L'Albornoz la mandò prigioniera coi figli e i nipoti su una galea nel porto di Ancona. Di lì a poco anche Bertinoro cadde e non rimase che Forlì, ostinatamente difesa dall' Ordelaffi. Questi sperava nell'aiuto della GRANDE COMPAGNIA del CONTE di LANDO che dal reame di Napoli era passata ai servigi dei Gonzaga e degli Estensi in guerra contro i Visconti ed ora entrava nella Romagna.
Ma più che per merito di questi mercenari egli riuscì a prolungare la sua resistenza per la improvvisa partenza dell'Albornoz richiamato dal Papa ad Avignone (settembre del 1357). 
A sostituire l'Albornoz venne in Italia l'abate ANDROINO di CLUNY che diede però prova della sua inettitudine. Difatti, sulla fine dell'anno egli tolse l'assedio da Forlì e non lo riprese che nell'aprile del 1358, ma così fiaccamente da permettere all'Ordelaffi di difendere con le poche forze che gli rimanevano, la città per tutta l'estate e lasciare che nel territorio di Forli, di ritorno dall' Italia centrale dove s'era recata venisse ancora una volta la Grande Compagnia in aiuto dell'ostinato signore. 

Di questa compagnia di ventura, che si rese famosa per le sue rapine e partecipò a molte guerre combattutesi nella penisola, è necessario ora narrar le vicende che si riallacciano a quelle di altre città italiane.


 VICENDE DELLA TOSCANA 
LA GRANDE COMPAGNIA DEL CONTE LANDO 
SBARAGLIATA ALLE SCALELLE


Mentre si combatteva in Romagna, conflitti rinascevano in Toscana tra Pisa e Firenze e una guerra si accendeva tra Siena e Perugia. Nel giugno del 1356 i Pisani, invidiosi della ricchezza che il commercio procurava a Firenze gravarono di dazi le mercanzie fiorentine che entravano nel porto di Pisa, contravvenendo al trattato del 1342 per mezzo del quale alle merci di Firenze veniva accordata la franchigia. 
Riuscite vane le proteste, Firenze ordinò ai suoi mercanti di abbandonare Pisa prima del novembre ed accordatasi con Siena, stabilì di servirsi per i suoi traffici del porto di Talamone. Questo venne attrezzato e fortificato, le strade che vi conducevano vennero riparate e Firenze vi ebbe franchigia per le sue mercanzie obbligandosi in cambio di pagare a Siena ogni anno settemila fiorini e di servirsi di quel porto per un periodo non minore ai dieci anni. L'abbandono di Pisa da parte dei mercanti fiorentini produsse gravissimi danni alla città, poiché anche i mercanti delle altre terre italiane che avevano rapporti commerciali con i Fiorentini dovettero trasferire i loro banchi a Talamone, e così tutti quei cittadini pisani che vivevano al servizio delle ditte mercantili si videro a un tratto privati dei loro guadagni. Accortasi dell'errore commesso, Pisa cercò di ripararlo offrendo a Firenze grandi vantaggi e trattamento di favore se avesse ripreso le relazioni commerciali; ma i Fiorentini rifiutarono ogni offerta dei Pisani, i quali erano convinti di poter paralizzare il traffico di Talamone impedendo con la forza che le navi mercantili si recassero in quel porto (e per aumentare la forza chiesero aiuto a Genova).
 La conseguenza di questi atti di violenza non fu, come i Pisani speravano, il ritorno del traffico fiorentino nel loro porto, anzi, ancora più arrabbiate  Firenze e Siena difesero dagli attacchi nemici Talamone e i Fiorentini armarono a proprie spese in Provenza dieci galee a difesa del loro commercio, obbligando con questa energica misura la rivale a desistere dalle ostilità.

Mentre i rapporti tra Pisa e Firenze si rompevano, una guerra scoppiava tra Perugia e Siena. Perugia, animata dal proposito d'ingrandirsi a spese delle terre vicine, nel dicembre del 1357 assaliva Cortona che era signoreggiata da Bartolomeo di Casale e si trovava sotto la protezione di Siena. In difesa della città protetta si affrettò a scendere Siena, la quale, assoldata la compagnia di ventura di Hans di Bongard, dagli Italiani detto ANNICCHINO, costrinse i Perugini a levar l'assedio da Cortona.  

