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La navigazione fluviale nell'Italia del nord, nell’Alto Medioevo

Brevi cenni sulla navigazione fluviale pavese
(gli Eustachi e la flotta viscontea, nel XV secolo)

di Mario Veronesi

Fin dall’antichità per la sua posizione geografica, situata tra due fiumi (Ticino e Po), Pavia ebbe modo di sviluppare un notevole commercio fluviale. I natanti pavesi navigarono per secoli, verso il delta del Po, per giungere a Venezia e Ravenna, trasportando ogni genere di mercanzia: materiali per costruzione (legna, argilla, mattoni, cemento), vino dell’Oltrepò, del Monferrato, e dell’Emilia, cereali e farine, ceste, granaglie sassi e ghiaia (1).

Con la saggina che cresceva abbondante sul fiume, si confezionavano scope, con i rami dei salici, esperti artigiani, intrecciavano cesti e sporte d’ogni dimensione. Anticamente esisteva in città, un mercato specifico di questi prodotti, che si svolgeva in una piazza adiacente il duomo: piazza Cavagneria dal dialetto (cavagna) che indica un tipo di cesta. Le navi riportavano in Pavia: sale, canapa ancora in canne, per le fabbriche di corda, e di sacchi della città, stoffe pregiate, e spezie provenienti dall’Oriente. Il servizio fluviale, provvedeva principalmente al trasporto di merci, la varietà trasportata assicurava lavoro per tutto l’anno, con punte più alte nei periodi dei raccolti agricoli; la merce era stipata nelle stive in sacchi, o alla rinfusa, se lo spazio della stiva non era sufficiente, il carico era posto anche in coperta.

Anticamente un servizio di linea collegava Pavia a Ravenna, e si raggiungeva la città adriatica, in cinque giorni di navigazione; Polibio, illustre storico e geografo greco del II secolo avanti Cristo, attesta che la navigazione fluviale aveva a (Ticinum) Pavia il suo capolinea, non specificava la città, ma afferma che dal mare Adriatico, le navi risalgono “contr’acqua per duemila stadi”. Sappiamo che lo stadio dei greci, era di circa 200 metri, vale a dire 400 chilometri, giusto la distanza fra il mare e Pavia.

Sidonio Apollinare, vescovo e scrittore gallo-romano, (ca. 430 - ca. 487); s’imbarcò su di una nave corriera (cursoria), che lo trasportò lungo il Ticino e il Po fino a Ravenna. Liutprando vescovo di Cremona, morto verso il 972, discese il Po fino a Ravenna in tre giorni, altri famosi viaggiatori furono, il Petrarca che discese nel 1368 da Pavia a Padova, e in tempi più recenti il Goldoni, che studente del collegio Ghislieri, tornò a casa per le vacanze estive nel 1725, navigando su di un Burchio molto confortevole.
Tra VI e l’inizio del VIII secolo, scarsissime sono le notizie giunte a noi di questo commercio, fu un periodo travagliato da guerre e invasioni.

Successivamente verso la metà del VIII secolo, il commercio rifiorì, e i primi a ripercorrere la via del Po furono, veneziani e i comacchiesi, i primi commerciavano in stoffe, pietre preziose, spezie ed in genere prodotti provenienti dall’Oriente, i secondi avevano il monopolio del sale, che estraevano dalle loro saline. Il più antico documento su questo commercio, è un trattato di navigazione tra Liutprando, (re dei Longobardi, morto a Pavia nel 744), e Comacchio datata 715, in cui erano fissate le norme con cui i comacchiesi, esercitavano il loro commercio lungo i porti del Po, e ne stabiliva i dazi. Questo trattato può considerarsi la “magna charta”, della navigazione fluviale nell’Alto Medioevo, poco dopo i veneziani, non tardarono a sostituirsi ai comacchiesi, nel dominio commerciale della valle del Po.

I pavesi fin dal IX secolo, navigavano sul Po per recarsi a Comacchio a caricare il sale, che scaricato entrava in Pavia, per una porta sita su fiume, che prese tale nome “porta Salara”, sappiamo che il monastero di S. Pietro in Ciel d’Oro, (il nome in Ciel d'Oro, deriva dalla lignea copertura dorata, che la chiesa anticamente aveva (2) possedeva saline proprie a Comacchio. Questo movimento commerciale, diede origine al formarsi della “classe mercantile”, tra cui quei “negotiatores” che sono da considerarsi il nocciolo, della futura borghesia comunale.

L’importanza della città di Pavia nella navigazione fluviale, dipendeva oltre alla sua posizione geografica, che poneva in comunicazione il lago Maggiore e il mar Adriatico, anche dal suo grado di centro politico, e sede dell’amministrazione regale in Italia; in città si tenevano le asseblee di religiosi e laici, (3) e qui transitavano stranieri e pellegrini diretti a Roma; il mercato della seta che si svolgeva due volte l’anno, in primavera il giorno delle Palme, e in autunno il giorno di S. Martino, era il più importante dell’Italia insulare e centrale, giungevano mercanti da tutta la Lombardia, da Venezia, da Salerno, e da Genova, mercanti inglesi, borgognoni, (esisteva in città un Paratico di borgognoni) e francesi.

Tale periodo duro circa tre secoli, dal VIII al XI, un periodo che potremo definire “pavese della navigazione fluviale”, e che corrisponde al periodo di massimo splendore della città, politicamente più importante del regno italico. (4) La sua flotta, nelle acque interne dell’alta Italia non temeva rivali, era considerata la più forte ed agguerrita, e la città divenne importante e potente, tanto da illudersi di poter competere con Milano. La storia della navigazione sul Ticino e sul Po, è testimoniata lungo molti secoli, da una quantità di documenti ufficiali, e di carte d’archivio. Non è possibile descrivere tutta la documentazione relativa al fiume Ticino, reperibile nell’Archivio Storico Civico, conservato presso la Biblioteca Civica Bonetta di Pavia.

Alcune pergamene della prima metà del duecento, testimoniano l’importanza del fiume, nella contesa fra Pavia e Milano; in data 28 agosto 1219 l’imperatore Federico II concede Vigevano, e altri cinque luoghi a Pavia, e ordina ai milanesi, la distruzione di un ponte, da loro costruito sul fiume. Dello stesso ponte si parla in altri documenti; un ordine di Corrado vescovo di Metz e Spira, legato imperiale in Italia, datato 24 febbraio 1221, e nel verbale di trattative, svoltesi fra i pavesi e i milanesi, dal 28 novembre al 1 dicembre 1230. In quella parte della città che si estendeva lungo le rive del fiume, si andò formando una popolazione dedita alla pesca, e alla navigazione, i “navaioli e pescatori”, i primi conducevano i mercantili, e le navi da guerra, i secondi si occupavano della pesca e delle altre occupazioni affini, ma entrambi formavano una sola classe, e quando il bisogno lo richiedeva fornivano gli equipaggi per i galeoni del ducato, abitavano in quella parte della città, posta nella parrocchia di S. Teodoro loro protettore, mentre in quasi tutti gli altri paesi rivieraschi, il protettore dei pescatori era S. Pietro, e qui si trovava la sede del loro “Paratico”. (5)

Nel medioevo, era espressamente vietato intraprendere un viaggio sul fiume, prima del suono mattutino delle campane di S. Giovanni in Borgo, S. Marco in Monte Bertone, e S. Teodoro, (2) in alcuni casi erano previste deroghe, per i navigatori che partivano da Bassignana (Alessandria), per coloro che dovevano garantire la loro presenza sui mercati, e per gli addetti al trasporto dei pellegrini.

