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CRONOLOGIA

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E PAESI

(QUI TUTTI I RIASSUNTI) RIASSUNTO ANNI 1300 - 1400 

 LETTERATURA  
del SECOLO XIV ( i tempi di Dante )

GLI ARGOMENTI

DANTE ALIGHIERI: LA VITA, LE OPERE MINORI; IL POEMA SACRO - FRANCESCO PETRARCA: LA VITA E LE OPERE. - LA VITA E LE OPERE DI GIOVANNI BOCCACCIO - GLI SCRITTORI MINORI DEL TRECENTO GLI IMITATORI DEI TRE GRANDI TRECENTISTI; FRANCO SACCHETTI; LA POESIA BORGHESE; LA PROSA ASCETICA E MORALE; LA PROSA STORICA.
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Dal  tempo del primo affermarsi e consolidarsi dei Comuni (ci riferiamo alle esigenze di autonomia nella vita politica e nell'attività economica) gli intellettuali rappresentano indubbiamente il ceto sociale che più di ogni altro riesce a darsi una coscienza d'insieme dei vasti processi in atto.
La cultura è lo specchio privilegiato della crisi che abbiamo tratteggiato nei riassunti dall'inizio alla fine del XIV secolo, non solo perché la riflette in se stessa, ma soprattutto perchè riesce a interpretarne i "moventi" di fondo, approdando così a posizioni singolarmente anticipatrici.
Ma non fu un processo uniforme e a senso unico, perché la sua originalità e la sua fecondità consistono proprio nella sua varietà o addirittura nelle sue contraddizioni. E' questa caratteristica di intenti che anima l'opera di tre grandi autori: Dante, Petrarca e Boccaccio.
DANTE già forte dell'esperienza duecentesca, pur seguendo uno schema tradizionale, combatte contro le forme di vita politica e morale contemporanea, in nome di quei ideali valori che si erano espressi nelle aspirazioni proprie della società comunale nella sua fase associativa. Non è un antistorico, non è un reazionario, né rimpiange l'età e l'ordine feudale. La polemica di Dante è contro la "gente nova", contro l'idolatria del denaro, e contro le furiose lotte intestine.
E' fedele agli ideali universalistici del Medio Evo, ma auspica il "grande rinnovamento".
Diverso il PETRARCA nella polemica contro le concezioni universalistiche che avevano dominato il pensiero medievale; lui già "respira" l'atmosfera entro la quale viene formandosi e prevalendo una nuova cultura, nuova nella sua essenza, perché volta a interpretare e a giustificare, su un piano teorico, l'esperienza di vita della classe mercantile vittoriosa. Più libero da un impegno politico diretto, testimonia in forma di meditazione e di travaglio morale individuale la crisi, attraverso la quale matura una concezione nuova dell'uomo, come creatura spiritualmente autonoma che concilia la tradizione (cristiana?) con il nuovo senso individualistico e mondano che la vita ha assunto. 
Un travaglio perchè nella sua meditazione il Petrarca la svolge in una forma dolente, inquieta, e non risolve il contrasto fra l'adesione alle nuove esigenze e al nuovo clima culturale e le forme di una spiritualità tutta intima, ancora radicata nella tradizione.
Più immediata nell'accettazione, l'adesione più cordiale e sincera alla nuova visione della vita la testimonia il BOCCACCIO. Lui, per primo, ritrae la realtà nella sua evidenza e concretezza; e l'immagine che dà di sè stesso è quella di un uomo (pur uomo di studio) cui sono estranei gli interessi trascendenti, di un uomo completamente "calato" nella libera gioia della natura, tutto affidato alla sua intelligenza e alle sue terrene virtù. Tutte cose che incominciano ad affascinare tanti intelletti, nelle cui considerazioni scorgono con maggior chiarezza la laicità della vita dell'uomo. Una laicità che pervade direttamente e indirettamente tutta la "cultura della crisi"; ma che è il primo solco che aprirà la via maestra dell'Umanesimo.
(Ma non dimentichiamo un singolare Monastero di Casole (1219-1235)  le cui  moderne analisi di una oscura ed ai più sconosciuta produzione editoriale sconvolgono la tradizionale storia delle origini della letteratura italiana "in volgare". Circa un migliaio di volumi di quella famosa biblioteca distrutta, che ne conteneva diverse migliaia, oggi sono conservati alla Marciana).

Nel quadro complessivo di fine secolo (anche nelle opere di autori minori) nelle opere sopravvivono i residui di una cultura ormai superata, accanto a concetti, intuizioni, esigenze del tutto nuovi, che tendono a conquistare con forme più aderenti all'esperienza concreta e reale; e una di queste -isolando varie scuole letterarie - e perfino queste ultime polemizzando - è il largo e crescente impiego del volgare, cioè della lingua che si parla nella vita di ogni giorno. E non è un fatto locale, ma una manifestazione di unificazione nazionale. Ed è singolare che a imporla è la potenza economica di Firenze, è la sua borghesia cittadina. 
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Dunque se dopo aver narrate le burrascose vicende della storia del Trecento vogliamo studiarne anche l’arte e la letteratura, è alla Toscana che dobbiamo rivolgere lo sguardo, alla felice regione, che, accolte tutte le varie correnti letterarie d’Italia nel suo grembo, da esso miracolosamente espresse i tre Grandi citati sopra che con le loro opere eccelse tolsero dall’infanzia la letteratura, resero immortali gli autori, e anche l'Italia.