Ma la guerra non finì qui. Perugia, volendo, vendicare lo scacco, assoldò numerose  milizie che mise sotto il comando di SMODUCCIO da San Severino e le mandò contro i  Senesi. Una battaglia, combattuta a Torrita il 10 di aprile, che terminò con la sconfitta di  Annichino, che venne fatto anche prigioniero. 
Cercarono allora i Fiorentini di metter la pace tra le due città, ma i Senesi, volendo lavar l'onta della disfatta non vollero sentir parlare di accordo, chiesero anzi aiuto ai Visconti, fecero loro capitano il Prefetto di  Vico e offrirono una cospicua somma al conte Lando affinchè con la sua Grande Compagnia devastasse per un mese il territorio di Perugia.  Questa compagnia si trovava allora in Romagna, era forte di tremila e cinquecento  cavalli e di parecchie migliala di fanti e, in assenza del Lando, il quale era andato per affari in Germania, era comandata dal conte BROCCARDO e da Amerigo di CAVALIETTO.

  Nel luglio del 1358 la Gran Compagnia chiese a Firenze il permesso di passare attraverso il suo  territorio per potersi recare in Perugia. I Fiorentini lo negarono e rafforzati i passi dell'Appennino col concorso dei conti Guidi e degli Ubaldini spedirono ambasciatori alla  compagnia perché ricordassero ai suoi capitani un trattato concluso col conte Lando  in virtù del quale questi s'impegnava di non entrare in Toscana per un periodo di due anni. 
Era proprio allora tornato dalla Germania il Lando. Questi si dichiarò pronto a mantener fede ai patti e pregò gli ambasciatori che gli indicassero un'altra via per la  quale potesse, senza scendere al piano, andare nel territorio di Perugia. Gli ambasciatori fiorentini, di cui il Villani ci ha lasciato i nomi -Marmo Donati, Amerigo Cavalcanti, Simone Peruzzi, Giovanni Medici e Filippo Machiavelli- senza richiedere il  permesso della signoria della loro città, misero la Gran Compagnia lungo la via che  passava dalla Val di Lamone a Marradi e poi, tra Castiglione e Biforco, a Dicomano, Vicorata e Bibbiena; il conte Lando li trattenne come ostaggi per aver sicuro il tragitto. 

Se la Compagnia avesse marciato senza recar danni alle popolazioni degli Appennini, nessuno durante il viaggio l'avrebbe molestata; ma quei soldati di ventura, trovandosi il 24 luglio accampati tra Castiglione e Biforco, saccheggiarono questi due villaggi i cui abitanti il giorno dopo si vendicarono terribilmente. 
Doveva la Gran Compagnia attraversare una stretta e tortuosa gola detta la SCALELLA. Sulle cime delle montagne  scoscese si appostarono i montanari. L'avanguardia, di cui facevano parte gli ambasciatori, comandata da Amerigo di Cavalietto, passò indisturbata, ma il grosso delle  truppe fra cui si trovava il conte Lando venne assalito improvvisamente dai paesani facendo rotolare dall'alto dei grossi macigni, mettendo lo scompiglio tra i mercenari. Invano questi  tentarono di resistere e di sloggiare gli assalitori, invano entrò in azione la retroguardia in quella stretta gola a nulla valse la perizia di quei vecchi soldati, che vennero inesoirabilmente travolti. Il conte Broccardo perì trascinato dalle acque del torrente; il  conte Lando venne ferito e fatto prigioniero; fu poi riscattato dall'Oleggio e mandato a Bologna; trecento cavalieri furono uccisi, moltissimi catturati, gli altri, abbandonati  armi e bagagli, si salvarono con la fuga, lasciando in mano ai montanari milletrecento  cavalli. 

L'avanguardia, incolume, si ritirò a Dicomano dove si fortificò e sarebbe stata assalita e certamente distrutta dalle truppe di Firenze e dei conti Guidi che muovevano all'attacco in gran forze se gli ambasciatori non l'avessero salvata, facendola giungere a marce forzate nel territorio di Imola, dove la raggiunsero gli sbandati e un notevole rinforzo di duemila Tedeschi condotti da Annichino. Una parte della Gran Compagnia ricostituita entrò in Forlì al soldo di Francesco degli Ordelaffi, mentre l'altra, al comando del conte Lando guarito delle sue ferite e tornato sul campo, si gettò sullo stato della Chiesa saccheggiandolo, in attesa di potere entrare in Toscana e vendicarsi dei Fiorentini.