Opicino de Canistris nel “Libellum de descriptione papie” scritto ad Avignone dal 1330 al 1336 nella descrizione della città di Pavia, cita: “Possiede i porti di due dei maggiori fiumi della Lombardia, sono importate merci da diverse parti del mondo, fino là dall’Adriatico dove si trova Venezia che dista da Pavia molte diete verso oriente, salgono lungo il Po e il Ticino navi con sale e altre mercanzie, la sia dal territorio proprio che dal Monferrato, discendono da occidente sul Po navi con vini preziosi e rossi ed altri prodotti, similmente là discendono lungo il Ticino navi con ottimi vini dalle terre dei novaresi e dei milanesi. Verso meridione il grande mare dista da Pavia meno di tre diete, anzi poco più di due, vi si trova Genova donde attraverso i monti con i muli si trasportano là sia sale, olio, pesci marini salati ed altre merci, sia spezie d’oltremare, là giungono mercanti anche da molte altre parti”. I pavesi genta esperta sia nel combattimento a terra che in acqua, capaci di costruire navi veloci e affusolate per il combattimento sui fiumi che chiamano “ganzerre”, la loro fama è nota in tutta l’Italia e da loro deriva quel grande scudo quadrato che è chiamato Pavese. Fin da fanciulli sono istruiti alla guerra, ogni anno dal 1 gennaio al mercoledì delle ceneri escluse tutte le domeniche e le festività, i giovani giocano alle battagliole (bellicula) si divide in due parti la città, la settentrionale, detta superiore, e la meridionale detta inferiore, ciascuna delle quali presenta compagnie o squadre che si dividono secondo le parrocchie d’appartenenza. Combattono gli uni contro gli altri con armi di legno, si dichiara vincitore la compagnia che vince nell’ultimo giorno di carnevale. Tutti quelli che esercitano una professione formano un collegio che chiamano Paratico, anche i corrieri del comune detti messi o servitori, i portatori Borgognoni di grano e di vino formano il loro Paratico. Ci sono circa trentacinque Paratici che hanno statuti propri e che scelgono singolarmente i loro consoli che chiamano Anziani, hanno tra i saggi e gli anziani della città un patrono cui versano uno stipendio fisso, possiedono un palazzo chiamato Palazzo del Popolo e una grossa campana che quando suona chiama tutto il popolo alle armi". (6)

Nel XIV secolo la navigazione fluviale padana divenne particolarmente fiorente, per trasportare i marmi da Candoglia alla fabbrica del Duomo, nell’anno 1439 i Visconti realizzarono la prima conca di navigazione, quella di Varenna, con la quale collegavano il naviglio Grande con la cerchia interna dei navigli, più elevata di circa un metro, la conca fu ideata da Aristotele Fioravanti da Bologna, e da Filippo degli Organi da Modena; Leonardo da Vinci ne perfeziono le porte, da lui appunto denominate (vinciane), che si aprono e chiudono al minimo dislivello idrometrico, con una soluzione semplice e geniale, tuttora validissima ed universalmente adottata. Gli Sforza, cercarono in ogni modo d’ampliare le connessioni idroviarie, sia in direzione dell’Adda e del Lago di Como, con il canale della Martesana, opera di Bertola da Novate, sia verso Pavia ed il Ticino, con il naviglio Bereguardo; progettando altre opere, che trovarono però soluzione solo nei secoli successivi. Del resto in quel periodo l’economia, e la cultura europee erano dominate dal quadrilatero formato dalle città di Venezia, Milano, Genova e Firenze, che riceveva le merci dal mare tramite l’Arno, scambiandole al porto di Pignone, presso la Porta di S. Frediano. Attraverso l’Adige, la Serenissima Repubblica di Venezia, raggiungeva via acqua Verona e Rovereto, inviando le sue mercanzie verso il Brennero; attraverso il Sile arrivava a Treviso, ed attraverso il Brenta Marostica, col naviglio di Brenta perveniva a Padova, che a sua volta col canale delle Battaglie era allacciata a Monselice ed ad Este, e col canale di Brondolo si collegava con l’Adriatico a Chioggia. Brescia era collegata all’Oglio dal suo naviglio, alimentato con una derivazione dal Chiese in località Gavardo, e prolungato sino a Canneto sull’Oglio. Dall’Oglio in località Calcio si diramava il naviglio di Cremona, progettato da Aristotele Fioravanti, che aveva costruito pure il naviglio di Parma sino a Colorno. (7)

Ma i fiumi, non ebbero soltanto una funzione commerciale, ma anche militare, durante il XI secolo, la navigazione, fu oggetto di contestazioni, e di controversie tra i nascenti comuni della valle Padana, inutilmente l’impero con la dieta di Roncaglia del 1158, si sforzò di richiamare all’autorità imperiale, i diritti pubblici intorno alle acque, ma questi rimasero in potere delle città, e furono difesi strenuamente, sia contro gli antichi feudatari, che contro i grandi monasteri e le chiese, e naturalmente contro i comuni limitrofi. Nel XII secolo, le guerre municipali divennero quasi permanenti, si combatte per terra, e per acqua, nelle città rivierasche sorsero darsene in cui si fabbricavano navigli da guerra, Ferrara, Mantova, Cremona, Piacenza, e Pavia, si segnalarono in questo nuovo campo d’attività, ma Pavia in modo particolare; la sua darsena risale al XIII secolo, e comunicava con il Ticino per mezzo di una porta fortificata. (8)

Quando la città cadde in mano ai Visconti, questi ne fecero il primo porto navale del loro stato, e dal suo arsenale partirono le flotte ducali, che nel XIV secolo, contesero a Venezia il controllo della Val Padana. Gli scontri navali erano però un’eccezione, sono note solo cinque battaglie fluviali in 500 anni di storia.

Un elemento indispensabile alla flotta, erano gli uomini, si dividevano in tre categorie: “Conestabili, Nocchieri e Navaioli”; i conestabili erano a capo dei nocchieri e dei navaioli, e avevano la direzione della nave, i nocchieri erano addetti alla navigazione, e i navaioli ai remi, e agli altri impegni di minore importanza. I pescatori e quelli addetti alla navigazione, come del resto tutti quelli che esercitavano un’arte, un mestiere, o una professione, avevano delle norme da osservare, gli “Statuti”, lo statuto più antico giunto a noi, è quello dei navaioli pavesi del sec. XIII, (9) riguarda le norme che ogni navigatore, doveva osservare navigando sul Po e sul Ticino, ma nulla dice della flotta ducale e dei suoi equipaggi. Galeazzo Visconti nel 1374, fu il primo duca che impose con uno statuto specifico, doveri e privilegi, in seguito con poche variazioni, fu sempre confermato dai suoi successori, finche ebbe vita la flotta ducale, le principali regole erano:

1) I navaioli iscritti regolarmente nei registri del capitano del naviglio, siano esenti da ogni onere reale, personale, o misto ordinario o straordinario, eccetto i dazi o le gabelle.

2) I navaioli iscritti all’albo del capitano del naviglio per servire sulla flotta, nella prima settimana d’ogni mese, si devono presentare all’ufficiale del naviglio ed essere pronti a servire sui galeoni e dare seguito almeno uno per l’altro delle promesse fatte.

3) Ognuno deve avere un remo ferrato.

4) Se qualcuno non si presenti, dia la sua parola che non si allontani dalla sua residenza, per più di un giorno senza il permesso dell’ufficiale competente.

5) Quando i navaioli devono servire sulla flotta, avranno lo stipendio in ragione di quattro fiorini il mese.

