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(QUI TUTTI I RIASSUNTI) RIASSUNTO ANNI dal 1420 al 1434 

GLI ARAGONA - LUIGI D'ANGIO'
IL CARMAGNOLA - GUERRE DI FI-VE CONTRO MILANO

LUIGI III D'ANGIÒ E MARTINO V CONTRO GIOVANNA ii. - MUZIO ATTENDOLO NEL REAME DI NAPOLI - L'ARAGONESE A NAPOLI. - MARTINO V E ALFONSO D'ARAGONA - LO SFORZA E GIOVANNA - GIANNI CARACCIOLO - ALFONSO CONTRO GIOVANNA - BATTAGLIA DELLE FORMELLE - LA REGINA ADOTTA LUIGI D'ANGIÒ - MORTO DI MUZIO ATTENDOLO SFORZA - FRANCESCO SFORZA A NAPOLI - MORTE DI BRACCIO DA MONTONE - IL CARMAGNOLA - CREMONA, BERGAMO, BRESCIA E PARMA E I VISCONTI - VICENDE DI GENOVA - IL CARMAGNOLA E GLI SVIZZERI - I VISCONTI IN ROMAGNA - GUERRA TRA FIRENZE E VISCONTI - VENEZIA DOGATO DI TOMMASO MOCENIGO - FRANCESCO FOSCARI - IL CARMAGNOLA A VENEZIA.- LEGA TRA VENEZIA E FIRENZE CONTRO I VISCONTI - ASSEDIO E CADUTA DI BRESCIA - PACE DEL 1426 - BATTAGLIA DI MACLODIO. - PACE DI FERRARA 1428 - FIRENZE CONTRO LUCCA - NUOVA LEGA FIRENZE E VENEZIA - MORTE DI MARTINO V - EUGENIO IV - SIGISMONDO IN ITALIA - MORTE DEL CARMAGNOLA - PACE DI FERRARA 1433. - ESILIO E RITORNO DI COSIMO DE' MEDICI

 

ALFONSO D’ARAGONA E LUIGI III D’ANGIÒ


Fattosi amico di Braccio da Montone e deciso a vendicarsi della regina di Napoli (che si era rifiutata di aiutarlo ad allestire un esercito), papa MARTINO V trovò un validissimo aiuto in MUZIO ATTENDOLO Sforza, che era mosso dall’odio contro Gianni Caracciolo, e trovò pure un pretendente al trono napoletano in LUIGI III d’ANGIÒ. A Firenze vennero presi gli accordi per l'impresa meridionale tra il Pontefice, lo Sforza e gli ambasciatori dell’Angioino, i quali, messe a disposizione del condottiero vistose somme, fecero sì che questi potesse ricostituire il suo esercito e marciare alla volta di Napoli.

 Giunto in vicinanza della citta, Muzio Attendolo mandò a GIOVANNA il bastone di gran conestabile e, comunicatole che a causa dell’agire del Caracciolo si scioglieva dal giuramento di fedeltà, riconosceva re di Napoli LUIGI e cominciò a sobillare la popolazione e ad accogliere tra le sue file i vecchi fautori della causa angioina (giugno del 1420). 
Luigi III, intanto, allestita in Provenza e a Genova una flotta di nove galee e cinque navi da carico, faceva vela alla volta di Napoli e il 15 agosto s’ impadroniva di Castellammare, mentre lo Sforza poneva il suo quartier generale ad Aversa. Fingendosi paciere, MARTINO V invitò Giovanna e Luigi a mandargli a Firenze, dove allora si trovava, ambasciatori perchò si risolvesse pacificamente la contesa. La regina Giovanna mandò come suo ambasciatore un abilissimo diplomatico, ANTONIO CARAFFA soprannominato MALIZIA. Questi non tardò ad accorgersi delle vere intenzioni del Pontefice e rese un prezioso servizio alla propria sovrana procurandole un potente alleato: ALFONSO d’ARAGONA.

 A grande potenza era cresciuta a quel tempo la casa Aragonese. Ai suoi domini di Spagna aveva aggiunto la Sicilia, la Sardegna e gran parte della Corsica e poteva considerarsi come padrona, con Genova, del Mediterraneo occidentale. La Sicilia era caduta sotto il dominio aragonese dopo la morte di Martino, marito della regina Maria (24 luglio 1409). Suo padre, Martino II aveva annessa l'isola al suo regno, lasciandone l’amministrazione a BIANCA di NAVARRA, seconda moglie del figlio; morto anche lui di lì a poco (31 maggio del 1410) senza eredi, era stato eletto re d’Aragona FERDINANDO di CASTIGLIA, il quale, accordatosi con la Regina Bianca, era stato riconosciuto re di Sicilia (dicembre del 1412) e vi aveva mandato come viceré il secondogenito Giovanni. Essendo stato nel 1416 assassinato Ferdinando, gli era successo in tutti i domini, e perciò anche in Sicilia, il figlio ALFONSO. 

Nel 1420 re Alfonso d’Aragona, ricevuto ad Aiaccio il giuramento di fedeltà dei Corsi, si era recato ad assediare la città di Bonifazio, la quale, con Calvi, riconosceva ancora la signoria di Genova, e nel medesimo tempo aveva mandato al Pontefice un ambasciatore, GARZIA CAVANILLA, perché ottenesse il riconoscimento del possesso dell' isola. Con il Cavanilla si accordò a Firenze Antonio Caraffa, poi si recò segretamente a Bonifazio  chiedendo l' aiuto dell’Aragonese promettendogli che la regina Giovanna lo avrebbe istituito suo erede. 

Alfonso d’Aragona, stanco per la resistenza dei Corsi, abbandonò quella guerra e si diede con entusiasmo all’altra che gli si proponeva. Diciotto galee, su cui presero posto tre dei migliori capitani aragonesi, salparono velocemente e il 6 settembre comparvero nelle acque di Napoli costringendo la piccola flotta angioina ad allontanarsi. Muzio Attendolo Sforza, che con Luigi III assediava Napoli, tentò in tutti i modi di impedire lo sbarco degli Aragonesi, ma non vi riuscì e dovette ritirarsi ad Aversa; Raimondo Perilios, luogotenente di Alfonso, entrò in Napoli, lietamente accolto da Giovanna, e prese in consegna Castel Nuovo in nome del suo sovrano che venne proclamato figlio adottivo della regina ed erede presunto del trono. 

Per poter meglio continuare la guerra contro l’Angioino, Giovanna e il Perilios iniziarono segrete trattative con BRACCIO da MONTONE, che allora si trovava a Perugia, e con l’offerta di un buon soldo e la promessa di farlo signore di Capua e di Aquila e gran conestabile del reame, lo presero al loro servizio. Braccio entrò con le sue milizie nel reame nell’estate del 1421 e giunse a Napoli nel luglio di quell’anno, accolto con grandi onori da Giovanna e da Alfonso, il quale era arrivato pochi giorni prima dalla Sicilia con un forte esercito. 

Si credeva che con l’arrivo del celebre condottiero la guerra dovesse condursi a termine rapidamente; invece le operazioni andarono per le lunghe e non tutte riuscirono felicemente. Acerra, ad esempio, assediata dalle milizie aragonesi e da quelle di Braccio resistette energicamente e non fu occupata. Allora Braccio cercò d’ indebolire lo Sforza attirando sotto le sue insegne alcuni capitani che militavano con il rivale. Gli riuscì di staccare Giacomo Caldora ma non fece in tempo a guadagnare alla propria causa il Tartaglia, quando Attendolo Sforza, venuto in sospetto della fedeltà di costui, lo fece arrestare e decapitare.
 