LEGHE CONTRO I VISCONTI
 RIBELLIONE DI GENOVA E PAVIA 
BOLOGNA CEDUTA ALLA CHIESA

Era la fine del 1358, quando il Pontefice, avendo visto la cattiva prova fatta dall'abate di Cluny, rimandò in Romagna il cardinale d'Albornoz. Questi, giunto in Italia nel dicembre del 1358, chiese aiuti contro il Lando a Firenze, la quale gli mandò settecento cavalli; però, anziché muovere contro la Gran Compagnia, avviò trattative con il condottiero e nel febbraio del 1359 stipulò con lui un trattato con il quale i suoi mercenari si obbligavano a non molestare per quattro anni né lo Stato ecclesiastico né i Fiorentini. In cambio il legato pontificio avrebbe loro dato quarantacinquemila fiorini e ottantamila ne avrebbe sborsati Firenze. 
Questa però non volle riconoscere il trattato concluso a sua insaputa e il 21 marzo il cardinale si accordò separatamente con la Compagnia sborsandole cinquantamila fiorini d'oro per farla allontanare dallo stato della Chiesa. 
Esposta alle minacce della Gran Compagnia, Firenze non si perse d'animo. Poiché le milizie di cui disponeva — duemila e cinquecento cavalieri ed altrettanti arcieri, comandati da Pandolfo Malatesta — non le sembravano sufficienti a respingere il conte Lando, chiese il concorso di alcuni signori e ricevette mille corazzieri e mille fanti da Bernabò Visconti, duecento cavalli da Francesco da Carrara signore di Padova, e trecento cavalieri dal marchese d'Este. 

Perugia, invece, concluse un trattato con la Compagnia promettendole per cinque anni un sussidio annuo di quattromila fiorini e libero passaggio attraverso il suo territorio, imitata da Siena e da Pisa che s'accordarono con la Compagnia a condizioni presso a poco uguali. Il conte Lando nei primi di maggio del 1359 lasciò la Romagna e alla testa di cinquemila cavalieri, mille Ungari, duemila masnadieri e dodicimila guastatori, traversato Città di Castello e Borgo San Sepolcro, che dipendevano da Perugia, si presentò ai confini del territorio di Firenze, proprio nello stesso tempo in cui il Marchese di Monferrato — come vedremo — era in guerra contro i Visconti e aveva preso al suo soldo la Gran Compagnia, mandava ambasciatori ai Fiorentini pregandoli di dar libero passaggio ai mercenari ed offrendo dodicimila fiorini come indennizzo per gli eventuali danni nel passaggio.

 Firenze oppose un reciso rifiuto e, ricevuti altri rinforzi recati da alcuni baroni napoletani, mandò il suo esercito, composto di quattromila cavalieri ed altrettanti pedoni scelti, sulla Pesa, mentre la Gran Compagnia, che si era trattenuta qualche tempo a Todi, entrava verso la fine di giugno nel territorio senese e si spingeva fino a Buonconvento, Bagno e Vignone. Tenuto in rispetto dalle milizie del Malatesta, il conte Lando girò alle spalle di Siena ed entrò per la Maremma nel territorio pisano, avanzandosi fin presso a Pontedera, sorvegliato sempre da Pandolfo, poi entrò nel Lucchese e andò ad accamparsi a San Pietro (10 luglio). 

Qui parve che i due eserciti dovessero venire alle mani. Il 12 luglio infatti si presentarono al campo fiorentino alcuni araldi del conte Lando che portavano un ramo di spine con sopra un guanto insanguinato e una lettera con la quale il condottiero invitava i più animosi ad accettare il guanto della sfida. Lo accettò lo stesso Pandolfo, ma invano aspettò che la Gran Compagnia desse battaglia; questa anzi il 16 luglio prese posizione sopra un poggio, detto Campo alle mosche, e vi si rafforzò con fossi e steccati e, sebbene fosse stuzzicata da alcuni drappelli nemici, rimase prudentemente sulla difensiva fino al 23 luglio, indi si ritirò frettolosamente avviandosi per la Liguria alla volta del Monferrato. 
«Questa utile impresa e degna di fama — scrive Matteo Villani — dimostrò e fece conoscere pienamente a tutti i comuni di Toscana e d'Italia e ai signori, che gente di compagnia, quantunque in numero grande e terribile e per le sue azioni scellerata e crudele, si poteva vincere e annullare; perciò l'esperienza insegna che tale gente è per natura vile e codarda: caccia dietro a chi fugge e dinanzi  a chi mostra i denti si dilegua». 