6) All’ufficiale che iscrive i navaioli, o che dà licenza ad alcuni di loro, per allontanarsi per qualche tempo dalla propria residenza, non è dovuto alcun compenso, e l’ufficiale dovrà dare la licenza richiesta, purchè l’opera di colui che la richiede, non sia necessaria per il principe.

Potremo definire i navaioli, una milizia territoriale reclutata in città e nei paesi rivieraschi, in tempo di pace si dedicavano alla pesca, al commercio, oppure alla guardia del Po e del Ticino, in tempo di guerra, salivano sui galeoni e sulle altre navi armate del ducato, le loro sedi principali erano a Pavia, Piacenza, Lodi e Cremona, dove si raccoglievano i navaioli provenienti dai centri minori; nel 1417 a Pavia erano iscritti in 150, a Piacenza verso il 1430 erano 76, a Cremona e Lodi una settantina, ben poca cosa per armare i 60 galeoni e tutto il naviglio minore, considerando che per ogni galeone occorrevano circa 50 navaioli, due nocchieri, e un conestabile, quindi si suppone che di questa categoria il capitano, si servisse in tempo di pace, per la guardia dei fiumi, in tempo di guerra fungevano da nocchieri sui galeoni, o da guida al naviglio minore, mentre alle città rivierasche era richiesto un numero d’uomini da inviare sulle navi, in funzione di navaioli addetti ai remi. Il luogo di riunione dei nocchieri e conestabili, era la darsena di Pavia, (oggi giardini del collegio Borromeo), dove si trovava la maggior parte di galeoni e di naviglio minore; un’ulteriore difesa era data, da una torre posta in mezzo al Ticino, dalla quale partivano due grosse catene, che ne bloccavano il passaggio, nei momenti di pericolo due o più galeoni ancorati alla catena stessa, fungevano da ulteriore baluardo difensivo. I navaioli di Piacenza il 26 giugno del 1435 supplicarono il duca perchè li esenti dalla tassa “equorum”, imposta loro dall’agente ducale Lodovico da Pontremoli, avendo già pagato la tassa per la custodia dei galeoni, e della darsena di Pavia, (10) da questa supplica deduciamo che le spese, occorrenti, per la custodia della darsena, e dei galeoni era di pertinenza di questa categoria, anche in altre lettere s’accenna alla tassa sui navaioli, e in una datata 7 luglio del 1418, si ordina a Pasino degli Eustachi (Capitano dei Navigli) di riscuoterla.

Nel 1431 il ducato era in febbrile preparazione alla guerra contro i veneziani, fervevano i lavori di fortificazione di Cremona, e dell’allestimento dei galeoni, tutte le classi dei cittadini furono tassate, ma i navaioli con un’ordinanza speciale furono esentati. Nel 1451 Francesco Sforza vedute le concessione fatte da Filippo Maria Visconti, e la relazione d’Antonio degli Eustachi (figlio di Pasino) allora Capitano del Naviglio, riconferma ai navaioli tutti i privilegi e le immunità, che avevano avuto in precedenza; anche sotto gli Sforza, ebbero le stesse agevolazioni avute al tempo di Galeazzo, Gian Galeazzo e Filippo Maria Visconti. Nel 1494 nella descrizione fatta di Pavia, dall’ambasciatore fiorentino alla corte di Milano si legge: “Hanno i pavesi l’arzanà dove è circa 33 galeoni e quattro o cinque che tolsono a viniziani, che gli tengono a perpetua memoria e navigasi con essi per il Tesino e pel Po, che non reggerebbero in mare e sono fatti a guisa di castelli di legname”.

Il tratto del Po, che attraversava il territorio del ducato, era di circa 250 chilometri, dal Monferrato a Mantova, e su d’esso transitava tutto il commercio, che si svolgeva con l’Italia centrale e meridionale, con la Svizzera, in parte con la Francia e i paesi dell’Europa settentrionale, i porti o i passaggi sul Po erano una trentina, e comprendevano anche ponti di barche, o semplici navi che traghettavano da una riva all’altra, nel territorio di Pavia scendendo a valle, si trovavano: portus Galii l’odierna Galliavola - Portus Dossorum Bastita de Dossi - Portus Pancarane Pancarana - Portus Tovi Rea Po - Portus Lapole Mezzana Corti - Portus Dossorum ponte della Becca - Portus Pisarelli Pontalbera - Portus Arene Arena Po - Portus Monticelorum Monticelli Pavese - Portus Placentie Piacenza, Cremona e Guastalla. Sull’Adda erano una decina, i più importanti: Olgina, Brivio, Trezzo, Vaprio, Cassano, Ripalda, Lodi, Pizzighettone. Sul Lambro, il porto di Montemalo, (sull’attuale direttiva Pavia – Lodi). Sul Ticino erano circa undici: Sesto Calende, Oleggio, Buffalora, Vigevano, Parasacco, Santa Sofia (alle porte di Pavia) Pavia, Gravellone. Sul Sesia erano tre: Paleseri, Villate e Rozasco. Tutti questi corsi d’acqua, avevano un’importanza capitale per la difesa, e l’economia del ducato, in ciascuno di questi porti, vigilava un corpo di guardia, comandato da un ufficiale addetto alla custodia del porto, che eseguiva gli ordini della Camera Ducale, e del Capitano del Naviglio. Nei porti o nei passaggi di maggiore importanza, s’innalzavano torri di difesa, e spesso avevano dei ricoveri per i galeoni, e le altre navi che rimanevano ancorate a difesa del porto stesso, o di quel tratto di fiume. Presumiamo che la flotta viscontea prima del 1432, avesse oltre 60 galeoni, e il triplo di naviglio inferiore, negli anni seguenti il suo numero diminuì sensibilmente, la ragione principale di questa diminuzione, è data dall’uso sempre più massiccio delle armi da fuoco, e dalla diminuzione della portata dell’acqua nei fiumi, dovuta all’irrigazione agricola, che dopo il 1450 entrò massicciamente in uso. (11)

I Capitani del Naviglio “Navigii Capitaneus” erano scelti fra i pescatori pavesi, Bertolino Grilli era pescatore, e discendente di pescatori, (si ricorda un Martino Grilius firmatario con altri pescatori pavesi, della supplica a Federico II nel 1248, per la conferma dei privilegi del Paratico). Antonio De La Pelizzera era pescatore, Pasino degli Eustachi figlio di Bassano pure, sino alla morte di Gian Galeazzo Visconti, i Capitani del Naviglio erano due, uno sul Ticino e l’altro sul Po, risiedeva a Pavia, era immune da dazi in tutto il territorio ducale, e in tempo di pace, era suo compito:

1) Tenere i galeoni e le navi necessarie sempre pronte per la navigazione.

2) Teneva un registro in cui erano scritti i nomi di tutti i navaioli per ciascun galeone, con segnate tutte le unità navali, farne una relazione e inviarlo al consiglio ducale.

3) Visitava ogni giorno i galeoni e le navi vicine, e due volte il mese, quelle lontane, per controllare che fossero in ordine.

4) Una volta il mese, si recava in ogni luogo del ducato dove ci fosse un porto o del naviglio, comandava alle guardie di non commettere frodi e ingiustizie, di controllare il commercio e reprimere il contrabbando.

5) In ogni porto rivierasco, manteneva un magazzino con tutti gli utensili necessari alla navigazione, in modo che i galeoni e le navi potevano essere riforniti.

6) Regolava la partenza delle navi commerciali, poteva concederla o vietarla, impedirne l’ingresso in porto e lo sbarco della merce quando lo credeva opportuno.

7) Giudicava tutte le liti o controversie, che avvenivano tra i navaioli, sul commercio fluviale e su tutto quello che avesse attinenza con la navigazione.

