HOME PAGE
CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

(QUI TUTTI I RIASSUNTI) RIASSUNTO ANNI 1300 - 1400 

 LETTERATURA  
del SECOLO XIV (Petrarca, Boccaccio, i Minori)

GLI ARGOMENTI

FRANCESCO PETRARCA: LA VITA E LE OPERE. - LA VITA E LE OPERE DI GIOVANNI BOCCACCIO - GLI SCRITTORI MINORI DEL TRECENTO GLI IMITATORI DEI TRE GRANDI TRECENTISTI; FRANCO SACCHETTI; LA POESIA BORGHESE; LA PROSA ASCETICA E MORALE; LA PROSA STORICA
--------------------------------------------------

FRANCESCO PETRARCA:
 LA VITA E LE OPERE

vedi anche in RIASSUNTI con inizio "IL CANZONIERE"
(del De Sanctis)

Dal notaio delle Riformagioni ser Petracco, oriundo dell’ Incisa in Valdarno, di parte bianca ed esule insieme con Dante, e da Eletta Canigiani nacque ad Arezzo il 20 luglio del 1304 Francesco Petrarca. Visse la sua fanciullezza all’ Incisa e dopo un breve soggiorno a Pisa seguì il padre ad Avignone verso il 1313. A Carpentras, piccola città della Provenza, il Petrarca dimorò fino al 1318, compiendovi i suoi primi studi sotto la guida del grammatico italiano Convenevole da Prato, poi andò a Montpellier a studiar giurisprudenza e nel 1323 a Bologna, col fra tello Gherardo, per continuarvi gli studi giuridici. 
Morto ser Petracco nel 1325, Francesco tornò l’anno dopo ad Avignone e più per assicurarsi la vita che per vera vocazione prese l’abito ecclesiastico conseguendo però soltanto gli ordini minori e dandosi con passione agli studi letterari. Il 6 aprile del 1327, nella chiesa di Santa Chiara ad Avignone vide per la prima volta una gentildonna provenzale, che dai critici fu identificata per Laura de Noves, sposa di Ugo de Sade, e con cepì per lei quella grande passione, non ricambiata, che con varia intensità doveva durare per tutta la vita del Poeta. 

Nel 1330 il Petrarca lasciò Avignone e al seguito del vescovo Giacomo Colonna si recò a Lombez in Guascogna. Fu questo l’inizio della sua vita errabonda. Innamorato dei viaggi e mosso dal desiderio di vedere molte cose, nel 1333 visitò la Francia settentrionale, le Fiandre e parte della Germania; nel 1366 sali sulla cima del monte Ventoso e l’anno seguente fu a Roma, conquistato dalle vestigia della sua antica grandezza. Tornato in Provenza, si ritirò in Valchiusa, presso le sorgenti del Sorga, dove trascorse alcuni anni dedicandosi alla composizione di alcune opere, tra cui il poema epico latino Africa. 
Dalla solitudine operosa di Valchiusa lo at trasse la prospettiva del lauro poetico, giuntagli contemporaneamente dal Senato di Roma e dall’ Università di Parigi. Accolse l’invito romano, ma volle prima farsi esaminare a Napoli da Roberto d’Angiò. Poi l' 8 aprile del 1341, giorno di Pasqua, sul Campidoglio ricevette dalle mani del conte Orso dell’Anguillara la corona di alloro, che per umiltà depose sull’altare di San Pietro. Lasciato Roma, si recò, ospite di Azzo da Correggio, a Selvapiana, presso Parma, da dove nel 1342 fece ritorno in Provenza. Ridiscese in Italia nel 1343 come legato di Clemente VI a Napoli; nel 1347, avuta notizia della rivolta di Cola di Rienzo che aveva conosciuto ad Avignone, partì per Roma, ma, giunto a Genova, seppe che il tribuno era stato rovesciato e troncò il viaggio. L’anno dopo era a Parma quando ricevette l’annunzio della morte di Laura. Nel 1350 fu a Roma per il Giubileo e nel viaggio si trattenne un po’ a Firenze, ospite del Boccaccio; nel 1351 era a Padova, quando i Fiorentini gli inviarono Boccaccio per of frirgli una cattedra nel loro Studio e per restituirgli i beni paterni confiscati. 
Rifiutò la cattedra e tornò in Valchiusa, dove rimase fino al 1353, poi ospite dai Visconti, per conto dei quali andò come ambasciatore a Venezia, dal re di Fran cia e dall’ imperatore di Germania. Nel 1361 lo troviamo a Padova, alla corte dei Da Carrara; nel 1362 si trasferì a Venezia; nel 1370 si ritirò ad Arquà, sui Colli Euganei, in una sua casetta, circondata da un uliveto e una vigna e qui visse per circa cinque anni in compagnia della figlia naturale Francesca, e vi morì la notte del 19 luglio del 1374.

  Nei suoi viaggi il Petrarca, cultore appassionato della letteratura classica, ricercò e trovò nelle biblioteche e nei conventi copie manoscritte (codici) di opere antiche smarrite e si diede con amore e pazienza a correggere i molti errori di cui gli amanuensi avevano inzuppato i testi classici. Per questo riguardo egli va considerato come un precursore di quel movimento culturale, chiamato umanesimo, che si sviluppò nel secolo XV. Am miratore della grandezza romana e innamorato della cultura latina, diede un segno tangibile di questa ammirazione e di questo amore nelle sue numerose epistole dirette ai grandi dell’antichità -che erano poi gli amici cui dava nomi antichi -  dettando in lingua latina la maggior parte delle sue opere e precisamente quelle che gli diedero fama di erudito e di poeta fra i contemporanei. 
Rilevante è il numero di queste sue opere latine, scritte in versi e in prosa. In versi egli scrisse l’Africa, il Bucolicum carmen e le Epistolae metricae, in prosa il De viris illustribus, i Rerum memorandarum, l' Itinerarium Syriacum, il Secretum, il De vita solitaria, il De ocio religiosorum, il De remediis utriusque fortunae, il De sui ipsius et multorum aliorum ignorantia, i Libri IV invectivarum contra medicum quemdam, l’Apo logia contra cuiusdam anonymi Galli calumnias e le Epistulae