Dopo la partenza della Gran Compagnia,  in Romagna Francesco degli Ordelaffi si difese per altri due mesi a Forlì, ma, accortosi di non poter durare ancora nella resistenza, si arrese senza patti il 4 luglio del 1359. Si presentò a Faenza di fronte al legato, confessò tutti i suoi torti verso la Chiesa, visitò come penitente per alcuni giorni tante chiese, poi il 17 a Imola fu sciolto dalla scomunica. Marzia coi figli e i nipoti venne rimessa in libertà e a Francesco degli Ordelaffi fu concessa per dieci anni la signoria di Forlimpopoli e di Castrocaro. 
Così terminò la guerra in Romagna e questa regione tornò quasi tutta sotto l'obbedienza della Chiesa. Rimaneva soltanto Bologna, di cui era signore l' Oleggio, che la governava tirannicamente. Egli si era unito con altri vicini signori contro i Visconti in una guerra di cui altrove faremo parola e dopo la pace conclusa nel 1358 aveva cercato di accostarsi a Bernabò, mandandogli in aiuto seicento corazzieri per sostenerlo nella lotta contro il marchese del Monferrato; nello stesso tempo, da accorto politico, si era mantenuto in buoni rapporti col cardinale d'Albornoz, cui aveva fornito truppe, e con il condottiero della Gran Compagnia, che era stato curato da lui dopo la sconfitta e le ferite alle Scalelle. 

Ma Bemabò Visconti non aveva mai abbandonato l' idea di riacquistare Bologna e solo aspettava un'occasione propizia per scacciarne l' Oleggio. Da quando l' Oleggio si era presa la signoria di Bologna, molte guerre avevano dovuto sostenere i Visconti alle quali qua e là abbiamo avuto occasione di accennare e su cui ora è necessario intrattenerci. 

Una prima guerra essi la sostennero contro il Marchese Giovanni di Monferrato e contro Pavia. 
Il marchese da tempo desiderava di tornare in possesso di Asti che aveva dovuto cedere ai Visconti. Approfittando del malumore di quei cittadini per il malgoverno visconteo, al principio del 1356 si impadronì della città; poi occupò Alba, Valenza, Tortona e Mondovi e strinse alleanza col marchese Tommaso di Saluzzo e col conte Amedeo VI di Savoia, mentre Giacomo d'Acaia si alleava coi Visconti. 
Altra alleanza che Giovanni di Monferrato si procurò fu quella di Pavia, della quale erano signori i Beccarla, e che prima di ogni altra subì le offese dei Visconti. Questi difatti, anziché rivolgere le armi contro il marchese, mandarono un esercito contro Pavia che venne cinta d'assedio. Speravano Bernabò e Galeazzo di ridurla in poco tempo; ma si ingannarono. Eccitati dalle infiammate prediche del frate agostiniano GIACOMO BUSSOLARI e ricevuti soccorsi dal Monferrato, i Pavesi, la mattina del 27 maggio, fecero una sortita ed, espugnate con vigorosi assalti due ridotte nemiche, ruppero l'assedio. 

Sebbene la sconfitta avesse ferito l'orgoglio dei Visconti, questi in quel momento non pensarono alla rivincita, impegnati com'erano in un'altra guerra contro i Gonzaga, gli  Estensi e l' Oleggio, ma  rivolsero tutte le loro forze nell' Emilia. Qui la guerra, iniziata  con scorrerie di cavalli e con piccole scaramucce, andava di giorno in giorno assumendo  proporzioni più grandi: i collegati avevano assoldata la Grande Compagnia del conte  Lando ed ora riuscivano a procurarsi l'appoggio dell'imperatore Carlo IV, che memore delle umiliazioni che gli avevano inflitte i Visconti nella sua discesa in Italia cercava proprio una occasione per vendicarsi. 