8) In tempi d’epidemia o d’altri pericoli, curava che gli ufficiali dei porti radunassero tutte le navi vicine e le facessero inchiodare in modo che nessuno durante la notte potesse servirsene.

9) Aveva a sua disposizione un segretario per l’amministrazione, e un luogotenente che risiedeva a Pavia o a Cremona secondo la necessità, e dipendevano da lui tutti gli ufficiali dei porti.

In tempo di guerra, requisiva le navi, armava la flotta, con uomini e munizioni, esigeva dalle città soggette al duca, i tributi imposti in denaro, o in uomini: navaioli, balestrieri, uomini d’arme, maestri di legname, maestri d’ascia, e di tutto ciò che occorresse alla flotta, se poi le città non potevano fornire gli aiuti richiesti, pagavano una tassa stabilita dallo stesso Capitano, e con quella assoldava uomini, o la spendeva in altri bisogni per flotta. La flotta, si componeva di Galeoni, di Galeoncelli, di Redeguardi grandi, e di Redeguardi medi, di Ganzerre, di navi con ponti, di navi piatte, di barchette, di navette e di Burchielli. Al comando di un Galeone stava il conestabile, due nocchieri detti “Paroni”, un maestro di navi era a capo degli “operarii”, addetti alla riparazione dei guasti, sia accidentali, sia dovuti a scontri con i nemici. I navaioli che spingevano il Galeone a forza di remi, erano tra i 48 e i 52, oltre a questi uomini, a bordo si trovavano balestrieri, arcieri, e con l’avvento della polvere da sparo, anche un “bombardiere” addetto alla bombarda, e alle relative munizioni, l’equipaggio di un Galeone saliva così sull’ottantina d’uomini.
Dopo il Galeone veniva il Galeoncello, comandato da un conestabile, l’equipaggio era formato da due nocchieri, un bombardiere, 24 navaroli e quattro balestrieri, seguiva per importanza il Redeguardo grande, che imbarcava un conestabile, due nocchieri e 18 navaioli. La Ganzerra era una nave sottile e leggera, e di maggior velocità, il suo equipaggio era composto di un conestabile, due nocchieri e quattordici navaioli, questo tipo d’imbarcazione, era usata come nave da battaglia anche sul lago di Como, fu sostituita negli anni, dal Redeguardo medio, nave lunga sottile e stretta, leggera ma adatta ad assalire, molto usata per il controllo delle rive dei fiumi, o alla guardia ai ponti, un paragone con le moderne navi, si definirebbe un “pattugliatore costiero”, il suo equipaggio era costituito da un conestabile, da otto a dodici navaioli, e alcuni uomini d’arme.

La “Nave Grande”, comandata da un nocchiere, con un equipaggio d’otto uomini, era la nave rifornitrice della flotta e dell’esercito, mentre la “Nave col Ponte” comandata anch’essa da un nocchiere, serviva a gettare i ponti sui fiumi, per far transitare l’esercito da una riva all’altra, imbarcati su questo tipo di nave, si trovavano un certo numero di “magistri a lignamine”, gli odierni pontieri. I “Piatti” erano navi larghe e piatte, che servivano per traghettare velocemente uomini, cavalli e macchine da guerra. (12)
Il Burchio o Burchiello era una navicella piccola, leggera, e veloce, condotta da un nocchiere, era usata come nave staffetta, questo tipo d’imbarcazione continuò per secoli il suo lavoro sul gran fiume, terminando alla fine degli anni cinquanta. Ricordata anche da Dante nella sua Commedia: “ Come talvolta stanno a riva i burchi, che parte sono in acqua e parte in terra” Inferno canto XVII vv.21-22.
Il Pisanello, lo raffigura in un affresco nella chiesa di S. Anastasia a Verona (1340), e Jacopo de Barbari, nella grande xilografia con la veduta di Venezia (1500). (13) Un’altra imbarcazione che continuò la sua attività per oltre cinque secoli fu la “Rascona”, detta anche “nave di Pavia”, era un’imbarcazione leggera e maneggevole, trasportava merci e uomini, e per il suo poco pescaggio raggiungeva anche Milano, queste ultime due imbarcazioni con pochissime modifiche lavorarono sui fiumi, sino alla fine della navigazione fluviale, (anni 1950/60).

Il Burchio, era un’imbarcazione a fondo piatto, aveva una portata variabile da 800 a 2500 quintali, una lunghezza di circa 35 metri, e un pescaggio a pieno carico di circa 2 metri, disponeva di coperta parziale, a poppa e a prora, collegate da due corridoi laterali, sottocoperta si trovavano gli alloggi del nocchiere e dei navaioli, oltre al deposito di cavi e vele. La parte mediana era formata da due ampie stive, che potevano chiudersi con dei boccaporti, tra le stive si trovava un’intercapedine, accessibile dall’alto per ispezionare la sentina, che serviva anche per preparare i pasti, e per altri servizi di bordo. Il legname usato era di diverso tipo per le varie parti, si usava legno duro, (come rovere) per le ossature, e legno dolce (larice o abete) per il fasciame esterno e per la coperta, il legno duro per la sua resistenza all’umidità, era usato per le strutture principali, mentre il legno dolce per la sua elasticità, era particolarmente adatto per le parti soggette ad urti. Sempre legato alla nave, come un cucciolo, era il (Battello), una piccola imbarcazione di circa 6-7 metri, indispensabile alla navigazione, oltre a permettere di raggiungere terra, quando il livello dell’acqua impediva alla nave d’accostarsi, era usato per portare i cavi d’ormeggio, e per molti altri servizi. A prora lateralmente, erano dipinti due occhi grandi, di forma e di colore diverso, a poppa era scritto il nome della nave; nome, occhi e decorazioni, erano gli elementi dell’antica credenza, che faceva dell’imbarcazione un essere animato, in lotta contro gli spiriti del male, che poteva incontrare durante la navigazione. La navigazione a vela o a remi, era facilitata e a volte sostituita dalla corrente del fiume, questo implicava un’ottima conoscenza dello stesso, delle sue secche, gorghi o altri eventuali ostacoli. Per risalire la corrente di solito si ricorreva al traino con animali, attività strettamente connessa con il lavoro della barca, il traino era un servizio, cui si poteva ricorrere lungo quasi tutti i percorsi, il più comune era costituito da due cavalli, ma potevano essere impiegati anche buoi, o vacche, le buone condizioni degli argini erano assicurate dal servizio di controllo dei guardiani.

La Rascona tipica nave pavese dal fondo piatto, lunga sui trenta metri e larga quattro, dunque molto slanciata, al centro alta quasi un uomo, nella sua versione comune di carico, non aveva ponte ma solo due modeste sepolture, a prora e a poppa, collegate tra loro da due stretti piatti bordi praticabili, a poppa si trovava una cabina con il tetto ad arco, che chiamavano (temp) il tempio, (denominazione certamente antichissima), in cui i navaioli pavesi dormivano quando la nave era fuori sede. Le fiancate dello scafo erano rettilinee, e quasi verticali per buona parte della loro lunghezza, e non s’incontravano né a poppa, né a prora, perché a collegarle saliva il fondo stesso della nave, disegnando un elegante curva, e terminando con un accenno di rovesciamento all’indietro. Il timone non era incardinato al centro della poppa, ma appoggiato in un’insenatura al suo fianco, come nelle navi dell’antichità, questa soluzione permetteva d’alzare il timone quando si passava in acque meno profonde; esisteva poi un modello di natante, intermedio per misura, fra la nave e la barca, cui si assegnava il nome di (Mutera) o di (Mutaieu) (Mutaiò), con poppa a ritto come le barche, ma munito di un timone laterale come le navi, questo tipo di grossa barca portavano decine di quintali di merce, le barche fluviali che in Ticino e in Po si chiamano (Battelli) (Batel o Barcè), oggi si ritrovano soltanto nelle misure minori e per uso ricreativo, con una poppa a specchio per consentire l’applicazione del motore, la prora è a (cucchiaio), vale a dire ha il fondo che sale, ma non sì ricurva come quello della nave, la poppa è, ed era a ritto curvilineo ma notevolmente rialzata, con questa forma la barca scaricava energie tutta fuori, e in navigazione non si trascinava dietro alcun risucchio, si manovrava puntando o vogando alla veneziana, l’esperienza secolare, insegna che queste tipiche terminazioni di scafo a (banano), o a (cucchiaio, ritto, curvo o rialzato) rendono i natanti meno sensibili agli schiaffi delle correnti laterali, e più facili da manovrare anche carichi, appunto perché prora e poppa restano meno immerse, in Ticino e anche in buona parte del Po, questo è un pregio importante. (13)