L’uccisione del Tartaglia giovò molto alla regina perché i soldati sdegnati della condotta dello Sforza l’abbandonarono e passarono al nemico. La debolezza dello Sforza non poteva non preoccupare il Pontefice, il quale prevedeva la sconfitta dell’Angioino che proteggeva. Egli si pentiva di essersi messo a favorire una causa, la quale gli costava molto denaro, e non solo, ma minacciava di far rinascere lo scisma. Difatti Alfonso, per rappresaglia, ordinava che in tutti i suoi stati fosse tolta l’obbedienza a Martino V e venisse riconosciuto Benedetto XIII che viveva a Peniscola. Vedendo mancarsi l’appoggio del Papa, Luigi III d’Angiò si recò a Roma per tener gli occhi aperti sull’alleanza di Martino V : ma mentre cercava di ottenere il protettore che gli stava sfuggendo, perdeva il generale che con le armi aveva fino allora sostenuto la causa angioina: Muzio Attendolo Sforza si riappacificava con Braccio da Montone e per mezzo di questo — il quale desiderava di tornarsene nella sua signoria per estenderla — si riconciliava con la regina da cui riceveva la città di Manfredonia. 

La causa di Luigi d’Angiò pareva perduta quando le sue sorti tornarono a rialzarsi per i mutati rapporti tra la regina Giovanna ed Alfonso d’Aragona. Quest’ultimo non aveva visto di buon occhio il ritorno dello Sforza e da tempo mal sopportava l’autorità del Caracciolo, il quale rappresentava un fortissimo ostacolo ai disegni del re che erano di farsi padrone assoluto del napoletano. Nacquero dissapori tra il sovrano d’Aragona e la regina, che si fecero così acuti da minacciare un’aperta rottura e da determinare i due sovrani a scegliersi ciascuno una residenza a parte. Giovanna andò ad abitare al castello di Porta Capuana, che mise sotto la custodia di un corpo fidato di guardie, Alfonso fissò la sua dimora a Castel Nuovo. 
Qui l’Aragonese riuscì a catturare l’amante di Giovanna. Essendosi il 22 maggio del 1423 il Caracciolo recato a conferire con Alfonso, questi lo fece arrestare, poi con le sue milizie corse ad assalire Castel Capuano sperando di sorprendervi la regina, impadronirsene e mandarla prigioniera in Catalogna. Ma l'impresa gli falli per la strenua difesa della guardia. Informato del pericolo che la regina correva, accorse dal suo campo Muzio Attendolo Sforza con un migliaio d’armati e il 29 maggio, scontratosi con gli Aragonesi presso il castello, in un luogo detto le Formelle, li sconfisse con gravi perdite, prese al nemico i migliori capitani e costrinse il re a chiudersi in Castel Nuovo.

 Anziché tentar l’assalto di questa fortezza o cingerla d’assedio, lo Sforza uscì da Napoli per togliere Aversa agli Aragonesi. Questa mossa del condottiero fu la salvezza di Alfonso che l' 11 giugno ricevette un aiuto insperato: quello di una flotta di ventidue galee ed otto vascelli carichi di truppe, comandata da GIOVANNI da CARDONA. Lo Sforza, richiamato da Giovanna, si affrettò a tornare a Napoli, ma questa volta la fortuna non gli arrise. Impotente a sloggiare con la sua cavalleria la fanteria aragonese dalle strette vie della città, egli abbandonò l' impresa e, riscattato il Caracciolo restituendo in cambio venti prigionieri aragonesi presi alle Formelle, prese con sè la regina e si ritirò ad Aversa.

 Questi avvenimenti e l' intercessione di Martino V indussero Giovanna II ad accostarsi all’Angioino. Giunta ad Aversa, essa disdisse l’adozione di Alfonso d’Aragona e nominò suo figlio adottivo ed erede Luigi III d’Angiò. Fu questo un fiero colpo per l’Aragonese, il quale si rivolse per aiuto a Braccio da Montone. Ma questi allora era tutto intento ad assediare Aquila, che Giovanna gli aveva concessa ma che invece non voleva darsi al condottiero; e, malgrado le reiterate preghiere del re, non si mosse. 

A render più critica la situazione di Alfonso si aggiungeva l' intervento di FILIPPO MARIA VISCONTI, il quale, sollecitato dal Pontefice, aveva sposata la causa dell’Angioino ed ora preparava a Genova (caduta in suo potere) una flotta da spedire a Napoli. L’Aragonese si preparava a resistere a tanti nemici quando gli giunse la notizia che una grave guerra era scoppiata tra i suoi fratelli e il re di Castiglia. Allora Alfonso, lasciato a Napoli come suo luogotenente il fratello don Pietro d’Aragona, fece vela per la Spagna. Navigando alla volta di Barcellona, per vendicarsi del suo rivale, asslì, prese e saccheggiò Marsiglia che dipendeva da Luigi III, e nel dicembre approdò in Aragona.

 Erano appena passati due mesi dalla partenza dell’Aragonese quando, verso la fine del 1423, comparve nelle acque del napoletano la flotta genovese del Visconti. Essa era composta di quattordici navi onerarie e di ventidue galee ed era comandata da GUIDO TORELLO. Con pochissima fatica si  impadronì di Gaeta, Procida, Castellammare, Sorrento ed altre terre occupate dagli Aragonesi, poi mosse alla volta di Napoli per bloccarvi don Pietro d’Aragona. 

Mentre la flotta genovese veleggiava alla volta di Napoli, Muzio Attendolo Sforza, mandato dalla regina Giovanna, marciava al soccorso di Aquila che da parecchi mesi resisteva coraggiosamente all’assedio di cui con ostinazione la teneva stretta Braccio da Montone. Il 3 gennaio del 1424 lo Sforza giunse alla riva destra del fiume Pescara. La città del medesimo nome era tenuta dai Bracceschi che avevano rafforzato la sinistra del fiume con steccati custoditi da numerosi armati. MUZIO ATTENDOLO, convinto di trovar un più facile passaggio, insieme col figlio Francesco e quattrocento corazzieri, guadò il fiume alla foce e sloggiò il nemico dagli steccati. Nel frattempo, a causa di un vento impetuoso, rifluendo le acque del mare nel fiume, lo avevano gonfiato in modo da renderne il guado pericoloso;  il resto delle milizie sforzesche che si trovavano ancora sull’opposta riva si rifiutava di mettersi in acque e raggiungere il condottiero, il quale temendo un ritorno offensivo del nemico e volendo perciò aver tutte sotto mano le sue truppe, scese in acqua col cavallo per eccitare col suo esempio i titubanti; ma giunto nel mezzo della corrente, vedendo un suo valletto in procinto d’annegare, si chinò per afferrarlo. In quel momento il suo celebre cavallo, che aveva nome Scalzanaca, sdrucciolò, e lo Sforza cadde in acqua e non potendo nuotare a causa della pesante armatura da cui era coperto, fu trascinato dalla corrente e perì senza che i suoi potessero porgergli aiuto. 

L’esercito del famoso condottiero acclamò suo capo il giovane figlio FRANCESCO, il quale, abbandonata l' impresa di Aquila, ricondusse i suoi soldati ad Aversa dove la regina gli confermò il comando e i possessi paterni e gli concesse di portare il nome di SFORZA in memoria del grande condottiero scomparso. Da Aversa Francesco Sforza passò con le sue truppe a Napoli per dare man forte ai soldati di Guido Torello. La città, stretta dalla parte della terra e dal mare, resistette per alcuni mesi all’assedio, ma nell’aprile del 1424 Giacomo Caldora, che era al servizio dell’Aragonese, disgustatosi con lui, aprì le porte allo Sforza. Pietro d’Aragona si chiuse in Castel Nuovo,  vi rimase fino all’Agosto, poi si ritirò in Sicilia. 