Dall’Africa il Petrarca attendeva la gloria, ma non l’avrebbe avuta se soltanto a questo poema egli avesse affidato il suo nome. Nei nove libri di quest’opera, infatti, c' è più storia che poesia; i caratteri mancano di rilievo, l’azione è fredda e gli espe dienti retorici non valgono a dissimulare la mancanza dell’affiato epico. Pur qua e là nel poema, che è la parafrasi della narrazione liviana della seconda guerra punica, si trovano passi di grande bellezza come negli episodi in cui il poeta canta lirica mente l’amore di Massinissa per Sofonisba e i lamenti del moribondo Magone. 
Di molto inferiori per ispirazione ed espressione sono le dodici ecloghe riunite sotto il titolo di Carmen bucolicum, nelle quali all’artificiosità e alla freddezza si aggiunge l’oscurità dell’allegoria, e le Epistolae metricae in esametri, in cui talvolta, ricordando il passato o dando sfogo all’anima innamorata, si riscontra freschezza di espressione e calore di sentimenti. 
Pregi maggiori hanno le opere in prosa. Nel De viris illustribus, in cui sono narrate le vite di ventuno personaggi romani, due greci e un cartaginese, c' è ordine, chiarezza e un tentativo di valutazione critica; nei quattro libri Rerum memorandarum, dove si discorre dell’ozio e della prudenza, c' è abbondanza di esempi storici addotti a sostegno di ammaestramenti morali. Molto interesse ha l' Itinerarium syriacum, che è una guida alla Terrasanta con ragguagli di storia ed arte, e non meno ne offre il De sui ipsius et mul torum aliorum ignorantia, vivace trattatello in cui non si sa se facciano più senso gli at tacchi contro Aristotele e le lodi di Platone o la difesa che il Poeta fa di se stesso.

  Molta vivacità si riscontra nei Libri IV di invettive contro un medico, dove si difende la poesia e si attacca il ciarlatanismo di certi medici, e nell’Apologia contro le calunnie di un francese, con la quale il Petrarca aspramente polemizza con Giovanni di Hesdin intorno alla quistione, allora d’attualità, del trasferimento della sede pontificia di Avi gnone a Roma. 

Grande interesse hanno per noi più che per l’arte, per le copiose notizie biografiche dell’Autore, le numerosissime epistole in prosa che si dividono in familiari, senili, varie e sine titulo ; ma più grande ancora il De remediis, il De vita solitaria, il De Ocio religioso rum e il Secretum. Queste opere ci mostrano l' irrequietezza dell’animo del Poeta, l’in timo dissidio che lo agita, il desiderio intenso di pace che lo tormenta, di quella pace che cerca e che non trova, e il contrasto vivissimo tra la brama di uscire dalle passioni mondane e le passioni stesse da cui non sa liberarsi. 
Nel Secretum il contrasto interiore è espresso con vivezza straordinaria; qui non c’ è la retorica apologia della vita solitaria o della vita monastica, ma il dramma intimo del poeta che invano tenta, al cospetto della Verità, difendersi dalle accuse di Sant’Agostino; c’ è la lotta aspra che si combatte nell’animo dell’uomo, il quale vorrebbe staccarsi dalla vita mondana e disprezzarla, ma non sa nè può, troppo salde sono le catene che lo tengono av vinto agli effimeri beni di questa terra e più grande della sua volontà è la passione per Laura. 

Queste ultime opere ci aiutano moltissimo a penetrare nell’animo del Petrarca e a comprendere non pochi atteggiamenti spirituali del Canzoniere che è il suo capolavoro. Sonetti, canzoni, sestine, ballate, madrigali in volgare, d’argomento politico, religioso, morale, amoroso, formano il canzoniere petrarchesco. Due canzoni politiche ci sono in esso di meravigliosa bellezza: Spirto gentil, che quelle membra reggi, rivolta forse a Cola di Rienzo per esortarlo a dar pace all’ infelice Roma, e Italia mia, benchè il parlar sia indarno, indirizzata ai signori italiani perché si liberino dalle milizie mercenarie stra niere e diano libertà alla comune patria, nelle quali canzoni mostra quanto sia grande il suo patriottismo e quanto sia vigoroso il suo impeto lirico. In quest’ultima canzone, che è una appassionata preghiera ai potenti, c’ è l’amore immenso del Poeta per la patria e per il suo popolo vilipeso, c' è la rievocazione viva delle glorie passate e l’affermazione della virtù della stirpe, c’ è il disprezzo per i barbari, c' è la com mozione del figlio per la terra natia, il dolore dell’uomo per le sofferenze degli Italiani e infine la fede in Dio, invocato perché parli al cuore dei signori e li volga ad operare per la redenzione dell' Italia. Da tutti questi sentimenti perfettamente fusi e ravvivati dall’ impeto fantastico sgorga una calda eloquenza, che non è retorica e non è razio , ma è l’espressione efficace dell’esaltazione del Petrarca esattamente corri spondente al fantasma poetico, che qui sembra mosso da un potente spirito religioso. 

Queste due canzoni ed altre rime politiche rappresentano parentesi nelle vicende cantate nel Canzoniere che, per la massima parte, sono amorose. E difatti il Canzoniere altro non è che la storia del suo amore o meglio la storia dell’anima sua innamorata. Amore però diverso da quello cantato dai poeti anteriori. Per il Petrarca la donna non è la perfetta amanza, la feudale madonna dei Sicifiani, e non è l’angelo sceso dal cielo che abbaglia con la sua luce gli occhi dei rimatori del dolce stil novo; ma è la donna vera e viva, di cui si possono ammirare le bellezze corporee, dai capelli d’oro che cadono su un bel fianco. E l’amore non è l’omaggio cavalleresco dei provenzaleggianti, non è la mistica contemplazione dei toscani nuovi che, attraverso l’oggetto amato, idealizzato e quasi divenuto simbolo, e innalzano l’anima fino al Cielo; ma è l’amore schiettamente umano con tutte le sue dolcezze e tutti i suoi tormenti, il quale, anziché in regioni eteree, ha sede e si svolge sulla terra, fra la cornice della natura che, ora, per intero partecipa alla poesia. 

