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(QUI TUTTI I RIASSUNTI) RIASSUNTO ANNI dal 1434 al 1447 

DALLA MORTE DI GIOVANNA II DI NAPOLI
ALLA MORTE DI FILIPPO MARIA VISCONTI

UCCISIONE DI CARACCIOLO - MORTE DI LUIGI III D'ANGIÒ E DI GIOVANNA II - RENATO D'ANGIÒ EREDE DEL REAME DI NAPOLI - ASSEDIO DI GAETA - BATTAGLIA DI PONZA -ISABELLA D'ANGIÒ A NAPOLI - FILIPPO MARIA VISCONTI E ALFONSO D'ARAGONA - RENATO ED ALFONSO NEL NAPOLETANO - RIVOLTA DI GENOVA - ASSEDIO DI NAPOLI - VITTORIA DELL'ARAGONESE - II CONCILIO DI BASILEA - DISSIDIO TRA I PADRI ED EUGENIO IV - FORTEBRACCIO E SFORZA NELLO STATO PONTIFICIO - ACCORDO DI EUGENIO CON LO SFORZA - IL PONTEFICE FUGGE DA ROMA - GUERRA TRA IL VISCONTI, FIRENZE E VENEZIA NELLA ROMAGNA - IL CARDINALE VITELLESCHI A ROMA. - CONCILI DI FERRARA E DI FIRENZE - UNIONE DELLA CHIESA GRECA ALLA LATINA - ELEZIONE DELL'ANTIPAPA FELICE V - FINE DEL VITELLESCHI - EUGENIO IV A ROMA - LO SFORZA E IL PICCININO IN TOSCANA - GUERRA TRA VENEZIA E IL VISCONTI - IL GATTAMELATA - ASSEDIO DI BRESCIA - FRANCESCO SFORZA AL SERVIZIO DEI VENEZIANI - BATTAGLIA DELLA VAL DI SARCA. - II PICCININO IN TOSCANA: BATTAGLIA D'ANGHIARI - VITTORIE DI FRANCESCO SFORZA IN LOMBARDIA - PACE DI CREMONA - GUERRA TRA IL PONTEFICE E LO SFORZA - BOLOGNA SI RIBELLA AL PICCININO - SITUAZIONE DELLO SFORZA NELLE MARCHE - NUOVA POLITICA DEL VISCONTI - BATTAGLIE DI MONTELAURO E MONTOLMO - MORTE DI NICCOLÒ PICCININO- PACE DI PERUGIA - LEGA TRA IL VISCONTI, EUGENIO IV E ALFONSO D'ARAGONA CONTRO LO SFORZA - DISASTROSA SITUAZIONE DELLO SFORZA - MICHELETTO ATTENDOLO IN LOMBARDIA - MORTE DI EUGENIO IV ED ELEZIONE DI NICCOLÒ V - MORTE DI FILIPPO MARIA VISCONTI

ALFONSO D'ARAGONA CONQUISTA IL REGNO DI NAPOLI

Dopo la partenza di Pietro d'Aragona, nessuna guerra o rivoluzione venne a turbare per parecchi anni il reame di Napoli. Il figlio adottivo della regina, Luigi d'Angiò, se ne viveva in Calabria circondato, per la sua bontà d'animo, dall'affetto delle popolazioni; Giovanna II se ne stava nella capitale, invecchiata dagli anni e dai vizi; e tutti gli affari del governo erano nelle mani di ser Gianni Caracciolo.
Questi non era più giovane e non esercitava più nessun fascino sui sensi della regina; ma se l'amore che lo aveva reso padrone dell'animo di lei era spento, per lunga abitudine Giovanna era rimasta sottomessa al suo favorito, che con il crescer della età gli aumentava l'ambizione. 

Egli non era ancor sazio di ricchezze ed onori: era duca di Venosa, conte di Avellino, signore di Capua, aveva fidanzato il figlio Antonio con la figlia del condottiero Giacomo Caldora, generale del reame, ed ora voleva per sè il principato di Salerno e il ducato d'Amalfi, sottratti ad Antonio Colonna dopo la morte di Martino V. 
Ma pareva che la regina ne avesse abbastanza dell'ambizione dell'amante. Forse per non dare nuova esca alle lagnanze degli altri cortigiani, essa rifiutò al Caracciolo i nuovi feudi, e ser Gianni, cui per la prima volta si negava qualche cosa, diede in escandescenze e coprì di contumelie la regina. Sebbene ferita nel suo orgoglio, Giovanna II avrebbe forse perdonato al favorito. Ne fu dissuasa però da una cortigiana, sua favorita e parente, COVELLA RUFFO duchessa di Sessa, donna di carattere impetuoso e di severi costumi, che, odiando il Caracciolo, seppe metterlo in cattiva luce presso la sovrana, farle credere che l'amante, sposando il figlio con la figlia del Caldora, si procurava un potentissimo alleato per usurpare facilmente l'autorità regia, ed indurla a togliergli il potere ed imprigionarlo. 

Avuto il consenso della regina di ridurre all' impotenza l'ex amante, la duchessa pensò che era meglio sopprimerlo. Si erano celebrate il 17 agosto del 1432 con grandissima pompa le nozze di Antonio Caracciolo con la Caldora e le feste dovevano durare ancora una settimana. La notte del 23 ser Gianni, che dormiva in una camera del palazzo di Porta Capuana, fu improvvisamente svegliato da un paggio e pregato di accorrere dalla sovrana che era stata colta da malore. Mentre stava per vestirsi venne assalito da alcuni uomini armati e trucidato. I suoi parenti ed amici furono imprigionati ed i suoi beni confiscati. 

Alla notizia dell'assassinio del Caracciolo, Luigi d'Angiò, che era a Cosenza, sperava di essere richiamato per rientrare a corte; ma la duchessa di Sessa, che voleva dominare da sola, si oppose e l'Angioino se ne rimase in Calabria e sposò Margherita di Savoia, figlia di Amedeo VIII. 
Anche Alfonso d'Aragona aveva sperato di potersi recare a Napoli e pacificarsi con la regina ed infatti era già giunto a Ischia. Egli aveva affidato il patrocinio della sua causa a Covella Ruffo; più tardi però, avendo sollecitato in suo favore il marito di lei senza sapere che costui era in rotta con la moglie, si alienò l'animo della donna e dovette tornarsene in Sicilia senza nulla avere ottenuto. 

Nel novembre del 1434, mentre assediava a Taranto Giovanni Antonio Orsini, Luigi d'Angiò, colpito da una improvvisa forte febbre, cessava di vivere, e pochi mesi dopo, nel febbraio del 1435, lo seguiva nel sepolcro Giovanna II. 
Essa lasciava per testamento la corona a Renato d'Angiò, fratello di Luigi III, ma il pontefice Eugenio IV dichiarò che solo lui, come signore feudale, spettava di dare un sovrano al reame e ordinò a quei sudditi di non riconoscere né Alfonso né Renato ma solo colui che avrebbe investito. Intanto annunziava che avrebbe inviato come reggente temporaneo il vescovo Vitelleschi di Recanati. I Napoletani non tennero in alcun conto gli ordini papali e, volendo eseguire le ultime volontà della regina, mandarono una deputazione in Provenza per sollecitare Renato a correre a Napoli; ma questo principe si trovava allora prigioniero del duca Filippo di Borgogna, che lo aveva vinto in battaglia, e in sua vece la moglie Isabella accettò l'offerta della corona; ma mentre preparava una flotta per il  viaggio, stringeva alleanza con Filippo Maria Visconti, che, essendo signore di Genova, non poteva essere amico dell'Aragonese. 

Alfonso, che si trovava in Sicilia, stabilì di prevenire i Francesi. Accordatosi con Cristoforo Gaetani conte di Fondi, con Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, e col duca di Sessa, andò con una flotta a Gaeta e la cinse d'assedio, mentre il duca di Sessa espugnava Capua. Gaeta, stretta in maggio dall'Aragonese, valorosamente difesa  da Francesco Spinola, resistette fino a quando giunse a liberarla una flotta genovese, allestita dietro le sollecitudini del Visconti.
 
Composta di sedici galee, portava duemila quattrocento soldati e la comandava un esperto uomo di mare, BIAGIO ASSERETO. Alfonso d'Aragona, con una flotta di venticinque navi su cui avevano preso posto seimila soldati, andò incontro ai Genovesi e il 5 agosto del 1435 nelle acque di Ponza fu combattuta una battaglia accanita che durò circa dieci ore e terminò con la completa disfatta degli Aragonesi. Tutta la flotta cadde in potere dell'Assereto. Cinquemila furono i prigionieri, tra i quali  Alfonso, il re di Navarra e il Gran Maestro dell'Ordine di San Giacomo di Calarava suoi fratelli, il principe di Taranto, il duca di Sessa, il conte di Fondi e molti altri illustri baroni. 