Di notevole importanza è il ritrovamento di una Galea e di una Rascona, risalenti al XIV secolo, ritrovati a Venezia nell’estate del 2001, nell’ambito dell’archeologia navale medioevale, i due relitti sono dei casi unici per tipologia e stato di conservazione; la Galea, un’imbarcazione per la navigazione in mare aperto, lunga 38 metri, e larga due, ospitava 29 file di banchi di voga, alcune analisi compiute sul fasciame, hanno rilevato che era stato ricavato da un albero tagliato nel 1312. La Rascona a chiglia piatta, misurava 26 metri di lunghezza, e sei di larghezza, le imbarcazioni si trovavano sepolte nel fango, due metri sotto il livello del mare, nell’isolotto sommerso di S. Marco in Boccalama. Attualmente si sta improntando il laboratorio in cui i due relitti saranno restaurati. (14)

Molte furono le famiglie che nel sec. XV, dovettero la loro potenza, e ricchezza, a questo movimento navale e commerciale, quella degli Eustachi è sicuramente una delle più note, e nel periodo Visconteo-Sforzesco, ebbe il suo massimo splendore. Bernardo Sacco, figlio di una Bianca degli Eustachi, maritata con Giacomo Filippo Sacco, giureconsulto lettore di dritto nell’Università della città, la descrive derivata da una famiglia Iordana o Giordani, feudataria di un borgo detto Monte Vellere, che le acque del Po avrebbero ingoiato, nella prima metà del sec. XVI. Da un discendente dei Giordani di nome Eustachio figlio di Pietro, derivò il nuovo cognome, di questa famiglia, (il cognome Eustachi deriverebbe dal nome Eustachio, molto diffuso in quel tempo per la leggenda di S. Eustachio). (15)

I pescatori pavesi, come del resto tutti coloro che esercitavano lavori manuali, generalmente oltre ad avere un nome proprio, e il nome del casato, avevano un sopranome, cosi pure gli Eustachi; Zanino era chiamavano Malerba, suo padre Baggiano, Pasino eredita il nome di Baggiano, e tra il popolo è conosciuto con questo sopranome. Oltre a Pasino degli Eustachi, che occupò l’importantissima carica, di “Capitano Generale del Naviglio Ducale”, (probabilmente tale carica gli fu attribuita tra il 1400 e il 1402, essendo allora sindaco del Paratico dei pescatori); e nel 1420 è ammesso nel collegio “Mercandi”. Troviamo un Antonio, capitano dell’armata di Francesco Sforza, (16) un Bernardo ed un Filippo zio e nipote, comandanti nel 1447 dei galeoni sul Po, lo stesso Filippo sarà nominato castellano a Milano nel 1466. (17).

Di un Francesco Eustachio, si trovano notizie in un codice, depositato presso la Biblioteca Universitaria, in cui si legge: “Isle liber monasterii Sancti Epiphani relictus per Reverendum Dominum Francischum Eustachium”. Nella chiesa di S. Teodoro, si trovavano molte memorie riguardanti questa famiglia, vi edificarono cappella ed altari, e vi elessero il sepolcro gentilizio, nella cappella della navata di destra si leggeva: “Hanc capellam, a senioribus Eustachiorum familiae antiquitus in honorem Beatissime semperque Virginis, dei genitricis Mariae ac divi Stephani erectam, Iohannes Lucidus pariter Eustachius pro devotione sua propriis expensis instaurari curavir die X julii MDCXI”, (18), dallo stesso Bossi si apprende che un Cesare Eustachio, fu tumulato in S. Giacomo della Vernabula o Vernaola, (2) come attesta l’epigrafe a lui riferita: “Sepulcrum magnifici Viri D. Cesaris de Eustachiis qui obit de anno MDV die XX decembris”. Il monumento più importante, è quello che si trovava nella navata destra della chiesa di S. Teodoro, la pietra tombale di Pasino degli Eustachi, fatta apporre al sepolcro preparato nel 1453, la datazione è evidente dall’iscrizione sostituita nel 1612, all’antica e principale pietra rimossa: “Sepulcri an. MCCCCCLIII conditi a prestati viro Patric. P.P. et cap. Generali totius navigli Status Med. Pasino Eustachio antiquo lapide vetustate dirupto, his verbis impresso hunc novum lapidem Io. Lucidus et Iob. Dominicus Feud. Ejus posteri reponi curarunt anno 1612”. Iscrizione pubblicata all’appendice all’”Almacco sacro pavese” del 1882, da Don Cesare Prelini, in cui racconta le vicende dell’antica lapide, che rimase in Pavia sino al 1880, in quell’anno fu venduta e trasportata a Milano, prima della sua partenza ne fu fatta una fotografia, la cui copia si trova presso la Biblioteca della nostra Università. (19)

Pasino degli Eustachi, tenne l’alta carica di Capitano Generale del Naviglio Ducale e della Darsena, durante il governo di Filippo Maria Visconti, il fatto d’armi che lo rese famoso, avvenne il 23 giugno del 1431, nelle acque adiacenti Cremona, dopo una battaglia di 12 ore, la flotta ducale sbaragliò i legni veneziani, catturando numerose navi e 8000 prigionieri, rientrando a Pavia, in segno di giubilo e di festa, i pavesi imbandierarono le navi con tutto quello di più impensato e colorato disponessero, compresi i vestiti degli ufficiali catturati, da questo fatto, deriverebbe la terminologia di “Gran Pavese”, ancora oggi in uso nelle marinerie, come si dice “pavesare”, (addobbare) una nave nei giorni di festa, oppure che una nave è "pavesata" (20).