Ritornata padrona di Napoli, la regina Giovanna volle ritentare l' impresa di Aquila alla quale la spingeva il Pontefice sollecitato dalle preghiere degli abitanti di quella città. Un esercito numeroso, comandato da Giacomo Caldora e di cui faceva parte la compagnia di Francesco Sforza, fu mandato in soccorso della città assediata. Il vantaggio, per il numero delle truppe, stava dalla parte dell’esercito di Giovanna; ma Braccio aveva quello della posizione, perché la pianura in cui stava accampato era protetta dalla scoscesa montagna di San Lorenzo, i cui passi erano sorvegliati dalla sua fanteria. Tuttavia Braccio non volle sfruttare il suo vantaggio e permise al nemico di scendere al piano, dove, sebbene numericamente inferiore, era sicuro di vincerlo. E lo avrebbe vinto se gli ordini da lui dati fossero stati eseguiti dai suoi capitani. Egli aveva disposto che un corpo di fanteria rimanesse di riserva sulla montagna e che quattro compagnie di corazzieri comandati da NICCOLO' PICCININO restassero a guardia delle porte della città, per impedire agli Aquilani di tentare una sortita, e di non muoversi di là per nessun motivo. Inoltre il Piccinino aveva l'incarico di fare alle fanterie della montagna un segnale convenuto perché scendessero e prendessero alle spalle il nemico a battaglia iniziata. 

Il combattimento ebbe luogo il 2 giugno del 1424. Appena il nemico fu disceso al piano, Braccio da Montone lo assalì impetuosamente con la sua cavalleria e lo spinse in disordine verso le falde della montagna. Se in quel momento il Piccinino avesse fatto l’atteso segnale alle fanterie, l’esercito del Caldora sarebbe stato sicuramente sconfitto; invece egli, desideroso di menar le mani, trasgredì la consegna ricevuta dal suo comandante e corse con i suoi corazzieri nella mischia. Rimaste sguarnite le porte, seimila Aquilani uscirono e si gettarono alle spalle dei Bracceschi, i quali vennero sopraffatti dal numero. Braccio da Montone, mentre scorreva le file per infonder coraggio ai suoi soldati, venne ferito da un colpo di spada alla gola e sbalzato di sella. I suoi, credendolo morto, si diedero alla fuga. Trasportato alla tenda del Caldora, Braccio rifiutò sdegnosamente le cure che gli volevano prodigare, ricusò di parlare e di mangiare e morì in capo a tre giorni, il 5 giugno del 1424, in età di cinquantasei anni. 

Morto Braccio, si sfasciò il principato che con il suo valore si era costituito. Se Francesco Sforza aveva saputo salvare dalla dissoluzione i domini e l’esercito del padre, Oddo, figlio di Braccio,  riuscì solo a tenere il castello di Montone e dentro la compagnia ricostituita con i resti delle milizie disfatte non riuscì ad avere che un comando in sottordine, perché quello supremo lo ebbe il Piccinino. Il 16 luglio Perugia aprì le porte alle truppe della Chiesa, alla quale ritornarono tutte le altre terre che erano state di Braccio; Capua e gli altri feudi del Napoletano ritornarono sotto in potere della regina Giovanna.

FILIPPO MARIA VISCONTI — VICENDE DI GENOVA
VENEZIA SOTTO IL DOGATO DI MOCENIGO 
PRIMA GUERRA DEL VISCONTI CONTRO FIRENZE E VENEZIA

Mentre Braccio e Sforza facevano parlare di sé nell’Italia meridionale e legavano il loro nome alle vicende di quelle regioni, un altro grande capitano di ventura riempiva della sua fama l' Italia settentrionale: il CARMAGNOLA, cui era legata la fortuna del Visconti. L’opera di ricostituzione del principato paterno iniziata da Filippo Maria aveva subita una sosta con il passaggio in Lombardia di Martino V. Appena il Pontefice fu partito, essa venne ripresa. Il Carmagnola, che era il braccio destro del Visconti, invase il territorio cremonese e occupò senza difficoltà i castelli di Pizzighettone e Soncino. 
Gabrino Fondulo, non potendo resistere alle armi del duca, offrì ai Veneziani la cessione di Cremona, ma Venezia impegnata com’era nella conquista del Friuli non accettò, e il Fondulo allora venne a patti con Filippo Maria, cui vendette il suo principato ad eccezione di Castiglione in cui si ritirò. In difesa di Gabrino Fondulo aveva cercato di correre ANDOLFO MALATESTA, ma fu prevenuto dal Carmagnola, che il 24 luglio assalì ed espugnò Bergamo e più tardi  avanzò fin sotto le mura di Brescia. 

Il Malatesta chiese aiuti alla repubblica veneziana e al fratello Carlo, signore di Rimini. La prima dichiarò di poter soltanto concedere la sua mediazione; il secondo invece gli mandò alcune schiere comandate da Luigi da Fermo. Queste però, nell’ottobre del 1420, furono sbaragliate presso Montichiari dal Carmagnola e Pandolfo Malatesta fu costretto il 14 marzo del 1421 a cedere Brescia al Visconti e a ricoverarsi a Rimini, dove morì sei anni dopo. 
Queste vittorie delle armi viscontee consigliarono Rinaldo Pelavicino a cedere a Filippo Maria San Donnino, i Rossi e i Pellegrini di Parma a fare atto di sottomissione e il marchese Niccolò III d’ Este a cedere Parma, conservando Reggio col pagamento d’un annuo tributo (8 aprile del 1421). 

Ritornato padrone di quasi tutta la Lombardia, il Visconti rivolse gli sguardi a Genova. GIORGIO ADORNO — come si è già detto — era stato eletto doge nel 1413 dopo la cacciata del marchese di Monferrato. A lui, dopo due anni di governo, era successo Bernabò di Goano e, tre mesi dopo, il 4 luglio del 1415 era stato innalzato alla suprema carica Tommaso da Campo Fregoso. Favorito dai fuorusciti, contro costui nel 1418 aveva portato le armi il Visconti per mezzo del Carmagnola
Il doge, costretto a difender la Corsica dagli Aragonesi e la città dai Milanesi, aveva accettata la mediazione di Martino V e il 10 maggio aveva concluso la pace con Filippo Maria obbligandosi di pagargli subito cinquantamila formi e centocinquantamila entro quattro anni e di riammettere inoltre i fuorusciti.
 
Ma era stata una pace di corta durata. Due anni dopo il Visconti ritornava contro Genova, e il Campofregoso si rivolgeva per aiuto ai Fiorentini e, per ingraziarseli, vendeva loro per centomila fiorini d’oro Livorno (giugno del 1421).
Non riusciva però ad ottenere che promessa di neutralità. Intanto il Carmagnola avanzava minaccioso contro la città e sette galee aragonesi, assoldate dal Visconti, movevano contro Genova per agevolare le operazioni terrestri. Contro la piccola flotta nemica il Campofregoso mandò il fratello Battista con altrettante navi da guerra, ma nella battaglia che ne seguì i Genovesi ebbero la peggio e il loro comandante venne fatto prigioniero. Allora il doge stabilì di scendere a patti. Genova il 2 novembre del 1421 passò sotto la signoria del Visconti alle medesime condizioni con le quali si era data a Carlo VI; al doge, in compenso, fu lasciato il possesso di Sarzana e vennero dati ventimila fiorini; quindicimila ne ricevette il fratello Spinetta per la cessione di Savona. 

"Il Carmagnola - scrive l'Orsi- prese possesso della città a nome del duca e rimise in patria tutti i fuorusciti. Da principio egli lasciò sussistere quasi tutto l’antico ordinamento della repubblica e conservò persino i consiglieri dell’ultimo doge; ma intanto cercava di guadagnare con le lusinghe e con ricompense i più ragguardevoli cittadini per persuaderli a rinunziare alle convenzioni stipulate ed a sottomettere la città senza patti di sorta alla piena signoria del duca. Quando nel febbraio del nuovo anno 1422, egli se ne tornò a Milano e a dire di essere riuscito nel suo intento: difatti pochi giorni dopo vi giunsero anche ventiquattro ambasciatori genovesi, che il 4 marzo fecero la cessione incondizionata della loro città: il duca finì per eleggere egli stesso, oltre i governatori, anche le altre più importanti cariche della repubblica genovese (Orsi) ». 