DANTE ALIGHIERI
LA VITA, LE OPERE MINORI, IL "POEMA"
(vedi qui altra biografia e note su Dante)

E i "4 Capitoli" su L'ANALISI DELLA "COMMEDIA" del De Sanctis

 Dante Alighieri è il primo tra questi. Nacque a Firenze nel maggio del 1265 da Alighiero di Bellincione e da una donna di nome Bella. Incerte e scarse sono le notizie della sua giovinezza. Crebbe triste e raccolto, tra gli studi di grammatica, di retorica, di logica, di aritmetica e di filosofia, nei quali poi si perfezionò a Bologna tra il 1285 e il 1287. A nove anni — come lui ci dice nella Vita Nova — s’innamorò di Beatrice, forse la figlia di Folco Portinari che nel 1288 andò sposa a Simone de’ Bardi e nel 1290, ventiquattrenne, morì.
Nel giugno del 1289. Dante combattè a Campaldino contro gli aretini e nell’agosto dello stesso anno assistette alla resa del castello pisano di Caprona. 

Dopo la morte di Beatrice, cercò conforto in fugaci amori, poi si diede con passione agli studi filosofici; verso il 1295 sposò Gemma di Manetto Donati, da cui ebbe quattro figli, Piero, Jacopo, Antonia e Beatrice. (Il padre già dal 1277 aveva "provveduto al futuro coniugale del figlio, stipulando l'instrumentum dotis, una specie di fidanzamento ufficiale garantito con atto notarile, col quale Dante veniva promesso in matrimonio a Gemma").

Per partecipare alla vita politica s’ iscrisse al l’arte dei Medici e degli Speziali, che era la sesta delle arti maggiori; tra il 1295 e il 1296 appartenne a vari Consigli; nel maggio del 1300 andò come ambasciatore a San Gemignano; per il bimestre 15 giugno-15 agosto del medesimo anno fu dei Priori; nel 1301 partecipò al Consiglio delle Capitudini e, nel Consiglio dei Cento, si oppose all’ invio di cento uomini a Bonifazio VIII. 
Abbiamo narrato altrove (nella parte storica - vedi riassunti) le vicende di Firenze a quel tempo: caduta la parte bianca, Dante fu condannato in contumacia a un’ammenda di cinquemila fiorini, all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e a due anni d’esilio e poco tempo dopo all’esilio perpetuo e, se fosse caduto in mano del Comune, al rogo. Allora per lui cominciò la triste vita dell’esilio. Nei primi tempi non s’allontanò molto da Firenze e insieme con gli altri esuli bianchi e coi Ghibellini di Toscana e di Romagna tentò di rientrarvi con le armi. Venuto a dissidio con i suoi compagni, si allontanò da loro e dalla patria, "volle far parte di  se stesso" e iniziò quel doloroso periodo di peregrinazioni che gli doveva far conoscere "come sappia di sale io pane altrui" e quanto sia "duro lo scendere e i salir per l’altrui scale"

Il suo primo rifugio fu Verona, signoreggiata allora da Bartolomeo della Scala; poi Dante fu a Padova, nel 1306 nel Casentino e nella Lunigiana, ospite dei Malaspina, e più tardi, si crede, in Liguria e a Bologna. Gli fiorì nel cuore la speranza di riveder la patria alla discesa di Enrico VII, e l’esule scrisse un’epistola latina ai Comuni e ai signori d’Italia esortandoli a riconoscere e favorire l' imperatore; un altra ai Fiorentini minacciandoli e predicando la loro rovina, e una terza allo stesso sovrano spronandolo a marciar verso Firenze.  Per questo suo contegno l’Alighieri venne escluso dall’amnistia concessa agli esuli con la riforma di Baldo d’Aguglione e si vide confermate le precedenti condanne. Ma nel maggio del 1315 fu incluso in una nuova amnistia; egli poteva tornare in Firenze; però come penitente, vestito di sacco, con la mitria in capo e un cero in mano. L’Alighieri sdegnosamente rifiutò di umiliarsi e ad un amico, che cercava di persuaderlo, scrisse fra l’altro : «Non è questa la via del rimpatrio.... Ma se — da voi prima o da altri poi — se ne troverà un’altra degna dell’onore e del nome di Dante, io la percorrerò e non a lenti passi. Se invece in Firenze per nessuna via di tal genere si entra, io non entrerò mai più in Firenze. Non potrò forse veder dovunque la luce del sole e delle stelle? Non potrò dovunque, sotto qualsiasi cielo, meditare le dolcissime verità, se non mi renderò prima inglorioso, anzi infame, agli sguardi del popolo fiorentino? E neanche il pane mi mancherà ». Pochi mesi dopo due nuove condanne lo colpivano insieme coi suoi figli: di bando e di morte. 

