HOME PAGE
CRONOLOGIA

DA 20 MILIARDI
ALL' 1  A.C.
1 D.C. AL 2000
ANNO x  ANNO
PERIODI STORICI
E TEMATICI
PERSONAGGI
E PAESI

(QUI TUTTI I RIASSUNTI) RIASSUNTO ANNI dal 1451 al 1466 

L'ITALIA A META' DEL SECOLO XV

IL DUCA LUDOVICO DI SAVOIA - ANNA DI LUSIGNANO E I SUOI FAVORITI - RIBELLIONE DI FILIPPO "SENZA TERRA", - PROSPERITÀ DEL DUCATO DI MILANO SOTTO FRANCESCO SFORZA - POLITICA ED OPERE DEL DUCA; IL NAVIGLIO - GENOVA: DISCORDIE INTESTINE E GUERRE CON GLI ARAGONESI - GENOVA PASSA SOTTO IL DOMINIO FRANCESE - ASSEDIO DI GENOVA - MORTE DI ALFONSO D'ARAGONA; FERDINANDO GLI SUCCEDE SUL TRONO DI NAPOLI - GIOVANNI D'ANGIÒ GOVERNATORE DI GENOVA - MORTE DI PIETRO CAMPOFREGOSO - SPEDIZIONE DI GIOVANNI D'ANGIÒ NEL NAPOLETANO -BATTAGLIE DI SARNO E DI SAN FABIANO - GENOVA CACCIA I FRANCESI - RENATO D'ANGIÒ SCONFITTO A SAMPIERDARENA - BATTAGLIA DI TROIA - FINE DELLA GUERRA NEL NAPOLETANO - VICENDE DI GENOVA E SFORZA. - FINE DI GIACOMO PICCININO - MORTE DI FRANCESCO SFORZA - GALEAZZO MARIA DUCA DI MILANO - COSIMO DE' MEDICI -- VENEZIA DOPO IL TRATTATO DI LODI - VICENDE DI GIACOMO FOSCARI - DOGATO DI MALIPIERO - FINE DELLO SCISMA - NICCOLÒ V. - GIUBILEO DEL 1450 - CONGIURA DI PORCARI - MORTE DI NICOLÒ V PAPA CALLISTO III - NEPOTISMO - PAPA PIO II - CONGRESSO DI MANTOVA - GUERRA MALATESTA - PIO II E LA CROCIATA CONTRO I TURCHI - MORTE DI PIO II

 

IL DUCA LUDOVICO DI SAVOIA - IL DUCATO DI FRANCESCO SFORZA
VICENDE DI GENOVA - SPEDIZIONE ANGIOINA NEL NAPOLETANO
MORTE DI FRANCESCO SFORZA - COSIMO DE' MEDICI

Mentre era in corso la guerra tra i Veneziani e Francesco Sforza, cessava di vivere nel 1451 Amedeo VIII, e col padre il duca LUDOVICO di Savoia perdeva il migliore dei suoi consiglieri. Comincia ora per il ducato di Savoia un periodo di decadenza. Ludovico non pareva davvero uscito da quella famiglia che aveva dato il Conte Verde, il Conte Rosso e l' antipapa Felice V. Egli non amava le armi pur non amando la pace; era dedito alla caccia e alle feste: debole di carattere, si lasciava dominare dalla moglie Anna di Lusignano, figlia del re di Cipro, e dai Ciprioti, o i Piemontesi che lei favoriva, e non sapeva tenere a freno i turbolenti baroni, causa di congiure e di disordini.

Su questi baroni, che riuniti intorno a Francesco de la Palud, signore di Varembon, cercavano di sbarazzarsi di Giovanni di Compey, favorito della duchessa, tentò Ludovico, è vero, d'imporsi, ma dovette subire un'umiliazione, tuttavia sollecitato dal re di Francia, presso cui si erano riparati, dovette riammetterli nei suoi stati, permettendo così alla Francia di esercitare un' influenza non lieve sulla politica interna del ducato di Savoia.

Scrive Orsi: « La dipendenza verso la Francia si rese ancora maggiore, quando in quel regno a Carlo VII succedette (1461) il figlio LUIGI XI, che era genero del duca di Savoia, avendone sposato la figlia primogenita Carlotta. Egli aveva quindi maggiori pretesti del padre per intromettersi nelle cose piemontesi; prese subito a sostenere la causa del cancelliere ducale GIACOMO VALPERGA di Masino, che per la rivalità di altri nobili piemontesi e in particolar modo di Antonio di Romagnano dovette fuggire dal ducato e si era visto confiscati tutti i suoi beni. Il duca di Savoia per le forti insistenze del re di Francia fu obbligato a reintegrarlo nell'antico ufficio e a restituirgli i possessi. (Orsi) ».

Diverso dal padre era il figlio quintogenito FILIPPO, soprannominato senza terra, il quale, sobillato dallo SFORZA, malcontento dello sfruttamento del paese per opera dei Cipriotti, e irritato dal ritorno del Valperga e dal malgoverno di GASPARE di VARAX, altro favorito della madre, nel luglio del 1462 con una schiera di armati marciò su Thonon, dove risiedeva allora la corte, ed arrestò e mise a morte il Valperga e il Varax. 
Indignato dall'ardire del figlio, Ludovico convocò nell'ottobre di quell'anno a Gi nevra gli Stati Generali, ma invece di aver l' appoggio contro Filippo, dovette soddisfare le loro richieste di espellere della corte i Cipriotti e conciliarsi col figlio, il quale più tardi venne punito dal re di Francia, infatti nell'aprile del 1464 venne chiuso nel castello di Loches. 
In quell'anno la Casa Savoia perdeva Cerines, l'ultimo lembo del regno di Cipro che le era rimasto. Questo reame era venuto in potere della Casa Sabauda nel 1458 per il matrimonio del secondogenito di Ludovico con la principessa Carlotta, erede di Cipro. Ma a contendere il regno agli sposi era poi venuto un bastardo dell'ultimo re, Giacomo, il quale, con l'aiuto del soldano d'Egitto, aveva cacciato il rivale e nel 1464 era riuscito a impadronirsi di Cerines. L'anno dopo, il 29 gennaio del 1465, cessava di vivere Ludovico di Savoia. Nel gennaio dell'anno prima, a Casale, era morto il marchese GIOVANNI di MONFERRATO lasciando i suoi domini a quel GUGLIELMO, suo fratello, che ora a fianco dello Sforza ora a fianco dei Veneziani aveva preso parte alla guerra tra Venezia e Milano.

Mentre a causa della debolezza di Ludovico, il ducato di Savoia attraversava un periodo di decadenza, quello di Milano, all'opposto, prosperava per merito di Francesco Sforza. Questo duca, con le opere feconde della pace, pareva che volesse far dimenticare ai Milanesi di aver distrutta con le armi la loro libertà. Se da un canto ordinava che si ricostruisse il castello di Porta Giovia per assicurare maggiormente il suo dominio, dell'altro faceva restaurare il palazzo dell'arengo, imprendeva la fabbrica dell'Ospedale Maggiore e tra il 1457 e il 1460 faceva costruire il Naviglio della Martesana, che da Trezzo conduce a Milano le acque dell'Adda. 

« Questo canale - scrive il Verri - è sostenuto da principio da un argine grandioso di pietra sino all'altezza di 40 braccia sopra il fondo dell'Adda. La lunghezza del canale. è di circa 24 miglia. Il torrente Molgora vi passa sotto con un ponte di tre archi di pietre. Il Lambro vi sbocca dentro ad angolo retto ed a foce aperta con tutte le piene, e si scarica dalla parte opposta. Il canale, quale fu fatto dal duca Francesco, era più ristretto di quello che ora noi lo vediamo, e venne adottato a questa più comodo utilizzo l'anno 1577. Il naviglio si buttava nell'alveo del torrente Seveso, non entrava allora nella fossa della città, ma per opera di Leonardo da Vinci si eseguì lavori con grande maestria l'anno 1497, introducendovi sei sostegni ossia delle conche, invenzione allora nuovissima, e per mezzo di cui le barche ebbero il passaggio dal nuovo canale all'antico. Nondimeno, porzione dell'acqua cavata dall'Adda e condotta nel nuovo canale, entrava in Milano per altri usi ».