Un mese dopo, il Carmagnola, insieme con Agnolo della Pergola, alla testa di seimila corazzieri e diciottomila fanti, passò in Val d’Ossola per cacciare gli Svizzeri di Uri e di Obwalden che avevano occupate Domodossoia e Bellinzona. Queste due città vennero riprese al nemico, col quale, il 30 giugno del 1422, i due condottieri italiani vennero a campale battaglia ad Arbedo. Accanito fu il combattimento e poiché il luogo non si prestava alle evoluzioni della cavalleria, impotente a lottare contro gli Svizzeri, il Carmagnola fece appiedare i suoi cavalieri e così riuscì completamente a sbaragliare il nemico. 
Dopo la vittoria di Arbedo, il Visconti si fece cedere dal duca d’Orléans la città di Asti, indi occupò Crema, da cui Giorgio Benzone, nel gennaio del 1423, si rifugiò a Venezia. Al principio di quest’anno Filippo Maria poteva vantarsi di avere riconquistato tutti i domini paterni della Lombardia ed ora volgeva lo sguardo bramoso verso l' Italia centrale.

L' occasione a scendere in questa parte della penisola gliela porse la morte di Giorgio degli Ordelaffi, avvenuta il 25 gennaio del 1423. Egli lasciava come suo erede il figlio Tebaldo, di nove anni appena, mettendolo sotto la tutela del Visconti; ma la vedova Lucrezia degli Alidosi, figlia del signore di Imola, non tenendo conto della volontà del marito, assunse la reggenza. Questo dispiacque fortemente ai Forlivesi, i quali, istigati dal duca di Milano, si levarono a tumulto, scacciarono Lucrezia ed ammisero nella città AGNOLO della PERGOLA, condottiero del Viscosti (14 maggio 1423). Firenze non poteva rimanere indifferente all’annunzio di questi avvenimenti e lasciar che il Visconti violasse il trattato con cui s’era impegnato di non intervenire negli affari dei paesi posti a sud del Panaro e della Magra. Perciò dichiarò guerra a Filippo Maria ed elesse capitano delle sue milizie PANDOLFO MALATESTA, il quale penetrò nella Romagna per portare aiuto agli Alidosi minacciati dalle armi di Agnolo della Pergola. Il Malatesta non ebbe fortuna: presso Imola venne sconfitto e questa città il 10 febbraio del 1424 venne espugnata. Luigi degli Alidosi venne fatto prigioniero e mandato a Milano. Pochi giorni dopo Guido Antonio Manfredi, signore di Faenza, passò per prudenza dalla parte dei Visconti. 

La guerra cominciava male per Firenze. Dopo questo primo scacco essa aveva riposto le sue speranze in Braccio da Montone e gli aveva spedito al campo di Perugia ambasciatori con sessantamila fiorini: ma il celebre condottiero era morto — come si è visto — nel giugno di quell’anno e i denari che dovevano servire per pagare le truppe erano caduti in mano dei vincitori.
Allora i Dieci della Guerra raccolsero un esercito di diecimila cavalli e tremila fanti e ne diedero il comando a CARLO MALATESTA, signore di Rimini, che fu mandato a soccorrere Alberico da Barbiano (junior) assediato dalle truppe viscontee nel suo castello di Zagonara. Il Malatesta si scontrò col nemico il 28 luglio del 1424 e dopo aspro combattimento venne sconfitto e fatto prigioniero. Condotto a Milano, si aspettava di esser gettato nel fondo di una prigione, invece Filippo Maria, che sapeva esser generoso quando era mosso dall interesse politico, lo trattò con grande cortesia e lo rimandò libero senza taglia. Vinto da tanta generosità, Carlo Malatesta abbandonò i Fiorentini e passò alla parte del Visconti. 

Malgrado questi gravi insuccessi, i Fiorentini non si persero d’animo e, assoldati NICCOLO PICCININO ed ODDO da MONTONE, li mandarono in Romagna. Ma in Vai di Lamone i due condottieri, caduti in una imboscata, subirono una terribile sconfitta (1 febbraio del 1425); Oddo venne ucciso; il Piccinino, fatto prigioniero, fu condotto a Faenza, dove gli riuscì di ottenere la libertà e di persuadere il Manfredi a dichiarar guerra al Visconti (29 marzo 1425).
 Fallite tutte le operazioni in Romagna, Firenze cercò migliore fortuna attaccando il Visconti dalla parte della Liguria. Alleatasi con Alfonso d’Aragona e con i fuorusciti genovesi, mandò ventiquattro galee aragonesi (10 aprile dei 1425) nel porto di Genova con Tommaso da Campofregoso, il quale sperava di fare ribellare i suoi concittadini; ma il colpo non riuscì per l’odio che i Genovesi nutrivano contro l’Aragonese e la flotta dovette ritirarsi. Esito migliore non ebbe una spedizione terrestre: un esercito fiorentino scontratosi a Rapallo col nemico vi fu sconfitto. 

Nè qui finirono gli insuccessi dei Fiorentini. Essi videro il loro migliore capitano, Niccolò Piccinino, passare sotto le insegne del Visconti, al cui soldo era già andato con duemila cavalli FRANCESCO SFORZA; videro inoltre le truppe di Filippo Maria scendere in Toscana e si affrettarono a mandar contro gli invasori, guidati da GUIDO TORELLO, un esercito di cui aveva il comando BERNANDINo degli UBALDINI; ma la fortuna fu ancora contraria a Firenze: il 9 ottobre del 1425 le sue milizie vennero rotte ad Anghiari ed otto giorni dopo subirono una nuova sconfitta alla Faggiuola. Vistisi a mal partito i Fiorentini chiesero aiuto a Sigismondo; ma questi aveva troppo da fare coi Turchi per tirarsi addosso il peso di una guerra di qua dalle Alpi. Si rivolsero quindi al Pontefice, ma con esito parimenti negativo. Allora cercarono d’ in- durre ad un’alleanza contro il Visconti la repubblica di Venezia. 

Venezia, sotto il dogato di TOMMASO MOCENIGO (1414-1423) aveva raggiunto un alto grado di prosperità e di potenza. Dopo una pattuita tregua d'armi con l’imperatore Sigismondo, essa aveva ricominciato a guerreggiare contro i Turchi e il 29 maggio del 1416, presso Gallipoli, una sua flotta di quindici galee comandate da Pietro Loredano aveva sconfitto una poderosa squadra nemica catturando parecchie navi e un cospicuo numero di soldati armati. Avvicinandosi però il termine della tregua conclusa con Sigismondo, aveva creduto opportuno di accogliere le proposte di pace del sultano Mohammed e stipulare un vantaggioso trattato coi Turchi.
 
Spirata la tregua con l'imperatore, era ricominciata la guerra, nel 1418, nel Friuli. Sigismondo aveva mandato un esercito di Ungheresi in aiuto del Patriarca d’Aquileia, Ludovico di Tech, nemico di Venezia; questa a sua volta aveva inviato un forte corpo di milizie, che avevano occupato il castello di Serravalle, mentre altre truppe guidate da Tristano Savorgnano si spingevano fin sotto le mura di Udine. Verso la fine di quell’anno l’esercito della repubblica, capitanato da FILIPPO ARCELLI,  si era impadronito di Feltre e Belluno; nel 1419 anche Sacile era stata conquistata e Cividale si era spontaneamente data ai Veneziani, resistendo poi vigorosamente agli assalti del Patriarca venuto ad assediarla con il conte di Gorizia e con Marsilio da Carrara; nella primavera e nell’estate del 1420, infine, Udine, Gemona, Venzone, Monfalcone, Marano ed altre città del Friuli, del Cadore e dell’Istria erano cadute. 
Contemporaneamente Pietro Loredano aveva strappato a Sigismondo Lesina, Curzola, Cattaro, Traù, Sebenico e Spaiato e le conquiste veneziane nella sponda opposta dell’Adriatico si erano estese a Scutari, Antivari, Dulcigno ed altri luoghi della costa albanese. Quanto al Patriarca d’Aquileia,  pur conservando Aquileia, San Daniele e San Vito e ricevendo un assegno annuo di tremila ducati, aveva cessato di essere signore temporale. 