 Alfonso d'Aragona fu condotto a Milano e qui ebbe lo stesso trattamento che parecchio tempo prima aveva ricevuto Carlo Malatesta. Filippo Maria Visconti fu vinto dalla cultura e dalle maniere dell'Aragonese, il quale seppe abilmente persuaderlo che per il ducato visconteo era politica dannosissima favorire gli Angioini nella guerra per la successione di Napoli, e non solo lo lasciò libero insieme con gli altri prigionieri, ma gli promise di aiutarlo. 
L'aiuto che il duca di Milano poteva offrire ad Alfonso non poteva essere che di navi e queste soltanto Genova poteva procurargliele. Ma Genova, che con entusiasmo aveva favorito l' impresa angioina perchè era rivolta contro gli Aragonesi, suoi secolari nemici, si rifiutò recisamente di armare navi per Alfonso e sdegnata per la nuova politica del Visconti si sollevò contro di lui scacciandone la guarnigione e uccidendo il governatore Pacino Alciati (dicembre del 1435). 
Anche Savona ed altre terre della riviera imitarono Genova, la quale appena riacquistata la libertà, offrì alleanza a Firenze e a Venezia e più tardi si difese energicamente contro le milizie del Piccinino mandate dal duca di Milano. 

Mentre questi avvenimenti succedevano a Genova, Pietro d'Aragona, armata una flotta in Sicilia, si recava ad Ischia. La sua presenza in quelle acque e la notizia della liberazione di Alfonso influirono molto sull'animo degli abitanti di Gaeta, i quali, convinti che la causa angioina era persa, si diedero all'Aragonese. Poco dopo Capua fu occupata dai partigiani di Alfonso e questi, nel febbraio del 1436, comparve a Gaeta, di cui fece la base delle sue operazioni.

 ISABELLA d'ANGIÒ che era giunta a Napoli il 18 ottobre del 1435 e che con la vittoria di Ponza si credeva ormai sicura del trionfo, scossa dalla defezione di Gaeta e dalla perdita di Capua, dal passaggio al nemico dei conti di Nola e di Caserta e dai progressi che facevano le armi degli Aragonesi, invocò l'aiuto di Eugenio IV. 
Il Pontefice, che parteggiava per gli Angioini ed era nemico dei Visconti, rispose all'appello della regina mandandole il patriarca GIOVANNI VITELLESCHI. Questi, alla testa di tremila cavalli ed altrettanti militi a piedi, nell'aprile del 1437 entrò nel reame di Napoli, occupò Ceprano e Venafro, ridusse all'obbedienza il conte di Caserta e a Monte Fuscolo sconfisse  e fece prigioniero il principe di Taranto Giovanni Antonio Orsini. Questi successi avrebbero potuto avere molto peso sulle sorti della guerra se il contegno del Vitelleschi fosse stato cristallino. Egli invece si diede a trattar segretamente con Alfonso, si alienò poi l'animo di Giacomo Caldora e infine sdegnò talmente le popolazioni del reame che, nei primi del 1438, dovette allontanarsi recandosi  a Venezia, da dove poi raggiunse il Pontefice a Ferrara. 

Intanto, grazie al pagamento di una grossa taglia, Renato d'Angiò era riuscito a farsi liberare dal duca di Borgogna. Appena libero mandò ambasciatori al Papa perché gli porgessero omaggio in suo onore e si diede ad armare una piccola flotta; dalla Provenza si portò su Genova, che gli diede in aiuto sette galee, e di là fece vela per Napoli dove giunse il 19 maggio del 1438. L'arrivo dell'angioino ravvivò la guerra. Insieme col Caldora, Renato andò a porre l'assedio a Sulmona che era stata occupata dagli Aragonesi, ed Alfonso approfittò della lontananza del rivale per tentare un colpo su Napoli. Nel settembre del 1438  assediò la capitale; ma vani furono i suoi sforzi per espugnarla, la città resistette energicamente, causando all'Aragonese perdite rilevanti, fra cui dolorosa quella del fratello Pietro perito per un colpo di bombarda.

Dopo un mese di assedio, Alfonso si ritirò a Capua. Renato d'Angiò, tornato alla capitale, intraprese l'assedio del Castel Nuovo, tenuto da una guarnigione aragonese fin dall'arrivo di Alfonso a Napoli. La fortezza si difese a lungo, ma bloccata dalla parte di terra dagli Angioini e dal mare dalla flotta genovese di Nicola Fregoso, rimasta priva di vettovaglie dovette arrendersi il 24 agosto del 1439.

Tre mesi dopo, il 18 novembre cessava di vivere Giacomo Caldora, il più valido sostegno di Renato. Da allora la fortuna volse le spalle agli Angioini. Antonio Caldora, figlio del condottiero e successo a lui nel comando dell'esercito, si mostrava poco disposto a combattere e intanto Alfonso occupava Salerno ed Aversa e non si curava di rendersi ostile a Francesco Sforza, impadronendosi di Benevento, Manfredonia, Bitonto, che erano feudi del condottiero.

Di fronte a questi progressi del rivale, Renato mandò la moglie e i figli in Provenza, e mentre si apprestava a difendere Napoli, chiedeva aiuti al Papa e allo Sforza. Il primo gli mandò il cardinale di Taranto con diecimila uomini; ma questi dopo alcune scaramucce concluse una tregua con l'aragonese e dagli Abruzzi rientrò nello Stato pontificio; l'altro inviò il fratello Giovanni con un corpo di milizie e sarebbe venuto egli stesso se il Piccinino, mandatogli contro da Eugenio IV, non lo avesse trattenuto nelle Marche.

Oramai a Renato non rimanevano che parte degli Abruzzi e Napoli, ma quelli erano troppo lontani per esser difesi mentre questa era stata cinta d'assedio. Malgrado non nutrisse speranza di ricevere aiuti, l'Angioino si difendeva ostinatamente nella capitale ed avrebbe dato chi sa per quanto tempo ancora filo da torcere all'Aragonese se questi, per i suggerimenti di un profugo napoletano, non avesse trovato il modo di penetrare nella città.

Un muratore, spinto dalla fame a uscir da Napoli, allettato da una cospicua somma, si offrì di introdurre nella capitale gli Aragonesi attraverso un segreto passaggio. Il 2 giugno del 1442 duecento soldati, guidati da lui, penetrarono nella città per un acquedotto di Porta Capuana e si impadronirono di una torre. Gli Angiomi accorsero a respingere gli invasori e ci sarebbero riusciti se non fossero stati assaliti alle spalle dal resto dell'esercito aragonese, il, quale, scalate le mura della parte opposta lasciate momentaneamente sguarnite, aveva potuto facilmente occupare Napoli.

Circondato da tutti i lati, Renato d'Angiò si difese molto bene per parecchio tempo, poi, sopraffatto dal nemico, si arroccò con molti dei suoi dentro Castel Nuovo. La città allora venne saccheggiata dalle truppe aragonesi, ma, alcune ore dopo, Alfonso diede ordine che il sacco cessasse e l'ordine ritornò in Napoli. Renato d'Angiò, vista inutile ogni resistenza, si imbarcò su due galee provenzali e fece ritorno in Francia.

La sua partenza consigliò alla resa la guarnigione di Castel Nuovo, che venne imitata da quelle di Castel Capuano, Capo di Monte e Sant' Elmo, di modo che prima che finisse il giugno Alfonso d'Aragona fu completamente padrone della città e riuscì a inviare le sue truppe contro quelle di Giovanni Sforza ed Antonio Caldora, che vennero anche queste sbaragliate presso Sulmona.

Dopo questa vittoria fu facile all'Aragonese ridurre all'obbedienza quelle terre del reame che provavano ancora simpatia per l'Angioino; verso la fine dell'anno si riconciliò con il Pontefice e il 26 febbraio del 1443 fece il suo solenne ingresso a Napoli, percorrendo le vie della capitale sopra un carro dorato seguito dal clero e dai baroni del regno.
Iniziata nel 1435 la guerra per la successione al regno, gli ARAGONESI prendono il posto degli ANGIOINI e uniranno poi il regno di Napoli a quello della Sicilia.


PAPA EUGENIO IV 
 I CONCILII DI BASILEA, FERRARA E FIRENZE


 In omaggio alle decisioni del concilio di Costanza, MARTINO V aveva nel 1423 convocato un altro concilio a Pavia per procedere alla riforma della Chiesa; essendo a Pavia scoppiata la peste, il concilio era stato trasferito a Siena; ma dopo poche ed agitate sedute, avendo visto il Pontefice che da molti prelati si cercava di menomare l'autorità del Capo della Chiesa, il concilio, nel febbraio del 1424, era stato sciolto e ne era convocato un altro che doveva esser tenuto a Basilea sette anni dopo.

