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(QUI TUTTI I RIASSUNTI) RIASSUNTO ANNI dal 1402 al 1405 

LA DISSOLUZIONE DEI VISCONTI E DEI CARRARESI

I SUCCESSORI DI GIAN GALEAZZO - LEGA CONTRO I VISCONTI E TUMULTI CONTRO LA REGGENZA - BOLOGNA, PERUGIA ED ASSISI CEDUTE AL PAPA - GUERRA DI FIRENZE CONTRO PISA - RIPRESA DELLA GUERRA TRA I VISCONTI E I CARRARESI - RISTABILIMENTO DEGLI SCALIGERI A VERONA - LEGA TRA I VISCONTI E VENEZIA CONTRO FRANCESCO NOVELLO - RESA DI VERONA - ASSEDIO DI PADOVA - PRIGIONIA E MORTE DI FRANCESCO NOVELLO - GLI ULTIMI CARRARESI E FINE DELLA LORO SIGNORIA - MORTE DELLA DUCHESSA CATERINA VISCONTI

I SUCCESSORI DI GIAN GALEAZZO VISCONTI
GUERRA TRA FIRENZE E PISA

Gian Galeazzo Visconti, che aveva dato unità ai domini della sua famiglia, morendo li smembrava. Per testamento egli aveva diviso lo stato fra i suoi figli: al primogenito GIOVANNI MARIA aveva lasciato Milano, Cremona, Como, Lodi, Piacenza, Parma, Reggio, Bergamo, Brescia, Bologna, Siena e Perugia; al secondogenito FILIPPO MARIA Pavia, Novara, Vercelli, Tortona, Alessandria, Verona, Vicenza, Feltre, Belluno e Bassano e al figlio naturale GABRIELE MARIA Sarzana e Pisa. 

Essendo tutti in tenera età (il primogenito contava quattordici anni), il padre li aveva lasciati sotto la tutela della moglie Caterina assistita da un consiglio di reggenza composto da Francesco Barbavara, Giacomo Dal Verme, Alberico da Barbiano, il conte Antonio d’ Urbino, Pandolfo Malatesta, Francesco Gonzaga, e Paolo Savelli. 
Affidando il governo ai migliori capitani d’Italia, Gian Galeazzo credeva di mantenerli fedeli ai suoi figli e a questi dare un valido aiuto contro i nemici dei Visconti: Bonifazio IX, i Fiorentini e Francesco Novello da Carrara. 

Com’era da prevedersi, morto Gian Galeazzo, i suoi nemici rialzarono il capo e iniziarono le ostilità. Il Pontefice mandò contro Perugia il proprio fratello Giannello To macelli, il quale si sarebbe impadronito della città col concorso dei fuorusciti se Ottobuono Terzo non l’avesse costretto a ritirarsi; i Fiorentini dal canto loro mandarono milizie nei territori di Pisa e Siena, ma queste, occupate a razziare solo le campagne, non seppero impedire a Gabriele Maria di entrare in Pisa e prenderne possesso. 

Rinnovatasi la lega tra il Papa e Firenze, questa riuscì a staccare dai Visconti Alberico da Barbiano, i Malatesta e i da Polenta, e trasse dalla sua Francesco Novello, signore di Padova, il marchese Nicolò III d’ Este, signore di Ferrara, e Ludovico degli Albizi, signore di Imola, e nel giugno del 1403 mandò nel Bolognese un esercito sotto l’alta direzione di BALDASSARRE COSSA, legato di Romagna, che più tardi sarà Papa col nome di Giovanni XXIII.
 