Benchè vissuto nel duro mestiere delle armi, FRANCESCO SFORZA, ottenuto il ducato che bramava, si diede a favorire i letterati, consigliato forse dal suo colto segretario Cicco Simonetta, e fu largo di aiuti specialmente a Francesco Filelfo, a Pietro Candido Decembrio e a Giovanni Simonetta che - in versi il primo, in prosa gli altri due - ne scrissero la vita. 
Nè soltanto un mecenate fu lo Sforza, ma abilissimo uomo politico. Egli seppe procurarsi l'amicizia dei potenti d'Italia non solo con trattati, ma anche con parentele: a Ferdinando, figlio dell'Aragonese, fidanzò nel 1456 la figlia Ippolita, e alla figlia di Ferdinando, Eleonora, il suo terzogenito; il secondogenito invece fidanzò auna figlia del duca di Savoia, e il primogenito alla figlia del marchese di Mantova; a Santi Bentivoglio, il primo cittadino di Bologna, promise la mano della figlia ili Alessandro Sforza, suo fratello.

Scopo della sua politica estera fu l'equilibrio fra i vari stati d' Italia e il mantenimento della pace, nella quale politica ebbe un potentissimo collaboratore nel suo amico COSIMO  dei MEDICI. Fu per questo che non s'impegnò troppo nel congresso di Mantova indetto dal Pontefice per organizzare una crociata contro i Turchi, e quando -come vedremo in seguito - RENATO d'ANGIO lo sollecitò a schierarsi contro l'Aragonese si rifiutò di venir meno alla grande lega italiana.

Malgrado la sua politica pacifica tenne sempre al suo soldo un considerevole numero di milizie e negli ultimi anni della sua vita mandò un esercito su Genova, di cui s'impadronì. Questa spedizione militare non deve però considerarsi come frutto di mire espansionistiche, ma va giudicata come una prova della politica di equilibrio dello Sforza, di quell'equilibrio che, senza l' intervento del duca di Milano, il re di Napoli avrebbe turbato.
Genova era sempre in lotta con Alfonso d'Aragona che non aveva potuto dimenticare la battaglia di Ponza e la sua prigionia. Nel 1444, per opera della famiglia ADORNO, si era riconciliato con i Genovesi, ma la pace era durata poco, appena due anni , ed era stata rotta con l'avvento al dogato di GIANO da CAMPOFREGOSO al principio del 1447. Le ostilità però non erano cominciate che nel 1453, l'anno stesso in cui, con la caduta di Costantinopoli, Genova aveva perdute, dopo una strenua difesa, le fiorenti colonie di Galata e di Pera ed era stata costretta ad affidare l'amministrazione delle altre colonie di Levante, specialmente quelle di Caffa, e l' isola della Corsica alla Compagnia del Banco di San Giorgio.

Quell'anno, Alfonso d'Aragona, che si era messo a proteggere gli Adorno contro i Campofregoso, fece occupare l' isola di S. Fiorenzo in Corsica; due anni dopo, accordatosi con gli Adorno e con i FIESCHI, mandò una flotta comandata dall'ammiraglio Bernardo di Villamarina, a sconvolgere le due riviere e a tentare un colpo su Genova. Il colpo, per l'energia dimostrata dal doge Pietro di Campofregoso, fallì, ma le ostilità continuarono e nella primavera dell'anno seguente nuove scorrerie furono eseguite dagli Aragonesi che presero e ripersero Albenga.

Tentò allora il Pontefice, cui stava a cuore la Crociata, di metter la pace fra il re di Napoli e la repubblica, ma le trattative avviate a Roma non ebbero successo e allora i Genovesi, che invano avevano chiesto aiuti agli stati italiani, impotenti a difendersi contro l'ostinato monarca, si videro costretti a ricorrere a CARLO VII di Francia.

Con il  trattato stipulato nel febbraio del 1458 Pietro di Campofregoso diede a CarloVII la signoria di Genova, riservando alla sua patria i diritti di libero stato, quegli stessi diritti che i Genovesi si erano riservati quando nel 1396 si erano dati a Carlo VI. Il re di Francia vi mandò come governatore GIOVANNI d'ANGIÒ, figlio di Renato, il quale giunse a Genova l'11 maggio del 1458, ricevette dai magistrati il giuramento di fedeltà, giurò a sua volta di rispettare le leggi e i privilegi dei Genovesi, gli statuti e l'indipendenza del Banco di San Giorgio e assunse quindi insieme col doge la difesa delle città.

Giovanni d'Angiò aveva condotto dieci galee e numerose milizie per presidiare Genova e Savona e sperava che l'Aragonese si sarebbe ben guardato dal molestare una città di cui era signore il re di Francia. Invece Alfonso ordinò al Villamarina di ricominciare le ostilità e, pochi giorni dopo l'arrivo dell'Angioino, l'ammiraglio con una flotta di trentacinque galee andò a chiudere il porto di Genova, mentre i Fieschi, gli Adorno e gli Spinola coi loro vascelli armati assediavano dalla parte di terra la città. Giovanni d'Angiò si era predisposto alla difesa e si aspettava di essere assalito dal nemico, quando gli giunse la notizia che il 27 giugno era morto ALFONSO D'ARAGONA. A quella notizia la flotta si allontanò da Genova e lo stesso fecero i Genovesi che l'assediavano.
Alfonso aveva circa sessantaquattro anni; s'era distinto per il suo valore e per la sua tenacia, nonchè per la sua liberalità che gli doveva procurare per i posteri il soprannome di magnanimo; aveva abbellito Napoli con magnifici edifici; aveva protetto le arti e gli studi, e così amante egli stesso delle lettere fino al punto da farsi leggere ogni giorno da ANTONIO BECCADELLI detto il Panormita, le Deche di Tito Livio.
Negli ultimi anni "... si era innamorato perdutamente d'una nobildonna napoletana, LUCREZIA d'ALAGNA - scrive Enea Silvio Piccolomini -  alla presenza di lei stava come fuor di se stesso e non vedeva altro, altro non udiva se non Lucrezia. In lei stavano sempre fissi i suoi occhi, ne lodava le parole, ne ammirava la saggezza, applaudiva quanto lei faceva e soleva dire che rarissima era l'eccellente forma di lei. E avendola colmata di doni e onorata come regina, si era talmente dato a lei che nessuno avrebbe ottenuto nulla da lui senza il consenso di essa... " .

Altro suo amore era stata la cognata Caterina, dalla quale era nato FERDINANDO. A questo figlio, morendo, Alfonso lasciò il regno di Napoli, da lui conquistato; al fratello GIOVANNI re di NAVARRA lasciò invece l'Aragona, la Sardegna e la Sicilia. 
Ferdinando assunse il titolo di re di Napoli, ma il Pontefice, che era allora CALLISTO III, si rifiutò di riconoscerlo e con bolla del 12 luglio 1458 dichiarò devoluto alla Santa Sede il reame per estinzione della linea legittima. Fortunatamente per Ferdinando, il Pontefice morì il 6 agosto di quel medesimo anno e il suo successore papa  PIO II (Piccolomini) confermò il figlio d'Alfonso sovrano di Napoli, lo fece incoronare nell'ottobre dal cardinale Latino Orsini e strinse con lui una parentela facendo sposare al nipote Antonio la figlia del re, Maria.

Pur essendo riconosciuto dal Papa e favorito da Francesco Sforza, Ferdinando aveva molti oppositori nel regno. Tra questi -veri e propri nemici- erano GIOVANNI ANTONIO ORSINI, principe di Taranto, MARINO MARZANO principe di Rossano e duca di Sessa, GIOSIA ACQUAVIVA duca d'Atri e il marchese di COTRONE, i quali invitarono CARLO di VIANA, figlio del re Giovanni di Navarra, a scendere a Napoli, ma poi, riuscito infruttuoso il loro invito, si rivolsero a GIOVANNI, figlio di Renato d'Angiò, che allora, come abbiamo visto, era governatore di Genova.

L'Angioino accolse l' invito dei baroni napoletani, ma prima di muovere alla conquista del reame cercò di tirar dalla sua parte il duca di Milano. FRANCESCO SFORZA che aveva motivo di temere l'invadenza angioina in Italia, non solo rifiutò di partecipare ad una guerra contro l'Aragonese cui lo legava il trattato del 1455, ma di nascosto favorì POETRO FREGOSO, già inimicatosi con Giovanni, dandogli armi e soldati e il condottiero TIBERIO BRANDOLIN, con cui l'ex-doge nel febbraio del 1459 penetrò nel territtorio genovese, mentre l'ammiraglio Villamarina con dodici galee chiudeva la città dal lato del mare.