Così — scrive il Battistella — Venezia « fino dal secolo XV aveva senza titubanze risolto un arduo problema che quattro secoli e mezzo più tardi doveva stancare la nuova Italia e aveva, sebbene in proporzioni ridotte, dato al mondo un primo esempio della Breccia di Porta Pia e delle leggi della guarentigie ».
 
Il 4 aprile del 1423 era morto il MOCENIGO. Negli undici giorni d'interregno si era abolito l’arengo (assemblea popolare) e si era modificata la formula con la quale si soleva presentare al popolo il nuovo doge, chiedendogli la conferma dell’elezione. Come successore del Mocenigo era stato scelto il 15 aprile FRANCESCO FOSCARI, il quale, al contrario del suo predecessore che si era dimostrato uomo pacifico e avverso per interessi commerciali ad una guerra contro i Visconti, era considerato come un fervente fautore della politica espansionistica e guerresca. 

Nè il Foscari aveva smentito il concetto che i suoi concittadini avevano di lui. Difatti, avendo Salonicco per salvarsi dalle minacce dei Turchi chiesto ai Veneziani che la occupassero, Francesco Foscari, senza porre tempo in mezzo, aveva mandato a prenderne possesso PIETRO LOREDANO. Ma, guardando all’Oriente, il Foscari non tralasciava di tenere un occhio sulle cose d’Italia e di sorvegliare in modo speciale l’andamento della guerra tra Filippo Maria Visconti e i Fiorentini. 
Egli era stato sempre caldo fautore dell’alleanza con Firenze, eppure, salito al dogato, si era mostrato esitante ad accogliere le proposte dei Fiorentini. A farlo decidere in favore di questi giungeva nel febbraio del 1425 a Venezia il CARMAGNOLA. 

Abbiamo già letto come nella guerra di Romagna il Carmagnola non aveva preso alcuna parte e come nella spedizione allestita nel 1423 contro Alfonso d’Aragona il comando della flotta era stato dato a Guido Torello anziché al Carmagnola. Era questi allora caduto in disgrazia del principe, il quale, dimenticando facilmente quanto il prode condottiero aveva operato per lui, aveva dato ascolto alle maligne insinuazioni degli invidiosi, tra cui erano OLDRADO LAMPUGNANO e ZANINO RICCIO, e, sospettoso come era, aveva creduto che il Carmagnola, ricco, valoroso e idolatrato dai soldati, potesse costituire un serio pericolo per la signoria viscontea.
 
 Nel 1424 Filippo Maria, con lo scopo di privare il Carmagnola della fedele guardia personale, gli aveva ingiunto di licenziare trecento lance che teneva per sè. Il condottiero aveva scritto al duca, protestandogli la sua fedeltà e pregandolo di non privarlo di quei soldati prodi e fedeli. Non avendo ottenuta alcuna risposta, era andato a trovarlo al castello di Abbiategrasso; ma il principe si era rifiutato di riceverlo. Sdegnato, il Carmagnola aveva pronunciato risentite parole all’ indirizzo del suo signore e, giurando che questi si sarebbe un giorno pentito di non averlo voluto ascoltare, si era allontanato con i suoi cavalieri.

Bramoso di vendicarsi e di suscitar nemici al Visconti, il Carmagnola sul finire del 1424 si era recato in Piemonte ed aveva cercato di persuadere Amedeo VIII di Savoia a prendere le armi contro Filippo Maria e ad allearsi con Firenze. Il principe sabaudo lo aveva accolto onorevolmente, ma non si era troppo impegnato. Allora il Carmagnola aveva pensato di recarsi a Venezia e, sotto finte spoglie, evitando la Svizzera, si era recato prima a Trento, poi a Feltre e a Treviso. 

Il 23 febbraio del 1425 il celebre condottiero giungeva a Venezia. Con gran calore egli si mise ad esortare la repubblica a romper la tregua col Visconti e le offrì i suoi servigi. I Veneziani accolsero festosamente un capitano così tanto famoso, ma temendo che fosse d’accordo con Filippo Maria e cercasse d’ingannarli simulando l’odio verso il duca di Milano, usarono nei suoi riguardi molte cautele e assegnatogli il comando di duecento lance lo mandarono a Treviso. 

I dubbi che i Veneziani nutrivano sul Carmagnola si dissiparono quando seppero che la moglie e le figlie del condottiero erano trattenute prigioniere a Milano e che i suoi beni erano stati confiscati e quando, nell’agosto del 1425, fu scoperta a Treviso una congiura tramata dal Visconti per fare avvelenare il Carmagnola. 

Non pochi autori della trama furono condannati a morte e Venezia considerò quel tentativo come un atto di ostilità del Visconti contro la repubblica. Sollecitato da FRANCESCO GONZAGA, dal marchese d’Este, dal Carmagnola e dalle insistenti richieste di Lorenzo Ridolfi, ambasciatore fiorentino, il senato veneziano stabil' di allearsi con Firenze. La lega venne sottoscritta il 4 dicembre del 1425. Essa avrebbe avuto la durata di dieci anni; i Fiorentini avrebbero messo in campo seimila cavalli ed altrettanti pedoni, i Veneziani diciassettemila tra cavalli e fanti; quelli avrebbero allestita una flotta per operare nel Tirreno, questi avrebbero mandata sul Po una loro squadra navale; tutte le conquiste fatte in Lombardia sarebbero rimaste a Venezia, quelle fatte in Toscana e in Romagna a Firenze, salvi i diritti della Chiesa; Genova sarebbe stata restituita a libertà. Alla lega aderirono i signori di Ferrara e di Mantova e più tardi Gian Giacomo marchese di Monferrato e Amedeo VIII di Savoia, il quale pretese che Milano e le terre viscontee verso il Piemonte nella divisione venissero assegnate a lui. Il 27 gennaio del 1426 i confederati dichiararono guerra al Visconti. 

Col consenso di tutti gli alleati il comando supremo venne conferito al Carmagnola. Questi iniziò le operazioni guerresche assalendo Brescia, che con l’aiuto dei numerosi amici che vi aveva, occupò nel marzo del 1416. Ma qualche quartiere della città (quello ad esempio, di porta Garzetta) e le fortezze rimasero in potere delle guarnigioni viscontee, di modo che il Carmagnola dovette stringerle d’assedio.
 
Poichè il teatro principale della guerra era la Lombardia, Filippo Maria richiamò dalla Romagna le sue truppe, cedendo al Pontefice, per farselo amico, Imola e Forlì. Un tentativo di ostacolare il passaggio di queste truppe al Panaro fu fatto dal marchese d’Este; ma non riuscì e così Agnolo della Pergola, che le comandava, poteva passare in Lombardia e marciare su Brescia. Intorno a questa città il Visconti concentrò circa quindicimila cavalli e parecchie migliaia di fanti al comando dei migliori capitani del tempo tra cui erano, oltre Agnolo e Guido Torello, Francesco Sforza e Niccolò Piccinino, i rappresentanti cioè di due opposte scuole militari, quella di Braccio e quella di Muzio Attendolo. 

Ma la gelosia dei capi dell’esercito visconteo fece sì che essi non ricavassero tutto il vantaggio che potevano dalle loro numerose milizie. Essi assalirono i trinceramenti del Carmagnola troppo tardi per poterli espugnare e ne vennero respinti. Rintuzzarono le guarnigioni assediate parecchi assalti delle milizie della lega, ma le mura delle fortezze non potevano resistere ai tiri micidiali delle artiglierie, che allora venivano impiegate su larga scala, e una dopo l’altra dovettero cedere. 
Il 26 novembre del 1426 l’ultimo castello bresciano capitolò e venne occupato dai confederati, che intanto avevano conquistata Salò ed occupata la Riviera del lago di Garda. Contemporaneamente la flottiglia veneziana dì Francesco Bembo recava gravi danni nel Cremonese e nel Pavese e i Fiorentini rioccupavano tutte le terre perdute ai confini della Toscana.