Della sua anima innamorata il Petrarca ci narra dunque le vicende, della sua anima, tutta presa da quella passione che, nata in una chiesa di Avignone, va a nascon dersi e ardere nella solitudine dolce della Valchiusa. E quest’anima egli la interroga e la scruta ogni giorno e l’apre tutta, e noi vi leggiamo dentro come in un libro, e un’immagine vi troviamo stampata, fonte di gioia fugace e di perenne tormento: quella di Laura. Laura riempie l’anima del Petrarca e ne riempie la poesia. Essa cam peggia nel mondo poetico dell’infelice amante; con lui noi la vediamo, la sognamo, l’ammiriamo, l’amiamo; ne vediamo la perfetta bellezza che parla allo spirito e ai sensi, ne seguiamo gli atteggiamenti, i modi sovente disdegnosi, ne sentiamo la voce dolce e il dolce riso; con lui la rievochiamo bella e crudele e non ce ne sappiamo distaccare. Causa d’atroce martirio questa donna bellissima: martirio del cuore e martirio del senso; del cuore che spasima e si consuma nell’ incendio; del senso, che spinge l’amante a desiderare con ardore l’intensa voluttà d’una notte senz’alba — " solo una notte e mai non fosse l’alba" — e sarebbe già pago se i suoi occhi potessero ammirare la sua nudità bagnata dalle fresche acque del fiume. 
Ed anche martirio è il dubbio; forse il martirio più atroce. Egli non sa se Laura l’ami o no, e il dubbio è cagione di speranze e di sconforti, di illusioni e di tristezze. Il poeta cerca la pace al tormento, la pace nella lontananza e nella solitudine; ma anche nei luoghi più remoti e solitari il dolce fantasma lo segue e l’amore gli fa crudele e pur soave compagnia. 

Il tormento continua ; il desiderio insoddisfatto lo rode. Alle pene che torturano il Poeta altre pene ora si aggiungono suscitate dal pensiero che questo amore lo allontani dal bene e da Dio. Il turbamento della coscienza rende più acuto il tormento. Il Poeta vuole liberarsi da quest’amore terreno, piange, prega, si dispera; ma la passione è più forte della sua volontà e vince ("e veggio ‘1 meglio ed al peggior m’appiglio"). Gli balena per un momento l’idea del suicidio, ma egli sa che neppure la morte lo solleverà dal peso di quell’amore e cerca ancora il conforto nella preghiera; ma, ahimè!, anche quando le sue labbra pregano, il suo pensiero corre a Laura ("Padre del ciel, dopo i perduti giorni,...".

Poi un improvviso avvenimento colpisce l’anima del Poeta: la morte di Laura. Nel dolore, la lotta interiore si placa; l’amore muta ma non scema di intensità; e il canto assume accento diverso. Cessano le ansie del dubbio, si acquietano quelle del desiderio insoddisfatto ; l’interiore tormento si muta in vivo ricordo e in triste rimpianto e l’illusione crea una nuova realtà fantastica. Laura è sempre viva nel cuore e nella mente del Poeta, ma non è più, come una volta, crudele e spietata a lui. La donna che, da viva, per virtù non mostrò amore, ora che è salita al Cielo l’ama e lo consola. E una nuova situazione il mutato atteggiamento del fantasma determina nell’ interiore vicenda: il desiderio pungente è scomparso, il dubbio ha ceduto il posto alla certezza, l’affanno alla calma, e il contrasto fra il bene e il male è deviato dall’anima del Poeta. Ma Laura, sebbene in Paradiso, non si è spiritualizzata come Beatrice; essa è rimasta donna, mantiene ancora tutte le grazie della femminilità. Non più però oggetto di tormento, bensì di pace; non più stimolo a pensieri e sentimenti profani, ma ad alti sensi religiosi. Il canto dell’innamorato ora diventa preghiera, la preghiera del penitente che invoca il soccorso della Vergine e che pur non sa del tutto dimenticare la figura e la mortale bellezza di colei che gli ha tutta ingombrata l’alma. Così nel Petrarca l’intimo dramma, che ha non pochi accenti ed atteggiamenti di modernità, si conchiude in un'atmosfera tutta medievale, riversandosi e componendosi nel misticismo. 

Tutto il dramma della sua anima innamorata il Poeta lo rappresenta nel suo Canzoniere a volte con artifici che furono poi esagerati dall’innumerevole schiera di imitatori, spesso con accento sincero e perciò commosso. Una soave malinconia è la caratteristica di quest’accento, che scaturisce dal temperamento irrequieto dell’uomo e dalla parti colare situazione dell’amante, una malinconia che nasce dal tormento, dal dissidio interiore, dal ricordo, e pervade i sentimenti del Poeta e riveste tutte le cose che sono oggetto del suo canto. Anche la natura si fa triste nella poesia petrarchesca perchè essa è chiamata a partecipare ai sentimenti del Poeta e non è semplice elemento ornativo del canto, ma attrice, insieme con il Petrarca, del dramma. E per ciò che la natura vive potentemente nel canto e, rievocata, suggerisce versi di immortale bellezza, dove non sappiamo se ci conquista maggiormente la vivezza pittorica o la musicalità del suono o la commozione dell’espressione.

Dai bei rami scendea
  (dolce nella memoria)
  una pioggia di fior sovra il suo grembo; 
ed ella si sedeaumile in tanta gloria,
  coverta già dell’amoroso nembo. 
Qual fior cadea sui lembo, 
qual su le treccie bionde, 
ch’oro forbito e perle 
eran quel dì a vederle; 
qual si posava in terra, e qual su l’onde,
qual con un vago errore
girando parea dir: — Qui regna Amore.