L' impresa però non riuscì perché i cittadini genovesi si mantennero fedeli al loro governatore e gli prestarono valido soccorso. Inoltre quando il Fregoso si fu allontanato e seppero che l'angioino meditava una spedizione nel Napoletano, gli armarono dieci galee e tre grosse navi onerarie, gli offrirono le paghe delle ciurme per tre mesi e gli diedero un sussidio di sessantamila fiorini. Nel frattempo Renato d'Angiò allestiva a Marsiglia una flotta di dodici galee da mandare in rinforzo al figlio.
Informato di questi preparativi, il re Ferdinando prestò aiuti di denaro al Campofregoso perché assoldasse milizie e assalisse Genova. Pietro da CAMPOFREGOSO col Brandolin, il fratello Marino e Rinaldo del Fiesco mosse di nuovo su Genova e dopo un inutile assedio tentò di prender d'assalto la città il 13 settembre. Con pochi dei suoi riuscì a penetrare entro le mura, ma il grosso delle sue milizie rimase fuori impegnato in un accanito combattimento con i Genovesi. Assalito dai suoi concittadini, l'ex-doge rimase ucciso; il suo esercito, avuta notizia della morte del capo, si diede alla fuga e così Genova si liberò del nemico. Masino di Campofregoso e Rinaldo del Fiesco presi prigionieri vennero messi a morte anche loro.

Il 4 ottobre del 1459 Giovanni d'Angiò salpò da Genova e dopo una breve sosta a Porto Pisano giunse nello stesso mese presso la foce del Volturno. La fortuna pareva che lo accompagnasse. MARINO MARZANO lo accolse nelle sue terre e in breve buona parte della Campania si dichiarò per l'Angioino, seguita dall'Abruzzo dove trovò utili partigiani in Antonio Caldora, nel duca Cantelmo di Sora e nel conte di Campobasso. 
Giovanni visitò queste province poi passò nella Puglia: Lucera, Foggia, Sanseverino, Troia e Manfredonia gli aprirono le porte e il principe di Taranto si unì a lui con tremila cavalli. 

Allarmato da questi successi, Ferdinando domandò aiuti agli stati italiani che avevano con suo padre stipulata la lega nel 1455; ma Venezia e Firenze, che simpatizzavano per l' Angioino, si dichiararono neutrali e solo Francesco Sforza e il Pontefice si schierarono in favore del figlio di Alfonso. Il primo gli mandò il fratello Alessandro, il secondo un reparto di milizie comandate dal Simonetta. Contemporaneamente GIACOMO PICCININO con settemila cavalli muoveva in soccorso dell'Angioino. Preso coraggio per i rinforzi ricevuti, Ferdinando assalí il 7 luglio del 1460 Giovanni d'Angiò a Sarno e sarebbe rimasto vittorioso se dopo un primo successo i suoi soldati non si fossero sbandati per saccheggiare il campo nemico, dando così agio ai vinti di tornare alla riscossa e di sconfiggere le truppe del re che in gran parte caddero prigioniere. A stento Ferdinando con pochi cavalieri riuscì a salvarsi fuggendo. 
Dopo la sconfitta di Sarno quasi tutte le terre del Napoletano si diedero all'Angioino. Re Ferdinando, abbandonato dai suoi baroni e seguito soltanto da qualche fedele, si ritirò con i resti del suo esercito a Napoli, sperando negli aiuti milanesi e papali che gli dovevano arrivare con Alessandro Sforza e Federico d' Urbino; ma questi due condottieri, il 27 luglio, dopo una battaglia durata sette ore contro le milizie di Giacomo Piccinino a San Fabiano, presso Ascoli, dovettero ritirarsi oltre il Tronto, e il Piccinino, fatta una scorreria nella Sabina e prese Palombara e Tivoli, passò quindi nell'Abruzzo unendo così le sue forze con quelle di Giovanni d'Angiò. 

L' inverno fece sospendere le operazioni militari, dando così modo a Ferdinando di procurarsi denari e soldati. Le sorti del re di Napoli si rialzarono improvvisamente nel marzo del 1461 con la rivolta di Genova: i Genovesi, malcontenti per le contribuzioni e i prestiti forzosi, aizzati da Francesco Sforza, si ribellarono e costrinsero il nuovo governatore, LUIGI de la VALLÈE, a chiudersi nel castello; Paolo di Campofregoso e Prospero Adorno si pacificarono; affluirono da Milano a Genova artiglierie per l'assedio della fortezza., e nel luglio questa capitolò e anche un numeroso esercito condotto dalla Francia dal vecchio Renato d'Angiò fu a Sampierdarena gravemente sconfitto.

Altri avvenimenti favorevoli a Ferdinando accaddero nell'estate di quello stesso anno. Cessò di vivere CARLO VII e gli successe al trono di Francia LUIGI XI, suo figlio, amico di Francesco Sforza; in aiuto del re di Napoli venne in Puglia l'eroe albanese GIORGIO SCALDERRBERG, e Ferdinando, rinforzato dalle milizie milanesi e papali, riuscì a prendere Barletta, a espugnare Nola e altre città. A questi successi altri più decisivi se ne aggiunsero nel 1462: Sarno ed altre terre vicine furono occupate dai Napoletani fin dall'aprile, poi il 18 agosto, in una grande battaglia combattutasi presso Troia, Giovanni d'Angiò e il Piccinino subirono una grave sconfitta, dopo la quale Troia, Lucera, Foggia e parecchie altre città pugliesi si sottomisero al re di Napoli. Nel settembre dello stesso anno il principe di Taranto, abbandonato l'Angioino, si conciliò con Ferdinando.

Nel 1463 la guerra venne trasferita nell'Abruzzo. Celano venne saccheggiata dalle milizie del Piccinino, Sulmona per non subire la stessa sorte dovette pagare una grossa taglia; Aquila aprì le porte, imitata da altre città, ad Alessandro Sforza; il Piccinino, visto il tramonto della fortuna dell'Angioino, passò con il suo esercito al soldo del re di Napoli, che per riconoscenza gli diede Sulmona con alcuni castelli e uno stipendio di novantamila fiorini; infine anche il duca di Sessa si conciliò con Ferdinando, e Giovanni d'Angiò nel settembre del 1469 si vide costretto a riparare a Ischia, che con il castel dell' Ovo erano i soli possessi che gli rimanevano nel Napoletano. I quali però l'anno seguente, essendosene Giovanni tornato in Provenza ed essendo stata sconfitta una flotta spedita da Renato, si arresero a Ferdinando, che così riuscì a farsi padrone incontrastato del reame.

Al principio di quel medesimo anno in cui gli Angioini lasciavano definitivamente il Napoletano, Luigi IX di Francia cedeva a Francesco Sforza il possesso di Savona e delle altre terre da lui occupate nella Riviera di Ponente nonché i diritti che vantava su Genova. Questa città, da quando si era liberata dal giogo francese, non aveva avuto un momento di pace. Breve durata aveva avuto la pace tra i Campofregoso e gli Adorno. A Prospero Adorno era successo nel dogato prima Spinetta da Campofregoso, poi Ludovico della stessa famiglia e infine, nel maggio del 1462, Paolo da Campofregoso il quale, pur cacciato, era, tornato vittorioso l'anno seguente.

Ottenuta la cessione da Luigi XI, Francesco Sforza mandò su Genova un esercito comandato da GIACOMO VIMERCATE, il quale si  impadronì della città il 19 aprile del 1464. L'ultimo doge che la governava dispoticamente, l'arcivescovo Paolo di Campofregoso, fuggí con quattro vascelli armati e alcuni giorni dopo ventiquattro cittadini genovesi si recarono a Milano per prestare allo Sforza il giuramento di fedeltà.
Un anno dopo (fine del giugno del 1465) e precisamente intorno al tempo in cui a Ischia e Castel dell'Ovo si arrendevano a Ferdinando, moriva in Napoli GIACOMO PICCININO, l'ultimo rappresentante della scuola braccesca e il più grande condottiero dopo Francesco Sforza. Verso la fine del 1464 aveva sposato in Milano Drusiana, figlia del duca, poi, sollecitato da Ferdinando, era tornato a Napoli, dove aveva ricevuto festose accoglienze. Ma il 24 giugno veniva improvvisamente arrestato e chiuso in carcere, dove pochi giorni dopo cessava di vivere. Ferdinando si affrettò a far sapere che il Piccinino era morto cadendo da una finestra della prigione alla quale si era arrampicato; ma nessuno prestò naturalmente fede a questa spiegazione e tutti rimasero intimamente persuasi che fosse stato soppresso per ordine del re, per il quale quell'audace condottiero costituiva un serio pericolo.