Intanto a Milano gravi tumulti scoppiavano contro la Reggenza. Anziché provvedere alla difesa degli stati, i membri del Consiglio non pensavano che a disfarsi del BARBAVARA. Spalleggiati da due lontani congiunti di Gian Galeazzo, da Antonio e Galeazzo Porro e da Galeazzo Aliprandi, suscitarono alla ribellione il popolo e costrinsero il Barbavara a fuggire da Milano. Questa sedizione segnò il principio dello sfacelo dello stato Visconteo; le antiche famiglie che erano state spodestate rialzarono tutte il capo e s’impadronirono del potere perduto; UGOLINO CAVALCABO' si insignorì di Cremona, GIORGIO BENZONE di Crema, FRANCHINO RUSCA di Como, i SUARDI di Bergamo, GIOVANNI VIGNATE di Lodi, gli SCOTTI di Piacenza, i LANDI di Bobbio, i COLLEONI di Trezzo. 

Da questa situazione non potevano che trarre grandissimi vantaggi i collegati. Nel l’estate del 1403 Francesco Novello marciò con un esercito su Brescia, i Fiorentini in inviarono milizie nel Bolognese e Alberico da Barbiano invase il territorio di Parma, che in nome della duchessa Caterina era tenuta e difesa da OTTOBUONO TERZO. 

Pareva che la fine del dominio visconteo non dovesse tardare a venire e sarebbe presto venuta se la reggente, per mezzo dell’intercessione di Carlo Malatesta e Francesco Gonzaga, non avesse ottenuto di pacificarsi col Pontefice (25 agosto 1403) cedendogli Bologna, Perugia ed Assisi. Baldassare Cossa qualche settimana dopo entrava con l’esercito pontificio in Bologna e nell’ottobre Giannello Tomacelli prendeva possesso, in nome del Papa, di Perugia. 
Così nel più bello veniva troncata una impresa che avrebbe facilmente abbattuta la potenza viscontea affrettando con le armi esterne la già iniziata dissoluzione. Dalla pace dell’agosto, solo Bonifazio IX aveva ricavato vantaggi; i Fiorentini e il Carrarese rimanevano invece a mani vuote. Fu per ciò che tanto gli uni quanto l’altro non deposero le armi. 

Firenze mirava a scacciare i Visconti da Pisa e da Siena. A liberare questa seconda città furono rivolti i suoi primi sforzi e istigò FRANCESCO SALIMBENI, COCCO di CIONE, la famiglia dei MALEVOLTI e il Monte dei Dodici a ribellarsi contro il governatore visconteo. 
La rivolta doveva scoppiare il 26 novembre del 1403; ma il governatore, avutone sentore, fatto amichevolmente chiamare nel Palazzo il Salimbeni, lo diede in mano ai propri sgherri che l’uccisero, poi se la prese con i congiurati, di cui molti caddero in combattimento, altri furono imprigionati e mandati al supplizio. 
Era questo uno scacco per Firenze; ma si rifece alcuni mesi dopo e conseguì ciò che desiderava per opera degli stessi senesi, i quali, stanchi del governo tirannico dei Visconti e delle ostilità contro la vicina repubblica, chiesero pace ai Fiorentini e indussero il governatore, nel marzo del 1304, ad uscire dalla città. Sottrattasi così all’autorità dei Visconti, Siena concluse la pace con Firenze, riebbe tutte le terre che questa le aveva tolte, eccetto Montepulciano, e si obbligò a richiamare gli esiliati e a restituir loro i beni confiscati. 

Contemporaneamente i Fiorentini tenevano lo sguardo su Pisa e cercavano di sfruttare il malcontento provocato nella popolazione di quella città da Gabriele Maria Visconti, il quale, non contento d’avere imposto nuove tasse, aveva, sotto il pretesto della congiura, mandato a morte alcuni ricchi cittadini per impadronirsi dei loro beni.
Nel gennaio del 1404 Firenze mandò contro Pisa un corpo di cavalleria ed alcune compagnie di fanti, ma questo piccolo esercito trovò la città così ben preparata che dovette tornarsene indietro.
Temendo che i Fiorentini tornassero con forze maggiori, il Visconti chiese l’appoggio del BOUCICAT, governatore francese di Genova, e la ottenne mediante le cessione di Livorno. Inoltre, promettendo l’annuo tributo di un cavallo e di un falcone, si considerò vassallo del re di Francia. Dopo ciò il Boucicaut intimò ai Fiorentini di non minacciare Pisa e non avendo l’intimazione avuto alcun effetto, fece imprigionare tutti i mercanti di Firenze che si trovavano a Genova e sequestrare tutte le loro mercanzie. 
Non volendo Firenze tirarsi addosso l’ira del re di Francia, stipulò col governatore e con Gabriele Maria una tregua di quattro anni e si volse a punire i feudatari toscani che, durante la guerra contro Gian Galeazzo, si erano schierati in favore di quest’ultimo, come gli Ubertini, i conti Guidi e i conti del Bagno, e li ridusse tutti alla sua obbedienza.