E l’Alighieri ricominciò a peregrinare. Fu ancora a Verona, alla corte di Cangrande, fu a Lucca, forse a Gubbio, nel Friuli, nel Trentino di sicuro; poi, desideroso di quiete, accettò l’ospitalità di Guido Novello da Polenta e nel 1317 o nel 1318 si stabilì a Ravenna, dove tra gli studi diletti coltivò sempre in cuore la speranza di un onorevole richiamo in patria. Ma fu vana speranza: di ritorno da una missione a Venezia, la notte dal 13 al 14 settembre del 1321, cessò di vivere, e fu sepolto sul sagrato della chiesa di S. Francesco. Invano il cardinale Bertrand du Poyet reclamò le ossa del grande Esule per sconsacrarle; invano ripetutamente le chiese Firenze per onorarle, e quando nel secolo XVI Leone X concesse ai Fiorentini di trasferirle in patria, i francescani che le custodivano le nascosero in una vicina cappella, dove vennero ritrovate nel 1855 e furono rimesse nell’antico sepolcro. 

Ravenna udì gli ultimi canti del Poeta come Firenze aveva uditi i primi. Quelli, i canti della completa maturità, le note sublimi del poema sacro al quale ha posto mano e cielo e terra, questi i canti della prima giovinezza, dei primi sogni, del primo indimenticabile amore; e tra i primi e gli ultimi la varia operosità dell’erudito e il dolce tormento dell’artista lungo una via chi è una continua ascesa, in cui le opere — La Vita nuova, il Canzoniere, il De vulgari eloquentia, il Convivio, le Epistole, la Divina Commedia — rappresentano le soste del pensatore e le conquiste del poeta.

 Della Vita nuova e del Canzoniere abbiamo detto altrove, quando si parlato del dolce stil nuovo; ora bisogna soffermarci sulle altre opere. Il Convivio è l’opera dei primi anni dell’esilio, di quegli anni in cui era morta la speranza di rientrar con le armi in patria e ancor non era fiorita quella che nell’animo dell’esule doveva infondere la discesa dell’imperatore. È opera di conforto e di riposo, rinforzata dagli studi filosofici, cui il Poeta si era dedicato dopo la morte di Beatrice; opera di scienza più che di poesia. Esso è un banchetto simbolico che l’autore imbandisce ai desiderosi di sapere. Le vivande dovevano essere costituite da quattordici canzoni dottrinali, il pane dal commento in prosa che doveva accompagnarle e che doveva rappresentare altrettanti trattati in cui fosse raccolta la parte migliore delle dottrine filosofiche, morali, politiche ed astronomiche. 

Il Convivio rimase incompiuto: di esso non abbiamo che l' introduzione e il commento di tre canzoni allegoriche: «Voi che intendendo, il terzo ciel movete », « Amor che nella mente mi ragiona », « Le dolci rime d’amor, eh’ io solia» . Esso — nota il Turri — « muove lento in mezzo a una erudizione faticosa, compiacendosi di minute distinzioni, di sottili sillogismi, di rigide deduzioni e argomentazioni scolastiche, di strane etimologie, di strani e meditati raffronti, di significati riposti e inauditi, tratti dalle opere dei grandi scrittori classici. Quale oggi lo abbiamo, il Convivio può esser considerato nei suoi primi tre libri, l’introduzione a un'enciclopedia di filosofia morale, che inizia e si interrompe con il quarto; compiuto, avrebbe forse ragionato delle quattro virtù cardinali, la prudenza, la temperanza, la fortezza, la giustizia, alle quali è fonte prima e condizione necessaria la nobiltà. 

Ma anche così com' è, il trattato afferma la sua gravità e importanza in questo: che esso è il codice di una scuola poetica, in ciii la poesia è velame e ornamento di verità e di dottrina: che esso è il primo libro in volgare, di materia scolastica: che se spesso la filosofia si confonde con la teologia, lo scrittore preferisce tuttavia la parte pratica, cioè la morale e la storica. Si infiltrano intendimenti, concetti, sentenze, immagini mirabili, quali la definizione della nobiltà considerata, pur nella sua mistica origine, come idea di perfezione e conquista aperta e possibile a tutti: il biasimo delle ricchezze procacciate per vie inique: la glorificazione dell’idioma italico, eletto a ragionare di profonde e ardite questioni, sollevato alla stessa dignità della poesia, chiamato a essere la lingua viva e nobile di una nazione nuova: la letteratura esercitata con nessun altro fine che il bene degli uomini, sollecitati alla scienza e alla virtù: la lode di Roma e dei suoi alti destini: la dottrina dell’anima, delle sue tendenze e dei suoi travisamenti: quella dell’amore, come principio e armonia dell’universo ». 

Anche il De Vulgari Eloquentia è un’opera incompiuta, di cui ci rimangono il primo libro e parte del secondo, trattato di filologia e di poetica condotto, si intende, con i metodi propri del Medioevo, irto di premesse e di conclusioni errate, male sorretto da scarse e inesatte nozioni storiche, ma con ordine logico e rigoroso e sovente con osservazioni acute. Nel primo libro, pur costatando l’affinità tra il Latino e i Volgari, afferma come il primo sia una lingua convenzionale, idiomi naturali gli altri. Di questo egli considera i tre d’oc, d’oil e del e quest’ultimo linguaggio — il nostro — suddivide in quattordici gruppi dialettali, di ciascuno dei quali nota le deficienze per concludere che la lingua nazionale d’Italia (che egli chiama volgare illustre o cardinale o aulico o curiale), deve risultare dall’insieme delle migliori locuzioni tratte da tutti i dialetti della penisola. Nel secondo libro Dante tratta dello stile che distingue in tragico, comico ed elegiaco, discorre dei versi tra cui esalta l’endecasilabo, e comincia a considerare le varie forme metriche col fissare le regole della canzone.