Forse Ferdinando non fu solo a voler la morte del Piccinino. I contemporanei accusarono di complicità nel delitto il duca di Milano, il quale, pur di sbarazzarsi di un rivale tanto pericoloso, non avrebbe esitato a sacrificar la felicità della figlia. Francesco Sforza, per mostrare che le accuse rivolte contro di lui erano false, si sdegnò dell'agire di Ferdinando e per colorire meglio il suo sdegno diede ordine alla figlia Ippolita che, dovendo andare sposa al principe Alfonso figlio del re di Napoli, era partita da Milano ed era giunta a Siena, di sospendere il viaggio. 
Ma due mesi dopo lo Sforza concesse alla figlia di continuare il viaggio per Napoli, mostrando  chiaramente come avesse maggior cura dei suoi interessi politici. 

Con questo parentado lo Sforza rinsaldava maggiormente l'amicizia che lo legava al re di Napoli. Nello stesso tempo manteneva ottimi rapporti con il re di Francia, al quale volle mostrare la sua gratitudine per la cessione della Liguria in occasione della guerra detta del Pubblico bene scoppiata nel 1465 contro Luigi XI. Francesco Sforza inviò in aiuto del re un forte esercito comandato dal suo primogenito GALEAZZO MARIA, il quale fu molto utile alla causa del sovrano francese.

Galeazzo Maria si trovava ancora in Francia quando ebbe notizia della morte del padre avvenuta l' 8 marzo del 1466. Avvertito dalla madre Bianca, lasciò l'esercito in Francia e partì per la Lombardia travestito da mercante perché temeva di esser catturato dai consiglieri di Amedeo IX, nuovo duca di Savoia. Malgrado il travestimento, alla Novalesa venne riconosciuto, assalito e fatto prigioniero, ma tre giorni dopo, con l'energica protesta della madre, venne rilasciato e il 30 marzo giunse in Milano dove il popolo lo riconobbe come successore di Francesco Sforza.

FRANCESCO SFORZA e COSIMO dei MEDICI

"Volto nobile e vivace - scrive il Sismondi - aveva il duca defunto; e era grande nella persona ed era ben fatto, e in tutti gli esercizi fisici mostrava forza ed agilità singolari; pochissimi infatti gli stavano a pari nel salto, nella corsa, nella lotta e nel lancio del giavellotto. 
Marciava alla testa del suo esercito con il capo scoperto sia nei rigori dell' inverno che sotto il sole bruciante dell'estate. Sopportava mirabilmente la fame, la sete e il dolore; eppure non ebbe che poche occasioni di porre la sua costanza a quest'ultima prova perché, sebbene vissuto in mezzo alle battaglie, non fu quasi mai ferito. Non faceva lunghi sonni e per quanto fosse grande l'agitazione del suo animo o il tumulto di cui era circondato dormiva sempre tranquillo. Né le grida, né i canti dei soldati presso la tenda, né il nitrire dei cavalli o il suono delle chiarine e delle trombe parevano disturbarlo; invece di ordinare ai suoi soldati il silenzio mentre dormiva pareva che il rumore gli conciliasse il sonno. Straordinariamente sobrio nei cibi non era morigerato negli altri piaceri. Amava le donne; pur nondimeno visse sempre in buona armonia con Bianca Visconti, la quale sapeva perdonargli le frequenti infedeltà. Generoso e talvolta prodigo, divideva tutto ciò che aveva tra i poveri, i soldati e i dotti della sua corte. Rifiutava, forse con un po' di alterigia, i consigli di prudenza e di economia che gli dava Cosimo de' Medici, dicendo che non si sentiva nato a fare il mercante. Egli era padrone di sè e sapeva nascondere l'ansia, il cruccio e la collera .... ».

Francesco Sforza fu preceduto nella tomba dal suo grande amico COSIMO de' MEDICI, il quale cessò di vivere - quattro mesi dopo- nella sua magnifica villa di Gareggi il 1° agosto del 1464 vecchio di settantacinque anni. Se lo Sforza si procurò il ducato con le armi, Cosimo seppe preparare alla sua famiglia la signoria con un'abilissima politica. Fin dal suo ritorno dall'esilio egli poteva considerarsi il padrone di Firenze; ma ebbe l'accortezza di non darsi mai arie da signore e di non fare mai sfoggio delle sue immense ricchezze; anzi volle vivere modestamente, continuò a fare il mercante e il banchiere; mostrò un grande ossequio alle leggi, si finse eguale a tutti gli altri cittadini e con questi amante della libertà della sua patria; ma ebbe cura di legare a sé, senza farne mostra, con la sua politica finanziaria, tutte le classi della città, specie quella dei mercanti e dei banchieri che era la più influente, e di non mettersi in urto con quegli uomini che per la loro ambizione potevano procurargli fastidi, come NERI CAPPONI e LUCA PITTI.

Di questi uomini anzi seppe servirsi quando volle assicurarsi il potere, facendoli operare mentre  se ne stava con accortezza nell'ombra ma da dove poi muoveva le fila. Così il colpo di stato del 1458, se fu voluto e preparato da lui, fu attuato da un uomo del suo partito, Luca Pitti, che in quell'anno, essendo gonfaloniere di giustizia, fece dare balìa alla Signoria e ad altri duecentocinquanta cittadini, devoti ai Medici, di distribuire le cariche, di ripartire le imposte e di eleggere per cinque anni i magistrati maggiori.

A renderlo padrone di Firenze contribuirono anche la sua illuminata liberalità, il suo mecenatismo e il suo grande amore per le arti e per gli studi. In beneficenza e in costruzioni pubbliche egli spese in un trentennio più di quattrocentomila fiorini. Edificò la chiesa di San Lorenzo e il magnifico palazzo detto oggi Riccardi, fece ricostruire quella di S. Marco, fu appassionato raccoglitore di monete, medaglie, vasi e gioielli, adornò di quadri, statue, ori ed argenti le chiese di Santa Croce, dei Servi, degli Angeli e di San Miniato, fece copiare manoscritti greci e latini, aprì biblioteche, favorì gli studiosi e gli artisti e diede vita all'accademia platonica fondata per consiglio del dottissimo greco Gemisto Platone.

Di lui scrisse il Machiavelli nelle Istorie Fiorentine: « Fu Cosimo il più riputato e nominato cittadino, di uomo disarmato, che avesse mai, non solamente Firenze, ma alcun'altra città di che si abbia memoria: perché non solamente superò ogni altro dei tempi suoi di autorità e di ricchezze, ma ancora di liberalità e di prudenza; perché, oltre tutte le altre qualità che lo fecero principe nella sua patria, fu l'essere sopra tutti gli altri uomini liberale e magnifico. Apparve la sua liberalità molto più dopo la sua morte, quando Piero suo figliuolo volse le sue sostanze riconoscere; perché non c'era cittadino alcuno che avesse nella città alcuna qualità, a chi Cosimo grossa somma di danari non avesse prestata: e molte volte senza essere richiesto, quando intendeva la necessità d un uomo nobile, lo sovveniva. Apparve la sua magnificenza nella copia degli edifizi da lui edificati; perché in Firenze i conventi ed i templi di San Marco e di San Lorenzo, ed il monastero di Santa Verdiana, e nei monti di Fiesole San Gerolamo e la Badia, e nel Mugello un tempio de' frati minori non solamente instaurò, ma da' fondamenti di nuovo edificò ...., fece fare altari e cappelle splendidissime, i quali templi e cappelle, oltre edificarle, riempì di paramenti e d'ogni cosa necessaria all'ornamento del divin culto. A questi sacri edifizi s'aggiunsero le private sue case, le quali sono, come nella città, di quello essere che a tanto cittadino si conveniva; quattro di fuori, a Careggi, a Fiesole, a Cafaggiuolo ed al Trebbio, tutti palagi non da privati cittadini, ma regi.

E perchè nella magnificenza degli edifizi non gli bastava essere conosciuto in Italia, edificò ancora in Jerusalem un recettacolo per i poveri pellegrini; nelle quali edificazioni un numero grandissimo di danari consumò. E benché queste abitazioni, e tutte le altre opere ed azioni sue fossero regie e che solo in Firenze fosse principe, nondimeno tanto fu temperato dalla prudenza sua, che mai la civil modestia non trapassò; perché nelle conversazioni, nei servidori, nel cavalcare, in tutto il modo di vivere, e ne' parentadi, fu sempre simile a qualunque modesto cittadino; perchè e' sapeva come le cose straordinarie, che a ogni ora si veggono ed appariscono, recano molto più invidia agli uomini, che quelle che sono in fatto, e con onestà si ricoprono».