Il concilio di Basilea ebbe luogo sotto il pontificato di EUGENIO IV e si aprì il 23 luglio del 1431. 
"Già nelle prime assemblee- scrive il Bertolini - si era presentito lo scoppio imminente di un conflitto fra il Concilio e il Papa. E infatti vi erano due scuole l'una di fronte all'altra; l'una sosteneva il primato del Papa sulla Chiesa, e l'altra il primato della Chiesa rappresentata dal Concilio, sul Papa. Eugenio IV, vista la mala parata, dato che la seconda scuola aveva un gran numero di proseliti in Germania, credette di troncare la questione pubblicando, il 18 settembre 1431, una bolla con la quale scioglieva il Concilio di Basilea, e ne convocava un altro a Bologna da lì a diciotto mesi. Ma questo atto del Papa, invece di far tacere il conflitto, lo rese più aspro ed acuto, ed il Papa riuscì a osservare i progressi che avevano fatto gli avversari della monarchia ecclesiastica. 
I membri del Concilio, per darsi l'aria di ignorare l'esistenza della bolla di scioglimento, si accordarono di non intervenire alla adunanza del 13 gennaio 1432, nella quale si sarebbe data lettura del documento papale. Indi, il 21 dello stesso mese, emanarono una lettera enciclica con la quale annunziarono la ferma risoluzione "di rimanere uniti per compiere con l'ausilio dello Spirito Santo, l'opera al concilio assegnata"». (Bertolini ).

Grave era la situazione e da questa poteva nascere un nuovo scisma. l'imperatore Sigismondo, che allora si trovava in Italia, protestò contro la bolla papale e si schierò apertamente dalla parte del Concilio; questo a sua volta il 29 aprile del 1432 ingiunse al Pontefice di ritirare la bolla entro sessanta giorni e di comparire, prima che spirasse quel termine, a Basilea se non voleva essere condannato in contumacia.
Chi tentò allora una composizione tra il Pontefice e il Concilio fu l'Imperatore, il quale, desiderando di ottenere, come poi ottenne (31 maggio del 1433), l' incoronazione imperiale, si fece spontaneamente mediatore tra Basilea e Roma. Riuscì è vero, a spuntare gli angoli e a spianare la via all'accordo, ma questo fu soltanto possibile quando il Papa, vista minacciata l' integrità dello Stato della Chiesa, si decise a cedere.

La minaccia veniva dal duca di Milano. Conclusa, nell'aprile del 1433, la pace con Venezia e Firenze, per vendicarsi del favore che Eugenio IV aveva accordato e queste due repubbliche, il Visconti aveva persuaso due condottieri, Niccolò FORTEBRACCIO e Francesco SFORZA, a molestare lo Stato pontificio. Il primo - spalleggiato dai Colonna, i quali nell'aprile del 1431 erano stati costretti a restituire alcune terre del Lazio, a richiamare dalla Romagna e dalle Marche presidii mandativi sotto Eugenio V e a pagare al Pontefice venticinquemila ducati - nell'ottobre del 1433 occupò Tivoli e spinse le proprie scorrerie nel territorio di Roma; il secondo, fingendo di essere stato licenziato dal duca di Milano, nel novembre di quel medesimo anno invase le Marche, occupando parecchie città, fra cui Jesi, Macerata, Recanati, Ferreo, Osimo, ed entrò quindi nell' Umbria.

Solo allora Eugenio IV cedette: il 15 dicembre del 1433 revocò le sue bolle e riconobbe il Concilio; poi si accordò con lo Sforza, gli conferì il titolo di Gonfaloniere della Chiesa e il 25 maggio del 1434 lo nominò  suo vicario della marca di Ancona.  Sperava il pontefice traendo dalla sua parte lo Sforza, di liberarsi dalle molestie del Fortebraccio; ma questi, sebbene sconfitto dall'altro a Mentana, continuò le sue operazioni contro Eugenio IV ed unitosi al Piccinino, anche lui mandato dal Visconti, si fece così minaccioso da indurre Roma alla ribellione.

Il 29 maggio del 1434, una deputazione di cittadini si recò in Transtevere, dove il Pontefice si era ritirato, ad annunziargli che il popolo aveva ristabilito il regime repubblicano sotto il governo dei banderesi e ad invitarlo a riconoscere il nuovo stato di cose e rinunziare al potere temporale. Eugenio IV allora non si occupò che della propria salvezza: la notte del 4 giugno, travestito da benedettino e con poca compagnia, raggiunse sopra un mulo Ripagrande, da dove con una barca si rifugiò ad Ostia; poi partì per Civitavecchia e Pisa e viaggiò alla volta di Firenze, dove pervenne venti giorni dopo.

Nel frattempo anche Bologna si era levata con le armi contro il Pontefice ed aveva chiesto aiuto al Visconti che fu sollecito a mandarle un corpo di milizie. Questo intervento diretto di Filippo Maria nelle cose dell' Italia Centrale non poteva non irritare Firenze e Venezia che presero partito per il Papa. Così riarse di nuovo la guerra. Il Piccinino, che era al servizio del Visconti, il 28 agosto del 1434 sconfisse a Castelbolognese un esercito nemico comandato da ERASMO GATTAMELATA di Narni e da NICCOLÒ da TOLENTINO (quest'ultimo fatto prigioniero). 
Questa sconfitta procurò ai Fiorentini il braccio di Francesco Sforza, il quale, essendo stato fatto prigioniero Nicolò da Tolentino capitano di Firenze, entrò al servizio di questa repubblica.

Intanto Roma viveva nell'anarchia;  il governo dei banderesi aveva dimostrato di essere impotente a ristabilire l'ordine, ed esso stesso si era reso odioso per le sue violenze, di modo che il popolo, che si era ribellato per ristabilire nella città il regime repubblicano, ora desiderava il ritorno del potere temporale.
 A questo cambiamento di umore non era estranea l'opera di BALDASSARE di OFFIDA, comandante di Castel Sant'Angelo in nome del Papa. Cinque mesi dopo la fuga del Pontefice, il 26 ottobre del 1434, comparve alla testa di un nerbo di milizia, il vescovo Giovanni Vitelleschi, che, preso il Campidoglio, restituì nella città l'autorità di Eugenio IV.

L'entrata del Vitelleschi a Roma rialzò le sorti del Pontefice; l'azione di Francesco Sforza rialzò quelle dei collegati: saputo che il Fortebraccio era penetrato nell' Umbria e nelle Marche, lo Sforza gli mosse contro e presso Camerino gli diede battaglia. Il FORTEBRACCIO fu totalmente sconfitto, lui stesso fu ferito e di lì a pochi giorni morì:

Ma la guerra volgeva ormai alla fine. Niccolò d' Este si era fatto intermediario, e nell'agosto del 1435 gli riuscì di pacificare a Ferrara i belligeranti. Bologna ritornò all'obbedienza della Chiesa; la famiglia dei Canedolo, che aveva avversato il Pontefice, fu mandata in esilio; Andrea Bentivoglio fu richiamato, ma alcuni mesi dopo (23 dicembre) venne arrestato e decapitato; EUGENIO IV, lasciata Firenze dopo due anni circa di soggiorno, si stabilì a Bologna (18 aprile del 1436).

Mentre lo Sforza portava le armi nella Marca d'Ancona, GIOVANNI VITELLESCHI portava le sue contro i baroni della Sabina, del Lazio e della Tuscia per ridurli all'obbedienza della Chiesa. A Vetralia cadeva nelle mani del vescovo, GIACOMO da VICO, che veniva decapitato a Soriano. Con lui finiva la potente famiglia dei Prefetti da Vico che dal sec. XII aveva tenuto come carica ereditaria la prefettura urbana e aveva dato tanto filo da torcere alla Santa Sede. 
Dopo la morte di Giacomo, il Papa diminuì il potere del prefetto urbano, togliendogli la giurisdizione di Roma e del suo distretto, il cui governo venne affidato al vice-camerlengo, che assunse il titolo di gubernator urbis Romae eiusque districtus. Uguale sorte di Giacomo da Vico toccò poco dopo al conte ANTONIO SAVELLI, che venne impiccato presso Scantino. Il castello che questa famiglia possedeva vicino ad Albano fu distrutto. Poi venne la volta dei COLONNA, che furono ridotti all'impotenza: Palestrina, che era la loro rocca, fu presa. nell'agosto del 1436 e rasa al suolo.
 
Grati dell'opera svolta dal Vitelleschi, sia pure con estrema crudeltà, nel debellare i baroni riottosi, il senato e il popolo di Roma, il 12 settembre del 1436, a lui che era stato nominato patriarca d'Alessandria, arcivescovo di Firenze e cardinale, decretarono una statua equestre da erigersi in Campidoglio con la superba epigrafe:  "al terzo padre di Roma da Romolo in poi"

Rinasceva intanto il conflitto tra il Pontefice e il Concilio di Basilea. Questo, imbaldanzito dal contegno remissivo di Eugenio IV, aveva deliberato riforme che nessun Papa avrebbe potuto accettare, abolendo alcune delle principali rendite della Chiesa e menomando l'autorità del Pontefice. Inoltre, avendo GIOVANNI PALEOLOGO, imperatore di Costantinopoli, nella speranza di essere aiutato contro i Turchi dalla Cristianità occidentale, chiesto che si  iniziassero negoziati per l'unione della Chiesa greca alla latina, i padri raccolti a Basilea proposero ai deputati greci come sede dei negoziati o Basilea stessa o Avignone.