 Del trattato in latino De Monarchia, in cui l’Alighieri fa conoscere le sue idee politiche abbiamo parlato in altra parte di questa storia. Anche in latino sono le altre le sue opere minori: la Quaestio de aqua et terra in cui si combatte l’opinione che il livello dell’acqua possa essere, in talune parti della circonferenza terrestre, più alto di quello della terra che ne emerge; le due Ecloghe con le quali l’Alighieri ricusa l’invito di Giovanni del Virgilio di recarsi a Bologna per ottenervi la laurea poetica, e, infine, le Epistole. Delle quattordici che se ne conoscono, sei sono da considerarsi apocrife; tre — a Marcello Malaspina, a Cino da Pistoia e a Cangrande della Scala — sono di dubbia autenticità; cinque cono certamente di Dante: quelle dirette ai Principi e ai popoli d’Italia, ai Fiorentini e ad Enrico VII, quella indirizzata ai cardinali riuniti in conclave dopo la morte di Clemente V e quella, citata, ad un amico in cui il Poeta rifiuta l’umiliante amnistia.

LA « DIVINA COMMEDIA »

Nell’ultimo capitolo della Vita nova Dante scrive: «Appresso questo sonetto, apparve a me una mirabile visione, ne la quale io vidi cose, che mi fecero proporre di non dire più di questa benedetta (Beatrice) infimo a tanto che io potessi più degnamente trattare di lei. — E di venire a ciò io studio quanto posso, sì com’ella sae veracemente. Sì che, se piacere sarà di Colui, a cui tutte le cose vivono che la mia vita duri per alquanti anni, io spero di dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna ». E' questo il primo accenno del poema sacro, della mirabile visione che balenò nella mente di Dante fin dagli anni della sua giovinezza. Beatrice e l’amore per lei rappresentano l’ispirazione prima dell’opera grandiosa, ma tra l' ispirazione e la realizzazione artistica c’è tutta la vita del Poeta, quella del corpo e quella dello spirito, la fine del sogno giovanile, il traviamento, le lotte politiche, le condanne, l’esilio, la reazione, la rassegnazione; c’ è tutta una via lunga in cui il corpo del travagliato pellegrino si fa magro e lo spirito si affina e l’uomo acquista la sua esperienza, c’ è un dramma individuale che si svolge e s’intreccia nel grande dramma dell’umanità; c’è la visione dei mali che affliggono il mondo, l’affannosa ricerca delle loro profonde radici; c’ è lo sforzo perenne di un uomo che vuole trovare per sé e per tutti, attraverso il dolore e la purificazione, con indefesso studio e incorruttibile fede, la pace e la felicità. 

Tutte queste vicende del corpo e dello spirito non potevano che agire sulla primitiva ispirazione e trasformarla, e trasformare, ampliandolo, l’intimo mondo in cui essa operava. Così — mutatosi l’Alighieri da ammirato contemplatore della donna amata in profondo scrutatore dell’umana vicenda e in ricercatore delle sublimi verità — la visione amorosa si trasformò in mirabile visione umana e divina e il canto che doveva essere glorificazione (di Beatrice divenne rappresentazione compiuta delle vicende dell’umanità, dal dolore terreno alla felicità ultramondana, dalla colpa alla beatitudine, per un altissimo fine educativo. Rappresentare i regni dell’oltretomba non era un fatto nuovo nella letteratura dell’antichità e del medioevo, e molti esempi di eroi e di santi scesi nel mondo delle ombre offriva la tradizione pagana e cristiana. Suggestivi erano i miti di Demetra che cerca Persefone nell’Ade; di Orfeo che si reca fra le tenebre infernali per salvare Euridice; di Ercole, di Teseo, di Piritoo che lottano contro Cerbero e Plutone; Omero aveva fatto giungere Ulisse nella regione dei Cimmeri per interrogarvi eroi ed eroine; Virgilio, Lucano, Stazio, Silio Italico, Ovidio, Claudiano avevano narrato viaggi infernali, descritto i bui regni della morte ed evocato ombre di trapassati; la poesia cristiana medioevale, aveva dato numerose descrizioni dell’oltretomba: la Visione di San Paolo, il Pozzo di San Patrizio, la Visione di Tundalo, la Navigazione di S.Brandano, la Visione di Alberico, il De Babilonia infernali e il De Jerusalem caelesti di fra’ Giacomino da Verona, e il Libro delle tre scritture di BONVESIN da RIVA (che si chiamava proprio "Il Paradiso, L'inferno, e Cristo Giudicante". Dante indubbiamente lesse più tardi questo libro visto che la struttura dell'opera segue lo stesso schema narrativo e la stessa ambientazione. Ma anche De La Riva forse ne aveva letto a sua volta un altro molto simile alla sua opera. Infatti nella
letteratura orientale troviamo una singolare perla, il Viraf: che narra le vicende di un poeta che compie un viaggio nell'oltretomba; una discesa all'Inferno e un'ascesa al Paradiso. Nei gironi del primo, incontra le anime dannate  a espiare le colpe con tormenti di ogni genere (pene non eterne, ma riscattabili, a differenza del dantesco inferno cristiano, che è invece perenne), e nei gironi del secondo le anime elette nella beatitudine celeste eterna. Quasi una Divina Commedia insomma, scritta mille anni prima). 