Altra opera in volgare del Petrarca sono i Trionfi, poemetto in dodici canti in terza rima, di evidente imitazione dantesca, frutto di una fredda immaginazione anziché di una calda fantasia, dove Laura è divenuta un simbolo e sotto forma di allegoria si vuoi mostrare la vanità e la caducità di tutte le cose umane. Ma questa è opera che non aggiunge altri titoli di fama al Petrarca, la cui grandezza è solo riposta nel Canzoniere poema lirico insuperabile, in cui il cantore di Laura seppe esprimere i fantasmi e le voci del suo mondo con calore, vivezza e sincerità, dando sviluppo all’ elemento musicale della nostra lingua e mostrando come questa nelle sue mani sia divenuta un perfettissimo strumento di arte.

GIOVANNI BOCCACCIO
  LA VITA E LE OPERE

Nacque a Parigi, nel 1313 dagli amori illegittimi di Boccaccio di Chellino, mercante di Certaldo in Valdelsa, con una gentil donna francese. Condotto fanciullo a Firenze, vi fece i primi studi sotto Giovanni da Strada; avviato al commercio, fu verso il 1328 mandato a Napoli, dove il padre aveva relazioni d’affari; ma, essendosi mostrato inetto alla mercatura, dopo tre anni si diede allo studio del diritto canonico per il quale non mostrò davvero troppa disposizione.
 Napoli era allora centro importantissimo di coltura, per il favore accordato ai dotti da Roberto d’Angiò, ed era anche sede di una corte fastosa dedita ai piaceri. Vi fu ammesso per la sua amicizia col fiorentino Niccolò Acciaiuoli, che più tardi doveva diven tare gran siniscalco del regno, Giovanni Boccaccio ebbe modo di frequentare i dotti e, alla loro familiarità sentì nascere il suo amore per le lettere. 
Vita di piaceri fu quella a Napoli di Boccaccio ed anche di amori. Delle non poche donne che conobbe e corteggiò una gli ispirò una vivissima passione: Maria dei conti d’Aquino, figlia naturale del re, sposa di un gentiluomo della corte, della quale il Giovane Boccaccio si innamorò il sabato santo del 1336 e che, corrotta come tutte le dame dell'alta società napoletana di allora, non gli fu lungamente fedele. Però la ricordò sempre e sotto il poetico nome di Fiammetta la immortalò nella sua opera. A causa di dissesti finanziari paterni, dovuti al fallimento dei Bardi, banchieri fiorentini, verso la fine del 1340 il Boccaccio fu costretto a tornare a Firenze, dove per le strettezze economiche della famiglia e i dissidi col padre condusse alcuni anni di vita grigia ed annoiata. A Firenze era nel 1345 quando gli giunse la notizia della morte di Maria d’Aquino, ma nel 1346 lo troviamo a Ravenna, ospite di Ostasio da Polenta e l’anno dopo a Forlì, presso Francesco degli Ordelaffi, che forse nel 1348 accom pagnò a Napoli. 
Morto il padre, tornò nel 1349 a Firenze per assumere la tutela del fratellastro Jacopo e per amministrare la scarsa eredità paterna. Dalla repubblica fiorentina fu inca ricato nel 1354 e nel 1365 di recarsi come ambasciatore alla corte papale di Avignone e nel 1368 a quella di Roma. Nel 1350 conobbe a Firenze Francesco Petrarca e con lui si legò di affettuosa amicizia, che soltanto la morte doveva spezzare. Nel 1351 andò a trovarlo a Padova per comunicargli che Firenze gli restituiva i beni confiscati e gli offriva una cattedra nello Studio fiorentino. Lo visitò una seconda volta a Milano nel 1359, poi si recò a Venezia, poi tornò a Firenze in compagnia di Leonzio Pilato, dotto calabrese, che fece nominare lettore nello Studio e con l’aiuto del quale imparò un po’ di greco. 

Nel 1362 ricevette la visita del certosino Gioacchino Giani, il quale gli diede notizia che al confratello Pietro Petroni, senese, morto poco prima in odore di santità, era stata rivelata la prossima fine del Boccaccio e lo esortò pertanto a lasciare gli studi pro fani e a darsi alla penitenza. Turbato dal pronostico, il Boccaccio scrisse per consiglio al Petrarca, manifestandogli il proposito di cambiar vita. Sebbene dissuaso dall’amico, da allora abbandonò l’arte del novellare e si diede a pazienti lavori di erudizione. 
Nello stesso anno 1362, invitato dall’Acciaiuoli, che era divenuto gran siniscalco della regina Giovanna I, si recò a Napoli sperando di trovare un ufficio dignitoso; ma, deluso nelle sue speranze, andò a Venezia, dove visse tre mesi ospite del Petrarca. Poi si ritirò a Certaldo e vi dimorò per un po' di tempo; ma Napoli lo attirava e lo scrittore, lascian dosi vincere dalla nostalgia, vi tornò per la terza volta, fermandosi durante il viaggio a Montecassino. Rimase nella capitale del reame angioino poco più di un anno. Nel 1372 lo ritroviamo ancora a Certaldo. L’anno seguente, dietro invito del comune di Firenze, accettò l’incarico di commentare al pubblico nella chiesa di Santo Stefano di Badìa la Commedia di Dante. Iniziò la lettura il 23 ottobre del 1373, ma al principio del 1374 interruppe per la salute malferma la nobile fatica e si ritirò di nuovo a Certaldo dove la morte lo colse il 21 dicembre del 1375. 