Queste due città erano troppo lontane per i legati che venivano dall'Oriente e che chiedevano invece una città italiana. Il Pontefice, che voleva far sentire la sua autorità al Concilio, colse l'occasione del desiderio espresso dai greci e il 18 settembre del 1437 fissò come sede del Concilio Ferrara ed ordinò ai padri raccolti a Basilea di trasferirsi in questa città entro un mese.
 Il Concilio rispose minacciando la sospensione e perfino la deposizione del Pontefice; ma i padri più prudenti, non volendo assumersi la responsabilità d'un nuovo scisma proprio nel momento in cui un altro scisma vecchio di tanti secoli stava per risolversi, andarono a Ferrara, e fra questi il presidente ch'era il cardinale GIULIANO CESARINI.
 A Basilea rimasero gli intransigenti che al posto del Cesarini elessero presidente il cardinale LUIGI d'ALEMAN, arcivescovo d'Arles,  che citò il Pontefice a comparire davanti a quell'assemblea, e a nome di questa lo dichiarò sospeso dalle sue funzioni.

Il 9 dicembre del 1437 moriva l'Imperatore Sigismondo e un mese dopo, l'8 gennaio del 1438, il cardinale Albergati apriva il concilio di Ferrara in nome del Papa. Questi venne a presiederlo il 27 dello stesso mese e il 4 di marzo vi ricevette l' Imperatore di Costantinopoli, che, venuto in Italia su navi veneziane con un seguito numeroso di prelati e di dotti, tra cui l'arcivescovo di Nicea Bessarione e il filosofo Gemisto Pletone, entrò a Ferrara con grandissima pompa su un cavallo bardato di porpora e sotto un baldacchino azzurro portato dai signori della città.

Il concilio ferrarese aveva cominciato i suoi lavori annullando le ultime deliberazioni di Basilea; l' 8 di ottobre cominciò la discussione per l'unione delle due chiese. Ma non a Ferrara si doveva porre termine al grande scisma. Era scoppiata la guerra tra il Visconti e le due repubbliche alleate di Firenze e Venezia; Filippo Maria - come vedremo più avanti - aveva mandato il Piccinino in Romagna, Bologna gli aveva aperto le porte nel maggio e non dovevano tardare a seguire l'esempio Forli, Imola e Ravenna.

Eugenio IV, non sentendosi più sicuro a Ferrara, accettò l' invito di Cosimo de' Medici e, traendo pretesto dalla peste che era scoppiata nella città degli Estensi, il 10 gennaio del 1439 trasferì il Concilio a Firenze. Qui continuarono le sedute per l'unione delle due chiese e il 6 luglio di quell'anno, nella venticinquesima sessione, fu proclamata nella chiesa di Santa Maria del Fiore l' "unione",  e il Pontefice riconosciuto come capo della Chiesa universale. Eugenio IV promise ai Greci una flotta, un esercito e tutti gli altri aiuti necessari e difendere Costantinopoli se assalita dai Turchi; intanto dai Medici, banchieri papali fece pagare alla guardia dell' Imperatore un acconto la somma di dodicimila fiorini.

Ma mentre si proclamava la fine dello scisma d'Oriente e l'unione delle due chiese che doveva durare fino al 1443, un altro scisma si preparava. Il Concilio di Basilea il 26 giugno del 1439 dichiarava deposto EUGENIO IV e il 5 novembre di quel medesimo anno eleggeva papa il duca AMEDEO VIII di SAVOIA.
Questo principe, era noto per l'attività e la saggezza politica; nel 1416 aveva assunto il titolo di duca conferitogli dall' imperatore Sigismondo; aveva dato stabile assetto all'università di Torino; nel 1418 aveva unito ai suoi domini la contea del Piemonte essendosi estinto con la morte di Ludovico il ramo maschile legittimo dei principi d' Acaia; nel 1422 aveva ricevuto l' investitura imperiale del Genovese; nell'agosto del 1434 aveva promulgato per tutti i suoi stati un codice di leggi (Statuta Sabaudiae); infine lasciato il disbrigo degli affari di governo al figlio Ludovico, si era, il 16 ottobre di questo anno, in compagnia di sei gentiluomini, vedovi come lui, ritirato nell'eremo di Ripaglia sul lago di Ginevra, da lui fondato quattro anni prima, dove aveva istituito l'ordine equestre di San Maurizio.

Amedeo, ch'era un fervente fautore della riforma della Chiesa e più volte aveva tentato di mettere pace tra il Pontefice e il Concilio di Basilea, prima di pronunciarsi convocò a Ginevra l' 8 dicembre gli Stati Generali e, ottenuto l'assenso del clero, dei nobili e dei comuni dei suoi domini, abdicò al trono in favore del figlio ed accettò la tiara, assumendo il 5 gennaio del 1440 il nome di papa FELICE V.

« Ma anch'egli - scrive il Bertolini - dovette dividere il disinganno che subì il Concilio. Francia e Germania, che avevano fino allora parteggiato per il Concilio, continuarono a riconoscerne i decreti, ma non riconobbero l'antipapa, con il quale vedevano risuscitarsi lo scisma d'occidente di triste memoria. E dei principi minori, i soli duchi di Baviera e d'Austria in Germania, e quelli di Savoia e di Milano in Italia, riconobbero Felice. Il Concilio aveva fatto sicuro assegnamento sull'adesione di Alfonso di Aragona, nemico acerrimo di Eugenio IV, il quale aveva messo in opera tutta la sua influenza ed autorità per ottenere il trono di Napoli a Renato d'Angiò, il rivale proprio di Alfonso. Ma alla protezione papale -come abbiamo già letto- prevalsero le armi dell'Aragonese: il quale, il 12 giugno 1442, entrò trionfante in Napoli.
 
Ora accadeva un importante mutamento di scena. Mentre Alfonso da pretendente aveva fatto lusingare il Concilio di Basilea che avrebbe riconosciuto l'antipapa, ora diventato re vide che la questione di Eugenio IV riacquistare terreno, a causa degli errori del Concilio, e comprese che il suo interesse era più dalla parte di lui che non da quella dell' antipapa. 
Non minore interesse aveva il Papa di accordarsi con Alfonso, che era il sovrano più potente d'Italia, e la cui inimicizia avrebbe certamente fatto ostacolo a un suo ritorno a Roma. Stando dunque così le cose, fu facile ad entrambi -  nel reciproco interesse- di arrivare a un accordo.
 
Alfonso deputò a suo plenipotenziario il vescovo di Valenza ALONZO BORGIA; il Papa, da, parte sua, delegò lo SCARAMPO; e l'uno e l'altro siglarono il 14 giugno 1443 il trattato di Terracina, che il Papa poi ratificò a Siena (6 luglio). Con questo, Alfonso si obbligava a riconoscere Eugenio IV come Papa legittimo, ad allestire un naviglio da mandare contro i Turchi, e a prestare un corpo di cinquemila soldati per cacciare Francesco Sforza dalla Marca di Ancona. 
E il Papa, dal canto suo, riconosceva Alfonso re di Napoli, e gli conferiva la investitura de' feudi pontifici di Benevento e Terracina. Un'aggiunta recata nel successivo anno al trattato (15 luglio  1444) portava il riconoscimento di FERRANTE figlio naturale di Alfonso a suo erede al trono. 
La concessione del re Alfonso ad Eugenio IV portò con sé quella del duca Filippo Maria Visconti ».

Abbiamo nominato lo SCARAMPO. Il Vitelleschi, accusato dai suoi numerosi nemici di volere impadronirsi dello stato pontificio e avere delle intese col Piccinino e il Visconti, era stato il 19 marzo del 1440 davanti a Castel Sant'Angelo ferito ed arrestato ed era morto il 2 aprile non si sa bene se di veleno o in seguito alle ferite. Il potere tenuto a Roma dal Vitelleschi era stato dato dal Pontefice al patriarca d'Aquileia, Ludovico Scarampo, che nel giugno del 1440 aveva sconfitto il Piccinino ad Anghiari e restituita la sicurezza al territorio romano.