Ma ciò che più stava a cuore ai Fiorentini era il possesso di Pisa. Essi, pur mantenendo fede ai patti della tregua, guardavano con piacere le difficoltà in cui si dibatteva il Boucicaut, odiato dai Genovesi per l’esoso governo, e speravano di trarne profitto. Dal canto suo il Boucicaut non si sentiva troppo forte in Genova e desiderando di procurarsi l’amicizia di Firenze, indusse GABRIELE VISCONTI a trattar coi Fiorentini per vender loro Pisa.
 
Le trattative furono iniziate a Genova e continuate a Vico Pisano. Avutone sentore, i Pisani presero le armi contro il loro signore e lo costrinsero a rifugiarsi nella fortezza (21 luglio 1405). Malgrado ciò il Visconti proseguì le trattative e per la somma di ottantamila fiorini d’oro, con garanzia del Boucicaut, vendette a Firenze la fortezza e il castello in suo potere e i suoi diritti su Pisa, riservandosi il possesso di Sarzana e di altre terre della Lunigiana. Queste, due anni dopo, gli furono tolte dal Boucicaut il quale anzi, nel dicembre del 1408, essendosi il Visconti recato a Genova per sollecitare il pagamento degli ottantamila fiorini, sotto la falsa accusa di cospirazione lo fece arrestare e decapitare. 

La cittadella di Pisa fu il 30 agosto del 1405 consegnata ai Fiorentini, che vi mandarono un presidio comandato da Lorenzo RAFFACANI, ma questo la tenne solo una settimana, che già i Pisani con un abile stratagemma glie la tolsero il 6 settembre. Venuti in possesso della cittadella, i Pisani offrirono pace a Firenze, ma questa non volle saperne e assoldate numerose truppe mercenarie le mandò al comando di Jacopo Salviati, Bertoldo Orsini e Muzio Attendolo Sforza, contro Pisa.
 Decisi a non farsi sopraffare, i Pisani cercarono prima di tutto di metter pace fra le fazioni cittadine e richiamarono le famiglie degli esuli, fra cui quelle dei GAMBACORTI, e poiché questa era stata sempre amica di Firenze, nella speranza di placare il nemico il 20 aprile deI 1406 gridarono signore Giovanni Gambacorti. Questi, non appena salito al potere, offrì pace a Firenze, ma nulla ottenne. Allora cercò di assoldare compagnie di ventura; ma neppure questo gli riuscì, perché OTTOBUONO III, il quale si era insignorito di Parma e di Reggio, fu comperato dai Fiorentini, e Agnello della Pergola ingaggiato con seicento cavalli, fu sconfitto prima di giungere, e la stessa sorte toccò a un altro capitano di ventura, Gaspare dei Pazzi. 