Le opere della sua gioventù, anteriori al suo capolavoro, sono il Filocolo, il Filostrato, la Teseide, l’Ameto, l’Amorosa Visione, la Fiammetta e il Ninfale Fiesolano
Il Filocolo (fatica d’amore) fu scritto per desiderio di Maria d’Aquino. E' un romanzo in prosa, in sette libri, in cui sono narrate le vicende di Florio e Biancofiore, i leggendari amanti, la cui storia era allora molto diffusa in tutta l' Europa. Ma è opera piuttosto pesante, infarcita di inopportuna erudizione, dove la retorica soverchia l’arte e gli episodi se condari interrompono sovente l’azione principale. Pur tuttavia qua e là si riscontra qualche scena vivace, qualche tentativo di analisi psicologica e l’attitudine dell’autore a lavori di minor lena ma di non più facile composizione, quali le novelle. 
Il Filóstrato (il vinto da Amore) è un poema in nove canti, in ottava rima. Vi è narrata la vicenda amorosa di Troilo, figlio del re Priamo, il quale ama riamato la vedova Griseida, figlia del sacerdote greco Calcante, prigioniera dei Troiani durante il famoso assedio. Tradito da lei, che, liberata, si dà in braccio a Diomede, Troilo, trova la morte in battaglia per mezzo della lancia di Achille. Qui il poeta mostra di essere ancora lon tano dalla maturità artistica, ma l’opera ha tuttavia pregi indiscutibili: caratteri vigo rosamente disegnati, sentimenti vivamente espressi, episodi vivacemente rappresentati, numerose ottave notevoli per l’eleganza e l’armonia, e giusta proporzione di parti. 

Altro poema in ottave è la Teseide, che, sullo sfondo della guerra mossa da Teseo alle Amazzoni e al re di Tebe Creonte, racconta in dodici libri i casi di Arcita e Palemone. Innamorati entrambi di Emilia, sorella della regina delle Amazzoni, dietro proposta di Teseo si contendono in campo con le armi la mano della bellissima giovane, la quale, essendo morto Arcita, viene concessa, sebbene vinto, a Palemone. Più che un poema epico la Teseide è una lunga novella cavalleresca, dove tra la esagerata prolissità e la fiacchezza dell’azione non mancano tratti di vivacità descrittiva. Notevole è il fatto che per la prima volta l’ottava è adoperata come metro epico. Dietro l’esempio di Dante che aveva trasformato in simbolo, esaltandola, Beatrice, il Boccaccio esalta la sua donna per mezzo dell’allegoria nell’Ameto e nell'Amorosa Visione.

  Il primo è un romanzo pastorale in prosa intramezzata da diciannove canti senza rima in cui, narrando l’amore del pastore Ameto per sette ninfe, che simboleggiano le quattro virtù cardinali e le tre teologali, il poeta vuoi mostrare come l’uomo, liberandosi dalle passioni sensuali, possa innalzarsi all’amore di Dio. Maggiore è l'imitazione dantesca nell’Amorosa Visione, poema di cinquanta canti in terzine, in cui si can ta un viaggio allegorico del Poeta sotto la guida che simboleggia forse la Ragione, la quale, dopo avergli mostrati quattro affreschi raffiguranti il trionfo della Sapienza, del la Gloria, della Ricchezza, e dell’Amore e un altro sulla Fortuna, lo conduce in un giardino dove c'è Fiammetta. Sparita la visione della donna amata, la Ragione promette al Poeta di condurlo veramente a lei se seguirà il cammino della virtù. 

Di gran lunga superiore alle opere precedenti per valore artistico è la Fiammetta, ro manzo in prosa in cui è narrata la storia della passione profonda di una donna per Panfilo, al quale si mantiene fedele dopo esserne stata abbandonata e tradita. Mutate le parti è la storia dell’amore del Boccaccio per Maria d’Aquino. Qui il Poeta, ispirato dal ricordo e dalla passione, forse non ancora spenta, sa dettare pagine commosse e colorite in cui calda è l’espressione del tormento interiore di Fiammetta e vivace la rap presentazione della vita napoletana pur abbondando i richiami mitologici e storici, che un po' arrecano danno all’insieme dell’opera.

Il Ninfale Fiesolano è un poemetto idillico-pastorale in ottava rima. Esso racconta amori del pastore Affrico e della ninfa Mensola, la loro trasformazione in fiumi e storia del loro fortunato figlio Pruneo. È l’opera migliore del Boccaccio giovane. In essa l’argomento non nuovo è trattato in modo originale e una calda umanità vi palpita e fa di una leggenda mitologica un vero romanzo, semplice nelle vicende e pieno di contrasti interiori. Quelle e questi sono rappresentati ed espressi con vivacità  e calore in ottave che, se a volte sono incerte, sovente sono linde ed armoniose e hanno la ingenua freschezza delle strofe popolari. 

In volgare e in latino sono dettate le opere del Boccaccio posteriori al Decameròn:  Il Corbaccio, o Labirinto d’Amore, la Vita di Dante, il Commento alla Commedia di Dante, le Rime, il Bucolico carmen, il De Casis virorum illustrium, il De claris mulieribus, il De geneaiogiis deorum gentilium e, per non citare altri scritti di minore importanza o di dubbia autenticità, il De montibus, Sylvis, lacubus, fiuminibus, stagnis, seu paludibus et nominibus maris. 

Il Corbaccio è una satira in prosa scritta tra il 1354 e il 1355 per ven dicarsi di una vedova che si era burlata del Poeta. In esso il Boccaccio immagina trovandosi smarrito in un labirinto amoroso, vede in sogno l’anima del defunto ma rito, il quale gli svela i difetti fisici e morali della moglie, salvandolo così dall’abisso in cui stava per precipitare. Non si può negare che nella satira ci siano tratti efficacissimi e scene vivacemente ritratte, ma l’insieme è privo di ispirazione e di modesto val ore artistico. 

Notevole importanza, per le notizie biografiche la prima e come documento della cri dei tempi il secondo, hanno la Vita di Dante e il Commento alla Commedia, e consi evole valore artistico hanno le varie rime — sonetti, madrigali, ballate, canzoni — le quali, pur tra gli echi della poesia del dolce stil nuovo e petrarchesca, non mancano accenti commossi e di scene vivamente colorite, e la Caccia di Diana, poemetto in dic iotto canti (alcuni dicono di dubbia autenticità) ricco di quadretti leggiadri.