Ma, come il Vitelleschi, lo Scarampo era feroce e prepotente con Romani, che ormai da dieci anni circa vivevano senza il Papa e ne desideravano il ritorno sperando in un po' di pace e meno prepotenza. EUGENIO IV a Roma vi fece il suo solenne ingresso il 28 settembre del 1443 e si rese subito molto simpatico al popolo togliendo la tassa sul vino che il governatore pontificio aveva imposto. A Roma da Firenze si trasferì pure il concilio e qui riconfermò le bolle che il Papa aveva emanate contro l'antipapa e i padri di Basilea.
Fra gli artefici della riconciliazione dell'imperatore con il papa, c'era sia a Basilea poi a Siena un giovane prelato, e che era prima ostile a Eugenio IV: Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II nel 1458.

VENEZIA E FIRENZE CONTRO FILIPPO MARIA VISCONTI


La rivolta, scoppiata a Genova nel 1435 contro il duca di Milano, aveva messo ancora una volta di fronte al Visconti Firenze e Venezia. A riacquistare Genova Filippo Maria, mandò Niccolò Piccinino; ma la spedizione di questo condottiero non ebbe altro risultato che quello di devastare Sampierdarena e parte della Riviera di Ponente. Istigato da Rinaldo degli Albizzi e da altri fuorusciti fiorentini, il duca di Milano ordinò al Piccinino di trasferirsi nella Riviera di Levante e, fingendosi non più al soldo visconteo, di minacciare la Toscana.
Il condottiero fatta sparger la voce che intendeva recarsi nel reame ili Napoli in aiuto di Alfonso d'Aragona, passò in Toscana, assalì Pietrasanta e Vico Pisano e sul principio del 1437 pose l'assedio a Barga. Le operazioni non potevano lasciare indifferente Firenze, la quale comandò a FRANCESCO SFORZA, che poco prima si era messo al servizio di questa repubblica, di opporsi con le sue forze al condottiero del duca. Lo Sforza alla testa di duemilacinquecento soldati, l' 8 febbraio del 1437, assalì il Piccinino sotto le mura di Barga, lo sconfisse e lo costrinse a levare l'assedio.

All'annunzio di questi fatti, i Veneziani, creduto giunto il momento di assalire il Visconti, ordinarono al marchese Gian Francesco Gonzaga, comandante del loro esercito, di occupare la Ghiara d'Adda. L'intervento di Venezia provocò il richiamo del Piccinino in Lombardia da parte del duca e così Lucca, che si era mostrata favorevole al Visconti, si trovò esposta alle minacce dei Fiorentini. Francesco Sforza distrusse senza incontrare resistenza tutto il territorio lucchese, occupò Camaiore, Montecarlo ed Uzzano e andò a porre l'assedio a Lucca.
Intanto le sorti della guerra in Lombardia non volgevano a favore di Venezia; uno dei suoi capitani, il GATTAMELATA, era stato sconfitto al passo d'Adda e il Gonzaga, urtatosi con la repubblica, aveva, rinunziato al comando. Incalzando il Piccinino, i Veneziani chiesero a Firenze lo Sforza e l'ottennero. Levato l'ssedio da Lucca, FRANCESCO SFORZA avanzò fino a Reggio, ma non volendo deteriorare i rapporti con il Visconti, che parecchio tempo prima gli aveva promessa in sposa la figlia BIANCA e al quale sperava di succedere non avendo il duca figli legittimi, si rifiutò di passare il Po e se ne tornò in Toscana, da dove cominciò a fare una mediazione con Filippo Maria per pacificarlo con Firenze.

E vi riuscì. Una tregua di dodici anni fu conclusa il 28 aprile del 1438. I Fiorentini posarono le armi anche nei riguardi dei lucchesi e conservarono le conquiste fatte. Il duca di Milano ricompensò lo Sforza confermandogli la promessa di dargli la mano della figliuola e in dote le città di Asti e Tortona. Dopo questa felice conclusione dei fatti. Francesco lasciò la Toscana e si avviò verso il reame di Napoli per combattere contro l'Aragonese in favore di Renato d'Angiò.

Appena lo Sforza si fu allontanato, Filippo Maria tentò un abile colpo sulla Romagna. Strumento dei suoi disegni fu il PICCININO, il quale, fingendosi sdegnato del favore che il Visconti aveva accordato allo Sforza, passò in Romagna, e dichiarando di non essere più al servizio del duca, offrì al Pontefice in cambio di poche migliaia di fiorini, di riconquistargli le Marche che ad Eugenio IV doleva di aver date allo Sforza.

Il Papa credeva alle promesse del condottiero, ma non tardò ad accorgersi di essere stato ingannato. Infatti il Piccinino il 16 aprile del 1438 costrinse ASTASIO da POLENTA, signore di Ravenna ed alleato del Pontefice e dei Veneziani, a riconoscere obbedienza al Visconti, poi marciò su Bologna, che il 21 maggio gli aprì le porte, restaurò il governo repubblicano e si mise sotto la protezione di Filippo Maria. Sull'esempio di Bologna anche Faenza, Imola e Forlì si sottrassero all'autorità della Santa Sede.

Francesco Sforza era giunto col suo esercito fino ad Atri. Avuta notizia delle pratiche intervenute tra Eugenio IV e il Piccinino e poi degli avvenimenti di Romagna, preoccupato dal pericolo che i suoi domini nelle Marche correvano, abbandonò l' impresa napoletana e si affrettò a tornare verso Ancona. Nel frattempo Niccolò Piccinino, lasciato il figlio a guardia delle conquiste di Romagna, passava per ordine del Visconti in Lombardia per combattere contro i Veneziani, che avevano dato il comando supremo delle loro milizie al Gattamelata.
Con la rapidità propria della scuola braccesca di cui era discepolo, il Piccinino assediò ed espugnò Casalmaggiore, passò l'Oglio inutilmente difeso dal Gattamelata, e unitosi a Gian Francesco Gonzaga, che si era alleato col Visconti, invase il Bresciano, s'impadronì di Chiari, di Salò e di altri castelli sulle rive del lagò di Garda e marciò su Brescia dove  era arretrato il Gattamelata.
Questo condottiero, non volendo rimaner chiuso nella città, stabilì di passare nel Veronese percorrendo l'unica via che gli rimaneva aperta: quella delle montagne a nord del lago di Garda, via lunga e difficile per un esercito composto in gran parte di cavalieri. Nel settembre del 1438 egli iniziò la ritirata e nello stesso mese, col sacrificio di circa ottocento cavalli, la condusse a termine.

Ma se egli era uscito dalla trappola, Brescia era rimasta esposta seriamente alle minacce del nemico. In quello stesso mese il Piccinino difatti la cinse d'assedio e pose ogni impegno per espugnarla. Quindici grosse bombarde tiravano ogni giorno sulla città, camminamenti venivano scavati perché le truppe assalitrici potessero giungere con minor pericolo presso le mura e quotidiani assalti venivano sferrati contro le porte. Ma i Bresciani, guidati dal veneziano FRANCESCO BARBARO, sebbene ridotti dalla peste e male armati, resistevano eroicamente, cagionando perdite gravissime al nemico.

Il Piccinino, ributtato malamente indietro il 12 dicembre dopo un assalto durato una intera giornata, disperando di espugnare a viva forza la città, deliberò di prenderla per fame e il 16 dicembre, allontanatosi di qualche miglio, costruì tre ridotte sulle principali vie di comunicazione e vi distribuì il suo esercito. Il blocco della città fu rigorosissimo. Invano il Gattamelata cercò di farle giungere soccorsi dalla via dei monti  tutti i convogli vennero catturati dagli assedianti; invano Venezia tentò di inviarle aiuti dalla parte del lago: Pietro Zeno riuscì dopo molti stenti a mettere in acqua cinque galee e venticinque barche armate ma non riuscì a sbarcare sulla costa bresciana custodita da una più forte flotta viscontea e dovette ritirarsi a Torbole.

Volgendo male la guerra i Veneziani - che per mantenersi amico il marchese d' Este erano stati costretti a restituirgli il Polesine di Rovigo - cercarono di rinnovare l'alleanza coi Fiorentini e di prendere al loro servizio lo Sforza. Ai primi mandarono come ambasciatore Francesco Barbarigo, al secondo, che si trovava nella Marca d'Ancona, inviarono Giovanni Pisani. L'una e l'altra ambasciata furono coronate dal successo: il 18 febbraio del 1439 un trattato venne stipulato tra Firenze, Venezia e Francesco Sforza per mezzo del quale le due repubbliche s'impegnavano di assoldare a loro spese Astorre Manfredi, il marchese di Ferrara, Pandolfo Malatesta e Pietro Orsini e si obbligavano a pagare mensilmente allo Sforza per il mantenimento dell'esercito, diciassettemila e quattrocento fiorini.