Tentarono i Pisani di trovare un protettore; ma invano offrirono la signoria della loro città a Ladislao di Napoli prima e al duca di Borgogna poi. Rimasti senza speranza di aiuti esterni, si diedero a provveder vettovaglie e mandarono perfino navi in Sicilia per acquistar grano; ma nessuna di esse riuscì a fare ritorno: qualcuna fu incendiata, qualche altra fu catturata dai legni di guerra che i Fiorentini avevano fatto armare a loro spese proprio a Genova, per la qual cosa i Pisani si videro costretti a mettersi a razione per prolungare la resistenza. Vano eroismo di un popolo che voleva ad ogni costo mantenere la propria indipendenza e non cadere sotto il giogo del secolare nemico. Il quale era deciso a impossessarsi finalmente della città rivale e, sebbene le malattie decimassero le truppe, la teneva strettamente assediata e alla foce dell’Arno aveva fatto costruire delle ridotte e vi faceva esercitare da parecchie navi una rigorosissima sorveglianza.

 Fino ai primi di ottobre resistettero eroicamente i Pisani; esauste erano le provviste; i cittadini soffrivano atrocemente la farne, la pestilenza infieriva; ma nessuno pensava di arrendersi eccetto colui che la città aveva proclamato signore. Giovanni Gambacorti, vista la città ridotta agli estremi, era entrato in segrete trattative coi Fiorentini offrendo di cedere Pisa in cambio di cinquantamila fiorini e del possesso di alcuni castelli. Accettate le proposte, il Gambacorti, nella notte dall’8 al 9 ottobre aprì la porta di San Marco per la quale i Fiorentini entrarono nel quartiere del Borgo. Il giorno dopo, senza incontrar resistenza, occuparono tutta la città, dove non trovarono, al dire di un cronista, che tre vacche magre e un po’ di zucchero. A governare la città fu mandato GINO CAPPONI che si mostrò generoso coi vinti, ma volle che duecento delle migliori famiglie si trasferissero a Firenze e vi rimanessero come ostaggi. Così cadeva per non più risorgere la gloriosa repubblica che per più secoli aveva signoreggiato sul Tirreno.

LEGA TRA I VISCONTI E VENEZIA CONTRO FRANCESCO NOVELLO
FINE DELLA SIGNORIA DEI CARRARESI

Neppure Francesco Novello aveva deposto le armi dopo pace del 25 agosto del 1403 conclusa tra Bonifazio IX e i Visconti. Egli allora si trovava a Brescia e si sforzava di costringere alla resa il presidio visconteo che vi si era [uso quando, assalito da Ottobuono Terzo e Galeazzo di Mantova dovette ritirarsi Padova.

 La guerra tra i Visconti e il Carrarese fu ripresa con maggior vigore al principio del 1404. Un esercito di mercenari al comando di FACINO CANE invase, per ordine della Duchessa Caterina, il territorio padovano, ma fu respinto. Imbaldanzito da questo successo, Francesco Novello si accordò con Guglielmo della Scala, che contava molti aderenti a Verona, e alla fine di marzo del 1404 con un esercito, rinforzato da milizie del marchese d’ Este, suo genero, pose l’assedio a Cologna, donde la notte del  7 aprile piombò improvvisamente su Verona e, aiutato dai partigiani dello Scaligero la occupò. UGOLOTTO BIANCARDO, che vi comandava in nome dei Visconti, soprafatto dovette ritirarsi nella fortezza. Guglielmo fu proclamato signore della città, ma l'11 dello stesso mese morì e la signoria passò ai suoi due figli Antonio e Brunoro. Otto giorni dopo la rocca capitolava e Francesco Novello vi metteva un presidio padovano.

 Intanto un altro esercito del Carrarese al comando di Francesco III, primogenito signore di Padova, assediava Vicenza. A vettovagliarla e a soccorrerla la duchessa Milano vi mandò FACINO CANE; nel medesimo tempo essa inviava a Venezia GIACOMO DAL VERME per chiedere aiuto alla repubblica. Era doge allora MICHELE STENO. Questi preoccupato dai progressi del Carrarese, accettò le proposte dell’ambasciatore e concluse un trattato di alleanza con i Visconti, i quali sp impegnarono a cedere alla republica Feltre, Belluno e Bassano e tutti i loro possessi alla sinistra del Mincio. 