Il Visconti, assalito da tanti nemici, preoccupato dai primi insuccessi e non sperando più negli aiuti promessigli dall’ imperatore Sigismondo, vide con piacere il Pontefice farsi intermediario tra lui e i collegati per porre fine alla guerra. Mediante l’opera del legato pontificio Niccolò Albergati, cardinale di Santa Croce, il 30 dicembre de] 1426 a Venezia fu conclusa la pace. 
I Veneziani tennero Brescia con la facoltà di costruire fortezze a non più di quaranta passi di là dall’Oglio; Amedeo VIII conservò le conquiste fatte nel territorio di Vercelli; i Fiorentini restituirono le terre occupate nella Riviera Ligure e Filippo Maria promise di non mischiarsi più negli affari della Toscana e della Romagna. Il Carmagnola ottenne la liberazione della moglie e delle figlie e la restituzione dei beni confiscati.

2a e 3a  GUERRA DI VENEZIA E FIRENZE CONTRO IL VISCONTI
IL CARMAGNOLA
  ESILIO E RITORNO DI COSIMO DE’ MEDICI

La pace di Venezia fu ratificata dal duca di Milano il 12 febbraio del 1427; ma non durò a lungo. Quando si trattò di consegnare ai Veneziani le fortezze del territorio di Brescia, Filippo Maria, consigliato anche da Sigismondo, si rifiutò e la guerra divampò di nuovo. All'inizio le armi viscontee riportarono alcuni successi. La flottiglia che il duca aveva armato, al comando di Paccino Eustacchio, si spinse sul Po fino a Casalmaggiore e si impadronì di questa città; il Piccinino si spinse fino a Brescello e la cinse d’assedio. Per controbattere il nemico sul fiume, Venezia affidò trenta galee a Francesco Bembo. Questi, il 20 maggio, attaccò presso Brescello la flotta milanese e dopo una lunghissima battaglia la sconfisse e gli diede fuoco, poi distrusse tre ridotte innalzate presso Cremona infine si spinse fino alla foce del Ticino. 

La sconfitta navale fu compensata da una vittoria che pochi giorni dopo, il 29 maggio, il Piccinino riportò sul Carmagnola, che assalito improvvisamente sotto le mura di Gottolengo, gli catturò millecinquecento uomini e lo costrinse a ritirarsi. Il Carmagnola però si rifece di lì a poco spingendosi fino a Casalsecco, presso Cremona, dove il 12 luglio si combatté un’aspra battaglia, occupando con il concorso della flotta, Casalmaggiore. 

In quel mentre Orlando Pallavicino, padrone di parecchi castelli nel territorio di Parma, si ribellava al Visconti e da ponente Amedeo VIII e il marchese di Monferrato penetravano negli Stati del duca. Contro costoro fu mandato LADISLAO GUINIGI che riportò dei successi sui Piemontesi; ma non era da quella parte che la guerra poteva decidersi bensì sul lato opposto, dove erano concentrate le migliori e più numerose truppe viscontee, comandate da Guido Torello, da Agnolo della Pergola, da Francesco Sforza e da Niccolò Piccinino. 
Tra questi condottieri però non regnava l’accordo, bensì una grandissima gelosia che, ripercuotendosi sulla condotta della guerra, ne danneggiava le operazioni. Persuaso che nessun vantaggio avrebbe potuto avere sul nemico se prima non avesse dato alle sue milizie unità di comando, il Visconti nominò capitano generale CARLO MALATESTA, figlio del signore di Pesaro.

 Questa nomina non doveva dare i risultati che si riprometteva il duca. Il Malatesta anzitutto non aveva tale prestigio da imporsi agli altri condottieri più stimati di lui; poi non era così abile da poter competere con un capitano come il Carmagnola. Il quale il 10 ottobre del 1427 prese d’assalto il villaggio di Maclodio, presso l' Oglio, quasi sotto gli occhi dei Viscontei e due giorni dopo, nella celebre battaglia cantata dal Manzoni, sconfisse clamorosamente l’esercito di Filippo Maria, impadronendosi di tutte le salmerie e facendo prigionieri ottomila corazzieri e lo stesso Carlo Malatesta.

La vittoria di Maclodio non produsse quei frutti che Venezia si attendeva. Il Carmagnola, forse per l'avvicinarsi della stagione invernale, forse perché non si credeva troppo forte per marciare contro Milano, non certo - come qualcuno pensò - per compassione verso il suo antico signore, si contentò di assalire ed espugnare alcune  terre, Montichiari, Orci e Ponte d' Oglio, dove sconfisse il Piccinino.
 Pur tuttavia, se non decisiva, la battaglia di Maclodio era stata tale da preoccupare gravemente il Visconti e da indurlo a iniziar trattative con qualcuno dei suoi nemici. 
Cedendogli Vercelli e chiedendogli in moglie la figlia Maria, che sposò poi nell'ottobre, riuscì a riappacificarsi con Amedeo VIII di Savoia. 
Era un nemico di meno; ma non per questo le cose andavano meglio pel Visconti, quando FRANCESCO SFORZA, mandato a combatter contro i fuorusciti genovesi, veniva sconfitto e Sigismondo, sollecitato ad intervenire, non si muoveva, impegnato com'era contro i Turchi; il duca temeva ora che il prolungarsi della guerra gli avrebbe prodotto solo altri e più gravi danni. 

Inoltre era stanco, come stanchi ed esausti erano il Gonzaga, l'Estense, il marchese di Monferrato, il Pallavicino e i Fiorentini, insomma tutti, tranne i Veneziani, desideravano la pace. Anche questa volta si fece intermediario il Pontefice e la pace fu conclusa a Ferrara il 18 aprile del 1428. Chi ci guadagnò fu Venezia, la quale oltre Brescia ottenne la città e il territorio di Bergamo e alcune terre del Cremonese. Filippo Maria si obbligò ancora a non ingerirsi negli affari della Toscana e della Romagna. 
Più esausti di tutti i belligeranti erano usciti dalla guerra i Fiorentini. Nell' intento di accrescere le pubbliche entrate, Firenze stabilì di procedere ad un'accurata stima degli averi dei cittadini affinché nessuna cosa sfuggisse alle imposte (1427). Non soltanto a Firenze fu fatto il catasto, ma anche nelle città che dipendevano dalla repubblica. Volterra però si rifiutò e Firenze dovette mandar contro di lei un forte nerbo di milizie al comando di PALLA STROZZI, che facilmente la ridusse all'obbedienza.

 Fra i capitani di queste milizie era un NICCOLÒ FORTEBRACCIO, nipote di Braccio da Montone e da parecchi anni al servizio della repubblica. Firenze, che desiderava vendicarsi di PAOLO GUINIGI, signore di Lucca, il quale nella passata guerra si era schierato con il Visconti, indusse il Fortebraccio a invadere il territorio lucchese nel novembre del 1429 e un mese dopo dichiarò la guerra a Lucca, malgrado i tentativi d'impedirla fatti da Niccolò e falliti per opera di Rinaldo degli Albizzi e di Cosimo dei Medici. 
I Lucchesi tennero testa per qualche tempo al nemico, soccorsi da Siena, ma, convinti di non potere resistere a lungo, si rivolsero per aiuto al Visconti. Questi essendosi nella pace di Ferrara impegnato di non mischiarsi negli affari della Toscana, finse di congedare dal suo servigio Francesco Sforza, che allora se ne stava acquartierato nella Lomellina, e lo mandò con tremila cavalli ed altrettanti pedoni in soccorso di Lucca.  