Al principio della primavera, Francesco Sforza partì dalle Marche di Ancona con ottomila cavalli, traversò i territori di Forlì e di Ravenna e per Chioggia si recò a Venezia. Grave era la situazione dentro l'esercito veneziano. Bergamo, Brescia, Verona e Vicenza erano circondate dai Viscontei e i resti dell'esercito del Gattamelata erano inoperosi nel Padovano, dove verso la metà del giugno del 1439 giunse lo Sforza alla testa di quattordicimila cavalli ed ottomila fanti. 
All'arrivo del nuovo condottiero, il Piccinino non volle arrischiare le conquiste fatte con una battaglia campale, e si trincerò fra le paludi dell'Adige a poche miglia da Soave Veronese. Impossibile era forzare i canali e i trinceramenti che proteggevano l'esercito del Piccinino e poiché premeva soccorrere Brescia ridotta agli estremi, lo Sforza, valicati i colli Euganei, scese nel Veronese, costringendo il nemico a ripiegar dietro l'Adige.

Ottenuto questo lieve successo, Francesco Sforza tentò aprirsi il passo verso il Bresciano e pose l'assedio al castello di Bardolino difeso da una guarnigione del Gonzaga; ma non gli riuscì di impadronirsene. Esito ugualmente sfortunato ebbe un tentativo di portar soccorso alla flottiglia chiusa a Torbole: il 23 settembre trecento fanti che recavano vettovaglie alle navi dalla via dei monti furono sorpresi e dispersi dal Gonzaga e dal Piccinino e tre giorni dopo la flottiglia cadde quasi tutta nelle mani del nemico.

Indispettito da questi insuccessi e sollecitato da Venezia a soccorrer Brescia, lo Sforza stabilì di rifare in senso contrario il cammino tenuto dal Gattamelata dietro il lago di Garda e, rimandate le salmerie a Verona, prese la via dei monti. Giunto nella valle del Sarca, trovò il passo chiuso dalle milizie del Piccinino con le quali venne a battaglia il 9 novembre. 
Era impetuoso il combattimento quando dalle cime delle montagne alle spalle dei Viscontei comparvero i Bresciani, che venivano ad incontrare i loro liberatori. Assaliti di faccia e a tergo i soldati del duca, colti da panico, si diedero a fuga disordinata e caddero, la più parte nelle mani del nemico. Fra i prigionieri si contarono Carlo Gonzaga, figlio del marchese di Mantova, Cesare Martinengo e Sagramoro Visconti.

Il Piccinino riuscì a scampare nel castello di Tenno, ma sicuro di non potervi a lungo resistere, ideò uno stratagemma ingegnoso per fuggire. Chiusosi in un sacco, si fece trasportare da un suo palafreniere attraverso il campo dello Sforza e così riuscì ad arrivare a Riva del Garda, e da qui si recò a Peschiera, tenuta dal Gonzaga. Appena libero, il Piccinino mosse contro Verona e la notte del 16 novembre penetrò di sorpresa nella città, della quale si impadronì, senza che il presidio veneziano avesse il tempo di difendersi. Informato di questo avvenimento, Francesco Sforza levò l'assedio dal castello di Tenno e per le chiuse dell'Adige la note dal 19 al 20 di novembre piombò su Verona, vi penetrò dalla porta di San Felice tenuta ancora dai suoi, e dopo un accanito combattimento per le vie della città ne scacciò il Piccinino.

Durante l' inverno la guerra fu condotta molto fiaccamente e non registrò nulla di notevole, eccetto un tentativo fallito di prendere il castello di Tenno. Verso la fine dell' inverno, Filippo Maria Visconti, sperando di allontanare lo Sforza dalla Lombardia, decise di mandare il Piccinino nella Romagna e in Toscana. 
Il Piccinino, alla testa di seimila cavalli, passò il Po il 7 febbraio del 1440 e si ritirò nel territorio di Faenza. Di là tentò di passare in Toscana attraverso i valichi di San Benedetto, ma, essendo stato respinto da Niccola Gambacorti di Pisa, prese la via di Marradi e nell'aprile scendendo dal Mugello si spinse fino a sole trenta miglia da Firenze.

Minacciati così da vicino, i Fiorentini inviarono contro il nemico NERI CAPPONI con mille cavalieri mandati dallo Sforza e alcune schiere di fanti, che riuscirono a fare allontanare il condottiero visconteo. Il quale, favorito dal conte di Poppi, scese nel Casentino occupandovi Romena, Bibbiena e, dopo trentasei giorni di assedio, il piccolo castello di San Niccolò. Dal Casentino si recò a Perugia, sua patria, sperando forse di essere acclamato signore; ma dai suoi concittadini non ebbe altro che un dono di ottomila fiorini. Cercò da ultimo di impadronirsi di Città di Castello e di Cortona, ma, non vi riuscì. Richiamato dal Visconti in Lombardia, il Piccinino, prima di lasciare la Toscana, volle dar battaglia all'esercito fiorentino, rinforzato da truppe pontificie e sforzesche, che era comandato da Micheletto Attendolo, Neri Capponi e Giovanni Paolo Orsini che si trovava accampato nel piano d'Anghiari. Lo scontro ebbe luogo il 29 giugno del 1440 e finì con lo sbaraglio delle milizie del Piccinino, il quale riuscì con parte del suo esercito a ritirarsi a Borgo San Sepolcro e poi a prender la via della Romagna.

Mentre questi fatti accadevano in Toscana, le armi della repubblica veneziana facevano lenti ma sicuri progressi in Lombardia. Lo Sforza, che era rimasto solo al comando dell'esercito, essendosi il Gattamelata ritirato a Padova per una grave malattia, aveva durante la primavera ottenuto vantaggi non lievi: il 10 di aprile una flottiglia veneziana capitanata dal Contarini aveva sconfitto sul Garda le navi viscontee di Taliano Furlano; il 23 maggio i castelli di Riva e di Garda si erano arresi a discrezione e il territorio tra Brescia e Salò era stato sgombrato dal nemico. Il 3 giugno Francesco Sforza passò il Mincio con un esercito di ventimila uomini, il 14 passò l'Oglio e assalito l'esercito viscontea presso Soncino lo sbaragliò, costringendo il nemico a sgombrare dal territorio di Bergamo, i cui castelli ritornarono in potere dei Veneziani

Fatte alcune scorrerie nel Cremonese e nel Cremasco, lo Sforza andò ad assediare Peschiera che prese dopo un mese, poi, condotte felicemente a termine alcune operazioni contro parecchi castelli del Veronese occupati dal Gonzaga, acquartierate le sue truppe a Verona, andò con Francesco Barbaro, l'eroico difensore di Brescia, a Venezia, dove gli furono fatti grandi festeggiamenti.

Sebbene il Visconti fosse stato ridotto a mal partito, la guerra non era ancora finita; a ravvivarla anzi giungeva dalla, Romagna il Piccinino, che il 13 febbraio del 1441 assaliva improvvisamente e sconfiggeva a Chiari duemila uomini lasciativi dallo Sforza.. Questi allora lasciò in fretta Venezia e tornò al campo. La sua presenza indusse il Piccinino ad indietreggiare verso Cignano, dove si combatté una battaglia con esito incerto. Francesco Sforza, eludendo la vigilanza, del nemico, passò l'Oglio e si recò ad assediare Martinengo, ma se ne pentì subito, perché il Piccinino gli chiuse la via della ritirata.
La situazione appariva molto critica allo Sforza, il quale vedeva dalla sua fallita mossa compromessi tutti i vantaggi ottenuti fino allora e l'esito stesso della guerra. A trarlo d'impaccio venne lo stesso Piccinino. Questi, credendo di avere in pugno la vittoria, volle farsela pagara cara dal Visconti e gli chiese la signoria di Piacenza. Filippo Maria, indispettito da questa richiesta, che non era la sola che gli giungesse (Ludovico da Sanseverino voleva Novara; Ludovico dal Verme Tortona; Taliano Furlano, Bosco e Frugarolo). Il Visconti preferì accordarsi con lo Sforza e si dichiarò pronto a dargli subito in moglie la figlia Bianca purché si facesse mediatore con i confederati. Francesco Sforza accettò e, d'accordo con il procuratore veneziano Malipiero, stipulò la tregua col Visconti nell'agosto del 1441.

Il matrimonio dello Sforza con Bianca, che contava allora sedici anni, si celebrò il 24 ottobre di quello stesso anno e subito il condottiero entrò in possesso delle due città, Cremona e Pontremoli, assegnate in dote da Filippo Maria alla figlia. Nel frattempo si svolgevano a Cavriana le trattative fra gli ambasciatori degli stati belligeranti. La pace fu firmata il 20 novembre del 1441 a Cremona e per essa si ritornò allo status quo ante bellum, restituendo a ciascuno le conquiste fatte durante la guerra. Però Firenze conservò il Casentino, strappato al conte di Poppi dopo la battaglia d'Anghiari, e Venezia si tenne il possesso di Ravenna che abilmente nel febbraio del 1441 aveva saputo togliere ad Ostasio da Polenta, il quale era stato confinato a Treviso e più tardi doveva esser mandato a Candia. 
I servigi del Piccinino vennero compensati con la cessione delle terre che Orlando Pallavicino possedeva nel Parmense. Filippo Maria riconobbe l'indipendenza di Genova e promise ancora una volta di non ingerirsi nelle faccende della Toscana e della Romagna.