Il 25 aprile Venezia fece occupare Vicenza, intimando al Carrarese di togliere l’assedio. Francesco Novelio, per non provocare una guerra con la repubblica, si ritirò a Padova, dove venne informato che Antonio e Brunoro della Scala negoziavano segretamente con i Veneziani contro di lui. Sdegnato dall’agire di coloro che aveva aiutato, li fece arrestare dal figlio Giacomo, che comandava il presidio della fortezza, e il 24 maggio si fece proclamare signore di Verona. 
Coll' intervento della repubblica veneziana la guerra intanto assumeva una piega diversa. Cordiali non potevano più essere i rapporti tra Venezia e il Carrarese e questi aveva ragione di dolersi del contegno dei Veneziani i quali, non solo si erano alleati con i Visconti, ma avevano loro impedito d’impadronirsi di Vicenza, avevano prestato orecchio i Scaligeri ed ora gli suscitavano contro Francesco Gonzaga. 

Dei tentativi furono fatti dai Fiorentini e dal Pontefice perché si evitasse una guerra tra il Carrarese e Venezia, ma riuscirono infruttuosi e le ostilità vennero iniziate sul finire di giugno del 1404. La repubblica di Venezia assoldò un forte esercito formato da truppe di ventura condotte da Paolo Savelli, Malatesta di Pesaro, Taddeo Dal Verme ed altri insigni capitani del tempo, e lo mandò verso il territorio padovano, mentre Gonzaga irrompeva icon le sue milizie nel veronese; Francesco Novello trasse dalla sua parte il marchese Niccolò III d’ Este — il quale occupò il Polesine di Rovigo che nel 1395 per un prestito di cinquantamila ducati aveva dato in pegno ai Veneziani — poi, firmata una tregua fino al 27 agosto con il Gonzaga ed affidata la difesa di Verona al figlio Giacomo, si ritirò nel territorio di Padova mettendosi a costruire  trinceramenti tra la fitta rete di canali che lo attraversa.

Malgrado la loro superiorità numerica i Veneziani non riuscirono a forzare le difese del Carrarese e il 20 agosto, a Pieve di Sacco, vennero violentemente respinti. Fu questo però un successo che non poteva influire sulle sorti della guerra; infatti cessata di lì a pochi giorni la tregua col signore di Mantova, il Carrarese si vedeva costretto a dividere le sue forze per andare a fronteggiare il Gonzaga e Giacomo Dal Verme operanti nel Veronese, mentre i Veneziani, richiamato da Candia ove lo avevano confinato, Azzo d’ Este, lo contrapponevano al marchese Niccolò, facendogli risalire il Po con una flotta. 
Francesco Novello si sarebbe trovato a mal partito se non fosse stato favorito da dissensi sorti nel campo veneziano tra il Malatesta e Paolo Savelli, che gli permisero di sconfiggere il primo e di catturare un convoglio condotto da Taddeo Dal Verme. Ma neppure questo successo migliorò le sue condizioni; anzi le peggiorò perché, congedato il Malatesta, l’esercito nemico ebbe sotto il Savelli quell’unità di comando che gli mancava e che non era stata l’ultima causa dei suoi insuccessi. 
Eletto capo supremo, Paolo Savelli mise in opera un abile stratagemma. Egli finse di ritirarsi nei quartieri d’inverno di Treviso e quando seppe che il Carrarese, ingannato da questa mossa, aveva mandato a casa buona parte delle milizie, passò improvvisamente la Brenta (2 dicembre), invase il territorio di Piove di Sacco e ruppe e ferì Francesco Novello accorso precipitosamente a respingerlo.