Lo Sforza penetrò in Toscana dalla Lunigiana nel luglio del 1430 e costrinse lo esercito fiorentino a toglier l'assedio da Lucca. Il Guinigi, che fino allora aveva accanitamente difesa la propria città, accusato di segrete pratiche con Firenze, fu arrestato e consegnato a Francesco Sforza, il quale lo mandò al duca di Milano, che lo fece chiudere nelle carceri di Pavia, dove due anni dopo mori. 

I Lucchesi, liberatisi del loro signore, credevano di avere ricuperata la libertà e di aver tolta di mezzo la causa della guerra con Firenze. Ma questa repubblica non era stata mossa soltanto dal desiderio di vendicarsi del Guinigi a prender le armi contro Lucca. Di Lucca essa voleva impadronirsi e per averla offrì allo Sforza cinquantamila fiorini a condizione che abbandonasse la città. Il condottiero, intascata la somma; sotto pretesto di fuggir la peste che era scoppiata in quelle contrade, se ne partì; subito dopo i Fiorentini tornarono ad assediare Lucca. Anche questa volta i Lucchesi, si rivolsero a Filippo Maria; e il duca trovò il modo di aiutarli indirettamente, facendo intervenire nella guerra Genova la quale, facendo valere un antico trattato con Lucca, intimò ai fiorentini di non molestare quella città. Al rifiuto di Firenze, i Genovesi mandarono il Piccinino, ceduto ad essi dal Visconti, in Toscana. 
Una sanguinosa battaglia si combattè il 2 dicembre del 1430 sulle rive del Serchio, nella quale Guido Antonio di Montefeltro, capitano delle milizie fiorentine, venne pienamente sconfitto, lasciando nelle mani del nemico quattromila cavalli, tutta l'artiglieria e le munizioni.

Per questa sconfitta i Fiorentini si trovarono in grandissimo pericolo: già il Piccinino vittorioso avanzava nel loro territorio, Volterra minacciava di ribellarsi, le stesse intenzioni mostrava Pisa, e ANDREA da PONTEDERA, capitano di ventura, alla testa di numerosi esuli pisani s'impadroniva di alcuni castelli. Per salvarsi dalla pericolosa situazione in cui si trovava, Firenze chiese a Venezia e agli altri antichi alleati soccorso per la violazione dei patti della pace operata dal Visconti.

Moriva in quel frattempo papa MARTINO V (19 febbraio 1431) e gli succedeva (11 marzo) il cardinale veneziano Gabriele Condulmer, che prese il nome di EUGENIO IV. Incoraggiati dall'elezione del loro concittadino, che mostrava di non essere animato da sentimenti favorevoli al Visconti, i Veneziani ricostituirono l'antica lega. Firenze s'impegnò di mantenere in Lombardia duemila corazzieri e di sborsare ventimila ducati al mese per le spese della guerra; il Pallavicino promise d'assalir Parma e Piacenza; il marchese del Monferrato dichiarò che avrebbe portato le armi contro Asti o Alessandria; il Gonzaga e il marchese d' Este si obbligarono di cooperare con le loro milizie alle operazioni guerresche; gli esuli genovesi aderirono anch'essi alla lega promettendo di mettere in mare delle navi e d'impedire a Genova di mandare aiuti al Visconti.

Al rinnovarsi della Lega, Filippo Maria tornò a sollecitare l' intervento dell' imperatore Sigismondo e richiamò al suo servizio Niccolò Piccinino e FRANCESCO SFORZA. A quest'ultimo, per assicurarsene maggiormente la fedeltà, promise in sposa la figlia naturale BIANCA, allora di sette anni, che aveva avuta dall'amante Agnese del Mayno. Così ancora una volta si trovarono di fronte come condottieri delle forze viscontee il Piccinino e lo Sforza e come capo supremo dei Veneziani il Carmagnola, cui la repubblica aveva dato la contea di Chiari e promesso, a guerra finita, la signoria d'una città di là dall'Adda.

Gli inizi della guerra non furono favorevoli ai confederati. A Soncino, il 17 maggio del 1431, il Carmagnola fu battuto e costretto a ritirarsi; Luigi Colonna e Cristoforo Lavello, condottieri viscontei, ruppero l'uno i Veneziani presso Cremona, l'altro le milizie monferrine; il Piccinino, occupati molti castelli di fuorusciti genovesi, entrò nei territori di Pisa e Lucca, occupò parecchi castelli del Volterrano, quindi, richiamato in Lombardia, lasciò al comando delle truppe Alberico da Zagonara, il quale continuò a minacciare con successo i Fiorentini.

Mentre questi fatti avvenivano in Toscana, altri non meno sfavorevoli ai confederati avevano luogo nell'Italia settentrionale. Una numerosissima flotta al comando di NICCOLÒ TREVISANI aveva Venezia mandata sul Po verso Cremona perchè operasse con il Carmagnola che disponeva di un esercito di dodicimila cavalli ed altrettanti fanti. Contro questa flotta il Visconti aveva mandato un gran numero di navi con Paccino Eustacchio. Il 23 giugno tra le due flotte fu combattuta un'accanitissima battaglia. Il Carmagnola, ingannato - come qualche storico crede - dai condottieri dei Visconti non riuscì ad appoggiare con il suo esercito le navi di Venezia, le quali assalite vigorosamente da quelle nemiche su cui avevano preso posto i migliori soldati di Filippo Maria, dopo una energica difesa, furono sconfitte perdendo duemilacinquecento uomini, ventiotto galee e quarantadue navi onerarie.

Il 27 agosto di quell'anno però i Veneziani poterono lavare l'onta della sconfitta con una loro flotta sotto gli ordini di PITRO LOREDANO, rinforzata da alcune galee armate dai Fiorentini e dai fuorusciti genovesi, scontratasi presso Rapallo e Portofino con una flotta di Genova, la sconfisse pienamente catturando otto galee e facendo prigioniero l'ammiraglio Francesco Spinola.
Ma non era sul mare che poteva esser decisa la guerra, bensì sui campi della Lombardia, e gli sguardi e le speranze erano rivolti sul Carmagnola da cui tutti speravano la vittoria. Il momento pareva propizio ad una vigorosa offensiva dato che il Visconti aveva dovuto distrarre importanti forze per mandarle nel Monferrato e nella Liguria; invece il Carmagnola se ne rimaneva inoperoso e pensava di condurre il suo esercito ai quartieri d'inverno né sapeva o voleva sfruttare nell'ottobre una propizia occasione che gli si offriva di conquistare Cremona. Difatti un suo ufficiale, Guglielmo Cavalcabò, figlio di Ugolino già signore di Cremona, messosi d'accordo con alcuni suoi partigiani, era riuscito al 17 di quel mese ad occupare di sorpresa la porta di San Luca. Se il Carmagnola fosse andato a sostenere col grosso del suo esercito il suo ufficiale, Cremona sarebbe senza dubbio caduta in potere dei Veneziani, invece l' inerzia del condottiero costrinse il Cavalcabò a ritirarsi.

Scrive il Battistella: «Proprio in questo mese, mosso dalle insistenti suppliche di Filippo Maria, l'imperatore Sigismondo spediva in Friuli un corpo di Ungari che tra saccheggi e crudeltà si spingevano fin presso Udine. Il Senato, impaurito, ordinò al Carmagnola di accorrere con il suo esercito contro di loro: se non che, o per la sua lentezza o per  timore di essere sopraffatti, dopo una piccola scaramuccia con i suoi luogotenenti, gli Ungari si affrettarono a ripassare i confini. Tutto ricadde così nell'apatia di prima, che invano cercarono di scuotere le ripetute esortazioni del governo che suggeriva di attraversare l'Adda e di tentar qualche cosa. In Senato anzi, allo scopo di maggiormente invogliarlo a qualche impresa decisiva, conoscendosi probabilmente le ambizioni del Carmagnola, si discusse la proposta di donargli Milano se avesse portato a felice termine la guerra occupando questa città. Ma non se ne fece nulla: l'attività di lui si manifestava invece, anche troppo, e soltanto su quello da cui avrebbe dovuto astenersi, nel trasmettere cioè al Senato messaggi e proposte che il Visconti gli mandava tutti i momenti, per guadagnar tempo a macchinare chi sa che cosa a scapito della Repubblica, con la solita doppiezza (Battistella).