Marquardo, vescovo di Augusta, lasciato in Pisa come vicario imperiale, si trasferì al campo dei collegati e, in nome dell' imperatore, citò i Visconti a presentarsi a lui  prima dell' 11 ottobre per rispondere alle accuse di tradimento e di ribellione. 
Avendo  però Galeazzo e Bernabò risposto al vescovo che lo avrebbero trattato come capo di  ladroni, Marquardo si avanzò nel territorio di Parma e di Piacenza e pose il campo a poche miglia da quest'ultima città (ottobre 1356).  
Se i collegati avessero rivolte tutte le loro forze contro Milano avrebbero forse  messo a mal partito i Visconti; ma non seppero invece approfittare delle condizioni favorevoli in cui si trovavano; o forse non riuscirono ad indurre la Gran Compagnia — cui conveniva ed era più facile devastare le campagne che non le città- ad un'azione decisiva. Si aggiunga che il Marchese di Monferrato, staccatosi dall'esercito dei confederati con cinquecento cavalieri,  andò per suo conto ad assalire Novara che espugnò il 3 novembre; e  che Azzo da Correggio qualche giorno dopo si allontanò anche lui con un corpo di settecento cavalli  per tentare un colpo su Vercelli. 

Queste dispersioni di forze e la non azione dei mercenari del conte Lando, tornarono  utili ai Visconti. Essi nominarono capo delle loro milizie il vecchio LODRISIO VISCONTI e lo mandarono con numerose truppe contro i confederati. Lodrisio non smentì la sua  fama di valoroso capitano; a Casorate presso il Ticino, diede battaglia al nemico e lo sconfisse duramente, catturando numerosi prigionieri tra cui il vescovo Marquardo, il conte Lando,  Dondaccio di Parma e Ramondino Lupo.

 Lo stesso giorno che Lodrisio sconfiggeva i nemici a Casorate (14 novembre 1356),  i Genovesi, mal tollerando la tirannica signoria viscontea, si levavano a tumulto, scacciavano la guarnigione dei Visconti ed acclamavano doge SIMONE  BOCCANEGRA, il quale costituito un governo popolare, stringeva alleanza col Marchese di Monferrato e volgeva le armi contro Savona, Ventimiglia e Monaco che, tenute dai nobili, dovevano nel febbraio dell'anno seguente venir sottomesse. 
La vittoria di Casorate, pur recando gravi perdite ai collegati, non decise le sorti della guerra, che continuò con varie vicende. Contro Pavia invano i Visconti rivolsero le armi: i Pavesi si difesero valorosamente e, incitati da fra Bussolari, che predicava  contro i tiranni, scacciarono dalla città i Beccarla, che, ritiratisi nei loro castelli, si unirono ai Visconti e tentarono poi di rientrare in città. Ma, essendo stata questa soccorsa dal marchese di Monferrato, non vi riuscirono. 

"Migliori successi avevano le armi viscontee nel Mantovano, dove riuscirono ad occupare Governolo e Borgoforte e posero l'assedio la stessa Mantova. I collegati, che avevano di nuovo assoldato la compagnia del conte di Lando, cercarono di obbligarla a levare l'assedio facendo delle scorrerie e depredazioni nel Milanese. Ma i Visconti, disponendo di grandi entrate, potevano continuamente assoldare nuove truppe, e così,  pur mantenendo l'assedio di Mantova, difendersi benissimo nel Milanese; in generale però queste  schiere assoldate, in gran parte tedesche, combattendo contro la Compagnia, non facevano gran resistenza, perché sapevano che il giorno in cui fossero licenziate e non trovassero altro servigio avevano sempre libera entrata e un lavoro nella Compagnia. Così la guerra  andava in lungo senza risultati decisivi, e le grandi spese ch'essa richiedeva consumamavano le forze di tutti. 
Le due parti quindi, stanche della lotta, aprirono trattative per stipulare accordi; l' 8 giugno del 1358 fu stipulata la pace. Chi vi guadagnò di più fu il marchese  di Monferrato, che si vide riconfermato il possesso di Asti. Genova rimase indipendente. Giovanni d' Oleggio continuò ad esercitare il suo potere in Bologna. Novara ritornò a Galeazze Visconti, che lieto del riacquisto mandò il Petrarca a tenere un discorso in suo nome a quei cittadini (Orsi) ». 