Tutte queste rappresentazioni erano prive di un disegno architettonico, scarse di indicazioni topografiche, popolate da una folla anonima o da uno scarso numero di ombre che avessero un nome e non erano volte ad un nobile fine di ammaestramento; pure queste visioni erano allora una forma letteraria molto frequente e questa si prestava mirabilmente per un’opera che doveva chiudere in sè la vita mondana ed ultraterrena e mostrare all’umanità sviata e travagliata, con la rappresentazione dei regni della dannazione, dell’espiazione e della beatitudine, la via della salvezza. Pertanto forma di visione ebbe il poema dantesco. Seguendo il sistema tolemaico, Dante mise la terra immobile al centro dell’ universo; intorno a essa sfere concentriche e trasparenti, fece rotare sette cieli — della Luna, di Mercurio, di Venere, del Sole, di Marte, di Giove, di Saturno —; oltre mise il Cielo delle Stelle fisse e il Primo Mobile. La Terra è divisa in due emisferi: quello artico, ricoperto dalla crosta terrestre emersa quando si inabissò dalla parte opposta facendosi velo del mare per non vedere Lucifero, l’angelo ribelle, precipitato dal cielo, e l’emisfero antartico ricoperto dalle acque. Il primo rappresenta la sola parte abitata e nel suo mezzo siede Gerusalemme; sotto la sua crosta si apre un’ immensa voragine, a forma d’imbuto, che si restringe fino al centro della terra, in cui sta confitto Lucifero, e comunica per uno stretto passaggio con l’emisfero opposto su cui, tra l’immensità dell’Oceano, si erge, un’isola. Su questa Dio mise il Paradiso terrestre, ma dopo la prima colpa mandò gli uomini a vivere sull’emisfero opposto e della voragine fece l’inferno. Venuto Cristo a redimere l’umanità, Iddio fece dell’isola il Purgatorio

L’Inferno è il regno della dannazione, dove, con pene eterne e con l’eterna privazione di Dio, si punisce il peccato che non ebbe perdono. Esso è diviso in due grandi parti: antinferno ed inferno propriamente detto; questa seconda parte è formata di cerchi decrescenti e degradanti ed è a sua volta divisa in alto e basso inferno, quello di cinque, questo che ha nome di Città di Dite — di quattro cerchi. Tre gironi suddividono il settimo cerchio, dieci bolge l’ottavo, quattro zone il nono. Quattro fiumi ha l' Inferno il livido Acheronte, il melmoso Stige, il sanguigno Flegetonte e il ghiacciato Cocito. Una sola categoria di dannati sta nell’Antinferno: quella degli ignavi; tutti gli altri sono distribuiti nell’Inferno, a seconda delle loro colpe che sono tanto più gravi quanto più si scende in basso. I peccatori sono rappresentati come ombre vane fuorchè nell’aspetto ma atti a soffrire; le loro pene sono regolate dalla legge del contrappasso, secondo cioè un rapporto, di contrasto o di esagerazione, con la colpa commessa. 

Il Purgatorio è il regno dell’espiazione, dove con pene temporanee, che possono essere alleviate dalle preghiere dei vivi, si sconta la colpa che per mezzo del pentimento fu rimessa. Esso è un’altissima montagna, a forma di cono tronco; è diviso in due parti: Antipurgatorio e Purgatorio; il primo formato da una spiaggia circolare e da una costa del monte, il secondo da sette ripiani concentrici decrescenti. Le anime purganti — ombre al pari di quelle dell’inferno — sono distribuite nei sette ripiani a seconda delle colpe che sono più lievi quanto più si sale; nell’Antipurgatorio stanno altre anime, condannate ad aspettare un certo periodo di tempo prima d’ iniziare l’espiazione. Anche qui le pene sono regolate dalla legge del contrappasso, che è resa più efficace da esempi di virtù premiata e di vizio punito. 

Al sommo del monte è il Paradiso terrestre, una meravigliosa foresta irrigata da due fiumi: il Lete e l'Eunoè. 
Tra la montagna del Purgatorio e il Paradiso è la zona del fuoco. Il Paradiso è il regno della beatitudine; nove cieli lo formano, da quello della Luna al Primo Mobile, illuminati e mossi da Dio  tramite di nove cori angelici, e in essi, la cui luce è più intensa e il cui moto è più rapido quanto più si allontanano dalla terra, sono distribuiti momentaneamente i beati per mostrarsi a Dante. Ma la loro sede è l' Empireo, il cielo immobile, dove Dio si manifesta, circondato da tre gerarchie angeliche di tre ordini ciascuna. Solo i beati del cielo della Luna hanno sembianza umana ma così incerta da sembrare immagini riflesse; gli altri sono luci vivissime, sovente raggruppate e disposte in modo da assumere forme simboliche. 