FRANCESCO SFORZA IN GUERRA CON EUGENIO IV
ALFONSO D'ARAGONA E FILIPPO MARIA VISCONTI


FRANCESCO SFORZA, finita la guerra in Lombardia, rivolse il pensiero ai possessi del reame di Napoli che Alfonso d'Aragona gli aveva sottratti e accettando l' invito rivoltogli da Renato d'Angiò, all'inizio del 1442 si avviò verso la Marca d'Ancona per marciare quindi di là alla volta del Napoletano. 
Allarmato dall' intervento del temuto condottiero, l'Aragonese si rivolse a Filippo Maria Visconti. Avrebbe questi potuto metter pace tra il genero e il re d'Aragona; ma il duca si era pentito di avere accordata la figlia ad un uomo che discendeva da un villano di Cotignola ed era irritato con lui perché si manteneva ancora in buoni rapporti con Venezia e con Firenze; e anziché giovargli era desideroso di abbassarne la potenza e procurargli dei fastidi. Però temeva di assumere un contegno apertamente ostile allo Sforza e ricorse, com'era suo costume, alle vie tortuose, offrendo ad Eugenio IV il Piccinino affinché lo mandasse a riconquistare per la Santa Sede la Marca di Ancona. Con questa mossa il Visconti conseguiva più di uno scopo: aiutava l'Aragonese che era suo alleato, danneggiava la causa dell'Angioino che gli era nemico, sfogava il suo malcontento contro il genero, toglieva il condottiero alla lega tra Firenze Venezia e il Papa e suscitava nell' Italia centrale dei torbidi nei quali avrebbe potuto pescare.

Il Piccinino, fingendo di essere uscito dal servizio del Visconti e di recarsi a Perugia, nella primavera de1 1442 passò in Romagna e di là iniziò operazioni contro i possessi dello Sforza, il quale dovette rinunziare a recarsi nel Napoletano, dove mandò - come altrove si è detto - il fratello Giovanni. Nel medesimo tempo il Pontefice pubblicava contro di lui una bolla con la quale reclamava la restituzione delle terre che appartenevano alla Chiesa.

All'annunzio della nuova guerra, Firenze e Venezia tentarono di metter pace fra i due condottieri rivali e riuscirono a far concludere una tregua; questa però non ebbe lunga durata, percè  il Piccinino, riprese le ostilità, s'impadronì di Tolentino e poco dopo assediò ed espugnò Assisi, assecondato sempre dal Pontefice che, fatto pace con l'Aragonese, il 30 novembre si alleava pure con Alfonso e Filippo Maria Visconti ai danni dello Sforza e al condottiero perugino conferiva la carica di gonfaloniere della Chiesa.

Francesco Sforza, non avendo forze sufficienti per combattere tanti nemici, si teneva prudentemente sulla difensiva, distribuendo le sue milizie nelle terre murate e, tenendo al suo comando quattromila cavalieri scelti con i quali si era poi trincerato a Fano, mentre iniziavano i lavori al concilio di Basilea per la sorte dei papi e antipapi. Inoltre aspettava che Firenze e Venezia gli mandassero soccorsi e sorvegliava attentamente le mosse dei suoi nemici.

Fu un grave colpo per lui la notizia della sconfitta di Renato d'Angiò, dell' ingresso dell'Aragonese a Napoli e poi dell'avanzarsi di Alfonso verso le Marche, seguito dall'occupazione di Matelica, Macerata, Fabriano, Jesi ed altre città; gli portò invece vivissima gioia l'annunzio della rivolta di Bologna, che gli procurava un nuovo alleato. Bologna si reggeva a comune, ma stava sotto la protezione, in verità odiosa, del Piccinino che vi aveva lasciato il figlio FRANCESCO. Questi, sospettoso di Annibale Bentivoglio, lo aveva a tradimento fatto arrestare e mandato a Varano; ma i suoi seguaci  lo avevano liberato, avevano indotto alla ribellione i Bolognesi, avevano catturato Francesco Piccinino (3 giugno del 1443) e si erano subito alleati con Firenze e Venezia, le quali si erano affrettate a mandare nella città un migliaio di cavalli comandati da Simonetta di Camposampiero e da Tiberio Brandolin. 
 Questi due capitani, insieme coi Bolognesi, il 14 agosto assalirono Ludovico Dal VERME, luogotenente del Piccinino, e lo sconfissero pienamente. Francesco Sforza si aspettava da un momento all'altro di veder giungere gli aiuti dei suoi alleati, quando, nel settembre, vide arrivare sotto le mura di Fano le milizie di ALFONSO d'ARAGONA. La minaccia era grave, ma l' incostante politica del duca di Milano venne inaspettatamente in soccorso dello Sforza.

Filippo Maria Visconti era preoccupato dai grandi successi dell'Aragonese; d'altro canto egli non voleva la completa rovina del genero, il quale era l'unico uomo che potesse tenere a freno l'ambizione del Piccinino. Fu per questo che il Visconti pregò Alfonso di sospendere le ostilità contro lo Sforza e il 18 ottobre si alleò con Venezia e Firenze impegnandosi di soccorrere il genero con tremila cavalli e mille fanti, i quali avevano il compito di operare insieme con Simonetta a favore di Francesco Sforza. Il quale, veduta allontanarsi la minaccia dell'Aragonese, che era partito alla volta del suo reame, richiamò le milizie che presidiavano le varie città dei suoi domini, spedì dei  messi a Taddeo d' Este e Simonetta, giunti a Rimini, invitandoli a marciare su Montelauro (presso Pesaro) dove era accampato Niccolò Piccinino, quindi uscì da Fano e mosse contro il suo rivale.

Una sanguinosa battaglia si combatté l' 8 novembre sulle rive del fiume Foglia e al Piccinino toccò una grandissima sconfitta. Lo Sforza, dopo di avere ridotto alla sua obbedienza alcune terre, si ritrasse a Fermo per svernarvi; il Piccinino, con l'aiuto del Pontefice, ricostituì il suo esercito e nella primavera dell'anno seguente rientrò in campagna.

Ma ormai Filippo Maria Visconti era deciso a troncare quella guerra, che a lungo andare avrebbe potuto fiaccare il Piccinino e rompere quell'equilibrio che egli voleva mantenere fra i due condottieri. Nell'estate del 1444, egli ordinò al Piccinino di recarsi a Milano e questi ubbidì, lasciando al comando dell'esercito il figliuolo Francesco, che era stato liberato dai Bolognesi. Lo Sforza volle trarre partito dall'assenza del suo rivale e, riunite tutte le sue milizie, il 19 agosto assali l'esercito nemico a Montolmo, lo sconfisse e prese prigionieri il comandante e il legato pontificio che con lui si trovava; poi sottomise senza grande difficoltà Macerata, Sanseverino, Cingoli, Jesi ed altre città che aveva perdute prima.

La sconfitta di Montolmo e le alleanze che lo Sforza vantava consigliarono EUGENIO IV a pacificarsi col suo nemico. La pace fu conclusa a Perugia il 10 ottobre. Il Pontefice lasciò in feudo col titolo di marchese allo Sforza tutti i luoghi che egli teneva e quegli altri che nello spazio di dodici giorni avrebbe occupato. Soltanto Ancona, Osimo, Fabriano e Recanati Francesco Sforza non ebbe il tempo di occupare ed esse rimasero sotto il diretto dominio della Chiesa.

Cinque giorni dopo la pace di Perugia (15 ottobre) il PICCININO, amareggiato dalla sconfitta di Montolmo, dalla prigionia del figlio e dalla fortuna del rivale, moriva a Milano.

 Egli - scrive il Sismondi - «deve essere annoverato tra i più grandi capitani che l' Italia abbia prodotto, perché fu il più rapido nelle mosse, il più audace, il più geniale nei ripieghi, il più pronto a riparare le perdite, il solo, insomma, che dopo una grave sconfitta potesse ancora far tremare i suoi nemici. Filippo Maria Visconti, che non l'aveva mai adeguatamente ricompensato, ne pianse molto la perdita. Solo quando l'ebbe perduto conobbe pienamente quanto bisogno egli avesse di un capitano sempre ubbidiente ai suoi instabili voleri e sempre intraprendente, nel cui braccio potesse interamente confidare per eseguire con le armi i suoi disegni, senza iniziarlo nelle arti della sua tortuosa politica ».

Venutogli a mancare il Piccinino, Filippo Maria Visconti ottenne dal genero la libertà del figlio Francesco e insieme con il fratello Giacomo lo mise alla testa delle milizie paterne. Ma, occorrendogli un capitano più esperto, iniziò segrete pratiche col CIOARPELLIONE, luogotenente del genero, per averlo al proprio servizio. Francesco Sforza, venuto a conoscenza della cosa, non volendo che il suocero si procurasse un valente condottiero che prima o poi avrebbe potuto essere rivolto contro di lui, fece arrestare il Ciarpellione e ordinò che venisse impiccato (29 novembre del 1444).