Pavia venne esclusa dalla pace e contro di essa, nella primavera del 1359, i Visconti  mandarono un esercito comandato da LUCHINO DAL VERME, che la cinse d'assedio. Anche  questa volta in soccorso della città venne il marchese di Monferrato, che per sostenere  la guerra, nell'agosto di quell'anno, assoldò la Grande Compagnia del conte Lando.
Ma, in verità, poco aiuto ebbe da questi mercenari, che, dopo qualche mese, allettato da paghe maggiori, il condottiero passò al servizio dei Visconti e non tardò ad esser seguito da una schiera che al comando di Annichino era rimasta coi Monferrini. 
Il marchese, privo della compagnia di ventura, si ritrasse dalla guerra e i Pavesi, rimasti soli, vennero nella determinazione di arrendersi. Pattuì la resa fra Bussolari, che, non curandosi della sua sorte, ottenne buone condizioni per la città. Questa, nel novembre del 1359 fu occupata dai Visconti, i quali vi abolirono il governo comunale e vi fecero costruire una fortezza; il frate fu mandato a Vercelli e tenuto prigioniero in un convento. 

Presa Pavia, non rimanevano che due soli nemici ai Visconti: il marchese di Monferrato e Giovanni d'Oleggio. Invano quest'ultimo si era accostato ai signori di Milano, mandando loro in aiuto nella guerra contro il marchese seicento corazzieri: Bernabò  comprò con l'oro, questi soldati e nel dicembre del 1359 mandò contro Bologna un suo esercito, capitanato da Francesco d' Este, cugino ribelle del signore di Ferrara. Erano  tremila corazzieri, millecinquecento Ungari, mille arcieri e quattromila fanti, che, penetrati nel territorio bolognese, cominciarono a conquistarne i castelli, dei quali Crevalcore si arrese il 20 dicembre e Castiglione nel febbraio del 1360. 
Tentò invano l' Oleggio di indurre i Fiorentini ad aiutarlo; dal legato non ricevette che soccorsi insignificanti. Persuaso che non avrebbe potuto a lungo resistere contro un numero così potente, il 17 marzo del 1360 cedette Bologna all'Albornoz e ne ricevette in cambio la signoria di Fermo, dove mori l' 8 febbraio del 1366. 

Occupata Bologna, il cardinale intimò a Bernabò di ritirare le truppe dal territorio che era passato sotto il dominio della Chiesa; ma il Visconti per tutta risposta mandò rinforzi al suo esercito, che mise a soqquadro il territorio di Bologna e Faenza, si spinse fin sotto le mura di Forlì, e occupò Budrio ed assediò Cento. Impotente a scacciare con le sole sue forze dalle terre della Chiesa i Visconti, il cardinale d'Albornoz chiamò in Italia un corpo di settemila Ungari, che con settecento corazzieri mandati dal duca d'Austria, nel settembre del 1360 entrarono nel Bolognese costringendo le milizie viscontee a ritirarsi precipitosamente e nel novembre,  al comando di Galeotto Malatesta invasero e saccheggiarono il territorio di Parma.

Ma furono dei successi che durarono poco; i mercenari stranieri fecero più danno delle truppe di Bernabò e il cardinale, privo di denaro, si vide costretto a licenziarli. Ne consegui che nella primavera del 1361 i Visconti riaprirono le ostilità; mandarono un esercito comandato da Giovanni di Bileggio a guastare il Bolognese e parte della Romagna che fecero ribellare Francesco Ordelaffi e Giovanni Manfredi; ma il 20 luglio subirono una grave sconfitta al ponte di San Ruffilo, che rialzò le sorti del cardinale. 
Poi la posizione dell'Albornoz si rafforzò ancor di più nella primavera dell'anno seguente, quando con lui si allearono Niccolo II d' Este, successo al fratello Aldobrandino, Cansignorio della Scala, rimasto solo signore di Verona dopo avere ucciso il fratello Cangrande II, Francesco di Carrara e Guido e Feltrino Gonzaga.