 COSIMO prosegue il Machiavelli: " ....in tanta varietà di fortuna, in sì varia città e volubile cittadinanza, tenne uno stato 31 anni; perché, essendo prudentissimo, conosceva i mali discosto, e per ciò era a tempo o a non gli lasciar crescere o a prepararsi in modo che cresciuti non l'offendessero. Donde non solamente vinse la domestica e civile ambizione, ma quella di molti principi superò con tanta felicità e prudenza che qualunque seco e con la sua patria si collegava, rimaneva o pari o superiore al nemico; e qualunque se gli opponeva o e' perdeva il tempo e i denari o lo stato....» (...) « ...mori pieno di gloria e con grandissimo nome; e nella città e fuori tutti i cittadini e tutti i principi cristiani si dolsero con Piero suo figliuolo della sua morte, e fu con pompa grandissima da tutti i cittadini alla sepoltura accompagnato, e nel tempio di San Lorenzo seppellito, e per pubblico decreto sopra la sepoltura sua, Padre della Patria nominato ». (Machiavelli )

VENEZIA DOPO IL TRATTATO DI LODI
 - VICENDE DI GIACOMO FOSCARI
DEPOSIZIONE E MORTE DEL DOGE FRANCESCO FOSCARI
DOGATO DI PASQUALE MALIPIERO

Dopo il trattato di Lodi la repubblica di Venezia aveva raggiunto il termine massimo quasi dell'estensione territoriale. «Se più oltre - scrive il Battistella - troveremo che qualche altra città o borgata viene ad aggiungersi si tratterà di ampliamenti transitori a cui dovrà rinunciare per rinchiudersi ancora entro i confini stabiliti da quel trattato, sebbene talora disgraziate fortune di guerra riescano a recare anche in essi qualche temporanea alterazione. 

Il suo dominio di terraferma pertanto, lasciando da parte gli instabili possessi di luoghi oltre il Po e specialmente sul lido di Puglia dove, del resto, la sua signoria non ebbe mai carattere assoluto e fu piuttosto simile a un protettorato, si estendeva dall' Isonzo all'Adda, e dalle Alpi al Po comprendendo quasi tutto il Veneto, il Friuli, le province di Brescia e Bergamo, parte del cremonese, buon tratto del Trentino, l' Istria e il litorale dalmato. Era certamente, per que' tempi, un dominio molto vasto e importante tale da mettere nel novero dei maggiori stati d' Italia. Pu tuttavia la lunga serie di guerre che c'erano volute a comporlo e che si chiusero con la pace di Lodi, se aveva reso illustre il dogato di FRANCESCO FOSCARI nei riguardi politici e militari, aveva però immiserito le risorse del pubblico erario e dato origine a un disagio generale che, salvo qualche momento di respiro, non fu sanato mai più e andò anzi lentamente aggravandosi per il sopravvenire di avvenimenti nei quali, volente o nolente, lo stato si trovò involto.

La sola guerra contro il Visconti era costata sette milioni di ducati e si era, per fare fronte a tante spese, dovuto differire il pagamento degli interessi pubblici, aumentare i dazi, imporre trattenute straordinarie sugli stipendi degli impiegati, accrescere di nove milioni il debito, pubblico con prelievi sulla camera dei prestiti che così avevano avuto l'effetto di ridurre le sue cartelle a non valere più che il 19 per cento del loro prezzo di emissione. 
La caduta di Costantinopoli poi aveva peggiorate le condizioni per i danni che ne eran derivati al traffico merci e per i fallimenti di parecchie ditte commerciali con la conseguente rovina di molte famiglie ad esse legate da diversi rapporti ».

Era naturale che questi disagi economici dovessero rafforzare il partito d'opposizione al Foscari, quel medesimo partito che aveva seguita la politica conservatrice dei Mocenigo e che ora, raggruppato intorno a Pasquale Malipiero, dava la colpa delle condizioni in cui Venezia versava alla politica espansionista dell'attuale doge, "contrario alla sparagno e alla quiete". Questo partito conservatore non aveva fino allora avuto la forza e il coraggio di opporsi apertamente al Foscari, ma coglieva ogni occasione per screditarne l'opera e prepararne la caduta. E le occasioni maggiori furono offerte dal disagio economico al quale abbiamo accennato - che si voleva far credere, e in parte lo era, frutto della politica dogale - e dalla condotta di GIACOMO, unico figlio superstite del doge, il quale avvelenò gli ultimi anni del padre.

GIACOMO FOSCARI, giovane leggero e scialacquatore, che nel 1441 aveva sposata Lucrezia Contarini, fu nel 1445 da Michele Bevilacqua, esule fiorentino, accusato al Consiglio dei Dieci di avere ricevuto doni da privati cittadini, da comunità e da principi, fra cui lo Sforza, contro apposite leggi che vietavano giustamente simili cose. Temendo di essere arrestato, il figlio del doge fuggì a Trieste; il Consiglio dei Dieci, avendolo invano invitato a comparire, lo processò in contumacia e il 20 febbraio del 1465 lo condannò al confino perpetuo a Nauplia (Romania) e alla decapitazione se non avesse ubbidito. Essendosi Giacomo rifiutato di obbedire, gli furono il 7 aprile confiscati i beni.

Per le preghiere del doge e ritenuta valida la scusa addotta di non aver obbedito per le condizioni di salute che gli impedivano di andar tanto lontano, il 28 novembre del 1446 ebbe tramutato il luogo di confino da Nauplia a Treviso, donde, graziato, riuscì  il 13 settembre dell'anno dopo a rientrare a Venezia.

Tre anni dopo il suo ritorno, e precisamente la sera del 5 novembre del 1450, venne assassinato il nobile ALMORÒ DONATO, uno dei Dieci che avevano condannato il Foscari. Per due mesi, malgrado i premi promessi, non si riuscì a scoprire l'autore del delitto, ma il 2 gennaio del 1451, dietro denuncia di un certo Antonio Venier, il Foscari venne arrestato. Circa tre mesi durò il processo e, perché confessasse, l'imputato fu sottoposto alla tortura; malgrado i suoi dinieghi, i giudici, convinti della sua colpevolezza  pur non avendone le prove, il Foscari venne il 26 marzo condannato alla perpetua relegazione nell' isola di Candia.

Anzichè rinsavire, pare che il giovane dopo cinque anni di confino, abbia scritto al sultano Maometto II e a Francesco Sforza incitandoli a liberarlo. Accusato di illeciti rapporti con le potenze straniere, nel giugno del 1456 fu condotto a Venezia e sottoposto a nuovo processo davanti al Consiglio dei Dieci e si aggregò pure una giunta di venti cittadini. Jacopo Loredano, nemico dei Foscari e capo del Consiglio, propose che l'accusato si condannasse alla decapitazione, ma la sua proposta ebbe solo otto voti; ventidue invece ne ebbe quella del confino perpetuo aggravato da un anno di carcere (24 luglio del 1456). Avendo Giacomo scongiurato il padre di farlo rimanere a Venezia, il Doge fieramente rispose: - "Va' e obbedisci agli ordini della patria". - Giacomo ritornò alla Canea e qui cessò di vivere l'anno dopo,  il 12 gennaio del 1457.

FRANCESCO FOSCARI teneva il dogato da trentaquattro anni, ma le dolorose vicende della sua famiglia, la tarda età e il lavoro eccessivo che aveva dovuto sostenere nel governare lo stato in periodi così burrascosi lo avevano talmente sfibrato che da qualche tempo egli non prendeva più parte ai pubblici affari. Mosso dalla considerazione che non poco danno derivava alla repubblica dalla cessata attività del doge e spinto anche dall'odio di parte, arrogandosi un diritto che solo al Maggior Consiglio spettava, il Consiglio dei Dieci il 21 ottobre del 1437 deliberò di pregarlo che spontaneamente abdicasse alla carica e gli inviò una commissione per rivolgergli questo invito concedendogli un giorno per rispondere.
Il vecchio doge non volle aderire alla preghiera dei Dieci, e questi allora gli mandarono una formale intimazione di abdicare entro otto giorni sotto pena, in caso di rifiuto, della confisca dei beni ed assegnandogli, ove obbedisse, un appannaggio di millecinquecento zecchini annui. 
Francesco Foscari, forse per non turbare la pace interna della repubblica, obbedì e il 24 ottobre usci dal palazzo e si ritirò in casa sua. Sei giorni dopo fu eletto doge PASQUALE MALIPIERO e il 1° novembre il Foscari, affranto dai dolori familiari e dall'affronto patito dopo trentaquattro anni di onorato governo, cessò di vivere. Venne sepolto nella chiesa dei Frari  dove fu poi innalzato un superbo monumento.
Al Malipiero, che tenne il dogato per cinque anni circa seguendo una politica  pacifica, successe nel 1462 Cristoforo Moro.