Pasquier Le Moin, ambasciatore di Francesco I arrivato a Pavia nel 1515, dopo la battaglia di Melegnano, vide e descrisse in un suo diario le navi venete, collocate a trofeo sotto ampia tettoia nell’arsenale. L’anonimo autore della “Chronica di Milano dal 948 al 1487”, ci racconta quella vittoria navale contro i veneziani: “Il duca mise ordine nel Tisino un’altra armata poco minore di numero alla loro (dè Veneziani) ma superiore de virtù de combattenti e vi propose a governo D. Giovanni Grimaldi genovese peritissimo e Pasino Bagiano de li Eustachi de Pavia nelli eserzii marittimi expertissimi, e parendo a capitani del duca Filippo che li veneziani fossero più potenti di loro per terra si determinarono per acqua a tenter fortuna, Nicolò Picinino e lo conte Francesco Sforza principale capitano delle genti del duca, secretamente mandarono lo fiore delle genti d’arme, e montati suso le navi armati con le corazze indosso e li elmetti in testa, la drizzano verso l’armata de capitani veneziani, la battaglia fu si aspra e crudele e con tanta uccisione che rare volte gran tempo innanze si ricorda uno simile fatto d’arme et essere morta tante genti. Qui non se vedeva altro che sassi, spedi, saette, spade, e foco ardente lavorato volare per l’aria, traboccare di sangue, ogni cosa cadere al continuo, e morti assai, bombarde, spingarde, scopetti risonare per aria. L’armata del duca messa in fuga quella de veneziani, la quale per difetto del Carmagnola certamente quello di fu rotta, cinque legni camparono di tanto armata e tutti li altri furono presi insema con infinito numero de bombarde. E XXVIII navi de quelle de veneziani, le maggiori furono mandate a Pavia, al duca che ne pigliò gran piacere.” (21)

In un documento pubblicato dal Prof. Carlo Magenta, nella sua opera sui Visconti e gli Sforza, ci rileva che Pasino nel 1435, è adibito con Dionigi Biglia, alla custodia della città di Pavia, per preservarla dalla peste: “cuius rei curam specialiter dicto Pasino commissimum”. (16) e nel 1436 sempre conservando il titolo di “Capitanei Navigli”, fosse tenuto in gran conto dalla corte ducale, che gli affida mansioni delicate per la difesa dello stato. In una lettera del 26 giugno 1436, si ordina che si tengano pronti in Pavia, 16 uomini per la metà balestrieri, che si mettano agli ordini del sig Pasino Capitano del naviglio ducale, con il quale il comune deve intendersi. In un documento dell’Archivio di Stato di Milano, ci risulta, che il Capitano generale dei navigli, dimorò nel castello di Milano, detto anche di “Porta Zobia” per 10 anni, ricoprendo la carica di castellano, trascorsi i quali si ritirò, a vita privata in Pavia, in tale documento gli è affidato, l’incarico di provvedere ad un organo per la cappella ducale, in quel tempo Pavia, era assai rinomata per l’arte di costruzione di tali strumenti musicali, uno dei più famosi fu il maestro Lorenzo Gusnasco. Nella sua città natale, visse nel lussuoso palazzo edificato nel quartiere dei pescatori, nei pressi della Basilica di S. Teodoro, denominata “Domus Magna”, (22).
Possedeva anche case a Cremona, dove spesso si recava per ragioni d’ufficio, con i suoi figli fu uno dei mercanti più attivi di calcina, di legna, di panni, di pesci freschi e salati (provenienti da Venezia); aveva acquistato nel 1423 dai fratelli De Canevanova, il diritto di raccogliere l’oro nelle ghiaie del Po e del Ticino, successivamente nel 1425, le donò al Paratico dei Mercanti. (23) Sulla data reale della morte di Pasino esistono dubbi, alcuni storici asseriscono che il vecchio Capitano, partecipò con il figlio Antonio, nello scontro navale con i legni veneziani nel 1448, e nel 1453 fece costruire il sul sepolcro in S. Teodoro, altri affermano che la sua morte sia avvenuta nel 1440 o nel 1445. Ebbe tre figli: Antonio che visse con il padre, e n’amministrò il patrimonio per lungo tempo, fu anche suo luogotenente nella direzione del naviglio, e gli successe nella carica di Capitano generale, mori il 26 dicembre del 1465, lasciando 10 figli e varie figlie. Giovanni si occupò di commercio, recandosi spesso a Venezia per affari, accumulando un cospicuo patrimonio, mori giovane nel 1437. Bernardo mercante di legna, e di panni, visse con il padre, mori nel 1448.

Nella Biblioteca Universitaria di Pavia, si trova il codice “Rubrice Statutorum Paratici Piscatorum Papie” probabilmente scritto prima delle patenti ducali, approvanti gli statuti del 1399, i Paratici erano corporazioni d’arti e di mestieri; il prof. Carlo Magenta, asserisce che quello dei pescatori, sia antecedente il 1248, dato che in tale anno è confermato da Federico II, la “Licentiam piscandi in flumine Ticini et Padi, in aliam Fluminibus et aquis omnibus Lombardiae “, a 62 pescatori pavesi “et heredibus ipsorum” e ai loro eredi. La pesca era una delle regalie trascurabili per quel tempo, e non aveva il carattere di diritto maestatico, ma solo patrimoniale; il principe poteva trasferirla ai vassalli, od investire semplici privati con speciali privilegi. Ciascun pescatore, aveva presso il ponte del Ticino, un “passone” per attaccarvi la propria barca, e le navi in sosta, non impegnate nel carico o scarico, dovevano lasciare libere le rive, e andare ad ormeggiarsi al ponte nel mezzo del fiume, (come si nota dall’affresco del Lanzani); di notte, chiuso il lucchetto, doveva consegnare la chiave agli ufficiali della darsena, si chiudevano le porte della città, e non si aprivano, se non dopo l’Ave Maria mattutina. (24) Il Paratico, era retto da consoli chiamati “Camerarj” prima in numero di tre, poi due, e successivamente da un Console, e da un sotto Console, eletti in assemblea generale, avevano la loro sede nel palazzo del Popolo, (un’odierna camera del lavoro, oggi cupola Arnaboldi Gazzaniga) presiedevano le assemblee, rappresentando il Paratico nelle comparizioni giudiziarie, precedevano i soci nelle processioni pubbliche, seguendo immediatamente lo stendardo cittadino.

Nelle processioni religiose, per disposizione episcopale, camminavano dietro ai formaggiai, portando le torce. Dipendevano direttamente dal Capitano della darsena e del naviglio, per la navigazione, la pesca e il commercio, accorrendo con uomini, e navi nella difesa della città prima, e del ducato poi. La vita del Paratico durò più di quattro secoli, nel 1621 quando la pesca nel fiume Po divenne demaniale, e in parte concessa a privati, il Paratico, concluse la sua esistenza, nella condizione di fittavolo del marchese Clerici, e vassallo dell’abate del monastero di S. Salvatore di Pavia. Successivamente nel luglio del 1641, Filippo IV duca di Milano, concedeva al marchese Giovanni Pozzobonelli d’Arluno e ai suoi eredi, la cava dell’oro, dell’argento e del pesce nel Ticino, ed il Paratico privato dai suoi privilegi, dopo molte difficoltà, ottenne nel 1667 la concessione in affitto di pesca sul Ticino per tre anni. In data 7 agosto 1775, per ordine regio, furono soppressi tutti i Paratici delle Arti e dei Mestieri, tale soppressione avvenne gradatamente, negli anni successivi; l’avvenuta soppressione di tutti i Paratici di Pavia, con esclusione di quello degli orefici, e speziali, avvenne nel maggio del 1778. Cent’anni dopo la soppressione delle corporazioni, il Capitano della darsena, comandava ancora sui fiumi: Po, Ticino, Tanaro, Sesia, Lambro, e ne imponevano i dazi.


Bibliografia

(1) La raccolta della ghiaia, si faceva soprattutto nel periodo invernale, dopo le piene sui nuovi greti creati dal fiume stesso, con il (cùciar) (cucchiaio) simile ad un enorme mestolo colabrodo, si mordeva nel fondo del fiume per estrarlo, occorreva poi far leva con tutto il peso del corpo sul lungo manico appoggiato al bordo della barca; mentre la raccolta dei sassi era fatta sui bassi fondali sommersi, tenendosi accanto alla barca nel quale il sasso era buttato, e badando che la barca rimanesse sempre in pieno galleggiamento, si cercavano sopratutto sassi completamente bianchi, dall’aspetto marmoreo, più frequenti nel medio corso del fiume, che andavano alle fabbriche di ceramica, e di piastrelle, inoltre si raccoglievano ciottoli di tutti i colori per pavimentare le strade urbane, (la bellissima piazza ducale di Vigevano n’è un esempio); era ed è una pavimentazione scomoda per camminare, ma straordinariamente adatta al clima umido e nebbioso, l’acciottolato asciuga prima d’ogni altra pavimentazione, e fa asciugare anche il terreno sottostante. (M.V.)