 Modesto valore hanno pure le sedici ecloghe del Bucolicon carmen e le epistole metriche, vario argomento, dove alla mancanza d’ispirazione non supplisce la lingua latina, trattata con poca eleganza e correttezza. Giudizio migliore non si può dare sulle compilaz ioni erudite, le quali, sebbene abbondino di notizie e siano frutto di pazienti ricerche, sono aridi elenchi e repertori che non rivelano nessuna traccia di originalità e di critica. 

L’opera per merito della quale vive e sempre vivrà il nome del Boccaccio è il Decamerone. E' una raccolta di cento novelle scritte tra il 1348 e il 1354, che l'autore volle riunire in una cornice, seguendo l’esempio che gli veniva dall’Oriente e dall’ Italia medesima (il Libro dei Sette Savi). 

Il Boccaccio immagina che nel 1348, mentre a Firenze infuria la peste, sette donzelle — Pampinea, Filomena, Neifile, Fiammetta, Elisa, Lauretta ed Emilia — e tre giovani — Filostrato, Panfilo e Dionèo — si ritrovino una mattina nella chiesa di Santa Maria Novella e, per sfuggire al morbo, stabiliscano di ritirarsi in una villa alle pendici dei colli fiesolani. Qui trascorrono tra danze, suoni, canti conviti, passeggiate e lieti discorsi due settimane, e tranne il venerdì e il sabato, ogni giorno eleggono un re o una regina e ciascuno racconta una novella. L’argomento ge nerico delle novelle di ciascun giorno è fissato dal re o dalla regina. Liberi sono però gli argomenti del primo e del nono giorno e facoltà di raccontare tutto ciò che gli piaccia ha Dioneo che rappresenta l’autore. Ogni giornata comincia con un proemio e termina con una ballata. Così il volume, oltre l’introduzione e la chiusura, contiene cento novelle e dieci ballate. 

Oziosa fatica è ricercare le fonti del Decameron. Si sa che il Boccaccio non tutto in ventò e trasse gran parte della sua materia da tradizioni classiche e medievali, da no velle di origine orientale, dai fabliaux francesi, da novelle e romanzi italiani, da cantori popolani, da leggende orali, dalle cronache e dalle storie, e dai casi della vita con temporanea. Ma l’originalità non sta soltanto nel trattare  materia nuova. La novità in arte conta fino a un certo punto. Quel che conta è la elaborazione fantastica, cioè la creazione e l’espressione. E in questo il Boccaccio è originalissimo. Uno scarno fatto di cronaca, una sfumata tradizione, un abbozzo di novella, che gli hanno offerto lo spunto, si ampliano, si trasformano, si coloriscono, prendono rilievo, assumono precisione di linee, acquistano calore e vita nell’arte del Boccaccio. 

Vastissimo è il mondo in cui il Boccaccio si muove. Egli non si impone limiti di tempo e di spazio, ma cerca la materia in ogni età e in ogni luogo; fruga ogni angolo e ritrae ogni aspetto dell’umanità. Nel Decarnerone c' è la città e la campagna, la terra e il mare, la corte e la via, la chiesa e la casa, la società elegante e il popolo; agiscono imperatori, re, principi, baroni, cavalieri, ecclesiastici, giudici, podestà, soldati, mer canti, artigiani, contadini, servi, gentildonne, monache, cortigiane, mogli virtuose o infedeli, vedove, vergini, cameriere scaltre, avari, prodighi, furbi, sciocchi, parassiti, furfanti, malvagi, ladri, pirati, birri, cristiani, musulmani, giudei, pagani; e ciascuno ha un nome, consacrato dalla storia ma molto più spesso dall’arte: Carlo d’Angiò, Pietro d’Aragona, Giotto, il Saladino, Cangrande, Cecco Angiolieri, Guido Cavalcanti, l’abate di Cligny, Federigo degli Alberighi, Landolfo Ruffolo, Nastagio degli Onesti, Fra Cipolla, Frate Alberico, Frate Rinaldo, il Preposto di Fiesole, Ser Ciappelletto, Guccio, Masetto da Lamporecchio, Ferondo, Biondello, Calandrino, Maso del Saggio, Andreuccio da Perugia, Chichibio, il conte d’Anguersa, madonna Belcolore, madonna Fiordaliso madonna Agnese, Griselda, Ghita d’Arezzo, Oretta degli Spini, Dianora, Beatrice, Ginevra, Giletta, Peronella...e tanti altri.. 

E come sono molti i personaggi del mondo boccaccesco così molti e vari i casi nar rati: casi di uomini che, perseguitati dalla sventura, ritrovarono la gioia o di uomini che ricuperarono le cose perdute o acquistarono laboriosamente cose a lungo e con in tensità desiderate; motti arguti; amori finiti infelicemente o che superarono molt eplici ostacoli; beffe di uomini e di donne; azioni generose; avventure di terra e avventure di mare, vicende tragiche e comiche, semplici e complicate. 

Di questi casi motivazione o fine è spesso l’amore; ma non è l’amore nobilmente umano del Petrarca, non è quello mistico di Dante, non è quello ideale del dolce stil novo, non è quello cavalleresco dei Siciliani; salvo poche eccezioni l’amore delle novelle boccac cesche è ispirato dal senso e al senso mira, è torbido desiderio, è mezzo di voluttà, è godimento carnale. La Beatrice dantesca con le sue ali d’angelo è salita al cielo, ma qui ride sulla terra la prosperosa bellezza di Fiammetta.

È questo un segno dei nuovi tempi e di quelli che si avvicinano. Il medioevo è morto: la fede ha ceduto all’ indifferenza, i grandi ideali della Chiesa come quelli del l' impero sono tramontati, il pensiero dell’oltretomba non riempie le menti e non turba più le coscienze, al misticismo è succeduto il naturalismo, all’idealismo il sensualismo. E di questi nuovi tempi il Boccaccio è il poeta. 