Mirabilmente rigorosa è la simmetria del mondo dantesco, osservata nella topografia materiale e nella morale non solo, ma anche nell’architettura formale del poema. Tre sono i regni d’oltretomba e ciascuno di essi è diviso in tre parti; tre sono le guide, tre le cantiche, trentatrè canti compongono ogni cantica, la terzina è il metro. Ciascun regno ha un vestibolo (come tale pel Paradiso si può considerare la zona del fuoco) e un’introduzione ha l’intero poema. Un asse ideale unisce Gerusalemme al trono divino, il luogo cioè del riscatto e la fonte della beatitudine, e lungo quest’asse si trovano l’albero del Paradiso, terrestre che fu causa del peccato originale e Lucifero che fu il padre di ogni male. Agli ignavi dell’Antinferno corrispondono i negligenti dell’Antipurgatorio e, nel primo cielo, le anime di coloro che furono inerti alla violenza. Un concetto filosofico, suggerito dalle dottrine aristoteliche nell'interpretrazione di San Tommaso, regola la distribuzione dei peccatori e dei beati. La distribuzione dei dannati si fonda sulla divisione aristotelica delle disposizioni al male. Tre sono queste: l' incontinenza, la bestialità e la malizia; i peccati derivati dalla prima (lussuria, gola, avarizia, ira, accidia) sono puniti nei primi cinque cerchi, quelli derivati dalla seconda (violenza contro il prossimo, contro sé stesso, contro Dio, natura ed arte) nei tre gironi del settimo cerchio, quelli derivati dalla terza (frode verso chi non si fida e verso chi si fida) negli ultimi due cerchi. Tra gli incontinenti e gli altri stanno coloro che peccarono contro la fede: gli eresiarchi. La distribuzione delle anime purganti è fatta secondo i peccati capitali al cui numero corrisponde quello dei ripiani: superbia, invidia, ira, accidia, avarizia e prodigalità, gola, lussuria. Quella dei beati nei primi sette cieli è fatta secondo il principio degli influssi dei cieli medesimi sulle anime in rapporto alle quattro virtù cardinali. Negli ultimi due cieli c’è la preparazione alla visione dell’ Empireo: il Trionfo di Cristo e l’incoronazione di Maria in quello delle Stelle fisse, il Trionfo di Dio e delle Gerarchie angeliche nel Primo Mobile. 

Questi sono i regni danteschi dei morti. Al primo giungono le anime dei dannati passando l’Acheronte sulla greve barca di Caronte: Minosse, il giudice infernale, esaminate le loro colpe, le manda nei cerchi dove queste sono punite, dove rimarranno fino al giorno del giudizio universale e dove, ripresi i corpi, ritorneranno per sempre. Al Purgatorio, dalla foce del Tevere dove tutte si raccolgono, sopra una navicella leggera guidata da un angelo, giungono le anime dei salvati: essi salgono il monte scontando le colpe, poi, purificatisi nel Letè e nell’Eunoè, attraversano volando i nove cieli e giungono nell’Empireo, dove risiederanno con il loro corpo dopo il giudizio. 
Attraverso questi tre regni viaggia per una settimana — 7-14 aprile del 1300, l’anno del Giubileo — Dante. Smarritosi in una selva e ostacolato da tre fiere, da Virgilio — pregato da Beatrice dietro consiglio di Santa Lucia ispirata dalla Vergine — è guidato verso l' Inferno, ne varca la porta, traversa il vestibolo e il Limbo, scende di cerchio in cerchio nell’orribile baratro, traghetta la palude stigia sulla barca di Flegias, penetra con l’aiuto divino nella Città di Dite, per la riviera di sangue, la nera foresta dei suicidi e il sabbione infuocato, si affaccia all’orlo di Malebolge, dove è portato da Gerione, viene da Anteo deposto nel nono e giunge all’estremità dell’Inferno e al centro della terra. 

Di qui egli sale per la natural burella all’altro emisfero, perviene alla spiaggia dell’isola, di cui è guardiano Catone, traversa la campagna, si inerpica su per la costa e penetra nel Purgatorio, di cui ascende, una dopo l’altra, le balze; alla quinta, un’altra guida — l’anima di Stazio — s’aggiunge alla prima e il Poeta, attraversato il resto del regno dell’espiazione, arriva al Paradiso terrestre, donde, purificatosi nell’acqua dei due fiumi ed abbandonato da Virgilio, guidato da Beatrice sale per i vari cieli, ed infine, esaminato dagli Apostoli Pietro, Giacomo e Giovanni, in compagnia di San Bernardo contempla e comprende il mistero della Trinità divina. E' questo, aridamente tracciato, lo schema del viaggio dantesco nel suo senso letterale; ma altri sensi ha riposti in esso: l’allegorico, il morale e l’analogico. Allegoricamente il viaggio rappresenta la vicenda dell’anima del Poeta che, traviata dalle passioni, si redime e giunge al bene prima con l’aiuto della Ragione Umana, cioè della Scienza (Virgilio) poi con quello della Ragione Divina, cioè della Teologia (Beatrice) per intercessione della Vergine e con l’assistenza della Grazia illuminante (Santa Lucia). Moralmente rappresenta l’umanità che, ostacolata dalle passioni (le tre fiere), non può da sola uscire dal male (selva oscura) e pervenire alla virtù (il luminoso colle) ma deve, per potere raggiungere il bene, a lungo meditare sulle pene e sulle gioie riservate alle anime nell’altro mondo (viaggio attraverso i tre regni) e assiduamente studiare sulle cose umane e divine (Virgilio e Beatrice). Analogicamente rappresenta la redenzione del genere umano dal peccato originale per opera della Passione di Cristo, oppure l’umanità travagliata che per raggiungere la pace materiale e il benessere morale deve seguire l'Impero nelle cose temporali e la Chiesa nelle spirituali. 