 Con questo scacco si chiudeva il 1404. L’anno nuovo intanto s’apriva con la defezione del marchese NICCOLO' III d’Este, che, minacciato da AZZO, chiedeva pace a Venezia e l’otteneva cedendole il Polesine di Rovigo e le fortezze che aveva innalzate lungo il Po. Abbandonato dal genero, non soccorso dai Fiorentini, impegnati nella guerra di Pisa, provvide alla salvezza dei suoi tesori e della famiglia, mandando a Firenze i suoi gioielli, i figli minori Ubertino e Marsilio, i figli naturali e i nipoti, e, sgombro da preoccupazioni, si dedicò tutto alla difesa dei suoi domini. 
L’inverno gli concesse un po' di respiro, ma col sopraggiungere della buona stagione i nemici lo assalirono da ogni parte. Il 25 maggio del 1405 Castelcaro fu espugnato dal Savelli, il quale si avanzò verso Padova, che il 12 giugno cinse d’assedio. Nello stesso tempo dalle milizie di Francesco Gonzaga e di Giacomo Dal Verme veniva assediata Verona. La popolazione di questa città non era affezionata ai Carraresi; sopportava quindi malvolentieri i disagi della guerra; tuttavia quando videro dare l’assalto alle mura, i cittadini decisero di costringere Giacomo da Carrara a trattare con GABRIELE EMO, provveditore di Venezia, che seguiva l’esercito nemico. 

Il 22 giugno il popolo in armi si radunò nella piazza maggiore e mandò Verità dei Verità, Antonio Maffei e Giacomo Fabbri al campo veneziano. Questi offrirono la resa a patto che venissero mantenuti i privilegi della città e fosse concesso un salvacondotto per Giacomo da Carrara e la sua famiglia. Accettate le condizioni, il 25 giugno il Dal Verme entrò con l’esercito in città, occupandola in nome della repubblica, ma, venendo meno ai patti, tenne prigioniero il figlio dei Carrarese. Questi, più tardi, tentò di fuggire, ma, ripreso, venne mandato nelle carceri di Venezia. 

Presa Verona, l’esercito del Gonzaga e del Dal Verme andò a raggiungere quello che assediava Padova, la quale però si difese accanitamente, malgrado la peste che, scoppiata in luglio, vi infieriva in modo violentissimo, mietendo numerosissime vittime. Sperando sempre nei soccorsi dei Fiorentini, specie dopo aver saputo che avevano comprato Pisa, Francesco da Carrara rifiutò proposte di pace avanzate da Venezia tramite di Carlo Zeno, e il 18 agosto assalì improvvisamente il campo del Savelli, arrecandogli danni gravissimi. Ma questa fortunata azione non salvò Padova dall’assedio. 
I nemici anzi la strinsero maggiormente ed intensificarono le operazioni contro i castelli del territorio. Camposampiero si arrese l'11 di settembre, Monselice, il 14 avendo un incendio distrutto le vettovaglie; nell’ottobre capitolarono Stra, San Martino, Arlenga, Cittadella, e Castelbaldo. 
Sebbene decimata dalla peste, Padova continuò a resistere e il 2 novembre respinse un assalto del nemico, forte di ottomila cavalli e seimila fanti, guidati da Galeazzo di Mantova, che era subentrato nel comando al Savelli, morto di malattia poco tempo prima. 
In questa battaglia, durata tutto un giorno, il provveditore veneziano Francesco Bembo fu ferito e lo stesso Galeazzo venne rovesciato dalle mura da un colpo di lancia vibratogli da Francesco da Carrara. 

Fu questa l’ultima vittoria del Carrarese. Il 17 novembre, le guardie della porta di Santa Croce, corrotte da un Giovanni di Betramino, diedero libero passo al nemico che si  impadronì di quel quartiere. Invano Francesco Novello chiamò alle armi i cittadini: questi erano stanchi dell’assedio ed ora non pensavano che a nascondere i loro averi. Allora il Carrarese, ottenuto un salvacondotto, si recò al campo nemico e propose a Galeazzo e ai tre provveditori veneziani di iniziar trattative per un onorevole resa, ma gli fu risposto che occorreva trattare direttamente con Venezia. 
Ritornato a Padova, fece eleggere otto deputati dalla città, due ne scelse egli stesso e li mandò come ambasciatori a Venezia. Qui non furono ricevuti i due messi del Carrarese, ma gli altri vennero accolti onorevolmente e ad essi la repubblica disse che avrebbe trattata generosamente Padova, se, abbandonato il suo signore, si fosse arresa. 