Egli non è scettico, non è ateo crede nella virtù e pratica il culto, ma non ha la stoffa dei santo e del predicatore, non sa nè vuole risuscitare gli ideali scomparsi. Egli è l’uomo della sua età. E la vita dell’età sua mostra più vizi che virtù, è più portata al godimento terreno che alle estasi mistiche. In questa vita il Boccaccio vive e di questa vita nel Decameron ci vuole mostrare tutti gli aspetti, senza tacerne alcuno, la bontà e la turpitudine, la bellezza e la bruttezza, il vizio e la virtù, senza ipocrisia e sottintesi. E poichè i vizi superano le virtù, più spazio per essi ci sarà nella rappresentazione del novelliere. 

Certa critica miope ha voluto tacciare di immoralità non poche novelle del Boc caccio; ma immorale l’autore del Decameron non è perchè, se rappresenta certe turpi tudini egli non esalta il vizio e al vizio non cerca di condurre il lettore, perchè come il suo cuore non è corrotto così non è l’arte sua corruttrice di costumi. Va guardato al di fuori di ogni preoccupazione o preconcetto morale; egli va considerato soltanto come artista e, come tale, è grandissimo. 

Egli si muove con grande agilità nel suo mondo e ce ne dà una rappresentazione potente. Poco felice a trattar la materia tragica, è felicissimo nei comico. La comicità più schietta sprizza dalle situazioni, dai personaggi, da certi contrasti che l’autore ci presenta, da beffe, da motti, da giuochi di parole; ma essa non è amara, produce il riso non la satira, è sorgente di godimento non di sdegno. 

Il Boccaccio è il creatore della novella nella letteratura occidentale. Da umile componimento egli la portò ad alto grado di perfezione, facendosi modello ai novel lieri futuri. Nei breve giro di poche pagine seppe chiudere vasti orizzonti, seppe far vivere uomini e cose, intrecciare e svolgere vicende umane, creare tipi indimenticabili, analizzare sentimenti, mostrando insuperabile maestria nel dare rilievo alle figure, nel distribuire le ombre e le luci, nell’equilibrare le parti e rivelandosi profondo cono scitore dell’animo umano. 

Adeguata alla potenza della fantasia è nel Boccaccio l’efficacia dell’espressione, e strumento abilissimo di questa è il periodo, il quale se è notarile, uniforme, pesante, artificioso, faticosamente complesso quando esprime ciò che il sentimento e la fantasia non riscaldano, è un organismo vivente quando serve a ritrarre il lato comico e sensuale del mondo del Boccaccio. 

Il suo periodo — scrisse il De Sanctis — è allora  « una linea curva che serpeggia e guizza nei più libidinosi avvolgimenti, con rientrature e spezzamenti e spostamenti e riempiture; e sono vezzi e grazie e civetterie di stile, che ti pongono innanzi non pur lo spettacolo nella sua chiarezza prosaica, ma il suo motivo sentimentale e musicale. Quelle onde sonore, quelle pieghe ampie della forma latina, piena di gravità e di decoro, dove si sente la maestà e la pompa della vita pubblica, trasportata dal foro nelle pa reti di una vita privata oziosa e sensuale, diventano i lubrici volteggiamenti del piacere stuzzicato dalla malizia. In bocca a Tito, a Gisippo, senti la retorica imitazione di un mondo fuori della coscienza: l’aria è pur quella, ma cantata da un borghese che non ha il sentimento e sbaglia spesso il motivo. Qui al contrario, in questo mondo erotico e malizioso, hai la stessa aria, penetrata da un altro motivo che la soggioga e se l’assimila; e quelle forme magniloquenti che arrotondivano la bocca degli oratori, arrotondiscono il vizio e gli danno gli ultimi finimenti e allettamenti. I latini nell’espressione del comico gettavano via le armi pesanti e vestivano alla leggera: il Boccaccio concepisce come Plauto e scrive come Cicerone. Pure, il suo concepire è così vivo e vero, che Cicerone si trasforma nella sua immaginazione in una sirena vezzosa che tutta in sè si spezza e si dimena. Ma spesso, tutto dentro nel soggetto, getta via gli in viluppi e i contorcimenti e salta fuori snello, rapido, diritto, incisivo.
Maestro di scorciatoie e di volteggiamenti la sua immaginazione, covata da un sentimento vero, spazia come padrona tra forme antiche e moderne, e le fonde e ne fa il suo mondo, e vi lascia sopra il suo stampo. Sa rebbe insopportabile questo mondo e profondamente disgustoso, se l’arte non vi avesse profuse tutte le sue veneri, inviluppando la sua nudità in quelle forme latine come in un velo agitato da venti lascivi. L’arte è la sola serietà del Boccaccio, la sola che lo renda meditativo fra le orge dell’ immaginazione e gli corrughi la fronte nella più sfrenata licenza, come avveniva a Dante e al Petrarca nelle loro più alte e pure aspirazioni. Di modo che è uscito uno stile dove si trovano fusi i vari uomini che vivevano in lui: il lette rato, l’erudito, l’artista, il cortigiano, l’uomo di studio e di mondo; uno stile così per sonale, così intimo nella sua natura e al suo secolo, che l' imitazione non è possibile, e rimane monumento solitario e colossale fra tante contraffazioni ». ( De Sanctis)

GLI IMITATORI 
E GLI SCRITTORI MINORI DEL TRECENTO

Nel quadro complessivo, abbiamo già detto, ci sono anche le opere di autori minori. Dei trecentisti minori — come comune mente sono chiamati gli scrittori vissuti nell’età dei tre grandi di cui abbiamo esami nate le opere — non pochi tentarono procedere sulle orme di Dante, del Petrarca e del Boccaccio. Imitarono Dante nella lirica Sennuccio del Bene, Matteo Frescobaldi, Cino Rinuccini e Giovanni Quirini, alle cui rime non mancano semplicità e leggiadria; eb bero invece presente la Commedia Francesco (Cecco), Stabili d’Ascoli, arso vivo come stregone nel 1327, autore di un poema dottrinale in terzine doppie intitolato l’Acerba; Fazio degli Uberti, pronipote di Farinata, che scrisse il Dittamondo, indigesto poema geografico-storico in terzine; Jacopo Alighieri, che ci lasciò il Dottrinale; e Federico Frezzi, che compose il Quadriregio.