FINE DELLO SCISMA 
CONGIURA DI STEFANO PORCARI
CALLISTO III - PONTIFICATO DI PIO II
CONGRESSO DI MANTOVA E GUERRA CONTRO SIGISMONDO MALATESTA 
 MORTE DI PIO II

Lo scisma della Chiesa ebbe una fine curiosa. Venticinque mesi dopo l'elezione di NICOLÒ V, l'antipapa FELICE V (Amedeo di Savoia) rinunziò alla tiara nelle mani del concilio a Losanna e questo, fingendosi d'ignorare che sul soglio pontificio sedeva da due anni il Papa, il 19 aprile del 1449 elesse lo stesso Niccolò V.

 Nicolò V era amante degli studi. Parecchi anni prima per incarico di Cosimo de' Medici aveva ordinato a Firenze la biblioteca di Niccolò Niccoli; asceso al pontificato riuscì a dedicarsi a quello che era stato sempre il suo sogno: raccogliere libri, costruire magnifici edifici o dare impulso alle arti e alle lettere. 
I maggiori umanisti del tempo affluirono alla sua corte, quali il POGGIO, il VALLA, il MANETT, il DECEMBRIO, il GILELFO; si circondò di amanuensi e di traduttori, fece cercare manoscritti in Italia e fuori, raccogliendo una biblioteca di circa cinquemila volumi; fece costruire o restaurare mura, chiese ed altri edifici non solo in Roma, ma ad Assisi, a Civitavecchia, a Civitacastellana e in altre città, e molto di più avrebbe fatto se meno breve fosse stato il suo pontificato.

Per solennizzare la fine dello scisma e per procurarsi i mezzi occorrenti ad attuare i suoi disegni, indisse in Roma per il 1450 un giubileo. Malgrado in quell'anno infuriasse la peste, considerevole fu il concorso dei pellegrini e rilevanti furono pure i guadagni dei Romani e della Chiesa. Se dobbiamo credere a Vespasiano da Bisticci, il Pontefice depositò nella banca dei Medici ben centomila fiorini.

Tutto intento agli studi e alle altre opere di pace, Niccolò V era ben lontano dal sospettare che qualcuno potesse tramare contro di lui. Eppure c'era chi, desideroso di ridare a Roma la libertà, non esitava, pur di raggiungere questo scopo, a meditare di sopprimere il Pontefice. Era costui un gentiluomo romano che rispondeva al nome di STEFANO PORCARI. Si era fatto notare per le sue idee rivoluzionarie ancora prima del 1447 con l'eccitare il consiglio della città, riunito nella Chiesa di Aracoeli, ad abbattere, profittando dell' interregni, l'autorità temporale. 
Eletto il Pontefice, aveva continuato nella sua agitazione rivoluzionaria tanto che Niccolò V aveva dovuto confinarlo a Bologna con l'ordine di presentarsi ogni giorno al cardinale Bessarione, che era allora il governatore di quella città.

Ma anche da Bologna il Porcari continuò a tramar con i suoi amici di Roma e quando gli parve che tutto fosse pronto, fatto sapere al Bessarione che non poteva per malattia presentarsi a lui, fuggì travestito a cavallo e dopo quattro giorni di viaggio giunse a Roma il 2 gennaio del 1453. 
Il colpo destinato a dar la libertà ai Romani doveva esser tentato il giorno dell' Epifania. Quattrocento erano i congiurati, di cui erano capi due nipoti e un cognato del Porcari. Il giorno stabilito, dovevano appiccare il fuoco al Vaticano e, approfittando dello scompiglio che ne sarebbe nato, arrestare i Cardinali e il Pontefice, uccidere quest'ultimo se occorreva e chiamare al suono delle campane il popolo alle armi.

La vigilia dell' Epifania però la congiura venne scoperta. Avvisato della fuga del Porcari dal Cardinale Bessarione, il Pontefice aveva ordinato che si ricercasse l'agitatore. Con tante persone che erano a parte della congiura qualcosa era trapelato, non fu quindi difficile sapere il luogo dove i caporioni erano soliti a riunirsi. Un forte reparto di milizie circondò la casa dov'era radunato buon numero di congiurati; questi opposero una accanita resistenza, ma alla fine dovettero arrendersi; il Porcari, che era riuscito a fuggire, fu trovato poco dopo nella casa di sua sorella, nascosto in un cofano, e condotto in prigione, dove fece piena confessione della congiura. Il 9 gennaio, insieme con altri congiurati, egli venne impiccato ai merli di Castel S. Angelo.

Questa congiura, che si trascinò dietro parecchie esecuzioni, rattristò molto il Pontefice, il quale divenne diffidente e sospettoso e di umore tetro. Cinque mesi dopo un altro e più grave dolore colpiva Niccolò V: la notizia della caduta di Costantinopoli, e questo dolore veniva aggravato dal fatto che la Cristianità si mostrava freddissima all'idea di una crociata e la stessa Venezia stipulava un trattato di pace con il Turco (18 aprile 1454). 
Assalito dalla gotta, addolorato dagli avvenimenti d'Oriente e da quelli di Roma, Niccolò V non si rimise più in salute e il 24 marzo del 1455 cessò di vivere.

Il successore di Niccolò V fu il cardinale di VALENZA ALFONSO BORGIA che prese il nome di CALLISTO III. Era quasi ottantenne e come spagnolo nutriva un odio implacabile contro gli infedeli; non pensò quindi ad altro che ad una crociata contro i Turchi ed armata una piccola flotta la mandò nelle acque di Levante al comando del Cardinale Ludovico Scarampi Mezzarota, patriarca d'Aquileia, il quale nel 1456 riportò alcuni successi contro gli Ottomani.
Ma il Pontefice non si vide assecondato da nessuno: Venezia non voleva rompere la pace conclusa due anni prima col sultano, Francesco Sforza badava a consolidare la sua signoria in Lombardia, Firenze non si muoveva forse non proprio scontenta dei progressi dei Turchi così dannosi alla potenza veneziana; e così il Turco, sebbene vinto da Giovanni Uniade sotto Belgrado e da Giorgio Scanderberg in Albania, potè occupare alcune isole egee, Sinape, Trebisonda, Focea ed altri possessi di feudatari veneziani e genovesi ed occupare Patrasso, Corinto ed Atene.

Il Pontefice contava specialmente sull'opera di Alfonso d'Aragona. Questi invece aiutava il Piccinino contro i Senesi (1455-56; procurava fastidi e nemici a Sigismondo Malatesta di Rimini e infine muoveva guerra a Genova che - come si è detto - doveva esser da lui costretta a darsi al re di Francia. Il contegno di Alfonso indispettì talmente il Pontefice che questi, morto l'Aragonese, si rifiutò di riconoscere come re di Napoli il figlio Ferdinando, ma pochi giorni dopo (6 agosto del 1458) anche Callisto III cessò di vivere.

Questo Pontefice - scrive l'Orsi - « avrebbe lasciato buona memoria di sé, se per il grande affetto che portava per i suoi nipoti e per il desiderio di avere con essi un valido appoggio, non si fosse lasciato trascinare nell'accordare a loro troppi straordinari favori. 
Con lui quindi - con il Borgia- il Nepotismo piantò salde radici nella corte di Roma. Purtroppo i nipoti di Callisto III furono anche indegni dei sui favori, ed uno di questi nipoti acquistò poi una ben triste celebrità, RODRIGO LANZOL o (come si diceva in Italia) Lenzuoli, al quale lo zio gli conferì per adozione il proprio cognome di Borgia e gli concesse il cappello cardinalizio appena arrivò ai 25 anni d'età ». (Orsi)

II conclave diede a Callisto III come successore ENEA SILVIO PICCOLOMINI, che prese il nome di PIO II. 
Era nativo (1405) di Corsignano, nel Senese, che poi in onore del suo grande concittadino si chiamò Pienza. Dottissimo umanista, aveva cominciato a far parlare di sé nel concilio di Basilea, dove si era schierato contro la curia romana. Giovanissimo era già stato segretario di papa Felice V, dell'imperatore Federico III, ed infine, riconciliatosi con la Santa Sede, era stato da Eugenio IV nominato vescovo di Trieste; da Niccolò V vescovo di Siena; e da Callisto III cardinale.