Sapendo i Veneziani che non sarebbe stato possibile convincere i Padovani a tradire il Carrarese fino a tanto che questi rimaneva in città, ricorsero all’inganno: Francesco Novello e il suo primogenito Francesco III furono invitati ad un amichevole abboccamento al campo e qui giunti furono mandati prima ad Oriago, poi a Mestre. Frattanto a Padova si inscenava una finta rivoluzione e il 19 novembre venivano aperte al nemico le porte della città. 
Protestò il Carrarese, ma ottenne solo di essere scortato a Venezia, dove sperava che il governo della repubblica non avrebbe approvato l’agire dei Provveditori, i quali si erano impegnati a non occupare Padova prima della fine delle trattative. 
Accolti dalle grida ostili del popolino, il 30 novembre i due Carraresi giunsero a Venezia e il giorno dopo furono ricevuti dal doge, che, dopo un drammatico colloquio ordinò che fossero chiusi in una prigione e li fece sottoporre ad un processo accusandoli di trame ordite ai danni della repubblica con alcuni patrizi veneziani, fra cui CARLO ZENO, che venne interdetto dai pubblici uffici e condannato a due anni di carcere. 

Prima però che il processo finisse, i Carraresi ebbero la morte. Il 17 gennaio fu nelle prigioni strozzato il padre, qualche giorno dopo subirono la stessa sorte i figli Francesco III e Giacomo. Cercò la repubblica di sbarazzarsi degli altri due che erano fuggiti a Firenze ed offrì premi vistosi a chi li consegnasse vivi o morti; ma non trovò nessuno che si macchiasse di tanto delitto.
 Ubertino morì di malattia il 7 dicembre del 1407, Marsilio si mise al soldo di Filippo Maria Visconti e nel 1435 tentò di rientrare a Padova. Scoperto e catturato, fu tradotto a Venezia dove venne decapitato il 24 maggio dello stesso anno.
Così si spegneva per opera della repubblica la stirpe della famiglia da Carrara e Venezia diventava, dopo questa guerra, una grande potenza terrestre.
 
Mentre la repubblica veneziana estendeva i suoi domini nella terraferma, lo stato visconteo si sgretolava. Vercelli, Casale ed altre terre del Piemonte cadevano in potere del marchese TEODORO di MOFERRATO; Facino Cane si impadroniva di Alessandria, Novara e Tortona; Pandolfo Malatesta occupava Brescia; Francesco Gonzaga alcune terre del Mantovano; Ottobuono Terzo si era reso padrone di Parma, Piacenza e Reggio. 
Inoltre Milano era travagliata dai dissidi scoppiati nella corte. Da una sedizione, di cui abbiamo fatto cenno, la duchessa Caterina era stata costretta a mutare parecchi membri del consiglio di Reggenza. Nei primi mesi del 1404 però essa si liberò con la violenza di loro e richiamò il BARBACARA.
 Il ritorno di costui mise contro Caterina il primogenito GIOVANNI MARIA. 
Allora il Barbavara tornò a fuggire e la stessa duchessa si ritirò a Monza, dove fu fatta prigioniera e il 17 ottobre del 1404 mori forse avvelenata. 
Pareva che lo stato visconteo dovesse rapidamente dissolversi. Invece doveva ricomporsi di lì a poco sotto FILIPPO MARIA VISCONTI, destinato a risollevare sia pure per breve tempo la fortuna della sua famiglia.

Mentre si chiudeva lo scenario di guerre al nord, si aprivano quelle al centro e al sud d'Italia.
A iniziare sono i tumulti di Roma
(e i vari papi - dalla morte di papa Bonifacio IX a papa Martino V).
 
Ci aspetta infatti il periodo dal 1405 al 1420 > > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE 
 

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