Il Visconti, fieramente sdegnato, si alleò con Alfonso d'Aragona e con Eugenio IV contro lo Sforza al quale in quel frattempo veniva a mancare l'aiuto del proprio genero Sigismondo Malatesta di Rimini perchè la signoria di Pesaro cui aspirava, essendo senza eredi il cugino Galeazzo Malatesta, era stata comperata per ventimila fiorini da Alessandro Sforza, fratello di Francesco. A costui invece rimaneva fedele Federico da Montefeltro, signore di Urbino.

Filippo Maria Visconti, desideroso di procurare nemici allo Sforza e di fargli allontanare gli amici, fece entrar Sigismondo Malatesta al soldo del Pontefice, poi si diede a complottare con la famiglia bolognese dei Canedoli. Facendo ciò egli aveva lo scopo di abbattere la potenza dei Bentivoglio, amici di Firenze, di Venezia e dello Sforza, e di insignorirsi di Bologna. 
Il 24 giugno 1445, essendo stato loro promesso che Carlo Gonzaga e Ludovico Sanseverino con le milizie pontificie e Taluno Furlano con millecinquecento cavalli del Visconti li avrebbero sostenuti, i Canedoli assassinarono a tradimento Annibale Bentivoglio e cercarono di muovere il popolo in loro favore. Però il tentativo fallì: i fautori del Bentivoglio, spalleggiati dal popolo, ebbero il sopravvento, sconfissero i Canedoli, trucidarono Battista loro capo e bruciarono le loro case; presto i Fiorentini e i Veneziani mandarono le loro milizie comandate dal Brandolin e dal Rangoni in soccorso dei Bolognesi e così, quando Taluno Furlano giunse con le truppe viscontee non riuscì a penetrare nella città e si dovette limitare all'occupazione di alcuni castelli del territorio e più tardi si incamminò verso la Romagna per unirsi con Sigismondo ed attaccare Francesco Sforza.

Questi si vide allora assalito, oltre che dal Malatesta e dal Furlano, anche dal Patriarca Luigi d'Aquileia, legato pontificio, e da Giovanni Ventimiglia, generale dell'Aragonese. Cercò lo Sforza di avere ragione prima di tutto del più vicino e molesto tra i suoi nemici, il Malatesta, e gli riuscì a strappare e a saccheggiare la Pergola, ma questo effimero successo non valse a salvarlo, perché alle milizie assalitrici presto si aggiunsero la ribellione di parecchie terre della Marca e la defezione di alcuni suoi capitani e - cosa ancora più grave - la perdita della sua più importante piazzaforte, Fermo (26 novembre 1445), di modo che egli si vide costretto a trincerarsi su Pesaro.
Aiutato con cospicue somme dai Fiorentini e dai Veneziani, dietro consiglio di Cosimo de' Medici, nel giugno del 1446, Francesco Sforza decise di passare arditamente all'offensiva e di penetrare nello stato pontificio, sperando di trarre profitto dal malcontento di non poche città della Chiesa. Ma l'impresa non gli riuscì; Todi, Narni, Orvieto e Viterbo, che gli avevano promesso di aprirgli le porte, rimasero fedeli al Papa e lo Sforza, che non aveva con sé macchine per l'assedio e cominciava a difettare di vettovaglie, dovette tornare indietro e ritirarsi a Fano, mentre le truppe pontificie invadevano le Marche e costringevano il fratello Alessandro a cedere Pesaro.

Nel frattempo il duca di Milano tentava di sottrarre al genero Cremona e Pontremoli, violando apertamente la pace del 1441. Questo fatto spinse Venezia e Firenze a prender parte più attiva alla guerra in difesa dello Sforza. Esse cominciarono col tentar di togliere dal soldo del Pontefice i due condottieri Taliano Furlano e Giacomo da Caivano, ma questi, essendo stati scoperti gli intrighi, vennero decapitati. Miglior successo ebbero le trame delle due repubbliche con Guglielmo del Monferrato, capitano visconteo, che passò al soldo di Venezia ed andò nel Bresciano, dove erano concentrate le milizie veneziane comandate da Micheletto Attendolo. 
Il 6 luglio Tiberio Brandolin sconfisse a Castel San Giovanni Carlo Gonzaga, altro condottiero visconteo che minacciava Bologna, e permise alle truppe fiorentine di Guido Antonio Manfredi e del Simonetta di marciare verso la Marca d'Ancona.
Risultati migliori conseguirono i Veneziani nel 1446 grazie alla sagacia di Micheletto Attendolo che il 26 settembre di quell'anno inflisse una notevole sconfitta sulle rive del Po presso Casalmaggiore a Francesco Piccinino; conquistò tutto il territorio posto tra l'Adda e l'Oglio e, passato l'Adda, occupò Cassano.

I progressi dell'Attendolo, ai quali si accompagnava il risorgere della fortuna dello Sforza nelle Marche, mise la costernazione nell'animo di Filippo Maria Visconti, il quale, vedendo in pericolo i suoi domini, cercò inutilmente di  indurre a una pace separata i Veneziani, sollecitò senza risultati Alfonso d'Aragona a venirgli in aiuto e mandò perfino ambasciatori a Carlo VII di Francia offrendogli la cessione di Asti in cambio di soccorsi. Infine tentò di riconciliarsi col genero, offrendogli il comando di tutte le sue forze e facendogli balenare la speranza che sarebbe stato erede del ducato.

Le offerte del suocero tennero per qualche tempo dubbioso Francesco Sforza. Questi temeva la instabile politica del Visconti e sospettava che quelle offerte mascherassero un tranello; d'altro canto però guardava di mal occhio i progressi dei Veneziani in Lombardia, che egli considerava come suo futuro dominio, e pensava che se quella regione fosse caduta in potere di Venezia, difficilmente egli l'avrebbe potuta strappare alla potente repubblica. Intanto Cosimo dei Medici, suo amico al quale si era rivolto per consiglio, geloso di Venezia, gli faceva comprendere non esser prudente fidarsi completamente dei Veneziani e rigettar le offerte del Visconti.

A far prendere una decisione allo Sforza contribuirono gli stessi Veneziani. Questi, conosciuti i segreti maneggi tra lo Sforza e Filippo Maria, certi che il loro condottiero li avrebbe abbandonati, vollero recuperare per proprio conto Verona. 
MICHELETTO ATTENDOLO il 4 marzo del 1447 tentò il colpo, ma non gli riuscì e Francesco Sforza, prendendo pretesto da questo fatto, accettò l'offerta del Visconti ed entrò al soldo di lui con la medesima paga che percepiva dai Veneziani (duecentoquattromila fiorini d'oro all'anno).

Appena saputa la defezione dello Sforza, Venezia ordinò all'Attendolo di condurre la guerra con estrema energia e questi in primavera entrò nel territorio milanese devastandolo e ponendo il campo a tre sole a tre sole miglia da Milano.
Sperava l'Attendolo di impadronirsi della città con l'aiuto di alcuni Milanesi, ma avendo visto svanire queste speranze, passò in Brianza, dove sconfisse l'esercito di Francesco Piccinino, indi andò ad assediar Lecco.

Impaurito dalla vicinanza di Miicheletto, Filippo Maria Visconti sollecitava lo Sforza ad accorrere in Lombardia. Questi prima di muoversi pensò di sistemare la sua posizione nelle Marche riappacificandosi con il Pontefice e con Sigismondo Malatesta. Col primo non gli riuscì difficile venire ad un accordo perché sul soglio di San Pietro non sedeva piú Eugenio IV, che era morto il 23 febbraio del 1347, ma TOMMASO PARENTUCELLI che gli era successo col nome di NICCOLÒ V. 
A lui lo Sforza cedette per la somma di trentacinqueimila fiorini la città di Jesi che ancora possedeva nelle Marche. 
E con il Malatesta, per intercessione di Federico da Montefeltro, stipulò una tregua con la quale assicurava al fratello Alessandro il possesso di Pesaro (11 marzo).

Il 9 agosto Francesco Sforza si mise in cammino per la Lombardia. A Cotignola, patria di suo padre, fece una sosta per dare riposo alle sue milizie. 
Si trovava in questo villaggio quando, il 15 agosto, un messo, inviatogli da Lionello d' Este, lo informava che due giorni prima era morto a Milano FILIPPO MARIA VISCONTI.

Con la morte di  F.M. Visconte inizia una  guerra intestina di successione
mentre il patriziato a Milano dà vita ad una repubblica oligarchica; ed è appunto il contenuto del prossimo capitolo

quello della Repubblica Ambrosiana - il periodo dal 1447 al 1455 > > >

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia -
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi
GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

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