Imitatori del Petrarca furono il già citato Rinucini e Bonnaccorso da Monte magno. Una certa originalità e forza di colorito e di passione hanno le liriche civili di Fazio degli Uberti, di Pietro de’ Faitinelli e di Bindo da Cione, e la poesia borghese, di cui sono rappresentanti il fiorentino Pieraccio Tedaldi, il senese Bindo Bonichi, il bolognese Graziolo de’ Bambaglioli, Antonio Pucci, che oltre al Centiloquo (91 canti in terzine), in cui ridusse la Cronica del Villani, e al vivace capitolo Le proprietà di Mercato Vecchio, e ad altre rime varie, compose cantari cavallereschi in ottava rima; e Franco Sacchetti, che ci lasciò un vivace poemetto in ottave, La battaglia delle belle donne di Firenze con le vecchie, coloratissime cacce, saporite frottole, sonetti e canzoni divario argomento e ballate di cui è notissima O vaghe montanine pastorelle. 

Il Boccaccio fu imitato dal lucchese Giovanni Sercambi, alle cui novelle invano si  è sforzato di attribuire valore artistico qualche critico moderno; poi Ser Giovanni Fio rentino, autore del Pecorone, arida e scialba raccolta di cinquantatre novelle che si fingono narrate nel parlatorio di un convento di Forli da un frate e una monaca inna morati, i quali alla fine di ciascuna giornata cantano ballate. 

Un posto a sé tra i novellieri del Trecento merita .Franco Sacchetti. Da paragonarsi al Boccaccio egli non è che gli manca l’attiva fantasia e la potenza di rappresentazione del certaldese, non sa scrutare i moti dell’anima e creare grandi quadri palpitanti di vita e ricchi d’umorismo ; ma non è neppure un novelliere mediocre. In duecentoventitrè novelle, quante sono quelle che ci lasciò, egli racconta aneddoti e motti, svolge trame semplici e brevi, schizza figure e scene con sobrietà di linee, con vi vezza di colori, con festività di rappresentazione, con freschezza di lingua e snellezza di stile tali che ne rendono piacevolissima la lettura.

Finiremo questa rapida rassegna della letteratura nel secolo XIV parlando della prosa ascetica e morale e della prosa storica. Mentre il Boccaccio mette in rilievo nelle sue novelle le scostumatezze degli ecclesiastici, fra Jacopo Passavanti scrive lo Specchio di vera penitenza, in cui tra i consigli e i ragionamenti si trovano pagine potenti per co lorito e rappresentazione; fra Domenico Cavalca in prosa limpida, viva, e volgarizza dal latino le Vite de’ Santi Padri; il beato Agostino degli Agazzari scrive un suggestivo libro d’Assempri (Esempi); fra Giovanni dei Marignolli traduce candidamente dal latino quel mirabile fiorilegio delle vicende miracolose del Santo d’Assisi che costitui scono i Fioretti di San Francesco,  e le loro lettere dettano due senesi: il beato Giovanni Colombini e Santa Caterina. La Santa di Siena scrive a papi, re, principi, cardinali, capitani, popolani, lettere in cui è — come dice il De Sanctis « il codice dell’amore cristiano »... " lettere riboccanti di affetto che raggiunge l’intensità della passione, piene di ardore e di esaltazione mistica, ora suffuse di evangelica dolcezza, ora animate da una energia forte e virile, sempre eloquenti, cui la novità e l’audacia delle immagini e l’eloquio puro e fresco danno un fascino potentissimo". 

La prosa storica ha i suoi migliori rappresentanti in Dino Compagni e in Giovanni Matteo e Filippo Villani. Il primo, cui si attribuisce anche il poemetto l' Intelligenza, scrisse una Cronica delle cose occorrenti ne' tempi suoi, tra il 1280 e il 1312, di cui per lungo tempo gli si contestò la paternità. Se di quest’opera scarso è il valore storico per le molte inesattezze e per la parzialità dell’autore, grande invece è quello artistico. Essa è, difatti, una potente rappresentazione della vita di Firenze agitata dalle lotte tra Bianchi e Neri. Il racconto dei fatti, animato dallo sdegno dello scrittore, dal suo vivissimo amor patrio e dal desiderio vano di pace e di giustizia, è colorito e caldo e so vente si muta in rappresentazione drammatica. 

Maggior valore per l’aspetto storico ha la Cronica di Giovanni Villani, che rifacendosi dai favolosi tempi della torre di Babele va fino al 1348, anno in cui morì di peste; fu prima continuata dal fratello Matteo che, aggiungendovi undici libri, la portò fino al 1363, poi dal figlio Filippo, che, in quarantadue capitoli, vi espose le vicende dal 1363 al 1364. Giovanni Villani è di parte Nera, pure la sua cronica non pecca di parzialità. Né questo è il solo e maggiore pregio dello scrittore, il quale, se si compiace del favoloso narrando le origini di Firenze, quando racconta fatti recenti o contemporanei mostra cura scrupolosa della verità e abbondanza preziosa di particolari che — non disgiunte a vivacità d’espressione, ad acume di osservazione e a certo buon senso nella valutazione dei fatti — fanno della Cronica il monumento storico più importante dell’ultimo medioevo.

continua con

PERIODO LETTERATURA XIII SEC - I "tempi" del "Canzoniere" ( De Sanctis)

PERIODO LETTERATURA XIII SEC - I "tempi" del "Decamerone" (De Sanctis)

Fonti, citazioni, e testi

Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -(5 vol. Nerbini)
Ceccg-Sapegno - Storia letteratura Italiana (10 vol. Garzanti)
Viscardi. Stori a Letteratura Italiana, Nuova Accademia
De Sanctis. Storia della Letteratura Italiana, Einaudi
Dizionario Letteratura Italiana, (3 vol) - Einaudi 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841

+
ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE 
 


RITORNA AL TABELLONE ANNI E TEMATICO