Pio II, che al pari del suo predecessore vagheggiava l' idea di una crociata, cercò di metter pace in Italia, riconobbe Ferdinando ed ottenne la restituzione di Benevento, già occupata da Alfonso, e di alcune terre pontificie di cui il Píccinino si era impadronito. Nel frattempo indiceva un congresso per metter d'accordo gli stati cristiani e spingerli alla guerra contro i Turchi.

Il Pontefice aveva scelto come sede del congresso Udine, ma i Veneziani, che non volevano compromettere le loro relazioni con il sultano, lo indussero a scegliere un'altra città e il Papa designò allora Mantova. 
Nel gennaio del 1459 Pio II, lasciato come suo vicario il cardinale Niccolò Cusano, partì da Roma con un seguito di dieci cardinali e sessanta vescovi. Per Terni, Spoleto ed Assisi si recò a Perugia dove fu ricevuto con gran pompa e si trattenne tre settimane. Qui venne a rendergli omaggio Federico di Urbino.
Da Perugia andò a Siena, dal cui governo ottenne che i fuorusciti fossero riammessi in città e alle cariche pubbliche; poi si recò a Firenze, dove fu accolto con grandissimi onori: Galeazzo Maria Sforza, i Manfredi, i Malatesta e gli Ordelaffi gli andarono incontro e vollero sorreggere la lettiga papale; il comune diede un gran torneo in piazza Santa Croce, un combattimento di fiere in piazza della Signoria e un gran ballo al Mercato Nuovo. 

Il 27 maggio il papa entrò a Mantova. La città era piena di stranieri, ma la maggior parte dei principi invitati al congresso mancavano. Il Pontefice dovette spedir quindi messi a sollecitare un po' tutti, ed aspettar per il resto della primavera e tutta l'estate l'arrivo dei congressisti.

Il 26 settembre nel Duomo ebbe luogo la prima seduta. Erano presenti Francesco Sforza, il marchese Ludovico Gonzaga, il marchese di Monferrato, Sigismondo Malatesta, gli ambasciatori del re d'Aragona, del re di Napoli, di Venezia, Firenze, Siena, Ferrara, Lucca, Bologna, i deputati del Pelopenneso, di Rodi, di Cipro, di Lesbo, dell'Epiro, dell' Illiria. 
Il Pontefice parlò, destando la commozione dell'uditorio; pronunciarono pure discorsi pieni di ammirazione, il Filelfo, Ippolita Sforza e i rappresentanti delle isole del Levante; tutti i convenuti si dichiararono pronti a sostenere con i più grandi sacrifici per ricacciare in Asia i Turchi.

Ma erano solo parole. Nelle sedute seguenti vennero messe in campo tutte le difficoltà che rendevano poco probabile l'attuazione dell'impresa e ognuno comprese chiaramente che da quel congresso non sarebbe venuto fuori niente di concreto. Tuttavia nel gennaio del 1460 Pio II pubblicò una bolla nella quale si deliberava la guerra contro il Turco e si imponeva una decima a tutti i cristiani.

Ma gli avvenimenti della penisola distrassero per più di due anni l'idea della Crociata la stessa mente del Pontefice, che aveva lasciato Mantova il 19 gennaio del 1460 e, dopo un lungo soggiorno a Siena, era rientrato a Roma nell'ottobre. Qui si erano manifestate agitazioni prodotte da alcuni seguaci del Porcari e il Papa per farle cessare dovette fare impiccare parecchi cittadini; il Piccinino - come detto già altrove- faceva scorribande nella Sabina e s'impadroniva di Palombara e Tivoli; inoltre Sigismondo Malatesta aveva preso in mano le armi contro la Santa Sede.

Nemico pericolosissimo ma anche bizzarro tipo di uomo era il Malatesta. Forte d'animo e di corpo, amante degli studi, molto abile nell'arte militare, avido, lussurioso, sanguinario, volubile, violento, così ci viene descritto questo principe dal Pontefice, il quale scrisse di lui: 
«Ebbe in odio i sacerdoti, non credeva nulla della vita futura e stimò che le anime perissero coi corpi; tuttavia edificò a Rimini un nobile tempio in onore di S. Francesco, ma lo riempi di così tanti lavori pagani che il tempio non parve tanto di cristiani quanto di pagani adoratori di demoni: ed in esso eresse un altare alla concubina, per arte e per marmo bellissimo, aggiungendovi uno scritto proprio nel modo dei pagani: Divae Isottae sacrum. Le due mogli sposate prima del concubinaggio con Isotta furono entrambe uccise con il ferro e col veleno; una terza, che aveva preceduto queste due, fu ripudiata, dopo che si prese la dote, senza neppure averla conosciuta. Rapì con la forza e l'abbandonò piena di sangue e di ferite, presso Verona, nell'anno del giubileo una nobile donna, di bella persona, che dalla Germania si recava a Roma .... ».

Contro Malatesta il Pontefice lanciò la scomunica il 25 dicembre del 1460; più tardi gli mandò contro delle milizie che furono però sconfitte il 2 luglio del 1461; poi a Roma fece prima bruciare la sua effige con la scritta: Sigismundus ego sum Malatesta filius pandulphi, rex proditorum, Deo atque hominibus infestus, sacra censura senatus igni damnatus, gli mandò contro il valoroso Federico d'Urbino che, presso Sinigaglia, il 12 agosto del 1462 lo sbaragliò.
 Non potendo più tener testa al Pontefice, il Malatesta domandò pace e l'ottenne, conservando la città di Rimini con intorno un territorio di cinque miglia dietro il pagamento di un tributo annuo, col patto che, morto lui senza eredi, i suoi possessi passavano alla Chiesa.

Approfondimento con l'intervento di un nostro lettore:

(((( Vi scrivo per chiarire alcune cose a riguardo del periodo
successivo alla Pace di Lodi.
Scrivo in quanto, nel vostro riassunto delle vicende, si parla in maniera succinta di Sigismondo Pandolfo Malatesta.
Sono Simone Gabellini e scrivo riferendomi al libro Sigismondo Malatesta di Oreste Cavallari, che si è basato su una bibliografia piuttosto allargata.
(tromolone@virgilio.it)

((((( Da quanto viene spiegato si capisce che il suddetto Signore di Rimini, avrebbe preso senza motivo alcuno a guerreggiare contro la Santa Sede, che avrebbe poi sconfitto "alcune milizie" papali mentre sarebbe stato "sbaragliato" presso Senigallia. Oltretutto, sembra che la mano paterna di Pio II abbia concesso la grazia non appena il "ribelle" (a questo punto sarebbe da chiamare
così) si appellò alla grazia del Papa.

Ora, volevo mettere in chiaro alcune cose che ritengo importanti per fare luce sugli avvenimenti e, perciò, a fare chiarezza sulla figura di questo personaggio. Mi appello alla vostra voglia di trasmettere la verità sui fatti accaduti, in quanto di interesse storico.
Non vi annoierò col resoconto della vita di questo personaggio della Storia, anche se.. meriterebbe di essere trasmessa nel vostro sito.

Durante il Convegno di Mantova, Pio II decise di imporsi come giudice dell'annosa questione che vedeva contrapporsi il Malatesta a Federico da Montefeltro.
A seguito dell'accettazione da parte dei due "imputati" a porre tutto nelle mani del Papa, Pio II si dispose a dare un giudizio equo, o per meglio dire, a minare lo stato malatestiano.
Come s'è detto, Enea Silvio Piccolomini nacque in un posto sotto il dominio dell'allora Repubblica di Siena, la quale, in una disputa col conte di Pitignano, chiese a Sigismondo Pandolfo Malatesta di condurre la guerra contro il ribelle.
La guerra portò, a causa della sua lunghezza dovuta alle intemperie e alla tregua segreta stipulata dai due contendenti, alla rottura dei rapporti tra il Malatesta e la Repubblica, che, richiese la cattura del condottiero, cosa che non avvenne poichè il Malatesta partì non appena seppe delle intenzioni dei suoi finanziatori.
Enea Silvio Piccolomini, essendo senese, vide di cattivo occhio questa azione del Malatesta, ed ebbe, in occasione del Convegno di Mantova, la possibilità di punire il suo vicario.