(2) M. Veronesi – Le chiese pavesi - viaggio tra le antiche chiese pavesi – dicembre 2001 – S. Pietro in Ciel d’Oro - Dal 712 sotto il regno di Liutprando, la chiesa acquistò sempre più importanza, il sovrano fece trasferire dalla Sardegna le reliquie di S. Agostino. Il monastero è da considerare il più importante di Pavia, dopo la distruzione del Palazzo Regio, avvenuta nel 1024, ereditò alcune funzioni, ospitando la “Curtis Episcopi” e dal terzo decennio dello stesso secolo, una sua scuola (erede di quella Palatina o Regia); il convento ospitò i re durante i loro frequenti soggiorni pavesi. All’inizio del duecento, il complesso monastico appariva molto più imponente di quanto non sia l’attuale, si trattava di un’ampia zona, quasi un borgo a se stante, difeso da un robusto muro, solo alla fine del XII secolo fu inglobato alla città. Dal portale scolpito si accede all’interno della chiesa dove è possibile ammirare l’Arca di Sant’Agostino, eretta in questa chiesa nel 1362, interamente scolpita in marmo, con chiare influenze stilistiche toscane. Nell’altare maggiore, in una cassetta d’argento, sono custodite le spoglie di Sant’Agostino, si trovano anche i monumenti a Severino Boezio, e sotto il pavimento dell’abside riposa lo stesso re Liutprando. Su di una colonna, posta entrando sulla nostra destra, una lapide recita: “Hic giacent ossa regis Liutprandis”, che ricorda la sepoltura, del gran re Longobardo. S. Teodoro, collocata al centro del quartiere medioevale dei pescatori, ricostruita nella seconda metà del XII secolo, in sostituzione della precedente dedicata a S. Agnese. Il vescovo di Pavia Teodoro, morto nel 778 e santificato intorno al 1000, impose il nome alla chiesa. All'interno si conservano splendidi affreschi, tra cui alcuni ex voto duecenteschi, realizzati sui pilastri, le storie di S. Agnese, e di S. Teodoro, sulle pareti del presbiterio, un'iscrizione accerta che i lavori furono eseguiti nel 1514, a cura del parroco, la famosa "veduta di Pavia" databile 1522, del pittore pavese Bernardino Lanzani, straordinaria testimonianza iconografica, dell'aspetto della città nel rinascimento, dove si riconoscono molti edifici ancora esistenti. – S. Giovanni in Borgo, fondata dal Vescovo San Massimo, che resse la diocesi della città dal 499 al 514, detta anche di “S. Giovanni de Coemeterio” per il vicino cimitero, o anche “de palude” per essere posta nella parte bassa della città vicino al Ticino. Sappiamo che la chiesa fu inizialmente dedicata a S. Giovanni Battista, e che Alboino nel 568 entrò in città dalla porta di S. Giovanni, così chiamata per la vicinanza della chiesa. Esemplare d’architettura e scultura romanica a tre navate, sotto il portico antistante si trovavano dodici tombe di re. Soppressa nel 1805, fu acquistata dal Collegio Borromeo, e atterrata nel 1815 per terminare il giardino dello stesso S. Marco in Monte Bertone, fondata nel 1174 da Guido della Valle, e Carnelevario Borghi, fu denominato Bertone, dalla famiglia che vi abitava vicino, si trovava alle spalle dell’odierno Collegio Borromeo, convertita in magazzino per le polveri nel XVIII secolo, nel 1821 il Collegio acquistò tutto il complesso, unendolo a quello già esistente, compreso l’orto Pertusati, dove un tempo esisteva il cimitero ebraico. S. Giacomo ad Vernabula o alla Vernaola, chiesa antecedente il XII secolo, situata a circa un chilometro fuori le mura cittadine, in prossimità del colatore Vernavola, rifabbricata nel 1364 da G. Galeazzo Visconti, un secondo restauro è datato 1730, soppresso il convento nel 1805, la chiesa ed il monastero furono abbattuti.

(3) Giovanna Forzatti Golia – Gli ordini religiosi della diocesi di Pavia nel Medioevo – Bollettino della società pavese di storia patria 1989. Alla sua posizione di capitale del “regnum”, Pavia deve una caratteristica tutta propria, che arricchisce la vita monastica della città e la rende particolarmente vivace, si tratta delle proprietà variamente indicate come “ cellae, xenodochia, solaria, mansiones, curtes, cappellae” possedute in città dalle principali chiese e monasteri dell’Italia settentrionale e centrale, tali beni appartenenti a 18 chiese vescovili e a 15 monasteri (mentre i mercanti veneti, potrebbero aver posseduto la chiesa di S. Maria Venetica). Queste proprietà, servivano da punto d’appoggio, per mantenere più facilmente i rapporti, con gli organi centrali dell’amministrazione civile. Le celle avevano due funzioni principali, in primo luogo, erano residenze usate dai signori ecclesiastici, che venivano periodicamente a Pavia per partecipare alle assemblee religiose, e laiche; in secondo luogo le proprietà appartenenti ad enti monastici, avevano probabilmente una funzione economica. La distruzione del palazzo reale avvenuta nel 1024, spinse molti enti religiosi, a ridimensionare la loro presenza a Pavia, o a lasciare del tutto la città. L’abbandono delle proprietà site nella capitale del “regnum”, fu fondamentalmente sintomo e conseguenza, della frammentazione della struttura del potere regio e politico, originata nel X secolo, che proseguì per tutto XI secolo, fino al sorgere del comune cittadino.

(4) Giacinto Romano - Pavia nella storia della navigazione fluviale - Pavia 1911.

(5) Carlo dell’Acqua - Ordini e Statuti del Paratico dei pescatori di Pavia - Bollettino di Storia Patria Pavese 1877 - probabilmente il Paratico dei pescatori, è una discendenza della “Schola Piscatorum” di Ravenna, già menzionata nel 943, ed è certo che i pescatori di Pavia fossero associati fin dal sec. XI - XII, visti gli scritti dell’ignoto autore “dell’Istituta Regalia Regum Longobardorum,” pubblicati dall’avv. Giovanni Vidari in “Frammenti Cronistorici dell’Agro Ticinese” - Pavia 1891.

(6) Pierluigi Tozzi - Opicino e Pavia - Libreria d’Arte Cardano1990.

(7) M. Veronesi – Pavia e il Mare – dicembre 1999.