LA MORTE DI INNOCENZO - ELETTO PAPA URBANO V


Mentre la guerra tra questi signori e i Visconti infuriava nel Modenese e nel Bresciano, moriva ad Avignone INNOCENZO VI (22 settembre del 1362). Avendo Ugo Rogier, fratello di Clemente VI, rifiutato la tiara, i cardinali elessero l'abate Guglielmo di San Vittore, che apprese la notizia mentre si trovava in viaggio verso Napoli dove il Papa  lo aveva mandato per fare le condoglianze alla regina Giovanna per la morte del re Luigi. Il Rogier rientrato ad Avignone il 31 ottobre, fu consacrato il 6 novembre col nome di papa URBANO V.
Il nuovo Pontefice era andato l'anno prima come ambasciatore papale da Bernabò Visconti insieme con un altro abate, lo aveva incontrato sul fiume Lambro. Lette le  lettere pontificie, il feroce signore milanese aveva domandato ai due nunzi se preferissero bere o mangiare e alla risposta che preferivano mangiare data dai due messi, che già avevano compreso ciò che volesse il Visconti significare con l'altra domanda, erano stati costretti a mangiar le lettere. 

Se non fossero mancate altre ragioni politiche sarebbe bastato questo episodio per giustificare e spiegare i sentimenti poco favorevoli che Urbano V nutriva per Bernabò. 
Lo stesso mese della sua consacrazione citò il Visconti a comparirgli davanti entro tre mesi e, poiché il signore di Milano non ubbidì all'intimazione, il 3 marzo del 1363  lanciò la scomunica contro di lui.

Quella che combattevano contro l'Albornoz e i suoi alleati non era la sola guerra in cui erano impegnati i Visconti. Caduta Pavia, poco era durata la sosta d'armi tra i Visconti e il marchese del Monferrato e la guerra si era accesa con più violenza di prima, estendendosi a tutto il Piemonte e richiamando qui un'altra compagnia straniera di ventura. 
Era questa la COMPAGNIA BIANCA, così denominata dalle bianche insegne, composta in gran parte di soldatesche inglesi che erano state licenziate nel 1360 dopo la pace di Bretigny conclusa tra i re di Francia e d'Inghilterra. La compagnia, comandata da Alberto Sterz, aveva prima devastato tutta la Provenza,  giungendo fin quasi sotto le mura di Avignone, Il Pontefice per liberarsene, li aveva pagati centomila fiorini d'oro e l'aveva inviata al marchese del Monferrato, inviando però con essa anche la peste che numerose vittime doveva fare nell' Italia settentrionale e centrale. 

Contro il marchese del Monferrato i Visconti avevano avuto come alleato il principe Giacomo d'Acaia, il quale, avendo voluto sottrarsi dalla dipendenza di Amedeo VI di Savoia, era stato spodestato di tutti i suoi domini del Piemonte. Alleanza più proficua per Galeazzo Visconti fu quella del cognato Amedeo VI, il quale oltre che col marchese di Monferrato dovette lottare contro il marchese Federico di Saluzzo. 

La guerra in Piemonte durò fino a quasi tutto il 1363 e la Compagnia Bianca vi fece sentire tutto il peso della sua forza. A Lanzo tenne per qualche tempo assediato Amedeo VI, da cui si fece pagare una grossa somma, e al ponte di Canturino, nel Novarese, sconfisse i mercenari di Galeazzo, uccidendo il conte di Lando. 
Ma la compagnia costava molto al marchese di Monferrato, il quale nel 1363 la cedette volentieri a Pisa che guerreggiava allora contro Firenze. La partenza degli Inglesi e la sottomissione di Federico di Saluzzo, seguite dalla pace conclusa tra Amedeo VI (che restituì le terre a Giacomo d'Acaia) e il marchese di Monferrato, portò un po' di respiro nel Piemonte, mentre nell'Emilia si combatteva l'ultima battaglia tra i Visconti e i collegati. Questi, presso Modena, il 16 aprile del 1363 sconfissero e presero prigioniero Ambrogio Visconti, figliuolo naturale di Bernabò. Questi nel settembre — intermediari il re di Francia e il re di Cipro che era andato ad Avignone a sollecitare il Papa perché benedisse una crociata contro i Turchi, concluse un armistizio col Pontefice e i collegati, che il 3 marzo del 1364 si mutò in pace, cui seguì quella col marchese di Monferrato. 

I belligeranti si restituirono le terre occupate e Bernabò Visconti dietro il compenso di cinquecentomila fiorini d'oro rinunziò ad ogni diritto su Bologna che rimase alla Chiesa.


Questo finale, sembrava aver fatto ritornare la pace
e invece ci aspettano ora 

I DIECI ANNI DI GUERRE dal 1363 al 1374 > > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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