La sentenza, infatti, prevedeva il pagamento di un'ingente somma a Ferrante d'Aragona (per una passata disputa che vide il padre di costui, Alfonso, "gabbato" dal Malatesta, che oltre a porsi al soldo della Repubblica di Firenze nonostante fosse al soldo di Alfonso, tenne pure i soldi della condotta che, a dire di Sigismondo, erano dovuti alle prestazioni passate, non ancora pagate. L'odio poi, scoppiò in seguito alla ritirata dell'esercito aragonese davanti Piombino, dovuta proprio per l'azione di Sigismondo dei Malatesti), la cessione di terre a Federico da Montefeltro, nonchè la cessione di altre terre alla Chiesa, come "cauzione", da ridare come premio per l'adempimento degli
obblighi contratti verso le suddette parti.

Nonostante questa "punizione", il Malatesta si mise ad operare per accontentare il pontefice, cosa che vide le finanze del suo stato impegnate a pagare questa sorta di Mutuo (infatti, la somma dovuta a Ferrante era grandemente lievitata rispetto a quella presa da Sigismondo al padre dell'Aragonese). Per questo motivo si fermarono pure i lavori al "Tempio Malatestiano".

La ingiusta punizione del Papa e l'odio che si era formato nei confronti dell'Aragonese (che aveva pure chiesto l'estromissione del Malatesta alla Pace di Lodi, cosa che avvenne quando si mise in mezzo dicendo che se non ne fosse stato fuori Sigismondo, ne sarebbe stato fuori lui), spinsero Sigismondo a cercare una vendetta, che vedeva materializzarsi nella rivolta che si stava preparando nel meridione, ad opera dei Baroni e del Principe di Taranto, tanto attaccato alla persona di Alfonso da aiutarlo nella conquista al potere per la successione contro l'Angiò², tanto avverso a Ferrante, da chiamare in suo aiuto i suoi vecchi nemici, gli Angiò appunto, che erano a Genova.

L'avversione del Papa per il Malatesta si trasformò in odio violento quando questi chiese una riduzione della pena, mentre si sapeva che stava confabulando anche con il Principe di Taranto.
A seguito dello scoppio della guerra, il Malatesta prese, dopo una lunga meditazione, le parti degli insorti, cosa che fece infuriare non poco il Pontefice, che gli mandò contro un esercito.
Nonostante l'esercito papale non fosse molto grande, il Malatesta si trovava in inferiorità numerica, 1 a 3.. Questo era dovuto al salasso finanziario.
Ciononostante, colse a Nidastore un'importante vittoria, che avrebbe potuto portarlo alla conquista della Marca Pontificia, cosa per altro già fatta da Francesco Sforza, quando era agli ordini di Filippo Maria Visconti.

Sigismondo però, si preparò per dare la mano ai ribelli del sud, che iniziavano a trovare gravi affanni dopo gli iniziali successi.
Saputo che il Malatesta si stava portando a sud, Pio II gli mandà incontro Federico da Montefeltro, il quale lo assediò a Senigallia.
Capendo che lì non avrebbe potuto difendersi ad oltranza Sigismondo decise di spostarsi verso Fano, città ben più fornita di difese. Per farlo, però, avrebbe dovuto evitare di farsi vedere dall'urbinate.
Uscì così alla notte, ma una sentinella del campo avverso, scorse la colonna in movimento e riferì a Federico, il quale, riuscì a raggiungere l'esercito malatestiano mentre questo stava attraversando un fiume, probabilmente il Cesano.
L'esercito malatestiano fu perciò sbaragliato, ma non in battaglia.
I resti dell'esercito, e lo stesso Sigismondo, trovarono rifugio a Fano. Qua, il Malatesta capì che solo non ce l'avrebbe potuta fare. Andò a chiedere aiuto allora al Signore di Taranto, il quale non gliene potè dare perchè¨, proprio pochi giorni prima si era combattuta la battaglia finale che vide vincere gli Aragonesi ed i loro alleati.
Dopo queste notizie chiese aiuto a Venezia, la quale non voleva scendere in campo militarmente ma era comunque decisa ad appoggiare il Malatesta.
Iniziarono così le richieste di grazia, richieste mai ascoltate dal pontefice, il quale continuò la sua personale guerra coi Malatesti (si era aggiunto anche Novello, il Signore di Cesena, che aveva appoggiato Sigismondo).
Solo quando lo stato malatestiano venne privato di tutti i suoi territori, il pontefice decise di "allargare le sue mani pietose nel graziare il ribelle". Le conseguenze, furono quelle che avete poi
descritto. Restrizione dei territori alla sola Rimini (ecc..) )))))



Mentre Pio II badava a guerreggiare contro i suoi nemici, Maometto II estendeva le sue conquiste e minacciava sempre più l'Occidente. Nel maggio del 1463 scoppiava la guerra tra i Veneziani e i Turchi, i quali colto il pretesto dell'asilo concesso da un nobile veneziano ad uno schiavo fuggito dal pascià di Atene, invadevano Argo, dove comandava Niccolò Dandolo, e andavano a porre l'assedio a Nauplia. Venezia allora decideva di occupare la Morea e innalzava davanti all'istmo di Corinto un poderoso muro alto quattro metri, protetto da una fossa e rinforzato da centotrentasei torri.

Malgrado l'indifferenza mostrata dalla Cristianità dopo il congresso di Mantova, il Pontefice decise di affrettare la crociata e nel concistoro del 23 settembre del 1463 annunziò che per muovere gli stati alla guerra contro gli infedeli avrebbe personalmente partecipato alla spedizione: 
«Abbiamo deliberato - egli disse ai cardinali - di andare di persona contro i Turchi e di spingere con i fatti e le parole i principi cristiani ad imitare il nostro esempio. Forse quando vedranno il loro maestro e padre, il vescovo di Roma, il vicario di Cristo, vecchio ed infermo, partire per la guerra, arrossiranno di rimanere a casa, prenderanno le armi, e finalmente si decideranno con entusiasmo alla difesa della nostra santa religione .... Noi siamo, è vero, troppo deboli per impugnare la spada, né ciò si addice a un sacerdote. Ma imiteremo Mosé che pregava sopra una montagna mentre il popolo di Israele combatteva contro gli Amaleciti. Inginocchiati sulla sommità d'un monte o sopra una nave pregheremo il Signore per la vittoria delle nostre armi .... ».

Con una bolla del 22 ottobre del 1463 Pio II invitò i principi cristiani alla guerra santa, minacciando di scomunica tutti coloro che osassero turbare la pace tra gli stati della cristianità e designando come luogo di raduno Ancona. Ma il suo appello non procurò molti aderenti. Il duca di Borgogna, che aveva promesso di partecipare alla crociata chiese un rinvio, la Francia e la Germania rimasero sorde e in Italia, oltre il Pontefice, solo Venezia, mossa dai suoi interessi anziché dalla fede, aderì alla lucrosa spedizione.
Pio II non si scoraggiò e rimase fermo nel suo proposito di recarsi ad Ancona e di passare quindi a Ragusa da dove i crociati avrebbero dovuto muoversi d'accordo con Mattia Corvino re d'Ungheria e Giorgio Scanderberg. 
Sebbene fosse gravemente infermo, il 18 giugno del 1664 il Pontefice partì da Roma e un mese dopo giunse ad Ancona. Ma qui non vi erano soldati di mestiere, e non volevano certo partecipare ad una impresa in cui non si concedevano paghe; vi erano, sì, alcune migliaia di crociati sprovvisti di armi e di denari ma la maggior parte dovette essere licenziata. Il resto si squagliò stanco di aspettare le galee veneziane, che comparvero soltanto il 12 agosto.

Era troppo tardi. Tre giorni dopo PIO II cessava di vivere e il doge Cristoforo riconduceva le sue dodici galee a Venezia. Così falliva miseramente quella crociata alla quale neppure la presenza del Capo della Chiesa aveva potuto trascinare popoli e principi che la fede oramai più non scaldava e solo l' interesse poteva spingere ad impugnare le armi.

Dopo la morte di Pio II, veniva eletto Paolo II
e dell'Italia durante il suo pontificato ora dobbiamo parlare ....

cioè il periodo che va dal 1464 al 1471

Fonti, citazioni, e testi
Prof.
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - 
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (33 vol.) Garzanti 
CRONOLOGIA UNIVERSALE - Utet 
STORIA UNIVERSALE (20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (14 vol.) Einaudi

GUICCIARDINI, Storia d'Italia - Ed. Raggia, 1841
LOMAZZI - La Morale dei Principi -  ed.
Sifchovizz 1699

+
ALTRI VARI DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE 
 


( QUI TUTTI I RIASSUNTI STORIA D'ITALIA )

RITORNA AL TABELLONE ANNI E TEMATICO