(8) G. Vidari - arsenale e darsena in Pavia - cenni cronostorici - Pavia 1892. Darsena e arsenale, erano vasti e robusti edifici militari, in comunicazione diretta con il Ticino, difesi dalla porta fortificata del “Remondarolo”, e da un grosso catenone, da una palafitta e da una robusta torre merlata, posta in mezzo al fiume di fronte al fortizio della darsena; di quella torre, ai tempi invernali e delle massime magre, scorgi i ruderi attraverso allo specchio limpido delle acque azzurrine del fiume. Al principio dell’assedio, finito colla vittoria spendida del 24 febbraio 1525, e colla cattura del re Francesco I di Francia, di lui capitani Montmorency e Federico da Bozzolo, occupato il Siccomario e l’isolotto tra il Gravellone e il Ticino, fulminavano colle artiglierie la darsena, l’arsenale e la robusta torre di mezzo al fiume, tentarono ad un tempo di spezzare il catenone e lo steccato di colonne conficcato nel letto del Ticino, dalla darsena al piede della rocchetta di Teodorico alla porta del sale. Assaltata la torre la presero, promettendo la vita agli spagnoli e ai cittadini che valorosamente l’avevano difesa. Ma entrati in essa i capitani francesi violando la fede li appiccarono tutti ai merli per aver osato resistere da una piccionaia all’armata del gran re di Francia, il che riferisce il Du Bellay a pag. 460 della sua storia, cade la torre ma non vennero in potere degli assedianti ne la darsena, ne l’arsenale, ne il naviglio pavese, ne il catenone, fra i difensori venuti in grido in quell’assedio, il cronista Taegio segnala alla posteria il nome dell amarchesa Ippolita Malaspina da Scaldasole, la quale non sdegnò colle sue bianche mani di portare ceste di terra al bastione, erasi unita in matrimonio “superioribus annis egregio viro Marchioni Ludovico Malaspina camerario nostro” come leggesi nel diploma del 6 maggio 1499 del duca Ludovico Sforza.

(9) R. Maiocchi - Statuti Pavesi del sec. XIII per navaioli sul Ticino e sul Po - Rivista di Scienze Storiche - Pavia 1906 vol. II pag. 269.

(10) Mediolani die XXV iunii MCCCCXXX “Sicut omnem assumpsimsus solutionem pro nautis papiensibus, sic pro nautis placentinis contentarum assumere. Volumus igitur ut ipsos nautas placontinos occasione focolariorum huius modi non aggraves nec molestes”. Lettera ducale datata 11 febbraio 1431 - vogliamo che tutti i cittadini contribuiscano alla custodia della città, gli esenti e i non esenti, con qualunque parola abbiano avuta l’esenzione, eccetto i navaioli perchè: “ipsos Hobemus in urgentioribus pro statu nostro exercere”.

(11) La diffusione della pratica di tre arature, e dal XIII al XIV secolo di quattro, la comparsa dell’arpice, e sopratutto “l’attacco moderno” un insieme di progressi tecnici, (ferratura dell’animale, il collare di spalla ecc. che videro il bue, sostituito dal cavallo nei lavori agricoli), progressi che incrementarono notevolmente la produzione agricola, aumentando la domanda d’acqua per uso irriguo. (M.V.)

(12) Luigi Rossi - Gli Eustachi di Pavia e la flotta viscontea sforzesca nel sec. XIV - Bollettino di Storia Patria anno 1913 fasc. III – Luigi Rossi - La flotta sforzesca nel 1448/49 - Bollettino di Storia Patria 1887 fasc. II.

(13) G. F. Turato - F. Sandon - A Romano - A. Assereto - R. Pergolis - Canali e Burci - editrice La Galiverna 1992.

(14) Nel 1328, fra Nicola, Priore del monastero veneziano di S. Marco in Boccalama, chiese al Senato di Venezia "50 passi" (circa 500 metri quadrati) d'acqua pubblica adiacente il monastero, perché l’isola, con la chiesa, il cenobio e l'orto, era progressivamente mangiata da una "lama" del Brenta. Ottenuti i passi si affondarono due grandi imbarcazioni riempite di terra, che permisero di riacquistare parte dell'isola, e rallentare l'erosione delle acque. Tutto fu inutile, un secolo dopo l’isola era disabitata, e usata come cimitero per i morti di peste, e progressivamente ingoiata dalle acque. Tra il 1996 e il 1997 era stato rilevato, i resti dell'isola e i rilievi hanno restituito l'immagine di due imbarcazioni perfettamente parallele fra loro. (M.V.)

(15) B. Sacco - De italicarum rerum varietate et elegantia - Ticini 1587 pag. 71-72. Secondo una leggenda, nel II secolo a.C. un generale romano di nome Placido, durante una battuta di caccia, s’imbatte in una cerva che portava tra le corna una croce luminosa, e la figura del Cristo, si convertì e con il battesimo assunse il nome d’Eustachio. Arrestato insieme alla moglie Teopista e ai figli Teopisto e Agapio, fu con loro torturato; morirono tutti martiri arroventati dentro un bue di bronzo. Era ricordato in origine il primo novembre, probabile data del martirio, ma nel VIII secolo tale ricorrenza, fu stata spostata al 20 settembre. (M.V.)

(16) C. Magenta - I Visconti e gli Sforza nel castello di Pavia - vol. 2 doc. n. 215 e 216.

(17) F. Calvi - Storia del castello di Milano - Vallardi 1892 pag. 520.

(18) G. Bossi - Memoriae novo-antiquae ticinenses - Biblioteca Universitaria pag. 381.

(19) Gerolamo dell’Acqua - La lapide sepolcrale di Pasino degli Eustachi - Bollettino di Storia Patria Pavese 1887.

(20) M. Veronesi - Il Gran Pavese tra storia e leggenda - mensile Marinai d’Italia n. 6 giugno 2002 pag. 16-17.

(21) Autore anonimo - Chronica di Milano dal 948 al 1487 - edita da Giulio Porro Lambertenghi.

(22) “Casa degli Eustachi”, edificio tardo gotico, già esistente nel 1411, voluto da Pasino degli Eustachi, che volle rimanere fedele alle proprie radici, e decise la costruzione della sua dimora, nell’umile quartiere prevalentemente abitato da gente di fiume; oggi di proprietà comunale, si conserva solo una piccola porzione, di quello che doveva essere un edificio sviluppato attorno ad un cortile, parzialmente porticato. (M.V.)

(23) Attorno al mille, le (Honoratie Civitas Papie) cita i fiumi da cui si cava oro: Po, Ticino, Sesia, Agogna e Trebbia; il Ticino era di proprietà regale, a Pavia vi avevano diritto di ricerca gli (Auri Lavatores), obbligati da giuramento a rivenderlo alla Camera Regia, o ai Magistrati della Moneta. Successivamente il diritto per alcuni tratti del fiume, fu ceduto in regalia ad ecclesiastici e a privati. Tra il XIV e XV sec., periodo di maggior sfruttamento del tratto pavese, il Paratico dei Mercanti di Pavia ne deteneva il diritto, acquisito, ho avuto in regalia, dai precedenti proprietari. Quello degli (Auri Lavatores) era a suo tempo, una delle professioni più ricche ed ambite ma dopo il 1500, vuoi per l’impoverimento del fiume, e per la maggiore quantità d’oro circolante, proveniente dalle americhe appena scoperte, il mestiere decadde; e d’allora il diritto di cavare metalli dal fiume, non si distinse più dal diritto di pesca, e di cavare sassi. La cerca dell’oro era praticata saltuariamente dagli uomini di fiume, di volta in volta, boscaioli, pescatori, raccoglitori di sassi, di legna, di lisca ecc. In alcuni paesi rivieraschi, per tradizione, lo sposo doveva raccogliere nel fiume l’oro per gli anelli nuziali. (M.V.)

(24) Pavia Archivio Comunale - Istruzione per li custodi delle porte della città - edizione 1778.

Paolo Giudici - Storia d’Italia vol. II edito 1924
Claudio Rendina - I capitani di ventura - Newton Compton Editori 1985.
Guido Paolo Giusti - Visconti e Sforza i signori di Milano - Gianni Juculano editore.
Gli Studi - l’età Viscontea - autori vari Editrice la Storia.
Giovanni Giovannetti, Stefano Pattarini - Il Ticino e la sua gente (la storia, l’economia, l’ambiente)

MARIO VERONESI

( sulla Storia della Marineria dall'antichità in poi, vedi QUI )

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