Scendeva intanto nel novembre l'imperatore Sigismondo. Ma scopo della sua venuta in Italia non era quello di portare aiuto al Visconti. Egli veniva senza esercito per cingere la corona regia e l' imperiale. Il 22 novembre a Milano, nella chiesa di Sant'Ambrogio, riceveva dall'arcivescovo la corona ferrea, senza vedere il Visconti che forse per una malattia era trattenuto nel castello di Abbiategrasso; poi si avviò alla volta di Roma, tentando di metter pace tra i belligeranti durante le soste fatte a Piacenza e a Reggio.
La guerra però continuava, e il Carmagnola non si dava pensiero di ravvivarla come avrebbe voluto il governo veneziano che giunse perfino - dopo la proposta- a confermare al condottiero la promessa di dargli Milano. La fiacchezza del Carmagnola finì col destare a Venezia il sospetto che il condottiero si fosse rappacificato col Visconti e che cercasse con la sua condotta di logorare le forze veneziane per dare modo in seguito al duca di avere il sopravvento.
 
Allora Venezia si diede a sorvegliare rigorosamente il Carmagnola e riuscì a procurarsi le prove della fondatezza dei suoi sospetti. E una la fece decidere ad agire energicamente contro il condottiero: nel gennaio del 1432 fu presso Parma arrestato un messo di Amedeo VIII, suocero ed alleato di Filippo Maria, che tornava dal campo del Carmagnola, con cui si era segretamente abboccato. Le confessioni del messo, e le carte trovategli addosso erano la prova dei rapporti, non certo innocenti, che intercorrevano tra il capitano e il duca di Milano.

Il 29 marzo del 1432 il Consiglio dei Dieci stabili di fare arrestare il Carmagnola. Occorrendo agire con prudenza, il governo veneziano scrisse al condottiero, il quale si trovava a Brescia, di recarsi subito a Venezia dove si sarebbe trovato con Francesco Gonzaga per discutere sulla futura condotta della guerra. Il Carmagnola, senza alcun sospetto, partì, e per Verona, Vicenza e Padova giunse a Venezia il 7 aprile. Quel giorno stesso venne condotto al palazzo ducale e qui gli venne notificato il suo arresto al quale seguì quello della moglie e di altri suoi familiari.

Subito venne iniziato il processo e, se si deve prestar fede a Marin Sanudo il giovane, il Carmagnola, messo alla tortura confessò ogni cosa. Il 5 maggio del 1432 si ebbe la sentenza: su trentasei votanti diciannove si pronunziarono per la pena capitale, otto tra cui il doge per il carcere perpetuo: nove voti furono dubbi. Quel medesimo giorno il prigioniero venne condotto nella piazzetta di faccia al palazzo ducale e alla presenza del popolo decapitato.

"Gli atti del processo - scrive l'Orsi - sono andati perduti probabilmente in uno dei parecchi incendi che ebbe a subire il palazzo ducale; ci mancano quindi le prove dirette della colpevolezza del Carmagnola, anzi non sappiamo nemmeno in modo preciso in che cosa consistesse l'accusa, poiché le frasi dei pochi documenti, che ci sono rimasti, e dei cronisti contemporanei sono tutte vaghe ed indeterminate. Un giudizio quindi definitivo ed assoluto non si può pronunciare, ma credo si possa ammettere che il Carmagnola debba avere ordito intrighi con Filippo Maria Visconti, col quale le sue antiche ragioni d'odio erano cessate, tanto più che erano venuti a mancare quei cortigiani che le avevano una volta riscaldate. Del resto questo passaggio continuo dall'una all'altra parte era cosa solita per i condottieri e non recava infamia di sorta, quando riusciva bene. Il Carmagnola non fu assecondato dalla fortuna in questa sua trama e vi perdette la vita ».

Pochi giorni dopo l'esecuzione del Carmagnola, l' imperatore Sigismondo, vedendo che le pratiche per la pace non portavano ad alcun risultato, lasciò Parma in cui da cinque mesi si trovava e da dove aveva negoziato col Pontefice, e passò a Lucca, dove giunse l'ultimo di maggio del 1432. Di qui Sigismondo, con un seguito di ottocento Ungheresi e seicento Milanesi, il 10 luglio si recò a Siena. In questa città apprese che il nuovo capitano generale dei Veneziani, Francesco Gonzaga, da lui creato marchese, aveva occupato Soncino. Più tardi, nel novembre, gli giunse la notizia che il Piccinino aveva sconfitto sanguinosamente nella Valtellina Giorgio Cornaro, altro capitano di Venezia.

Mentre l' imperatore stava a Siena, intento a trattare con Eugenio IV, a Ferrara, per iniziativa di Niccolò III d' Este e del marchese Ludovico di Saluzzo, si svolgevano negoziati fra i delegati dei belligeranti. Questi riuscivano il 26 aprile del 1433 a stipulare un trattato di pace sulla base dello statu quo ante; poco dopo Sigismondo, accordatosi col Pontefice, si recava a Roma, poi, ricevuta il 31 maggio la corona imperiale, attraverso Perugia, Ferrara, Mantova e Trento, faceva ritorno in Germania.

La pace di Ferrara, non producendo nessun vantaggio territoriale a Venezia a Firenze, fece scemare di molto l'autorità di coloro che erano stati i caldi fautori della guerra. A Venezia il doge Foscari, disgustato dalle critiche dei suoi avversari, fu sul punto di rinunziare alla carica; a Firenze bersaglio delle critiche fu Cosimo de' Medici che con Palla Strozzi aveva a Ferrara negoziato in nome della repubblica. Avversato dagli Albizzi, Cosimo venne il 7 settembre del 1433 citato a comparire davanti alla Signoria per rispondere ad alcune accuse di peculato e di cattivo impiego del pubblico denaro. Queste accuse non avevano fondamento di verità, ma, essendo la signoria ligia al partito degli Albizzi, Cosimo venne imprigionato e poi condannato a dieci anni di confino a Padova. Con lui vennero confinati parecchi altri Medici e la famiglia di costoro fu annoverata fra i Grandi per essere esclusa dai pubblici uffici.

Ma nel settembre del 1434 furono nominati otto priori favorevoli ai Medici, e RINALDO degli ALBIZZI  persuaso che la nuova signoria avrebbe richiamato i confinati, il 26 di quel mese scese in piazza con seicento uomini armati per impadronirsi del Palazzo. Essendo questo difeso da numerosi sostenitori dei Medici, ne sarebbe derivato un sanguinoso conflitto se non si fosse interposto il Pontefice che in quel periodo si trovava a Firenze. Trattative corsero tra gli Albizzi e la signoria, durante le quali questa ebbe l'occasione di far entrare in città alcune milizie a tutela dell'ordine.

Una balìa, creata dal popolo, ordinò il richiamo dei confinati e condannò al confino in varie città d'Italia, Rinaldo ed Ormanno degli Albizzi, Ridolfo Peruzzi, Niccolò Barbadori, Palla Strozzi e parecchi altri cittadini avversi ai Medici. 
COSIMO dei MEDICI tornò in Firenze nei primi d'ottobre e da allora vi esercitò tanta influenza che, se non di nome, fu, di fatto, signore della città. 
Con il ritorno di lui il vecchio governo repubblicano della capitale toscana si metteva su quella via che rapidamente doveva condurla sotto la signoria medicea.

Ci attendono ora i  10 ANNI con i fatti di Napoli (morte di Giovanna di Napoli)
e i fatti di Milano fino alla morte di Filippo Maria Visconti...

cioè il periodo dal 1434 al 1447 > > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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