Ma più che altro, nel poema sacro, tra il mistero dei numerosi simboli e sotto il velame dei vari sensi, c’ è la rappresentazione vivissima dell’umanità lungo il cammino dei secoli, dai tempi mitici a quelli del Poeta, che ci si mostra in tutte le manifestazioni della sua vita materiale e spirituale. Questa rappresentazione non è limitata nello spazio o nel tempo ad una sola città e ad un solo periodo storico; essa abbraccia tutto il mondo che la storia e la leggenda spalancava davanti agli occhi del Poeta da quando l’esule dai riposi di Ravenna sognava e sospirava il ritorno al suo bel San Giovanni alle remotissime epoche in cui i primi padri godevano nell’innocenza le delizie dell’ Eden e Orfeo commuoveva la natura con il suo canto e i giganti ponevano monte su monte per giungere sino a Giove. 
La Divina Commedia è il grandioso dramma dell’Umanità operante e dolorante. Con i suoi canti l’Alighieri ci trasporta ai tempi biblici ed eroici, in quelle terre che furono la culla del genere umano, della civiltà e della fede e in quelle che furono la culla del mito e della poesia; ci fa sentire il clamore delle trombe di Gerico e il cozzare delle armi intorno a Troia, ci fa navigare con Giasone verso i lidi della misteriosa Colchide, con Ulisse nell’ignoto Atlantico e con Enea verso le coste latine; fa sfilare davanti al nostro sguardo Alessandro che marcia nell’India lontana, le legioni di Roma che procedono alla conquista del mondo, le orde barbariche che devastano e desolano; ci mostra danze di dee e orrori di battaglia, luci purissime di arte e tenebre di barbarie, splendori di corti e grandiosità di templi, schiere di pellegrini oranti ed eserciti di combattenti, penitenti stretti nel cilicio e sovrani coronati, eroi e legislatori, santi e seminatori di scismi, suore e peccatrici, regine e imperatori,  giullari e poeti, cavalieri e filosofi, papi e capitani. 

Man mano ch’egli s’avvicina ai suoi tempi, la scena si affolla di più, cresce il numero degli avvenimenti, i personaggi acquistano maggior precisione di tratti e la rappresentazione assume caratteristiche di vita vissuta. Allo stesso modo quando da regioni lontane il Poeta ci conduce in Italia, la pittura dei luoghi assume una vivezza meravigliosa di colori, i toni si fanno caldi e i particolari descrittivi così abbondanti e precisi da determinare la convinzione che l’Alighieri abbia dipinto dal vero. Avvicinandosi il Poeta ai suoi tempi e alle terre della sua patria, il dramma si fa più vivo e più intero, e al dramma dell’Umanità s’innesta il dramma del Poeta stesso. E non solo qua e là sono rappresentate le sue vicende, non soltanto egli ci mostra i sogni e gli affetti della giovinezza, la sua tormentata vita di esule, i suoi amici, i luoghi diletti, gli ideali artistici; ma il Poeta è il protagonista del poema, non è freddo narratore di fatti e insensibile espositore di scene, si interessa agli avvenimenti e li giudica, distribuendo biasimi e lodi, si commuove, si sdegna, si esalta, sospira, piange, trepida, viene meno, vive insomma con grande intensità la vita complessa del suo mondo. 

Questo mondo ha una mirabile ricchezza di figure, di forme, di atteggiamenti, cui si piega e si adegua l’espressione artistica. Come ci meraviglia la ricchezza fantastica di Dante così ci stupisce la doviziosa varietà dei colori e degli accenti della sua poesia. Nell' Inferno lande desolate, fiumi pigri e lividi, riviere sanguigne, selve contorte e cupe, abissi profondi, rocce aspre, dirupi orridi, laghi di pece, avelli spalancati, ghiacci eterni, torri minacciose, tempeste di turbini, tenebre, fiamme, lamenti, urli, bestemmie, contorsioni, minacce, meravigliose trasformazioni; e le ombre dei dannati serbano ancora tutta la loro umanità, le passioni cozzano ed esplodono, e raramente, come negli episodi di Francesca, di Cavalcanti e di Brunetto, ha luogo la pietà; ma vi è la paura, la nausea, il disprezzo, lo sdegno, l’invettiva atroce. Nel Purgatorio c'è il mare azzurro e il cielo sereno, e in quello corre veloce e leggiera una barca dalle candide vele e in questo brillano lucenti le stelle; c'è la campagna verde e rugiadosa e il monte variato di luci e di ombre; verde tenero di foresta spessa e viva e distese di prati smaltati di corolle; mormorii soavi di fronde ed acqua tersa di ruscelli; armonie canore di uccelli e canti di anime e preci e salmi ed inni; e le ombre sono cortesi ed ospitali, liete di soffrire, bruciate dal desiderio, sorrette dalla speranza, e se ricordano a quando a quando la vita terrena e serbano una debole eco dei suoi affetti e delle sue lusinghe sono però tutte protese verso la beatitudine dei cieli. Nel Paradiso ruotare di sfere, splendore di stelle, intense luminosità, divine armonie, voci osannanti, estasi sublimi, felicità ultrasensibile. 

Portentosa è la potenza rappresentativa di Dante. Egli non s’indugia, non leviga, non tornisce, ma scolpisce con straordinaria vigoria, ritrae con prodigiosa rapidità. Bastano a lui una parola, un verso, una terzina per darci compiuta la pittura d’un paesaggio, per dar vita a una figura, per animare una scena, per rappresentare un dramma. Descriva egli l’aspro della selva selvaggia o la morta foresta dei suicidi o il frondeggiare canoro della selva del Paradiso terrestre: canti il dramma d’amore e di morte di Paolo e Francesca o chiuda in pochi versi la storia di Pia dei Tolomei: rappresenti la tragedia del Conte Ugolino nella torre della fame o imprigioni in un albero senza fronde l’anima di Pier delle Vigne: scolpisca l' indomita superbia dell’eroico e fazioso Farinata o ci mostri l’immagine paterna di ser Brunetto: ritragga il demonio Caronte remigante sulla livida palude o l’austera serenità di Catone: accompagni nel folle volo il suo Ulisse o inchiodi sulla sabbia ardente sotto la pioggia di fuoco la protervia di Capaneo: narri la comica burla di Ciampolo o ci presenti Guido da Montefeltro capitano, terziario e cattivo consigliere: canti gli ultimi momenti di Manfredi e di Buonconte o l’abbraccio di Virgilio e Sordello: ci faccia sentire il soave canto di Casella o tratteggi la dolcissima figura di Matelda: bolli con l'irruenta invettiva le lotte civili d’Italia o l' inverecondia delle donne fiorentine: faccia snodare tra gli alberi la mistica processione o componga con le luci le figure simboliche del Paradiso: rievochi per bocca di Cacciaguida l’antica Firenze o esalti con Giustiniano l’impero o con San Pietro inveisca contro la corruzione papale: assista al trionfo di Cristo o ascolti la preghiera di San Bernardo alla Vergine: descriva il turbine tremendo che trascina i lussuriosi o la caduta lenta delle foglie, il volo delle colombe e il librarsi dell’allodola, la tempesta del Casentino, o la campagna biancheggiante di brina, le pecorelle che escono dal chiuso o l’umile fioretto che riprende vigore sotto il sole che l' imbianca, un’alba che indora l’acqua e la terra o un tramonto pieno di nostalgia, Dante con la potenza della sua arte ci riempie il cuore di sdegno o di pietà, ci fa ridere o piangere, ci fa fremere o ci intenerisce, ci meraviglia, ci abbaglia, ci trasporta, ci esalta, ci immerge nelle tenebre o ci tuffa nella luce, ci sprofonda nelle voragini senza fondo piene d’orrendo tumulto o ci solleva nelle pure regioni dei cieli fra le angeliche armonie. 

Nessuno come lui seppe con tanta originalità concepire un mondo fantastico così vasto e vario e con tanta forza tradurlo nelle imperiture forme dell’arte; nessuno come lui seppe fare risuonare il verso della bestemmia e della preghiera, del riso e del pianto, di tutto le voci della terra e di tutte le voci del cielo e passare con tanta facilità dalla tragedia all’idillio, dal sarcasmo alla collera, dalla viva rappresentazione epica al rapido impeto lirico, dal più crudo realismo al misticismo più puro; nessuno come lui seppe e riusci a rivolgere tutte le facoltà dello spirito alla formazione del capolavoro, che si impone all’ammirazione del mondo non solo per la grandiosa concezione e per la meravigliosa realizzazione artistica, ma anche per la potente unità spirituale. 

Fra i geni Dante torreggia; egli è il più grande poeta dell’umanità; ed è anche il primo e più grande poeta nostro, il vate della nazione italica. Tutto il mondo poetico dantesco — nota il Pellizzari — gravita verso la patria e la Divina Commedia «è la traduzione epica e lirica di un gagliardo e sicuro senso dell'entità nazionale. Tutto ciò che in essa è umano, converge all’Italia; tutto ciò che di divino vi è rivolto a considerazione terrena, mira all’Italia. E per la prima volta nella nostra letteratura, dall’epoca di Roma in poi, ogni uomo, ogni città, ogni regione, e i fiumi e i mari e i monti, e i lutti e le gioie, e le miserie e le virtù, e le glorie e le memorie, e l’antica storia e la nuova della nostra patria, si compongono nel pensiero e nell’arte con quella medesima indistruttibile unità che essi ebbero da Dio, e che nessuna umana vicenda poté o potrà mai distruggere». 
Accogliendo dalle memorie del passato — scrive il Galletti — « gli spiriti più vigorosi della tradizione latina, il sentimento di ciò che Roma e il suo diritto significa nella storia dell’umanità civile, scegliendo tra gli elementi della cultura contemporanea quelli che erano più nostri e dando loro un così potente rilievo nel suo poema, affermando fieramente la grandezza passata e presagendo con fede la grandezza futura della stirpe, legando, per così dire, il ritmo della vita di tutto il mondo all’Italia e a Roma, egli gettò il miglior seme della coscienza nazionale nostra: mentre con la sua vita lasciò alla futura Nazione un esempio mirabile di combattiva dignità. 
Nella schiavitù dei secoli seguenti, solo che baleni una speranza di riscossa, che una voce si levi nel silenzio a parlare di libertà, quella speranza da Dante trarrà gli auspici, quella voce — sia di Miche langelo o dell’Alfieri o del Mazzini o del Gioberti, di Dante ricorderà il nome come si alza un vessillo: e alla sua poesia si volgeranno i risorti nipoti, per attingere generose percezioni e forze a grandi opere».

la seconda parte: PETRARCA, BOCCACCIO E I MINORI > >


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